Si credono, si sperano, si amano



«Si credono le cose che si sperano.
Si sperano le cose che si amano. 
Si amano di più le cose che ancora non sono e che la speranza fa così belle.
La fede scopre l'invisibile,
la speranza si afferra all'intoccabile,
la carità si abbandona all'amore.
Pre tre strade si arriva a Lui,
tre sono i volti di Colui che non ha volto».
Primo Mazzolari

Incarnazione

 "La bellezza del mondo non è distinta dalla realtà del mondo".
Simone Weil

Fammi sentire come parli di...


«Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio».
Simone Weil - Q IV 182-183

Quanto tempo ci mettiamo per tradurre!!

«L’inizio del lavoro risale in realtà al 1988, quando si decise di rivedere la vecchia traduzione del 1971, ripubblicata nel 1974 con alcune correzioni. Fu istituito un gruppo di lavoro di 15 biblisti coordinati successivamente da tre vescovi (prima Costanzo, poi Egger e infine Festorazzi), che sentì il parere di altri 60 biblisti. A sovrintendere questo gruppo di lavoro c’erano naturalmente la Commissione episcopale per la liturgia e il Consiglio permanente, all’interno del quale era stato creato un comitato ristretto composto dai cardinali Biffi e Martini e dagli arcivescovi Saldarini, Magrassi e Papa. Questo Comitato ricevette e vagliò anche la proposta di una nuova traduzione del Padre Nostro e, tra le diverse soluzioni, venne adottata la formula «non abbandonarci alla tentazione», sulla quale in particolare ci fu la convergenza di Martini e Biffi, i quali come è noto non sempre si ritrovavano sulle stesse posizioni. Ora, il fatto che ambedue avessero approvato questa traduzione fu garanzia per il Consiglio permanente, e poi per tutti i vescovi, della bontà della scelta. Eravamo ormai nell’anno 2000....» (continua a leggere: https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/ii-padre-nostro-ecco-come-cambia-in-italiano

Celebrare

Originalità


«Tu dici le cose in modo che tutti capiscano e tutti intuiscono che solo tu sai dirle in modo così chiaro».

Scritto bene e fa riflettere

L’umanità come ditta di trasloco
di Franco Arminio
È in atto un gigantesco esodo, il più grande della storia. Non mi riferisco al dramma delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo, non mi riferisco al genocidio silenzioso causato dai sessanta milioni di persone che ogni anno si traferiscono verso le metropoli. L’esodo a cui mi riferisco è insieme serissimo e frivolo, e forse più che un esodo dovremmo chiamarlo trasloco. Si cambia casa, si va a vivere in Rete, dal condominio reale al condominio digitale. È una cosa che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Pure io sto traslocando e mentre scrivo questo articolo faccio un pezzo di trasloco, come se impacchettassi un lampadario da accendere nella nuova casa. Il trasloco avviene nei bar, per strada, nei treni, ovunque si vede un essere umano con un cellulare in mano: li chiamiamo ancora telefonini, ma sono dei tir dentro i quali ci sono tutte le nostre masserizie.
 
Dove andiamo? Abbiamo una terra promessa? C’è un Dio da seguire, ci sono tavole di una nuova legge? Niente di tutto questo. Si migra nella Rete perché qualcuno l’ha creata. Forse l’umanità quando ha capito di non poter colonizzare altri pianeti, ha deciso di creare qui sulla terra un pianeta parallello. Per arrivarci basta muovere le dita su un piccolo apparecchio elettronico ormai alla portata di tutti: tutto si può dire tranne che la Rete sia il regno dei ricchi, dei potenti. L’umanità in trasloco è composta da bidelli e avvocati, da operai e governanti, da casalinghe e intellettuali. Si procede alla spicciolata, le rotte dell’autismo corale sono infinite, ognuno avanza per la sua strada. C’è chi non è ancora partito. Ogni tanto c’è anche qualcuno che (continua: http://www.doppiozero.com/materiali/lumanita-come-ditta-di-trasloco)

Carezza evoca accoglienza in una casa

Carezza. Indispensabile tocco di vita 
di Nunzio Galantino 
La “carezza” è in genere un contatto fisico, intimo. Per estensione, con la parola carezza si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona. 
Dal latino carus (amato) o dal verbo mulcère (carezzare), la carezza non è un semplice gesto lenitivo. Evoca l’accoglienza di una casa, capace di calmare e rasserenare. Non è un caso che uno dei bisogni fondamentali del bambino, fin dalla nascita è il contatto, l’intimità fisica e la carìtia. Al pari della necessità del cibo, questi gesti sono essenziali per uno sviluppo equilibrato. 
Numerose ricerche ci dicono che la deprivazione sensoriale, sia nei bambini sia negli adulti, provoca danni anche irreparabili. Lo psicanalista Renè Spitz ha dimostrato che i neonati, se lasciati soli e privati a lungo di stimolazioni fisiche quali le carezze, possono sviluppare disturbi evolutivi o forme psicopatologiche che, in casi estremi, arrivano fino alla morte. «Un bambino che cresce senza una carezza, indurisce la pelle, non sente niente, neanche le mazzate» (E. De Luca). 
Il principio fondamentale che anima il comportamento degli

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La fede si innesta sulla fiducia umana

