È bello ciò che è buono 
di Nunzio Galantino 
«La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira più che negli occhi di colui che la vede» (K. Gibran). È proprio vero, la bellezza è difficile da riconoscere e da godere senza uno sguardo interiore. È difficile almeno quanto coglierne fino in fondo la radice semantica perché sempre la bellezza tende a comunicare un mistero, una promessa; non sopporta atteggiamenti predatori. E non c’è luogo esclusivo per la bellezza. Nella bellezza si sperimenta qualcosa di infinito, che spinge oltre fino a far sperimentare la pochezza delle parole. 
Il latino bellus (bello), dal quale deriva bellezza, è diminutivo di una forma antica di bonus (buono), prossimo al nostro “carino”. Nella cultura greca arcaica, la bellezza indica l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. È concepita come un valore assoluto donato dagli dèi all’uomo ed è spesso associato alle imprese di guerra dell’eroe omerico. Il fatto che il termine si origini dalla sostantivizzazione di una coppia d’aggettivi (bello e buono) contribuisce ad associare la bellezza non solo a ciò che è bello per il suo aspetto esteriore. Essa è connessa anche al comportamento moralmente buono.
Si capisce allora perché la bellezza – quella vera - è un mistero che ci raggiunge, avvolge e trasfigura. Essa trova dimora, ad esempio, nella natura non violata, nel volto di un bambino non abusato, negli occhi di una madre, nelle mani di un padre che lavora, nel bisturi di un chirurgo che opera, nella donna rispettata nella sua femminilità e nella sua dignità, nel giovane che prepara con passione il suo futuro. Qui abita e chiede di essere riconosciuta e incontrata la bellezza.
Ma essa deve poter trovare dimora anche nelle nostre città perché «una città brutta – ripeteva D. Turoldo – abbruttisce gli uomini». Proprio come abbrutisce e impoverisce una chiesa brutta, un governo brutto, una scuola brutta. Prima e oltre che di ministri del culto, uomini di governo, insegnanti o altro, il nostro mondo ha bisogno di “diaconi della bellezza”.
«Ciò che oggi ci occorre è un sussulto, una fascinazione, un innamoramento, l’emozione per la bellezza racchiusa nel frammento” (A. Casati).
La verità senza bellezza è gelida, è teorema, è assetto dottrinale, non fa trasalire il cuore. Il bene stesso e la virtù, senza bellezza, diventano pesanti, finiscono per soffocare. 
Senza bellezza, la vita si riduce a vuota teatralità, a coreografia perfetta ma senz’anima: parole proclamate, canti urlati, gesti ripetuti. Senza occhi che scrutano e cuore che batte non c’è bellezza. 
«La bellezza è per i ricercatori di fessure, di soglie segrete, di fili pressoché invisibili. Soglie non tanto da varcare con animo predatorio, ma su cui sostare, da cui intravvedere e provare emozione, commozione. La bellezza è per i ricercatori di un oltre, quelli che hanno resistito alla seduzione della quantità, della grandezza esteriore, dell’esibizione» (A. Casati).
in “Il Sole 24 Ore” del 24 settembre 2017