#Vanità
di Gianfranco Ravasi
"Quel che ci rende insopportabile la vanità degli altri, è il fatto che offende la nostra".
"Lo zero, non volendo andar in giro nudo, s’è vestito di vanità".
Un grande repertorio di spunti tematici sono le Massime di quello scrittore moralista secentesco che fu François de La Rochefoucauld. È attingendo a quell’opera che proponiamo il primo motto. Siamo sempre pronti a ironizzare sulla vanità degli altri e lo facciamo tenendo ben dispiegata la raggiera del nostro pavoneggiarci. «Io, sì, che avrei ragione di vantarmi per quello che faccio»: è il sottile e inconfessato retropensiero che in quel momento ci percorre mente e cuore.
La seconda frase che abbiamo citato e che continua il tema è desunta dai Miserabili, il notissimo capolavoro di un altro scrittore francese, Victor Hugo. La vanagloria è il sontuoso abbigliamento di chi è in realtà uno zero. Vacuo, fatuo, inconsistente, eppure capace di farsi credere solido, ragionevole, pacato, sostanzioso: è questo il ritratto di molti in un tempo segnato dall’apparenza, dall’acconciatura, dall’agghindarsi esteriore. Peggio ancora quando la vanità diventa superbia, boria, presunzione sprezzante, millanteria arrogante. Il fanfarone può essere patetico, ma il megalomane può essere pericoloso e delirante. Si dovrebbero, invece, rincorrere piuttosto questi aggettivi un po’ desueti: modesto, semplice, umile, schivo, riservato, misurato…
in “Il Sole 24 Ore” del 26 settembre 2021