Festa liturgica di sant'Ignazio di Loyola

Nel 1555 tutti i professori dell'università di Barcellona scrissero a Ignazio di Loyola - già celebre fondatore della Compagnia di Gesù - la seguente lettera:

«Reverendo Padre, quando consideriamo le tue opere e le confrontiamo con quelle dell'antichità, tu ci appari davvero beatissimo, perché Cristo ti ha eletto (...) per sostenere con vigore i vecchi edifici ecclesiastici che minacciano di rovinare per vecchiezza e per incuria dei loro architetti, e per costruirne di nuovi. E quanto han fatto in altri tempi Antonio e Basilio, Benedetto, Bernardo, Francesco e Domenico e molti altri illustri personaggi che veneriamo come santi e nominiamo con onore. Verrà un tempo - lo speriamo e lo desideriamo - nel quale tu sarai invocato nello stesso modo per le tue grandi opere, e la tua memoria sarà sacrosanta in tutto il mondo».

Ignazio aveva allora sessantaquattro anni; sarebbe morto l'anno dopo.

Antonio Sicari, Il terzo libro dei ritratti di santi, 27

Pacata riflessione

Argomenti No Tav. E una speranza

Caro direttore, le scrivo in merito all'articolo di Danilo Paolini “Il tricolore non si tira giù” del 27 luglio. Non ho niente da contestare, vorrei solo aggiungere, come madre di due figli studenti di 21 e 14 anni abitante della ormai famosa Valle di Susa, che per me, noi No Tav abbiamo già vinto per un sacco di motivi: viviamo sulla nostra pelle situazioni che vengono riportate dai giornali in modo distorto (non mi riferisco al suo giornale); questo ci ha fatto capire che qualunque cosa leggiamo, dobbiamo vederla sotto più punti di vista e andare il più vicino alla fonte per non essere quotidianamente ingannati. Da anni manifestiamo contro la costruzione della Tav e quanto è successo ci ha fatto diventare più sensibili a ciò che accade nel mondo; sappiamo cosa vuol dire non venire ascoltati, venire attaccati da tutte le parti, non venire considerati: questo crea coesione invece di dividere! Abbiamo imparato a documentarci; siamo informati su tutto quanto riguarda l'opera; partecipiamo a serate informative, non come i politici che parlano senza essere mai

Dovremmo restituirti Dio

Delbrêl, giullare di Dio

Il testo inedito che qui pubblichiamo probabilmente è stato scritto nel 1961. Su richiesta di padre Jean Guéguen, Madeleine Delbrêl preparò «qualche cosa sulla missione nella città», in occasione della grande missione che ebbe luogo a Clermont-Ferrand nel corso del 1961. Dedicato alla Vergine Maria e rivolto ad un ateo, che probabilmente rappresenta la Città marxista e atea, riprende con forza alcune delle grandi convinzioni apostoliche di Madeleine.



Quella città - e non è un'eccezione - ha un credito nei miei confronti, come le città che le sono simili o gli uomini verso i quali io ho lo stesso debito.

Dei cristiani non hanno saputo guardare? Allora io non so guardare, m'impegnerò a fare meglio.

Nel momento in cui tu hai fatto di tutto per separarti da Dio, dei cristiani ti hanno lasciato solo. A motivo dell'unità che ci lega, io mi considero responsabile.

È di Dio che sei stato privato, è Dio che dovrei restituirti.

Ma tu sai che la Fede non posso, non possiamo donarla. Devo cercare di darti Dio in un altro modo. Tu crederai o non crederai, come vuoi. Io terrò Dio accanto a te.

Cristo ha detto, ed è il nocciolo di tutta la vita cristiana, di amare Dio con tutto il nostro cuore e più di tutto, e di amare tutti gli uomini come noi stessi. È questo il modo in cui ha voluto che noi fossimo cristiani. È questo amore che prendo con me per tornare accanto a te.

Cristo ci ha detto senza sosta come bisognava viverlo; vivendolo ci ha mostrato come fare. Ci ha detto che seguendo la sua parola come un bambino incapace di critica, meriteremo di vivere insieme a lui, che la sua presenza non ci abbandonerà fino alla morte.

Cristo, ora invisibile, nostro maestro e nostro Dio: tanto ne ascolterò la parola nel Vangelo, tanto farò parola per parola ciò egli ha detto, che io stesso, ad ogni azione che compirò come vuole lui, lo conoscerò un pò di più.

Con lui tutto inizia e tutto finisce con «Amerai» che è un ordine assoluto.

Tutto inizia così dal basso, così concreto, e così materiale e corporale, che puoi volerlo: amare è versare un bicchiere d'acqua a chi ha sete, dar da mangiare a chi ha fame, dare un ricovero a chi è senza. È essere in prigione col prigioniero, all'ospedale vicino al malato. È avere il cuore distrutto da ogni preoccupazione, ogni pena, ogni dolore dell'altro. È essere un fratello per ciascuno e un fratello per tutti, è vivere con gioia per loro e per loro morire.

Madeleine Delbrêl

Ossimori

Cristiani immaginari

di Mirella Camera

Fa un certo effetto la definizione che in Facebook dà di sé Anders Behring Breivik. L'autore della strage di Oslo, il macellaio che ha ucciso una settantina di ragazzi quasi uno per uno e ha affidato altre vittime a una bomba, si è definito “cristiano”. I giornali, nel parlarne, hanno poi aggiunto pietosamente l'aggettivo “fondamentalista”. Forse per alleviare un po' lo scandalo. Dopo questo episodio è venuta alla luce una posizione estrema prima inesistente, si è posto una sorta di precedente inaudito. E d'ora in poi il mondo è autorizzato a pensare che accanto ai cristiani “moderati” possa crescere un'ala fondamentalista capace di atti terroristici, proprio come in Occidente si pensa dell'islam. Siamo diventati speculari. E non aiuta di certo a mantenere il folle gesto nell'area - appunto - di una follia isolata il precipitoso intervento di Borghezio, che ha detto di condividere le idee di Breivik. "Come molti in Europa", ha aggiunto, "pur senza arrivare a mettere le bombe". Forse bisognerebbe che qualcuno dicesse chiaro e forte che non è una questione metodologica, quasi fossero stesse idee ma prassi diversa. Sono proprio le idee che non hanno nulla a che fare col cristianesimo, nel senso evangelico del termine. Ma oggi purtroppo, complice l'ansia identitaria che corre anche dentro la Chiesa, il cristianesimo è molto più una dimensione storico-culturale che l'aspirazione a trasformare se stessi secondo gli insegnamenti di Gesù. Il Vangelo è troppo scomodo, troppo esigente. Meglio il catechismo, naturalmente quello orecchiato nell'infanzia, quello delle formulette che non hanno nulla a che fare con la vita; e vada anche per qualche precetto che, se si sgarra, c'è sempre la confessione. Meglio ancora una bella e gloriosa tradizione, con riti esteticamente gratificanti e abitudini di pensiero solide e rassicuranti, così culturalmente addomesticata da non mantenere quasi più traccia della potenza originaria, svuotata del fuoco evangelico e orpellata da secolari sedimenti umani che acquietano e soddisfano l'animo, invece di bruciare e incalzare l'anima («Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini»: Mt 15, 6-9). Così possono nascere degli ossimori ridicoli, come quello della Lega che difenderebbe le radici cristiane (ben ha risposto il cardinale Tettamanzi: “Le radici sono importanti, ma l'albero si riconosce dai frutti”). O degli ossimori spaventosi, come questo dello sterminatore norvegese che si autoproclama cristiano. Classifichiamola pure una farneticazione, è facile quando il colore è così netto e inequivocabile. Ma la proclamazione dell'identità, così amata da molti cristiani di oggi, incoraggiata dalla Chiesa istituzionale (...), nasce quasi sempre dalla paura e dall'insicurezza, altrimenti non verrebbe nemmeno in mente di doverla affermare. Nel migliore dei casi produce la logica del “Lei non sa chi sono io!”. Nel peggiore, l'esclusione o addirittura la guerra nei confronti di chi si ha paura possa metterla in discussione. Senza contare l'estremo rischio. Precipitarsi al banchetto di nozze dove davamo per scontato d'essere invitati, tutti agghindati di cultura identitaria, per poi sentirci apostrofare a bruciapelo dal padrone di casa: “Ehi, tu! Come hai avuto il coraggio di entrare, così conciato?” (cfr la parabola degli invitati alle nozze, Mt 22,2-12).

in “A latere...” (http://alatere.myblog.it) del 28 luglio 2011

Sottomettersi per far crescere

L'uomo che s'identifica al crocifisso, riceve la forza del risorto: "lo mi compiaccio negli oltraggi, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte" (2Cor 12,10). Nella tradizione degli anawim, e più in particolare di Amos, di Geremia, di molti salmi, i "miti", i "poveri", gli "umili" dell'Antico Testamento sono chiamati "beati" nelle Beatitudini, perché fanno posto a Dio in se stessi, perché offrono uno spazio allo Spirito santo. Per questo Maria, nel suo cantico di lode, celebra gli "umili", quelli che si sono svuotati per Dio, aperti a Dio, e che egli ha potuto innalzare proprio mentre rovescia i "potenti" dai loro troni, troppo appesantiti e troppo pieni di sé, troppo ricchi, nei quali egli non può trovare spazio. Il potere di Cristo, potere della fede e dell'umiltà, si esprime come servizio. Il testo decisivo, su questo punto, è quello di Lc 22,25-27: «Egli disse: "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande fra voi diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve"». Il potere "che serve" diventa, nel senso etimologico della parola, autorità; auctoritas viene dal verbo augere che significa far maturare, far crescere. Cercare di sottomettersi a ogni vita per farla crescere in pienezza. La vittoria di Cristo sulla morte trasforma al fondo del nostro essere l'angoscia in gratitudine. I padri della chiesa, specie i padri ascetici, rivelano che le due "passioni-madre" sono l'avidità e l'orgoglio, queste risorse del potere decaduto, e più in profondità ancora, "la paura nascosta della morte". Ma se siamo veramente risuscitati nel Risorto, se la morte è già alle nostre spalle, sepolta nelle acque del battesimo, allora non abbiamo più bisogno né di schiavi né di nemici per proiettare su di loro la nostra angoscia e il nostro desiderio di essere Dio: Dio, noi lo siamo umilmente in Cristo, siamo cioè capaci di amare.

Olivier Clément, Il potere crocifisso, 39-40

Mentalità feudale

dal Vangelo della liturgia di oggi, festa di san Giacomo apostolo (Mt 20,20-28)

Si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».



dalla Lettera del Vicario Generale ai fedeli dell'arcidiocesi ambrosiana (10 luglio 2011)

L'attesa [del nuovo arcivescovo] troverà compimento anzitutto venerdì 9 settembre quando il Cardinale Angelo Scola, per mezzo di un procuratore, prenderà possesso canonico dell'Arcidiocesi, con una celebrazione che si terrà in Duomo alle ore 12. (...) L'Arcivescovo Cardinale Angelo Scola ha espresso la sua decisione di confermare nello stesso giorno per un anno (fino al 28 giugno 2012) il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale diocesano, il Vicario generale e i Vicari episcopali. Durante la Santa Messa Crismale del prossimo giovedì santo (5 aprile 2012) si riserva di far conoscere le sue decisioni circa i Vicari (...).



Quella che anni fa poteva essere un'impressione, ormai è diventata una convinzione: c'è un abisso tra le prospettive espresse dai due brani.

Solo che il primo (il Vangelo) è quello del Maestro; il secondo è quello dei seguaci. A quale dei due dobbiamo dare retta?



Di fronte a tanta evidenza non voglio offendere l'intelligenza di nessuno cercando di motivare la prima presa di posizione.

Mi soffermo solo su alcuni punti.