Ho fiducia nelSignore 
di Enzo Bianchi 
Sempre di più, lo confesso e non me ne vergogno, mi interrogo sulla fede, sulla mia fede e sulla fede dei cristiani. Che cos’è la fede? Secondo tutta la rivelazione ebraico-cristiana credere è mettere il piede sul sicuro, restare saldi, aderire a… Questa fede può nascere solo dall’ascolto (cf. Rm 10,17) di una parola di Dio che giunge al cuore umano e, nella forza dello Spirito santo, porta a rispondere: “Io aderisco, credo, ho fiducia nel Signore”.
Affinché sia possibile accogliere questo dono di Dio, occorre solo avere un cuore aperto, esercitato alla fiducia negli altri, nella vita, nel futuro, un cuore non indurito dal callo della sfiducia. 
Sì, la fede può innestarsi sulla fiducia umana! Proprio per questo nei vangeli troviamo delle affermazioni di Gesù che ci stupiscono e suonano paradossali. Si pensi a quando Gesù afferma apertamente di aver trovato più fede in un centurione pagano che in Israele (cf. Mt 8,10;Lc 7,9), il popolo dei credenti nel Dio diAbramo, di Isacco e di Giacobbe; o alle sue parole rivolte alla donna cananea, siro-fenicia: “Donna, grande è la tua fede!”(Mt 15,28).
Per questo mi domando: qual è la mia fede? Sono disposto a fare un esame della mia fede, come chiede l’Apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: “Esaminate voi stessi, se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?”? La mia fede è “poca fede” (oligopistía:Mt 17,20)?, o e addirittura “mancanza di fede” (apistía:Mc 6,6;Mt 13,58), rendendomi così appartenente alla “generazione incredula” (Mc 9,19;Mt 17,17)? Se anche gli Undici restano increduli dopo aver incontrato Gesù risorto da morte, non sarò anch’io incredulo perché duro di cuore (cf. Mc 16,14)? 
Quale discepolo di Gesù devo interrogarmi e non restare tranquillo, come se la fede fosse un dato acquisito una volta per sempre. Il cammino della fede si rivela in realtà faticoso, difficile, pieno di tentazioni, ed è per questo che la fede va custodita, esercitata e soprattutto costantemente rinnovata perché non venga meno. Affinché la nostra

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Chi attende


«Promessa sposa», cioè fidanzata! Noi sappiamo che la parola fidanzata viene vissuta da ogni donna come un preludio di tenerezze misteriose, di attese. Fidanzata è colei che attende. Anche Maria ha atteso; era in attesa, in ascolto: ma di chi? Di lui, di Giuseppe! Era in ascolto del frusciare dei suoi sandali sulla polvere, la sera, quando lui, profumato di vernice e di resina dei legni che trattava con le mani, andava da lei e le parlava dei suoi sogni. Maria viene presentata come la donna che attende. Fidanzata, cioè. Solo dopo ci viene detto il suo nome.
L'attesa è la prima pennellata con cui san Luca dipinge Maria, ma è anche l'ultima. E infatti sempre san Luca il pittore che, negli Atti degli apostoli, dipinge l'ultimo tratto con cui Maria si congeda dalla Scrittura. Anche qui Maria è in attesa, al piano superiore, insieme con gli apostoli; in attesa dello Spirito (At 1, 13-14); anche qui è in ascolto di lui, in attesa del suo frusciare: prima dei sandali di Giuseppe, adesso dell'ala dello Spirito Santo, profumato di santità e di sogni. Attendeva che sarebbe sceso sugli apostoli, sulla chiesa nascente per indicarle il tracciato della sua missione.
Vedete allora che Maria, nel Vangelo, si presenta come la Vergine dell'attesa e si congeda dalla Scrittura come la Madre dell'attesa: si presenta in attesa di Giuseppe, si congeda in attesa dello Spirito. Vergine in attesa, all'inizio. Madre in attesa, alla fine.
E nell'arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l'altra così divina, cento altre attese struggenti. L'attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L'attesa di adempimenti leali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L'attesa del giorno, l'unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L'attesa dell'«ora»: l'unica per la quale non avrebbe saputo frenare l'impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L'attesa dell'ultimo rantolo dell'Unigenito inchiodato sul legno. L'attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia.
Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all'infinito.
mons. Tonino Bello, Avvento-Natale. Oltre il futuro, 46-48.

Già lì, da tempo


"Ci sono due tipi di persone al mondo:
i realisti e i sognatori.
I realisti sanno dove stanno andando. 
I sognatori sono già lì".
Robert Orben

Per riflettere (anche senza concordare con tutto il testo!)

