Limite e infinito

Questo è il paradosso dell'amore fra un uomo e una donna:

due infiniti si incontrano con due limiti;

due bisogni infiniti di essere amati

si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare.

E solo nell'orizzonte di un amore più grande

non si consumano nella pretesa e non si rassegnano,

ma camminano insieme verso una pienezza della quale l'altro è segno.

Rainer Maria Rilke

Un tempo di "ampi respiri"

Cottier: e iniziò un'era nuova

di Filippo Rizzi - 25.04.2012

Compie 90 anni proprio oggi e dal suo appartamento in Vaticano il domenicano teologo emerito della casa pontificia e cardinale svizzero Georges Marie Cottier ripensa al Concilio. Dall'elezione di Giovanni XXIII («Onestamente ero stupito e anche un po' sconvolto per la scelta di questo anziano papa. Alcuni ambienti della Resistenza non avevano affatto apprezzato Roncalli durante gli anni della sua nunziatura a Parigi. Vedi come ci si può sbagliare! Ma fin dal primo discorso ho pensato: "Una nuova era inizia con quest'uomo"») ai fermenti degli anni che precedettero l'assise ecumenica. Una voglia di cambiamento che si respirava soprattutto tra gli ambienti teologici non romani; e l'anziano porporato, che fu «esperto» del Vaticano II a partire dalla seconda sessione, torna con gratitudine al vescovo francese Charles de Provenchères che lo volle suo teologo privato all'assise.

Per il giovane padre Cottier il Concilio rappresentò soprattutto un cantiere aperto sulla teologia: «Da buono studioso domenicano mi preparai con largo anticipo, cercando di rispondere alle tante attese che sentivo. La mia formazione mi legava ai Piccoli Fratelli di Gesù e in particolare al mio confratello domenicano Jacques Loew, prete-operaio al porto di Marsiglia. Un religioso stimato addirittura dal severissimo cardinale Alfredo Ottaviani! Con lui redassi, in uno chalet sulle Alpi francesi, un libro sulle sfide che un Concilio avrebbe dovuto accogliere; un testo a mio giudizio ancora attuale e che ebbe un discreto successo: Dinamismo della fede e incredulità».

Eminenza, che giudizio conserva oggi della commissione preparatoria e della prima sessione del Concilio?

«Ricordo che rimasi favorevolmente impressionato dal fatto che due grandi nomi come Congar e De Lubac erano stati nominati in quella commissione teologica. Il Concilio poteva presentarsi allora come una grande chance per la Chiesa, ma non si sapeva come si sarebbe sviluppato; c'era anche il rischio di muoversi lungo un orizzonte stretto. Monsignor de Provenchères aveva avuto tutti gli schemi delle università pontificie romane ed erano dei testi classici che ignoravano

Vivere è fidarsi

Sulla capacità di credere si gioca il futuro dell'umanità

di Enzo Bianchi

Dovremmo chiederci quanto dell'attuale difficoltà a credere non dipenda da un clima di progressiva sfiducia negli altri, nella situazione sociale ed economica, nel futuro stesso. Fede, infatti, è mettere fiducia, fidarsi, è un'attitudine complessiva della persona: per questo le difficoltà a credere si radicano nel profondo, nelle difficoltà stesse del mestiere di vivere. La fede, il credere è una realtà antropologica fondamentale, costitutiva dell'esistenza umana, come la ragione e il linguaggio: è un atto della libertà dell'essere umano, tanto che possiamo affermare che non ci può essere umanizzazione autentica senza fede. In altre parole, non si può essere uomini senza credere, perché credere è il modo di vivere la relazione con gli altri; e non è possibile nessun cammino di umanizzazione senza gli altri, perché vivere è sempre vivere con e attraverso l'altro. Come sarebbe possibile vivere senza fidarsi di qualcuno? A differenza degli animali, noi usciamo incompiuti dall'utero materno e per crescere come persone, per acquisire una soggettività abbiamo bisogno di qualcuno in cui mettere fede-fiducia. Anzi, fin dalla sua vita intrauterina il nascituro mette fiducia in sua madre, crede in lei quando essa per lui è ancora nient'altro che una matrice; fin dal seno di sua madre egli crede alla vita di cui si sente vivere, crede alla madre che lo porta in grembo, è come abitato da una promessa, quella di poter accedere a una vita in pienezza. Tutto questo, certamente, non nell'ordine dell'intelligenza

Per ridare speranza

Fede in tempo di crisi: opportunità o condanna?

di Valentina Rotondi - 26 aprile 2012

Tutti lo sanno. Viviamo in un momento storico difficile: l'economia è in recessione, il lavoro non c'è, la politica non capisce i bisogni delle persone, i giovani sembrano non avere futuro. Siamo circondati da allarmismi continui sul futuro degli Stati più deboli, la cassa integrazione sembra lo scenario più roseo possibile per un numero sempre maggiore di, ormai ex, lavoratori. Gli imprenditori non hanno accesso al credito e quelli onesti sono sempre più morsi nella stretta di una finanza che da troppo tempo è al di là della realtà.

In questo scenario nero e apparentemente senza speranza, viviamo un'altra crisi, molto meno famosa e profonda ma comunque sconvolgente.

Viviamo in un Paese cattolico se non per fede almeno per tradizione. Un Paese in cui la maggior parte dei genitori porta i figli al catechismo durante la settimana, a giocare a calcio o a pallavolo nella squadra dell'oratorio, a fare il presepio vivente la sera della vigilia. Da qualche anno è però in atto quello che alcuni definiscono la "secolarizzazione della società", quel processo che porta allo svuotamento delle chiese la domenica mattina, all'appiattimento della cultura cattolica comune, alla rinascita di paure ataviche e senza senso per il povero e il diverso.

Che cosa ci possono insegnare queste due crisi manifestatesi di pari passo e in maniera così tanto stravolgente?

La crisi può e deve essere un movimento di cambiamento e la Chiesa deve saperne cogliere le potenzialità intrinseche. I disoccupati, i giovani, gli imprenditori, la società ha bisogno di Dio, ha bisogno della Chiesa, ha bisogno di una speranza che, mai come ora, ridia senso ad un vuoto che qualcuno chiama vita.

Da sempre la parola speranza è appannaggio dei sermoni pronunciati dall'ambone. Per secoli nessuno, se non i sacerdoti, hanno potuto arrogarsi il diritto di pronunciare discorsi più o meno illuminati sulla speranza, sulla carità, sulla rivincita dei poveri. Oggi questi discorsi sembrano vuoti, privi di senso per chi ha perso tutto o quasi, per errori di altri, per incongruenze del sistema sociale, per la scorrettezza di alcuni pagata da molti.

Eppure non si può vivere senza una speranza, senza una fede. Tutti ne hanno bisogno e la Chiesa deve saperlo, deve sapere che ora e solo ora deve imparare un nuovo linguaggio, arrivare al cuore delle persone senza perdersi in discorsi vuoti. Parlare all'uomo dell'uomo, al povero del povero, al disperato della speranza partendo sempre della terra senza perdersi in affari del cielo che non arrivano al cuore delle persone.

Mi si rimprovererà in questo modo di mancare al compito primo della Chiesa: presentare al mondo la salvezza che il Cristo ha incarnato.

No, non è così. Dio ha parlato di sé venendo nel mondo, condividendone i drammi, i dolori, gli errori. La Chiesa non deve fare altro che tornare a questa realtà: piegare il suo cielo e scendere nell'inferno dell'uomo. Solo in questo modo la crisi diventa occasione di salvezza e rinascita per la chiesa e per l'uomo. Solo in questo modo il dramma si trasforma in opportunità. La fede salva l'uomo dall'inferno del non senso. La fede rende l'uomo libero di credere che esiste ancora una speranza per tutti, anche per i condannati da una società ingiusta, anche per i poveri, anche per i caduti in rovina.

La Chiesa deve avere il coraggio di parlare di questa speranza lasciando perdere il superfluo, l'inutile. Tornare al Vangelo, alla vita del Dio fatto Uomo per raggiungere l'uomo che soffre. Lasciare da parte le polemiche, la politica, l'arroganza della detenzione della verità su questioni che di teologico non hanno nulla per tornare a parlare della vita di quel Dio, uomo tra gli uomini, che nulla ha fatto se non vivere e morire per noi.

Solo così la Chiesa avrà ancora qualcosa da dire all'uomo e l'uomo saprà vivere il dramma della vita, ritrovarne un senso vero e pieno.

Fede o non-fede?


Un sogno di Ioséf


      «Lui ci ha fatto, e di lui noi siamo»: questo dice il Salmo numero cento, caro maestro Ioséf. Ci ha fabbricato fragili, di argilla, perciò più di così non possiamo pretendere da noi. Ci deve bastare sapere: «di lui noi siamo», apparteniamo alle sua onnipotenza.


     Avete di certo ragione, l'età che v'imbianca la barba ha visto e conosce più cose di me. E vi sono riconoscente per avere accolto me e mia moglie Miriam accanto al vostro fuoco. La mia difficoltà è che non riesco a credere alla sua volontà di imporci tutti questi affanni. I romani occupano il nostro suolo, mettono il loro Giove sopra il tempio di Gerusalemme, crocifiggono i nostri giovani che si ribellano. E ci impongono tasse su tasse. Ora pure questo censimento obbligatorio in pieno inverno: devo portare su sentieri di fango e di neve mia moglie incinta all'ultimo mese. Non posso credere che tutto è opera della sua volontà. Lo dico per difendere il nostro Elohìm, non per accusarlo: lui non c'entra. Lascia fare, si è stancato di noi e ha coperto il suo volto.


     Maestro Ioséf, siamo accampati intorno a que­sto fuoco che ci scalda e ci permette di sciogliere la neve e dissetarci. Siamo sotto la più stellata notte, abbiamo panni buoni, sandali robusti, la vostra asina non zoppica, vostra moglie dorme tranquil­la tra forti pelli di pecora: come potete dire che Elohìm si è scordato di noi? Non toccate con tutti i vostri sensi la sua premura? Stanotte con più forza ancora, noi siamo di lui. E poi alla fine del nostro cibo abbiamo recitato insieme il ringraziamento: «Perché abbiamo mangiato da quello che è suo».


     Avete ragione, ho recitato con voi la formula, ma più per abitudine, per sciacquarmi la bocca con qualche buona parola della lingua santa, che per fede. La sto perdendo. Quest'anno mi ha messo alla prova. Conoscete il mio caso. Ho sposato una ragazza, Miriam, incinta di un annuncio, non di me. E un caso mai sentito in Israele: una vergine incin­ta. Le altre volte che un angelo aveva annunciato una gravidanza, si trattava di mogli sterili, e i figli concepiti dopo la venuta del messaggero erano car­ne dei legittimi sposi. A me è successo di sposare una vergine incinta. Il caso irregolare mi ha messo contro tutta la comunità. Volevano che io la ripu­diassi. Doveva essere lapidata come adultera. Ma io l'amo e le credo, perciò l'ho difesa con tutto me stesso: «In tutto il mio cuore e in tutto il mio fiato e in tutte le mie forze».


Mastro Ioséf, questo verso che avete citato, va detto per intero: «E amerai Iod tuo Elohìm in tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze». Voi qui vi prendete il diritto di amare vostra moglie con la formula prevista per l'amore dovuto alla divinità.


     E così, quest'anno io ho amato mia moglie, la mia Miriam, togliendo l'amore dalla provvista destinata a lui. E ora il mio compito in terra è di servire e di onorare la mia famiglia, provvedere alla sposa e al figlio che porta in grembo. Non so chi sia, so solo che non è mio, non viene dal mio seme. Però lo iscriverò a mio nome e sarà nel re­gistro della mia famiglia, che discende dritta da re Davide. Quest'anno la mia vita è cambiata, non ho forze da dedicare alla divinità, devo badare a loro.


     Mastro Ioséf, voi dite di non credere che il nostro Elohìm si occupa di noi. Ma io voglio dimo­strarvi il contrario, non con un ragionamento, ma con le vostre stesse parole. Vostra moglie è incinta di una creatura e mi avete detto che ora dovete provvedere a lei e al figlio che ha in grembo. Come sapete che si tratta di un figlio maschio?


     Erano le parole dell'annuncio.


     Che voi non avete sentito, ma al quale ave­te creduto attraverso le parole di vostra moglie: questo dimostra che voi, mastro Ioséf, siete il più credente degli uomini in terra. Voi credete con la sovrabbondanza dell'amore, non con la carestia, della sapienza. Voi per amore credete a vostra mo­glie, all'annuncio, alla notizia che sarà maschio. Voi siete un giusto in Israele. Guardate questa notte: accanto a questo fuoco che non avete ac­ceso, avete chiesto ospitalità ed eccovi accolto. E una notte da ringraziare, questa. Voi siete falegname: non è un prodigio questa materia, viva che arde davanti a noi e scalda, cuoce il pane, illumina, fonde i metalli? Non vi commuove il legno?


     Sì, mi commuove il legno. Salgo a tagliarlo nel bosco in luna giusta, lo stagiono, lo lavoro secondo venatura. Amo il legno, ma pure questo mi hanno guastato i romani, che lo adoperano per crocifiggere i nostri fratelli. E temo per il figlio che deve nascere in questa terra. Temo per questo alberello che sta ancora con tutta la radice nel grembo di mia moglie.


Erri De Luca, Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, 26-29

Festa della Liberazione





Una parte della rappresentazione teatrale "Mai morti", di Renato Sarti, interpretato da Bebo Storti (qui nella versione del 2002). Si tratta di un monologo in cui un vecchio fascista della "X MAS" ricorda - ai giorni nostri - alcune delle loro "imprese". Qui si scaglia a maledire l'opera di alcuni preti e religiose che hanno aiutato l'opera dei partigiani della Resistenza. Su YouTube è possibile ritrovare altri spezzoni della stessa rappresentazione; su Internet si trovano ricostruzioni delle efferatezze della "X MAS"... un po' più crude rispetto alla descrizione edulcorata riportata dalla voce di Wikipedia.

