L'equivalente greco del latino mitis (dolce, tenero, maturo) - riferito a un frutto, ma detto anche di una persona - èpràos, riferito a un cavallo domato, mansueto. Lo si dice però anche di un uomo. (...) La parola greca non descrive tanto la gentilezza o la mansuetudine esteriore, quanto la pacificazione interiore; non il modo di comportarsi di una persona, ma il suo atteggiamento interiore. (...) La persona mite è una lottatrice. Non si arrende di fronte alle ingiustizie e alla prevaricazione perché i miti non sono i rassegnati, i rinunciatari o i remissivi. Piuttosto che un rifugio consolatorio, la mitezza è una qualità umana attiva, che domanda il mettersi in gioco come persone e non come personaggi. Non avendo rinunziato alla ragione, la persona mite la fa valere con fermezza e audacia, senza ricorrere alle armi della tracotanza dei gesti e della prepotenza delle parole.
Si impara la mitezza e si cresce in essa misurandosi con perseveranza con quanto la vita pone sulla propria strada. Questo esercizio fa della mitezza il frutto maturo di ascesi e di conquista. Espressione di una grande libertà interiore, che permette di accostarsi alla realtà e agli altri senza pregiudizi. (...)
«L'uomo mite - diceva Martini - è colui che, malgrado l'ardore dei suoi sentimenti rimane duttile e sciolto, non possessivo, interiormente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà».
Nunzio Galantino, in "Il Sole 24 Ore " del 8 dicembre 2019