«La mia idea è questa: «davanti al dolore degli altri» è sbagliato ritenere che non si determini più un moto di altruismo e un sentimento di commozione e di empatia. E, forse, non è nemmeno la «quantità» e l’intensità della sofferenza provata a venire ridimensionata. È, bensì, la nozione stessa di «altri» a essere drasticamente e, talvolta persino crudelmente, rimpicciolita. La solidarietà si fa corta, cortissima, e si concentra all’interno di un perimetro sempre più ridotto, mentre l’egoismo (ovvero l’indifferenza) sembra dominare l’intero spazio al di là di quegli strettissimi confini.
A determinare quest’accelerato restringersi della nozione di «altri» è una crisi talmente violenta da indurre a pensare che solo noi e la nostra piccola cerchia (di familiari, parenti, colleghi, membri della stessa comunità o corporazione o etnia) saremo in grado di salvarci. È da qui che nasce il sovranismo, e non viceversa. E c’è un ulteriore elemento che concorre a questo processo, rendendo così incerto e indistinto l’universo di immagini che compongono gli altri. Quelli che non siamo noi. Ecco l’intuizione della Sontag in quel libro introvabile. Interrogandosi sul modo in cui la bufera di immagini di brutalità e di morte ci influenza, l’autrice non si domanda solo se questa ci renda spettatori più partecipi oppure più indifferenti. La competizione fra i due sentimenti possibili di rifiuto o viceversa di insensibilità rispetto alla violenza mostrata in centinaia e centinaia di fotografie e di video, rischia di nascondere una più essenziale questione.
«Non si dovrebbe mai dare un noi per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri», scrive Sontag. Chi siamo noi che guardiamo, che ci sentiamo quasi investiti da quella massa di informazioni visive che portano in superficie le conseguenze rovinose della carneficina di uomini su altri uomini? Se non partiamo da questa fondamentale domanda ogni immagine, per quanto puntuale e minuziosa nel testimoniare dell’orrore, rischia di semplificare, di reiterare, di creare «l’illusione del consenso». Un esempio: sino alla fine della guerra nei Balcani, le stesse fotografie di corpi straziati e di bambini uccisi dai bombardamenti venivano mostrate sia nelle conferenze di propaganda serbe che in quelle croate. Bastava modificare la didascalia e quelle morti potevano essere piegate a sostenere tesi opposte. Ecco il punto: liquidare la storia dietro le immagini significa renderle generiche e anonime. Significa svuotarle di senso, ridurle a retorica, illanguidirne la carica evocativa. Insomma, significa liquidare la politica nell’unica accezione in cui la politica può limitare e curare il dolore nostro e degli altri. Con parole diverse, dare un volto ai naufraghi».
Luigi Manconi, Corriere della Sera, 6.04.2019
https://www.corriere.it/19_aprile_06/luigi-manconi-identita-solidarieta-massa-altri-noi-98c6cc80-587e-11e9-b545-f1ad2b75f4fe.shtml?fbclid=IwAR28aJHkcAZWa6LuNMfDPvUwSZvaBBnko5vRgll_N955DZl_WwWw8kGdR3k