« (...) Oggi (che è già profondamente diverso da 15 anni fa) manca un modello di prete ed è assai difficile capire cosa voglia dire “fare e vivere da prete”. L’unico modello ben chiaro che abbiamo è ancora quello di fine ottocento (quello di don Bosco per intenderci) e quindi non si fa altro che rubare da quel riferimento. Ci sono preti che rubano da quel modello ciò che pensano sia opportuno per l’aspetto educativo, altri per l’aspetto liturgico, altri ancora per l’aspetto sociale o amministrativo. Fare e vivere da prete oggi è una babele di mille cose e spesso in contrasto tra di loro.
Il problema serio è legato alla terza domanda: No, non sono capace di essere un buon testimone della vita sacerdotale. Con la mia vita non incoraggio nessuno (anzi a volte rischio di raffreddare anche quei pochi bollori che possono nascere). Mi domando spesso se stia facendo il prete, se stia vivendo da prete: la risposta è quotidianamente davanti agli occhi per il fatto che spesso non ne sono per nulla contento.
Sono un sacerdote che vive di corsa i momenti di preghiera della comunità e spesso anche senza averli preparati con le dovute attenzioni. Sono spesso triste e un po’ arrabbiato, scontroso e facile a risposte “di pancia”. Sono preoccupato per la gestione amministrativa della parrocchia che mi prende molti pensieri. Sono un manager per i dipendenti e un incapace gestore del personale.
Sono un orso nelle relazioni e profondamente disattento nei confronti della mia famiglia. Non so pregare, o meglio quando poi dovrei cercare di pregare sono stanco e anche se cerco di vincere questa conseguenza, non riesco a rimanervi fedele e attento.
Quindi se un giovane mi guarda, ovviamente gli passa la voglia di fare il prete. Lo capisco bene e condivido pienamente con lui questa conclusione.
Fare il prete è spesso un inventarsi giorno per giorno rispondendo alle innumerevoli

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Carità


«Oggi una persona su due non riesce a uscire dalla povertà e quindi è costretta a chiedere un aiuto ai Centri di ascolto per più anni di seguito, mentre prima della crisi nel 2008 era uno su tre. Costoro chiedono integrazione al reddito e aiuti alimentari. È una situazione sempre più grave, che ha colpito in modo particolare molti italiani, pensionati e anche giovani. Pare che i più fragili siano proprio i nostri connazionali». 
Articolo completo:
http://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/poverta-in-diocesi-sotto-le-macerie-della-crisi-schiacciato-un-povero-su-due-191012.html

Chiesa ancora clericale... i laici anche!


https://www.interris.it/religioni/il-card--bassetti-scuote-la-chiesa-italiana--troppo-clericale--dobbiamo-svegliarci

«Il nuovo dell'Evangelii Gaudium tarda a spuntare perché quella italiana è una Chiesa abbastanza clericale. (...) Si viene da una mentalità pregressa in cui la Chiesa era il parroco o il vescovo. Anche le persone formate come collaboratori erano figli di questa mentalità. Se era clericale il parroco lo erano anche i suoi collaboratori. Ciascuno era terribilmente attaccato al proprio ruolo e al proprio ministero. Quando in passato cambiavo un parroco mi veniva detto: 'Può cambiare anche il parroco ma qui si è sempre fatto così'. E proprio il conservatorismo è una nota tipica di noi italiani. In questo modo si fa più fatica a far emergere il nuovo. Le giovani generazioni hanno delle grandi difficoltà. Nel volontariato, infatti, ci sono tanti anziani ma pochi giovani».
«La parola sinodalità - ha ricordato il card. Bassetti - in greco significa 'andare sulla stessa strada' ed è il contrario del clericalismo. La mentalità clericale è 'io ho il compito di parroco, vescovo, catechista, animatore e questo è il mio campo'. Sinodalità vuol dire condividere insieme i doni, carismi, ministeri. Le membra della Chiesa devono essere infatti in armonia tra di loro. Spesso è più facile racchiudersi nelle proprie idee. La sinodalità richiede dunque il superamento del clericalismo. In Italia serve una Chiesa non dove alcuni hanno molti ministeri, e purtroppo siamo ancora a questo livello, ma dove molti hanno pochi ministeri in modo da poterli fare bene e in armonia tra loro».

Criterio di azione

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7,12).

Gratitudine

La meraviglia che siamo!

Brusco - Sei come sei
Sei bella così come sei (ahi che tipa!!!).
Sei bella ma non lo sai.
Ok va bene: non sarai una velina, ma così sei carina, non c’è niente che non va.
Sei cretina se non vuoi più specchiarti, perché se ti guardi non c’è niente che non va.
Una ceretta e sei perfetta; il mondo ti aspetta, non c’è niente che non va.
La tua è paura é quella, non se ne va via con la chirurgia; non c’è niente che non va.
Cerchi difetti: mentre ti specchi ti flesci gli occhi piccoli e stretti,
guardi giù i cuscinetti e non ti piace niente di ciò che metti.
Basta, la smetti, calma, rifletti, scommetti che se sorridi ti accetti?
Anzi più ridi e più sembri sexy e senti: “Posso offrirti una Pepsi?”.
Sei bella così come sei senza difetti non ti amerei.
Sei bella, ma non lo sai, quindi ti prego: non cambiare mai.
Sei bella così come sei, esattamente come vorrei.
Sei bella ma non lo sai.
Resta come

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Danzare al ritmo della tempesta

La Tempesta
Angelo Branduardi
Non c’è più vento per noi,
tempo non ci sarà
per noi che allora cantavamo
con voci così chiare.
Non c’è più tempo per noi,
vento non ci sarà
per noi che abbiamo navigato
quel mare così nero,
ma se la vita è tempesta,
tempesta allora sarà.
Non c’è più vento per noi,
tempo non ci sarà
per noi che

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Inside, outside

Dentro e fuori, tutti con la stessa dignità, tutti diversi!

