Una bellezza che ci appartiene 
di José Tolentino Mendonça 
Mi piace pensare che la stessa radice etimologica colleghi, in greco, l’aggettivo 'bello' ( kalós) e il verbo 'chiamare' ( kaléo). La bellezza appare così come una chiamata. Ogni vocazione umana è la risposta all’attrazione di qualcosa (o di qualcuno!) che ci chiama. Senza questo appello fondamentale la nostra vita sarebbe priva di motivazione, e sempre più distante dalla sua realizzazione autentica. La verità è questa: se la gioia dell’incontro, se la sorpresa di un innamoramento, di un «Che bello!» gridato con il cuore, non precede le rinunce o i sacrifici, questi non genereranno che tristezza, rigidità, rigorismo e frustrazione. La vita non comincia con l’etica, ma con l’estetica. Procede non per obbligo, ma grazie alla forza dell’attrazione. 
Nella vita non si va avanti per decreto. 
Come nella parabola di Gesù, il punto di trasformazione è la scoperta della perla nascosta o del tesoro nel campo. 
Solo così sperimenteremo che «dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore». La vita umana non è statica, ma piuttosto estatica. La vita è estasi, movimento, desiderio di unirsi all’oggetto dell’amore. Si consuma per una passione che germogli da una bellezza capace di illuminarci. 
Eppure, apparteniamo a un tempo e a una cultura che sembrano aver rinunciato alla bellezza. Per riscoprirla dovremo probabilmente abbracciare il silenzio e la lentezza dei cammini meno frequentati.
in “Avvenire” del 2 aprile 2019