Connessi?

Il nono rapporto dell'Eurispes fotografa la condizione dell'infanzia e dell'adolescenza

I nostri giovani «iperconnessi», tra chance e rischi sul web

Tv, telefonino, lettori mp3 e internet: ecco come i bambini li usano. L'allarme molestie e «droghe sonore»


I piccoli italiani sono sempre più tecnologici. E' una generazione di «iperconnessi tecnoager» quella dei bambini e degli adolescenti fotografata dall'Eurispes nel suo nono «Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza», presentata martedì in collaborazione con Telefono azzurro. «Tv, telefonino, consolle, lettore mp3 e Internet fanno parte della dotazione hi-tech di base delle nuove generazioni che, approfittando della semplicità di accesso e dei costi relativamente contenuti che caratterizzano queste apparecchiature, li hanno trasformati in porte di accesso sul mondo e insieme strumenti privilegiati nella fruizione del tempo libero», si legge nel rapporto.

Basti pensare che quanti non possiedono un cellulare rappresentano ormai «una sparuta minoranza» e che tre ragazzi su 10 lo usano per più di 4 ore al giorno. Parte consistente della giornata viene poi dedicata a navigare su Internet: nel 26,5% dei casi fino ad un'ora al giorno, nel 22,5% da 1 a 2 ore, nel 16,5% da 2 a 4 ore e nel 12,9% per più di 4 ore al giorno. L'utilizzo più diffuso di internet fra gli adolescenti concerne la ricerca di informazioni di proprio interesse (90,5%) e di materiale per lo studio (80%). Sono tuttavia estremamente diffusi il download di musica, film, giochi o video (72,5%) e la fruizione di filmati su Youtube (69%). Mutano i linguaggi, osserva Eurispes, tanto che parlare fa rima ormai con chattare: sette adolescenti su dieci fanno nuove conoscenze oppure coltivano quelle preesistenti in chat, che scalza la «vecchia» posta elettronica come strumento privilegiato del «dialogare-scrivendo».

Eppure, tra le numerose potenzialità espressive offerte dalle tecnologie, avverte il rapporto, «si annidano nuove forme di violenza e di sopraffazione, come il cyberbullismo, ma anche il pericolo di abusi». L'11,5% degli adolescenti intervistati è stato molestato o comunque ha dichiarato di aver ricevuto proposte oscene da un coetaneo; nel 7,7% dei casi l'autore delle molestie era invece un adulto conosciuto online. È capitato, inoltre, all'8% degli adolescenti di aver incontrato in chat un adulto che, simulando identità diverse, si dichiarava suo coetaneo.

Una delle più recenti novità nell'ambito del web, segnala inoltre Eurispes, è rappresentata dal commercio delle cosiddette «droghe sonore», frequenze scaricabili da Internet a basso costo che agiscono sul cervello sollecitando l'attività cerebrale in modo simile alle sostanze stupefacenti. Anche se molti avanzano dubbi su questo fenomeno. Sempre tra i giovani in Internet si segnala la diffusione di siti, blog e forum di persone accomunate dalla stessa ossessione per il cibo e affette dall'anoressia e dalla bulimia. «Se dalle righe dei loro scritti emerge il vissuto di sofferenza che accompagna i disturbi del comportamento alimentare, è pur vero che sono molti i siti in cui le autrici "postano" regole e strategie per non mangiare, per evitare di destare sospetti, vere e proprie istigazioni all'anoressia e alla bulimia».

«Le caratteristiche della Rete sono dunque contraddittorie», conclude il rapporto. «Se da un lato è lo spazio dello scambio, della conoscenza, dell'incontro, dall'altro rischia di essere un luogo di solitudine, di persone che sole stanno davanti al proprio pc o al display del telefonino. La si potrebbe definire una solitudine troppo rumorosa, come quella del titolo di un romanzo di Hrabal o, utilizzando una figura retorica come l'ossimoro, una forma di «socializzazione solitaria».

Ceri

Un'idea per chi viene bocciato tre volte alla maturità...!?


Il cero acceso alla Madonna: preghiera o superstizione?

di mons. Mario Delpini

Avvenire - Milano 7 - 11.05.08


Non solo le vecchiette s'avvicinano all'altare della Madonna, alla statua di Padre Pio, depongono la loro offerta e offrono un cero. Ci sono anche le mamme preoccupate perché hanno sentito la figlia litigare con il genero. Ci sono anche ragazzi e ragazze che ritrovano la porta della chiesa proprio la mattina in cui devono affrontare l'esame di maturità. Accendono una candela anche uomini e donne di mezza età, in attesa dell'esito di un esame medico delicato. La fiamma dei ceri danza davanti alla Madonna e ai santi come la continuazione di una preghiera, di un pianto che invoca consolazione. Don Angelo però non nasconde il suo disappunto quando vede la signora Luisa che, proprio mentre lui sta predicando, attraversa tutta la chiesa, va diritta all'altare della Madonna, accende il suo cero e se ne esce imperterrita. Non s'accorge del disturbo che reca, né del fatto che don Angelo ha perso il filo della predica, non ha tempo per una genuflessione. È certa che l'esame di sua nipote andrà bene: come può la Madonna non suggerirle la risposta giusta dopo che le ha acceso un cero da 2 euro? Anche le forme di devozione possono diventare una specie di ambigua superstizione.

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Vigilare

Il tasso di menzogna di chi scrive mail sarebbe del 50% più alto rispetto a chi comunica con la lettera tradizionale

Quanto è facile mentire via email. "Più bugie di chi scrive su carta"

Doppio studio scientifico presentato a un congresso in California

Vi ha dichiarato amore eterno via email? Chiedete la prova. Quel messaggio ha molte possibilità di essere una bugia. Secondo lo studio condotto da un team di ricercatori americani, chi usa la posta elettronica tende a mentire il doppio di chi scrive a penna. (...) Insomma, quella che puo' sembrare un'ovvietà - alzi la mano chi è sempre stato sincero dialogando dietro lo schermo protettivo della rete - è stata dimostrata in laboratorio. Carta canta, e vedremo anche perché.

(...) I ricercatori ritengono che questa differenza di atteggiamenti potrebbe essere giustificata dal fatto che i documenti scritti a mano o su cartaceo continuano a mantenere, agli occhi di molte persone, una valenza legale più forte. Una lettera scritta a penna, insomma, sarebbe più difficile da cancellare o far sparire. Ecco dunque, che in qualità di documento e testimonianza, è preferibile affidare alla carta i sentimenti più veri. La email, ancora vista come un documento fluttuante, nonostante oggi anche i supporti digitali siano sempre più difficili da cancellare o controllare, favorirebbe quindi la menzogna. (...)

Lo studio rispecchierebbe, secondo i ricercatori, la crescente preoccupazione legata agli ambienti di lavoro nei quali le comunicazioni, partire dal 1994 circa, vengono veicolate soprattutto via mail e senza alcun tipo di regolamentazione. "La posta elettronica evita di mostrare qualsiasi tipo di segnale comportamentale o non verbale che il nostro corpo potrebbe emettere durante una conversazione verbale, ma anche nell'ambito di una lettera scritta a mano, e favorisce quindi comportamenti ingannevoli che difficilmente possono essere scovati".

Del resto gli studi più recenti sull'argomento confermano che, comparando l'email ad altri mezzi di comunicazione, la posta elettronica viene associata spesso a comportamenti spiacevoli: da una scarsa fiducia interpersonale ad atteggiamenti negativi, fino ad una tendenza più spiccata all'invio di messaggi dai contenuti offensivi, imbarazzanti e violenti.

Disuso e uso

Il foglietto della Messa: solo per distrarre i bambini?

di mons. Mario Delpini

Avvenire - Milano 7 - 6 luglio 2008


C'è chi pensa che il foglietto della Messa sulle panche della Chiesa sia per il bambino piccolo, così sta tranquillo: lo stropiccia, lo butta in terra, lo straccia, anche se ogni tanto distrae la mamma («non in bocca!»). Qualche ragazzo si esibisce negli origami: ne fa una barchetta o un'ochetta. La signora là in fondo lo usa come ventaglio, in certe afose domeniche «che non si respira». C'è chi trova utile il foglietto perché, ripreso in mano a un certo punto, segnala al predicatore che è tempo di concludere la predica. Alcuni pensano che potrebbe servire, ma - accipicchia! - dimenticano sempre a casa gli occhiali. Qualche parroco trova che il foglietto sia una spesa. Ha calcolato che le fotocopie costano meno e, messe da parte, si usano ancora tra tre anni. Adesso però cambia il lezionario...

Invece la vecchia maestra lo usa bene il foglietto. Prima della Messa si prepara alla preghiera e poi può seguire meglio le letture: i lettori hanno talora un'interpretazione bizzarra della punteggiatura e, per di più, lei è un po' dura d'orecchi. Dopo la Messa torna volentieri su una parola, una preghiera, un canto: si porta via una frase, come viatico per la settimana.

La speranza che siano compiuti i desideri profondi

Dagli «Opuscoli» di san Tommaso d'Aquino, sacerdote

(Sul Credo: Opuscula theologica 2, Torino 1954, pp. 216-217)


Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel Credo si chiude con le parole: “Vita eterna. Amen”.

La prima cosa che si compie nella vita eterna è l'unione dell'uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: “Io sono il tuo scudo e la tua ricompensa sarà molto grande” (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13,12).

La vita eterna inoltre consiste nella somma lode come dice il profeta: “Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode”” (IS 51,3).

Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà di più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell'uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all'infinito. Per questo le brame dell'uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te”.

I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all'apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt. 25,21); e Agostino aggiunge: “tutta la gioia non entrerà nei beati ma tutti i beati entreranno nella gioia”; ed anche: “Egli sazia di beni il tuo desiderio”. Tutto quello che può procurare felicità là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo più assoluto godimento, perché si tratta del ben supremo, cioè di Dio: “dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal. 15,11).

La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l'altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo, sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.

In fila per ricevere gratuitamente

Lo faranno forse solo perché è gratis;

lo faranno forse solo perché diverte;

lo faranno forse solo perché "così fan tutti";

lo faranno forse senza sapere bene il perché

lo faranno forse ancora per poco...

ma a me ricorda tanto un' altra processione quotidiana,

dove altre persone vanno a ricevere gratis

un piccolo pezzo di pane.

don Chisciotte


Fata Prosciutto

di Massimo Gramellini


Ogni giorno alle 13 e 40 la signora Kathy, titolare con il marito Rocco del banco di carni e salumi in un famoso mercato di Torino, riceve la visita di un gruppo di adolescenti in libera uscita da una scuola media poco distante. Ogni giorno scende dal predellino e rivolge loro le stesse due domande: come state e quanti siete. Col tempo la seconda domanda è diventata sempre più importante, perché il numero dei ragazzini è in aumento. A ciascuno Kathy offre un sorriso e una fetta di prosciutto. Non sa nemmeno lei perché lo fa. Ha cominciato e si è scordata di smettere.

L'aspetto più straordinario di questo racconto, del quale sono venuto a conoscenza dalla mamma di uno dei beneficiati, è la sua assoluta gratuità. Una fetta di prosciutto non basta a sfamare neppure Fassino e i dodicenni che la ricevono in omaggio non appartengono alla schiera dei bisognosi. Il gesto di Kathy non possiede quindi alcuna utilità pratica o rilevanza sociale. Eppure ogni giorno alle 13 e 40 sembra che al mercato stia per succedere qualcosa. I frequentatori abituali cominciano a chiedersi: ma i ragazzi quando arrivano? E quando arrivano, perché arrivano sempre, e ogni volta più numerosi, il rito della fetta di prosciutto si ripete, per la soddisfazione incomprensibile di tutti. È come se in un mondo dominato dallo scetticismo dei pensieri tristi, quel siparietto quotidiano di assurda bontà fungesse da balsamo e da ripasso universale. Per ricordarci, nel caso gli affanni della vita ce lo avessero fatto dimenticare, chi siamo e cosa potremmo essere davvero.

Lavori pericolosi

Senza dubbio lo faranno con coraggio e generosità

- più di quelli di coloro che hanno messo le mine -

ma purtroppo sarà anche per necessità.



Confine tra Siria e Giordania. Terra al centro di conflitti dove le mine formano un tappeto invisibile di morte. E proprio qui si cimenta un piccolo esercito di donne coraggiose tra i 20 e i 36 anni. Sono le "cacciamine". Il loro compito è scoprire e neutralizzare gli ordigni. Un lavoro complicatissimo e pericolosissimo che queste donne svolgono con meticolosità e perizia.

Invito

Prodotti "cattolici"

Quanti prodotti da piazzare con l'etichetta "cattolico"

di mons. Mario Delpini

Avvenire - Milano 7 - 21 settembre 2008


«Non sarà per caso contro la scuola cattolica!», aggredisce il parroco la segretaria di un istituto nuovo che chiede uno spazio sulla bacheca parrocchiale. «Noi siamo cattolici: se non ci aiutiamo tra noi finirà che governeranno gli anticlericali!», protesta il candidato contro il parroco che nega la sala parrocchiale per una riunione in vista delle elezioni. «La gente ha bisogno di messaggi forti e di parole chiare! Se non le trova in chiesa dove le troverà?», imbecca risentita la devota che si è sentita dire di no mentre esponeva in fondo alla chiesa messaggi della Madonna che invita alla preghiera. «La nostra associazione ha ricevuto l'approvazione del vescovo di qui e del cardinale di là. Un piccolo aiuto per un'opera buona: non le chiediamo un grande sforzo», insiste l'incaricato con tanto di cartellino. Insomma - pensa il parroco - ciascuno ha un suo prodotto da piazzare e allora diventa utile anche la parrocchia e l'etichetta di "cattolico". È quando la parrocchia chiede un aiuto, senza fare pubblicità a nessuno, che associazioni, santuari, onorevoli hanno la risposta pronta: «Ci spiace, ma - lei capisce - non rientra nei nostri scopi...».