La Chiesa non è un museo

La casa della vecchia zia
«Come immaginiamo, come presentiamo la Casa del Padre?
Il modello, sovente, è dato da certe case antiche, aristocratiche. Dentro, tutta roba di classe. Mobilio artistico. Tappeti persiani. Vasellame cinese. Quadri d’autore. Ritratti (tanti, troppi), cimeli, medaglie di antenati. Museo. Archivio. Vi si conservano, gelosamente, le glorie del passato.
In certe stanze è vietato rigorosamente l’ingresso. Da un’altra parte non si può andare perché è stata data la cera sul pavimento. Finestre chiuse. Imposte chiuse. Perché il sole potrebbe rovinare i delicati tendaggi. Aria che sa di muffa, di chiuso, di antichità. Non si respira. Pare di soffocare. Cartelli da tutte le parti: non toccare, non entrare, proibito far questo, vietato far quell’altro, attenti alle scarpe sporche... Guai ad alzare la voce, a cantare. C’è la vecchia zia, acida, bisbetica, che soffre di nervi... E detesta la musica moderna. Adora Bach. I discorsi, noiosissimi. Sempre le stesse cose. La stessa solfa. Ripetizione delle glorie del passato e recriminazioni sul presente: “Dove andiamo a finire?»; «Ai miei tempi...”.
Soprattutto: atteggiamento di superiorità e di disprezzo per quelli che sono fuori, che non godono dei nostri privilegi, che non hanno il nostro sangue nelle vene, che non possono vantare il nostro blasone, una razza inferiore... Guai se i figli del vicino mettono i piedi in questa casa. Potrebbero sporcare, potrebbero turbarne l’ordine rigorosamente stabilito.
Non abbiamo un po’ la tentazione a ridurla così la Casa del Padre? Una Casa di privilegiati, una specie di Museo, di archivio. Tutto in ordine. Tutto già predisposto. Soprattutto, nessuna novità. Si è sempre fatto così. Milioni di proibizioni. Un cerimoniale esatto da osservare. Tutto rigidamente stabilito. Manca l’atmosfera che dia la gioia di viverci.
Invece dovrebbe essere una Casa dalle finestre e dalle porte spalancate. Senza visi arcigni a custodirla. Una Casa in cui tutti

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Il tempo della cura


Un gesto di ribellione chiamato «pazienza» 
di Nunzio Galantino 
Giornate “piene”! Piene di incontri, di parole dette e/o ascoltate. Piene di relazioni intrecciate, rinsaldate. Ma giornate piene anche di relazioni isterilite dalla consuetudine o sfilacciate a causa di incomprensioni. È l’esperienza che tutti facciamo. La frenesia caratterizza sempre più spesso le nostre giornate rischiando di farci attraversare in maniera superficiale alcuni tornanti della nostra vita e momenti potenzialmente decisivi per essa. Tornanti e momenti della vita che meritano altra attenzione e altra cura per accorgerci che esiste un tempo, in quelle che chiamiamo “stagioni morte”, in cui tutto sembra tacito e quieto, tanto quieto da farci pensare al nulla e alla morte. 
Guardate ad esempio gli alberi d’inverno, nudi e scheletrici o il seme che abbiamo appena piantato, ingoiato dalla terra. Tutto appare silenzioso e finito. Eppure, in qualche parte invisibile e nascosta, qualcosa freme e nell’intima profondità della terra la vita si prepara. Che torto alla vita farebbe il contadino se, visto il suo albero senza più foglie, lo tagliasse inesorabilmente o se, impaziente, vangasse la terra con il suo seme. Probabilmente licenzieremmo il nostro contadino accusandolo di essere incapace e incompetente. E certamente non avremmo tutti i torti. Eppure troppo spesso nelle nostre relazioni noi facciamo come quel contadino dilettante. Appena avvertiamo silenzio e aridità decretiamo, implacabili, la fine di una relazione o la chiusura di un processo di vita. Ci comportiamo cioè come chi non sa nulla dell’attesa e della promessa di vita che porta con sé questo tempo.
Il tempo della cura. Un tempo fatto soprattutto di silenzio, riempito di gesti umili, come quelli della terra che culla il suo seme, scaldandolo e dandogli nutrimento, riparandolo dal gelo e dal becco avido degli uccelli. Un tempo fatto di minuzie che sembrano banali, ma che proteggono la vita; un tempo silenzioso, paziente, discreto come quello della linfa che lentamente sale verso i rami.
Agli occhi di chi ha fretta e di chi non conosce la scarna sapienza del travaglio, questo può sembrare un tempo senza senso, inutile come uno sterile accanirsi. Eppure proprio allora e grazie a questa cura aiutiamo la vita – la nostra vita - a crescere. E la vita – sia quella fisica sia la vita(lità) che accompagna i passaggi dell’esistenza di ognuno di noi - nasce sempre da un gesto d’amore e da una

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Aperti alla meta


Speranza. Aperti al bene futuro
di Nunzio Galantino 
Derivata dal latino spes - e, a sua volta, dalla radice sanscrita "spa" che significa «tendere verso una meta» - Speranza è l’atteggiamento interiore di attesa/aspettativa di un bene futuro, di un cambiamento positivo, di apertura di nuovi orizzonti. La speranza è fiducioso e fondato ottimismo riguardo al proprio destino o a quello di ciò che mi circonda. La speranza non è solo il contrario della disperazione. Essa è altro anche rispetto al fatalismo rinunciatario: è sempre una possibilità sempre aperta nella nostra vita. (...)
La speranza cresce con tutto ciò che sta nel mondo. È parte di esso, come è parte della vita di ogni uomo. Bisogna avere il coraggio di riaprire il vaso della vita. Bisogna continuamente rimetterci mano. «La speranza infatti – scrive G. Bernanos - è un rischio da correre. È addirittura il rischio dei rischi». Bisogna liberarla perché possa, come nel mito, ridare vita a un luogo desolato e inospitale, quale può essere anche la nostra stessa vita. Certo, non è facile, se Italo Calvino ha potuto scrivere: «Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare». (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 29 ottobre 2017

