Il paese resta senza “don”? Più responsabilità ai laici 
di Riccardo Maccioni 
A volte anche nella Chiesa le ragioni della logica devono prevalere su quelle del cuore. Così nessuno si stupì più di tanto quando il vescovo decise di trasferire don Angelo Ricci da San Martino a Sant’Anselmo. E che altro poteva fare dopo la morte di don Alfio, visto che di preti non ce n’erano?. I numeri oltretutto parlavano chiaro: la nuova parrocchia contava 3.900 anime, contro le 450, tra cui molti anziani, della comunità dov’era stato oltre vent’anni. Inizia in questo modo, dalla notizia di un distacco doloroso e digerito a fatica Le campane di San Martino il racconto (Edizioni Itaca, 88 pagine, euro 10) con cui Maurizio Fileni, parroco a sua volta, descrive il calo delle vocazioni osservato con gli occhi di chi si vede, suo malgrado, “portar via” il prete. Un testo agile, dalla narrazione semplice come le fede dei suoi protagonisti, come la vita quotidiana nel piccolo centro di San Martino, «uno dei quei paesi» che «non ci abiteresti manco morto eppure sono belli fino a far scendere le lacrime». A renderlo vivo e affascinante, nella sua sobria quotidianità, sono le storie della gente del posto, che d’inverno alle sei di sera è già a casa, che magari ti guarda storto per farti pesare un’offesa ma subito dopo è pronta ad aiutarti.
Però con don Angelo che se ne va, cambia tutto e per tutti, compresi Arnaldo de la Peperina, Spajiccia, Gni-Gno e Ni’ de Falaschi, che pure in chiesa non andavano mai. No, non può essere che la domenica non suonino più le campane, che la Messa delle 11.30 ci sia, se va bene, una volta al mese. Che fare, per vincere una sofferenza che «si tagliava a fette»? La soluzione più logica è lo sdoppiamento, o dimezzamento che dir si voglia, dei sacerdoti disponibili. Come il frate che, poveretto, è sempre di corsa e con la gente del posto si prende poco. O don Leo (che in realtà si chiamava Leonardo) il generosissimo

parroco di Poggio San Paolo che ha da curare ben tre comunità e fa quel che può. Si tratta di cambiare rotta, di trovare un’alternativa alle lamentele, di adottare una nuova strategia. Rimedio che, come spesso succede, arriverà da solo. Capita infatti che, dopo qualche bonario bisticcio, le donne del paese decidano di recitare insieme il Rosario, che per quello «non c’è bisogno del prete». E di farlo in chiesa: i giorni feriali alle 16.30, la domenica alle 11.30 lo stesso orario di quando la Messa c’era tutte le domeniche. Ma si sa l’appetito vien mangiando, o meglio, un cuore aperto è più disponibile alla fantasia dello Spirito. Così poco per volta, alla recita del rosario viene fatto seguire, su consiglio di don Leo, la lettura di «un pezzettino di Parola di Dio», preso dai foglietti della Messa. Di lì a poco, una nuova svolta, grazie a Irene e Angelo, marito e moglie, 43 anni lei 47 lui, coppia senza figli dalla solida formazione religiosa, compreso qualche studio in teologia. In punta di piedi, mossi da sincero affetto e ammirazione per quella parrocchia che alle tempeste risponde rimboccandosi le mani e pregando, i due sposi diventano parte importante e per così dire “guida” di una comunità pronta a un ulteriore cambiamento. Una novità che non anticipiamo perché tutta da leggere... Nel segno comunque di un laicato maturo e rispettoso dei ruoli e delle gerarchie, che vuole bene alla Chiese e desidera farla crescere. Una “ricetta” che sembra aver recepito bene la lezione del Concilio là dove dice: «I laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore. Sia perciò loro aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze e le necessità dei tempi, anch’essi attivamente partecipino all’opera salvifica della Chiesa (Lumen gentium, 33).
in “Avvenire” del 17 dicembre 2017