Sulle donne nella Chiesa

Non poche donne moderne criticano la Chiesa in quanto potere maschile, le parole chiave sono: invisibilità delle donne e legame tra donna e peccato. Cosa ne pensa lei, che ha lavorato e vissuto per tutta la vita con la Bibbia?




In questo discorso la Bibbia può essere d'aiuto, per quanto alcune colleghe e colleghi fondino il rimprovero femminista anche sul testo biblico. Essendo stato scritto da uomini, affermano, il racconto pone gli uomini in primo piano, le donne sullo sfondo. È vero, erano altri tempi. Eppure nella Bibbia le donne meritano più attenzione che in passato: occorre una grande e scrupolosa attenzione per apprezzarne le tracce. In effetti sono stati commessi errori, probabilmente da uomini, per esempio quando Maria di Magdala viene degradata a peccatrice o prostituta, sebbene nel testo non figuri nulla di tutto questo. Una peccatrice di cui non conosciamo il nome bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime, li bacia e li cosparge di olio profumato. Non è Maria di Magdala. Farne una peccatrice non è giustificato. Era senz'altro affetta da un male o da un disturbo psichico, posseduta da sette demoni, si diceva nel linguaggio biblico. Gesù l'ha guarita e ne è nato un rapporto profondo tra loro.

Incontriamo Maria di Magdala nella più ristretta cerchia delle donne intorno a Gesù. Lei gli resta fedele sotto la croce insieme a sua madre; è la prima persona a incontrare Gesù risuscitato, che le si rivolge chiamandola per nome, Miriam, e lei gli risponde con affetto e riverenza: «Rabbunì». Un appellativo ancora più confidenziale di rabbi, maestro. È un rapporto di amore, pieno di bellezza e di fedeltà, una relazione che guarisce e rafforza, che illumina ed è aperta alla comunità, in cui Maria di Magdala divenne una figura centrale dopo l'ascensione in cielo di Gesù. Posso comprendere che romanzi e film abbiano tentato, fino ai tempi più recenti, di rendere scandaloso questo intenso rapporto. A volte vi si riversano desideri e fantasie umani. Quel che sappiamo e quel che credo è che Maria di Magdala è il prototipo di una credente, perché ama fino all'eccesso. Non in maniera mediocre o soltanto ragionevole, ma in modo completo. Attraverso la guarigione e l'amicizia, Gesù le ha aperto gli occhi all'amore. Maria di Magdala era una donna sensibile. L'eccesso esiste nel bene come nel male. Maria di Magdala rappresenta l'amore a cui sono chiamati un cristiano e una cristiana, completo e senza limiti nel bene. Per Gesù era una «persona autentica».

Tutti noi possiamo cercare persone simili e provare gratitudine quando le troviamo. Penso alle oranti, che sono la forza maggiore della Chiesa, e anche alle collaboratrici che, lo ammetto, spesso stanno dietro agli uomini. Guardo, con speranza alle donne che nella Chiesa, nelle comunità e nella nostra società si mostrano sempre più sicure. Le donne sono compagne fin dal principio: Dio creò l'essere umano come uomo e donna. Gli ecclesiastici devono chiedere perdono alle donne per molte cose, ma, soprattutto, oggi devono considerarle maggiormente come interlocutrici. Negli ultimi anni le donne hanno molto lottato, una certa dose di femminismo è necessaria. Non per questo gli uomini devono avere timore e lasciarsi spingere a un atteggiamento opposto. Le donne vogliono uomini, non «donnicciole» mi ha detto con stupefacente schiettezza un'impetuosa signora.

Per quanto riguarda la direzione della Chiesa vorrei, tuttavia, invitare, alla pazienza: essa scoprirà sempre più le possibilità delle donne. Sono stati fatti molti progressi e se ne compiranno altri ancora, specie se portiamo avanti un rapporto di collaborazione. Desidero ricordare che su questo problema le diverse chiese seguono ritmi differenti. La nostra Chiesa è un po' timida.

Maria, la madre di Gesù, dovrebbe essere più amata dagli uomini moderni. A nessuno Dio ha attribuito un'importanza maggiore per il Messia che a questa donna. Se osserviamo l'albero genealogico del Messia, troviamo donne notevoli, che le Sacre Scritture rendono anelli di una catena a cui Dio collega la famiglia. Vi scopriamo anche donne dai ruoli inconsueti, dal coraggio impressionante e dalla grande fantasia redentrice. La Bibbia rafforza le donne e aiuta la Chiesa ad andare avanti.




Come si va avanti? E in che direzione?



Ovunque nella Chiesa si può constatare che le donne assumono sempre più compiti direttivi. Ammetto che questa evoluzione positiva è nata più dalla necessità che da una convinzione del clero. Ma è uno sviluppo promettente. Nella Bibbia vi sono donne che dirigono comunità: penso a Lidia di Filippi e alle molte collaboratrici di Paolo a capo delle sue comunità. Nel Nuovo Testamento incontriamo le diaconesse, presenti nella Chiesa primitiva e fino al Medioevo. Negli ultimi anni le teologhe hanno scoperto l'importanza di queste donne per la Chiesa.

Per quanto riguarda il sacerdozio, dobbiamo tenere conto del dialogo ecumenico con gli ortodossi e delle mentalità in Oriente e in altri continenti. Negli anni Novanta sono andato a trovare a Canterbury l'allora primate della Chiesa d'Inghilterra, l'arcivescovo dottor George Léonard Carey. L'ordinazione di donne aveva provocato tensioni nella sua Chiesa. Ho tentato di infondergli coraggio in questa impresa: potrebbe aiutare anche noi a rendere più giustizia alle donne e a comprendere come andare avanti. Non dobbiamo essere scontenti perché la Chiesa evangelica e quella anglicana ordinano donne, introducendo così un elemento fondamentale nel contesto del grande ecumenismo. E tuttavia questo non è un motivo uniformare le diverse tradizioni.


C.M.Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme, 106-109

Altra forma di violenza sulle donne

In Inghilterra è allarme tacchi alti: "36 milioni di danni per le ragazze"

Londra alle prese con le sexy scarpe


Fanno sembrare più alte, più magre, in una parola più belle. Eppure le scarpe col tacco alto, a volte vertiginoso, possono provocare danni anche gravi ai piedi delle donne, costrette a correre ai ripari, come avverte il detto che "chi bella vuole apparire, un poco deve soffrire".

Nel Regno Unito, per esempio, una ricerca condotta su mille ragazze dai 15 anni in su da una marca di calzature rivela che ogni anno vengono spesi 29 milioni di sterline, circa 36 milioni di euro, per sottoporsi a interventi di "raddrizzamento" delle dita dei piedi, di estrazione di calli e di unghie incarnite e di "sblocco" di nervi danneggiati dall'andatura incerta e innaturale che si assume con 12 centimetri di altezza artificiale in più. (...)

In rapida diffusione sono poi gli interventi di chirurgia estetica per "riempire" con uno speciale filler il tallone e rendere la falcata più confortevole anche con un tacco 20.

Il consiglio degli esperti, contrari a queste esagerazioni, è senz'altro quello di alternare il più possibile scarpe alte con calzature da ginnastica, morbide e di gomma e in grado di far rilassare il piede e di compensare gli sforzi effettuati dalla schiena.

Mancanza di rispetto

Le nuove piaghe sociali

60 milioni di spose bambine. Hanno tra gli 8 e i 14 anni


Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l'aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite. Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c'è via d'uscita.

L'organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell'Icrw. Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c'è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane

Neve

Sabato mattina prima neve al Sacro Monte di Varese,

stanotte prima neve a Venegono:

ci sono ancora le stagioni di una volta!

Come la Chiesa guardava i giovani del '68

Commovente la profondità di questo Papa

e la sua passione vera per gli uomini e per la Chiesa




Dall'Udienza di Paolo VI
- 25 settembre 1968


A Noi basta ora fare un'osservazione d'indole generale, una Nostra contestazione (se così vi piace) circa la diagnosi dell'animo giovanile, alla quale abbiamo testé accennato; ed è questa: quella diagnosi è incompleta, estremamente incompleta; la potremmo dire «globalmente» falsa, se essa pretende darci una descrizione integrale e onesta della gioventù degli anni sessanta (o settanta se più vi piace); sarà parzialmente esatta, forse, ma non è corrispondente alla realtà, a tutta la realtà giovanile odierna.

Perché? perché trascura alcune caratteristiche importantissime del giovane d'oggi; caratteristiche, che, inquadrate nel disegno fedele del suo volto autentico, ci danno di lui, del giovane d'oggi, un'immagine molto diversa. Anche qui, a volere studiare bene le cose, troppo vi sarebbe da dire. Accenniamo appena, quasi ad esempio, con qualche domanda.

Non è forse vero che oggi la gioventù è appassionata di verità, di sincerità, di «autenticità» (come ora si dice); e ciò non costituisce un titolo di superiorità? Non vi è forse nella sua inquietudine una ribellione alle ipocrisie convenzionali, di cui la società di ieri era spesso pervasa? E nella reazione, che sembra inesplicabile ai più, che i giovani scatenano contro il benessere, contro l'ordine burocratico e tecnologico, contro una società senza ideali superiori e veramente umani, non vi è forse un'insofferenza verso la mediocrità psicologica, morale e spirituale, verso l'insufficienza sentimentale, artistica e religiosa, verso l'uniformità impersonale

E perciò non vi è in questa insoddisfazione giovanile un segreto bisogno di valori trascendenti, il bisogno d'una fede nell'Assoluto, nel Dio vivente? Ancora: è poi vero che i giovani d'oggi sono individualisti ed egoisti, quando non sanno più vivere se non in compagnia d'altri giovani, quando hanno un istinto, perfino eccessivo, dell'associazione, del conformismo collettivo? E chi oserà sostenere che i nostri giovani sono incapaci di abnegazione e di amore per il prossimo, quando sono proprio essi che spesso, nei momenti di pubblico bisogno, o nelle situazioni socialmente insostenibili, danno lezione a tutti di prontezza, di dedizione, di eroismo, di sacrificio? Non conoscono i giovani coloro che non vedono quale capacità di rinuncia, di coraggio, di servizio, di eroico amore essi hanno nel cuore; e oggi forse più di ieri. E che cos'è quella loro impazienza d'entrare subito, e come uomini adulti non come fanciulli minorenni, nell'arringo della vita reale, se non una rispettabile e spesso encomiabile ansia di partecipazione alle comuni responsabilità?

Dunque l'esame dello spirito giovanile contemporaneo è da rifare; esso è delicato e complesso; e a Noi offre fin d'ora questa certezza: il rapporto fra gioventù e Chiesa, al quale accennavamo, non è affatto un rapporto definitivamente negativo, non è un rapporto d'opposizione, di estraneità; è un rapporto positivo; quello di una scuola, dove la verità e lo spirito si aprono, si svelano e s'incontrano; quello d'una comunità organica, dove l'unità non crea oppressione, né uniformità, ma reciprocità, rispetto ed amore; quello d'una singolare pienezza, d'una impensata felicità; la pienezza degli autentici valori umani e spirituali; la felicità della certezza, della carità; quello d'un incontro prodigioso e stupendo, l'incontro con Uno, il Quale sta tra la Chiesa che lo introduce e la gioventù che lo scopre, anzi che vi scopre l'unico vero amico, l'unico vero maestro, l'unico vero e sommo eroe, l'unico vero prototipo di Uomo, che valga la pena di cercare e di integrare per sempre alla propria vita; voi capite Chi è; è Cristo, è Dio fatto uomo. È il segreto, è il dono della Chiesa. Esso lo offre alla Gioventù!

il testo completo nella sezione Testi

Serietà

Ramona for president

di Massimo Gramellini

L'attrice Ramona Badescu è stata nominata consigliere del sindaco di Roma per i rapporti con i romeni (i rapporti con gli uzbeki sono congelati in attesa di trovare un'attrice di madre lingua). La politica Daniela Santanché è stata ingaggiata da Odeon Tv, insieme a Irene Pivetti ed Elisabetta Gardini, una ex onorevole diventata personaggio televisivo e un ex personaggio televisivo diventata onorevole. Se la società degli umani seguisse i criteri dei politici, avremmo dentisti che trapanano radiatori e meccanici che scalpellano carie, parrucchieri che insegnano procedura penale e magistrati che fanno la messa in piega. Sarebbe un mondo elettrico ed estemporaneo. Finirebbe in fretta, ma fra molte risate. Invece quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull'onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un'esperienza parlamentare.