Domandiamoci


#Computer
di Gianfranco Ravasi 
«I computer sono inutili. Ti sanno dare solo risposte».
È fulminante questa battuta di Picasso, pronunciata in un tempo in cui i computer erano ancora nel paleolitico informatico. La verità della sua affermazione si è irrobustita oggi quando le “meraviglie” della virtualità sembrano non conoscere confini. I nativi digitali senza sorpresa e noi, che siamo solo migranti digitali, con qualche imbarazzo ci troviamo di fronte a panieri immensi di dati nei quali ci si può solo tuffare, spesso col rischio di annegare. Sì, abbiamo innumerevoli risposte ma tra loro contraddittorie e le nostre domande rimangono inevase, così che progressivamente ci si rassegna a spegnerle e a raccattare qua e là nella marea delle risposte quelle più “colorate” e attraenti. Oppure può accadere quello che registrava uno che di questo orizzonte s’intendeva molto, Umberto Eco: «Una volta chi doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva. Oggi schiaccia un tasto del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia».
in “Il sole 24 Ore” del 3 settembre 2017

Cecità

Ancora


«Chisciotte è scheletrico, denutrito, ardente. La sua febbre visionaria gli fa vedere occasioni per l’impresa dove invece si trascina la vita quotidiana di contrade assolate e polverose.
Ma lui è partito per riparare torti, assistere bisognosi, liberare gli oppressi e allora riesce a scorgere i maligni anche sotto le banali apparenze.
Per lui la realtà è travestimento. E ci si slancia contro per colpire le soverchianti forze della prepotenza. E finisce atterrato, battuto, a rotoloni ma si rialza, si riassesta dalle ammaccature ed è pronto per l’avventura nuova.
Non si lascia abbattere da nessuna sconfitta. È perciò invincibile, titolo che spetta non a chi vince sempre, ma a chi mai si dichiara arreso e dopo ogni batosta si batte di nuovo, ancora e a oltranza».
Erri De Luca, “Chisciottimista”

Ogni giorno


«Ecco il problema -unico- di oggi: unificare il mondo, facendo ovunque ponti ed abbattendo ovunque muri».
Giorgio La Pira - lettera del 1970

Con cura


«La vita spirituale non è forse null'altro che la vita materiale compiuta con cura, calma e pienezza: quando il panettiere svolge alla perfezione il suo lavoro di panettiere, Dio è nella panetteria».
Christian Bobin

Santi e Beati

Beatitudini quotidiane, santità quotidiana. "Oggi devo fermarmi sulla tua strada".

Predicare male

Se predicare è generare
di Marco Ronconi
Predicare male non è un peccato veniale ma mortale, così afferma la tradizione della Chiesa cattolica. (...) Gregorio Magno afferma che «con grande impegno i pastori d’anime devono far in modo non solo di non proclamare mai degli errori, ma anche di non esporre la verità in modo prolisso e disordinato, perché spesso l’efficacia della parola sfuma quando è indebolita presso il cuore degli ascoltatori da una verbosità inopportuna e incauta». (...). Il fine della parola del pastore d’anime è lo stesso del seme: concepire. Il gioco di parole è con il termine conceptus che in latino significa «concepito, generato», ma anche «concetto, idea». «Come dunque chi è affetto da flusso di seme è ritenuto immondo, così è chi si abbandona al multiloquio: contamina se stesso con ciò da cui – se ordinatamente emesso – avrebbe potuto dar vita alla prole del retto pensiero nel cuore degli ascoltatori». Non solo manca al suo ruolo di padre, ma si sbrodola in modo imbarazzante, verrebbe da dire. (...). Una predica «prolissa e disordinata», quindi caratterizzata da una «verbosità inopportuna e incauta» costituisce un peccato grave (...). Gregorio considerava anche l’ipotesi che predicare male fosse una malattia da cui era possibile guarire con le adeguate cure, tuttavia il discorso si farebbe troppo lungo. È interessante invece aggiungere che anche il suo attuale successore ha dedicato all’omelia una lunga sezione di Evangelii gaudium (nn. 110-175): pure Francesco sa che ogni domenica è a rischio non solo la pazienza del popolo, ma soprattutto la salvezza dei pastori. In un passo molto bello avverte che caratteristico dell’omelia è un particolare tipo di linguaggio, da cui dipende la «fecondità»: esso «si deve favorire e coltivare mediante la vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti. Anche nei casi in cui l’omelia risulti un po’ noiosa, se si percepisce questo spirito materno-ecclesiale, sarà sempre feconda, come i noiosi consigli di una madre danno frutto col tempo nel cuore dei figli».
Jesus, ottobre 2017

Opere più grandi


Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,12).
Solitamente viene spontaneo dire (o pensare!): "Io riesco meglio di te in questa faccenda!".
Abbiamo paura che qualcuno ci superi, appaia migliore di noi, guadagni punti agli occhi di chi ci sta vicino.
A chi si può dire: "Tu farai cose più grandi di me?".
Solo a una persona di cui non si ha paura;
solo ad una persona a cui si vuole augurare solo il meglio;
ad una persona che si ama, più della propria realizzazione personale.
don Chisciotte Mc