1. Possibile che la Chiesa, nella sua qualità di Madre e Maestra, non abbia ancora trovato un vocabolario diverso rispetto all'espressione "prendere possesso canonico"? Va bene che possiamo passare sopra le parole (e qualcuno lo fa frequentemente), ma io non voglio passarci sopra. Nessuno può pensare di "prendere possesso" della Sposa di Cristo, la "Signora eletta da Dio" (2Gv1). Tantomeno un figlio della Chiesa ambrosiana prende possesso della sua Madre.

E allora cambiamola questa orrenda espressione! A meno che manchi la volontà "politica" perché qualcuno crede davvero che un vescovo possa "prendere possesso" o qualcun'altro sia interessato a che le cose restino così.



2. L'incommensurabile dignità della Chiesa Corpo di Cristo può essere forse sottoposta alle decisioni di un uomo solo, fosse pure il più "alto" in dignità e santità?! "Tra voi non sarà così", aveva ammonito Gesù. Altre parole del Maestro e Signore le abbiamo fissate coi chiodi nelle membra ferite (per esempio: "Non osi separare l'uomo ciò che Dio ha unito") e altre - come queste - le dribbliamo in scioltezza.



3. Non mi sono mai nascosto i pesanti limiti e le incapacità manifeste dei cristiani che hanno ricevuto il sacramento dell'ordine per la custodia della comunione ecclesiale. Ma non posso sopportare che coloro che per anni hanno avuto responsabilità legittime su di me e sulla diocesi siano improvvisamente considerati in balìa delle decisioni dell'ultimo arrivato. Qui c'è da secoli una legittima Chiesa (Parola, Liturgia, Carità, successione apostolica) che - secondo le espressioni usate nella Lettera del Vicario Generale - dovrebbe restare sospesa alle decisioni di un battezzato incaricato di servirla: non c'è nemmeno bisogno di scomodare i documenti conciliari per far brillare l'incoerenza di un simile dettato.



4. "Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo": lo schiavo, il servo secondo il Vangelo, entra in punta di piedi in casa della sua Signora, della sua Sposa, della sua Madre. Lo contraddistinguono l'affetto, la devozione, la gratitudine, il rispetto... l'umiltà quella vera: qui c'è il Corpo di Cristo, qui tocco le Sue membra, qui cammino col Suo gregge, e sono onorato di poter fare un tratto di vita con loro, in loro, grazie a loro... anche "di fronte e davanti" a loro, in obbedienza al sacramento ricevuto per il ministero (che significa "servizio").



Oggi, nel 2011, nessuna donna vorrebbe uno sposo che pensasse di decidere su di lei e a prescindere da lei; nessuna madre vorrebbe un figlio che si permettesse certe mancanze di rispetto; nessuna "signora" si terrebbe in casa un servo così poco servizievole.

E sulla "carta" (dei documenti ufficili) nessuno darebbe ragione a un tale dispregio dell'esistente, perché tutto (il passato, il presente... e allora anche il futuro) esiste in virtù della Grazia. Ed essa va ascoltata, accolta, obbedita anzitutto.



Stigmatizzo uno stile (non credo sia solo "questione di linguaggio") che non si riferisce precisamente ed esclusivamente alle persone citate nella Lettera: è un sistema di matrice feudale che non ci siamo ancora scrollati di dosso.

Permea e ammorba tanti livelli della struttura ecclesiale, la quale - lo sappiamo bene - non può fare a meno della sua concretezza di societas regolata, ma - in virtù dello Spirito Santo che la vivifica - potrebbe far giù la polvere più di frequente.

don Chisciotte

Riflessione laica sul Male

Il male che si nasconde dentro di noi

di Ilvo Diamanti

E' difficile descrivere il senso di vertigine che assale di fronte alla carneficina di Oslo. Di fronte al massacro avvenuto nell'isolotto di Utoya. Le scene dei ragazzi, sparsi lungo le spiagge, morti oppure agonizzanti. A decine. In fuga dalla violenza cieca. Generano un senso di vuoto. Disorientamento. Al di là delle misure della tragedia. Al di là dell'orrore. Per almeno due ragioni ulteriori. La prima ragione è dettata dal profilo delle vittime. Giovani e giovanissimi. Impegnati in politica. Deve avere un significato tutto ciò, per l'assassino. Per il fanatico artefice di questa esecuzione di massa. Giovane anch'egli. Pochi anni più delle vittime. Al di là di altre spiegazioni - di episodi peraltro inesplicabili. Al di là del colore politico. La chiave di lettura del romanzo di orrore scritto con il sangue da questo fanatico è riconducibile all'età delle sue vittime. Giovani. Quasi che si volesse estirpare il seme della passione politica dalla società. Soprattutto là dove cresce, ancora incorrotta, animata di valori. Là, tra i giovani, che hanno scoperto la politica, e la praticano, in quest'epoca senza politica. In quest'epoca pervasa dall'antipolitica e dalla violenza. I giovani. Protagonisti della protesta e delle mobilitazioni: nel Nord Africa e in Medio Oriente, in Spagna e in Gran Bretagna. In Francia e in Italia. I giovani disposti a partecipare a una scuola di impegno e formazione "politica", in Norvegia. E' come se il "giovane" Anders Behring Breivik avesse voluto sopprimere tutto questo. Agendo da braccio armato - e malato - di una volontà oscura, che anela ad annullare il futuro. A riportarci indietro, ad ancorarci al passato orrendo - e all'orrore del passato che non passa mai. Ma ritorna di continuo. L'altra ragione che rende più tragica e dolorosa questa tragedia è l'irragionevole. Perché questo episodio orrendo contraddice e sovverte le "nostre" ragioni. Anzitutto, il luogo dove è avvenuto. Il contesto (...) Norvegia. Che rispetta la natura e non fa affari con i dittatori. Dove i poliziotti girano disarmati. Un Paese mite. Nel quale nessuno potrebbe immaginare, "ragionevolmente", un'esplosione di violenza tanto cieca, covata al proprio interno. Già: al "proprio interno". Perché è difficile rassegnarsi a questa evidenza. Visto che il "riflesso condizionato" degli osservatori e dei commentatori, di fronte a tanto orrore, ha reagito, dapprima e a lungo, cercando una spiegazione coerente - e in fondo rassicurante - con le proprie ragioni, i propri giudizi - e pregiudizi... Richiamando il fantasma delle cellule Qaediste, la Jiad. In altri termini: il Terrore Islamico che aizza lo Scontro di Civiltà. Il Nemico evocato, subito, sulle cronache delle edizioni on-line (talora, anche cartacee) dei giornali. Alcuni, in particolare, particolarmente riluttanti - e renitenti - a rassegnarsi, anche di fronte all'evidenza. Invece no. L'assassino, il Mostro, è un giovane norvegese. Biondo, cristiano fondamentalista, anti-islamico. E' difficile sopportare il disagio e la vertigine prodotti da questa vicenda. Troppo incoerente e irragionevole di fronte alle nostre ragioni - e alla nostra ragione. Noi: costretti ad ammettere che l'Odio può esplodere dove si coltiva il bene comune. In modo più violento che altrove. E si può esprimere, in modo in-descrivibile, nel "nostro" mondo, per mano dei "nostri". Non dell'Altro: il "nemico" islamico e terrorista. Il Male che si nasconde - e cresce - dentro di noi. Non sopporta il futuro. Né il bene comune. Soffre i giovani che si impegnano per gli altri. Talora esplode, deflagra. Una furia cieca e sanguinaria. Contro di loro. Il bene comune, i giovani, il futuro.

Davanti a un Tu sorprendente

Non potremo mai definire cosa sia la preghiera.

Non ci bastano le parole.

Nessun santo c'è riuscito.

La preghiera va talmente al di là di tutte le definizioni da lasciare sempre spazio al suo mistero.

Sì, pregare è un mistero.

Pregare è comunicare col mistero di Dio.

Provateci, e vedrete che con tutta l'abilità non riuscirete a contenere nelle vostre parole la vostra esperienza di preghiera.

Ma una cosa che riuscirete certamente a definire è che è un rapporto tra due Persone. Quando pregate vi sentirete davanti ad un Altro.

Può darsi che l'Altro, tu lo senta dentro. Può darsi che tu lo senta fuori. Può darsi che tu ti senta avvolto. Può darsi che tu lo senta lontano lontano. Può darsi che tu lo senta come Silenzio come Assenza, come Aridità, come Oscurità o come Luce o come Gaudio o come Pienezza o come Rimprovero. Non c'è limite all'esperienza di Dio in noi.

Lui è la novità ed ho l'impressione che non si ripeta mai nel modo di avvicinarsi a noi. Quando l'ho atteso sotto un olivo è venuto sotto una quercia; quando l'ho atteso in chiesa è venuto in città; quando l'ho cercato nelle gioie è venuto nel pianto; quando non l'attendevo più l'ho trovato davanti a me ad aspettarmi.

Dio mi ha sempre sorpreso e il suo tempo non è mai stato il mio.


fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 22 gennaio

Stili controcorrente... rispetto agli Editti

L'insonnia di Costantino

di Maria Teresa Pontara Pederiva

Ogni volta che attraverso il suo paese all'imbocco della valle di Fassa, e l'occhio giunge a quel piccolo cimitero appena fuori la chiesa ai piedi del Rosengarten, non posso dimenticare una preghiera per don Giovanni, il nostro prof di lettere al ginnasio, e la sua battuta ripetuta anche nell'ultimo incontro di qualche anno fa: "E se Costantino non avesse dormito prima della battaglia al Ponte Milvio? Se avesse avuto l'insonnia?". Se quanto raccontato dal buon Eusebio di Cesarea non fosse mai accaduto, se si fosse trattato solo di un colpo di sole? Se avesse perduto? Certo una battuta la sua. Lui, nato fra le Dolomiti, approdato in Cattolica a Milano dove aveva conosciuto tanti che allora erano sulla cresta dell'onda politica e culturale, sapeva bene che la storia non si fa con i "se", ma era altrettanto consapevole di quel macigno che per secoli, complice proprio il successivo Editto, aveva ostacolato troppe volte l'annuncio del Vangelo. Da quella restituzione, narrata da Eusebio, di "chiese, proprietà, giardini, case o altri beni d'ogni specie" al potere temporale e a tutte le commistioni di diversa natura coi poteri terreni che vediamo ancora oggi. Lasciando in ombra le parole di Chi aveva detto chiaramente: "Il mio regno non è di questo mondo" (Gv 18,36). E dire che lungo la storia sono stati in tanti a comportarsi "come se" Costantino non avesse vinto, come se il cristianesimo non fosse diventato una religione dello stato, come se non si fosse instaurato un regime di cristianità - che dall'Europa si è voluto esportare poi con la forza anche nel Nuovo Mondo - come se il Vangelo fosse davvero un annuncio che scardinava antichi modi di pensiero e di convivenza tra gli uomini aprendo la strada ad un mondo davvero nuovo, di rapporti e di vita. Il pensiero va ai tanti santi che conosciamo tutti e ai molto più numerosi sconosciuti - ma santi ugualmente anche se non sugli altari - che hanno testimoniato, nonostante i tempi, uno stile diverso andando controcorrente, e permettendo spesso una radicale modifica della Chiesa e della sua testimonianza cristiana nel mondo. Pensiamo ai fondatori degli Ordini mendicanti: non abbiamo sempre parlato della povertà e letizia di san Francesco, della gioia e fedeltà dell'annuncio di san Domenico? Tanto più efficaci, quanto più lontani da ogni tentazione di potere terreno e possesso di beni. La "Lettera ai reggitori dei popoli" di Francesco e la stessa Regola del Terz'Ordine mostrano una lontananza dal potere, e un concetto di laicità, lontano mille miglia da quella sorta di chiamata alle armi per una presenza più incisiva dei cattolici in politica cui assistiamo oggi. Perché ogni arruolamento significa poi obbedienza a chi chiama. Personaggi del calibro di Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Pietro Scoppola, Oscar Luigi Scalfaro sono stati il frutto di ben altra esperienza, e formazione. Le tante opposizioni al potere terreno di una Chiesa compromessa coi poteri, l'opposizione ai tanti poteri, spesso totalitari, non sono nate per un comando dall'alto, ma dall'interno di una coscienza. Quella coscienza che ha fatto pronunciare nel lontano 1511 al domenicano Antonio Montesinos quelle parole a difesa della dignità umana di fronte al genocidio degli indigeni ad opera dei conquistadores spagnoli o a Max Joseph Metzger, il prete giornalista morto nel carcere nazista di Brandeburg nel 1944, le parole di opposizione ad un regime e ad una Chiesa incapace di "vedere". O ai laici, sposi e padri, Franz Jägerstätter o Josef Mayr Nusser il rifiuto, da cristiani, ad imbracciare le armi e sappiamo bene quanto lunga sarebbe la lista. Ed è quella stessa coscienza che oggi fa parlare e scrivere tanti - e non immaginiamo quanti, preti (anche vescovi e cardinali) e laici - per un modo diverso di essere Chiesa. Perché il potere e l'incisività che si vorrebbero riconquistare (là dove il termine "nuova evangelizzazione" viene scambiato per una restaurazione del Sacro Romano Impero) sono solo il rovescio scuro di quello specchio che rappresenta la comunità cristiana dove il clericalismo - anche se si continua a dichiarare il contrario e la "corresponsabilità" resta ferma ai convegni - è sempre più imperante. (...) Perché secolarizzazione non significa scristianizzazione, se solo pensiamo a quanti valori evangelici sono ormai entrati dopo Duemila anni nella nostra società, dalla dignità di ogni persona - gay compresi, non dimentichiamolo - al rispetto della libertà di coscienza, solo per citarne due esempi. E là dove la secolarizzazione ha preso la via del secolarismo, questo non è certo avvenuto senza gravi responsabilità da parte nostra. Meglio allora un ritorno alle dimensioni del lievito e sale, le uniche in grado di realizzazione una nuova evangelizzazione, autenticamente "evangelica". Si mette forse il lievito in una pasta già lievitata? O il sale in una minestra già saporita? Il "già e non ancora" ci accompagnano nel cammino di quell'"andate dunque e fate discepoli tutti i popoli" (Mt 28,19). Per una Chiesa forte e autorevole in virtù soltanto dell'autorità del suo Fondatore, una comunità cristiana che impari a convivere senza complessi d'inferiorità nel pluralismo culturale, senza nostalgie di bracci secolari, né tentazioni di agganci ai poteri che potrebbero consentirle benefici di alcun genere. Una Chiesa-popolo di Dio nella diversità delle vocazioni in una logica di servizio, del "perdere" la propria vita, senza tentazioni di egemonia l'un l'altro, né dei grandi numeri che abbagliano la vista. Una Chiesa che realizzi finalmente al suo interno quel V capitolo della Lumen Gentium, ancora inattuato, l'universale vocazione alla santità, non un "club di soli uomini", ordinati. Cristiani - uomini e donne, religiosi e laici - al servizio del Regno e testimoni, in umile compagnia degli uomini, di quell'unico messaggio dirompente lanciato dall'angelo ai pastori in quella notte alla povera grotta di Betlemme: "Ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore" (Lc 2,10-11).

Ingiuste disparità

Situazione allarmante nel Corno d'Africa

Il 15 luglio, a Nairobi, Reuben Brigety II, il vice assistente segretario e responsabile del Dipartimento di stato per l'assistenza ai rifugiati e alle vittime dei conflitti in Africa, ha parlato di «una delle più gravi crisi degli ultimi decenni». Ha aggiunto: «Le persone che raggiungono uno dei campi profughi sono le poche che ancora hanno la forza di camminare. Molte di più sono quelle rimaste nei loro villaggi, dove non hanno nulla per vivere». Sempre da Nairobi, l'organizzazione non governativa britannica Oxfam parla di «gravissima siccità» e «tragedia umanitaria» in tutto il Corno d'Africa. «In alcune zone dell'Etiopia e nelle regioni settentrionali del Kenya il numero di animali si è più che dimezzato. Il valore di quelli rimasti ancora in vita è crollato. Vendere un cammello, un bue o una capra non ti consente di acquistare cibo sufficiente per la tua famiglia per un paio di giorni». Sono 3 milioni le persone che rischiano di morire di fame in Somalia. In Etiopia, specie nella regione dell'Ogaden, si calcolano attorno ai 4 milioni le persone che hanno estremo bisogno di cibo. In Kenya, l'insicurezza alimentare interessa 3,5 milioni di persone. Oltre 10 milioni di persone nel Corno d'Africa stanno combattendo contro lo spettro della fame. Circa 1.300 rifugiati somali arrivano ogni giorno nei campi profughi di Dadaab, nella regione nord-orientale del Kenya. Fuggono dalla fame e dalle conseguenze di lunghi anni di guerra civile. Da settimane, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), che gestisce i tre campi di Dagahaley, Ifo e Hagadera, sta lanciando appelli alla comunità internazionale perché intervenga con aiuti umanitari. L'afflusso di profughi è tale che l'Acnur s'è visto costretto ad assumere nuovi impiegati per la registrazione dei nuovi arrivati. I tre campi, allestiti per accogliere circa 90mila persone, ne contengono oggi 440mila. Sarebbe necessario riattivare un quarto campo, Ifo II. L'organizzazione britannica Oxfam ha detto che tutto è pronto a Ifo II - tubature per l'acqua, latrine, centri sanitari... - ma il governo del Kenya continua a dirsi contrario all'operazione. Così, circa 60mila persone vivono in tende provvisorie al di fuori dei recinti dei tre campi, con limitato accesso ai servizi base. «In questi accampamenti informali la percentuale di bimbi denutriti è tre volte superiore a quella registrata nei campi veri e propri», dice Caroline Adu Sada, coordinatore dell'associazione Medici senza frontiere (Msf), che ha aperto un sesto centro sanitario nei tre campi. L'aumento del numero dei profughi sta mettendo a dura prova le strutture dei campi. L'acqua viene razionata: 3 litri per persona nei campi Acnur, con una media di 48 rubinetti per ogni 20mila persone; molto di meno, a volte mezzo litro soltanto, negli accampamenti informali. «Siamo agli antipodi di quanto accade in Nord America e in Giappone, dove ogni persona consuma 3.500 litri ogni giorno, stando alle statistiche del Consiglio mondiale dell'acqua», commenta Adu Sada. Le conseguenze sono drammatiche: «Stanno aumentando casi di diarrea, varicella, morbillo, malattie della pelle e infezioni respiratorie». Fuori dei campi, la popolazione locale non sta di certo meglio. «I casi di malnutrizione sono tanto numerosi quanto negli accampamenti informali di profughi. La siccità ha dimezzato gli animali. La gente non ha cibo a sufficienza». Molti kenyani della provincia somala chiedono di poter entrare nei campi, ma non hanno la qualifica di rifugiati e, pertanto, non possono ricevere cibo e medicinali. I locali si lamentano: «Oggi in Kenya è meglio essere profughi che cittadini. La siccità ha colpito noi come i somali. Noi però dobbiamo pagare la scuola per i figli, comperarci il cibo e l'acqua». (...) A Mogadiscio l'afflusso di gente che fugge dalla siccità - è iniziato due mesi or sono e continua - sta mettendo a dura prova gli ospedali della capitale. Aden Ibrahim, ministro della sanità del Governo federale somalo di transizione, afferma: «Abbiamo a che fare con epidemie di morbillo, numerosi casi di malaria, infezioni polmonari e malnutrizione. Ma non ci sono più medicine. Ogni ospedale o centro sanitario denuncia circa 5 decessi ogni giorno. La città non riesce più a far fronte a questo esodo di gente disperata». (...)

Donare la vita per il popolo

Suor Dorothy, prima martire del creato

di
Lorenzo Fazzini

Ora anche la "teologia del creato" - affacciatasi di recente nell'alveo degli studi sacri - ha la sua prima vittima testimoniale, come la definisce Valentino Salvoldi in Prima martire del creato, ricostruzione per metà biografica per metà riflessiva della vicenda di suor Dorothy Stang. Questo il nome della religiosa americana - avrebbe compiuto 80 anni il giugno scorso - caduta per mano di alcuni sicari (pagati da alcuni latifondisti) il 12 febbraio 2005 a Speranza, nello Stato del Parà, Brasile profondo. Una location drammaticamente predefinita per questo omicidio "nobile", che ha riacceso i riflettori sulla piaga della deforestazione in Amazzonia, soprattutto per i suoi nocivi effetti rispetto alle popolazioni indigene. Ancor oggi il vescovo di Xingú, dom Erwin Krautler (di cui suor Stang fu amica e collaboratrice), vive sotto scorta per la sua opposizione a progetti di sfruttamento ambientale. Il Parà, regione dove operò la suora Usa - evidenzia Salvoldi - è riconosciuto come uno degli Stati brasiliani dove maggiormente regna la violenza contro i contadini indifesi e l'impunità degli assalitori: il 40% dei 1237 omicidi di lavoratori rurali in Brasile tra il 1985 e il 2001 si è verificato in questa zona; di questi 521 assassini, solo 13 hanno avuto un responsabile condannato in tribunale. Suor Stang presentiva il suo martirio. Furono diversi gli avvertimenti che negli anni costellarono la sua azione a difesa dei contadini minacciati dai fazendeiros, bramosi di impossessarsi della terra. La prima minaccia risale addirittura al 5 agosto 1970: suor Dorothy lavorava a Coroatà quando un commando di uomini armati fece irruzione nel centro parrocchiale minacciando le suore che qui riunivano la gente per educarla ai propri diritti. Nel novembre 1987, in una lettera, percepisce un presentimento interiore: «La nostra situazione qui peggiora di giorno in giorno: i ricchi moltiplicano i loro piani per sterminare i poveri, riducendoli alla fame. Ma Dio è buono con il suo popolo». E nel 2002 manda un messaggio esplicito ai suoi amici, dopochè il sindaco di Anapu, sua ultima destinazione missionaria, se n'era uscito con un secco «dobbiamo sbarazzarci di questa donna se vogliamo vivere in pace»: «So che vogliono ammazzarmi, ma io non me ne vado. Il mio posto è qui con questa gente che è continuamente umiliata da quanti si ritengono potenti». Ultimo, profetico segnale: nel 2004 - l'anno prima di venir uccisa - suor Dorothy viene insignita con la "Medaglia di Chico Mendes" da parte dell'Organizzazione brasiliana degli avvocati per i diritti umani. Quasi a riconoscerla erede - e tragicamente fu proprio così - del sindacalista, difensore degli ultimi, assassinato nel 1988. Ma dunque perché considerare "martire" questa suora americana? (...) Tutto sta in quella frase che Dorothy pronuncia a Ivan, un contadino che la stava accompagnando all'incontro con il suo destino, a Speranza, quel febbraio di 6 anni fa (...): «Se oggi qualcosa di grave deve capitare, capiti a me e non agli altri che hanno una famiglia» (...).

Meno male che NON tutto è possibile, tantomeno a chi crede

IL NECROLOGIO DI «DON LUIGI» - Intanto, a due giorni dal suicidio di Mario Cal, sulle pagine dei necrologi del Corriere della Sera è comparso il messaggio di cordoglio di don Luigi Verzè. Questo il testo: «Carissimo Mario, l'Opera San Raffaele che abbiamo fatto insieme alla luce di quel "Tutto è possibile a chi crede" di cui tu volesti adornata la porta del tuo ufficio resta opera di Dio. Tu ne hai visti i miracoli di salute restituita, ne hai visto e goduto i prodotti di scienza e di scoperte promettenti. Ora te li godi dal cielo e io, poveretto, lacrimando, non posso dirti che grazie. Tuo don Luigi».