Dedicata a chi ritorna dalla guerra





Il reduce

di Davide Van De Sfroos



Spécia un attim a cascià via'l suu

e a lassamm de par me cun l'umbriia

in soel müür la tua cruus par che dunda

quand che pizzi 'l camén

La pultrona cugnuss el me pees

ma a sfundàla l'è questa memoria

che l'è scià cul so fiaa de zampogna

per mea famm durmi

e se vardi sto guantu de pell

cun suta un pügn faa de legn

se dumandi se la man che ho perdüü

l'è dree amà a sparà

O forsi l'è sta'l to regaal

strepamm via quela man sciagürada

che pregava per mea fass cupà

e sparava sparava sparava

a oltra geent che sparava

e sparava sparava sparava

a oltra geent che pregava

 

Eri mai cupaa gnaa un fasàn

e ho trataa sempru bee anca i furmiigh

serum in tanti cargà in soe quel trenu

cume foej destacàa

e imparaum la geografia

nel cüntà ogni siit che brüsava

E la scendra de tüta l'Europa

ghe l'ho ancamò in buca

Per el viaggio de nozz cun la mort

hemm cataa foe Nikolajewka

e brindavum cul giazz e cul foec

e'l müson ne la palta

E la spusa vestida de negru

quanta geent l'ha purta in soel so altaar

e intaant che ghe davi la man

la girava la facia luntan

verso quei che basava

e perà la lassava'l so anell

a sto omm che turnava

La tua cruus la g'ha sempru tri cioo

e la mia uviameent voen in menu

ma son qui con la stessa preghiera

come ogni sera

te la scrivo col sangue non speso

e una penna nera.



Traduzione in italiano



Aspetta un attimo a cacciare il sole

e a lasciarmi solo con l'ombra

sul muro la tua croce sembra dondolare

quando accendo il camino

la poltrona conosce il mio peso

ma a sfondarla è questa memoria

che è qui con il suo fiato da zampogna

per non farmi dormire

e guardo questo guanto di pelle

con sotto un pugno fatto di legno

mi domando se la mano che ho perduto

sta ancora sparando

o forse è stato il tuo regalo

strapparmi quella mano sciagurata

che pregava per non farsi ammazzare

e sparava, sparava, sparava

ad altra gente che sparava

e sparava, sparava, sparava,

ad altra gente che sparava

 

Non avevo mai ucciso neanche un fagiano

è ho trattato bene anche le formiche

eravano in tanti su quel treno

come foglie staccate

e imparavamo la geografia

nel contare ogni luogo che bruciava

E la cenere di tutta l'Europa

c'è l'ho ancora in bocca

Per il viaggio di nozze con la morte

avevamo trovato Nikolajewka

e brindavamo col ghiaccio e con il fuoco

e il viso nel paltano

e la sposa vestita di nero

quanta gente ha portato sul suo altare

e intanto che le davo la mano

girava la sua faccia lontano

verso quelli che baciava

però ha lasciato il suo anello

a quest'uomo che tornava

La tua croce ha sempre tre chiodi

e la mia ovviamente uno di meno

ma sono qui con la stessa preghiera

come ogni sera

te la scrivo col sangue non speso

ed una penna nera



http://www.testitradotti.it/canzoni/davide-van-de-sfroos/il-reduce

In preparazione al 25 aprile

Resistenza, comunisti «contro» cattolici?

di Giorgio Vecchio - 26.04.2010

Anche senza riprendere la ormai citatissima tripartizione proposta da Claudio Pavone tra guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe e ferme restando tutte le inevitabili frizioni provocate dai diversi obiettivi finali («soltanto» la liberazione dell'Italia dai tedeschi o anche e «soprattutto» l'avvio di un processo rivoluzionario per il superamento del sistema socio-economico capitalistico?), va ricordato che i comunisti puntavano ad allargare il più possibile la partecipazione popolare alla lotta patriottica, imprimendole un carattere di inflessibile durezza, allo scopo di finire al più presto la guerra, mentre al contrario i cattolici e in genere i moderati ricercavano una rigida selezione degli effettivi partigiani e ponevano dei limiti all'attività ribellistica.



Essi si sentivano inoltre

Per un "riscaldamento naturale"

“Imbacuccarsi d'inverno nella stanza senza riscaldamento”

di Erri De Luca

Grazie al latino so che ambiens, ambiente, è alla lettera ciò che ci sta intorno e ci circonda. La specie umana odierna ha rovesciato il senso e ora l'ambiente è circondato da noi. Non so se è possibile salvarlo dall'assedio, ma si può di sicuro volergli più bene. Questo coincide con volersi più bene tra di noi, bipedi senza ali. Abito in una stanza priva di riscaldamento, d'inverno m'imbacucco. Ma si può sfruttare una fonte inesauribile di caloria, la più potente che esiste nel corpo umano. Si tratta dell'amore. Due che si amano sentono freddo solo quando si sciolgono dagli abbracci. L'amore è un'energia pulita e rinnovabile nel modo più impensato: spendendola tutta intera nell'arco del giorno, amando a più non posso fino all'esaurimento della scorta. Ecco che al risveglio è di nuovo lì, rigenerata, anzi con un leggero aumento. Prodigio dell'amore è che si accresce quanto più lo si spende. La provvista del giorno va consumata come la manna quotidiana che rifornisce gli Ebrei nel deserto. Se fatta avanzare, marcisce. L'energia amorosa ha la stessa modalità d'uso, chi la risparmia la perde. Propongo perciò una consumazione intensa dell'energia amorosa, col vantaggio di non rilasciare scorie. La pratica è virtuosa e produce contagio: due che si amano in pubblico fanno venire voglia a chi li osserva di attivare la propria centralina interna. Infine non ha controindicazioni né limiti di età. Amarsi di più non costa niente e fa bene all'ambiente.

su "Il Corriere della Sera" del 22 aprile 2012

Volere è potere!

La storia della piccola Annie Clark commuove l'America

Prima al concorso nazionale di calligrafia in Pennsylvania: la bambina che ha vinto il premio di scrittura senza avere le mani

di Elmar Burchia

La piccola Annie Clark non ha la mano sinistra e nemmeno quella destra. Ciò non ha impedito alla bambina di sette anni di aggiudicarsi il primo premio di un concorso nazionale di calligrafia in Pennsylvania. La penna la tiene tra le sue braccia. E la storia emoziona l'America. Come la maggior parte dei suoi coetanei, anche Annie Clark è in grado di vestirsi da sola, di tagliare un pezzo di carta con le forbici, usare il suo iPod o aprire una lattina. La bambina ha sviluppato una tecnica tutta sua, una tecnica che per lei è diventata vitale visto che è nata senza mani. Ora ha vinto un concorso di bella scrittura.

Annie frequenta la prima classe della Wilson Christian Academy di West Mifflin, in Pennsylvania. È diligente, coscienziosa, impara dai suoi errori e ambisce alla perfezione, riferisce il giornale Pittsburgh Post Gazette. (http://www.post-gazette.com/stories/local/neighborhoods-south/first-grader-without-hands-wins-award-for-writing-632011/ ) La ragazzina si è aggiudicata il Premio Speciale Nicholas Maxim, un concorso nazionale di calligrafia sponsorizzato da una casa editrice di libri di testo e aperto quest'anno anche agli studenti con disabilità. Ha ricevuto un trofeo e una somma in denaro di 1000 dollari.

Mercoledì scorso, appena appreso di aver vinto, Clark è rimasta sorpresa. Ciononostante, al termine della cerimonia di premiazione la bambina non è andata a festeggiare ma insieme ai suoi compagni è tornata in classe perché non voleva perdersi la lezione di matematica. La piccola ha grandi sogni: vuole diventare una scrittrice. «Annie è sempre stata molto determinata in tutto quello che fa; è sicura di sè quando deve decidere cosa vestirsi o cosa vuole mangiare», ha detto papà Tom. «Va in bicicletta, nuota e riesce a scrivere sulle tastiere», aggiunge la madre Mary Ellen. I genitori hanno nove figli, sei dei quali adottati dalla Cina e quattro di loro con una disabilità alle braccia o alle gambe.



 

Aiutati, che il Ciel ti aiuta!

Cresce il mutuo auto aiuto in Italia

Dove non arriva lo Stato, né l'associazionismo, arrivano le “buone prassi”. Questa la possibile lettura dei dati sui gruppi di mutuo aiuto diffusi in questi giorni da Amabile, onlus che si occupa di monitorare il fenomeno sul territorio nazionale, oltre a impegnarsi nella sensibilizzazione verso questo tipo di iniziative. I dati sono stati presentati nel corso di un convegno che si è svolto ieri a Milano: «Questo convegno rappresenta un importante momento di aggiornamento e confronto sull'attualità e sulle prospettive future dell'auto mutuo aiuto (Ama), ha detto Amadio Totis, direttore di Amalo. I gruppi Ama sono un fenomeno sempre più diffuso e apprezzato sia dai cittadini, sia dagli operatori sociali e sanitari, poiché si fanno carico di bisogni che spesso non trovano altre risposte sul territorio».

Oltre 900 i gruppi di auto mutuo aiuto in Lombardia (il 10 per cento del totale italiano), circa la metà composti da persone con alla spalle problemi di alcolismo e uno su quattro da parenti di persone con problemi mentali. «In questi ultimi anni si stanno formando gruppi su normali condizioni di vita - ha aggiunto Totis -, come quelli composti da donne in gravidanza, o da neo mamme, o da persone che devono rielaborare lutti». Ma tra i temi affrontati troviamo anche disabilità, malattie degenerative, dipendenze da gioco o sostanze psicotrope, ansia, attacchi di panico, depressione, maltrattamenti e violenze, mobbing, Aids, dipendenza affettiva, identità di genere e problemi educativi (con adolescenti o figli adottivi). Un gruppo lombardo raduna i caregivers di parenti anziani.

Una risposta positiva, energica al continuo restringimento dei confini del welfare cui ci stiamo ormai abituando. Si tratta di una realtà diffusa in tutta Italia, dove sono distribuiti oltre 8mila gruppi, che coinvolgono dalle 130 alle 190mila persone. L'associazione Amalo è nata nel 1998, e sul suo sito, da questa pagina, c'è la possibilità di ricercare i gruppi presenti nel database, costantemente aggiornato. Per chi voglia promuovere gruppi di self-help (auto aiuto), c'è un'area dedicata alla registrazione. In questo modo si aiuta l'associazione nell'attività di mappatura, oltre a favorire la possibilità di intercettare nuove persone interessate a mettersi in contatto con un determinato gruppo. Il convegno di ieri potrebbe rappresentare un passo importante per la diffusione di iniziative del genere, e per segnalare alle istituzioni locali e nazionali l'esistenza di un movimento cittadino che merita grande attenzione, e anche supporto.

Contro le c.....e del signor B

Contro coloro che dicono che:

- "le donne sono esibizioniste";

- "le donne amano travestirsi e fare le gare di burlesque";

- "mi diverto a stare a guardarle"...


ecco le donne del Bahrain, rappresentanti delle donne del mondo:

Collettività online

Perché dico che sono pochi i 140 caratteri di Twitter

di Michele Serra

L'altro giorno ho scritto un corsivo contro il sensazionalismo urlato della stampa italiana. Pochi commenti, quasi tutti favorevoli. Il giorno successivo (ieri) ho scritto un corsivo contro il cicaleccio sincopato di Twitter. Moltissimi commenti, quasi tutti ostili. Prima di replicare alle critiche, è interessante rilevare questo: attaccare il linguaggio dei giornali equivale, oggi, a sfondare una porta aperta. Non provoca reazioni corporative, nonostante quella dei giornalisti sia certamente una corporazione, forse perfino una casta. Al contrario, esprimere dubbi su Twitter suscita una reazione veemente e compatta dei suoi utenti. Soprattutto su Twitter, ovviamente.

Come se in discussione non fosse un medium, ma una comunità di persone. La sua identità collettiva. Circostanza che solleva dubbi su uno dei principali argomenti dei difensori di Twitter: è solo un medium, non conta in sé, conta l'uso che se ne fa. Anche la carta stampata è solo un medium: infatti parlarne male è esercizio corrente, e condiviso perfino da chi di quel medium fa un uso quotidiano e addirittura professionale. Il cosiddetto "popolo del web" ha invece di sé un alto concetto. Se mi posso permettere: leggermente troppo alto. Quasi snob, mi verrebbe da dire per vendicarmi dell'accusa che spesso viene rivolta a chi critica le abitudini di massa...

In realtà entrambe le mie "Amache"  -  quella contro i giornali, quella contro Twitter  -  trattavano lo stesso tema: l'uso frettoloso e impulsivo della parola. La prevalenza dell'emotività sul ragionamento. Nel caso di Twitter sostenevo che fosse la formula di quel medium (brevità più velocità) a scoraggiare un pensiero più strutturato e più adulto. Ovviamente, solo un luddista o uno stupido può negare l'enorme funzione che Twitter, e più in generale internet, esercita sulla vita sociale del pianeta Terra: l'esempio classico è il ruolo che queste forme di comunicazione veloce, pervasiva e soprattutto difficilmente censurabile hanno avuto nei movimenti di democrazia nei paesi arabi e in Iran. Il mio rilievo, che provo a riformulare, è però tutt'altro. E' che quei medium hanno sì una formidabile funzione di servizio, di messa a fuoco di argomenti omessi o rimossi sui media "ufficiali". Ma contengono anche una tentazione esiziale, che è quella del giudizio sommario, della fesseria eletta a sentenza apodittica, del pulpito facile da occupare con zero fatica e spesso zero autorevolezza.

La parola  -  e questa è ovviamente solo una mia opinione - non deve rispondere solo all'ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto. Alla comunicazione bastano gli slogan. Alla cultura serve il ragionamento. Non per caso la conclusione del mio corsivo era questa: "se usassi Twitter, direi che Twitter mi fa schifo. Fortunatamente non twitto". Traduzione per i parecchi che non hanno capito, e difatti hanno scritto "a Serra fa schifo Twitter": ci sono cose, per esempio il mio giudizio su Twitter, che non possono essere dette su Twitter. Perché ci sono cose che sono complesse e addirittura complicate, e dunque irriducibili alle pochissime parole che Twitter concede.

I miei critici (tra i tanti ringrazio, per l'intelligenza dei rilievi che mi muovono, Luca Sofri e i blogger Fabio Chiusi e Davide Bennato) negano che il medium sia il messaggio, fanno notare che la tecnologia non determina alcunché, ma suggerisce occasioni e apre possibilità e mi accusano di passatismo. Accetto le critiche: è vero che gli anni passano per tutti, anche per me, ed è fortemente possibile che io esasperi i difetti di Twitter (superficialità, ansia di visibilità) e ne sottovaluti i vantaggi (sintesi, velocità, accessibilità, simultaneità del dibattito). Le accetto, le critiche. Ma in cambio mi piacerebbe molto che questa breve lite mediatica servisse anche a chi twitta. Servisse a capire che il rispetto delle parole, anche sui nuovi media, è almeno altrettanto importante dell'urgenza-obbligo-smania di "comunicare". Per comunicare basta scrivere "io esisto". Per scrivere, spesso è necessario dimenticarlo.

