Ambrogio contro il capitale
di Gianfranco Ravasi
Memore dell’ingiustizia verso Naboth, il vescovo denunciò l’idolatria della proprietà privata e la filantropia troppo ostentata
Quando papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (nn. 119-120) ha riproposto questa tesi, è partita la solita carica di strali da parte di alcuni teologi improvvisati e di agnostici devoti che vi vedevano fumo di comunismo. Si tratta del primato della destinazione universale dei beni a cui dev’essere subordinata come strumento operativo la proprietà privata, assunta dai citati avversari a dogma supremo. In realtà, il pontefice non faceva che allinearsi a una tradizione cristiana secolare che impugnava persino la sferza, come il celebre Padre della Chiesa orientale san Giovanni Crisostomo che nel IV secolo non esitava - nella sua opera dedicata al povero Lazzaro della parabola evangelica ( Luca 16,19-31) - a dichiarare che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri perché quanto possediamo non è nostro, ma loro». Se vogliamo, però, giungere ai nostri giorni, ecco san Giovanni Paolo II che nell’enciclica Centesimus annus (1991) ribadiva che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». Per lui il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale».
Papa Francesco nella citata "Fratelli tutti" formalizzava questa tesi tradizionale: «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati... Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongano sopra quelli prioritari e originari, provandoli di rilevanza pratica».
In questa linea proponiamo ora la forte attestazione di uno dei grandi Padri della Chiesa d’Occidente, che aveva alle spalle un’importante carriera politica di governatore imperiale. (...) Su questa base biblica (1Re 21) Ambrogio - che, non lo dimentichiamo, era dotato di una forte personalità - tesse la sua vivace e perentoria applicazione dai risvolti politico-sociali, denunciando l’idolatria sclerotica della proprietà privata a scapito e non in funzione della destinazione universale dei beni. «Fin dove stendete, o ricchi, i vostri insani desideri? Abiterete forse da soli la terra?... La terra è stata costituita bene per tutti, ricchi e poveri: perché dunque, o ricchi, arrogate a voi il diritto di proprietà del suolo?». Sono, queste, alcune delle righe di apertura di questo scritto dalle pagine roventi, sempre proclamato a tono alto, striato di sdegno e rivolto incessantemente ai detentori di terreni, di possessi, di beni voluttuari che ignorano la folla dei miserabili che non digiunano come atto rituale bensì solo per necessità. Anche una certa filantropia ostentata come una onorificenza è spazzata via persino con sarcasmo.
Continua, infatti, Ambrogio: «Tu non dai al povero del tuo, ma gli restituisci del suo. Tu da solo ti appropri di ciò che è stato dato a tutti, perché tutti lo usassero in comune. La terra è di tutti, non solo dei ricchi... Tu dunque restituisci il dovuto, non elargisci il non dovuto». Questa sarà anche la voce della Chiesa successiva sulla scia del vescovo di Milano, tant’è vero che un paio di secoli dopo un papa, Gregorio Magno nella sua Regola pastorale, giungerà al punto di definire «delinquenti per la rovina del prossimo» i praticanti di una generosità pelosa e ipocrita, perché «quando offriamo qualcosa che sia necessario ai poveri, rendiamo loro ciò che è già loro, non diamo ciò che è nostro, compiamo un debito di giustizia, non adempiamo a un’opera di misericordia». (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 6 giugno 2021