Tristezza

Eccezionale!




Dialogo

Una moschea di nome Gesù

di Tiziana Barrucci

Una moschea dedicata a Gesù Cristo? In cima ovviamente non una croce, ma il solito minareto, più in basso sulla facciata versetti del libro sacro per i musulmani dedicati alla vergine Maria e al figlio Gesù. Uno scherzo? Niente affatto. La particolare moschea, dedicata al Messia cristiano è sorta in Giordania, nella cittadina di Madaba, a trenta chilometri da Amman. Nel mondo arabo il nome di Gesù e quello di Maria sono spesso usati come nomi propri, Isa e Maryam i corrispettivi nella lingua del Corano, che vengono appioppati alla nascita a bambini e bambine, ma mai una moschea era stata dedicata al Messia. Unico precedente, un luogo di culto islamico in Australia, costruito alla fine degli anni Novanta da un gruppo di musulmani desiderosi di battersi per un prospero dialogo interreligioso. E questo è ora anche la moschea di Madaba. «Volevamo dare un esempio di coesistenza pacifica tra le religioni», spiega Marwan al Oteibi, che quella moschea l'ha fatta costruire. E spiega: «Cercavamo un modo per dire al mondo intero che l'islam è una religione di tolleranza». La famiglia al Oteibi è una di quelle dinastie storiche di Madaba conosciuta per gli sforzi compiuti nel tempo in nome della pace e della convivenza tra comunità religiose. Soprattutto perché la ridente Madaba, ex glorioso centro bizantino e ora quinta cittadina della Giordania per numero di abitanti, ospita oggi una folta minoranza cristiana. Ben un terzo infatti della sua popolazione crede nel Messia e non può che avere accolto positivamente la decisione degli al Oteibi. «Come monoteisti siamo felici di questa scelta fatta da parte dei nostri fratelli musulmani», ha detto qualche tempo fa all'agenzia tedesca Dpa il reverendo Nabil Hadded, della Chiesa ortodossa. «Sappiamo, ha aggiunto, che il Corano dedica una sura particolare (versetto, ndr) alla madre di Cristo. E conosciamo la profonda considerazione che l'islam dedica a Cristo». Un profeta, anzi un grande profeta, non certo il figlio di Dio, ma colui che ha annunciato la venuta di Maometto e che, secondo una tradizione messianica islamica, tornerà sulla Terra come Mahdi alla fine dei tempi, annunciando il giorno del giudizio finale. Nonostante per i neofiti la notizia di una moschea dedicata a Cristo possa almeno incuriosire, non appare per nulla sorpreso l'ex imam della grande moschea di Roma Sami Ali Salem: «Viviamo in un momento storico in cui un certo tipo di politica sfrutta le differenze religiose per esaltare la violenza e l'odio

L'immagine che diamo di noi

Manuale di fotografia cattolica

di Roberto Beretta

(...) Perché bisogna sapere che i congressi ecclesiali, le celebrazioni comunitarie, gli anniversari e le feste parrocchiali, le conferenze e i convegni cattolici sono quanto di meno fotogenico esista. Se poi si aggiunge la scarsa tecnica dei fotoreporter «di buona volontà» generalmente coinvolti per documentare il fatto attraverso le immagini, allora la noia e la tristezza sono assicurati. Ormai potrei quasi scrivere un «manuale di fotografia cattolica». Partiamo da un classico: il gruppo clericale. Beh, se si tratta di capitoli, congressi o assemblee di preti, spesso l'istantanea risulterà scattata durante il pranzo conviviale, con bottiglie di tutte le marche in bella vista sulla tovaglia; oppure di una banalissima foto ricordo, dove tutti i presenti si distinguono per l'abbigliamento casuale e il fatto che sono distanti, ben separati l'uno dall'altro: come è logico, del resto, visto che il sacerdote è «individualista» quasi per destino. Le conferenze, altro genere di grande uso e scarsissimo appeal grafico: di solito si vede un tavolo di recupero rivestito da un tappeto rosso (un residuato di paramento, forse) che non copre nemmeno le gambe del povero relatore, l'immancabile bottiglia e il sacerdote o laico di turno in piedi a tessere al microfono l'elogio introduttivo dell'illustre ospite. Se poi l'obiettivo gira a cogliere il pubblico (posto sempre a debita distanza), abbiamo le consuete sedie vuote in prima fila, qualche notabile poco dietro, molte anziane sonnacchiose con la borsetta in grembo; ma di solito c'è sempre anche qualche zelante «cattolico impegnato» con una vecchia agenda o un quadernetto aperti sulle ginocchia, pronto a non perdersi nemmeno una delle perle di saggezza che di lì a poco pioveranno sull'uditorio. Non mancano le foto «liturgiche». Lì la scarsa fantasia degli autori è testimoniata dal fatto che colgono sempre come momento culminante l'elevazione dell'ostia; seguono - ma a distanza - la predica dall'ambone e la processione d'ingresso: sai che manna, per il giornalista del settimanale diocesano che deve piazzare ogni volta il vescovo nelle stesse pose e in almeno quattro pagine diverse... Se poi il monsignore è «in carriera», ci terrà a farsi vedere (e ritrarre) con pose ascetiche accentuate, tipo mani giunte e occhi bassi, volto ispirato e «mistico», molto compreso nel suo ruolo; soltanto i parvenu dell'ultima ora invece (ma non sono pochi) cadono nella puerile tentazione di mostrarsi ostentando le insegne del grado: cominciando dai filetti e dai bottoni rossi della talare. Si tratta di osservazioni generiche e tutto sommato di scarsa importanza? Può darsi. Ma - senza essere un lombrosiano - credo che osservando con più attenzione (e un briciolo d'autocritica) le fotografie che appaiono spesso sulla stampa cattolica, impareremmo qualcosa di noi stessi. Impareremmo se non altro a vederci come ci vedono gli altri (e spesso non è affatto un bel vedere) e a relativizzare un poco di più la nostra immagine e le occasioni in cui ci piace sembrare «importanti». Forse non sarebbe una lezione particolarmente piacevole, ma certo ci tornerebbe preziosa; magari, se siamo dotati di un minimo d'ironia, potrebbe persino procurarci una bella risata per tutte le nostre solennità: un po' finte, un po' inutili.

Buttare via la vita

Un signore di Scandicci

Testo di Gianni Rodari - Musica di Sergio Endrigo e Bacalov

Problema: i confini della Toscana hanno uno sviluppo di 1.330 chilometri, di cui 329 costieri, 249 insulari, 752 terrestri, che la dividono da Liguria, Emilia, Marche, Umbria e Lazio. La sua superficie è di 22.940 chilometri quadrati, di cui 5.800 di montagna, 1.930 di pianura e di 15.260 di collina. I fiumi della Toscana sono: l'Arno (lungo 241 chilometri), il Serchio (lungo 103 chilometri), l'Ombrone (lungo 161 chilometri), il Cecina (lungo 76 chilometri). Si domanda: quanto è alta la torre di Pisa?]



Un signore di Scandicci

Buttava le castagne E mangiava i ricci

Quel signore di Scandicci



Un suo amico di Lastra a Signa

Buttava via i pinoli E mangiava la pigna

Quel suo amico di Lastra a Signa



Tanta gente non lo sa,

non ci pensa e non si cruccia.

La vita la butta via

e mangia soltanto la buccia



Suo cugino in quel di Prato

Buttava il cioccolato E mangiava la carta

Suo cugino in quel di Prato



Un parente di Figline

Buttavia via le rose E odorava le spine

Quel parente di Figline



Tanta gente non lo sa,

non ci pensa e non si cruccia.

La vita la butta via

e mangia soltanto la buccia



Un suo zio di Firenze

Buttava in mare i pesci E mangiava le lenze

Quel suo zio di Firenze



Un compare di Barberino

Mangiava il bicchiere E buttava il vino

Quel compare di Barberino



Tanta gente non lo sa,

non ci pensa e non si cruccia

La vita la butta via

e mangia soltanto la buccia!

Tragico simbolo

La Provvidenza del San Raffaele

di Giorgio Bernardelli

È troppo facile. Si, è troppo facile prendersela adesso con don Luigi Verzé. E «darci dentro» con i racconti sulla cupola che doveva essere più alta della Madonnina, con il jet privato, con le piantagioni in America Latina, nelle cronache di quanto sta succedendo intorno all'Ospedale San Raffaele. Oppure cogliere l'occasione per liquidare i conti in sospeso anche dentro la Chiesa o nel mondo della politica. È troppo facile, perché così non si affrontano davvero i problemi di cui il San Raffaele è diventato il tragico simbolo. Problemi che, a mio parere, vanno abbondantemente al di là di un clamoroso buco di bilancio. (...) Il vice-presidente del San Raffaele Mario Cal che si suicida perché travolto da una situazione che non è più in grado di risolvere con un gioco di prestigio, è la dimostrazione di come queste logiche di potere non siano affatto un gioco innocente. E dunque diventa ancora più urgente una verifica su quali siano le logiche che guidano i consigli di amministrazione anche in casa cattolica. (...) La commistione tra l'azzardo dell'imprenditore Verzé e il richiamo alla Provvidenza. Di fronte ai debiti che crescevano anche a causa di progetti sempre più ambiziosi, la risposta pare che fosse il richiamo a quell'«aiuto dall'alto» che aveva permesso all'ospedale di diventare quello che era. A me vengono i brividi a pensare a questa idea della Provvidenza modello Superenalotto: un jolly che ti piove dall'alto e in forza del quale puoi permetterti di buttarti in qualsiasi impresa. Mi sembra un'idea fondamentalmente pagana, che piega il divino alle nostre manie di grandezza. Ma anche qui, prima di scagliare la pietra solo contro don Verzé, un bell'esame di coscienza non farebbe male a tutti noi. Mi chiedo - ad esempio - se non ci sia la stessa logica dietro a quella corsa a dotare tanti nostri oratori di strutture sempre più belle, contando sul fatto che poi tanto c'è «la Provvidenza» che ripianerà il debito. E se questo stesso germe non possa infilarsi anche in tentazioni molto più sottili: quanta gente, ad esempio, fa pubblicità a se stessa in nome della solidarietà con chi ha bisogno davvero? Se c'è una cosa che ci hanno insegnato i grandi santi che in questo volto molto concreto della presenza di Dio tra gli uomini ci credevano sul serio, è che la Provvidenza è legata a filo doppio alla sobrietà. «Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili», diciamo con Maria nella preghiera del Magnificat. Però lo leggiamo male, perché - in fondo in fondo - siamo compiaciuti dall'idea che almeno Dio può permettersi di fare un dispettuccio a chi sta in alto. Ma così non capiamo la verità più profonda di quelle parole: solo se sei sobrio, se sai coltivare la virtù della misura, capisci che nulla è davvero tuo. E accetti che non tutto sia un obiettivo alla tua portata. Senza queste premesse, che senso ha parlare di Provvidenza? Resta, infine, la domanda: e adesso? (...) Mi lascia, però, molto perplesso l'idea della mega-fusione tra il San Raffaele, l'Ospedale Bambino Gesù, il Policlinico Gemelli e la Casa Sollievo della Sofferenza (...) Mi chiedo: ma non è la stessa logica di grandezza che ha portato al disatro il San Raffaele? E che cosa avremmo detto se una cosa del genere l'avesse immaginata il governo italiano con quattro grandi ospedali pubblici collocati al Nord, al Centro e al Sud dell'Italia? Non saremmo qui a denunciare i pericoli del centralismo? Non paventeremmo il rischio del «grande carrozzone in cui chissà poi come li nominano i primari»? Non chiameremmo in causa il principio di sussidiarietà, la valorizzazione dei corpi intermedi, il radicamento nelle realtà locali? Quando sento idee del genere mi chiedo se non sarebbe il caso di discuterne un po' di più di questo benedetto principio di sussidiarietà. Mi viene il dubbio che a forza di tirarlo di qua e di là della sua forza profetica sia rimasto ben poco.