Io speriamo che me la cavo

Il bambino e il congiuntivo

di Massimo Gramellini

Ci dobbiamo occupare ancora una volta di una brutta storia. T., bambino di nove anni iscritto alla scuola elementare «Don Orione» di Milano, va matto per i congiuntivi e i compagni di classe lo isolano dal gruppo, riempiendo la lavagna di battutacce contro di lui. Quando ho letto la notizia nel blog di Flavia Amabile sul sito, ho trattenuto a stento la mia indignazione. Un bambino che ama i congiuntivi! Quanto imbarazzo, quanta vergogna. Quale futuro potrà mai avere un bimbo che, cito ancora dal blog, «è affascinato dalle parole, ne chiede il significato e poi le usa a proposito»?



Se per disgrazia il problema dovesse protrarsi fino all'età adulta, gli sarebbero precluse moltissime attività, a cominciare da quella politica. Avrebbe serie difficoltà anche in televisione e nei giornali. Il congiuntivo non è solo una brutta malattia degli occhi, ma un modo sbagliato di affrontare la vita. Se incominci a parlare bene, poi desideri pensare bene. E magari - orrore - agire bene. Funziona così, purtroppo. Per fortuna i compagni del piccolo mostro stanno cercando di riportarlo sulla retta via con un sistema quasi infallibile: la legge del branco, che tutti conforma e appiattisce al livello più basso e rassicurante. Pare però che il diavoletto cocciuto persista nell'errore. Di questo passo imparerà a memoria i primi dodici articoli della Costituzione e allora per rieducarlo non basteranno più nemmeno i compagni: bisognerà chiamare direttamente il Trota.

Attenzione!

Quando si ha in mano un microfono, è difficile resistere.

Quando il "sangue" spinge dentro in una certa direzione.

Quando il contesto non lascia veramente liberi.

Quando Gesù non è il primo Signore da seguire.

Quando l'emozione supera l'amore.

Quando non c'è un "padre" a darti una drizzata.

Quando tutti lasciano correre.

Quando il "diritto" è uguale al "rovescio", purché sia "in mio favore".

Quando non si ha il coraggio e l'umiltà di dire: "Ho detto, ho fatto una cazzata".

Quando non si è abituati a chiedere scusa.

Quando si pensa di non dover rendere conto a nessuno.

Quando...

don Chisciotte


Il prete figlio del boss in carcere e la prima omelia contro i giudici

di Goffredo Buccini

Ha parlato da figlio «e non da prete», giura adesso con la voce mansueta, quella voce da bravo ragazzo molto amato in paese. Che quasi non sembra la stessa voce con cui, alla fine dell'omelia di domenica scorsa, ha tuonato contro la giustizia terrena dal pulpito del duomo di Isola Capo Rizzuto, sedicimila anime nel Crotonese. Il papà, Romolo Scerbo, sta dentro da tre anni per estorsione «aggravata da metodi mafiosi» (condanna a cinque anni e mezzo, confermata in secondo grado). E lui, don Vincenzo, ordinato sacerdote ventiquattr'ore prima, proprio non ce l'ha fatta a contenersi. Vuoi l'emozione, vuoi la nostalgia, vuoi magari un certo codice genetico pur sempre ereditato da una famiglia che i rapporti di polizia accostano alla cosca egemone degli Arena, s'è lanciato in una filippica appassionata davanti ai concittadini, al suo parroco, al sindaco con tanto di fascia tricolore. «Una parte del mio cuore viaggia lontano da questo luogo, attraversa i muri e le sbarre del carcere di Siano per accostarsi al cuore di mio padre!», ha ammonito. E non ha avuto remore, il giovane pretino, nel trascinare pure l'Altissimo in questa curiosa forma di privatizzazione delle sacre liturgie a vantaggio di faccende molto personali: «Elevo gravida di dolore la mia preghiera a Dio perché la sua giustizia intervenga là dove la giustizia di questo mondo ha mostrato tutta la sua meschinità e la sua grettezza, guidata da logiche di parte e verità di comodo». «Uno sfogo», dice, adesso ricondotto all'ovile, il buon don Vincenzo, senza però arretrare d'un millimetro dalla sua fedeltà filiale: «Non è questione di stabilire se ridirei o no quello che ho detto. Il punto è che mio padre è innocente, stop. Tutti piangevano per lui in chiesa mentre parlavo, altro che scandalo, altro che sconcerto. Qui tutti ci conosciamo, tutti sanno che lui è pulito». Già. Il contesto dove tutti sanno. Quello non è mai indifferente, per capire. Il nonno di don Vincenzo, pure lui Vincenzo, sorvegliato speciale e accusato di associazione per delinquere, fu ammazzato il 26 aprile '91, mentre badava alla guardiania del villaggio turistico Tucano. Posticino ambito il villaggio turistico. L'operazione Tucano e il blitz contro gli Arena del giugno 2009 prende le mosse da lì. Anche gli ultimi guai di papà Romolo (e dei suoi fratelli implicati nella stessa indagine) vengono da lì, dalla protezione vera o presunta imposta sul comprensorio col placet dei capimafia. Conta il contesto, e tutti

Lo Spirito deve ancora scuotere

Un rovesciamento radicale

di fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 14 gennaio

Lo Spirito è venuto e, per farsi sentire, ha sbattuto per bene porte di Gerusalemme, ma...

Chi poteva capire il rovesciamento così radicale proposto da Gesù?

Chi poteva afferrare il progetto nascosto nei secoli, che stava per essere svelato?

Il progetto «Gesù», in cui la vittoria si ottiene perdendo, che la forza del credente è nella sua debolezza (2 Cor 2, 9-10), che la felicità sta nella povertà e non nel potere, e che la morte è un guadagno (Fili, 21)?

Molti sono convinti che con l'avvento della Chiesa tutto sia  in ordine, chiaro e facile, ma le cose non stanno così.

Chi di noi nasce nel Nuovo Testamento?

Chi di noi è stato capace di assorbire il pensiero di Gesù, specie sul mistero della Croce?

Pur essendo battezzati, i nostri piedi sono ancora ben ancorati nel Vecchio Testamento e ben conosciamo le mormorazioni del deserto, più che le beatitudini della nuova Gerusalemme.

Non è facile accettare Gesù, tutta la sua ampiezza e profondità. Alla Chiesa stessa è molto più facile accettare la legge del Vecchio Testamento che la novità dell'Amore contenuta nel Nuovo.

A ogni pié sospinto siamo tentati di tornare alla sicurezza della legge. Molte cose sono state capite e anche presto, ma non tutto.

Direi che mai su questa terra possiamo andare fino in fondo al pensiero di Gesù!

Tentiamo...

Qualcosa capiamo, qualcosa non capiamo... Qualcosa la capiamo all'inizio della vita, qualcosa alla fine. Qualcosa la capiamo nel terzo secolo della Chiesa, e qualcosa incominciamo a capirla nel ventesimo secolo.

E' un cammino, che è il cammino del Popolo di Dio, ma resta un cammino.

Anniversario della morte di don Tonino Bello (1993)

Invocazione allo Spirito

tratto da: mons. Tonino Bello, Parole d'amore



Spirito di Dio che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell'universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l'ala della tua gloria.

Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l'egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l'olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell'antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversale sulle carni inaridite anfore di profumi.

Permea tutte le cose, e possiedine il cuore.

Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell'urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume.

Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura sulle nostre afflizioni.

Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l'albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.



Spirito Santo che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all'esilio.

Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute.

Dissipa le nostre paure. Scuotici dall'omertà.

Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri.

E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori.

Donaci la gioia di capire che tu non parli solo ai microfoni delle nostre Chiese.

Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.



Spirito Santo che hai invaso l'anima di Maria per offrirci la prima campionatura di come un giorno avresti invaso la Chiesa e collocato nei suoi perimetri il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza.

Donaci il gusto di sentirci "estroversi". Rivolti, cioè, verso il mondo, che non è una specie di chiesa mancata, ma l'oggetto ultimo di quell'incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costituita.

Se dobbiamo attraversare i mari che ci distanziano dalle altre culture, soffia nelle vele perché,

sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico,

un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire.

Se dobbiamo camminare sull'asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena. Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo "agonizzare" perché giunga a compimento l'opera della Redenzione.



Spirito di Dio che presso le rive del giordano sei sceso con pienezza sul capo di Gesù e l'hai proclamato Messia, dilaga su questo corpo sacerdotale raccolto davanti a te.

Adornalo di una veste di Grazia. Consacralo con l'unzione, e invitalo a portare il lieto annunzio ai poveri,

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri,

e a promulgare l'anno di misericordia del Signore.

Se Gesù ha usato queste parole di Isaia per la sua autoproclamazione nella sinagoga di Nazareth e per la stesura del suo manifesto programmatico, vuole dire che anche la Chiesa oggi deve farsi solidale con i sofferenti, con i poveri, con gli oppressi, con i deboli, con gli affamati e con tutte le vittime della violenza.

Facci capire che i poveri sono i "punti di entrata" attraverso i quali tu, Spirito di Dio, irrompi in tutte le realtà umane e le ricrei. Preserva, perciò, la tua sposa dal sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia il sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia l'indulgenza alle mode di turno, e non invece la feritoia attraverso la quale la forza di Dio penetra nel mondo e comincia la sua opera di salvezza.



Spirito Santo dono del Cristo morente, fa' che la Chiesa dimostri di aver ereditato davvero. Trattienila ai piedi di tutte le croci. Quelle dei singoli e quelle dei popoli. Ispirale, parole e silenzi, perché sappia dare significato al dolore degli uomini. Così che ogni povero comprenda che non è vano il suo pianto

e ripeta con il salmo "le mie lacrime, Signore, nell'otre tuo raccogli".

Rendila protagonista infaticabile di deposizione del patibolo, perché i corpi schiodati dei sofferenti trovino pace sulle sue ginocchia di Madre. In quei momenti poni sulle sue labbra canzoni di speranza.

E donale di non arrossire mai della Croce, ma di guardare ad essa come all'antenna della sua nave,

le cui vele tu colmi di brezza e spingi con fiducia lontano.



Spirito di Pentecoste ridestaci all'antico mandato di profeti, dissigilla le nostre labbra, contratte dalle prudenze carnali. Introduci nelle nostre vene il rigetto per ogni compromesso. E donaci la nausea di lusingare i detentori del potere per trarne vantaggio.

Trattienici dalle ambiguità. Facci la grazia del voltastomaco per i nostri peccati. Poni il tuo marchio di origine controllata sulle nostre testimonianze.

E facci aborrire dalle parole, quando esse non trovino puntuale verifica nei fatti.

Spalanca i cancelletti dei nostri cenacoli. Aiutaci a vedere i riverberi delle tue fiamme nei processi di purificazione che avvengono in tutti gli angoli della terra. Aprici a fiducie ecumeniche. E in ogni uomo di buona volontà facci scorgere le orme del tuo passaggio.



Spirito del Signore dono del Risorto agli apostoli del cenacolo,

gonfia di passione la vita dei tuoi presbiteri. Riempi di amicizie discrete la loro solitudine. Rendili innamorati della terra, e capaci di misericordia per tutte le sue debolezze. Confortali con la gratitudine della gente e con l'olio della comunione fraterna. Ristora la loro stanchezza, perché non trovino appoggio più dolce per il loro riposo se non sulla spalla del Maestro. Liberali dalla paura di non farcela più. Dai loro occhi partano inviti a sovrumane trasparenze. Dal loro cuore si sprigioni audacia mista a tenerezza. Dalle loro mani grondi il crisma su tutto ciò che accarezzano. Fa' risplendere di gioia i loro corpi. Rivestili di abiti nuziali. E cingili con cinture di luce.

Perché, per essi e per tutti, lo sposo non tarderà.

L'avessimo tutti ricordato qualche mese fa...


Il considerarsi essenzialmente e unicamente un ser­vo di Jahvé dà dunque a Elia quel coraggio indomabi­le per cui è diventato popolare in tutta la tradizione successiva. Giovanni Battista sarà paragonato a lui proprio per il coraggio che lo spinge a rimproverare il re Erode.


Sant'Ambrogio dedicava molto tempo della sua ri­flessione a questi episodi della vita del profeta per­ché lui stesso si era trovato costretto ad analoghi interventi. Egli scrive che i rimproveri ad Acab sono un esempio molto utile; infatti, dove sussistono col­pe gravi «pare che il sacerdote non possa risparmia­re l'atto della correzione con un giusto rimprovero» (Commento a Dodici Salmi, XXXVII, 43).


Noi oggi diremmo che non bisogna aver paura dei politici, non bisogna temere di rimproverare anche ai potenti le loro colpe, sapendo però sempre pagare di persona.


 


Carlo Maria Martini, Il Dio vivente. Riflessioni sul profeta Elia, 43

Pararsi... in ogni modo

Roberto Formigoni, commentando i suoi rapporti con Pierluigi Daccò, l'imprenditore coinvolto nelle inchieste sul San Raffaele e la Fondazione Maugeri. A margine dell'inaugurazione del Salone del Mobile a Fieramilano, Formigoni ha detto: «Anche Gesù ha sbagliato a scegliersi uno dei collaboratori, non pensiamo di essere impeccabili».  Il governatore spiega: «Può essere che ciascuno di noi abbia nelle sue infinite conoscenze una persona che non è perfettamente limpida ma questo lo stabilirà la magistratura».

Qui uno degli articoli.

