Non solo il rito e il culto
di Severino Dianich
«La singolare esperienza di questi mesi, che ha privato i fedeli e i loro pastori della comune celebrazione liturgica, è una opportunità di ripensare il senso del sacerdozio cristiano, quello comune e quello particolare dei ministri ordinati. Ci si è sentiti tutti smarriti, e i preti più di altri, per non poter celebrare insieme i riti della fede: un parroco mi diceva di sentirsi tristemente inutile. Se riascoltiamo l'Apostolo, possiamo comprendere in cosa veramente consista il sacerdozio: «Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui». Con sorpresa, ci sentiamo dire che lo scopo del sacerdozio, piuttosto che celebrare riti, è «proclamare le opere ammirevoli di Dio». Eppure, non dorremmo sorprenderci: nella messa crismale, la grande rentrée di quest'anno nella solennità dello spazio celebrativo, abbiamo ascoltato le parole di Gesù che si dichiara il "consacrato dall'unzione", in quanto mandato a «portare ai poveri il lieto annuncio» (Le 4,18). La Lettera agli Ebrei enuncia con forza che Gesù è il solo vero sacerdote, ma ci tiene a precisare che Gesù apparteneva a una tribù «della quale nessuno mai fu addetto all'altare»: della sua tribù, infatti, quella di Giuda, «Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio» (Eb 7,14). In perfetta coerenza gli Apostoli e i loro collaboratori mai si sono attribuiti la qualifica di sacerdoti, bastando a loro presentarsi come annunciatori del vangelo di Gesù. Con tutto ciò, il Nuovo Testamento non disconosce affatto il dovere di rendere lode a Dio e di implorare la sua grazia nella celebrazione del culto. La comunità cristiana, come Gesù ha voluto (Mt 28,19), si costituisce in forza della grazia datale nella celebrazione del battesimo e si riconosce come corpo di Cristo «nello spezzare il pane e nelle preghiere» (Atti 2,42). La fede cristiana, però, ha operato un decisivo spostamento di accenti nella concezione del sacerdozio e della ritualità. Paolo esalta la grazia dell'apostolato, che gli è stata data, quella di essere il leitourgòs Christoù Iesoũ, il «ministro di Cristo Gesù tra le genti». La sua liturgia è «il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio». Egli presenta a Dio, come un

sacerdote all'altare, quella «offerta gradita, santificata dallo Spirito santo» che è la vita di fède dei credenti ai quali ha predicato il Vangelo (Rm 15,16). Per l'Apostolo, infatti, la loghikè latreía, il vero autentico culto da rendere a Dio, è l'offerta del proprio corpo, cioè la dedizione della propria vita all'amore di Dio e dei fratelli (Rm 12,1). Egli percepisce anche la colletta organizzata per i poveri di Gerusalemme come «l'adempimento di questo servizio sacro» (2 Cor 9,12). Mi sembra che ce ne sia abbastanza per riempire la vita e l'anima di un vescovo e di un prete, ben aldilà della sola celebrazione del culto, con la gioia di poter parlare del Vangelo ai fedeli, animare le opere di carità, testimoniare la presenza della fede nella società e diffonderla nella popolazione in mezzo alla quale egli vive. Le testimonianze della Sacra Scrittura che abbiamo raccolto, meritano di costituire la base vitale più importante di un'autentica spiritualità sacerdotale, sia di tutta la comunità cristiana che dei suoi pastori. Prima e dopo di una celebrazione, così come in sua assenza, il sacerdote cristiano nella sua vita di ogni giorno testimonia «le opere ammirevoli di Dio», porta «ai poveri il lieto annuncio», esercita «il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio» e i pastori della Chiesa, alla fine, presentano con gioia a Dio l' «offerta gradita, santificata dallo Spirito santo» che è la vita cristianamente vissuta dalle loro comunità. È ben di più, nelle situazioni straordinarie come quella che ci è stata data di vivere, del rifugiarsi in celebrazioni nelle quali prete e popolo non si guardano in faccia nel loro dialogo di fronte a Dio e non si nutrono alla stessa mensa dello stesso pane. Abbiamo bisogno di uscire, con più vigore e chiarezza di convinzioni, da una tradizione pesante, che neanche il concilio Vaticano II è ancora riuscito a far superare, per la quale solo il prete dovrebbe essere detto sacerdote. Neppure il vescovo veniva chiamato così nella tradizione postridentina, perché l'ufficio proprio del vescovo non sarebbe quello sacerdotale, che ha in comune con i preti, ma quello della potestas iurisdictionis, cioè l'esercizio dell'autorità. Il concilio Vaticano Il ha recuperato il senso del sacerdozio comune a tutti i fedeli, il valore della loro partecipazione attiva nella liturgia e il significato integrale del sacerdozio dei ministri ordinati, consistente nella predicazione della parola di Dio, nella guida pastorale della comunità, così come nel potere di consacrare l'eucaristia. Il Concilio, inoltre, non manca di precisare che «tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione del Vangelo» (LG 25) e che «i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il vangelo di Dio seguendo il mandato del Signore: "Andate nel mondo intero e predicate il Vangelo a ogni creatura" e possono così costituire e incrementare il popolo di Dio» (P0 4). Non solo all'altare si è sacerdoti e si rende culto a Dio, ma anche nell'accogliere i poveri, nel confortare i sofferenti, nel dialogare con i dubbiosi, nell'assumersi le responsabilità sociali e nelle innumerevoli incombenze dell'animazione e della guida della comunità».
in “Vita Pastorale” del luglio 2020