Benedire con il «tangere»
di Gianfranco Ravasi
C'è nel Vangelo di Marco una pagina che segna in modo inequivocabile l'originalità di Gesù e la sua discontinuità dal terreno del giudaismo (...): l'incontro con un malato particolare, il lebbroso, un'affezione dai risvolti non solo clinici (era ritenuta fortemente infettiva) ma anche etico-religiosi. Infatti, per la cosiddetta "teoria della retribuzione", secondo la quale a ogni delitto corrisponde una punizione, questa sindrome era anche il sintomo di una colpa vergognosa segreta che rendeva il malato uno "scomunicato". Per questo era relegato nelle periferie degradate, ospite di caverne, segregato tra gli immondezzai, come nel caso di Giobbe, colpito da «piaga maligna».
II libro biblico delle norme sacrali, il Levitico, non aveva esitazioni: «Il lebbroso indosserà stracci, starà a capo scoperto, si velerà la barba e andrà gridando: Impuro, impuro!» (13,45-46). Era, quindi, socialmente un cadavere ambulante, schivato con orrore dai sani, timorosi di essere infettati non solo fisicamente ma anche moralmente e sacralmente. Ecco, invece, la scelta scandalosa di Cristo: «Commosso profondamente, tese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii purificato!». Quel gesto, in nome della compassione, viola le norme socio-rituali e quella mano che tocca, quasi ad assumere su di sé il male, diventa un segno provocatorio e liberatorio. (...)
Punta l'obiettivo su questo verbo, il "toccare". Tra parentesi, il greco haptomai ricorre 39 volte nel Nuovo Testamento, mentre chéir, la "mano" ben 177 volte. Il tatto, un senso primordiale che rivela prossimità e reciprocità (...). C'è nei Vangeli un toccare taumaturgico per guarire o benedire, c'è il contatto compassionevole e tenero, c'è il sostegno della parola che arricchisce e scioglie i significati del gesto, c'è il riflesso tattile del desiderio (...).
in "Il Sole 24 Ore " del 10 novembre 2019