«Il nostro vivere - in ogni giorno e non solo in avvento - deve rendersi attento nell'ascolto, protendendosi nell'attesa di Dio in ogni suo quotidiano svelamento. Ed è un modo di atteggiarsi e di essere che va al di là della preghiera e della sacra liturgia.
È un mettersi in ascolto delle cose più umili e degli eventi in apparenza più insignificanti che invece - tutti - significano la venuta di Dio, nei nostri giorni. Se non coltiviamo questo perenne ascolto è illusorio pretendere che esso si accenda all'improvviso allo scattar del calendario, sia pure liturgico. Occorre invece alimentare un modo di essere costante che, in avvento, si esalta e, dall'ascolto degli avventi di ogni giorno passa all'ascolto dell'avvento assoluto (e pur storico) della nascita terrena del Dio del cielo.
Il Natale, secolarizzato in un'umana celebrazione della natività, non è l'immagine, pur tenera, del bambino Gesù, nella sua culla di paglia, tra gli animali leggendari, Maria adorante e un Giuseppe invecchiato, per tranquillizzare i fedeli. E tanto meno è il folclore delle nostre luminarie, la coda che abbiamo aggiunto alla stella (il Vangelo non parla di cometa) e i presepi di cartapesta, coi fondali di carta e i paesaggi animati da presenze improbabili, con una collezione di arti e di mestieri esercitati stranamente nella notte. Anche i presepi che si allestiscono nelle nostre parrocchie sono spesso rappresentazioni pittoresche che ben poco hanno di storico e di sacro, per non dir poi di teologico».
Adriana Zarri