Amare vuol dire scoprire la parte di follia che è in tutti noi
di Umberto Galimberti
"Tra Platone e Freud", una lectio di Umberto Galimberti al Festival della bellezza.
Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu? Se lo domanda lo psicoanalista americano Stephen Mitchell in L'amore può durare? Il destino dell'amore romantico (ed.o Cortina). La domanda non è retorica. Segna piuttosto un ribaltamento radicale circa il modo di considerare l'amore, quasi sempre pensato come qualcosa in possesso dell'Io, qualcosa di cui l'Io può disporre. Per questo nessuno crede fino in fondo all'altro quando dice: «Io ti amo». Amore non è una faccenda dell'Io.
L'ultimo a ricordarcelo, in ordine di tempo, è stato Freud quando ha detto che «l'Io non è padrone in casa propria», perché inconsce sono le forze che determinano quelle che l'Io considera sue scelte. Ma prima di Freud a cogliere nell'amore ciò che viola l'integrità dell'Io è stato Platone che nel Simposio (192 c-d) scrive: «Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio». Amore appartiene all'enigma e l'enigma alla follia che abita l'altra parte di noi stessi, e a cui si può accedere non con le parole ordinate dalla razionalità dell'Io, ma con il collasso dell'Io, che non oppone più resistenza all'irruzione di quel passaggio trasfigurante la sua abituale dimora che è il passaggio di Amore.
E qui la direzione del discorso si lascia intuire. Amore non è solo godimento di corpi, Amore è molto di più. Occupando, come scrive Platone, «il posto intermedio tra l'uno e l'altro estremo», Amore si fa

interprete tra la ragione che l'Io presiede e la follia che nel sottofondo lo abita. Non quindi un rapporto tra due amanti, come si è soliti credere, ma tra la parte razionale di ciascuno dei due e la rispettiva parte folle. Non ci si innamora infatti di chiunque, ma solo di colui o colei capace di svelare la nostra parte folle che ci affascina e al tempo stesso ci inquieta. Quando questo accade i due sono già messi a nudo prima ancora che si tolgano le vesti.
Ma che ne è dell'Io e dell'altra parte di sé quando Amore li accoglie? Se Amore, come Platone ce lo ha descritto, non è tanto un rapporto con l'altro, quanto una relazione con l'altra parte di noi stessi, quindi un cedimento dell'Io per liberare in parte la follia che lo abita, assistendo al cedimento del nostro Io, con la sua presenza, come la levatrice durante il parto, l'altro aiuta la nostra ri-nascita. C'è in Amore un'intenzione generativa, dice Platone: «Porta fuori quel fondo nascosto di cui ciascuno è gravido ponendo fine alle doglie».
Concedersi ad Amore, allora, non è concedersi l'uno all'altro, ma concedersi a quel paesaggio insolito e atipico che dispone l'uno e l'altro, al di là dei propri gesti e delle proprie intenzioni, al contatto con la propria follia, grazie alla cui immersione l'Io riemerge diverso da come era entrato. Per questo ogni storia d'amore, comunque finisca, bene o male, trasforma il nostro Io, che non è più quello che conoscevamo prima di quella storia. Il contatto con la propria follia l'ha modificato. Per questo, leggendo Platone, capiamo che amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l'anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svegliati. Amore è violazione dell'integrità degli individui, è toccare con mano l'altra parte di noi stessi, dove il nostro Io «non è padrone in casa propria».
in "La Stampa" del 15 settembre 2020