Ben ci sta. Ai tempi di Mani Pulite ci accanimmo contro i professionisti della politica. Anziché esigere semplicemente che i componenti di tutti gli organi elettivi dello Stato e degli enti locali venissero dimezzati, per ridurre a cifre accettabili i costi endemici della corruzione, pensammo di risolvere il problema con l'ingresso della fantomatica società civile nelle stanze dei bottoni. Così la politica, che in mano ai politici era una cosa sporca ma seria, è rimasta sporca ed è diventata anche frivola.

Neffa - "Cambierà"






Un brano che mi piace sempre,


con la speranza che qualcosa cambi!

40 anni dopo


Oggi, esattamente 40 anni dopo il sottoscritto,

è nato questo bambino.

C'è futuro per il mondo!

Falsità (s)vestita

Il calendario metaforico

di Massimo Gramellini

Dopo le guerre, le tette restano la passione di cui i maschi si vergognano di più. Quando vogliono fare una guerra dicono di voler esportare la democrazia. E quando vogliono mostrare una tetta dicono che è una metafora della crisi o un messaggio di attenzione dell'uomo verso la natura, per usare le parole con cui Tronchetti Provera ha illustrato a Berlino il nuovo calendario Pirelli, dove modelle nude si rotolano nella savana e dondolano appese alle zanne di un elefante.

Non mi sfugge l'importanza del superfluo, purché non sia trucido, e in questo caso non lo è, trattandosi di foto d'autore. Ma trovo stucchevole la necessità, comune a molti, di rivestire le tette di nobili intenzioni, attribuendo loro significati simbolici. L'unico riferimento alla crisi che intravedo nelle modelle del calendario è la loro sconfortante magrezza. Quanto alle altre metafore, fra zanne e proboscidi me ne vengono in mente solo di ridicole o volgari, invece sento dire che quelle donne discinte e quegli elefanti esterrefatti sarebbero lì per lanciare un allarme in difesa dell'ambiente. La difesa dell'ambiente è l'ultima sottoveste alla moda con cui si coprono tutte le vergogne: fra un po' la useranno persino i petrolieri. Io mi accontenterei di lanciare un allarme in difesa del linguaggio: «Abbiamo realizzato un calendario di tette d'artista perché agli acquirenti piacciono le tette e il particolare che siano d'artista consente loro di appenderle alla parete senza morire d'imbarazzo». Che mondo sarebbe il mondo, se fosse così sincero. Una metafora del paradiso.

Battaglie di condominio

Due milioni di cause per sei miliardi di euro. Sei italiani su cento sono in lite col vicino

Spesi tre miliardi di euro l'anno. Schiamazzi e rumori notturni principale causa di litigio

Condominio, carissimo nemico. Cronaca di una battaglia quotidiana

Quel tac-tac degli zoccoli alle cinque del mattino. Quel parcheggio usurpato nel cortile. Quel cane che non smette di abbaiare. Quell'odore di broccoli che invade le scale. Quel maleducato che lascia aperto il portone. Quel principiante che strimpella "Per Elisa" all'infinito. Quei bambini che schiamazzano. Quelle cicche che piovono sul prato.

Altro che casa, dolce casa: da quando l'italiano è diventato un condomino, la sua vita quotidiana è tormentata, oppressa e inacidita dalle battaglie rancorose e sorde che si nascondono sotto l'ipocrisia del buongiorno-e-buonasera davanti all'ascensore, da quelle beghe tra vicini di casa che cominciano con una telefonata all'amministratore, esplodono nell'assemblea del palazzo e finiscono con gli insulti in tribunale, sul più affollato terreno di scontro di questo terzo millennio: la trincea del condominio.

Sei italiani su cento sono in causa col vicino. Due milioni di processi, la metà esatta di tutto il contenzioso che invade le affollate aule dei giudici di pace. Tre miliardi di euro spesi ogni anno per le liti condominiali, che qualche volta trascendono e finiscono in tragedia: il 3,5 per cento dei delitti, rivela un rapporto Eures, matura nei rapporti di vicinato.

Chiunque si sia trovato a vivere in un appartamento anche solo per una stagione sa bene che una scala può diventare un campo minato, un pianerottolo può trasformarsi nel ring dei dispetti quotidiani, un androne può mutarsi nel teatro di un dramma. Micro-conflittualità di caseggiato, la chiamano i sociologi. E sbagliano, perché non è micro per niente.

Non solo perché c'è chi arriva a uccidere, per un cane che abbaia o per un rumore di tacchi - quelli che dopo il delitto i carabinieri catalogano immancabilmente come "futili motivi" - ma perché il rancoroso litigio tra condomini è all'origine di una valanga di cause civili e di processi penali.

Ma qual è la scintilla che accende lo scontro? Nella classifica dei litigi - compilata dai 13 mila amministratori di condominio dell'Anammi - al primo posto ci sono i rumori che rubano il sonno: mobili spostati alle due di notte, subwoofer che fanno tremare i muri, cagnette che latrano e lavatrici che centrifugano. A Roma, per esempio, un condomino ha denunciato il vicino per rumori molesti perché "tirava ripetutamente lo sciacquone nelle ore notturne, nonostante fosse stato debitamente avvertito che il rumore dello scarico svegliava la famiglia del piano sottostante".

Poi vengono le contese sull'uso degli spazi comuni, che ormai rappresentano per il genere umano quello che per i gatti sono le zuffe per il dominio del territorio. Che diritto ha l'inquilino del terzo piano di parcheggiare il suo furgone al centro del cortile? Perché la signora dell'attico ha piazzato una scala a chiocciola per arrivare al terrazzo condominiale? Come si è permesso il ragioniere del pianterreno di piantare un albero nel giardino comune?

Al terzo posto, i rumori nelle aree condominiali: bimbi che tirano il pallone contro la saracinesca, meccanici che sgasano motori rombanti, portieri che tagliano l'erba alle sei del mattino, magazzinieri che scaricano le bombole del gas. Qualche anno fa il nuovo proprietario di un appartamento all'ultimo piano scoprì che gli altri condomini avevano piazzato le loro autoclavi proprio sopra la sua camera da letto, e dunque il suo sonno era fatto di brevi pause tra il botto di una pompa e quello di un'altra. Andò dall'amministratore, andò dai vigili, andò dal pretore, andò persino in tv (alla trasmissione "Mi manda Lubrano"), ma sempre con lo stesso risultato: zero.

L'acqua che piove dal balcone del piano di sopra è al quarto posto: una volta quello che nei regolamenti condominiali è chiamato "stillicidio" prendeva la forma dei panni che gocciolavano o del filo d'acqua che scendeva giù dai vasi appena innaffiati.

Oggi, purtroppo, l'avvento degli irrigatori automatici ha aperto un nuovo fronte: c'è chi è convinto di avere un diritto naturale a lasciarli aperti a manetta per tutta la notte, e non prende neanche in considerazione le proteste della signora del piano di sotto che si ritrova il balcone allagato e il muschio sulle pareti.

Al quinto posto, il braccio di ferro sugli animali domestici. Il pastore tedesco che lascia le sue impronte sull'ascensore, il randagio che fa la pipì sulle macchine posteggiate, il dobermann che scende sempre le scale senza museruola, la gattina adottata dal condominio che fa paura alla signora del quarto piano, per non parlare del rottweiler del colonnello che ha sbranato il chiuhaua della professoressa. L'anno scorso, un ingegnere portò al magistrato le foto della sua auto, il cui parafango era stato addentato - e deformato - dai denti di un pitbull (nulla potè però la giustizia, perché l'animale si era nel frattempo dato alla latitanza).

Tutto questo senza entrare nel contenzioso che tocca il portafogli: il distacco dalla caldaia condominiale, l'errore nella tabella millesimale, l'annullamento dell'assemblea che deliberò il rinnovo della facciata, la contestazione delle quote per l'acqua e via impugnando. Si arriva, dicevamo, a due milioni di cause.

Questo fiume livido e aspro di dispetti e di ritorsioni sfocia nelle aule di tribunale occupando la metà dei giudizi civili e un bel numero di processi penali. A Roma c'è un'intera sezione del Tribunale (la quinta) che si occupa solo di contenzioso condominiale. È al terzo piano del palazzo di viale Giulio Cesare, una lunghissima serie di stanze disadorne nelle quali un magistrato dà retta, di solito, a cinque o sei avvocati contemporaneamente, sommerso da una montagna di citazioni, notifiche, memorie e comparse che dopo tre anni di udienze costeranno ai litiganti in media dai due ai tremila euro ciascuno.

Ma il grosso delle contese approda sulle scrivanie dei giudici di pace. Quelli civili affrontano le questioni che si risolvono col denaro, in maggioranza tra condomini e amministratori. Quelli penali devono invece dipanare le matasse più complicate, uno spinoso groviglio di antichi torti e di quotidiane vendette che invoca giustizia per ingiurie, molestie, danneggiamenti e disturbo della quiete.

Ma ci riescono davvero, poi? "Noi dobbiamo emettere una sentenza - ammette Osvaldo Jacobelli, giudice di pace della sezione penale - ma è molto difficile che la giustizia riesca a risolvere il problema pratico che assilla il querelante, dal ticchettio dei tacchi allo sciacquone notturno". Certo, se sono volati gli insulti le cose cambiano.

"Intanto però ci vogliono dei testimoni - spiega Francesco Malpica, anche lui giudice di pace - altrimenti è la tua parola contro la mia. E poi i rapporti sociali si sono così imbarbariti che le parolacce sono diventate un fatto ordinario, al punto che la stessa Cassazione ha stabilito che non offendono più il decoro e l'onore del destinatario. La verità è che nelle cause di condominio affiorano tutte le frustrazioni dell'essere umano: ci vorrebbe uno psicologo, accanto al giudice". Conferma Roberta Odoardi, direttore generale dell'Anammi: "Una volta i vicini erano degli amici. Oggi sono degli sconosciuti, verso i quali prevale spesso l'intolleranza. Prima si citofonava, adesso si va direttamente dall'avvocato".

I magistrati, comunque, vedono solo la cima di un albero assai più grande di quanto non dicano le statistiche del ministero. Secondo l'Anaci (un'altra associazione di amministratori immobiliari) il 73 per cento dei contrasti si risolve infatti bonariamente prima di finire sulla carta bollata, durante le assemblee condominiali. Dunque, quei due milioni di cause sono solo un quarto delle liti. E di questo 27 per cento, quelle che arrivano alla sentenza sono appena due su cinque, perché le altre tre si chiudono dopo le prime udienze con un accordo tra gli avvocati.

I quali si dividono in due categorie: quelli che gettano benzina sull'ira infuocata del cliente, pensando alla parcella che gli spediranno, e quelli che onestamente gli dicono la verità, avvertendolo che sarà molto, molto difficile ottenere un risultato concreto. "A chi si lamenta del cane del vicino, io dico che in 32 anni di carriera non ho mai letto una sentenza di sfratto per un cane" racconta l'avvocato Stefano Giove. "Certo, a volte la causa è inevitabile - prosegue - Ma chi la avvia deve sapere che i nostri giudici non sono come quelli americani, che possono ingiungere al condannato una concretissima soluzione. In Italia si intrecciano norme lacunose, limiti procedurali e giudizi lunghissimi, fino a otto anni, durante i quali le liti con l'altro condomino si fanno spesso ancora più aspre".

Sulla trincea del condominio, dunque, lo Stato non riesce nemmeno a decretare chi vince e chi perde. Servirebbero un codice speciale, processi lampo e nuovi poteri per i giudici. Ma né l'uno né l'altro sono all'ordine del giorno di questo Parlamento, indizio non minore di quanto poco sappiano i nostri legislatori delle angosce quotidiane degli italiani. Per i quali, una volta varcato il cancello condominiale, vale ancora una sola regola: la legge del più forte.

Quando sarò capace d'amare?





 Sulla soglia dei quarant'anni la domanda non solo è lecita... è d'obbligo!

Reality irreale

Le false difficoltà sull'Isola sfaticata

La cassa integrazione contro la cassa di risonanza


di Aldo Grasso


La visione parallela dell'Infedele di Gad Lerner (La 7, lunedì, ore 21.20) e dell'Isola dei famosi (Raidue, lunedì, ore 21.10) crea singolari integrazioni di senso. Da una parte, si parla di ristrettezze, di miseria, di recessione, di ammortizzatori sociali, di crisi che colpisce i più deboli; dall'altra, di meschine congiure, di brutto tempo, di presunti tradimenti e passioni che sfioriscono, di crisi che fanno fuori i più deboli e premiano i più forti. Da una parte gli esperti, dall'altra gli opinionisti («A lavorare!», verrebbe da gridare a Luca Giurato).

L'infedele è al passo coi tempi, ne subisce il clima infausto. L'isola non collima con il disastro economico che ci è piombato addosso, è pura invenzione, nonostante si chiami reality. I format sulla sopravvivenza sono ancora figli di una società del benessere, neghittosa, opulenta, sfaticata che, a un certo punto, sente il bisogno di crearsi artificialmente alcune difficoltà: gli sport estremi, i viaggi in terre pericolose, i giochi sull'indigenza, il survivor .

Niente di peggio dei falsi moralismi, ma è curioso che da una parte si parli di lavoro nero, di sfruttamento, di sbarco dei clandestini e, dall'altra, la contessa De Blanck, mentre tenta di rassettarsi, dica: «Sembro una profuga». Sfasamento, appunto: bisogni reali contro bisogni artefatti.

