Un invito a cena
di Carlo Maria Martini
Abbiamo invitato a cena Khalil. È un amico egiziano. L'abbiamo aiutato qualche anno fa, quando era appena arrivato, con la sua povertà un po' spaventata, la sua dignità e serietà che ci avevano molto colpito. L'abbiamo aiutato a smontare i pregiudizi in cui resta impigliato chiunque riveli con il colore della pelle e con il suo italiano approssimativo di provenire da un paese povero.
Non è che abbiamo fatto molto per Khalil: solo gli abbiamo indicato un appartamentino che poteva prendere in affitto e gli abbiamo detto: "Se ti serve qualche cosa, noi siamo qui".
Non ha mai avuto bisogno di molto: qualche indirizzo, qualche spiegazione su usi, costumi, leggi, qualche aiuto per decifrare modi di dire, parole difficili, per sbrogliare qualche complicazione burocratica. Soprattutto ci ha chiesto un po' di tempo: per stare insieme, per passare pomeriggi di Domenica senza sentirsi troppo solo e troppo perso.
Così si è creata una certa familiarità e qualche volta lo invitiamo a cena. Ci ha aiutato a scoprire che cosa meravigliosa sia l'ospitalità. Eravamo - anche noi - piuttosto diffidenti ed esitanti: forse una certa indefinibile paura (di che cosa, poi?) o piuttosto l'imbarazzo di fronte a quell'universo sconosciuto fatto di deserto e di povertà, di lingue sconosciute e di un cielo senza nubi: tutto quanto stava scritto sul volto scuro di Khalil. Appena però è entrato e ha regalato pistacchi ai ragazzi e ha fatto i complimenti alla cuoca (che sarei poi io) per il profumino che veniva dalla cucina (Khalil di mestiere fa il cuoco) è sembrato che i mondi stranieri fossero fatti solo per incontrarsi. È stata una serata molto divertente quella prima volta in cui fu ospite da noi. E così anche stavolta l'abbiamo invitato, per scambiare gli auguri di Natale. Anche lui, 'sto pover'uomo, aveva un regalo per noi.
Ha scartato il suo pacchetto sotto lo sguardo incuriosito dei ragazzi. Deve aver subito intuito la loro delusione: era un'icona, di quelle a buon mercato, però ben fatta. Rappresentava la SS. Trinità, i tre angeli seduti a mensa.
Ma con il fascino del suo accento straniero e l'astuzia che lo caratterizza riuscì a tenere tutti incantati mentre la spiegava.
La spiegava press'a poco così:
Khalil. "Ditemi: che cosa rappresenta questa icona?".
Stefano: "Sono tre angeli".
Khalil: "E che cosa fanno?".
Stefano: "Niente, sono seduti".
Marco: "Sono seduti per bere: c'è una coppa; e tutt'intorno il deserto".
Laura: "No, stanno prendendo una decisione difficile. Si guardano negli occhi; sembrano anche un po' tristi e preoccupati!".
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Khalil: "Come tristi? C'è tutta una luce, una pace".  
Laura: "No, sono tristi! Guarda le facce".
Khalil: "E perché sono tristi?".
Stefano: "Forse aspettano qualcuno e quello non arriva mai!".
Laura: "No, devono prendere una decisione difficile".
Marco: "Che sciocchezza! Non ho mai sentito parlare di angeli tristi!".
Laura: "Tu non capisci niente. Gli angeli sono tristi perché gli uomini sono cattivi".
Khalil: "Forse però Stefano ha ragione, aspettano qualcuno, sono preoccupati perché non arriva mai. Aspettano qualcuno per cominciare il banchetto. E chi possono aspettare?".
Marco: "Aspettano che il pranzo venga servito. Sulla tavola c'è solo una coppa. Forse aspettano il padrone di casa che è andato a prendere il pane e la carne".
Stefano: "No, non hanno fame. Non hanno neanche il tempo di mangiare: hanno in mano il bastone per il viaggio, devono partire presto".
Laura: "Forse aspettano un amico per fare il viaggio insieme".
Khalil: "E chi è questo amico?".
Marco: "Come si fa a saperlo?".
Khalil: "Voglio svelarvi il mio segreto: questi tre personaggi aspettano un amico. E questo amico, guardate un po', sono proprio io che sto guardando. Vedete, qui davanti c'è un posto vuoto per sedersi. È quello preparato per me. Io, Khalil, sono straniero in questa terra, ma voi ora mi avete invitato a cena. Perciò io mi sono sentito come un amico atteso: per me avete preparato un posto a tavola. Io perciò non sono più straniero. I tre angeli siete voi: Marco, Laura, Stefano".
Marco: "Ma noi non siamo angeli: anzi Stefano qualche volta è un diavoletto e Laura è una strega".
Laura: "Senti chi parla! E tu allora!".
Khalil: "No, voi non siete angeli, ma quando accogliete un amico e trattate uno straniero come un ospite di riguardo, voi assomigliate agli angeli di Dio, anzi assomigliate a Dio. Chi sa? forse questi tre non sono angeli, ma sono i tre personaggi che Abramo invitò a fermarsi sotto la quercia e rappresentano il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo".
Laura: Questa icona la voglio mettere nella mia stanza".
Marco: "No questa icona starà qui, dove accogliamo gli amici, in sala da pranzo".
Stefano: "Sì, sì, in sala da pranzo".
Khalil: "Sì, forse in sala da pranzo è meglio, ogni volta che ci siederemo a tavola guardando l'icona potremo pensare: ecco sono come l'amico atteso dagli angeli, sono come l'ospite di Dio".
 
In effetti la cena era pronta e ho dovuto interrompere la spiegazione: i ragazzi si litigavano per stare vicino a Khalil, per sentire le sue storie e ridere dei suoi accenti sbagliati. E lui sorrideva con i suoi bei denti bianchi e i suoi occhi furbi.
Accogliendo un ospite d'Egitto, ci è stata regalata la gioia d'immaginarci in qualche deserto, ospiti di Dio. Non m'è parso vero di poter mettere in tavola dei datteri.
 
Carlo Maria Martini, Diario di una mamma nella novena di Natale, 5-8