"Quando si cambia un prete" - 5
Quando si cambia un ministro ordinato, non lo si fa per fargli fare carriera e dargli "territori" sempre più grandi o "titoli" sempre più altisonanti.
E nemmeno per retrocederlo o confinarlo.
Prendiamo in prestito le parole di Paolo Rodari, su "La Repubblica" del 2 agosto 2020: «papa Francesco porta a Casa Santa Marta un nuovo segretario, don Fabio Salerno, 41 anni, calabrese, cresciuto nell'Accademia ecclesiastica di piazza Minerva, rione Pigna, cuore di Roma, dove si formano i diplomatici della Santa Sede. Salerno, infatti, ha esperienze diplomatiche in Nunziature e Missioni permanenti, come anche in Segreteria di Stato. Queste sue caratteristiche sono utili al Papa che come altro segretario ha scelto lo scorso gennaio il "prete di strada" uruguayano Gonzalo Aemilius. Così, a Santa Marta, Bergoglio unisce il profumo dei barrios sudamericani e l'esperienza della scuola diplomatica romana.
Aemilius prima, Salerno oggi, vanno a cambiare totalmente la squadra dei primi collaboratori del Pontefice: Alfred Xuareb prima, Fabiàn Pedacchio Leàniz e Yoannis Lahzi Gaid poi, infatti, dopo alcuni anni a fianco del vescovo di Roma sono tornati alle loro occupazioni precedenti. Si tratta di un mutamento notevole rispetto ai pontificati passati.
Un cambio nel nome della normalità. Francesco non si è portato dall'Argentina un suo segretario. Non ne aveva di esclusivi lì, non ne ha qui: i suoi collaboratori a Santa Marta lavorano part-time, uno di mattina, l'altro di pomeriggio, e con incarichi a tempo. La scadenza è un aiuto affinché gli incarichi siano vissuti nella sola ottica del servizio. Nessuno, oggi, può pensare di lavorare in curia per guadagnare posizioni di potere e di mantenerle a vita. Non è altro che «un normale avvicendamento di persone, disposto da Francesco per i collaboratori della curia romana», ha spiegato non a caso ieri il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni parlando della nomina di Salerno.
Non è un mistero per nessuno che negli ultimi pontificati i segretari papali abbiano assunto un ruolo centrale. Stanislaw Dziwisz aveva accompagnato Wojtyla fino alla morte divenendo negli ultimi anni il suo braccio e la sua voce. Così Georg Ganswein è stato costretto a interpretare, prima e dopo la rinuncia di Ratzinger, un ruolo di filtro significante che l'ha esposto anche oltre i suoi stessi desiderata. Con incarichi a tempo, invece, tutto ciò tende a non accadere, la normalità inizia ad abitare nelle sacre stanze, a beneficio anzitutto dei diretti protagonisti. Difficile, per tornare al passato recente, che di qui in avanti un segretario papale al termine del pontificato divenga arcivescovo o addirittura cardinale per diritto acquisito».
don Chisciotte Mc, 4.08.2020