All'Infedele ci si chiede con una certa angoscia «Chi aiuterà i nuovi disoccupati?» e, nello stesso istante, all'Isola si fa in modo che personaggi tv di non eccelsa levatura finiti nel cono d'ombra possano ancora godere delle luci della ribalta.

La gente, quella che nelle frettolose votazioni della penultima puntata, Simona Ventura chiama «il popolo sovrano», premia naturalmente L'isola, così come al cinema premia la coppia Boldi-Ventura. Premia cioè la sfasatura, l'urgenza che almeno la finzione racconti una favola meno triste della realtà. Necessità del dolce inganno.

Attesa

Avvento

Arrivò senza essere aspettato, venne senza essere stato concepito. Solo la madre sapeva ch'era figlio di un annuncio del seme che sta nella voce di un angelo. Era accaduto ad altre donne ebree, a Sara per esempio.

Solo le donne, le madri, sanno cos'è il verbo aspettare. Il genere maschile non ha costanza né corpo per ospitare attese. Risento l'aggravante di ignorare fisicamente la voce del verbo aspettare. Non per impazienza, ma per mancanza di tenuta: neanche durante le febbri malariche mi veniva di ricorrere al repertorio delle immaginazioni di guarire, di stare in attesa di.

Nei risvegli mattutini scorrendo Isaia leggo: "Lieti quelli che aspettano lui» (Is 30,18). Non ho conosciuto questa saggia e fisica letizia. Ma più forte di questa notizia, nello stesso verso è scritto: «Perciò aspetterà Iod/Dio di farvi misericordia». C'è un'attesa prima, che spetta a Dio e ha lo stesso verbo ebraico hacchè. Nella sua riduzione al formato della specie umana, il Suo tempo infinito si contrae nel finito di un'attesa. Dio aspetta: «Per farvi misericordia». Il tempo di Avvento sta a imitazione di, sta dirimpetto all'eternità di un Dio che accetta di farsi periodico, irrompendo nel mondo a mesi stabiliti con nascita, morte e risurrezione.

Chi ha in corpo le risorse per concepire attese, conosce dal verso di Isaia l'immensità della corrispondente attesa di Dio.

Erri De Luca, Nocciolo d'oliva, 13-14

Morte e vita

E' un po' deludente constatare questo modo di affrontare la morte...

Si vede proprio che il panorama culturale non è molto fecondo.

Quello che dici della tua morte, dice quello che sei nella vita.

don Chisciotte


La «Spoon River» dei viventi illustri

Quarantasette italiani si scrivono la lapide

Andreotti la consegna con un biglietto: «Senza fretta»

Alessandra Mussolini si rifiuta: «Ma io so' napoletana»


Una Spoon River autografa (e apotropaica) in cui 47 italiani illustri si autodettano la lapide. È appena uscita per i tipi dell'editore napoletano Tullio Pironti che ne ha affidato la cura alla giornalista di Raitre Elsa Di Gati e s'intitola «Le penultime parole famose». Nella prefazione, l'antropologo Marino Niola avverte: «Ammettiamolo, oggi la morte è decisamente impopolare, soprattutto la propria».

Nonostante questa verità, la Di Gati è riuscita a estorcere epitaffi a gente dall'umorismo inattaccabile come Giulio Andreotti, Tinto Brass, Leo Gullotta e così via, fino a Marina Ripa di Meana e Maria Scicolone. E scrive: «Che abbia ragione Indro Montanelli - «Non ho paura della morte, ma di morire» - oppure Shakespeare per bocca d'Amleto - «Meglio per te un cattivo epitaffio da morto che averli nemici da vivo» - la sostanza poi non cambia: autocelebrare la propria vita, immaginandosi già nell'aldilà, non è uno sport in cui i personaggi di quest'Italia del terzo millennio eccellano. L'aldiqua ci piace assai, e ci restiamo ottimamente». Così molti hanno rifiutato il gioco della Di Gati dal suo amico meridionale Michele Mirabella - «Dio mio» ha risposto - alla napoletana Alessandra Mussolini che ha addotto come giustificazione al diniego l'origine etnica: «Ma io... so' napoletana». Pure la madre lo è, aggiunge la giornalista, ma si è prestata con un oscuro «Mettetemi con la faccia rivolta contro il muro».

In chiusura dell'introduzione, sportivamente, la Di Gati aggiunge un post scriptum con il suo epitaffio: «Morì sopraffatta dagli scongiuri altrui», e quello, che la dice lunga sull'uomo, dell'editore ed ex boxer Tullio Pironti: «Visse in prospettiva».

Barbara Alberti adotta una chiave patologica: «Invece del manicomio sono diventata una scrittrice...». Giulio Andreotti aggiunge - dietro richiesta della curatrice - anche una bozza per il coccodrillo che inizia dalle origini modeste «Appartenne a famiglia modesta (padre insegnate elementare e nonno venditore di cappelli nel piccolo centro laziale di Segni) e continua fino alla «assoluzione» perché «come tanti altri uomini politici è stato coinvolto in «trappole giudiziarie» che ha affrontato serenamente fino alla conclusione...». Il tutto recapitato alla Di Gati con un biglietto che in realtà si offre come il vero epitaffio di Andreotti: «Senza fretta».

All'estremo opposto - si può dire ancora così? - Fausto Bertinotti cita una frase che ascoltò nel 1964 dal vicesegretario della Cgil Ferdinando Santi: «Sono un uomo di grandi ambizioni. E allora vorrei che un giorno un bracciante del Sud o un operaio del nord di questo Paese, pensando a me, possa dire: 'Fernando? Quello era uno dei nostri'. La penso come lui».

Tinto Brass è laconico e manzoniano: «Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza». Lando Buzzanga fa un inno al dubbio mentre Franco Califano non si rassegna: «Faccio un salto dall'altra parte per accertarmi dell'esistenza di Dio, se è tutto vero mi rifarò "vivo"». Humor consuetamente anglosassone per il giornalista Antonio Capranica: «Giornalista ma onesto. Lasciò il mondo sperando / di trovare / altro da raccontare». Carlo Conti, col sorriso fisso «con il quale ha vissuto» si direbbe: «Vivere è bellissimo, ma ora mi riposo un po'. ps: grazie a tutti». Il più sollevato di tutti è Paolo Villaggio: «Finalmente! Non ne potevo più. Non sono mai stato un depresso, ma la colpa è solo vostra».

Classe teatrale per Massimo Dapporto: «Ultima replica». Romanesca, naturalmente, Alba D'Eusanio: «Finalmente me posso fa' na dormita». Familistico Alain Elkan: «Ho amato la mia famiglia». Giovanni Floris, da buon giornalista scrive un coccodrillo di tutto punto che inizia «Voleva solo riuscire a fare il giornalista». Giuliano Giubilei cita Battiato: «Ne aveva avuto di occasioni... perdendole». Mario Monicelli pugnace e impavido: «Non mi preoccupava la sconfitta se la cusa che difendevo era giusta». Previdente Marina Tagliaferri: «La prossima volta voglio leggere il copione prima...».

Infine Teddy Reno esce di scena con una domanda: «Ma Rita dov'è?».

Insieme anche nella morte

Un gruppo di ricercatori tedeschi l'ha individuata nei pressi di Eulau

La prima famiglia della storia: sepolta 4600 anni fa

Padre e madre nella tomba con i due figli: tutti vittime di un'aggressione da parte di un'altra comunità


Sono stati studiati i resti del più antico nucleo familiare mai scoperto finora. La famiglia, composta da una donna dall'età fra i 35 e i 50 anni, un uomo fra i 40 e 60, e due bambini di circa cinque e nove anni, è vissuta 4.600 anni fa, nei pressi del fiume Saal vicino ad Eulau, in Germania, insieme con altri nove individui sepolti nelle vicinanze. Sono stati vittime di una aggressione violenta e chi li ha trovati li ha sepolti con molta cura: la mamma di fronte a un figlio e il papà di fronte all'altro rannicchiando i corpi e sistemandoli in modo che si guardassero l'un l'altro.

A fare luce su età, parentela e luoghi dove sono cresciute queste persone è uno studio pubblicato sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze, Pnas da un gruppo di ricerca coordinato dall'Università tedesca Johannes Gutenberg- Mainz. La ricerca ha ricostruito la tragedia dell'età della pietra con tecniche genetiche, isotopiche, antropologiche e archeologiche. I dati emersi evidenziano che tutti e 13 gli individui sepolti sono stati vittime di un'aggressione fatale perché mostrano segni di lesioni. In particolare, nella vertebra di una donna è stato trovato un proiettile di pietra e due adulti hanno il cranio fratturato. Molte vittime, inoltre, hanno anche ferite da difesa alle ossa degli avambracci e delle mani. Secondo gli studiosi, queste persone avrebbero subito un raid da parte di un'altra comunità, e poi, sono state inumate con molta cura (insolita per il Neolitico) dagli individui superstiti dell'aggressione.

Lo studio ha fatto anche luce su aspetti sociologici della comunità di appartenenza. Misurando gli isotopi di stronzio presenti nel cibo intrappolato nei denti, gli scienziati hanno stabilito che le donne sepolte hanno vissuto l'infanzia in un luogo diverso da quello degli uomini e dei bambini. «Questo dato - ha osservato uno degli autori, Alistair Pike, archeologo all'università di Bristol - è indice di esogamia, una regola per cui il coniuge deve essere scelto al di fuori del villaggio di appartenenza e di patrilocalità, un'usanza che impone ad una coppia di andare a vivere nei pressi della casa del padre del marito». Tradizioni, conclude l'esperto, usate per evitare l'incrocio fra consanguinei e per intessere la rete di parentela con altre comunità.

Vincere facile?!

Giochi in video: quanto si vince

«E così diventerai milionario»: la grande illusione dei quiz in tv

Undici ore di programmazione, due milioni in palio.

«Ma si crea un divario tra mondo virtuale e realtà»

Si possono vincere computer, viaggi, buoni spesa, batterie di pentole, automobili, perfino autobus. E, naturalmente, tanti, tantissimi soldi. Basta avere un pizzico di fortuna. È la promessa della tv: dei numerosi quiz, concorsi e giochi a premi che affollano i palinsesti delle principali reti nazionali. Ogni giorno, almeno 11 ore di programmazione sono occupate da programmi che fanno sognare vincite facili in grado se non di cambiare la vita di darle almeno una bella mano. Solo Canale 5 mette in palio oltre un milione di euro al giorno. Raiuno più di 800mila. È una gara a chi offre di più, a chi spinge più su l'asticella del «montepremi». Una lampada di Aladino catodica dove non bisogna strofinare ma telefonare: tanto basta perché poi, altrettanto magicamente, «il fortunato telespettatore che ha trovato per primo la linea» si ritrovi nella condizione di vincere potenzialmente qualunque cosa. È la televisione «gratta e vinci».

Una televisione «attraente» ma fortemente «diseducativa» e «pericolosa», almeno secondo uno studio promosso da Comunicazione Perbene, associazione per l'ecologia della comunicazione. Dal 19 al 25 ottobre scorsi sono stati monitorati i palinsesti delle principali reti nazionali (Rai e Mediaset). Quindi, un pool di 100 esperti tra psicologi, psicopedagogisti e sociologi ha analizzato i dati raccolti. Dalle 8 del mattino alle 24, le principali sei reti nazionali su 144 ore di programmazione dedicano oltre 11 ore a programmi che promettono facili vincite, con picchi di giorni in cui si superano le 15 ore. Quotidianamente, la somma di tutti i montepremi supera i 2 milioni di euro. Solo Gerry Scotti, con «Chi vuol essere milionario» mette in palio ogni giorno un milione di euro. Raiuno supera gli 815 mila euro con cinque programmi, dal mattino fino ad «Affari tuoi». Il gioco dei pacchi da solo ha come montepremi 500 mila euro. Quello messo in atto da questa tv sarebbe un vero e proprio «bombardamento» che secondo gli psicologi (69%) può avere effetti «pericolosissimi» sul pubblico. Il 58% degli intervistati annovera questi programmi tra i più diseducativi della tv, colpevoli di creare frustrazione (39%), non promuovere i veri valori (56%) e dare un'immagine falsata della vita reale.

Più a rischio sono gli adolescenti (71%), mentre il fattore più diseducativo è nella sproporzione capacità-vincite (62%). «La tv rappresenta il media più potente, questo comporta una responsabilità che spesso il piccolo schermo dimentica, ovvero promuovere messaggi educativi - sottolinea Saro Trovato, presidente di Comunicazione Perbene -. Oggi basta accendere la tv per assistere a programmi che regalano cifre esorbitanti». Rispetto al passato, il cambiamento starebbe proprio nella frequenza di questo tipo di trasmissioni (41%): si è persa l'eccezionalità dell'evento, così come era ai tempi dei grandi quiz di Mike Bongiorno. Ora la percezione diffusa è che la dea bendata si sia fatta molto meno schizzinosa, ormai pronta a baciare chiunque e in ogni momento. A riprova, una rapida scorsa del palinsesto. È un fiorire di programmi con montepremi milionari: su Raiuno in «Carràmba che fortuna», Raffaella Carrà promettere vincite fino 750mila euro (oltre agli altri 800mila offerti quotidianamente dalla rete); Enrico Papi su Italia 1 ne «regala» 100mila, basta girare la ruota della fortuna e incrociare le dita.

