«[con la complicità di una canzone di Aznavour e di un calice di vino]
Da sempre c'è qualcuno/a dei miei amici/amiche che decide (o cui capita) di mettere al mondo un figlio/a.
Naturalmente ogni volta la notizia mi allieta. Poi tra me, in solitudine, penso che forse no, non è una cosa così lieta. Penso che occorre un certo grado di incoscienza per saturare ancora di più un pianeta già così saturo di umani e delle loro nefandezze.
Stasera, con le complicità di cui sopra, questo schema di pensiero si è rifatto vivo. Un po' si è incrinato e un po' si è chiarito. Conseguentemente mi sono detto che: 1) la mia coscienza di quell'incoscienza è data da una catena casuale di coscienze-incoscienze che ha prodotto anche me, dunque perché io sì e un altro no? 2) son certo (ho fede che) tutti gli amici "incoscienti" faranno sì che la loro incoscienza biologica si tramuti in maggior coscienza culturale; 3) ma soprattutto: la mia coscienza attuale viene comunque interpellata dalla coscienza potenziale di chi nascerà che mi chiederà conto del senso del mio ragionamento, e che potrà anche dirmi: "guarda che io sarò migliore di te". E forse potrà anche dimostrarmelo, e affondare i miei solidi argomenti anti-natalisti. 
Si tratta di fede, più che di logica. Almeno credo.
Ora però non so più che faccia farò, che emozioni proverò, quando qualcuno mi darà la lieta notizia.
Quella che Hanna Arendt esaltava come l'unica vera buona novella: "Un bambino è nato fra noi [...] Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare".
Magari qualcosa di nuovo».
Mario Domina, su FB, 20.10.2018