«Come in una letale reazione chimica, quattro parole innocue possono mutarsi in una parolaccia: "Abbiamo sempre fatto così". Il seguito è sottinteso: dunque non c'è alcun motivo per cambiare né abbiamo alcuna intenzione di farlo. La frase viene annodata come un cappio al collo di chi ha osato proporre un cambiamento: nell'azienda, nel partito e nel sindacato, nell'associazione, nel gruppo di amici, in parrocchia, nella Chiesa. Al lavoro o nel tempo libero. Accade, per fortuna, che a qualcuno venga un'idea nuova che a lui pare brillante, perché potrebbe risolvere un problema ritenuto irrisolvibile, o migliorare la produzione e la vita in comune, facendo guadagnare tempo, risparmiare fatica e perfino dare gioia. Idee simile sgorgano di continuo, è sicuro. Ma poche riescono a sopravvivere perché strangolate in culla: "Abbiamo sempre fatto così". Discorso chiuso. Per Grace Murray Hopper, matematica americana celeberrima in patria e tra gli informatici, è addirittura "la parola più pericolosa in assoluto". (...)
La maggioranza della gente è conservatrice. Una volta costruito il proprio bozzolo, il posto di lavoro, il ruolo, la mansione, la direzione di qualcosa, investono ogni energia per conservarla così com'è, e ogni novità è una minaccia. Se sono un gruppo, smettono addirittura di pensare per evitare che sorga un'idea nuova: tante teste, nessun cervello. Oppure sono attanagliati dal terrore della privazione: chi introduce la novità vuole il mio posto? La novità causerà un cambio nell'organizzazione a mio danno? Altra reazione frequente: sì, bello, ma tanto non funziona.
Nei casi estremi, in certi ambienti la creatività è avversata come sinonimo di anarchia, disordine, baratro. L'inventiva è bizzarria e disorientamento. Nulla deve cambiare mai. Non capiscono, costoro, che ogni struttura composta da individui che si danno un obiettivo – azienda, famiglia, impresa, associazione sportiva o di volontariato, parrocchia... – si regge sull'equilibrio della bicicletta. Se la bicicletta sta ferma, cade (...)».
di Umberto Folena, "Avvenire" 1.12.2019