C'è poi «Paperissima» che, su Canale 5, mette in palio 100mila euro per chi ha avuto la fortuna di girare un filmato divertente, o ancora «Mattino in Famiglia » che, su Raidue, offre qualche centinaia di euro per risolvere un cruciverba e «Mezzogiorno in Famiglia» che fa «sfidare » i diversi comuni italiani per vincere un pullman (dal valore di circa 150mila euro). E ancora, lo zaino a pannelli solari di «Geo & Geo», la batteria di pentole de «La prova del cuoco», il carrello di libri di «Per un pugno di libri», i buoni spesa di «Occhio alla spesa», i chilometri di viaggio di «Alle Falde del Kilimangiaro». Gli esempi sono moltissimi. Ed è così che - escludendo i reality che pure promettono importanti vincite semplicemente «votando» («La Talpa» di Italia 1, ad esempio, mette in palio 200mila euro) - la tv ogni settimana fa segnare un montepremi totale di oltre 15 milioni di euro: più due milioni di euro messi in palio al giorno, 84.272 euro ogni ora, 1.404 euro ogni minuto, 23 ogni secondo. Cifre che, in tempo di crisi, inevitabilmente ingolosiscono ancora di più. Non c'è da stupirsi dunque se esiste chi dell'inseguire la fortuna in tv ha fatto un'arte. O meglio, un mestiere. (...)

Ancora realtà virtuale

Corna secondarie

di Massimo Gramellini


Quando ho letto che una donna inglese aveva divorziato dal marito dopo averlo trovato abbracciato a un'altra su un sofà di Second Life, ho pensato quel che adesso starà pensando la maggioranza di voi: cosa diavolo è Second Life e soprattutto chi se ne importa. Poi ho visto le foto dei due sposi - obesi, grifagni, con gli occhi rossi di rabbia svogliata - e le foto dei loro «avatar», cioè degli alter ego con cui si aggirano su uno dei tanti siti che consentono di vivere altre esistenze o di offrire al giudizio del prossimo una versione ritoccata e ideale della propria.

Le icone erano bellissime: lui si era calato nei panni di un nero fascinoso col pizzetto e gli occhiali a specchio, lei in quelli di una bruna dagli occhi di cerbiatto. Ho immaginato la tristezza delle loro «prime» vite, trascorse in stanze attigue a smanettare sulla tastiera del computer, fingendosi qualcuno di meglio e di diverso, in una sorta di chirurgia plastica della coscienza. E ho pensato a quanti milioni di persone hanno ormai trasformato il passatempo di una sera in una dipendenza, al punto da investire più emozioni nella vita finta che in quella vera. Nella vita finta si è sempre belli ed eleganti, nessuno deve lavorare su se stesso per migliorarsi, né piegare la schiena sotto il peso delle responsabilità. Ogni tanto però c'è un cortocircuito. La vita finta invade la vera, creando dalle viscere dei sogni un evento mitico come l'elezione di Obama. Ma più spesso è la vita vera che invade la finta e dà lavoro agli avvocati, non riuscendo più a darlo agli psicologi.

Dipendenze contemporanee

Sesso, amicizia e insoddisfazione, l'identikit di chi è sempre online

Facebookmania fra i 30-40enni

Esplodono le iscrizioni anche in Italia. Ma gli psicologi avvertono: «Attenzione a illudersi»

Un clic e si diventa amici, si ritrovano ex compagni di scuola, oppure antiche fiamme. E sui comincia a condividere pezzi di vita, foto e video. Per senitrsi meno soli. E' la Facebookmania, una passione in rapido aumento anche in Italia: gli ultimi dati parlano di 1 milione 369 mila utenti italiani (su 132 milioni nel mondo), con un incremento di visitatori del 961% in un anno ( del +135% degli iscritti). «E' una febbre che contagiato in particolare la fascia tra i 30 e i 40 anni, e non a caso: questo mondo virtuale è infatti vissuto come un antidoto al senso di vuoto e alla solitudine, che in questa fase della vita, fitta di bilanci, contagia anche i cosiddetti vincenti» commenta Paola Vinciguerra, presidente di Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) e direttore dell'Uiap (Unità operativa attacchi di panico) alla Clinica Paideia di Roma.

Se infatti il sito è nato richiamandosi - anche nel nome - agli album fotografici che le università americane pubblicano a inizio anno accademico per ritrovare amici perduti, oggi i nostalgici a caccia degli ex compagni di classe sono solo uno dei tanti profili dei facebook-maniaci: ci sono i «troppo soli», gli insoddisfatti, quelli con l'alter ego, quelli che lo fanno per farsi pubblicità, i cuori infranti e, naturalmente, i latin lover virtuali. (...) A 30-40 anni, che gli obiettivi che c'eravamo posti siano stati raggiunti o meno, si fa strada un senso di vuoto, perchè più che l'essere abbiamo curato l'apparire».

Così finiamo per ricercare quelli che sono sentiti come «rapporti veri: i compagni di scuola, gli amici di tante estati al mare, i ragazzi del cortile. Quelli a cui davamo e ricevevamo sostegno e comprensione sinceri. Oggi nel mondo reale recitiamo un po' tutti - avverte la Vinciguerra - ma in passato non era così». «Facebook permette a tante persone di pensare di essere importanti, solo perchè hanno decine e decine di amici virtualì, ma purtroppo si tratta spesso solo di una colossale illusione», sostiene Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma, e fra i primi a occuparsi del problema delle tecno-dipendenze in Italia. «Occhio però, perchè dimenticano che resterà per sempre traccia sul web del cumulo di menzogne o banalità narcisistiche che si immette nella rete», avverte Cantelmi. E spesso le menzogne vengono al pettine, come è già accaduto nel caso di coppie in cui uno dei due si presenta single sul sito, e l'altro lo scopre. «Si è disperatamente in cerca di una realtà diversa, anche sentimentalmente, così si altera la verità», dice la Vinciguerra.

Ecco, secondo gli esperti, l'identikit dei popolo di Internet contagiato dalla Facebookmania.

1) I nostalgici: Si emozionano alla vista delle foto dei compagni di classe delle medie o del liceo. Cercano gli amici del passato per vedere come sono invecchiati, e commentano i bei tempi andati. Una nostalgia per i vecchi tempi che, di fatto, è un rimpianto per i rapporti veri e perduti, per un'infanzia e un'adolescenza ormai lontana e mitizzata.

2) I latin lover virtuali : Dichiaratamente a caccia di nuovi potenziali partner, ma anche di ex piacenti e disponibili. Spesso celano una relazione (se l'hanno) e rimpinzano il proprio profilo e gli album con foto sexy o interessanti, a volte ritoccate. In genere accumulano decine e decine di amici dell'altro sesso, con i quali fanno i misteriosi. «Ma alla fine si tratta di persone sole o profondamente infelici con il partner, che ricorrono a cumuli di banalità narcisistiche per rendersi interessanti», spiega Cantelmi.

3) I cuori infranti: Prostrati dall'ultima relazione, in corso o finita, sono a caccia degli antichi amori, mitizzano i ricordi. Hanno l'impressione di essersi persi per strada qualcosa di vero. «In questo caso l'insoddisfazione e la solitudine vanno a braccetto - spiega la Vinciguerra - e si cerca di darsi un'altra chance» grazie alla rete.

4)Gli insoddisfatti: Infelici anche se hanno una famiglia e dei figli, spesso sono donne. Non trovano spazio per il sogno, il romanticismo e quel pizzico di avventura, che finiscono per cercare su Facebook.

5) Quelli della pubblicità: Sono più o meno famosi, politici, campioni dello sport, attori. Ricorrono a Facebook in modo strumentale, per farsi mega-spot gratuiti.

6) Quelli con l'ater ego: Dai 400 burloni che si sono presentati nei panni del calciatore Francesco Totti, ai tanti Giulio Cesare o Maria Antonietta, a quelli che pubblicano foto diverse o ritoccano la descrizione vantando titoli ed esperienze di fantasia. Soli e in cerca di contatti, si mettono una maschera per ottenere attenzioni e credibilità nel mondo virtuale.

Coerenza

I consiglieri del parroco: "L'Iva è sempre da pagare?"

di mons. Mario Delpini

Avvenire - 15 giugno 2008


Non è ragioniere diplomato: in seminario dedicava a filosofi e poeti più tempo che alla partita doppia. Ma don Antonio passa per essere un precisino. Registra entrate e uscite, di ogni lavoro chiede preventivo e fattura, non procede a un lavoro che non sia autorizzato e non lo paga se non è collaudato. I suoi consiglieri per gli affari economici, discutendo del bilancio, non nascondono l'ammirazione per la documentazione ordinata e per una gestione vigile e prudente. Talora però i consiglieri, uomini d'affari e d'esperienza, suggeriscono qualche disinvoltura: «Certo che l'Iva al 20%... è proprio necessario fatturare tutto?». «Per quei lavoretti, non ci pensi... mando un paio d'operai: poi ci arrangiamo ». «Quella vendita è stata un buon affare: ma non è un po' troppo quello che si deve alla Curia?». «Ma è sicuro che i suoi confratelli siano poi così scrupolosi?». «Non pensi ai debiti: prima o poi si pagano! Guardi che l'economia sta in piedi sui debiti». Qualche volta a don Antonio viene il dubbio che i suoi consiglieri confondano l'esperienza con la furbizia e che la competenza per fare buoni affari consista nei sotterfugi e nell'approssimazione. Saranno poi affari buoni?

Inutili dighe

Oggi ho capito perché mi colpisce sempre tanto la tragedia della diga del Vajont:

- è stato un dramma annunciato: i segnali si vedevano eppure nessuno di quelli che avevano repsonsabilità ha voluto vederli;

- chi vedeva i segnali del pericolo era gente di buon senso, umile, esperta della sua terra, attenti ai piccoli sommovimenti;

- chi ha fatto finta di non vedere aveva degli interessi per non farlo;

- la struttura dell'immensa diga ha tenuto... ma pur sempre di diga si tratta;

- l'acqua che si voleva trattenere ha saltato ciò che avrebbe voluto/dovuto trattenerla;

- da fonte di vita, la massa delle acque è diventata cascata di morte e distruzione. don Chisciotte

In punta di piedi

Inizio e fine, i due misteri della vita


(...) Rimane vero che ogni traccia di vita umana, sia nello stadio incipiente come nello stadio finale, meriti rispetto, attenzione, riverenza. È sufficiente che un essere umano abbia un minimo di «vita», che dia qualche segno di attività permanente vegetativa per essere considerato ancora «in vita». Qui nascono alcune grandi questioni etiche, come quelle sulla liceità di intervenire su un essere umano che vive in tempi prolungati soltanto e unicamente (almeno così appare) il momento vegetativo della propria esistenza. Analoga questione si pone sull'inizio della vita: vi sono casi in cui, pur riconoscendo tutto il rispetto dovuto a un essere umano, la sua presenza possa divenire così pericolosa per gli altri che sia giocoforza toglierla di mezzo? Esistono situazioni in cui un tale vivere diventi così insopportabile e apparentemente immodificabile che non sia lecito portare un giudizio morale su chi vi mette fine? Certamente sarà molto difficile affermarlo con il linguaggio delle leggi come dei principi astratti: essi non riescono a cogliere la complessità degli elementi etici, valoriali e affettivi che entrano in ogni singolo caso particolare, ognuno in qualche modo diverso da ogni altro. Mi pare che solo chi è di fatto giuridicamente, emotivamente e affettivamente coinvolto in tali situazioni possa cogliere qualcosa di tale complessità. (...)

Senza questa premessa di fondo sulla natura dell'uomo e della donna chiamati a partecipare alla vita stessa di Dio, non ci riesce facile spiegare come Gesù abbia ritenuto di minor valore la vita umana fisica, tanto da esclamare: «A voi, che siete miei amici, dico: "Non abbiate paura di quelli che possono togliervi la vita, ma non possono farvi niente di più"» (Luca 12,4) e da esortare a mettere in gioco la propria vita fisica per valori più alti: «Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non produce frutto. Se invece muore, porta molto frutto. Ve l' assicuro. Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Giovanni 12,34-35). C'è quindi una «vita» che trova il suo compimento nella «vera vita». La vita fisica è substrato e premessa di quella «vera vita» che è l'amicizia con Dio. (...)

Sarebbe errato, però, e ci porterebbe fuori strada, il trarre tutte le conclusioni solo da questo «valore assoluto» della vita fisica. Perché esso in tanto sta in quanto è derivato da un valore molto più grande e veramente intangibile, che tocca il mistero stesso di Dio.


card. Carlo Maria Martini

Per tutti?

Se si deve parlare di giustizia e di rispetto per la vita,

lo sia per tutti.

Ma non mi pare che stiamo facendo così.




G8 DI GENOVA

Blitz Diaz, assolti i vertici della polizia. «Vergogna»



L'ultimo verdetto: Eluana può morire

Il Vaticano: «Soffrirà, è eutanasia»



THOMAS BEATIE

L'uomo incinto è un'altra volta incinto



L'Onu: «Il conflitto rischia di estendersi»

In Congo si è ripreso a combattere



Talpa, le confessioni di Melita

Pasquale cade nella tentazione

Livio Fanzaga ci darebbe motivi per non credere in Dio






Se questo fosse cristianesimo, avremmo un sacco di motivi per non essere cristiani.