Una chance in più

Preti celibi e preti sposati

di Aldo Maria Valli

Avremo in futuro preti sposati? E perché la Chiesa cattolica di rito latino non ammette ancora questa possibilità? (...) Un contributo onesto e documentato viene dal saggio di Basilio Petrà Preti celibi e preti sposati. Due carismi della Chiesa cattolica, nel quale si affronta il valore teologico e spirituale del sacerdozio uxorato, intendendo con questa espressione il sacerdozio di uomini sposati che, in accordo con la moglie e gli eventuali figli, ricevono l'ordinazione. L'autore, prete della diocesi di Prato e ordinario di teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale, spiega che fino a un centinaio d'anni fa nella Chiesa cattolica di rito latino "era pacificamente accettata l'idea che la legge celibataria fosse una pura legge ecclesiastica". Nulla di dogmatico, quindi, ma piuttosto una questione di convenientia. Sia sul piano pratico (non avere troppe preoccupazioni terrene) sia su quello, diremmo oggi, dell'immagine (il prete celibe come testimone del soprannaturale) il celibato sembrava dare maggiori garanzie rispetto alla possibilità di sposarsi. Con i rapidi cambiamenti sociali e culturali avvenuti a partire dall'inizio del XX secolo e, poi, con il Concilio Vaticano II, a partire dal quale si è sviluppata una nuova teologia della sessualità, del matrimonio e della famiglia, ci si sarebbe aspettati anche un parallelo percorso di apertura e disponibilità della Chiesa verso l'ipotesi del sacerdozio uxorato. Invece è avvenuto proprio il contrario. Gradualmente si è sviluppata una teologia del celibato sempre più rigorosa e stringente, della quale è espressione soprattutto la Pastores dabo vobis del 1992, l'esortazione apostolica con la quale Giovanni Paolo II, al termine del sinodo dei vescovi di due anni prima, ribadì la connessione tra celibato e sacerdozio sottolineando che, attraverso l'ordinazione sacerdotale, il prete si configura a Cristo in quanto sposo della Chiesa. Il processo, nota Petrà, ha un che di paradossale, specie se si pensa che, di pari passo, la Chiesa cattolica di rito latino ha riconosciuto la dignità del sacerdozio uxorato cattolico di rito orientale. Di fatto, secondo l'autore, la posizione della Chiesa di Roma è contraddittoria. Proprio nel momento in cui, per la prassi, la connessione tra stato celibatario e ordine sacro viene vista solo come questione di diritto ecclesiastico (altrimenti non si lascerebbe libertà di eccezione alle Chiese cattoliche di rito orientale), ecco che la dottrina rende invece la connessione sempre più interiore, stringente e profonda. Secondo Petrà, la Chiesa potrebbe e dovrebbe uscire dalla contraddizione tornando al Concilio Vaticano II e alla sua capacità di leggere la realtà umana non in termini di esclusione (aut aut), ma di inclusione (et et). Bisognerebbe evitare i rischi di "radicalizzazione sacramentale del celibato" per "accogliere adeguatamente tutti i doni di Dio senza vederli in opposizione tra loro e senza escluderne alcuno preventivamente". Su questo piano, un primo passo sarebbe quello di accettare nei fatti il carattere cattolico del sacerdozio uxorato "senza guardarlo come se fosse una sorta di virus dal quale difendersi o come una disciplina tollerata, da mantenere in una sorta di riserva indiana". Occorre anche liberarsi dalla paura di suscitare confusione o scandalo nei fedeli e dal pensiero che eventuali aperture potrebbero indebolire la scelta del celibato. Semmai, in un regime di libertà, la scelta sarebbe più motivata. "I carismi non vanno esaltati l'uno in opposizione all'altro, ma l'uno in armonia con l'altro. Anche perché ciò che realmente conta non è la consistenza o configurazione oggettiva dei carismi, ma la qualità interiore - umana, morale, spirituale - della persona". Avremo in futuro, e con pari dignità, un clero uxorato cattolico di rito latino accanto al clero celibatario? La risposta va data sul piano dell'elaborazione teologica. Per una teologia del sacerdozio aperta alle due opzioni i tempi sembrano maturi, ma per dare il via al confronto ci vorrebbero più coraggio e fiducia. La spinta, dice Petrà, verrà forse dal fatto che tanto nelle Chiese cattoliche di rito orientale quanto nelle Chiese ortodosse aumenta il numero di preti uxorati che sono anche teologi e che vivono la loro condizione come un valore, non come un peso o come una concessione alla debolezza dell'uomo.

Debolezza

Elogio della debolezza (ma non della miseria)

di Enzo Bianchi

Come scriveva Gilbert K. Chesterton, il paradosso attraversa il tessuto della fede cristiana. E così la debolezza, l'asthenía che nasce dalla malattia, dall'handicap, dall'umiliazione, dalla sofferenza imposta dalla vita, nel cristianesimo se è vissuta come un cammino pasquale può diventare addirittura un luogo in cui si fa sentire la forza di Dio. Questo viene proclamato da Gesù nel Discorso della montagna, quando afferma che sono beati, felici, convinti di poter andare avanti con fiducia e di essere nella verità quanti sono poveri, miti, disarmati, perseguitati, affamati (cf. Mt 5,1-12). L'apostolo Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi compone addirittura quello che potrebbe essere definito un inno alla debolezza: «Il Signore mi ha detto: 'Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si esprime pienamente nella debolezza'. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché metta la sua tenda in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). In questo testo vanno sottolineate due espressioni che normalmente sfuggono al lettore: la potenza del Signore si esprime pienamente nella debolezza e la potenza di Cristo mette la sua tenda - la Shekinah, cioè la presenza di Dio - là dove trova la debolezza dell'uomo. Si faccia però attenzione. Questo canto alla debolezza non è un canto al male, alla sofferenza, alla prova, alla miseria - come Friedrich Nietzsche ha imputato al cristianesimo - , ma è una rivelazione: la debolezza di fatto può essere una situazione in cui, se chi la vive sa viverla con amore (cioè continuando ad amare e ad accettare di essere amato), la potenza di Cristo raggiunge la sua pienezza. Ma questo messaggio, peraltro centrale nel Nuovo Testamento, è scandaloso e può sembrare follia (cf. 1Cor 1,18-31), e noi cristiani abituati a tali parole siamo disposti a ripeterle ma non a viverle nell'amore: quest'ultima è la vera sfida, perché la debolezza è fondativa dell'antropologia cristiana. Confessiamolo però con onestà: quando osserviamo la vita nel suo svolgersi quotidiano, quando tentiamo di leggere la storia e le storie, constatiamo che sono la potenza, la forza, l'arroganza, la violenza ad avere successo, e perciò ci diventa arduo scorgere nella debolezza una possibile beatitudine. Siamo capaci di accogliere la nostra debolezza, che si presenta a noi sovente come umiliazione? Siamo disposti a vedere in essa un'occasione di spogliazione, per essere condotti all'«unica cosa necessaria» (Lc 10,42)? Non solo individualmente, ma come comunità, come Chiesa siamo capaci di leggere nella debolezza il linguaggio della discreta caritas, dell'amore discreto che è vissuto quotidianamente senza alzare la voce, senza voler 'dare testimonianza' a noi stessi? Forse solo quando smettiamo di parlare di poveri, di handicappati, ma siamo di fronte a un uomo o a una donna in carrozzella, a una persona colpita nei mezzi abituali di comunicazione; quando ci troviamo davanti a un corpo ferito e dilaniato dalla malattia e dal dolore; quando stringiamo le mani di un povero che le ha tese verso di noi, mettendo le nostre mani nelle sue, forse solo allora comprendiamo il dramma della debolezza e siamo capaci di discernere dove Cristo ha messo la sua tenda. C'è poi anche una forma particolare di debolezza, che non può essere dimenticata: quella dell'umiliazione che nasce dal nostro peccato, a volte dal nostro vizio o peccato ripetuto, in cui cadiamo e poi ci rialziamo, cadiamo e poi ci rialziamo ancora

Vita quotidiana

Fuori dal mondo?

di Francesca Lozito

«Io sono stufo. Stufo di vivere il mio ministero in mezzo a gente che è fuori dal mondo. Voglio persone come te, come Paola, Luciano, gente che la mattina esce di casa, va a lavorare, ha rapporti sociali, si scontra con le difficoltà concrete da cui noi che viviamo chiusi nella parrocchia siamo sempre più lontani». Glielo aveva urlato in faccia don Andrea a Martina il suo sfogo. Si vedeva proprio che non ne poteva più. Quelle parole erano uscite inaspettate, alla fine di una giornata impegnativa, che al massimo dovevano essere due chiacchiere di solidarietà intergenerazionale sui gradoni della chiesa, nella calura di luglio nella grande città. Con un gelato in mano. Martina non poteva negare di esserne rimasta spiazzata: tutto si aspettava da quel giovane prete, tranne che una frase del genere, spiattellata con tanta veemenza. Ma non le era per nulla dispiaciuta: «Mi sa che possiamo proprio diventare davvero amici» aveva pensato. E naturalmente gli dava ragione: spesso luoghi, tempi e proposte per chi esercita un lavoro impegnativo, per chi è condizionato da ritmi massacranti, come quelli della Grande città, dove spesso si è costretti a lavorare molto per i costi alti di vita, sono quanto di più lontano si possa immaginare da programmazioni pastorali alle volte asfissianti, che chiedono chiedono chiedono e non danno il tempo di fermarsi a guardare quello che si ha attorno. Forse lo sfogo di don Andrea molti altri avrebbero voluto dirlo o magari anche tradurlo nel concreto ma pochi sono quelli che hanno il coraggio di renderlo esplicito. Il disagio serpeggia nel sottosuolo: come se, soprattutto da giovani si dovesse per forza «fare i bravi». E magari in certi casi sprecare gli anni migliori inseguendo un modello di comunità cristiana che perde i pezzi e si allontana da tante persone che avrebbero magari non solo bisogno, ma anche voglia di mettersi in gioco in una comunità parrocchiale. Se solo la si potesse un po' rinnovare. Vennero alla mente di Martina quelle parole sull'«essere cristiani dentro la postmodernità». Le vennero in mente perché partivano dall'analisi di quello che è oggi il mondo. Non proponevano di rincorrerlo per non perdere terreno, di scimmiottarne le cose peggiori per non sentirsi esclusi e «abbassare il livello» a un senso comune impregnato di consumismo. Invocavano una povertà autentica, vissuta andando magari anche controcorrente. Perché manca il coraggio di provare a percorrere questa strada?