Dipendenze schiavizzanti

Rovinati dal gioco d'azzardo

di Alex Zanotelli

A metà dello scorso marzo ho avuto una bellissima sorpresa. Nel Rione Sanità di Napoli, dopo l'incontro che siamo soliti fare ogni giovedì con la rete che mette insieme le diverse realtà che lavorano sul territorio, sono stato invitato a partecipare alla prima riunione dei cosiddetti “Ga”, cioè “giocatori anonimi”. Questa dei “giocatori anonimi”, non molto conosciuta in Italia, è una straordinaria esperienza di gruppi che aiutano le persone a uscire dalla trappola del gioco d'azzardo compulsivo. L'incontro è stato gestito da Ciro e Maria, marito e moglie, che da anni dedicano le loro serate ad aiutare i giocatori d'azzardo a cambiare strada. È stato importante per me ascoltare le esperienze dei vari partecipanti: come si entra nella logica del gioco d'azzardo (parliamo di gioco lecito: dalle slot machine al gratta e vinci), come si è portati a spendere e a rischiare sempre di più, come si perdono somme rilevanti, come vengono coinvolte, e non di rado disarticolate, le famiglie... Sono rimasto di stucco quando mi sono reso conto conto di quanto sia esteso questo mondo e di come si può lavorare per arginare questo fenomeno. La logica che muove i “Ga” è la stessa degli “Aa”, gli alcolisti anonimi. Si riuniscono per condividere esperienze, per acquisire sostegno e speranza dal gruppo, allo scopo di risolvere il comune problema. I gruppi di auto-aiuto non sono affiliati a nessuna setta o partito o chiesa. Nel Rione Sanità il gioco d'azzardo è un problema serio. È diffuso in particolare tra i poveri, soprattutto in momenti di grave difficoltà economica come gli attuali. Chiaro che non è solo un quartiere o l'intera Napoli a essere interessati, ma tutta l'Italia. Nel nostro paese ci sono un milione di “giocodipendenti” che coinvolgono nei loro guai altre sei milioni di persone. Chi gioca, infatti, non di rado trascina nel problema la cerchia familiare e gli amici. In Italia ci sono circa 400mila macchine da gioco, il 15% in più rispetto agli altri paesi europei. Nel gioco d'azzardo siamo al primo posto in Europa. E non dobbiamo dimenticare che la malavita è molto legata a questo business. La camorra impone il controllo del territorio anche attraverso i gestori delle sale da gioco. Questo a Napoli è particolarmente evidente. I soldi che movimenta il gioco d'azzardo raggiungono cifre impressionanti. Dal 2005 al 2011, le puntate lecite hanno raggiunto la cifra di 309 miliardi di euro. Quest'anno si prevede che la cifra si accresca di altri 100 miliardi. Quindi, stiamo parlando di un business che aumenta in modo esponenziale. Possiamo dire che il gioco d'azzardo italiano è una macchina da guerra che fa vittime tutti i giorni. Ma è lo stato italiano stesso a essere profondamente installato in questa macchina micidiale. Ad esempio, attraverso la pubblicità: su 10 pubblicità televisive, 3 sono incentrate sul gioco d'azzardo, ed è lo stato a promuovere il tutto. Ciò è scandaloso. Di recente, anche Andrea Riccardi, ministro alla cooperazione internazionale, è intervenuto per stigmatizzare questo legame tra stato e gioco d'azzardo. Tornando agli incontri. Il giocatore incallito che vi partecipa deve portare con sé qualcuno della famiglia, perché la famiglia è per forza di cose coinvolta. Gli animatori mi assicurano che spesso sono testimoni di autentiche vittorie: i malati di gioco lasciano le sponde dell'azzardo e risorgono. Ed è una vera gioia. È importante, specie in questo periodo pasquale, impegnarsi anche in questa direzione. La chiesa tutta deve gridare che il gioco d'azzardo è immorale. Occorre far sì che i gruppi di “giocatori anonimi” diventino sempre più numerosi per aiutare quelle tante persone che davvero sono rimaste intrappolate nella compulsione del gioco. Anche questo agire appartiene all'essere missionari, al fare missione oggi: si aiutano gli “intrappolati” a ritornare alla vita. Il Vangelo ce lo ricorda: «Dio non è dei morti, ma dei viventi» (Lc 20,38), e ci ha inviato Gesù perché abbiamo vita e l'abbiamo in abbondanza (cf. Gv 10,10).

in “Nigrizia” dell'aprile 2012

Per prepararci al 25 aprile

Don Gnocchi, 007 per la Resistenza

di Roberto Beretta

Ma può una «spia» diventare santa? Beh, se è andato volontario con gli alpini in Russia ed è sopravvissuto alla ritirata; se ha dedicato tutta la sua vita ai «mutilatini» e agli handicappati gravi; se in morte ha donato persino gli occhi a due ciechi; insomma, se si tratta di don Carlo Gnocchi: perché no? Del sacerdote milanese che sarà beatificato il prossimo ottobre si sanno molte cose, ma la nuova biografia popolare (benché storicamente ineccepibile, come dimostrano le 50 pagine tra note e bibliografia) che Edoardo Bressan congeda per gli Oscar Mondadori (pp. 198, euro 10) ne ricorda una che stimola la curiosità e merita un approfondimento: ovvero il periodo travagliato tra 1943 e 1945 in cui l'ex cappellano del Gonzaga di Milano, rimessosi in salute dopo l'impresa di Russia e alla ricerca di una via per il futuro, finisce in Svizzera un po' per assistere lassù i rifugiati antifascisti italiani e soprattutto per sfuggire alle minacce della polizia repubblichina (don Gnocchi collaborava infatti con una rete cattolica per assistere e far espatriare i ricercati e gli ebrei).

Dunque, seguendo anche il consiglio dell'arcivescovo Schuster, don Carlo il 10 luglio 1944 espatria clandestinamente attraverso la Val Cavargna con un lasciapassare della Croce Rossa. Il vescovo di Lugano monsignor Angelo Jelmini lo vorrebbe destinare ai campi di raccolta dei giovani italiani, ma due denunce anonime che descrivono il prete come filo-fascista bloccano la via. Don Gnocchi si ferma dunque in una località vicina al confine, sul Lago Maggiore, e di lì si impegna nei settori a lui più congeniali: la pubblicistica, con articoli su organi di stampa ticinesi, e la collaborazione con la Resistenza clandestina. In questa attività rientrano i contatti con gli emissari alleati e le probabili missioni svolte per conto dell'Oss (Office of Strategic Services), in pratica l'«antenato » della Cia in tempo di guerra.



Bressan ricorda questi episodi in una frase: «Si sviluppa la sua 'attività di collegamento' fra i partigiani e gli Alleati, ulteriormente confermata da una sua nuova missione a Campione dal 3 al 7 ottobre con il suo attendente Gino Schieppati, in occasione della quale incontrò il viceconsole americano a Lugano, Donald Jones, uno degli uomini più importanti per la raccolta di informazioni da parte degli Alleati, in stretto contatto con Allen Dulles a Berna». Dulles

Per conoscenza

Israele. Quegli ebrei che credono in Gesù

di Anne-Sylvie Mariéthoz

Jaffa, Tel Aviv. All'ombra dei baobab, la comunità ebrea messianica Beit Immanuel ha messo radici dal 1970. Le correnti sioniste, ebree e cristiane vi hanno lasciato le loro tracce. La chiesa gotica è stata edificata all'inizio del secolo scorso da un gruppo di luterani tedeschi. E le case di legno che la circondano riflettono lo stile coloniale americano e risalgono alle prime ondate di migrazione dell'800. In quanto agli edifici che ospitano la comunità e il suo albergo, essi portano il marchio del barone Platon von Ustinov

Profeta, amante di Dio e dell'uomo

don Primo Mazzolari, da “I lontani” (prima edizione: 1938)

Il titolo mi piace. Sa di nostalgia: di ponti, mantenuti almeno da una parte: di desideri taciuti: d'incontri o di ritorni auspicati, cercati, preparati nella preghiera nella carità del cuore e dell'intelligenza. Sa di esilio. E poiché siamo un po' tutti esuli, poiché ogni giorno ognuno è in tentazione di perdere o di far perdere la Casa del tempo, introduzione a quella dell'eternità: per tale accorato timore, per tale fraterna sollecitudine, siamo vicini ai lontani, così vicini che essi sono un po' noi, sono noi. Ci si salva salvando: si rimane nella chiesa se si ha il coraggio di uscirne per ricondurvi il prodigo; si è pastori a patto di ascoltare il lamento della pecora perduta e di lasciare le sicure per cercare, ritrovare, riportare, sulle spalle e sul cuore, proprio la perduta.

Il problema dei lontani

Noto con piacere che ovunque si risveglia il problema dei lontani: che la sollecitudine di essi cresce dove è già desta, con tentativi di ricerca sulle maniere più convenienti per accostarli, interessarli, intrattenerli, ritrovarli. Non è giusto dire son pochi coloro che guardano oltre la staccionata

Anniversario

Un anno fa a Gaza (Palestina) veniva ucciso Vittorio Arrigoni, attivista per la pace.

E' rimasto famoso il suo motto di fronte alle atrocità e alle ingiustize presenti in diverse parti del mondo, soprattutto in Palestina: «Restiamo umani».

Qui si può trovare il suo profilo Facebook, che raccoglie i suoi scritti di allora e le testimonianze di affetto e di stima di coloro che lo hanno conosciuto.

Vedere l'amore

 «Che aspetto ha Dio?»

di David Neuhaus - 31 marzo 2012

Dal sito del Vicariato di San Giacomo per i cattolici di lingua ebraica, la piccola ma vivacissima comunità che in Israele raduna quelle persone che per strade diverse sono giunte al cattolicesimo da un contesto ebraico.

Un piccola bambina della nostra comunità ha chiesto a sua madre: "Che aspetto ha Dio?". Padre David ha tentato di rispondere così. Che aspetto ha Dio? Certamente gli adulti tenderebbero ha rispondere a questa domanda dicendo: "Non puoi vedere Dio". Quelli che sono esperti nella Sacra Scrittura potrebbero citare:


- Dio disse a Mosé: "tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo" (Esodo 33,20).

- San Giovanni evangelista scrive nel prologo del suo Vangelo: "Dio nessuno l'ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre è lui che lo ha rivelato. (Giovanni 1,18)




Ma nonostante quanto scritto, quale potrebbe essere la risposta alla bambina che chiede di vedere il volto di Dio?

Quanti sono ancora più esperti nelle Scritture potrebbero citare altri versi che contraddicono il principio che è impossibile vedere Dio. In momenti elevati nella vita dei fedeli, essi hanno visto Dio. Possiamo citare per esempio:

- Quando Dio ha stretto un'alleanza con il popolo ed il popolo come un figlio obbediente la volere di suo padre ha risposto: "Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto" (Es 24,7), rappresentanti del popolo, Mosé, Aronne, i suoi figli ed i settanta anziani, salgono la montagna: "essi videro il Dio d'Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro, limpido come il cielo. Contro i privilegiati tra gli israeliti non stese la mano: essi videro Dio e mangiarono e bevvero" (Es 24,10-11)




Possiamo dunque comprendere che non esiste una risposta semplice alla domanda della bambina.

"Che aspetto ha Dio?". Forse, per prima cosa, dobbiamo attirare l'attenzione sul fatto che solo i santi possono vedere Dio. I santi, che riconoscono Dio come loro Padre e compiono il Suo volere, sono quelli che hanno visto Dio faccia a faccia. Questo dicono le Scritture riguardo a Mosé:

- "Bocca a bocca parlo con lui, in visione e non per enigmi, ed egli contempla l'immagine del Signore (Nm 12,8)

- "Non è più sorto in Israele un profeta come Mosé, che il Signore conosceva faccia a faccia" (Dt 34,10)




Ma cosa vedrebbe il santo quando volge lo sguardo a Dio?

- Primo, il santo comprende che Dio si rivela nei suoi vicini. Infatti Dio ha creato l'essere umano a Sua immagine e somiglianza, figlio di un Padre pieno d'amore. Il santo riconosce che ogni persona è creata ad immagine di Dio. Come immagine di Dio, la persona umana irradia il volto di Dio. I santi sanno inoltre che il volto di Dio è rivelato specialmente quando la persona è nel bisogno. Il povero che è nella sofferenza, che si rivolge a noi in cerca d'aiuto, ci offre l'opportunità non solo di vedere Dio ma anche di aiutarLo - di dargli da mangiare, da bere, di vestirlo, di visitarlo, di confortarlo.

- Secondo, il fedele sa che Gesù Cristo rivela il volto di Dio a noi essendo il figlio primogenito, il solo che ha compiuto il volere del Padre perfettamente. Gesù è infatti santo come Dio è santo. Quando guardiamo a Gesù, vediamo il volto di Dio: "Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione" (Col 1,15)

- Terzo, durante la preghiera, e specialmente quando ci riuniamo per celebrare la Messa, Dio è tra noi e con noi. Sentiamo la Sua presenza, ma come possiamo vederLo? Doppiamo sviluppare gli occhi interiori e poi Lo vedremo senza dubbio. Si rivela a noi nei rapporti di amore che uniscono la comunità riunita nell'Eucarestia. Come un solo corpo, i membri della comunità chiedono perdono dei propri peccati, ascoltano la Parola di Dio, ringraziano Dio nella preghiera e mangiano del solo pane e dell'unico calice. Possiamo vedere Dio in questi legami d'amore.

- Quarto, in conclusione, la domanda della bambina intelligente solleva un'altra questione: "Possiamo vedere l'amore?". "No", risponderà il saggio e lo studioso. Ma in realtà chi ha sviluppato gli occhi di un santo risponderà: "Certamente!". L'amore si può vedere ogni volta che guardiamo alle persone che preferiscono dare che ricevere, perdonare piuttosto che adirarsi, riconciliare piuttosto che dividere, abbracciare piuttosto che respingere... Sì, ogni volta che vediamo amore, vediamo Dio perché: "Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui" (1Gv 4,16).

Rivoluzione copernicana necessaria

L'articolo 18 e quelli di Todi

di Diego Ruggiero - 13 aprile 2012

Al di là delle discussioni sul merito della  riforma del lavoro proposta dal ministro Fornero che ci appassioneranno nei prossimi mesi, oggi sembra abbastanza lecita ed utile qualche cosiderazione sulle prime reazioni delle parti sociali e del mondo politico,  specie in rapporto al variegato mondo dell'associazionismo cattolico.

In campo sindacale le prime reazioni paiono molto "politiche".

Come spiegare altrimenti un accordo, quello di CISL, UIL e UGL , concesso a verbale su un progetto non definito ed oggi già modificato;  oppure come spiegare un disaccordo, quello della CGIL, per alcuni versi abbastanza motivato ma dal sapore ideologico, quanto a declinazione concreta; oppure la posizione critica di Confindustria che pure ha ottenuto tanto sui licenziamenti economici!?

In parlamento i partiti sembrano "ingessati" nella necessità di presidiare la propria sfera di consenso sociale. Solo così si spiegano alcune posizioni fuori tono all'interno della maggioranza che sostiene questo governo e i niet delle opposizioni.

Tutte queste posizioni, tuttavia, sembrano comunque contestualizzate e ancorate al vissuto concreto della gente: i lavoratori, i cd esodati, gli imprenditori, le partite iva, i pensionati. Sindacati, partiti, governo, maggioranze, opposizioni in effetti sono alle prese con problemi molto seri. Pertanto già prendono posizioni, presidiano interessi, preparano discussioni ed iniziative, cecando di contestualizzarsi rappresentando possibili prospettive.