Diciamo forte e chiaro che - oltre a manifestare i problemi psicologici dell'uomo che parla in questo video -


il contenuto delle sue parole non è evangelico.

Due palle e una realtà

Cassano: «Ho avuto 600-700 donne»

Autobiografia del genietto di Bari:

«Se non avessi fatto il calciatore sarei diventato un delinquente»




Indovinello:

Delle tre frasi, due contengono due palle incredibili (per stare nel linguaggio calcistico) e una la realtà presente: traccia le frecce giuste per collegare frase e valutazione!

Faziosità interessate

C'è della malafede a presentare così il pensiero del card. Martini,

ben più profondo e articolato,

rispetto alla banalità faziosa con cui questo giornalista lo descrive.

Che poi "Dio non sia cattolico", lo sapevamo sia noi che Lui (l'Altissimo!)

fin dal principio del tempo!



Il titolo della Newsletter di S. Magister:




Dio non è cattolico, parola di cardinale

Carlo Maria Martini pubblica un libro "sul rischio della fede" e invita a diffidare delle definizioni dottrinali, perché Dio "è al di là". Ma così il rischio è che svaniscano gli articoli del Credo, obietta il professor Pietro De Marco. E spiega perché.

Un bel regalo di compleanno: il concerto di Guccini!!


 


[ Don Chisciotte ] Ho letto millanta storie di cavalieri erranti, di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza. Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia; proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto: vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso, e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello, ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo! Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante, colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte, com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...


[ Sancho Panza ] Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore, contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore... E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra, cavalier senza paura di una solitaria guerra cominciata per amore di una donna conosciuta dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta, ma credendo di aver visto una vera principessa, lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa. E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere, non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini... E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello: io che sono più realista mi accontento di un castello. Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza, quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...


[ Don Chisciotte ] Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora, solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora: per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri! L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo, anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo, ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa il nemico si fà d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...


[ Sancho Panza ] A proposito di questo farsi d'ombra delle cose, l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese le ha attaccate come fossero un esercito di Mori, ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore? Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore, credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame !


[ Don Chisciotte ] Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista, ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista, l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna, preferisco le sorprese di quest'anima tiranna che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti, ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti. Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire, ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...


[ Sancho Panza ] Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente, ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia, riusciremo noi da soli a riportare la giustizia? In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre, dove regna il "capitale", oggi più spietatamente, riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al "potere" dare scacco e salvare il mondo intero ?


[ Don Chisciotte ] Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro perchè il "male" ed il "potere" hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità, farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?


[ Insieme ] Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani e, anche se siamo soltanto due romantici rottami, sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte: siamo i "Grandi della Mancha", Sancho Panza... e Don Chisciotte !

Inquinamento acustico

E si apre anche il"fronte" del rumore notturno

La musica in cuffia fa diventare sordi.

Dieci milioni di persone a rischio di danni all'udito.

Allarme dalla UE, che propone nuovi limiti per il rumore


Una persona su dieci, fra quelle che ascoltano la musica ad alto volume in cuffia per un'ora al giorno per cinque anni almeno, rischia una perdita permanente dell'udito. I dati arrivano da uno studio dall'Unione Europea e sono preoccupanti tant'è vero la Commissione Europea sta cercando di valutare se alcuni miglioramenti tecnologici dei vari riproduttori di musica possano minimizzare i danni. E ha chiesto a una commissione indipendente di studiare il fenomeno. I numeri europei di chi ascolta la musica in cuffia sono giganteschi: fra i 50 e i 100 milioni. La Commissione scientifica dell'Unione Europea, appositamente istituita per studiare i «Rischi per la salute di nuova identificazione», valuta che dal 5 al 10 per cento degli utilizzatori abituali di questi apparecchi, può essere a rischio di perdita dell'udito, il che significa fra i 2,5 e i dieci milioni di persone, soprattutto bambini e adolescenti.Secondo le regole di sicurezza europee sono considerati pericolosi livelli attorno ai 100 decibel per i lettori di musica, ma alcune ricerche fanno ritenere che siano eccessivamente alti. I ragazzi però tendono ad aumentare il volume oltre i novanta decibel quando ascoltano musica in ambienti esterni, soprattutto cittadini, per neutralizzare i rumori del traffico e dei trasporti pubblici. Melena Kuneva, commissario europeo per i consumatori, ha commentato: «Molti giovani, soprattutto quelli che usano lettori di musica, ma anche cellulari, ad alto volume e per molte ore non sanno che possono danneggiare irreparabilmente il loro udito».Che il rumore eccessivo, da lettore di musica, da cellulare o proveniente da qualsiasi altra fonte sia davvero un nuovo rischio per la salute è ormai testimoniato da centinaia di studi. Peggio ancora se si tratta di rumore notturno, responsabile di notti insonni per moltissimi cittadini europei, soprattutto per quelli che abitano nelle grandi città. Il sonno è uno dei diritti fondamentali dell'uomo, secondo la Convenzione Europea dei diritti umani. E l'Unione Europea per tutelarlo ha appena condotto uno studio in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità su 12 Paesi europei (in Italia soltanto Firenze, Roma, Genova e Torino, su un totale di 13 aree metropolitane, hanno provveduto alla mappatura dell'inquinamento acustico) e ha compilato le Lineeguida sul rumore notturno per l'Europa. Queste ultime dovrebbero stimolare i governi a trarre indicazioni per modificare le legislazioni in materia.A proposito di danni per la salute del rumore, lo studio europeo ha evidenziato, per esempio, come un treno che passa vicino a un'abitazione fa aumentare fino a dieci battiti in più il battito cardiaco di una persona che dorme. Le lineeguida fissano poi una correlazione fra i livelli di rumore notturno e gli effetti sulla salute del sonno e sulla salute in generale. Fino a 30 decibel non si osservano sostanziali effetti biologici, tra 30 e 40 aumentano i movimenti del corpo, i risvegli e l'eccitazione. Tra i 40 e i 55 la situazione si aggrava con marcato aumento degli effetti negativi soprattutto sul sistema cardiovascolare nonostante le persone si adattino al rumore; oltre i 55 la situazione può diventare pericolosa. Ecco infine qualche riferimento per i decibel: il traffico diurno raggiunge 65 decibel e diminuisce di sette decibel durante la notte, mentre il passaggio di un treno in piena notte arriva a 80 decibel. Le lineeguida dicono che durante la notte non si dovrebbero superare i 30 decibel per garantire il riposo ai cittadini, un limite più basso rispetto a quello fissato qualche tempo fa.

Travisamenti benedetti


 


Questo articolo dimostra



come si possa travisare la storia, la vita degli uomini, la Parola di Dio

per piegarle alla propria ideologia.

Non so se in altre epoche ci fu in lui onestà intellettuale;

adesso no.

don Chisciotte


di Gianni Baget Bozzo

Papa Ratzinger continua la sua opera di recupero della tradizione della Chiesa come condizione della sua identità. Proprio gli avvenimenti che hanno circondato il Sinodo e hanno veduto una grande crisi del capitalismo occidentale, che veniva dopo quella del comunismo, permettono di sciogliere il mito conciliare e postconciliare secondo cui la Chiesa si deve aggiornare sulla storia. Non a caso lo stesso concetto di storia è entrato in discussione e credo che il cristiano dei nostri giorni possa avere verso le realtà della società umana il sentimento dell'Ecclesiaste, cioè della ripetizione degli eventi umani. L'uomo, che può con la scienza e la tecnica tutto conoscere e quasi tutto operare, non è più adatto al governo di se stesso e della sua società delle generazioni che lo hanno preceduto. Per questo ricorrere alla tradizione della Chiesa come al filo aureo che esprime la parola di Dio in Cristo per tutti i tempi e tutte le storie significa fondare la propria casa sulla roccia secondo la parola evangelica.Il Sinodo dei vescovi che si è tenuto a Roma nei medesimi giorni delle borse impazzite avrà certamente avuto presuli sensibili al mito dell'aggiornamento e dell'adattamento. Ma l'impronta del Papa ha dominato il Sinodo, perché anche i vescovi più legati alla memoria conciliare avvertono che solo la lettura nella Chiesa della Parola di Dio permette loro di collegare le generazioni di là dei tempi che le separano.Papa Ratzinger ha vissuto il disagio della fede e della teologia da quando l'esegesi, anche quella cattolica, ha considerato i testi biblici come meri testi, separati l'uno dall'altro e scomponibili nei loro frammenti e nelle tradizioni che essi incorporano. Questa esegesi è conforme alla Riforma protestante entro cui essa è nata per cui la giustificazione del credente non modifica colui che la riceve: e così il singolo testo biblico non cambia senso quando esso viene raccolto dalle assemblee religiose sia ebraiche che cristiane nel canone biblico. In questo modo la lettura che un credente riformato fa della Bibbia è frutto del suo spirito, non è la ricerca della parola di Dio immanente nella Scrittura.Nei tempi postconciliari la lettura dei testi come documenti letterari e come testimonianza dei fatti è divenuta prevalente anche tra i cattolici sicché i testi sono divenuti relativi e i fatti improbabili. Il criterio della Chiesa d'Occidente e d'Oriente è quello di leggere la Bibbia come un documento unitario in cui il senso unico è il Cristo e soprattutto ritiene che sia la Chiesa come «opera proprio dello Spirito Santo» (Agostino) il soggetto che legge la Scrittura per trovare in essa il volto di Cristo. È solo in questo senso che la nota frase di Gerolamo secondo cui chi ignora la Scrittura ignora Cristo è chiaramente comprensibile.La lettura che la Chiesa fa della Bibbia pone l'Antico Testamento, la Bibbia ebraica, come profezia del Cristo ed è in questo modo che il lettore trova in quanto parte della Chiesa la parola di Dio nel testo scritturale. La ricerca con metodi appartenenti alle diverse scienze di interpretazione è certamente significativa, ma non costituisce né una premessa né un obbligo per leggere la parola di Dio nella Bibbia. E, non a caso uno dei temi del Sinodo, e forse quello più significativo, è che lo spazio della Scrittura è quello sacro, cioè quello della liturgia. Così è visibile che, dopo la lunga influenza della Riforma protestante nella teologia e nell'esegesi postconciliare, il Papa conduce anche nel Sinodo i cattolici verso una vicinanza con le Chiese ortodosse, mettendo in luce pensieri che appartengono al cattolicesimo e insieme sono caratteristici delle Chiese ortodosse. La presenza del patriarca di Costantinopoli al Sinodo dei vescovi e il suo magnifico discorso, molto conforme al genio della sua tradizione ma capace di fare risuonare la tradizione cattolica, indica che è nata una nuova realtà che non è più l'ecumenismo come abbiamo conosciuto.

In onore di Miriam Makeba, dell'età e dell'anticamorra


 


La "vecchietta" 75enne Miriam Makeba così cantava l'anno scorso.


Si è spenta solo ieri sera, dopo aver cantato ancora una volta questa canzone al concerto anti-camorra a Castel Volturno.

Vorremmo anche noi avere dei 75enni così trascinanti!

Grazie, Miriam!!


 

Destino e senso

I riparatori

di Massimo Gramellini


Quando il tuo ex compagno di scuola viene eletto presidente degli Stati Uniti, hai un bel ripetere a tutti i microfoni che sei contento. Nella migliore delle ipotesi proverai un pizzico di umanissima invidia. Nella peggiore, verrai assalito dal morbo letale dei paragoni, che ti provocherà la sensazione di essere una nullità. Perciò mi ha spiazzato e commosso la breve intervista a un ex compagno di scuola di Obama: «Il suo destino era diventare presidente, il mio diventare orologiaio. E ce l'abbiamo fatta tutti e due», ha detto con naturalezza. E si capiva che per lui non esistevano una serie A e una serie B, ma due desideri di eguale valore che si erano realizzati. La cultura dominante ripete ogni giorno che per essere felici bisogna entrare nel piccolo cerchio della notorietà e che solo i mestieri che garantiscono fama e denaro meritano di essere perseguiti. Invece l'ex compagno di Obama ci ha detto una cosa diversa. Che tutti ma proprio tutti abbiamo un talento, piccolo o grande, e l'unica cosa che conta è accorgersi di possederlo. Per superficialità o blocchi interiori, molti non riescono a metterlo a fuoco e conducono vite magari brillantissime ma infelici, perché scentrate rispetto alla missione iniziale del loro vivere. Non c'è nessuna differenza fra chi ripara orologi e chi viene chiamato a riparare il mondo, se entrambi infondono nel proprio lavoro il senso profondo di un'esistenza. Soltanto uno dei due finirà sui libri di storia, ma poco importa. Importa che anche l'altro potrà dire di aver vissuto davvero.