Fuori di testa, fuori da tutto, fuori del tutto

«Sexstasy», il mix di droga e farmaci che fa sballare i quarantenni

di Maria Egizia Fiaschetti

Sballo e performance, per recordmen onnivori. Viaggiatori bulimici del piacere, che amano spingersi oltre. Si chiama "sextasy" il mix di viagra ed ecstasy tornato in pista nei club e non solo. Se il cocktail arriva da lontano (...) ora è facile trovarlo anche in strada. Segno che il poli-consumo di sostanze è sempre più diffuso. (...) Il combinato viagra-extasy negli ultimi due lustri è apparso un po' ovunque: dall'Australia al Regno Unito, dalla comunità gay di San Francisco ai college party americani. Campione trasversale, con un denominatore comune: teenager o trenta-quarantenni senza troppe responsabilità. Sì, perché la maratona del sesso può durare anche un intero weekend. «Siamo medici, giornalisti, manager, avvocati» confessa un ventottenne inglese, habitué dei locali notturni «ma nel tempo libero ci piace tornare adolescenti...». Assumendo viagra a go-go. Il cardiologo Graham Jackson, consulente al Guy's Hospital di Londra, già nel 2007 parlava di "recreational circus" (divertimentificio), legato all'assunzione della pillola blu: «Trovarla è facilissimo, la vendono anche i tassisti» spiegava. «Ai soggetti sani, di solito, non accade nulla di particolare». Ma il pericolo aumenta con l'uso di stupefacenti. (...) Spiega Simona Pichini, ricercatrice all'Istituto Superiore di Sanità: «Cocaina, marijuana, ecstasy, alcol, crystal meth, come gli anabolizzanti, possono dare problemi di erezione o, in ogni caso, rallentarla». Motivo per cui i giovani adulti ricorrono al farmaco vasodilatatore: per compensare questo effetto "deprimente". Associare sostanze così diverse, per non dire opposte ha controindicazioni più o meno serie a seconda del dosaggio e delle condizioni fisiche di chi le assume. Nell'ipotesi peggiore, priapismo e scompensi cardiaci. (...) «La fascia più esposta» sottolinea Pichini «è quella tra i 18 e i 24 anni, poi si tende ad abbandonare l'ecstasy perché non dà più sensazioni». A rimpiazzarla, in genere, è la cocaina. La miscela tra pillole attrae anche i quarantenni: «Separati senza più vincoli familiari» spiega la studiosa «entusiasti di essere tornati single». Neo-libertini, o palestrati imbottiti di steroidi. La domanda, considerati gli acquisti online su siti illegali, è massiccia (...). Corpo e mente al top, indipendenti l'uno dall'altra. Il rito può variare, anche in base ai miscugli chimici. (...) «Il nichilismo della società spinge all'autodistruzione. Se si toglie la possibilità di sognare, la deriva è inevitabile». Al contrario dei Paesi emergenti, dove si respira un'altra energia: «Sono stato a Istanbul per un evento culturale» racconta Ricciardone«e ho notato che gira pochissima droga. I giovani sono entusiasti, fiduciosi nel futuro». Certo, non si può dire lo stesso dei loro coetanei occidentali: «Vogliono sperimentare tutto in un colpo solo» ribadisce Pichini «senza mai sentirsi appagati» Per lo sballo immediato, la soglia estrema è la "drunkoressia": bere a stomaco vuoto, con il rischio di cadere in coma etilico. Mentre i maniaci del fisico palestrato fanno incetta di anabolizzanti: «Lo smercio clandestino su Internet» rivela la ricercatrice «è fiorente ». Vecchie e nuove droghe, per quell'ansia di vivere che meriterebbe ben altre risposte.

Le finestre del cuore

La felicità si legge davvero negli occhi

di Danilo di Diodoro

Chi è di umore allegro tende a guardare gli altri negli occhi, chi è triste o francamente depresso evita di incontrare lo sguardo dei suoi interlocutori. In quanto veicolo diretto di emozioni, gli occhi rappresentano infatti una sorta di snodo sentimentale del viso e attorno a essi si gioca una partita relazionale cruciale. Lo conferma uno studio realizzato da due ricercatori inglesi, Peter Hills e Michael Lewis, rispettivamente dell'Anglia Ruskin University di Cambridge e della Cardiff University. La ricerca si è basata sulla capacità di individuare, da parte dei ragazzi poco più che ventenni studiati, piccole modifiche realizzate al computer sui particolari di una serie di facce. In tal modo è stato possibile scoprire quanto l'attenzione delle persone in quel momento allegre si soffermasse su ciascuna area del viso rispetto a persone che in quel momento erano tristi o in una condizione di neutralità emotiva. Per poter disporre nell'esperimento di ragazzi in quel momento allegri o tristi i due ricercatori inglesi hanno esposto i loro 36 soggetti a tre diverse musiche: il Requiem di Mozart, la sigla di A-team e la colonna sonora del film Caccia a Ottobre rosso. La prima, ovviamente, ha indotto uno stato d'animo triste e meditativo, la seconda allegro, la terza è stata invece considerata emotivamente neutra. I differenti comportamenti tenuti dalle persone in diversi stati d'animo nell'esplorare i visi, sono di una certa rilevanza per le ripercussioni che hanno sulla vita di tutti i giorni. L'incrocio degli sguardi rappresenta infatti un importante elemento di scambio sociale, non solo tra le persone, ma anche nelle interazione uomo-animale. (...) È sempre principalmente attraverso l'osservazione degli occhi che ci si fa un'idea dello stato d'animo di chi che si ha di fronte, e forse è proprio per questo che chi è triste o depresso tende a "scivolare via" dallo sguardo dell'interlocutore. Quest'ultimo comportamento è già noto per le persone molto timide o affette da quella forma estrema di timidezza che è la fobia sociale. In questi casi si crea un vero e proprio circolo vizioso: la persona timida non guarda gli altri negli occhi e questo comportamento genera una risposta di freddezza e un diminuito livello di interazione da parte delle altre persone, così che il timido riceve una conferma della propria inadeguatezza sociale e si chiude ancora di più alle relazioni interpersonali. Inoltre, si sa da ricerche precedenti che più una persona è ansiosa e tesa nei rapporti, più è pronta nel cogliere eventuali sfumature di atteggiamenti critici o minacciosi nel viso dell'interlocutore, trovando anche in questo caso conferma dei propri timori. Il settore di ricerca sul valore comunicativo del viso è molto sviluppato in psicologia, tanto che sono anche state scoperte delle aree del cervello particolarmente coinvolte nella valutazione dell'espressione facciale degli altri individui. (...)


Silenzio ascoltante e parlante

Il silenzio è talvolta tacere, ma è sempre ascoltare. Un'assenza di rumore che fosse vuota della nostra attenzione alla parola di Dio non sarebbe silenzio. Una giornata piena di rumori, piena di voci, può essere una giornata di silenzio se il rumore diventa per noi l'eco della presenza di Dio, se le parole sono per noi messaggi e sollecitazioni di Dio. Quando parliamo di noi stessi, quando parliamo tra noi, usciamo dal silenzio. Quando ripetiamo con le nostre labbra gli intimi suggerimenti della Parola di Dio nel profondo di noi stessi, lasciamo il silenzio intatto. Il silenzio non ama la confusione delle parole. Sappiamo parlare o tacere, ma non sappiamo accontentarci delle parole necessarie. Oscilliamo senza posa tra un mutismo che affossa la carità e una esplosione di parole che svia la verità. Il silenzio è carità e verità. Esso risponde a colui che chiede qualcosa, ma non dà che parole cariche di vita. Il silenzio, come tutti gli impegni della vita, ci induce al dono di noi stessi e non ad un'avarizia mascherata. Ma esso ci tiene uniti per mezzo di questo dono. Non ci si può donare quando ci si è sprecati. Le vane parole di cui rivestiamo i nostri pensieri sono un continuo sperpero di noi stessi. "Vi sarà chiesto conto di ogni parola". Di tutte quelle che bisognava dire e che la nostra avarizia ha frenato. Di tutte quelle che bisognava tacere e che la nostra prodigalità avrò seminato ai quattro venti della nostra fantasia o dei nostri nervi.

Madeleine Delbrêl, in AA.VV., La solitudine, 1966

«Tra voi non sia così»

La Chiesa: sale e lievito o potere tra i poteri?

di Christian Albini

La Chiesa cattolica non sta su un pianeta lontano. Vive nella compagnia degli uomini, nelle nostre strade e piazze, mischiata alle nostre vicende che sono anche vicende di potere. Che cosa significa essere discepoli del Signore Gesù, oggi, in questi contesti?

L'impotenza di Dio - Tutti gli sconfitti di oggi e di sempre, tutti gli esclusi, i calpestati, i derisi, i condannati a morte hanno Dio dalla loro parte, appartengono al suo Regno, quello di Cristo. Al contrario, tutti coloro che nella Chiesa e nel mondo cercano dominio, prestigio, compiono violenze e discriminazioni, maneggiano patiboli, tutti costoro non appartengono al Regno di Cristo, rinnegano il Dio di Gesù Cristo. Chi ha detto che Dio deve essere potente, rispettabile, intoccabile, punitivo? Molti lo hanno pensato, Gesù li ha smentiti. «Se sei figlio di Dio, salva te stesso, scendi dalla croce». La tentazione più grande è la supponenza del potere: Dio ha salvato noi proprio perché non ha salvato se stesso. (...) Scelte di nonviolenza e di amore. Dio è povero di tutto, tranne che di amore. Ha amato a tal punto la vita da perderla perché noi l'amassimo di più. «Il mio regno non è di questo mondo», dice Gesù a Pilato. Alterità radicale di Dio rispetto ai nostri pensieri e alle nostre vie. Alterità radicale della croce rispetto alla logica del potere.

Quale Chiesa? - Tertulliano sosteneva che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani. L'annuncio più credibile è il dono di sé. «Non è quindi un caso

Incontri che cambiano la vita

Pietro [in Mt 16, 13-19] vive un momento di folgorazione straordinaria, un momento che, con la grazia di Dio, deve avvenire - in un istante o in un'esperienza diluita - nella vita di ciascuno di noi. Egli infatti congiunge l'idea generica del Dio vero, ma misterioso, con la presenza di Gesù. Questo Gesù è il Cristo di Dio, il suo inviato, è il Figlio stesso di Dio, la sua rivelazione nella storia. E' impossibile descrivere quello che deve aver provato Pietro: colui che l'ha chiamato, che gli ha affidato un'impresa, che gli ha offerto amicizia, è il Figlio del Dio vero. Tutto il mondo religioso di Pietro, la sua religiosità generica, concettuale, si concentra nella persona, nel volto di Gesù e acquista un'attualità, una vivacità, una potenza formidabile che lo folgora. Quanto aveva sentito nelle prediche, nella sinagoga, tutta la realtà di Dio che aveva conosciuto, le teofanie del passato, gli interventi straordinari di Jahwé in mezzo al popolo eletto, l'intera storia sacra è davanti a lui. Dio non tace più, non è più lontano, inaccessibile, che esiste e però non lo riguarda; Dio, il Signore delle schiere, il Santo, il Benedetto, Colui che ha creato i cieli e la terra è davanti a Pietro in Gesù. «Io - dice Pietro con profonda commozione - sono oggetto dell'amore di Dio. Io sono stato scelto da questo Dio che vive una passione d'amore per l'uomo storico». Ha così colto il punto unificatore delle sue conoscenze disparate sul mondo di Dio e le ha di fronte come amicizia. Per questo riceve la sua vera identità da Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa», tu che hai capito che il vero Dio è il Dio di Gesù Cristo puoi ricevere un'identità (Pietro-pietra) che è una missione precisa e connessa con questa nuova conoscenza del volto di Dio. Si tratta di un'esperienza singolarissima, stupenda, radice di tutte le altre. E' l'esperienza di Paolo a Damasco, quando il Dio generico si svela nel Cristo risorto che entra con forza nella sua vita; nel momento in cui gli viene conferita la missione, Paolo capisce chi è lui, che cosa deve fare, perché prima ha sbagliato, qual è il modo nuovo di leggere la storia del mondo e dell'umanità. E' una conoscenza di Dio che è insieme conversione-vocazione-missione, assunzione di un nuovo orizzonte interpretativo in cui tutto viene ripensato a partire dall'incontro.

