L’intolleranza in sala d’attesa 
di Concita De Gregorio e Maria Batticore 
«Eseguo annualmente controlli medici per una brutta, bruttissima, malattia avuta da ragazza. In principio erano controlli settimanali, poi per fortuna, con il tempo, si sono diradati sempre di più. L’ospedale è rimasto comunque la mia seconda casa, un luogo in cui mi sento a mio agio, in cui mi sento protetta. Nutro un profondo rispetto per i pazienti e gli accompagnatori nelle sale d’attesa degli ospedali; corridoi e stanze silenziose, sguardi schivi. 
Queste attese sono diverse dalle altre; rievocano velocemente demoni sopiti e dolori del passato che fanno a pugni con pensieri razionali, la fiducia nella ricerca o semplicemente la speranza. L’altro giorno ad aspettare eravamo in 5, tutte donne, il silenzio è rotto da una discussione dal tono un po’ alterato tra una signora con accento dell’est e l’operatrice all’accettazione. Sembra che la signora si fosse presentata ad una visita che però in precedenza aveva cancellato; questo secondo quanto diceva l’operatrice. Secondo la paziente, invece, la visita non era mai stata cancellata. La signora fa presente che non si sarebbe mai sognata di annullare l’appuntamento che le era stato dato, anche perché per essere presente aveva dovuto prendere una giornata di ferie dal lavoro. Mi colpisce da subito il tono un po’ aggressivo e accusatorio dell’operatrice all’accettazione, per intenderci: se si fosse rivolta a me in quel modo, avrei chiesto prima di tutto di moderare i toni. Ma la cosa che mi lascia davvero esterrefatta è che quando la signora viene invitata in un ufficetto per chiarire la questione, dal niente esplode in sala d’attesa un chiacchiericcio non solo ingiustificato, ma terrificante: "Vengono a casa nostra e pretendono di avere anche ragione!", dice una ad alta voce e un’altra ribatte : "E ci sono anche quelli che ce li vogliono!". E aggiunge la terza: "Che poi se ti rubano in casa non puoi neanche sparargli!". Sono rimasta in silenzio, scombussolata dalla valanga di considerazioni inopportune e terribili vomitate in pochi secondi, non ho voluto rispondere temendo di aizzare ancora più insofferenza, ma dopo me ne sono terribilmente vergognata. Eppure credevo che almeno nelle sale d’attesa degli ospedali vigesse una tacita solidarietà e che la cosa più importante, a prescindere da chi può aver commesso l’errore (può capitare davvero a chiunque), sia magari, trovare una rapida soluzione». 
Maria Batticore , 36 anni, napoletana trapiantata a Siena, due lauree, da tempo in cura
in “la Repubblica” del 6 ottobre 2019