Porte della chiesa

Le acquesantiere sorridono presso la porta della chiesa

di mons. Mario Delpini

Avvenire - Milano 7 - 14 settembre 2008


Sorridono a chi entra e a chi esce. Alcuni le hanno ritenute inutili: sono diventate una mensola per gli avvisi e i volantini. C'è chi entra ed esce distratto, non s'accorge neppure del sorriso d'accoglienza. Le acquasantiere restano sorridenti. A chi entra offrono l'acqua benedetta, come quella del battesimo: perché la vita talora si sporca di frustrazioni e impazienze, di meschinità e cattiverie. Chi entra si fa il segno di croce con l'acqua benedetta e sente il sollievo, come di chi indossa un vestito che profuma di pulito: è accolto come un amico atteso, come un figlio amato. A chi esce offrono l'acqua benedetta, come quella di una benedizione.Chi esce si fa il segno di croce con l'acqua benedetta ed esce sorridente, accompagnato da una voce amica, una specie di promemoria: «Ricordati che la tua vita è benedetta da Dio. Forse ti aspettano fatiche e preoccupazioni: ma la tua vita è benedetta da Dio. Forse a casa c'è una festa o forse un dispiacere: la tua vita è benedetta da Dio. Forse il lavoro sarà un cruccio o una preoccupazione: la tua vita è benedetta da Dio». Sono simpatiche le acquasantiere, che sorridono presso la porta della chiesa...

Gaffeur

«Icona pop« o gaffeur seriale: per il mondo il premier è un istrione a volte spiazzante

Dai «cinesi bolliti» alle corna. Le battute di Silvio l'Incompreso

La gag su Rasmussen, Veronica e Cacciari. I finlandesi indignati per la leader «sedotta»

di Gian Antonio Stella

Convinto che grazie a lui l'Italia sia «il Paese più simpatico del mondo», Silvio Berlusconi si è lanciato ieri in una delle battute che lo fanno ridere assai. E nella scia dell'astuta diplomazia internazionale di due ministri come Umberto Bossi e Roberto Calderoli che da anni chiamano i neri «bingo bongo», ha ieri salutato Barack Obama come uno «che è anche bello, giovane e abbronzato».

Come prenderà la cosa il prossimo presidente americano, al quale il nostro premier si era già offerto di «dare consigli» come usavano i barbieri col «ragazzo spazzola» non si sa. È da quando era piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere: «cioccolato», «carboncino», «palla di neve»... Non ci avesse fatto il callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Certo, se il Cavaliere voleva «sdrammatizzare» il primo commento del «suo» capogruppo al Senato Maurizio Gasparri dopo l'elezione («Al Qaeda sarà contenta») non poteva scegliere parole più eccentriche. Fatti i conti col contesto internazionale, è probabile che Obama farà spallucce: boh, stupidaggini all'italiana. Da prendere così, come le barzellette da rappresentanti di aspirapolvere sui lager, i malati di Aids, i froci... L'importante è non prendere sul serio chi le racconta. Esattamente quello che hanno fatto, in questi anni, molti dei protagonisti della scena mondiale. Spesso spiazzati dalle sortite di un uomo che secondo Giuliano Ferrara è «un'opera pop».

Nessuno è mai stato stato così contento di se stesso e così spesso «incompreso» sulla scena mondiale. Basti ricordare quando disse al parlamento europeo che avrebbe proposto a un amico che girava un film sui lager nazisti di dare al socialista Martin Schulz la parte del kapò. Gelo in aula. Interrotto dopo lo stupore da urla d'indignazione. E lui: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l'intero Parlamento. Un'osservazione di venti secondi poiché volevo allentare l'atmosfera... La vicenda è stata enormemente gonfiata dalla sinistra». In realtà, spiegò, «in Italia tengono banco da decenni storielle sull'Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle...». E a quel punto si incazzarono ancora di più gli ebrei. Che difficile, farsi capire... Non lo capirono i ministri degli Esteri europei quando a una riunione a Caceres fece le corna a un collega durante la foto ufficiale: «Volevo far ridere un simpatico gruppo di giovani boy-scout». Non lo capirono i giornalisti russi il giorno che, già ustionati dal numero di cronisti assassinati a Mosca, restarono basiti per il modo in cui reagì alla domanda di una giovane reporter che aveva osato chiedere a Putin se avesse una relazione con una gentile signorina: fece finta di imbracciare un mitra e di dare una sventagliata. Non lo capì il danese Rasmussen quando spiegò che «è anche il primo ministro più bello d'Europa... Penso di presentarlo a mia moglie, perché è molto più bello di Cacciari... Secondo quello che si dice in giro... Povera donna».

E poi non lo capì il giornalista del Times: «Nel bel mezzo del discorso di Chirac in Canada, Berlusconi si è alzato e ha cominciato a distribuire orologi agli altri leader, con un delizioso sprezzo politico». Non lo capirono i palestinesi quando ammiccò: «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivù per la striscia di Gaza, gli manderò "Striscia la notizia"». E non lo capì il cronista del giornale russo Kommersant durante la visita di Berlusconi e Putin allo stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi ad un gruppo di operaie. Poi rivolto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s'è scansata ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia».

Che male c'è? È estroso. Macché: non lo capiscono. Come quella volta che spiegò: «Mi accusano di aver detto che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». Non l'avesse mai fatto! Immediato comunicato del ministero degli Esteri cinese: «Siamo contrariati da queste affermazioni infondate. Le parole e le azioni dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra la Cina e l'Italia». Uffa, era una battuta... Sul cibo, poi... «Rimpasto? No, grazie, non mi occupo di paste alimentari... Poi, dopo la visita in Arabia Saudita, mangio solo riso in bianco...». E si indispettirono i sauditi. Uffa, che permalosi... Il massimo lo diede sulla sede dell'agenzia alimentare europea che rischiava di finire a Helsinki: «Parma sì che è sinonimo di buona cucina, mentre i finlandesi non sanno nemmeno cos'è il prosciutto. Come si può pensare di collocare questa agenzia in un Paese che forse va molto fiero della renna marinata o del pesce baltico con polenta? Per portare l'Agenzia a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy con la presidente finlandese Tarja Halonen». Ed ecco l'incidente diplomatico. Con tanto di protesta ufficiale e convocazione dell'ambasciatore italiano: come si permetteva? Immediata rappresaglia delle associazioni dei produttori finlandesi: «Non compreremo più vini e oli italiani». E lui: «Ho fatto solo una battuta di galanteria. C'è una mancanza di sense of humour...». In fondo si tratta di strategia internazionale. «Cazzeggio strategy», diciamo. Mica le capisce, certe reazioni. Lui, quando a un vertice è saltata fuori la storia che è bassotto mica se l'è presa. Si è tolto una scarpa, l'ha messa sul tavolo e l'ha mostrata a tutti: «Visto? Non ce li ho i tacchi alti. È che mi dipingono così».

Non ci stiamo


Quanto resisteremo?

di Massimo Gramellini

L'effetto Obama, questo sentirci improvvisamente attratti da discorsi elevati sulla natura umana, sarà la tendenza del futuro o è destinato a esaurirsi di fronte alla prima maldicenza ascoltata in corridoio? (...) Ora, ciascuno di noi è convinto di dedicare la maggior parte del suo tempo, diciamo il 98%, a fare cose buone ed è molto scocciato quando sui giornali trova descritto solo il restante 2%. (...) Si può però tentare un disarmo bilanciato: noi ci impegniamo a scriverne di meno e voi a leggerne di meno. Comincio io: oggi avrei potuto malignare sull'anziano premier di un piccolo paese dell'Europa del Sud che ha fatto una battuta da bar brianzolo (il Bar Lusconi) sul colore della pelle del Presidente degli Stati Uniti. E invece non lo farò.

Dalla serie: "Chissenefrega"

Parla la Ponce

Lola: «Quello che succede nel mio letto è roba mia».

La cantante si confessa su "Max" per il suo "Book of the Year".



Se fosse veramente così non lo direbbe ai quattro venti;


invece, in questo modo quello che succede mi pare una "roba" di tanti!

don Chisciotte


Giannelli

Noi proprio non possiamo?!

No, we can't

di Massimo Gramellini

Con tutti i suoi difetti, ma la democrazia in America è una cosa meravigliosa, a differenza che altrove. Certo, i candidati vengono scelti dopo un duro apprendistato e non si candidano solo quando sono sicuri di vincere, come altrove. Certo, per il rito di iniziazione all'età adulta gli studenti hanno passato la notte nei sacchi a pelo davanti al maxischermo del loro college senza il conforto di mamme e professori (succede anche questo, altrove). Certo, davanti ai seggi ci sono code chilometriche perché da quelle parti si ostinano a stare in fila per uno, anziché sperimentare forme innovative di incolonnamento a fisarmonica, a raggiera, modello arrogance («lei non sa chi sono io») o formato parakul («mi lasci passare, la prego, ché la casa mi va a fuoco e ho dimenticato mio figlio sullo zerbino con un leone a stecchetto da mesi»), molto diffuse altrove. Certo, a Chicago, sperduto villaggio dell'Illinois, ieri sera aspettavano un milione di persone in piazza ed erano terrorizzati dall'idea di non riuscire a gestirle tutte, mentre altrove ne hanno appena ospitate due milioni e mezzo (ma in realtà erano due miliardi e mezzo, anzi due milioni di miliardi e mezzo) senza fare una piega. Certo, laggiù il candidato giovane sembra proprio giovane e il candidato vecchio proprio vecchio, non come altrove, dove al vecchio crescono i capelli e il giovane fa cascare le braccia.

Sì, con tutti i suoi difetti, ma la democrazia in America è davvero una democrazia. A differenza che altrove.

Speranze

Che non sia solo demagogia o retorica...


"Ci saranno battute d'arresto e false partenze. Ci saranno molti che non saranno d'accordo con ogni decisione o ogni politica che varerò da Presidente e già sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma io sarò sempre onesto con voi in relazione alle sfide che dovremo affrontare. Vi darò ascolto, specialmente quando saremo in disaccordo. (...)

Ricordiamoci che se mai questa crisi finanziaria ci insegna qualcosa, è che non possiamo avere una Wall Street prospera mentre Main Street soffre: in questo Paese noi ci eleveremo o precipiteremo come un'unica nazione, come un unico popolo. Resistiamo dunque alla tentazione di ricadere nelle stesse posizioni di parte, nella stessa meschineria, nella stessa immaturità che per così tanto tempo hanno avvelenato la nostra politica (...)".


Dal discorso di Obama a Chicago

Un sogno... 45 anni fa!





Discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963

Martin Luther King: "I Have a Dream" (Io ho un sogno)

"... Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!..."

Programmi e (dis) informazione sessuale

Studio Usa: i programmi a esplicito sfondo sessuale deformano la percezione del reale

L'autrice della ricerca: "Bisognerebbe anche monitorare il web, la stampa e la musica"

Gravidanze giovanili indesiderate. Rischio doppio tra le teledipendenti

di Benedetta Perilli


In America se lo chiedono da tempo: ma la Juno Generation, quella delle ragazzine spensierate che nascondono il pancione sotto la maglietta, da dove è spuntata? Probabilmente dalle giovanissime teledipendenti. A dirlo è un team di ricercatori della Rand Corporation che ha pubblicato sul numero di novembre della rivista Pediatrics, il giornale ufficiale dell'Accademia americana dei pediatri, uno studio su "Guardare il sesso in tv può predire la gravidanza giovanile?". E mentre negli Stati Uniti il fenomeno delle baby mamme sembra diminuire, pur coinvolgendo nomi noti come Jamie Lynn Spears, la 17enne sorella di Britney, e la coetanea Bristol Palin, figlia, in dolce attesa, della candidata repubblicana alla vicepresidenza della Casa Bianca, la scienza dice finalmente la sua sul discusso argomento. Televisione e gravidanze adolescenziali, insomma. C'è una connessione?

La risposta è si. Chi vede programmi televisivi che trasmettono contenuti sessualmente espliciti, come ad esempio i telefilm Sex & the City e Friends, ma anche film e talk-show che affrontano tematiche sessuali, avrebbe più del doppio di possibilità di diventare un baby genitore rispetto a chi non segue questo genere di programmi. I risultati variano poi a seconda delle fasce di età degli intervistati ma, parlando in numeri, per quanto riguarda i 16enni si tratta del 12 per cento di possibilità contro il 5%.

Per arrivare alla conclusione che, se vista troppo, male e senza la supervisione dei genitori, la televisione può portare a seri danni comportamentali per gli adolescenti, i ricercatori dell'associazione non profit Rand Corporation, guidati da Anita Chandra, hanno condotto, dal 2001 al 2006, un sondaggio telefonico longitudinale su un campione di adolescenti tra i 12 e i 17 anni. Il sondaggio, misurando il tempo trascorso davanti alla televisione, le conoscenze sessuali, l'attitudine, il comportamento e una vasta scala di variabili demografiche e psicologiche, ha cercato di prevedere le abitudini e il comportamento sessuale degli adolescenti.

Dopo aver individuato una rosa di ventitré programmi televisivi più in voga tra i teenager, i ricercatori hanno chiesto loro di stabilire quanto tempo veniva dedicato quotidianamente ad ogni programma, oltre ad analizzare i reali contenuti sessuali veicolati dalle varie trasmissioni. A questo punto il sondaggio si è spostato sulle abitudini sessuali degli intervistati, su eventuali gravidanze avute in passato e sulla possibilità di averne in futuro. Proprio in base a queste predizioni e grazie alla natura longitudinale del sondaggio, condotto sullo stesso campione di giovani prima ad un anno di distanza e poi a due, ovvero nel 2001, 2002 e 2004, è stato possibile stabilire che la maggiore esposizione a contenuti sessuali ha corrisposto ad una maggiore incidenza di baby gravidanze.

