Invito a cena alla tavola di Gesù 
di Tomaso Montanari 
La prima cosa che gli uomini donarono a Gesù fu del cibo. Prima ancora dei simboli dei Re Magi (l’oro della regalità, l’incenso della divinità e la mirra del dolore), arrivarono infatti i formaggi e il latte dei pastori, nella notte di Betlemme. 
La cosa dovette fargli piacere, e, da grande, Gesù accettò volentieri gli inviti a cena. Almeno una volta fu lui a offrire un pranzo. Fece le cose in grande: a tavola c’erano almeno cinquemila persone. E si mangiò del pesce! 
Tanti artisti hanno rappresentato le affollate cene di Gesù da grande, ma quasi nessuno ci ha fatto vedere quelle private e intime: quando era un bambino, nella cucina della casa di Nazareth
Quasi quattrocento anni fa, ci ha provato Jacques Callot in questa dolcissima incisione: ordinata come un pensiero di Cartesio, illuminata come un quadro di Caravaggio. 
Questa piccola scena è proprio un quadro, ma dipinto in bianco e nero. Con una punta al posto del pennello. E non solo in un esemplare: ma in tantissimi. Così, più grazie ad un artista che ad un 
predicatore, molte persone hanno potuto capire che Gesù era proprio un essere umano normale: in una casa normale, seduto a una tavola normale
Maria e Giuseppe hanno già finito di mangiare (e la frutta è già in tavola), mentre Gesù, come tutti i bambini, è stato più lento. Ha ancora il piatto davanti, e il babbo lo aiuta a bere, da un bicchiere più 
grande di lui.
Ma cosa mangiava Gesù in casa sua? Cosa cucinava la sua mamma, Maria? 
Nessuno lo sa, ma ciascuno di noi può immaginare quella tavola speciale, magari facendosi guidare dalla cucina della terra di quella famiglia: Israele e la Palestina. 
Ma noi, in Italia, abbiamo una via tutta speciale a quella cucina. Penso alla tradizione degli ebrei di Roma: una comunità che affonda le sue radici proprio nel popolo e negli anni di Gesù. 
E siccome l'arte serve anche a far correre l'immaginazione, si può pensare che a quella tavola si siano appena consumati – che so – dei carciofi fritti. Fritti interi: quelli che a Roma si chiamano appunto «alla giudia», cioè fatti al modo della comunità ebraica. È bello fantasticare che, tra le rose e i gigli di Maria, non mancassero anche questi specialissimi fiori croccanti di carciofo. 
E se i cristiani avessero capito che dire «alla giudea» o dire «alla maniera della casa di Gesù» era la stessa cosa, la storia degli ultimi duemila anni sarebbe stata un’altra storia.
Jacques Callot, La Sacra Famiglia a tavola (incisione, 1628)
in “il Fatto Quotidiano” del 23 dicembre 2013