Ponte. Saper dare più valore all’alterità

di Nunzio Galantino
(...) L’etimologia della parola ponte rimanda alla radice path, conservata nel sanscrito panths col significato di via, sentiero, cammino. A questi significati, il greco póntos aggiunge - si pensi! - quello di mare, visto come unica possibilità di stabilire relazioni per una qualsiasi realtà insulare.
Sta di fatto che, negli ambiti più diversi, è dato registrare la contrapposizione tra chi si spende per costruire ponti e chi invece innalza muri, fisici e metaforici. Molto più rumorosi sono i secondi, che privilegiano prospettive animate dalla paura dell’altro e dal bisogno di mettere al sicuro il proprio territorio da pericolose contaminazioni. Polarizzati entrambi in comportamenti che talvolta arrivano al dileggio e alla reciproca delegittimazione.
La scelta di farsi costruttori di ponti ha poco di romantico e molto di audacia creativa, che può coltivare solo chi, come scrive Ivo Andri, «ha incontrato un ostacolo e non si è arrestato». Né dinanzi alla particolare configurazione del terreno o di una realtà idrografica né di fronte a chi o a tutto ciò che è alterità.
In ogni caso, il ponte non è un simbolo facile. E costruire un ponte è sempre una sfida, che appare in tutto il suo realismo quando la generica metafora del ponte prende il nome e assume il volto di realtà che attraversano la nostra vita di singoli o di comunità. Il ponte infatti, oltre a unire due sponde e a rendere possibile il transito dall’una all’altra, crea situazioni e relazioni nuove e impreviste. Queste reclamano sempre attenzione e assunzione di responsabilità. Ma anche sana ostinazione, soprattutto quando i ponti da costruire riguardano le sponde che caratterizzano la nostra vita interiore o quella delle comunità alle quali apparteniamo. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 5 dicembre 2021