Contemplazione. Rapiti da scelte profetiche
di Nunzio Galantino
«Contemplazione. Una delle parole e delle pratiche che meno sembra appartenere alla nostra società che, nella migliore delle ipotesi, la relega in luoghi ritenuti privi di vita vera e la considera estranea ai suoi ritmi e alle sue esigenze. La nostra, infatti, è una società sempre meno avvezza a nutrirsi di parole sensate, nate dalla fecondità del silenzio, e di gesti che sgorgano dalla gratuità di sguardi attenti e prolungati.
La parola contemplazione deriva dal latino "contemplari" (guardare a lungo, con stupore e ammirazione), formato dal suffisso "cum" e dalla parola "templum", spazio di cielo che l'"augure", indovino dell'antica Roma, circoscriveva col suo bastone sacro ("lituo") per osservarvi il volo degli uccelli ed effettuare delle divinazioni.
Dall'osservare il volo degli uccelli, contemplare passò a significare più in generale lo sguardo interiore, intenso e continuo, su qualcosa, su una proposta o su una parola. Soprattutto quest'ultima, se rivelata o ritenuta tale.
La lingua ebraica, per indicare l'esperienza contemplativa, ricorre a locuzioni equivalenti al nostro "alzare gli occhi" e fa uso della particella "wehinnèh", che accentua l'effetto di sorpresa e di imprevedibilità che accompagna la contemplazione. Nel mondo greco, ai verbi "orao" e "theoréo" è affidato il compito di esprimere le due caratteristiche dello sguardo contemplativo: l'intensità e la persistenza.
Liberata dai limiti dell'idealismo classico e dell'attivismo moderno, la contemplazione si presenta come la forma più alta della vita intellettuale e spirituale dell'uomo. È l'esperienza interiore di chi, abitando in maniera intensa e prolungata il proprio templum, giunge alla consapevolezza necessaria per interpretare la storia personale e quella comunitaria. (...)
in "Il Sole 24 Ore " del 30 agosto 2020