Di fronte a queste prime e generali reazioni del mondo politico e sindacale, nella galassia cattolica invece balza agli occhi un assordante silenzio, quello del "Forum delle persone ad associazioni di ispirazione cattolica nel Mondo del Lavoro". Insomma il soggetto unitario di interlocuzione con la politica, l'organizzatoredel seminario di Todi, non interloquisce affatto sulla riforma del mercato del lavoro, sulla riforma del proprio mondo. Di converso la posizione dei vescovi italiani, ed in particolare della loro espressione organizzata, la CEI, è stata immediata e mediaticamente efficace, ma sembra confusa tra profezia - Bregantini:"i lavoratori non sono merce!" - e attenzione "politica" alla coesione sociale - Bagnasco:"al di sopra di tutto c'è il bene del paese e quindi di tutti coloro che fanno il bene del paese, attraverso il lavoro e non solo" -.

Perché questo silenzio nel laicato?

Perché questa sorta di confusione nelle gerarchie?

Il Forum deve aver tempo per trovare una posizione condivisa? La CISL, tra i promotori del Forum, ha concordato con altri la propria ondivaga posizione in sede di trattative governative? I laici cattolici impegnati nel mondo del lavoro si sentono già abbastanza rappresentati dalle semplici dichiarazioni di principio dei vescovi? Non penso!

E allora? Soprattutto: cosa aspetta il Forum ad interloquire e far sentire la propria voce "unitaria"!? Che si aspetta a promuovere dibattiti e confronti, a cercare soluzioni possibili? Mah!? 

E' un fatto che le prime reazioni della galassia cattolica di fronte ad una riforma che scuote il mondo del lavoro e le fabbriche, appaiono in effetti silenti, confuse, disarticolate e fuori contesto.

Sarò radicale: forse occorre ripensare un certo modo di gestire i rapporti nella poliedrica galassia dell'associazionismo cattolico!

Basta con le associazioni di secondo livello, le associazioni di associazioni, che in concreto non riescono a sintetizzare alcunché, al di là delle buone intenzioni di chi vi partecipa, rischiando di apparire inutili vetrine! Il rischio  serio di tali strumenti potrebbe essere di confondere la ricerca della sintesi condivisa frutto del dialogo, con la semplice giustapposizione delle strutture organizzative giocata su programmi tanto annacquati ed ecumenici da apparire insipidi, privi di spessore e poco interessanti.

In effetti ci vorrebbe una rivoluzione copernicana nel pensare il ruolo del laicato cattolico nella società italiana. Non più cercare l'unità di voce, ma la pluralità delle voci; non più la linea condivisa ma la condivisione delle idee; non più l'unione sui temi e le proposte al fine di  rendere efficiente l'azione politica e sociale, ma il libero ed autonomo dibattito tra associazioni, senza pensarsi come detentori esclusivi del "verbo cattolico". Pensata così, la diversità di visione e proposta tra associazioni cattoliche nel mondo del lavoro - ma anche in altri campi - sarebbe una ricchezza da sfruttare e non un problema da sterilizzare.

E' utopico? Forse sì, ma così francamente non si può continuare!

Anniversario della morte di don Primo Mazzolari

Il testamento di don Primo Mazzolari

(morirà il 12 aprile 1959)


Il sito della Fondazione Mazzolari.



Oggi, 4 agosto 1954, undicesimo anniversario della morte di mio padre, nel nome del Signore e sotto lo sguardo della Madonna, che non può non aver pietà di questo suo povero sacerdote che si prepara al distacco supremo, faccio testamento.

Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno occupato.

Non ho risparmi, se non quel poco che potrà si e no bastare alle spese del funerali che desidero semplicissimi, secondo il mio gusto e l'abitudine della mia casa e della mia Chiesa.

Le poche suppellettili, che sono poi quelle dei miei vecchi, appartengono alla mia sorella Giuseppina, che le ha conservate usabili e ospitali con la sua instancabile operosità e intelligente economia.

Alle mie sorelle Colombina e Pierina, che avrebbero fatto altrettanto, se non avessero avuto diversa chiamata; ai miei nipoti Michele, Enrico, Gino, Mariuccia, Giuseppina, Graziella l'impegno di custodire e continuare, più che la memoria del fratello e dello zio sacerdote, la tradizione cristiana delle nostre case, cui mi sono sempre affidato e che nelle molte difficoltà fu per me una grazia naturale.

Non ho niente e sono contento di non aver niente da darvi. Lo scrivo anche per vostra compiacenza per quella certezza che abbiamo in comune, che dove il vincolo dell'affetto è soltanto spirituale, sfida il tempo e si ritrova con diritto di misericordia al cospetto di Dio.

Intorno al mio Altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai "suon di denaro": il poco che è passato nelle mie mani - avrebbe potuto essere molto se ci avessi fatto caso - è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente: ma siccome ovunque ci sono poveri e tutti i poveri sono del Signore, sono certo che Egli avrà cura anche della mia sorella Giuseppina, che, dopo una vita spesa in un modo mirabile per me e per la Chiesa, è come un uccello su di un ramo.

Se non avessi una fiducia illimitata nella sua bella generosità; se non conoscessi le meravigliose risorse della sua intelligente operosità; se non sapessi l'affetto che le portano le mie sorelle e miei nipoti, non riuscirei a perdonarmi tanta imprevidenza.

Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta in piena comunione di fede e di obbedienza alla chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il Vescovo.

So di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo.

Richiamato e ammonito per atteggiamenti o opinioni non concernenti la dottrina, ottemperai con pronto ossequio. Se il mio franco parlare in problemi di libera discussione può aver dato scandalo; se la mia maniera di obbedire non è parsa abbastanza disciplinata, ne chiedo umilmente perdono, come chiedo perdono ai miei superiori di averli involontariamente contristati e li ringrazio d'aver riconosciuto in ogni circostanza la rettitudine delle intenzioni.

Nei tempi difficili in cui ebbi la ventura di vivere, un'appassionata ricerca sui metodi dell'apostolato è sempre una testimonianza d'amore, anche quando le esperienze non entrano nell'ordine prudenziale e pare non convengano agli interessi immediati della Chiesa. Sono malcontento di avere fatto involontariamente soffrire, non lo sono d'aver sofferto.

Sulle prime ne provai una punta d'amarezza: poi, nell'obbedienza trovai la pace, e ora mi pare di potere ancora una volta, prima di morire, baciare le mani che mi hanno duramente e salutarmente colpito.

Adesso vedo che ogni vicenda lieta o triste della mia travagliatissima esistenza, sta per trovare nella divina Misericordia la sua giustificazione anche temporale.

Dopo la Messa, il dono più grande: la Parrocchia. Un lavoro forse non congeniale alla mia indole e alle mie naturali attitudini e che divenne invece la vera ragione del mio ministero, la buona agonia e la ricompensa "magna nimis" di esso.

Non finirò mai dl ringraziare il Signore e miei figliuoli di Cicognara e di Bozzolo, i quali certamente non sono tenuti ad avere sentimenti eguali verso il loro vecchio parroco.

Nel rivedere il mio stare con essi, benché mi conforti la certezza di averli sempre e tutti amati come e più della mia famiglia, sul punto di lasciarli mi vengono davanti i miei innumerevoli torti. Benché non abbia mai guardato con desiderio al di là della mia parrocchia, né stimato più onorevole altro ufficio, non tutta e non sempre è stata limpida e completa la mia donazione verso i miei parrocchiani.

Lo stesso amore mi ha reso a volte violento e straripante. Qualcuno può aver pensato che la predilezione dei poveri e dei lontani mi abbia angustiato nei riguardi degli altri: che certe decise prese di posizione in campi non strettamente pastorali mi abbiano chiusa la porta presso coloro che per qualsiasi motivo non sopportano interventi del genere. Nessuno però dei miei figlioli ha chiuso il cuore al suo parroco, che si è visto fatto segno di contraddittorie accuse, sol perché ci teneva a distinguere la salvezza dell'uomo e le sue istanze anche quelle umane, da ideologie che di volta in volta gli vengono imprestate da quei movimenti che spesso lo mobilitano controvoglia.

Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani: se non ci riuscii, non fu per mancanza di cuore, ma per le naturali difficoltà di farlo capire in tempi iracondi e faziosi.

Se non mi sono unicamente dedicato al lavoro parrocchiale, se ho lavorato anche fuori, il Signore sa che non sono uscito per cercare rinomanza, ma per esaurire una vocazione, che, pur trovando nella parrocchia la sua più buona fatica, non avrebbe potuto chiudersi in essa.

Del resto, le pene d'ogni genere che mi sono guadagnato scrivendo e parlando, valgano presso i miei figliuoli a farmi perdonare una trascuratezza che mai non esistette nell'intenzione e nell'animo del loro parroco.

Il tornare a Bozzolo fu sempre per me tornare a casa e il rimanervi una gioia così affettuosa e ilare che l'andarmene per sempre l'avverto già come il pedaggio più costoso.

Eppure, viene l'ora e, se non ho la forza di desiderarla, è tanta la stanchezza che il pensiero d'andare a riposare nella misericordia di Dio, mi fa quasi dimentico della sua giustizia, che verrà placata dalla preghiera di coloro che mi vogliono bene.

Di là sono atteso: c'è il Grande Padre Celeste e il mio piccolo padre contadino. La Madonna e la mia mamma. Gesù morto per me sul Calvario e Peppino morto per me sul Sabotino. I santi, i miei parenti, i miei soldati, i miei parrocchiani. I miei amici tanti e carissimi. Verso questa grande Casa dell'Eterno, che non conosce assenti, m'avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell'Altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima Messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi fatto posto sulla sua Croce, mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me: "Entra anche tu nella Pace del tuo Signore".

Canzone di attualità







Polenta E Kebab

dei Punkreas



Strane creature verdi che studiano i riti dei celti e dei longobardi non parlan la lingua italiana non sanno chi fosse il poeta leopardi ma

Odiano il kebab, Maometto i senza tetto e anche la pizza

chiacchere da bar, si mischia la polenta con la razza.

Si inventan qualche balla

attirono la folla

col rito dell'ampolla e l'offerta al dio Po.

Ricordo gli esordi degli uomini verdi eran contro i terroni i pugliesi e anche i sardi, i finocchi gli zingari,i negri bastardi, il tricolore e garibaldi.

Odiano il kebab, Maometto i senzatetto e anche la pizza

chiacchere da bar si mischia la polenta con la razza.

Cantando il "Va pensiero" ci credono davvero fedeli a un condottiero un druido fatto un pò così

non parla neanche bene si esprime solo a gesti se lo incontri per la strada proprio non diresti che

Lui crede di far parte della razza superiore

si può fermare solo con l'aiuto del dottore

ma se la scienza medica si mostra pessimista ci vuole l'esorcista.

"Ma tu senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani. Napoli merda Napoli colera tu sei la rovina dell'Italia intera". Ma vorrei che fosse chiaro che tra i napoletani ce ne son tantissimi per bene e anche di più, non siamo non siamo quelli che pure ci chiamano zulu.

Odiano il kebab, maometto i senza tetto e anche la pizza

chiacchere da bar, si mischia la polenta con la razza.

Cantando il "Va pensiero" ci credono davvero fedeli a un condottiero un druido fatto un pò così

non parla neanche bene si esprime solo a gesti se lo incontri per la strada proprio non diresti che

Lui crede di far parte della razza superiore si può fermare solo con l'aiuto del dottore. Ha un posto fisso in villa si sente lusingato ma poi la vera festa inizia quando se ne è andato.

Lui crede di far parte della razza superiore si può fermare solo con laiuto del dottore. Il vero risultato del miracolo padano l'ndrangheta a Milano.

Attitudine ecclesiale a "chiedere consiglio"?!

«Non fa nulla senza chiedere consiglio»

di Giovanni Salmeri

Nel popolare quartiere romano del Quadraro, la parrocchia di S. Maria del Buon Consiglio porta uno dei rarissimi esempi di raffigurazione del Concilio Vaticano II come immagine sacra. La maggior parte dell'abside è occupata dalla figura della Madonna secondo la tradizionale iconografia, appunto, del Buon Consiglio: con Gesù stretto alla guancia e lo sguardo diretto all'osservatore. In ginocchio e in piccolo, nello stile delle antiche raffigurazioni, vi sono un'anonima famiglia e Paolo VI. La fascia inferiore è invece occupata da Padri, Dottori della Chiesa e Santi, ma il posto centrale è appunto riservato al Concilio Vaticano II: in mezzo Giovanni XXIII tra quattro anonimi Padri conciliari. Una sottile striscia che separa le due zone è occupata da tre versetti biblici: quello esattamente al centro è il versetto del Siracide: Fili, sine consilio nihil facias, «Figlio, non far nulla senza chiedere consiglio». Il saggio séguito: «così poi non ti pentirai».

Questo versetto ha una storia fortunata. Nel Medioevo veniva spesso citato per fondare la necessità del «consiglio»: una pratica che attraversava tutti gli àmbiti sociali (politici, monastici, professionali, ecclesiastici) e che veniva altamente stimata anche a causa, appunto, della inequivocabile raccomandazione biblica. Per molto tempo era abituale che le decisioni del Papa contenessero la formula rituale: de fratrorum nostrorum consilio, «su consiglio dei nostri fratelli»: in questo caso s'intendevano i cardinali o gli altri membri della Curia. La cosa veniva presa così sul serio che capitò che provvedimenti già presi venissero revocati con la motivazione che non vi era stata consultazione. All'epoca della grande scolastica, il «consiglio» venne studiato come uno dei sette doni dello Spirito Santo, quello cioè che permetteva di prendere le giuste decisioni nella propria vita. Una sorta di versione soprannaturale della «prudenza», quindi, della quale (si diceva) hanno bisogno pure gli angeli, che non sono onniscienti. Ma il valore di questo dono veniva argomentato a partire dall'importanza universalmente riconosciuta al chiedere e donare consiglio tra esseri umani. Il «Consigliere ammirabile», come il Messia veniva annunciato da Isaia e cantato la mattina di Natale, era così al vertice di una pratica di consultazione che vincola ogni essere umano.

