«Arrivammo su uno proprio così. Saltai giù dal vagone senza guardare. Un salto alto, troppo alto per una bambina di quattro anni... Ogni tanto chiudo gli occhi e sono qui. Mi restano immagini 'spezzate'. La gente si cercava, si chiamava. Lo faceva a voce alta, quasi strillando. C’erano i cani che abbaiavano e i tedeschi con le divise di pelle...». Era il 4-4-44, il quattro aprile del 1944. Con Andra c’era la mamma e Tatiana, la sorellina due anni più grande. Laggiù nascosto dalla nebbia c’è un caseggiato di mattoncini. «Ci fecero spogliare. Ci tagliarono i capelli. Ci diedero tre vestitini. Poi ci scoprirono il braccio destro e ci tatuarono un numero. 76483... Quel giorno ci separarono dalla mamma. Quando la rividi, qualche settimana dopo, aveva già cambiato aspetto. Rapata. La faccia scavata. Mi faceva quasi paura». Andra torna alle 'sue' cinque cifre. Le ripete quasi meccanicamente: 76483. «Non ho mai pensato di toglierle. Di cancellarle. Di nasconderle. Quel numero fa parte di me. È mio. Ogni tanto lo tocco. È il segno che ce l’ho fatta...». 232mila bambini sono entrati ad Auschwitz Birkenau, ma solo cinquanta sono sopravvissuti.
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