Così san Paolo VI disse sì alla moschea di Roma - «La Chiesa non si abbassa a questi livelli», fu il commento del Pontefice bresciano di fronte a chi in Vaticano pretendeva reciprocità chiedendo che venissero costruite chiese in Arabia Saudita
di Andrea Tornielli, 13.10.2018
«Aveva un enorme rispetto per tutti i suoi interlocutori. Considerava che, certamente, la verità non è qualcosa di opinabile, però bisognava fare in modo che chiunque avesse la possibilità di esprimere la sua verità e il suo concetto di verità. Non a caso, quando si cercò di tirarlo in mezzo per ostacolare la creazione della moschea a Roma, la sua risposta fu proprio all’opposto. Disse: No, questo arricchirà il carattere di civiltà universale della nostra città, che certamente è la Roma “onde Cristo è romano”, ma è anche la Roma dove tutti devono avere la possibilità di parlare e di esprimersi». 
La risposta di Papa Montini a quanti nella Curia romana lo pregavano di bloccare l’iniziativa in nome della mancata reciprocità, dicendogli: «A noi in quei Paesi non consentono di costruire neanche una cappellina o di esporre una croce, e dovremmo permettere che costruiscano una moschea sotto le finestre del Papa?». Paolo VI fu lapidario: «La Chiesa non si abbassa a questi livelli». Vale a dire: non è che il mancato rispetto della libertà religiosa da parte di certi Paesi può far sì che noi ci comportiamo allo stesso modo. 
Fu Papa Montini a dare un contributo decisivo nella tormentata e discussa redazione della Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, il documento che sancì un cambio significativo nell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti delle altre religioni, con il passaggio dalla “tolleranza” al riconoscimento che la libertà religiosa è un diritto umano e nessun uomo può essere costretto a professare una religione o impedito a seguire il proprio credo. 
Del resto proprio Papa Montini, pochi anni prima, in un discorso pronunciato di fronte a una delegazione di musulmani ugandesi durante il suo viaggio in Africa per rendere omaggio ai primi martiri cristiani africani uccisi alla fine dell'Ottocento dai re che professavano le religioni tribali, era arrivato a fare un paragone mai più ripetuto, associando al martirio anche dei credenti musulmani: «Noi siamo sicuri di essere in comunione con voi», disse rivolgendosi agli esponenti di fede islamica nella nunziatura di Kampala, «quando imploriamo l'Altissimo, di suscitare nel cuore di tutti i credenti dell'Africa il desiderio della riconciliazione, del perdono così spesso raccomandato nel Vangelo e nel Corano». Aggiunse: «E come non associare alla testimonianza di pietà e di fedeltà dei martiri cattolici e protestanti la memoria di quei confessori della fede musulmana, la cui storia ci ricorda che sono stati i primi, nel 1848, a pagare con la vita il rifiuto di trasgredire le prescrizioni della loro religione?». (...)
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