Che vi siano tante accese discussioni sullo «spirito del Concilio» forse è inevitabile. Ma c'è forse almeno un senso in cui si può essere tutti d'accordo: che il Vaticano II si è posto lungo l'antichissima tradizione del «chiedere consiglio» e lo ha confermato come attitudine ecclesiale. Si tratta di riconoscere che la varietà dei problemi supera di molto la capacità di valutazione di qualsiasi singolo, e quindi di lasciar parlare e ascoltare tutti (com'è scritto nella Regola di Benedetto, talvolta Dio sceglie di parlare attraverso l'ultimo arrivato). Questo è il modo in cui si è formata la grande tradizione della Chiesa, in cui anche le decisioni più nette sono nate sullo sfondo sfumato di tanti consigli chiesti e ricevuti, tante voci ascoltate con pazienza. La precipitazione o l'arroganza possono essere di ogni colore, e dunque sicuramente non c'è nulla di inopportuno nel ricordare a tutti, e anzitutto a se stessi: «Figlio, non far nulla senza chiedere consiglio».

http://www.vivailconcilio.it/

Passaggio dello Spirito Santo nella sua Chiesa

L'antico rito liturgico romano e quello attuale possono coesistere senza conseguenze?

di Joris Geldhof e Arnaud Join-Lambert, professori di liturgia all'Università cattolica di Lovanio

L'istruzione Universae Ecclesiae del 13 maggio sull'antico rito romano tridentino è stata talvolta accolta come una “pacificazione” in Francia, il solo paese in cui di fatto costituisce un problema pastorale non marginale. I problemi legati alla coesistenza di due forme di uno stesso rito sono risolti? I liturgisti professori di facoltà di lingua francese, tedesca, olandese e italiana hanno tutti rilevato nel 2007 le difficoltà inedite poste dal motu proprio che facilitava l'antico rito. Eppure nessuno di loro è un iconoclasta anticlericale, al contrario. Insistevano sulle conseguenze di una dissociazione tra la lex orandi (la regola della preghiera) e la lex credendi (la regola della fede). La liturgia attuale è l'espressione di una teologia in parte diversa dall'antica. Evidentemente questo non riguarda il cuore della fede cristiana. Tuttavia, le differenze teologiche non sono trascurabili. Per evidenziare le poste in gioco teologiche, cominciamo con le tre contro-verità presenti negli ambienti tradizionalisti. 1) La riforma liturgica sarebbe stata fatta da un gruppetto di intellettuali, andando al di là del mandato affidato da Paolo VI. Qualsiasi studio imparziale stabilisce senza difficoltà la continuità tra il movimento liturgico nato all'inizio del XX secolo, la sua crescita fino al Concilio, ai lavori conciliari e all'attuazione delle decisioni. Nel 1956, Pio XII definiva già il movimento liturgico “passaggio dello Spirito Santo nella sua Chiesa”. La riforma decisa nel 1963 non è sorta dal nulla. E la composizione dei libri liturgici attuali è stata un lavoro gigantesco e minuzioso realizzato da molti vescovi e teologi di tutti i continenti. 2) L'attuazione della riforma liturgica sarebbe stata caratterizzata da molteplici errori ed abusi. Non esiste a tutt'oggi alcuno studio scientifico su quel periodo e su quegli abusi. E che cos'è un abuso in questo ambito? Come c'erano molti preti disarmati per mettere in atto questa riforma, così è infondato presentare gli anni 1969-1975 come un vasto periodo di confusione. La crisi sociale a partire dal 1968 ha provocato nella Chiesa un profondo sisma ed una grave crisi di identità. Attribuirne la responsabilità alla riforma liturgica è una semplicistica scorciatoia. Il rinnovamento liturgico è stato e resta fonte di progresso per la vita della grande maggioranza dei cattolici. 3) La restaurazione della forma antica della liturgia sarebbe un adattamento liturgico e nient'altro. Anche se certi non contestano il Vaticano II partecipando a delle celebrazioni secondo l'antico rito, non si possono però trascurare le incidenze teologiche, come se l'arricchimento teologico del Messale attuale fosse negato. Significa dimenticare l'accento posto ad esempio sulla partecipazione attiva e consapevole di tutti, la proclamazione biblica arricchita, l'invocazione dello Spirito Santo nella preghiera eucaristica, ecc. Andiamo ancora più in là con l'antico Rituale romano, anch'esso autorizzato. Ricorrervi equivale a minimizzare, se non a rigettare dei progressi teologici e pastorali. Per il matrimonio, si mantiene un'antropologia medioevale accanto ad una interpretazione moderna delle relazioni uomo-donna nel nuovo rituale. Che dire allora dell'estrema unzione, che torna nella pratica dei tradizionalisti, mentre il Vaticano II l'aveva modificata in unzione degli infermi per allargare la celebrazione ai malati non in situazione di agonia? Molti altri esempi mostrano quanto la riforma sia stata un progetto sistematico e teologico, supportato da un aggiornamento ai bisogni degli uomini e delle donne del nostro tempo. Che fare allora? La cosa più urgente è la formazione dei preti e dei seminaristi. Essere consapevoli di tutte le dimensioni della liturgia è essenziale per acquisire un'autentica ars celebrandi, un'arte di celebrare che sveli la ricchezza delle liturgie. Suggerire che i seminaristi siano formati al rito tridentino, come dice l'istruzione, rientra in un approccio ritualistico, quasi che basterebbe saper fare per fare bene. Invece, bisogna prima “entrare” in un rito, nella sua spiritualità, nella sua teologia, nella sua portata mistagogica. Non sono due forme intercambiabili. Del resto è urgente formare ad una teologia liturgica negli istituti tradizionalisti, sulla base della Costituzione conciliare sulla santa liturgia. Giovanni Paolo II aveva autorizzato nel 1984 la celebrazione con l'antico Messale per motivi unicamente pastorali, permettendo a delle persone di continuare a nutrire la loro fede senza seguire Mons. Lefebvre. L'Istruzione prosegue l'allargamento iniziato nel 2007. È legittimo chiedersi se questo sia veramente opportuno. Incoraggiare una sorta di bi-ritualismo inedito nella storia appare rischioso. Sarebbe irresponsabile non esaminare i problemi teologici legati alla liturgia in tutta la loro complessità.

in “La Croix” del 10 settembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Bisogna scuotere via la vecchia polvere

Giovanni XXIII annuncia un concilio

di Christine Pedotti

Il 25 gennaio 1959, nella sacrestia della basilica romana di San Paolo Fuori Le Mura, papa Giovanni XXIII, eletto da soli 90 giorni, annuncia ai 17 cardinali romani venuti a celebrare la chiusura della settimana di preghiera per l'unità, la sua intenzione di riunire un concilio ecumenico. La notizia, che è al contempo oggetto di un comunicato stampa da parte del Vaticano, fa istantaneamente il giro del mondo. A Roma, i cardinali restano, nel senso proprio del termine, a bocca aperta. Bisogna dire che le parole di Giovanni XXIII sorprendono davvero. Questo concilio, dice il papa, sarà “un invito amabile e rinnovato ai fedeli delle Chiese separate a partecipare con noi a questo convito di grazia e di fraternità ecumenica.” La novità è enorme. A quell'epoca, la sola unità presa in considerazione era il ritorno all'ovile delle pecore smarrite. E non era affatto pensabile mettersi attorno ad un tavolo con degli scismatici o degli eretici, anche solo per dialogare. Nei mesi che seguono, i cardinali romani non sembrano del resto avere molta premura di mettersi a tavola né di avere un particolare appetito. Eppure, papa Giovanni XXIII continua, di dichiarazione in dichiarazione, a parlare di unità, di ecumenismo, della celebrazione di un concilio come di una nuova Pentecoste che vedrebbe affluire i popoli “di ogni lingua e nazione”. Durante i lunghi mesi del periodo preparatorio al concilio, l'ambiguità resta. Per la teologia romana classica, “ecumenismo” significa stricto sensu “che riguarda tutta la terra abitata” e si oppone a locale o regionale. Occorre attendere che il cardinal Bea, a cui il papa affida il versante ecumenico del concilio, annunci alcune settimane prima dell'apertura che degli osservatori cristiani non cattolici sono invitati dal papa e assisteranno in extenso a tutti i dibattiti affinché la Curia, suo malgrado, constati la volontà di Giovanni XXIII e vi si sottometta. Ma un'altra parola caratterizza il discorso preconciliare del papa, il termine “aggiornamento”. Anche per questo, a lungo non si capisce di che cosa si tratti. Se Giovanni XXIII usa questo termine, è perché la parola “riforma” è diventata quasi tabù nel cattolicesimo, dopo l'inizio della Riforma protestante, più di quattro secoli prima! Un grande teologo francese, il domenicano Yves Congar, sa quello che gli è costato intitolare una delle sue opere “Vera e falsa riforma nella Chiesa”. Per evitare lo stesso rischio, il giovane teologo germanofono Hans Küng modifica il titolo iniziale del libro in cui espone il suo programma per il concilio, togliendone il termine “maledetto” di “riforma” e pubblica Concilio e ritorno all'unità. È vero che tale parola, “aggiornamento”, lascia molte possibilità di interpretazione. Durante il periodo preparatorio, da parte dell'amministrazione romana si finge di credere che si tratti di compilare i testi pubblicati dai papi nel corso dell'ultimo secolo, di ricordarne le grandi linee, di riprecisare i limiti e le regole, di riaffermare fastosamente la giusta dottrina e di ripetere solennemente tutto ciò che, da 100 anni, è stato condannato come “modernismo”. Ad esempio, il cardinale Ottaviani, che dirige il Sant'Uffizio, tenta di far convalidare il testo di una professione di fede “aggiornata” che i Padri conciliari dovrebbero sottoscrivere all'apertura del concilio. Vi si ritrova un condensato del Sillabo, del giuramento antimodernista e delle ultime encicliche di Pio XII che condannano la “nuova teologia” e che è valso l'isolamento a Congar, de Lubac, Chenu... e fanno cadere sospetti su un uomo come Karl Rahner. Per fortuna, la commissione preconciliare non convaliderà l'idea. Da parte sua, Giovanni XXIII non sembra assumere particolari posizioni. Tuttavia, quando gli chiedono che cosa farà il concilio, apre la finestra e commenta: “occorre far entrare un po' d'aria fresca”. Più tardi, battendo la mano sul bracciolo della poltrona dirà: “bisogna scuotere via la vecchia polvere”. E maliziosamente aggiunge: “dell'impero... romano”. Un'altra volta, davanti ad uno suo visitatore misura abbattuto un testo preparatorio sottoposto alla sua lettura: 5 cm di testo, 25 cm di condanna! L'11 ottobre 1962, i 2500 Padri conciliari, vescovi, e superiori di Congregazioni religiose si siedono per la prima volta sulle gradinate che sono state preparate nella navata della Basilica di San Pietro. Il discorso di Giovanni XXIII è molto atteso. Il papa darà un'indicazione per il lavoro del concilio? Del suo lungo discorso, i Padri e la Storia ricorderanno tre passi principali. Innanzitutto, parole severe nei confronti di coloro che chiama “profeti di sventura” che dice di avere accanto quotidianamente: “Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa.”. Più avanti, il papa osserva che è ora che la Chiesa proponga “la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore”. Come dire che i centimetri di condanna possono essere gettati nel cestino della carta straccia. Poi arriva la frase che più spesso sarà usata dai sostenitori dell'aggiornamento secondo Giovanni XXIII. Il papa dichiara: “Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate ”. In queste parole stava il vero ruolino di marcia del concilio, una marcia che sarebbe durata quattro sessioni di dieci settimane di lavoro ciascuna, fino alla chiusura del concilio, l'8 dicembre 1965.

in “www.baptises.fr” del 23 marzo 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Disastro

Nelle scorse settimane ho ascoltato un po' di catechesi di padre Livio Fanzaga su Radio Maria.

E' stata una delle penitenze quaresimali.

Hanno suscitato nel mio animo:

- compassione per i numerosi disturbi psicologici di quell'uomo;

- delusione perché lo si fa parlare ancora e invece bisognerebbe proteggerlo, evitandogli di peggiorare di volta in volta la pessima reputazione di cui già è circondato;

- dispiacere per la brutta figura che ci fanno la Chiesa e i ministri ordinati, malrappresentati da tale predicatore;

- rammarico per l'occasione perduta di portare nelle case una parola (eco della Parola di Dio) qualificata e fruttuosa;

- preoccupazione per la radicata ignoranza dottrinale che trasudano e per gli errori che diffondono tra il popolo cristiano;

- rabbia perché ho perso tempo allora ascoltandole e anche adesso, nel momento in cui ne faccio memoria e ne scrivo.

don Chisciotte

Sulla scelta vegetariana

Il dilemma dell'onnivoro

di mons. Gianfranco Ravasi

Il «Fermoposta» di domenica 29 gennaio sull'uccisione degli animali a finalità commestibile ha generato uno sciame di reazioni disparate, ora pacate ora eccitate. E proprio perché

Festa al modo cristiano

Pasqua, bisogna credere l'incredibile

di Enzo Bianchi - Pasqua 2011

Oggi i cristiani di tutte le confessioni celebrano il mistero fondante la loro fede: la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Per una rara coincidenza di calendario lo celebrano nello stesso giorno, ma non «insieme», perché lo scandalo della divisione tra i cristiani continua a offuscare la luminosità della loro testimonianza. Ma questa celebrazione concomitante dà maggior visibilità al segno di speranza che essa rappresenta soprattutto per i cristiani più provati nel vivere la fede: è balsamo per le loro sofferenze. Pensiamo alle minuscole comunità cristiane in Libia, all'esigua minoranza pakistana ferita dall'assassinio del ministro cattolico che la difendeva, alle ostilità che patiscono molte comunità in Cina e in Vietnam, alle violenze sociali che non risparmiano i cristiani in Costa d'Avorio e in Nigeria, o ancora ai discepoli di Cristo in Iraq, minacciati e tentati all'esilio, o a quei pochi presenti in Giappone, accanto ai loro concittadini provati da morte e distruzione. Ma ci sono anche comunità che trovano nella Pasqua il fondamento di fede alla loro attesa di riscatto umano e sociale, come i cristiani del Sud-Sudan che affrontano l'inedita sfida di costruire da zero uno stato dopo decenni di guerra. Proprio la gioia genuina di quei cristiani che vivono nella prova la loro fede ci aiuta a comprendere come Pasqua resti una celebrazione difficile da assumere come «festa» da chi cristiano non è: con i suoi tragici eventi di passione e di morte, questa memoria è aliena agli schemi mentali più consolidati. Eppure questa è la festa propria della fede cristiana e se questa risurrezione di Cristo non fosse realtà - ricorda san Paolo - allora la fede sarebbe «vana», vuota, incapace di dare consistenza alla vita del credente. Davvero i cristiani si sentirebbero come i più miserabili di tutta l'umanità, degli autoillusi da compiangersi

Più fede e più amore degli uomini

«Sono le donne del Vangelo a insegnarci come si sta accanto a quelli che soffrono»

intervista a Luisa Muraro, a cura di Lorenzo Fazzini

Luisa Muraro, docente emerita di filosofia all'università di Verona, esponente di spicco del pensiero della differenza sessuale, rintraccia una fecondità di pensiero e di azione, anche laica, nei fatti del Venerdì santo: «Di fronte al dolore innocente, il messaggio cristiano è straordinario: ci dice che c'è sempre qualcosa da fare anche nell'impotenza: la vicinanza alla vittima».