Carlo Maria Martini, Le confessioni di Pietro, 45-47

Non restare sordi

Famiglia: meno slogan, più pensiero (e fatti)

di Luca Rolandi

Non è argomento facile ma fondamentale come l'acqua che serve per vivere. Sto parlando di famiglia, la famiglia cristiana e quelle umana. Penso sia importante riflettere come oggi si possa essere coppie; sul nostro essere due e più di due, piccola chiesa, come dice il vangelo e l'intero magistero della chiesa. Oggi l'istituto è in crisi, nella nostra società secolarizzata e liquida, che naviga a vista verso un futuro incerto per tutti. La crisi si riverbera sul nucleo familiare che si spezza a volte con dolore, lasciando ferite profonde. La società arranca, gli Stati sono in difficoltà, almeno quelli occidentali ai quali è troppo spesso "legato" il futuro del pianeta, promuovono una cultura non propriamente dell'accoglienza, della fraternità che si fonda anche sul valore della famiglia. (...) Assumersi le proprie responsabilità di credenti, di laici cattolici impegnati nella vita ecclesiale pronti al confrontarsi con tutti, senza distinzioni è dunque un dovere morale e civile. È necessario mettersi in ascolto della storia e osservare ciò che di profondo sta mutando nella società. Restare indifferenti e sordi a ciò che accade fuori dalle nostre mura sarebbe un grave peccato di omissione. Altrimenti si rafforzerà sempre di più l'opinione avanzata da un osservatore acuto come Marco Politi che ha recentemente scritto: "Dalle alte cattedre, i papi parlano di coppie e convivenza mentre il mondo vero si trova da un'altra parte. C'è una distanza siderale tra la chiesa dottrinaria e la vita reale di uomini e donne, giovani e maturi, per come si svolge nel secolo XXI, tale da scoraggiare persino il dibattito". I valori perenni - umani e cristiani - della famiglia possono e "devono" vivere in modi e forme nuove. L'amore, proprio perché è dono di Dio partecipato agli uomini, ha infiniti modi di realizzarsi (...). Le pagine della "Gaudium et Spes", che parlano della famiglia, accolgono e testimoniano l'autenticità delle più valide trasformazioni sociali, che hanno portato ad un riconoscimento maggiore della dignità della donna, della sua parità di diritti con l'uomo; alla scoperta dei valori profondi della sessualità umana; ad un modo nuovo di realizzare la paternità e la maternità, che sia più responsabile; e soprattutto ad un esercizio dell'autorità dei genitori, che sia autentico servizio alla crescita umana e cristiana dei figli, più che semplice potere di esigere l'obbedienza (GS, 47-52). Secondo l'analisi e il giudizio che il Concilio dà sul matrimonio e sulla famiglia cristiana nel mondo d'oggi, la crisi è occasione, come per ogni altra realtà, di "aggiornamento" e di "crescita". Ripartire da qui sarebbe già molto.

Pietà tecnologica?!

Il crescente uso di droni e altri dispositivi bellici. Lanciare macchine di morte. La fine di ogni pietà?

di Giuseppe O. Longo

(...)  Il dilemma si ripropone ogni volta che si affronta un nemico in uno scontro mortale. A prima vista parrebbe che uno scontro ravvicinato (ai ferri corti) implichi una responsabilità e una crudeltà maggiore che non un confronto a distanza: pugnalare il nemico che ti guarda negli occhi pare atto ben più terribile che non premere un pulsante che lancia una bomba su persone che non vedremo mai. Paul Tibbets, il pilota che il 6 agosto 1945 guidò il bombardiere Enola Gay su Hiroshima e sganciò la bomba atomica, in un'intervista del 1975 dichiarò di essere fiero di ciò che aveva fatto: «Dormo sonni tranquilli tutte le notti». Neppure Charles W. Sweeney, il comandante che tre giorni dopo sganciò la seconda bomba su Nagasaki, si pentì mai. Invece, a dimostrazione che le generalizzazioni sono sempre indebite, Claude Eatherly, il pilota del bombardiere Straight Flush che operò da ricognitore pochi minuti prima del bombardamento di Hiroshima, divenne pazzo e si uccise. La guerra, spiace dirlo, è sempre stata un formidabile meccanismo propulsore della scienza e della tecnologia: da Archimede ai giorni nostri le necessità belliche hanno fomentato l'inventiva al servizio della barbarie. Gli ultimi arrivati sulla scena della follia omicida in cui si esprime la guerra sono i "robot soldato", macchine dotate di un certo grado di autonomia e destinate al combattimento a distanza, che aumenta l'efficienza e ottunde la pietà nei confronti dell'avversario. L'inserimento tra me e il nemico di un robot soldato aggiunge alla distanza fisica una distanza psicologica che colora la battaglia di indifferenza, di cinismo e di irresponsabilità. Quest'ultimo punto è forse il più importante: delegando al robot l'uccisione del nemico, l'uomo si scaricherebbe in buona parte della responsabilità del sangue versato. Ma fino a che punto la responsabilità di un'azione criminosa può ricadere sulla "macchina" robot, che almeno per il momento non ha statuto giuridico? Solo nell'ipotesi che il robot possegga una volontà autonoma e magari una coscienza riflessiva si può pensare a un'attribuzione di responsabilità. Altrimenti essa continua a ripartirsi tra progettisti, costruttori, militari e politici, inquietando (si spera) i loro sonni. Col tempo gli umani hanno sviluppato codici di comportamento nei confronti dei nemici o dei prigionieri che aprono isole di misericordia nell'ambito della crudeltà bellica. Si pone qui l'analogo problema per i robot: come indurre nei robot comportamenti di compassione o in genere di etica bellica nei confronti degli umani? La domanda rivela il conflitto tra la loro natura macchinica, che dovrebbe renderli obbedienti alla nostra programmazione, e la loro (parziale) autonomia che, in linea di principio, potrebbe indurli a decisioni nocive nei confronti degli uomini oltre quelle codificate dalle convenzioni belliche. Tra i robot più impiegati oggi dagli Occidentali nei vari teatri di guerra sono i droni (drone in inglese significa ronzio, per esempio di un motore, ma anche bordone, in musica), aerei telecomandati senza equipaggio che sono inviati a colpire obiettivi lontani senza mettere in pericolo i "nostri". A parte i problemi etici generali sollevati dalla guerra, spesso i droni sbagliano obiettivo, seminando morte e distruzione tra la popolazione civile. Un giorno anche il nemico si doterà di droni e robot da guerra e si apriranno scenari da fantascienza: la violenza umana si scaricherà, attraverso le macchine, contro le macchine. Chissà se questa dislocazione della violenza sarà una valvola di sfogo sufficiente...

Diritti

Lacrime su un pezzo di carta

di Maria Elisabetta Gandolfi

Aveva gli occhi lucidi mentre me lo mostrava. Un piccolo pezzo di cartoncino plastificato su cui spiccava una sua foto d'altri tempi con una scritta: "illimitato". Era il suo permesso di soggiorno; finalmente poteva stare in pace. Poteva cioè lavorare da mane a sera nelle case altrui, tra cui la mia, per poter mandare tutti i suoi risparmi ai tre figli rimasti in patria. È una delle tante "colf" dell'Est Europa che, venuta in Italia dieci anni fa, ha vissuto anno dopo anno la precarietà di un permesso rilasciato a volte per alcuni mesi, altre per un anno, ridotto però alla metà perché il rimanente tempo era servito per concedere l'agognato timbro su quelle povere carte. E spesso d'estate non tornava a casa dai figli che si erano rassegnati a una madre "per telefono". Ora finalmente, dieci anni dopo, può sperare di portarli in Italia con sé almeno per le vacanze; oppure, può attraversare tutte le frontiere senza temere d'essere rimandata indietro, una volta che decide di tornare a casa senza spendere i soldi dell'aereo ma viaggiando con i "pulmini" carichi di persone e d'ogni ben di Dio, quei beni che devono significare ai figli l'affetto delle madri lontane. Il suo primo pensiero è stato quello di mandarmi un SMS per ringraziarmi. "E di che?" - le ho poi chiesto io. "Di avermi tenuta per dieci anni". In effetti, per la legge, la continuità di un lavoro presso una famiglia esprime tutto ciò che essa tenta in ogni modo di provare: l'affidabilità e l'onestà di una persona. Ma queste sono virtù sue, non mie. Io le ho dato credito quando si è presentata la prima volta come cugina di una conoscente di un'amica... e lei ha meritato, lavorando, la mia fiducia, diventando un po' una di famiglia. Per senso di giustizia l'ho messa in regola contro il parere di alcuni - anche cattolici - ("fa solo poche ore") e oggi la "giustizia" le ricambia quel "favore". Per senso di giustizia le ho spiegato che come è giusto che il datore di lavoro (anche lui buon cattolico) che la licenzia le deve pagare il trattamento di fine rapporto, così è giusto che lei paghi le tasse. Ho imparato a conoscere i suoi figli; le ho dato, con un po' di vergogna, qualche abito smesso per loro che, come tutti i ragazzi in crescita, ne consumano tanti, specie d'inverno. Ma sono io che ho imparato di più da lei quando, vedendomi mettere da parte la Bibbia con la vecchia traduzione della CEI, mi ha chiesto se per favore la poteva prendere lei perché, quando da bambina sua nonna gliela leggeva, si sentiva più serena. E, vedendo quelle lacrime su un pezzo di carta, sono io che ho imparato da lei che vive in un mondo sempre precario che quello che conta di più è riuscire a dire col cuore una parola: "grazie".

Meglio se i muri cadono

Arriva un cattolico a casa Gramsci

di Daniela Preziosi

Non capita spesso che i primi «cordiali auguri» a un nuovo direttore dell'Unità arrivino dall'Osservatore Romano, organo ufficiale della Città del Vaticano. Anzi, fin qui non era nell'ordine delle cose, nonostante il crollo del Muro e via scendendo. È capitato ieri a Claudio Sardo, il primo cattolico (dichiaratamente tale, non solo in interiore homine) che dirigerà, dall'8 luglio, il giornale fondato da Gramsci. Sostituisce Concita De Gregorio, contratto scaduto e non rinnovato (...) «Rispetteremo le radici dell'Unità e cercheremo di dare un contributo alla nuova identità plurale del Pd. Sapendo che non tutte le antinomie sono componibili. Dando priorità alla questione sociale. Ma l'Unità è un giornale, faremo giornalismo». (...) Quanto al suo essere cattolico, «la cultura religiosa è spesso un apporto decisivo alla partecipazione e a un tessuto sociale solidale». (...)

