Sguardi «contemplativi» sull’ospite 
di Nunzio Galantino 
«(...) Siamo tutti in qualche modo, nelle nostre interiorità, ospiti di qualcosa che arriva all’improvviso; che sia una crisi, o un ricordo, o una spina nel cuore. Consapevoli di questo, dovremmo tutti accogliere, abbracciare e far riposare l’altro che stenta, piegato sotto il peso dell’incomprensibile, affamato di una ragione e di uno scopo per la sua vita. 
Nella lingua italiana il termine “ospite” indica contemporaneamente sia chi chiede accoglienza sia chi la offre, come a dire che c’è un legame sottile e nascosto e che, in fondo, la precarietà – e la lontananza – appartiene a tutti, è cosa comune, ci rende simili e quindi fratelli. (...) C’è bisogno di uno sguardo "contemplativo” per cogliere la ricchezza, ma anche la fatica di gesti capaci di migliorare il nostro mondo piuttosto che incattivirlo seminando sterili sospetti e letture faziose. (...)
Fermarsi a ri-leggere la propria vita, con questo sguardo, mentre si continua a camminare volgendo il pensiero a quel che si è lasciato, oppure a quel che si attende, o a quel che si sogna. Per la mia storia personale e per quel che ora vivo, sogno una Chiesa che possa farsi ospite tra gli ospiti (....) Cosa c’è di più bello che sentirsi a casa? Mi son chiesto tante volte incontrando degli sconosciuti con

lo sguardo smarrito. Almeno così credo di averli percepiti. L’ospite migliore è colui che mette tanto a proprio agio colui che è arrivato da farlo sentire come a casa propria: c’è qualcosa di sacro, c’è qualcosa di divino nell’ospitalità. Immagino Dio che, per chi ci crede, quando ci accoglierà alla fine della nostra vita farà di tutto per non farci sentire scomodi o fuori posto, per non metterci a disagio. Forse il Paradiso, per chi ci crede, consisterà nel sentirsi totalmente, completamente, interamente accolti. Sarà il non patire più alcuna lontananza. 
Per questo, negli ambienti che frequento, mi piace e mi commuove tutto ciò che è segno di una Chiesa che non trattiene la vita, che si lascia muovere e rinnovare e che apre orizzonti, come vuole Papa Francesco. Una Chiesa fatta di uomini e donne che fabbricano passaggi dove ci sono i muri; che aprono brecce negli sbarramenti; che saltano ostacoli e costruiscono ponti; che mantengono fresca la spontaneità, l’invenzione e la creatività; che spezzano le dipendenze e l’ovvietà. Uomini e donne concreti, che rifiutano le astrazioni, sono ma capaci di abbracciare il sogno con la realtà, che non si spaventano delle differenze e delle contraddizioni; uomini e donne non impazienti, non frettolosi, non avari, ma che permettono all’amore di maturare e diventare pacifico, dolce, umile, comprensivo. E quindi ospitale. Abbiamo tanto bisogno di queste sentinelle che vigilano attente su ogni moto della fantasia, su ogni nuovo slancio di coraggio, su ogni accenno di libertà che si ridesta, su ogni inizio di generosità, su ogni germoglio di speranza».
in “Il sole 24 Ore” del 6 gennaio 2017