Qual è il tratto del Venerdì santo che lei considera più eloquente?

«La paura di essere sconfitti, di finire ai margini, di fallire. Penso ai Dialoghi delle carmelitane di Bernanos. In apertura si legge: “la Paura è figlia di Dio, riscattata la notte del Venerdì santo”. D'altra parte, furono proprio alcune donne a vincere questa paura per seguire Gesù fino alla fine, Pietro e gli altri erano scappati. Li capisco, io come la priora di Bernanos ho paura, ma quando penso a quelle donne, la mente si calma nell'ammirazione. Ci insegnano la grandezza di saper stare accanto a coloro che sono colpiti dalla sofferenza, anche quando siamo impotenti. Il comportamento di quelle discepole di Gesù crea uno straordinario contrasto con la logica di questo mondo, dove tutti si affollano intorno al potente, al ricco, all'uomo di successo. È la lezione cristiana più difficile e grande, sapere in pratica che il Signore non è nel ricco o nel potente, ma nei piccoli e nei poveri. Ma la vicenda della Passione ci pone la domanda: cosa possiamo fare quando non c'è più niente da fare? E la risposta del Vangelo è: “esserci”».



La colpisce dunque questa presenza femminile sotto la croce

Lui, vicino ad ogni "sepolcro"

Ma tu non temi la morte

Tu sei venuto fra noi

Per mettere in fuga la morte

Per snidare e uccidere la morte

Anche a Te la morte fa male

Per questo sei amico di ognuno segnato dal male;

e ogni male tu vuoi condividere....


David M.Turoldo

Al Sepolcro




Venerdì Santo

Digiuno

Giovedì Santo

(...)

I diversi significati dell'indegnità eucaristica

Questo modo di esprimere la degnità o l'indegnità non è molto lontano dalla nostra esperienza: ricordo che una volta, durante una grandissima celebrazione liturgica in un monastero del monte Athos, si accostò alla comunione, con mia sorpresa, soltanto un eremita che stava tutta la settimana solo sulla montagna a pregare. E in alcuni nostri paesi ci sono ancora persone che, non ritenendosi degne, si accostano all'eucaristia una sola volta all'anno: è la tradizione degli anziani, soprattutto uomini ed è probabilmente la conseguenza di un certo modo di intendere l'indegnità dell'uomo rispetto all'eucaristia. Sappiamo, d'altra parte, che oggi nelle nostre comunità la situazione si è praticamente capovolta perché sono moltissimi coloro che fanno la comunione senza essersi confessati. Dobbiamo allora dire che nella chiesa si verificano oscillazioni, modi svariati di intendere la degnità e l'indegnità: il problema, profondamente radicato nel cuore della comunità cristiana, si esprime in esperienze molteplici che danno poi luogo a forme sociologiche diverse.

S. Paolo pone con grande crudezza la serietà del problema sottolineando che l'eucaristia non è un gesto cultuale che va da sé. È la prima riflessione che possiamo fare: l'eucaristia non si offre indifferentemente a chiunque.

Ci sono stati dei secoli che hanno posto l'accento sulla indegnità cultuale propriamente detta, addirittura su forme di impurità fisica che impedivano di accedere all'eucaristia. Oggi, giustamente, noi sottolineiamo di più il tema della indegnità morale, che tocca il fondo della coscienza e siamo soliti definirla come «peccati» che gravano su di noi e dai quali dobbiamo purificarci. In questo modo interpretiamo, quasi istintivamente, il testo di Paolo: quando ci sono divisioni nella comunità non si è degni di fare eucaristia. Viene subito alla mente l'ammonizione evangelica: «Quando presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, deponi la tua offerta davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello» (Mt 5,23-24).

Un altro accento che istintivamente cogliamo nel brano, è, soprattutto oggi, la divisione stigmatizzata tra ricchi e poveri, ubriachi e affamati, che rende indegni di ricevere il corpo del Signore.

E c'è pure l'indicazione del non sapersi aspettare, del non sapersi accogliere. Anche questa è una colpa.

Noi, quindi, alla domanda in che cosa consiste questa indegnità rispondiamo che è un'indegnità morale, un comportamento contrastante con il significato dell'eucaristia che è comunione, amore, unità. L'indegnità è, in concreto, divisione nella comunità, divisione tra ricchi e poveri, contrasti anche esteriori, tutti segni che la comunità non ha come centro l'eucaristia, ma che ne fa pretesto per altre cose.



L'indegnità radicale è l'autosufficienza

Vorrei porre tuttavia un'ulteriore domanda: se si tratta solo di questo, perché l'apostolo non dice queste cose? Evidentemente le suppone, però la sua insistenza è un'altra: esaminatevi, giudicatevi, chi non si esamina e non si giudica si accosta indegnamente.

In realtà, la risposta che Paolo dà non è quella che noi abbiamo presupposto dal contesto: chi si accosta con cuore diviso non è degno. Dice piuttosto: non è degno chi non si giudica, chi non si esamina.

È degno, solo chi prova se stesso, chi esamina se stesso.

Il testo, ritornando continuamente su questo concetto, ci fa sottolineare l'aspetto che, a prima vista, forse troppo concentrati sul contesto generale, non riusciamo a cogliere: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso... perché se no mangia la propria condanna... Se però ci esaminassimo... non saremmo giudicati». La prima indegnità radicale è quella di non giudicarsi, di non discernere; potremmo dire, con parole che sembrano insufficienti, ma che hanno un significato molto grave, è la disattenzione, la superficialità da cui discende un modo ovvio, evidente di prendere tutto così come viene, quasi fosse dovuto. E' il senso di autosufficienza.

È l'autosufficienza che caratterizza alcuni della comunità di Corinto, che mangiavano e bevevano allegramente perché il dono eucaristico era per loro qualcosa di logico, di dovuto, qualcosa che uno si aspetta e su cui non discute. Il peccato fondamentale che va combattuto, perché distruttivo dell'eucaristia, perché è come un tarlo che rode lo stile eucaristico della comunità, è la pretesa di ovvietà. Ed è la stessa che abbiamo rispetto alla parola di Dio, Parola che già crediamo di sapere, di conoscere, di aver sentito tante volte.



L'atteggiamento eucaristico

L'atteggiamento che Paolo chiede, dunque, è quello di giudicarci e, paradossalmente, di ritenerci indegni: la vera indegnità è di ritenersi degni, di ridurre il dono a dovuto, la grazia a debito, l'amore a calcolo. Quando noi giungiamo a questo, ci accorgiamo che siamo lontanissimi dall'atteggiamento eucaristico che dovrebbe avere l'uomo. Quello, per esempio, di Elisabetta: «Chi sono io perché la madre del mio Signore venga a me?». Quello di Maria che si «turbò» alle parole dell'angelo, perché non le erano dovute. Quello del centurione - che la chiesa ci ricorda ogni volta che riceviamo la comunione -: «Signore, io non sono degno che tu venga nella mia casa»; il centurione era stato lodato dai farisei, era un notabile che aveva fatto grandi beneficenze, che poteva ritenersi «degno», eppure afferma di non esserlo. L'atteggiamento eucaristico è quello di Isaia: «Ohimè, uomo dalle labbra impure io sono e sto vedendo la Gloria del Dio vivente». È l'atteggiamento di Giovanni il Battista: «Non sono degno di sciogliere il legame dei suoi sandali»; è quello del pubblicano: «Signore, abbi pietà di me peccatore».

L'indegnità eucaristica, invece, è espressa chiaramente dal fariseo: «Ti ringrazio, Signore, che non sono come gli altri uomini: adulteri, ladri...», ti ringrazio perché sono a posto, sono tranquillo con la mia coscienza e, perciò, ho diritto al tuo dono.

Mi permetto di citare qui ancora una frase del pastore protestante nella sua riflessione ecumenica sull'eucaristia: «Mangia e beve indegnamente colui che si avvicina alla mensa del Signore senza essere affamato e assetato del perdono di Cristo; mangia e beve indegnamente colui che non riconosce come intorno a questa mensa si forma e si aduna il popolo nuovo di Cristo; mangia e beve indegnamente colui che, sicuro della propria degnità, si crede abbastanza in regola con Dio e con gli uomini da potersi avvicinare a quella mensa. È una sorta di paradosso, un rovesciamento del comune modo di pensare».

La presunzione di credersi degni dell'eucaristia apre la porta ad una sufficienza che rende l'eucaristia poco efficace, perché non la si vede più come dono incredibile, infinitamente grande e immenso di Dio di fronte al quale dobbiamo sempre cadere in riconoscente adorazione.

Carlo Maria Martini, Meditazione al clero piemontese, Basilica di s. Ambrogio, 18 maggio 1983

Dacci oggi la pioggia quotidiana

Preghiere, processioni e croci nei campi: il Nord riscopre gli antichi riti anti-siccità

di Jenner Meletti

Forse sarà meglio procurarci dei rami di ontano. «Con un coltellino si toglieva la corteccia e appariva il legno bianco. E con questi rami si preparavano le croci, da mettere all'inizio di ogni campo. Servivano a tenere lontano la siccità, la grandine e ogni altro disastro». Quando era bambino, Lorenzo Zanon

Martedì Santo


tratto da Erri De Luca, Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, 20-25


 



Indagine su un falegname



 (..)


     L'albero è forza verticale di natura, spinta dal suolo a sollevarsi in alto. Somiglia alla postura della specie umana. Perciò il cieco sanato da Gesù a Betsaida descrive gli uomini, visti per la prima volta, come alberi che camminano. E' la più bella impressione fisica del corpo umano ed è giusto che provenga da un cieco, perché i ciechi sono visionari.


     Per capire i falegnami bisogna risalire ai boschi. Chi si è inoltrato in un'assemblea di alberi, è sta­to accolto alla loro ombra, si è steso sulle radici ha potuto ascoltarne il coro. «Allora canteranno di esultanza tutti gli alberi del bosco davanti a Iod/Dio che viene». Il verbo ebraico rinnèn del Salmo 96 (verso 12) è un canto di tripudio e gioia espresso dagli uomini. Qui è attribuito agli alberi, con la stessa forza di esultanza di creature di fronte al creatore.


     Noi moderni siamo abituati all'indifferenza per la materia prima e al culto per il prodotto finito. Siamo abituati a pagare poco la fonte e cara la foce. La scrittura sacra racconta il valore degli alberi, del legno e del lavoro umano.


     Il tronco trasformato in assi ha bisogno di star­sene disteso per stagioni intere a dimenticare la linfa e a indurire la fibra. Il taglio del ferro deve rispettare il verso delle venature e combinare le torsioni per pareggiarle a contrasto. Gesù impara da Ioséf, come ho detto participio presente del verbo iasàf, aggiungere, accrescere. Ioséf è colui che aggiunge. Questo dovrebbe essere il titolo di ognu­no che viene al mondo, e già con la sua presenza accresce l'umanità di un'immensità nuova, ric­chezza di una vita in più a rincalzo di forze contro lo spreco della morte. Ci vogliono molti Ioséf in una generazione.


      Lui è falegname, un mastro di alberi e di tagli, un fornitore di arnesi per la comunità. Gesù nasce in una stalla, ma cresce in una bottega di artigiano. Le sue mani diventano larghe a forza di stringere manici, sono ammaccate a forza di martello, hanno unghie spezzate, sono dure di schegge incarnite, di calli lubrificati con lo sputo. La sua saliva prodi­giosa prima di sanare lesioni, si seccava sul palmo migliorando la presa delle dita. L'interno delle sue mani ha il colore cupo del tannino che penetra nei pori mischiandosi al sudore. La sua faccia ha occhi abituati a stare stretti contro i frantumi di lavorazione che schizzano anche al volto. Il suo naso fiuta le resine, le colle, il grasso e il bitume e la canapa e il sudore di ascelle.


     Cresce di peso e forza, ha di certo appetito, ha gusto per il pesce; meno per la carne. E' di Naza­reth in Galilea, ma è nato a Betlemme, a sud, in terra di grano e perciò ama il pane. Assaggia poco il vino, appena nelle feste. Se manca, per lui fa lo stesso, per sua madre no, che gliene chiede per gli invitati di uno sposalizio. E lui controvoglia prov­vede esagerando in gusto e quantità. A Cana non avevano mai assaggiato un vino così giusto per la gioia. Da che vendemmia viene? Da nessuna: non si può ordinare il vino della festa, solo gustarlo per fortuna e grazia d'essere invitati.


     Non risulta che abbia fatto una simile provvista anche per l'olio, a differenza dei profeti Elia ed Eli­seo, esperti di miracoli da ulivo. Ieshu/Gesù più di ogni cibo preferisce il pesce cucinato. Ne assaggia anche dopo la resurrezione, in mezzo ai suoi undici sbalorditi dalla sua apparizione e dal suo appetito. È corpo intero il suo, carne e ossa di resurrezione, è vita restituita che mastica e inghiotte volentie­ri. Era già accaduto ad altri nella scrittura sacra prima di lui di ritornare indietro dalla morte. Ma solo a lui la seconda vita durerà per sempre. Agli altri, compreso Lazzaro, da lui resuscitato, ricapita la morte.


      Sono stato anch'io a bottega da un falegna­me nei vicoli della città vecchia. L'aria stagnan­te, sfruttata da bracieri, cucine, motori, là dentro profumava di mogani, di pini. La loro nostalgia di foreste si condensava in cristalli di resina. Il naso, almeno quello, in mezzo a loro era grato di starse­ne rinchiuso sotto le luci al neon del laboratorio mentre fuori il giorno splendeva per gli altri. Il naso, almeno quello, non sentiva nostalgia del­l'aria aperta.


