Credente ateo*
di Aldo Antonelli
È da tempo che mi porto dentro una lotta che si fa sempre più dura tra il credente e il non credente: una lotta dura ma, devo dire, anche bella ed entusiasmante. I due personaggi dentro di me si vanno purificando e fecondando a vicenda.
Il non-credente fa sì che la fede resti alta e impegnativa, disintossicandola da tutti gli «ismi» che la possono inficiare: assolutismi, relativismi, devozionismi, religionismi, ritualismi... Il credente, a sua volta, libera il mio ateismo e la mia laicità dalle derive riduzionistiche dei loro altrettanto deleteri «ismi»: indifferentismo, qualunquismo, menefreghismo, pessimismo, nichilismo. Una convivenza difficile ma entusiasmante, come amava ripetere il card. Martini: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano puntualmente domande pungenti e inquietanti l'uno all'altro. Solo dando voce con pazienza e con metodo a queste due voci si può raggiungere la propria maturità umana e cristiana».
Non sono solo, quindi, in questa distretta, esistenziale distretta, in cui la mia fede non dorme mai sonni tranquilli, né può scorrere sicura lungo gli argini già tracciati di una religiosità pacificamente acquisita. Al di là della benedizione di un cardinale, poi, trovo la compagnia di un laico impegnato come Pietro Scoppola, studioso della coscienza religiosa moderna che, in quello che possiamo considerare

il suo testamento spirituale, scrive testualmente: «Il non credere non mi sembra che debba essere per il credente uno spazio tabù, uno spazio da rimuovere come una tentazione: gli spazi del credere e del non credere sono gli spazi comuni a tutti gli uomini pensanti: sono gli spazi comuni della condizione umana del resto ben presenti nella Bibbia». (Un cattolico a modo suo, Morcelliana 2000 p. 54).
Sono in compagnia anche con padre Balducci che in una delle sue omelie ebbe a dire: «Ogni autentica fede è atea (...). La fede è sempre in se stessa negazione di Dio e di tutte le qualità che gli si attribuiscono in quanto esse appartengono al sistema culturale conosciuto». ( Andrea Cecconi: In nome dell'uomo, p. 40).
L'ateismo libera la fede dal «Dio necessario », che si impone all'uomo rubandogli la sua libertà! Non più il dio che si impone come necessità logica a sostegno della razionalità filosofica, o come necessità ontologica a giustificazione dell'esistenza del mondo, o come base morale a fondamento dell'etica. Bensì un Dio «gratuito» che si propone all'incontro della libera accettazione: «ecco, io sto alla porta e busso» (Apocalisse 3,20).
In questo nuovo «sitz im leben», per dirla con Hermann Gunkel, appare quanto mai blasfemo e aberrante il ricorrente vezzo, in campo clericale, di consacrare una determinata realtà come volontà di Dio, legittimando un dato di fatto come un diritto e un prodotto umano come un principio divino.
E non risulta affatto contraddittoria la bellissima risposta che Ernst Bloch diede a Jurgen Moltmann che dopo una sua conferenza gli chiedeva perplesso: «Signor Bloch, lei è ateo, nevvero?». E Bloch rispose: «sono ateo per amor di Dio». Risposta che a qualcuno può sembrare molto «spiritosa » e che io, invece, trovo molto profonda e molto carica di Spirito! Quello stesso Spirito che tormentava il cuore di padre Turoldo e che, pregato, fioriva sulla sua bocca come poesia: «Fratello ateo, nobilmente pensoso, alla ricerca di un Dio che non so darti, attraversiamo insieme il deserto. Di deserto in deserto andiamo oltre la foresta delle fedi, liberi e nudi verso il nudo Essere e là dove la Parola muore abbia fine il nostro cammino»
in "Rocca" n.2 del 15 gennaio 2020

(*) La prima idea è stata quella di titolare queste riflessioni con la dizione «Credente e Ateo». Ma poi ho pensato che quella «e» era di troppo: più che una «aggiunzione» di dialettica e di conflittualità avrebbe potuto significare una «congiunzione » irenica di bassa lega, se non addirittura creare confusione. Meglio «Credente ateo», là dove «credente » figura come sostantivo e «ateo» come aggettivo, nel senso che «ateo» sta ad indicare una modalità, laica, di coniugare la «Fede» in un mondo adulto.