Non venga meno

«Quale discepolo di Gesù devo interrogarmi e non restare tranquillo, come se la fede fosse un dato acquisito una volta per sempre. Il cammino della fede si rivela in realtà faticoso, difficile, pieno di tentazioni, ed è per questo che la fede va custodita, esercitata e soprattutto costantemente rinnovata perché non venga meno. Affinché la nostra fede resti viva, occorre non solo vigilanza ma anche preghiera, invocazione al Signore perché ci renda saldi nelle avversità e nelle tentazioni. Ognuno di noi deve sentire rivolte anche a sé le parole di Gesù: “Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno” (Lc 22,32)».
Enzo Bianchi
Qui tutto l'articolo:

http://www.monasterodibose.it/fondatore/articoli/articoli-su-riviste/11873-ho-fiducia-nel-signore

Piccoli

Stupore e fede


Lo stupore. Il dono di un mondo sempre diverso 
di Nunzio Galantino 
«Non bastano bei panorami. Bisogna anche saper guardare. Oltre la bellezza, è necessario lo stupore» (D. Pirri). 
Al sostantivo “Stuporem” (acc. di stupor -oris) e al verbo latino “stupere” (“star fermo, immobile”) rimanda la parola “Stupore”. La terminazione “orem” è propria dei sostantivi verbali che indicano uno stato d’animo. Nel nostro caso, lo “star fermo” (di “stupere”) non ha un significato fisico; si riferisce piuttosto al crearsi di una condizione interiore tale da bloccare e togliere quasi la capacità di parlare e di agire. 
Dal punto di vista medico lo stupore è una forma di plasticità mentale, è una reazione o, meglio, una preliminare non-reazione del nostro corpo di fronte a un’emozione improvvisa o a una situazione imprevista. Il nostro cervello registra l’evento improvviso e inatteso inizialmente per proteggersi e difendersi. Per questo attiva amigdala e sistema limbico, che entrano in gioco quando, appunto, ci si rende vulnerabili di fronte a un potenziale pericolo. L’amigdala e il sistema limbico, successivamente, trasformano l’emozione improvvisa in stimolo per conoscere, trasformando la paura in curiosità e il pericolo in scoperta. Si attivano quindi funzioni cognitive superiori capaci di stabilire nessi tra la cosa sorprendente e quanto già si conosce. Il risultato è lo stupore. Dopo essere “rimasti di sasso” o “a bocca aperta”, si apprende qualcosa, in fretta e

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Gelosie, invidie, spaccature


«Gelosie, invidie, inimicizie, spaccature: il risentimento non è cristiano». Caino e Abele e la parola fratello. Per la prima volta nella Bibbia si usa questa parola. «Una fratellanza che doveva crescere, essere bella e finisce distrutta», commenta papa Francesco, perché comincia con «una piccola gelosia». «Caino preferì l’istinto, preferì cucinare dentro di sé questo sentimento, ingrandirlo, lasciarlo crescere», spiega papa Francesco. «Questo peccato che farà dopo, che è accovacciato dietro il sentimento. E cresce. Cresce. Così crescono le inimicizie fra di noi: cominciano con una piccola cosa, una gelosia, un’invidia e poi questo cresce e noi vediamo la vita soltanto da quel punto e quella pagliuzza diventa per noi una trave, ma la trave l’abbiamo noi, ma è là. E la nostra vita gira intorno a quello e quello distrugge il legame di fratellanza, distrugge la fraternità».
Si finisce per essere «ossessionari» dal male della gelosia. ««E così cresce, cresce l’inimicizia e finisce male. Sempre. Io mi distacco da mio fratello, questo non è mio fratello, questo è un nemico, questo dev’essere distrutto, cacciato via … e così si distrugge la gente, così le inimicizie distruggono famiglie, popoli, tutto! Quel rodersi il fegato, sempre ossessionato con quello. Questo è accaduto a Caino, e alla fine ha fatto fuori il fratello. No: non c’è fratello. Sono io soltanto. Non c’è fratellanza. Sono io soltanto. Questo che è successo all’inizio, accade a tutti noi, la possibilità; ma questo processo dev’essere fermato subito, all’inizio, alla prima amarezza, fermare. L’amarezza non è cristiana. Il dolore sì, l’amarezza no. Il risentimento non è cristiano. Il dolore sì, il risentimento no. Quante inimicizie, quante spaccature».
«Anche nei nostri presbiteri, nei nostri

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Innamorarsi

« (Apostoli,) cercate di descriverci l'esperienza che si è mossa dentro di voi! penso che insisterebbero sull'esperienza dell'andare un po' fuori di sé, un po' fuori di senno, spiegandola come un innamorarsi di qualcuno, un essere irresistibilmente attratti da qualcuno. Prima avevamo una certa stima di Gesù ed eravamo anche un po' curiosi; adesso siamo con lui, dalla sua parte, sentimo di volergli bene, sentiamo che il nostro cuore è stato preso».
Carlo Maria Martini, La gioia del vangelo, 82-83

Senza far male


"Quando si diventa forti?”, chiesi. 
Ed ella con un delicato sorriso rispose: 
“Quando imparerai a non fare del male a nessuno".
Alejandro Jodorowsky