     Tra le lavorazioni, le pulizie di macchine e lo­cali, le ore arrivavano e finivano, più col moto di onde che con quello di lancette d'orologio. Avevo allora dentro di me molto silenzio e molta compa­gnia di pensieri.         Per esempio: che opere faceva il collega Ieshu tra la stessa segatura, le stesse schegge mie? Che utensili uscivano dalle sue piallature, dagli smussi di bordo, dagli incastri? E il suo piatto la sera era di legno come la mia scodella ricavata al tornio, o di terracotta? E che legni preferiva ma­neggiare, il docile sicomoro, il contorto ulivo che impegna a fondo il ferro, la ribelle acacia, e i nodi li aggirava o li spaccava? Ecco un piccolo campione di stupidi pensieri che tengono compagnia nella metà del giorno venduto per salario.


     Fatto è che Ieshu ha svolto da fondo a cima il lungo apprendistato da garzone a mastro durante gli anni eterni d'infanzia e adolescenza. Il suo corpo è cresciuto sotto la disciplina del lavoro manuale. E se è vero che in fatto di scrittura sacra era «nato imparato» come si dice a sud, che sapeva discutere alla pari con dottori e studiosi, questa dote non gli era stata data pure in falegnameria. Nella bottega di Ioséf non gli fu risparmiato nessun grado dell'ad­destramento, compreso le martellate sulle dita. E di chiodi ne piantò a carriole fino a saperli conficcare in tre colpi senza neanche guardare la testa da bat­tere, rinomato esercizio di destrezza in carpenteria.


     E sapeva che il manico di frassino è il più adatto, e sapeva l'invito naturale che deve presentare l'impugnatura e come accorparlo al ferro per dissipare meglio le vibrazioni dei colpi.


      Portò sul Golgota l'albero del patibolo, e già tutt'uno con lui.


     Quando li ebbe nella carne, i chiodi, quando li sentì entrare, si trovò per la prima volta dalla parte del legno. Come li conosceva quei colpi, il rintoc­co del ferro, il fiato che accompagna la battuta: li aveva abbandonati per un poco e ora li ritrovava uguali. Gli tornò alla vista Ioséf lasciato solo in vecchiaia, Ioséf che sperava in quel figlio per un aiuto e che forse aveva venduto arnesi e magazzino, rimasto senza cambio.


     Toccava a lui, Ieshu, finire come un legno disteso e immorsato, messo in opera da una volontà di offerta e sacrificio.


     La sua vita era materia prima. La docilità del legno era la sua.


     Non era più albero che cammina, come gli ave­va rivelato il cieco di Betsaida, ora era piantato al suolo e tutti i suoi passi finivano lì a piedi giunti e braccia spalancate come rami.


     Il Golgota è un'altura spellata, senza vegetazione. Sulla cima ora spuntava un uomo albero, innestato a sangue.


     Gli alberi non possono scappare, quando ar­rivano i tagliatori, restano ad accoglierli e a farsi abbattere. Anche lui come loro non era scappato.


     Piantato a chiodi sopra un legno in quell'ora ave­va pensieri da albero. E voglio credere, per pura immaginazione del mio odorato, che il legno del­la croce fosse di conifera. Non era stagionato e trasudava resina carezzandogli il naso col ricordo dei boschi. Perché un tempo i buoni falegnami andavano a scegliere i legni salendo alle foreste. Ne curavano il taglio, lo sfoltimento. E Ioséf inse­gnava a suo figlio quale pianta serviva, esposta a quale versante, stroncata in quale esatto giorno della luna. E Ieshu un poco ascoltava, un poco schiacciava con un sasso i pinoli, accovacciato al­l'ombra. «Allora canteranno di esultanza tutti gli alberi del bosco davanti a Iod/Dio che viene»: il vento sopra il Golgota veniva da boschi lontani, era pieno di canto.


     Così mentre si disfaceva il giorno più breve della sua vita, nelle narici entrava con forza di anestesia il succo della resina, la ferita dell'albero si legava al suo sangue e gli ultimi respiri tornavano ai boschi profumati. Perciò sorrise e crollò il capo di lato sulla spalla con uno scroscio di respiro forte, come chioma di albero abbattuto.

Elezione del nuovo "papa" dei copti

La mano di un bambino sceglierà il papa copto

di Enrico Casale

Sarà la mano di un bambino a decidere chi sarà il successore di Shenouda III, il papa dei copti ortodossi egiziani morto il 17 marzo all'età di 88 anni. Il piccolo, scelto fra un gruppo di chierichetti, dovrà tirare fuori da un'urna d'argento uno dei tre bigliettini con i nomi dei candidati al soglio di «papa di Alessandria d'Egitto e patriarca della predicazione di san Marco e di tutta l'Africa». L'estrazione sarà l'atto finale di un lungo iter (...). Il primo passo sarà l'elezione di un comitato, guidato dal vescovo Pachoemus, composto da 18 persone: nove vescovi e nove laici. Questo comitato, a sua volta, eleggerà una commissione ristretta composta da sei persone (tre laici e tre religiosi) sempre sotto la guida del reggente. Il compito di quest'ultima è di redigere una lista di un minimo di cinque e un massimo di sette candidati (...)

in “popoli” (www.popoli.info) del 28 marzo 2012

Settimo anniversario della morte di Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 19

La missione e la responsabilità dei laici nella Chiesa e nel mondo si possono comprendere adeguatamente solo nel contesto vivo della Chiesa-Comunione.

E' questa l'idea centrale che di se stessa la Chiesa ha riproposto nel Concilio Vaticano II, come ci ha ricordato il Sinodo straordinario del 1985, celebratosi a vent'anni dall'evento conciliare: «L'ecclesiologia di comunione è l'idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio. La koinonia-comunione, fondata sulla Sacra Scrittura, è tenuta in grande onore nella Chiesa antica e nelle Chiese orientali fino ai nostri giorni. Perciò molto è stato fatto dal Concilio Vaticano II perché la Chiesa come comunione fosse più chiaramente intesa e concretamente tradotta nella vita. Che cosa significa la complessa parola "comunione"? Si tratta fondamentalmente della comunione con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Questa comunione si ha nella parola di Dio e nei sacramenti. Il Battesimo è la porta ed il fondamento della comunione nella Chiesa. L'Eucaristia è la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana (cf. LG, 11). La comunione del corpo eucaristico di Cristo significa e produce, cioè edifica l'intima comunione di tutti i fedeli nel corpo di Cristo che è la Chiesa (cf. 1 Cor 10, 16 s.)».

All'indomani del Concilio così Paolo VI si rivolgeva ai fedeli: «La Chiesa è una comunione. Che cosa vuol dire in questo caso: comunione? Noi vi rimandiamo al paragrafo del catechismo che parla della sanctorum communionem, la comunione dei santi. Chiesa vuol dire comunione dei santi. E comunione dei santi vuol dire una duplice partecipazione vitale: l'incorporazione dei cristiani nella vita di Cristo, e la circolazione della medesima carità in tutta la compagine dei fedeli, in questo mondo e nell'altro. Unione a Cristo ed in Cristo; e unione fra i cristiani, nella Chiesa».

Le immagini bibliche, con cui il Concilio ha voluto introdurci a contemplare il mistero della Chiesa, pongono in luce la realtà della Chiesa-Comunione nella sua inscindibile dimensione di comunione dei cristiani con Cristo e di comunione dei cristiani tra loro. Sono le immagini dell'ovile, del gregge, della vite, dell'edificio spirituale, della città santa. Soprattutto è l'immagine del corpo presentata dall'apostolo Paolo, la cui dottrina rifluisce fresca e attraente in numerose pagine del Concilio. A sua volta il Concilio riprende dall'intera storia della salvezza e ripropone l'immagine della Chiesa come Popolo di Dio: «Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente Lo servisse». Già nelle sue primissime righe, la Costituzione Lumen gentium compendia in modo mirabile questa dottrina scrivendo: «La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano».

La realtà della Chiesa-Comunione è, allora, parte integrante, anzi rappresenta il contenuto centrale del «mistero», ossia del disegno divino della salvezza dell'umanità. Per questo la comunione ecclesiale non può essere interpretata in modo adeguato se viene intesa come una realtà semplicemente sociologica e psicologica. La Chiesa-Comunione è il popolo «nuovo», il popolo «messianico», il popolo che «ha per Capo Cristo (...) per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio (...) per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (...) per fine il Regno di Dio (... ed è) costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità». I vincoli che uniscono i membri del nuovo Popolo tra di loro - e prima ancora con Cristo - non sono quelli della «carne» e del «sangue», bensì quelli dello spirito, più precisamente quelli dello Spirito Santo, che tutti i battezzati ricevono (cf. Gl 3, 1).

Infatti, quello Spirito che dall'eternità vincola l'unica e indivisa Trinità, quello Spirito che «nella pienezza del tempo» (Gal 4, 4) unisce indissolubilmente la carne umana al Figlio di Dio, quello stesso e identico Spirito è nel corso delle generazioni cristiane la sorgente ininterrotta e inesauribile della comunione nella e della Chiesa.

Lunedì Santo

La passione delle pazienze

di Madeleine Delbrêl



La passione, la nostra passione, sì, noi l'attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.

Come un ceppo nel fuoco,

così noi sappiamo di dover essere consumati.

Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane

animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.

 

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione,


che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,

di ucciderci senza la nostra gloria.

 

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:

sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l'autobus che passa affollato,

il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gl'invitati che nostro marito porta in casa

e quell'amico che, proprio lui, non viene;

è il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

 

Così vengono le nostro pazienze,

in ranghi serrati o in fila indiana,

e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

 

E noi le lasciamo passare con disprezzo,

aspettando

Ingresso festoso a Gerusalemme

Quel muoversi verso l'ignoto alla ricerca di una stabilità

di Enzo Bianchi

Il pellegrinaggio è uno dei fenomeni antropologici più antichi e diffusi, caratterizzato da una dimensione paradossale: il pellegrino lascia la propria terra, la propria casa per andare verso un «altrove», percepito come luogo in cui poter ritrovare le proprie radici. Si mette in movimento cioè per ritrovare stabilità, saldezza. E questo in virtù di due elementi fondamentali e complementari propri al pellegrinaggio: da un lato il viaggio stesso, l'essere in movimento, l'iter che si compie, dall'altro il luogo a cui si desidera pervenire. Lo snodarsi del viaggio ha una dimensione di esodo, di uscita dal proprio mondo, di costante cambiamento di prospettive, di orizzonti, di panorami, un'inesauribile ricchezza di volti e paesaggi nuovi, un'alternanza del pensiero tra il luogo noto e certo che si è lasciato e l'ignoto cui si va incontro e del quale si sa solo che può offrirci nuova e duratura saldezza. La meta del pellegrinaggio deve dal canto suo essere chiara fin dalla partenza: «nessun vento infatti è favorevole alla nave che non sa a quale porto vuole approdare», ammoniva già Seneca. E questa sua qualità di «meta», di telos, di compimento, le viene proprio dal poter offrire al pellegrino che le corre incontro quel clima di anelito alla santità, quello «spazio sacro» di fronte al quale ci si toglie i calzari del viandante, quel «faccia a faccia» con la verità che fa esclamare «Dio è là». Ogni pellegrinaggio non inizia mai con la partenza, bensì molto prima: con il pensarlo e il prepararlo, cioè con il chiedersi perché intraprendere un pellegrinaggio e con la scelta della meta. Infatti, anche quando risponde all'adempimento di un voto o di un obbligo religioso, il pellegrinaggio ha sempre motivazioni profondamente personali. Cosa ci spinge a metterci in cammino nella modalità del pellegrinaggio? Forse il dolore che la situazione in cui ci si trova suscita in noi, il desiderio di una novità che ridia dinamica alla nostra vita, la voce di qualcosa o qualcuno che ci chiama, la curiosità di scoprire se le nostre radici hanno diramazioni insospettate. O ancora, in una dimensione più interiore: l'insostenibilità di una vita della quale si è smarrito il senso, l'intuizione di essere abitati da dinamiche assopite, il richiamo di una voce amica o la scoperta che una voce, fino ad allora indistinta, si è fatta chiara, la percezione di attingere linfa vitale da un humus sconosciuto. Forse, per assurdo, il momento del pellegrinaggio in sé è quello del quale si riesce a dire meno, come quando si cerca di cogliere il «presente», schiacciato tra passato e futuro. O meglio, quello che si dice è costantemente intessuto di nostalgia e di attesa, di rimpianto per quanto ci sta alle spalle e di timore per quanto ci attende. Non sono forse questi i sentimenti che hanno abitato il popolo di Israele durante uno dei viaggi più famosi dell'antichità, quell'esodo che è divenuto ben presto paradigma di ogni «uscita» dalla schiavitù verso la libertà, metafora di un ininterrotto viaggio interiore che attraversa l'aridità del deserto in direzione di una terra «promessa»? Così, nel nostro viaggio interiore, le soffocanti sicurezze di un tempo diventano miraggi che distolgono lo sguardo da possibilità nuove, da spazi aperti ma esigenti. Ansia dell'ignoto e nostalgia del già noto: è lo struggimento per un'assenza che ferisce il cuore con la sua presenza. In viaggio come pellegrini e forestieri, inoltre, si attraversa non solo lo spazio ma anche il tempo: si scopre la non contemporaneità delle diverse culture, si tocca con mano che, anche se il calendario indica la stessa data, i tempi restano diversi, a volte inconciliabili: differenze di approccio alla realtà, di costumi, di memoria storica, di tradizione. È in viaggio, prima ancora di fissare anche solo provvisoriamente una nuova dimora, che sperimentiamo quella che i padri del deserto chiamavano la xeniteia, l'essere xenos, straniero, senza nessuna protezione sociale, in balìa di leggi e costumi propri di altri, circondati da linguaggi e paesaggi sconosciuti. E in questa estraneità acquistano valore insospettabile anche i rapporti con i compagni di viaggio, che siano persone già conosciute con le quali abbiamo deciso di intraprendere il cammino, oppure pellegrini incontrati lungo la strada, là dove i nostri sentimenti sono più disarmati e predisposti al dialogo e all'apertura. Così anche la strada verso un «santuario», un luogo «santo» nel suo significato originario di «separato», altro, diverso dal nostro quotidiano, è già preparazione a vivere in modo «altro» il tempo e lo spazio. Non vi è nulla di magico nelle «città sante», niente che possa catturare od obbligare Dio, nessuna garanzia di possesso privilegiato ma una capacità di evocare un evento, di richiamare l'uomo, di invitarlo a sollevare lo sguardo verso l'alto, di indicargli, attraverso il luogo dell'evento, colui che l'evento ha operato. Non a caso il pellegrinaggio rimane metafora della nostra stessa vita: un cammino aperto verso un futuro altro.

in “Corriere della Sera” del 18 marzo 2012

Made by Crosstec