"Si fanno, talvolta, molti incontri, dibattiti e discorsi per chiedersi che cosa fare per essere maggiormente adatti ai nostri tempi, quali riforme attuare, che cosa è indispensabile modificare nella Chiesa... quasi che, in tutto questo discorrere ecclesiastico, Cristo fosse sullo sfondo come un assente, come un morto. (...) Una tale consapevolezza dovrebbe indurre a vedere con lucidità che non si può oggi essere davvero in uscita se non si ritrova proprio un tale centro, che si tratta di trasmettere ad altri. 
In un contesto nel quale si era tutti "normalmente" cristiani non si poneva il problema di dove partire per annunciare il Vangelo. Si trasmetteva, per così dire, tutta l'impalcatura del cristianesimo, con naturalezza e contando su una società che era almeno formalmente cristiana. Ma oggi è indispensabile che la Chiesa e le comunità cristiane siano capaci di mostrare il cuore del cristianesimo, in un contesto nel quale si hanno spesso forti pregiudizi su di esso e non si sa più in che cosa consista. A che varrebbe proporre tutta una raffinata e radicale riflessione etica se non si sa su che cosa si fondi, dove appoggia? (...)
Che cosa capiterebbe nelle nostre parrocchie, se delle persone bussassero chiedendo di voler conoscere il cristianesimo e farne l'esperienza partendo dai fondamenti? Potremmo trovarci a dover ammettere di essere così abituati a dare per scontato il cuore del Vangelo, che poco o nulla del molto che facciamo è realmente capace di introdurre qualcuno ai fondamentali della fede cristiana". 
di Roberto Repole, in “Vita Pastorale” del marzo 2019