Intelligenze


«Due tipi di intelligenza. La prima trova alimento nel ragionamento. Va dalle cause agli effetti, da una cosa alla sua conseguenza, da un inizio a una fine. La conseguenza, l’effetto, la fine, sono per essa dei luoghi di riposo. Ecco da dove sono partito ed ecco dove passero` la notte. Faccio 2 + 2 e mi addormento sul 4. Cerco, poi trovo e in cio` che trovo non c’e` niente di piu` ne´ di meno che quello che cercavo.
La seconda intelligenza ha bisogno dell’amore e non trova requie da nessuna parte. Non va da una cosa vecchia (la causa, l’inizio, il 2 + 2) a una cosa che avvizzisce non appena la si raggiunge (l’effetto, il termine, il 4). Va dall’eternamente nuovo all’eternamente nuovo, dallo sconosciuto che e` in noi allo sconosciuto che e` nell’altro. Per questa intelligenza non esiste nessuna sosta possibile, nessun risultato di cui inorgoglirsi e in cui guadagnare un meritato riposo. Non c’e` mai un risultato – ma un movimento continuo. L’amore nutre e sollecita questo movimento: piu si ama e piu` cio` che si ama e` da scoprire, cioe` da amare ancora, ancora, ancora».
Christian Bobin, Autoritratto al radiatore

Percorso Verso il Matrimonio cristiano

Oggi inizia il Percorso Verso il Matrimonio cristiano. Pensiamoci, con un sorriso (pieno di belle speranze).

Rinnovamento nel movimento

Tra capacità personali, gusto per il basket e per la musica, chiamata di Dio, servizio nelle strade... qual è il mix?!
 

Compromettere la propria pace


«Non c’è costruttore di pace che alla fine dei conti non abbia compromesso la sua pace personale, assumendo i problemi degli altri: chi non lo fa non è un costruttore di pace, è un pigro, è un comodo. Non c’è costruttore di pace – ha ripetuto il Papa – che alla fine dei conti non abbia compromesso la sua pace personale, assumendo i problemi degli altri, perché il cristiano rischia, ha il coraggio di rischiare per portare il bene che Gesù ci ha regalato come un tesoro». 
papa Francesco, udienza 11.10.2017
qui tutto l'articolo: http://www.lastampa.it/2017/10/11/vaticaninsider/ita/vaticano/assumere-i-problemi-altrui-a-costo-di-perdere-la-propria-pace-fwSXGiFfCj0kBx9WW2NlfO/pagina.html

Colleghiamoci


Collega. Insieme per obiettivo comune
di Nunzio Galantino
In modo appropriato e senza incertezze, si ricorre alla parola “collega” per indicare la persona che condivide assieme a noi il lavoro o una carica. Dal verbo latino colligere (riunire, mettere insieme), il lemma “collega” rimanda al legame che si instaura tra due o più persone per il raggiungimento di un obiettivo comune. La condivisione di una responsabilità o di un percorso o la semplice condivisione di azioni necessarie crea il legame. Un legame che genera (o può generare) la solidarietà fra “colleghi”, la voglia di dare consistenza al rapporto trasformandolo in amicizia o in piena condivisione. Con l’avvertenza che «Ritrovarsi insieme è un inizio, restare insieme è un progresso, ma riuscire a lavorare insieme è un successo» (Henry Ford). A proposito e senza voler assolutizzare, si dice che negli Stati Uniti il lavoro di gruppo sia orientato ad aumentare la produttività; mentre in Giappone, senza escludere il tema della produttività, si vede nell’attività di gruppo un modo sicuro per incrementare le abilità e le conoscenze delle persone. Questa diversità di orientamento fa emergere una differenza sostanziale nell’ “essere colleghi”. Se nel primo caso il collega agisce con gli altri per massimizzare il profitto, nel secondo, lo stare insieme tende a migliorare tutti e ciascuno. E così il tempo condiviso per il raggiungimento di un obiettivo può diventare tempo “vissuto” insieme, soprattutto se il lavoro fatto insieme diventa occasione per una relazione profonda che permane anche dopo l’esperienza lavorativa. 
Ma, quante volte ci siamo sentiti dire che il collega non è l’amico? Il primo, a differenza

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Se mi metto a cercare...

... è solo perché già sono stato trovato e questo dono mi ha messo in cammino!

Trovato, cercato


«Ciò che trovo è mille volte più bello di ciò che cerco».
Christian Bobin, Autoritratto al radiatore

Senso


«Accanto alla gratitudine, l'amicizia è una fonte del senso della vita, amicizia verso persone alle quali posso chiedere sempre, con cui posso parlare non solo dei successi, ma anche delle preoccupazioni. Gli amici si rivelano tali quando, diventato debole, posso confidarmi con loro. Del senso della vita fanno parte le persone che possono contare su di me e i compiti da svolgere. Il senso è come l’acqua in cui nuoto. Il senso evolve. Se ti fai forte per coloro che hanno bisogno di particolare protezione e ti cercano, se diventi per loro avvocato, pastore, amico, il senso si consolida nella tue e nella loro vita».
Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme

Aprire

Trascolorare

Yoogy

Entusiasta

All'erta

Accorgersi


«Più importante che cercare il Signore,

è accorgersi che Lui mi cerca».

papa Francesco, 25.09.2017

Le reti!

