Dodici interviste ad altrettanti teologi, studiosi di scienze umane, operatori pastorali, per definire meglio cos’è l’omosessualità per la Chiesa di oggi, ricordando quanto Papa Francesco ribadisce in Amoris laetitia (250) e cioè che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare “ogni marchio di ingiusta discriminazione” e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza»; attenzione che si estende alle loro famiglie a cui va assicurato «un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita».
"Chiesa e omosessualità", di Luciano Moia, coordinatore redazionale del mensile di «Avvenire» “Noi famiglia & vita”, come recita il sottotitolo è un’inchiesta alla luce del magistero di Papa Francesco (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2020, pagine 206, euro 18). (...) Ecco le risposte dell’intervista fatta dall’autore al cardinale arcivescovo di Bologna.

«Papa Francesco in Amoris laetitia, e successivamente il Sinodo dei giovani nel Documento finale, sintesi molto equilibrata ed esigente, invita i sacerdoti, e tutti quelli che seguono pastoralmente le persone, ad accompagnare tutti quanti a conoscere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita. Se leggiamo tutta l’esortazione, e in particolare il capitolo 8, ci rendiamo conto che questo invito è per tutti, non solo per le persone omosessuali. Il Papa, e la Chiesa con lui, non è interessato a portare le persone a osservare delle regole esteriori, per quanto buone in sé e opportune. Il suo interesse è di aiutare le persone a fare la volontà di Dio; cioè entrare in relazione personale con Dio, e da Lui ascoltare la Parola opportuna per la vita di ciascuno. Infatti, ciascuna persona potrà realizzare questa Parola di Dio — unica per tutti — nella pienezza che le è propria; quella pienezza possibile iscritta nella propria natura e soprattutto nella propria storia.

Quella di Dio, infatti, è una Volontà incarnata nella storia della persona, è la Sua volontà che compie la nostra. Non dobbiamo quindi

relativizzare la legge, ma renderla relativa alla persona concreta, con le sue specificità. La pienezza della volontà di Dio per una persona non è la stessa per altre. Ciò che è veramente disatteso dalle nostre comunità, in fondo, è l’ascolto profondo della persona nelle sue situazioni di vita; non guardiamo la persona come la guarda Dio, in modo unico, e per questo non siamo capaci di accompagnare le persone a trovare la propria e originale pienezza di relazione con Lui. Quando nelle nostre comunità cominceremo davvero a guardare le persone come le guarda Dio, allora anche le persone omosessuali — e tutti gli altri — cominceranno a sentirsi, naturalmente, parte della comunità ecclesiale, in cammino.

Non c’è bisogno di una pastorale specifica. C’è bisogno di uno specifico sguardo sulle persone; su ogni persona prima delle categorie. Dobbiamo fare attenzione a non definire le persone a partire da una loro caratteristica — per quanto profondamente legata alla loro identità — ma dobbiamo guardare la persona in quanto tale; e come cristiani la dobbiamo guardare come figlia di Dio, nel pieno diritto, cioè, di ricevere, sentire, e vivere l’amore di Dio come ciascun altro figlio di Dio. La pastorale deve fare questo e solo questo. Unica, unitaria deve essere la pastorale della comunità cristiana; essa deve aiutare le persone a vivere da figli di Dio in un’unica famiglia dove ciascuno è simile ma diverso; dove la diversità di ognuno è un dono per la ricchezza della comunità, dove si vive la vera vocazione della nostra vita che è essere suoi, santi.

Quali sono i rischi di un’integrazione di tutti — persone omosessuali comprese — nella pastorale ordinaria? Sono forse maggiori dei rischi che una famiglia corre nel cercare di integrare creativamente le particolari diversità (a volte molto “particolari”) di ciascun figlio? La vita della comunità e della famiglia è dinamica, spesso conflittuale; ma come si può esercitare la carità, l’amore di Dio, se non viene messo alla prova anche dalla conflittualità?

La dottrina della Chiesa distingue tra orientamento e atti; ciò che non possiamo “accogliere” è il peccato espresso da un atto. L’orientamento sessuale — che nessuno “sceglie” — non è necessariamente un atto. Inoltre, esso non è separabile dall’identità della persona; accogliendo la persona non possiamo prescindere dal suo orientamento. Ma anche nel caso in cui una persona conduca uno stile di vita contrario alla legge di Dio, non dovremmo accoglierla? Cosa vuol dire accogliere? Vuol dire forse giustificare? Se Gesù avesse avuto questo criterio, prima di entrare nella casa di Zaccheo avrebbe preteso la sua conversione. Prima di accompagnare la Samaritana all’adorazione di Dio in Spirito e Verità le avrebbe chiesto di regolarizzare la sua situazione matrimoniale. Gesù si è comportato così? Ma giustamente questo non significa che una certa “discriminazione” non sia necessaria, anzi è auspicabile: il “discrimine”, la “differenza” cioè, che la persona — abbracciata dall’amore di Dio che non discrimina — riesce a fare tra la sua vita di peccato e senza amore, e la sua nuova vita dove l’amore — quello vero, la carità di Dio — trasforma la persona, le sue relazioni, e la sua esistenza.

Questo hanno fatto Zaccheo, la Samaritana e tanti altri, grazie all’amore senza condizioni di Dio. Egli ci trasforma facendoci sperimentare il suo amore. E questo ci porta a comprendere e poter vivere nella pienezza della legge: farsi amare da Lui e seguirlo».

di Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna - 03 luglio 2020
https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-07/guardare-la-persona-come-la-guarda-dio.html