Ma in un'intervista telefonica rilasciata all'agenzia di stampa Reuters la ricercatrice Anita Chandra ha precisato: "La televisione è solo uno degli ingredienti che influenza il comportamento degli adolescenti. Dovremmo concentrarci anche sul ruolo di internet, dei giornali e della musica". Dello stesso parere anche la psicologa dell'infanzia Maria Rita Parsi che commenta così la notizia: "Già da cinque anni nei convegni di pediatria ginecologica si discute dei danni del bombardamento di immagini inappropriate subito dai bambini attraverso la televisione e Internet e alla loro conseguente eccessiva adultizzazione. La soluzione? Riappropriarsi dei tempi della vita. I bambini hanno diritto a vivere le giuste fasi della loro infanzia e adolescenza".

In Italia la situazione dei giovani è diversa da quella americana, soprattutto per quanto riguarda la salute riproduttiva e, se non si può parlare del fenomeno delle baby gravidanze, si può però analizzare la relazione tra televisione e comportamenti degli adolescenti. A farlo è la Società Italiana di Pediatria, che ogni anno pubblica il Rapporto sulle abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani. L'analisi dei dati del 2007, relativi a televisione e sessualità, è in linea con la ricerca americana che individua nella televisione un fattore capace di influenzare i comportamenti sessuali degli adolescenti.

La percentuale di giovani italiani che considera un rapporto sessuale non protetto come un comportamento a rischio aumenta infatti di circa il 6% se a rispondere alla domanda sono ragazzi che guardano la televisione meno di un'ora al giorno, mentre per chi la vede più di tre ore il sesso non protetto è percepito in maniera meno rischiosa.

Un altro dato importante è quello che riguarda l'informazione sessuale. Chi vede la televisione meno di un'ora al giorno dichiara di ricevere le informazioni soprattutto da amici, genitori e insegnanti, mentre per chi guarda la televisione più ore al giorno le percentuali di interazione con i genitori (soprattutto con la madre che passa dal 35 al 21%), diminuiscono sensibilmente a favore di amici e soprattutto altro, categoria all'interno della quale è presumibile che venga inserita proprio la televisione.

"Chi vede la televisione per più tre ore al giorno manifesta una presunta, e falsa, consapevolezza sessuale, che deriva probabilmente da quello che vede in tv - così il dottor Maurizio Tucci, curatore dell'indagine della SIP - i dati dimostrano inoltre che chi trascorre più ore davanti alla televisione tende a ricercare autonomamente le informazioni relative al sesso, ricorrendo sempre più alla televisione stessa, ai giornali e a internet e sempre meno ai soggetti reali come genitori, insegnanti o medici".

Anni '60

Uno che è nato nel mio stesso decennio è stato eletto Presidente degli Stati Uniti...

anche questo mi fa pensare.

don Chisciotte

11 mesi + 9


11 mesi fa vedeva la luce e

9 mesi prima cominciava a vivere

questa splendida creatura!

Spreco

Non sperperate il sapere

di Antonio Scurati

C'è una cosa che il ministro dell'Università e della Ricerca deve sapere: il momento peggiore della vita di un giovane professore universitario non è quello in cui riceve il suo magro stipendio ma quello in cui esamina i propri studenti o ne discute le tesi di laurea. È allora, infatti, che si assiste al disastro della pubblica istruzione.

La rovina del millenario edificio del sapere assume i tratti somatici del tuo allievo che, seduto all'altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzica frasi per lo più sconnesse, ciancica frattaglie di nozioni irrancidite, rimastica rigurgiti di conoscenze mal digerite. In quei momenti il nostro fallimento sta lì, a meno di un metro di distanza da noi, ci basterebbe allungare la mano per afferrarlo. Dire una parola per porre fine a esso. Ma non lo facciamo. Rimaniamo a guardare, come incantati dal fascino del disastro. Ascoltiamo, quasi ipnotizzati, la nenia dello studente oramai prossimo alla laurea eppure incapace di coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso. Tendiamo l'orecchio a quel balbettio perché in esso avvertiamo la vibrazione sorda di un grande organismo in decomposizione. Ce ne stiamo lì, soggiogati dalla malia dei cimiteri di campagna. Non chiudiamo nemmeno gli occhi, non distogliamo lo sguardo: abbiamo davanti a noi lo spettacolo di una catastrofe al rallentatore. Ed è quella della nostra istituzione.

Ecco cosa pensavo in questi giorni se mi trovavo a sfilare accanto a un ventenne che con me protestava contro i drastici tagli all'università. Pensavo: questo è probabilmente uno di quei miei tanti studenti che mi fa disperare quando li esamino, uno di quei ragazzi ai quali oramai ci accontentiamo di insegnare poco o niente, uno di quei ragazzi che, educati dalla televisione e dallo shopping center, intendono l'università come parte del loro tempo libero, per lo più devoluto a godersi la vita, consumare, concedersi ogni facile piacere.

C'è però un'altra cosa che l'opinione pubblica dovrebbe sapere ed è che quel ricercatore universitario che s'immalinconisce perché non riesce più a fare il suo mestiere percepisce in media uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? -, la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell'idraulico che ci ripara il lavandino.

E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un immiserimento generale - materiale e morale -, è specchio di un'università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati, in cui per trovare fondi si deve emigrare all'estero, in cui ogni giorno si laureano studenti semplicemente ignoranti. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere. (...)

Ma non dimentichiamo, per favore, che lo spreco più grande di cui ci stiamo macchiando è lo sperpero di forme di sapere che stiamo perdendo, di occasioni di scoperta che stiamo mancando, di capitali di conoscenza che stiamo depauperando, di livelli di conoscenza che vanno precipitando, di risorse umane che stiamo svilendo. Si tratta di valori inestimabili. (...)

Foto pazze

Un uccello con la scia, una gonna fatta con un tulipano, a spasso con un ombra e un bacio alla piramide: sul web, si sa, si colleziona di tutto e in questa galleria ecco la raccolta di immagini curiose che gli utenti hanno messo da parte. Con risultati sorprendenti e da scoprire. Guarda.

Commemorazione

Sulla morte

di Dietrich Bonhoeffer

Non c'è nulla che possa sostituire l'assenza di una persona a noi cara.

Non c'è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tenere duro e sopportare.

Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l'un l'altro per suo mezzo.

E' falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore.

Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa.

I bei tempi passati si portano in sé non come una spina, ma come un dono prezioso.

Bisogna evitare di avvoltolarsi nei ricordi, di consegnarci ad essi; così come non si resta a contemplare di continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari e per il resto lo si conserva come un tesoro nascosto di cui si ha la certezza.

Allora sì che dal passato emanano una gioia e una forza durevoli.

Solo "disadattato"?!

Quando uno si sente disadattato, lo capisco.



E non sono il solo!



di Massimo Gramellini


Mi sento come certi studenti che ho incontrato in questi giorni: non rappresentato dalla politica. Invidio i dichiaratori assertivi, modello Capezzone o Sabina Guzzanti: sembrano sempre così convinti di indossare le ragioni del bene, contrapposte a quelle del male. Io sono pieno di dubbi, accidenti. Ammiro chi aderisce in toto a uno schieramento o a un'ideologia, condividendone i valori e gli interessi, e giustificandone i vizi con la motivazione tifosa che gli altri fanno peggio.

Io non ci riesco. Sono infastidito dalla volgarità del centrodestra, però mi dà ai nervi la supponenza del centrosinistra. Penso che bisognerebbe dimezzare il numero degli insegnanti e raddoppiare invece i loro stipendi. Ritengo il lavoro precario una forma di schiavitù, ma non appoggio un sindacato che in nome della giustizia sociale finisce per proteggere ingiustamente i furbi e gli scansafatiche. Mi piace il benessere, ma non chi lo ostenta. Ho una sola certezza, che la ripresa economica arriverà dalle energie alternative, ma mi sta sullo stomaco il millenarismo iettatorio di certi ambientalisti. Non sopporto l'ipocrisia della Palin, mentre mi fa tenerezza quel dispari di McCain. Diffido del mito di Obama, ma resto affascinato dalla sua giovinezza fisica e mentale. Sono felice che esista Saviano, ma i libri sulla realtà mi angosciano e per capire davvero come funziona il mondo preferisco rifugiarmi nel linguaggio simbolico della fantasia. Ogni tanto mi viene voglia di fondare un partito, ma so già che non mi ci iscriverei.



Commenti

Dovresti seriamente pensarci, invece, a fondare un partito: mi sento pienamente rappresentato dalle tue parole. Considerami già iscritto!

scritto da Giovanni Caporali email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 1/11/2008 9:8



gregio granata, fondi questo partito così anch'io non mi ci iscrivo, ma per un pò spero. Condivido con lei il tifo per una squadra che sempre soffre, la diffidenza per il mito di Obama e la tenerezza per McCain. Rimpiango Clinton; spingo, senza successo alcuno, la scelta di produrre con energie alternative e faccio il capetto in una industria che, essendo tale, inquina. Voto a sinistra ma sono arrivato a desiderare ancora Moro, Fanfani e,un pò, Craxi.

scritto da Marco email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 1/11/2008 8:57



Oggi, come sempre, leggere un suo articolo è il modo migliore per iniziare la giornata. Grazie, perchè Lei castigat ridendo mores

scritto da bruno napoli email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 1/11/2008 8:55



he a me capita ciò, ma in maniera così netta che a volte mi chiedo se io sia affetto dalla sindrome dell'opposizione: con il governo Berlusconi mi schiero apertamente con i contestatori e gli scioperanti, con il governo Prodi mi schieravo dalla parte di chi voleva chiudere le frontiere e di chi voleva per forza aumentare i lavori pubblici a scapito di quei politicizzati manifestanti. D'altronde nello sport non si tiene sempre per i "piccoli" ? Io tifo contro giuvemilaninter e contro la Ferrari.

scritto da giorgio-sav 1/11/2008 8:41



Caro, carissimo Gram siamo in due ( per ora...). Ci vorrebbe una "rivoluzione dell'anima" per riprendere una frase del bellissimo "Il Dio di domani" di N.D.Walsh. Il problema, credo, e' che quels che ci rappresenta (politici ed affini)non e' altro che il riflesso di quel che siamo in generale. Siamo noi, quindi, a dover cambiare perche' la realta' esteriore cambi, non trova?

scritto da Ludovica 1/11/2008 8:24

Santi col corpo!

La risurrezione della carne

Nella luce della risurrezione di Gesù possiamo intuire qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. In essa l'essere con Cristo si estenderà ad abbracciare la pienezza della persona e la globalità dell'esperienza umana anche nella sua dimensione corporea, così come la risurrezione del Crocifisso nella carne ha portato nella vita eterna la carne del nostro tempo mortale, fatta propria dal Figlio di Dio. L'anticipazione vigilante della risurrezione finale è in ogni bellezza, in ogni letizia, in ogni profondità della gioia che raggiunge anche il corpo e le cose, condotte alla loro destinazione propria, che è quella delle opere dell'amore. Non dobbiamo dimenticare che il cristianesimo, con alterne vicende, ha condotto una dura battaglia per respingere l'impulso al disprezzo del corpo e della materia in favore di una malintesa esaltazione dell'anima e dello spirito. L'esaltazione dello spirito nel disprezzo del corpo, come l'esaltazione del corpo nel disprezzo dello spirito, sono di fatto il seme maligno di una divisione dell'uomo che la grazia incoraggia a combattere e a sconfiggere. La vigilanza consiste nell'esercizio quotidiano dei sensi spirituali, ossia degli stessi sentimenti che furono di Gesù, nella coltivazione della sapienza evangelica che unifica l'esperienza e ci consente di apprezzare i legami fini e profondi del corpo con lo spirito. In tal modo possiamo custodire fin d'ora, in attesa che si compia la promessa della risurrezione della carne, il piacere della libertà del corpo da tutto ciò che è falso e ottuso, laido e volgare, avido e violento. La fede nella risurrezione finale ci aiuta quindi a valorizzare e amare il tempo presente e la terra. La vigilanza cristiana, illuminata dall'orizzonte ultimo, non è fuga dal mondo, bensì capacità di vivere la fedeltà alla terra e al tempo presente nella fedeltà al cielo e al mondo che deve venire. Nella luce della Pasqua, i novissimi - morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso e risurrezione finale della carne - sono tutte forme dell'essere con Cristo, che è promesso e donato all'abitatore del tempo e si configura a seconda del rapporto che, nella vigilanza o nel rifiuto, si stabilisce tra ogni persona umana e il Signore Gesù.


C. M. Martini, Dalla croce alla gloria, 98-99

A proposito di Santi

Le Caritas parrocchiali e la pastorale giovanile del Decanato di Carate Brianza propongono per giovedì 6 novembre una serata con il Vescovo mons. Bregantini, della diocesi di Campobasso. Si affronterà il tema: «Una società che tende al privato, può riscoprire dal Vangelo, la gioia della Solidarietà, della Comunità e della Legalità che offrono Speranza». L'appuntamento è alle ore 21,00 presso il CineTeatro Edelweiss di Besana in Brianza.
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