In alto

Come siamo


«Non vediamo le cose come sono,
ma vediamo le cose come siamo».
Anais Nin

Un'attenzione reale


«Sforzarsi senza tregua di pensare a chi ti sta davanti, prestargli un’attenzione reale, costante, non dimenticarsi un secondo che colui o colei con cui tu parli viene da un altro luogo, che i suoi gusti, le sue idee e i suoi gesti sono stati plasmati da una lunga storia, popolata di molte cose e di altre persone che tu non conoscerai mai. Ricordarsi in continuazione che colui o colei che guardi non ti deve nulla, non è una parte del tuo mondo, non c’è nessuno nel tuo mondo, neppure tu. Questo esercizio mentale – che mobilita il pensiero e anche l’immaginazione – è un po’ duro, ma ti conduce al più grande godimento che ci sia: amare colui o colei che ti sta davanti, amarlo per quello che è, un enigma – e non per quello che credi, per quello che temi, per quello che speri, per quello che ti aspetti, per quello che cerchi, per quello che vuoi».
Christian Bobin, Autoritratto al radiatore

E' certezza evangelica... se si apre al dialogo!


Certezza. Lo scegliere consapevoli 
di Nunzio Galantino 
«Lasciate perdere la certezza. Il contrario non è l’incertezza. È l’apertura, la curiosità e la volontà di abbracciare il paradosso, invece di scegliere l’ovvio». Non deve scandalizzare il sorprendente invito diTony Schwartz ad andare oltre la certezza per vivere di apertura, curiosità e volontà di abbracciare il paradosso. Al giornalista e scrittore statunitense sembra dare ragione l’etimo della parola certezza. Da certus, participio passato del verbo latino cèrnere (vagliare, separare, scegliere, discernere), certezza è lo stato mentale di ferma adesione a una proposizione o a una realtà conosciuta conseguente all’atto del cèrnere. Senza questo esercizio piuttosto che “adesione” ferma e consapevole, si finisce per avere “aderenza” e appiattimento su una proposizione o su una realtà proveniente dall’esterno. Solo un serio percorso di conoscenza e di evidenza permette alla persona di aderire con tutta se stessa (pensiero, sentimento e volontà) e con ragionevole sicurezza a un oggetto di conoscenza (proposizione, idea, persona. ecc.). (...) 
Siamo costantemente attraversati da gratificanti certezze e da infinite incertezze. Il nostro lavoro gratificante, le nostre belle relazioni e la tranquillità di una casa si mescolano, senza il nostro esplicito consenso, a congiunture economiche, crisi nelle relazioni ed eventi distruttivi. Tutto ciò ci fa dire che, sul piano materiale, non vi sono certezze assolute e intoccabili. Possono essercene invece, e ve ne sono, sul piano dell’adesione a una proposta di fede o a un progetto di vita. Per l’una e per l’altro chiunque è disposto a mettersi seriamente in gioco. Ma questa non è la “certezza” cui fa riferimento N. Hawthorne quando afferma che «Dai principi si deduce una probabilità, ma il vero o una certezza si ottengono solo dai fatti». La certezza che sostiene e fa vivere è quella che si costruisce a poco a poco, grazie a dei fatti ma anche al di là di essi; si solidifica giorno dopo giorno con azioni oculate, responsabili e difficili; si nutre di gioie e di sconfitte; sa ricavare nutrimento da inevitabili dubbi. E, proprio per questo, è una certezza che non chiude mai la porta al dialogo, anzi lo cerca perché la certezza è impasto di sentimenti e principi su cui si fonda la nostra vita, in cui si incrociano volti, cuori ed emozioni delle persone che incontriamo e delle realtà che viviamo.
in “Il Sole 24 Ore” del 10 settembre 2017

Rinnovare le versioni


"La pulce d'acqua", versione jazz-lounge. Quanto mi piacciono le versioni nuove delle cose!!

Non si recepisce il Concilio


Bassetti:attenzione al rischio clericalismo 
di Caterina Dall'Olio 
(...) Il cardinale Gualtiero Bassetti presidente della Cei ha proposto una riflessione sul ruolo e la missione dei sacerdoti:  «Come dice papa Francesco quando un prete è clericale, clericalizza anche i laici e tende a farli a sua immagine e somiglianza. E quindi anche il laico, alla fine, vuole rientrare in quello schema di Chiesa perché difende i suoi piccoli privilegi e ha tutto l’interesse a essere clericalizzato». Poi una considerazione generale: «Nella Chiesa italiana si registrano ancora troppe chiusure alle indicazioni di papa Francesco. Per ben due volte, quando sono andato a trovarlo per vari motivi, il Papa mi ha sempre posto questa domanda: ma la Evangelii gaudium sta entrando nella Chiesa italiana? Una 
domanda imbarazzante – ha ammesso Bassetti –. Una volta gli ho risposto: un pochino... E lui: Anche io ho questa impressione. Io non ho chiesto qualche rinnovamento della pastorale, io ho chiesto una conversione pastorale». E la conversione, sottolinea il presidente Cei, «è una cosa di testa e di cuore». Nel suo intervento, Bassetti ha letto lunghi stralci di uno scritto di don Giulio Cirignano, nel quale il biblista sostiene come «soprattutto nella Chiesa italiana si registri una certa lentezza nel recepire il progetto di Papa Francesco», si osservano «tante chiusure. E io condivido questo pensiero», mette in chiaro il presidente della Cei, che ha aggiunto: «Il peccato originale è stata la poca ricezione del ConcilioVaticano II che c’è stata in Italia». (...)
in “Avvenire” del 13 settembre 2017

Nebbie

Melodia

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