La Parola e le parole 
di Angelo Reginato 
(...) I tempi sono un contenitore troppo vasto, riempito da esperienze differenti e divergenti. Inoltre, la loro posta in gioco perlopiù ci sfugge, sul momento; solo dopo, a distanza di anni, emerge con una certa chiarezza che cosa è veramente accaduto. Non abbiamo la diagnosi a portata di mano; dobbiamo aspettare il verdetto dello specialista, che si pronuncia dopo aver visionato tutti gli esami a cui è stato sottoposto il paziente. Nel frattempo, però, possiamo svolgere l’umile mansione del medico di base, che ascolta e raccoglie i sintomi, che tenta di offrire una prima interpretazione sulla base dei dettagli emergenti. Una responsabilità non da poco, sempre a rischio di errore; non per questo meno necessaria: i verdetti sicuri giungono sempre troppo tardi! Nella mia parziale auscultazione del presente, mi colpisce un sintomo, che provo a sottoporre a quanti hanno a cuore una spiritualità per questo nostro tempo. 
Oggi, mi sembra che imperversi il linguaggio breve, quello dello spot, dello slogan, della battuta. 
E questo tipo di linguaggio dà voce a una forma di pensiero all’insegna della velocità, del sarcasmo e del cinismo. Un linguaggio affermativo, spesso da tifoseria, che semplifica e non è guidato da un bisogno di coerenza. Non è, di per sé, una novità: le parole sono fragili e in ogni epoca gli esseri umani le cambiano con disinvoltura, le svuotano di significato, le falsificano e se le rimangiano. 
Eppure, è come se, oggi, il caso serio della parola si imponesse alla nostra attenzione con maggior forza. Quando sentiamo una notizia, non sappiamo più se sia vera o inventata. E noi stessi, a volte, cadiamo in questo uso disinvolto delle parole, facendo circolare notizie non verificate, parlando male delle persone, indulgendo al pettegolezzo e al giudizio. 
Ora, una chiesa, e cioè un gruppo di persone che si riunisce intorno alla Parola, non dovrebbe avere nel sangue una particolare sensibilità per le parole? Il suo Dio si serve delle parole umane per comunicare il suo progetto di salvezza. Senza le parole, la vita diviene muta e anche Dio tace. Per questo, penso che occorra porre attenzione alla questione del linguaggio, assumendoci la responsabilità e la cura delle parole. Che si traduce nel rifiutarsi di usare le parole distrattamente, in modo superficiale. Chi considera la Parola come il tesoro più prezioso, sente come propria la sfida di ritrovare una sapienza del parlare all’insegna della cautela, dell’attenzione a non ferire l’altro, del desiderio di offrire parole buone, come quelle che Dio rivolge a noi. 
Le parole tessono la trama quotidiana del nostro vivere. Varrà la pena interrogarsi su come parliamo; se dobbiamo purificare il nostro parlare, facendolo nascere dal silenzio e dall’ascolto, rendendolo meno simile alla chiacchiera e più essenziale. 
Alla stregua dei medici condotti, possiamo solo fare attenzione ai sintomi e interrogarci su come far fronte al disagio. (...)
in “Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 5 aprile 2019