La pace è fragile ed è nelle nostre mani 
di Ernesto Olivero 
In questi ultimi giorni ho riflettuto molto sul tempo che stiamo vivendo. Siamo circondati da incertezza, toni sopra le righe, slogan urlati. Al di là delle idee di ognuno, il momento politico attuale è delicatissimo, ma è il cuore delle persone il vero campo di battaglia. Alcuni amici mi hanno raccontato di essere stati testimoni di episodi di intolleranza, di chiusura, in luoghi normali: un autobus, la strada, un incontro di giovani. C’è tanta rabbia in giro, non siamo capaci di cogliere le sfumature della realtà, puntiamo il dito, cerchiamo un nemico facile. In fondo tutto questo ci rassicura, ci fa stare tranquilli nelle nostre certezze, ma alla fine ci blocca. 
Mai come oggi, ho capito che il male che vive dentro e fuori di noi può vincere. Il male che passa per bene, che può andare in prima pagina e affascinare. Il male che ti fa credere che ci siano condottieri capaci di risolvere ogni problema. (...)
Noi abbiamo scelto, anche tra le lacrime, di essere una porta aperta, per poter fasciare le mille situazioni di fatica, di disagio, di solitudine che ci hanno interpellato. Quante difficoltà, quanta frustrazione, ma anche quanto dolore alleviato. Non ho mai pensato che accogliere lo straniero, dare da mangiare all’affamato, essere vicino a un carcerato fossero cose semplici da fare. Ho toccato con mano l’inadeguatezza, la paura, ma anche l’istinto della natura umana che giudica a prescindere, rincorre il proprio io, non vuole scocciature. No, non è mai stato facile, ma su questo terreno ci giochiamo la vita. Non lo dico io, lo dice Gesù quando con parole semplici e meravigliose ci fa capire che cos’è per lui l’amore. Non un sorriso, non una pacca sulle spalle, ma un fatto concreto. «Ero straniero..., avevo fame..., ero carcerato...». 
Dovremmo ricordarcelo sempre quando anche ragioni valide ci portano a pensare il contrario, a chiuderci, a dire basta. (...) È un modo per educarci e ricordare che la storia può ripetersi e che la pace è fragile, ma è nelle nostre mani.
in “Avvenire” del 15 novembre 2018