Perch

Se ci mancano le parole per dire «famiglia»

di Maria Elisabetta Gandolfi

Da una recente riunione parrocchiale traggo una riflessione a cui immediatamente non so dare risposta. Il tema sembrava facile: organizzare la festa della famiglia. Una festa per la cui celebrazione occorrevano pochi ingredienti: la celebrazione eucaristica domenicale in cui gli sposi rinnovano le promesse matrimoniali e al termine della quale tutti sono invitati a un pranzo nel capiente salone parrocchiale. Lo scopo è quello di coinvolgere il maggior numero di famiglie, soprattutto quelle più lontane, quelle che vengono solo per accompagnare il figlio al catechismo, quelle meno inserite nel solito “giro”. La discussione, però, a un certo punto s'arena: dobbiamo chiamare la festa con un nome diverso, altrimenti le famiglie separate, risposate, diciamo “irregolari”, si sentono escluse e non vengono. Qualcuno l'ha teorizzato: “Come posso venire a una Messa dove si rinnovano le promesse del matrimonio, io che  ho tirato su da sola le mie figlie dopo che mio marito mi ha lasciata?”. Allora non si tratta più solo del “nome” della festa; c'è in gioco il contenuto stesso del festeggiamento. Qualcuno ipotizza di abolirlo e di proporre un'occasione alternativa per raggiungere le famiglie, così come sono. Qualcun altro tenta il compromesso di mantenere il rinnovo delle promesse e inserire però nella preghiera dei fedeli un robusto riferimento alla necessità di pregare per le tante difficoltà che le famiglie d'oggi vivono, le loro precarietà, le debolezze. Qualcun altro però s'inalbera e afferma che è necessario ribadire con forza che la famiglia è quella basata sul matrimonio costi quel che costi e che se i cristiani non testimoniano almeno quello... Si arriva a un punto morto, dove si tenta un aggiustamento che non scontenti nessuno, con l'idea

Uno che sa riflettere

«Cetto La Qualunque», maschera dell'antipolitica

Albanese: «Il vento è cambiato, il mio Cetto esce di scena. I furbi sono il passato»

«Mi sono detto: per il primo vero week-end dell'estate 2011, voglio andare il più lontano possibile dagli acquascooter. Così sono a La Villa, vicino a Brunico. Ho comprato i giornali lasciando i soldi nella cassetta, come nel New England. Sto passeggiando su un sentiero dove, quando incroci qualcuno, ti sorride e ti saluta. Non sono schuetzen o lord; è popolo, ma non volgo. Perché in Italia sopravvive, e forse sta tornando, un popolare che non è ancora degradato nel volgare. Ascolto i discorsi degli adolescenti, seguo le loro discussioni su Internet, parlo con i miei nipoti, e mi dico: forse qualcosa nel mio Paese sta cambiando davvero. Forse l'estate del 2011 sarà davvero quella in cui i tanti Cetto La Qualunque cominceranno a uscire di scena». (...) Ora il suo inventore, Antonio Albanese, intravede i primi segni della sua morte. E ne è felicissimo. «Non ne faccio solo una questione politica. Quando Cetto si infila nella vasca idromassaggi con tre prostitute e dice «Ciao, società civile, ciao!», non evoca solo gli scandali sessuali della destra, ma anche gli assessori di sinistra che incassano tangenti in natura in cambio di un appalto. Quello che la politica ha fatto a tante donne italiane mi indigna profondamente, mi fa arrabbiare come una bestia. (...)» Però il vento, secondo Albanese, sta cambiando davvero, al di fuori degli assessorati e delle feste di partito. «Io credo sul serio, come dico nel film, che un padre senza un figlio può prendere una brutta piega. Oggi sono spesso i figli a educare i padri. (...) Racconta Albanese che Cetto La Qualunque nasce dal lavoro di anni passati a osservare gli italiani. «La furbizia, l'arte di arrangiarsi, il disprezzo per la cosa pubblica, il tornaconto personale che prevale sull'interesse generale. Dalle parti di mio padre, in Sicilia, dicono: «Pe' mmia cu cc'è?». In Veneto sento chiedere: «A me che mi vien?». Il concetto è lo stesso. Ecco, un certo modo di intendere la vita sociale sta stretto alle giovani generazioni. Si comincia a capire che la politica ha sì bisogno di partecipazione, ma non è una cosa che possono fare tutti e chiunque. Richiede gente appassionata, preparata, credibile». «Uno dei cambiamenti più interessanti è il rispetto ritrovato per il lavoro. La crisi ci ha insegnato che non è la finanza a fare la ricchezza delle nazioni, ma l'uomo. (...) Ho un grande rispetto per il lavoro fatto con le mani, con gusto, passione, abilità. Mi addoloro quanto sento parlar male degli artigiani, quando per offendere qualcuno si dice che è un macellaio: cosa c'è di più bello di un macellaio che in bottega affetta la carne con la precisione di un chirurgo? Ebbene, dopo anni in cui il lavoro è stato denigrato e deriso, ora vedo i segni di un'attenzione diversa. Gli operai, i lavoratori rivendicano la loro dignità, e questo è un bene per tutti». A chi gli obietta che il Paese sembra fermo, con la politica bloccata, il merito poco riconosciuto, le carriere pilotate dalle relazioni personali o familiari, Albanese replica che non si deve esagerare. «Prendiamo il mondo dello spettacolo. Certo che il cognome è importante, e le lobby esistono. Ma le lobby possono pilotare una carriera per uno, due anni. Il vero giudice è il pubblico. E il pubblico non lo puoi fregare a lungo. Le relazioni contano, e conta la tecnica. Ma la tecnica non può nulla senza il «duende»: il fanciullino, l'estro, il genio. Chi ce l'ha, prima o poi emerge, in tutte le professioni. Totò era figlio di un principe, Benigni di contadini toscani: il talento è un mistero che ti sorprende sempre». A proposito di Benigni, «mi rallegra notare che i 150 anni dell'Unità d'Italia sono stati un successo. Fino a qualche mese fa ne parlavi e ti ridevano dietro. Poi ci siamo resi conto che sono una cosa importante. Quando mi ritrovo in piedi tra migliaia di persone che cantano l'Inno, come l'altra sera all'Arena di Verona, penso che è stata davvero una grande festa». «Oggi gli italiani, grazie anche a Napolitano, sono più consapevoli di se stessi. Chi diceva il contrario, ha perso». (...) «Più che nel riscatto civile, spero nel buonsenso degli italiani. A lungo andare, la furbizia, la mafia, l'abusivismo fanno male a tutti. Cerco di dirlo con il sorriso, perché viene meglio che dirlo con il sopracciglio alzato. Mettiamo a nudo la volgarità generata dall'incontro tra il benessere e l'ignoranza. E riprendiamoci lo spirito popolare che ha fatto grande il nostro Paese».

Aldo Cazzullo

Partenze

Solitudine

di Madeleine Delbrêl

Come colui che lascia Parigi per il deserto sorride da lontano alla solitudine; come il viaggiatore che attende con cuore ansioso le lunghe giornate al mare; come il monaco che accarezza con gli occhi i muri della sua clausura, così, fin dal mattino, apriamo la nostra anima alle piccole solitudini della giornata. Perché le nostre piccole solitudini sono grandi, esaltanti, sante al pari di tutti i deserti del mondo; esse, che sono abitate da Dio stesso, il Dio che fa santa la solitudine. Solitudine del nero asfalto che separa la nostra casa dalla fermata del tram, solitudine di un banchetto al quale altri esseri portano la loro parte di mondo, solitudine dei lunghi corridoi in cui scorre il flusso continuo di tutte le vite in cammino verso una nuovo giornata. Solitudine dei momenti in cui, accovacciati davanti alla stufa, si attende la fiamma del pezzetto di legna prima di mettere il carbone; solitudine della cucina davanti alla pentola dei legumi. Solitudine quando si lucida ginocchioni il pavimento, lungo il sentiero dell'orto in cui si va a cogliere un mazzo d'insalata. Piccole solitudini della scala che si scende e si sale cento volte al giorno. Solitudine delle lunghe ore di bucato, di rammendo, di stiratura. Solitudini che potremmo temere e che sono lo svuotamento del nostro cuore: persone care che se ne vanno e che vorremmo con noi; amici che si aspettano e che non arrivano; cose che si vorrebbero dire e che nessuno ascolta; estraneità del nostro cuore in mezzo agli uomini. Il primo passo verso la solitudine è una partenza. Il vero deserto lo si raggiunge, nel duplice senso del termine, prendendo il treno, la nave o l'aereo. Noi non sappiamo distinguere le numerose piccole partenze che si susseguono in una giornata perché non arriviamo mai alle solitudini che sono nostre, alle solitudini che ci sono state preparate. Per il solo fatto che uno stato di solitudine non è separato da noi che dallo spessore di una porta o dal periodo di un quarto d'ora, non gli riconosciamo il suo valore di eternità, non lo prendiamo sul serio, non lo affrontiamo come un complesso unitario, adatto alle rivelazioni essenziali. Poiché il nostro cuore non sa attendere, i pozzi di solitudine di cui sono disseminate le nostre giornate ci rifiutano l'acqua vitale di cui traboccano. Noi abbiamo la superstizione del tempo. Se “il nostro amore richiede tempo”, l'amore di Dio si fa gioco delle ore, e un'anima disponibile può essere sconvolta da Lui in un istante. “Ti condurrò nella solitudine e parlerò al tuo cuore”. Se le nostre solitudini sono per noi dei cattivi conduttori della Parola, è perché il nostro cuore è assente.


tratto da AA.VV., La solitudine, 1966

Uso morale delle risorse

Petizione della Presidenza dell'ATISM

per la sospensione della costruzione di nuovi cacciabombardieri (luglio 2011)


Alla Camera dei deputati - Al Ministero della Difesa - Agli organi di stampa nazionali

La Presidenza dell'Associazione Teologica per lo Studio della Morale (ATISM), intende sostenere con piena convinzione la campagna di sensibilizzazione promossa da “Pax Christi” per la sospensione del progetto di costruzione dei nuovi aerei cacciabombardieri Joint Strike Fighter F 35, prevista nel sito aeronautico di Cameri (Novara). In un momento di pesante crisi economica e finanziaria, che colpisce le famiglie e i lavoratori, a questo progetto sono stati destinati dall'Italia 15 miliardi di euro per l'assemblaggio di 131 aerei da guerra. Siamo consapevoli che un solo aereo F 35 costa come 300 asili nido o come l'indennità annuale di disoccupazione per 15.000 precari. Con la cifra stanziata per l'intero progetto, inoltre, si potrebbe attuare la messa in sicurezza di 1000 scuole del territorio nazionale o l'installazione di 10 milioni di pannelli solari per l'implementazione del risparmio energetico, garantendo un numero significativo di persone occupate in progetti alternativi a quelli legati alla costruzione di armamenti. Invece di investire nella scuola, nell'università, nella ricerca, per il terzo settore e per la cooperazione internazionale, e, conseguentemente, per la possibile creazione di nuovi posti di lavoro in differenti ambiti, in numero certamente più alto rispetto a quelli che realisticamente sono previsti dai responsabili militari del programma per la messa in opera del progetto F 35, si vorrebbe scegliere di destinare questo ingente quantitativo di denaro pubblico per la fabbricazione e l'approvvigionamento di nuovi armamenti. Nella certezza che sia ancora possibile attraverso un corretto e coerente dibattito parlamentare bloccare il progetto, come anche avvenuto in altre nazioni inizialmente coinvolte nell'impresa, la Presidenza dell'Associazione Teologica Italiana chiede la sospensione della partecipazione dell'Italia al programma di realizzazione dei velivoli F 35 non sottoscrivendo alcun contratto di acquisto di questi cacciabombardieri. Comprendendo che questo episodio invita a ripensare più globalmente il modello di difesa armata, in modo che possa corrispondere alla lettera e allo spirito della nostra Carta Costituzionale (art. 11), invita il governo italiano ad una migliore definizione degli obiettivi della politica estera per esprimere più limpidamente una logica di pacificazione dei conflitti internazionali.

La Presidenza dell'ATISM

Voglia di "fare strada"

Dal Ring Islandese alla strada più assurdamente spettrale del Paese che più somiglia a Marte (lo dice perfino la Lonely Planet), la Namibia. Dalla highway costiera hawaiana a quella che costeggia i ghiacciai delle Montagne rocciose canadesi lungo i parchi di Banff e Jasper. Opposti che si attraggono e attraggono, in una selezione di quindici strade panoramiche del mondo, che fanno venire voglia di partire al volo.

Da qualificare

Gli oratori, più che un servizio

Aperti d'estate

Aperti d'estate. Quando gli altri chiudono. Aperti soprattutto d'estate, come per tutto il resto dell'anno. C'è chi ha le radici talmente profonde e salde in un territorio, in un quartiere, in un paese, in mezzo alla gente, da non potersi rendere assente mai, altrimenti sarebbe perduto. Gli oratori italiani questo sono: una delle più palesi e felici espressioni della Chiesa tra la gente, a servizio della gente, a partire da coloro che alla gente stanno più a cuore: i figli, bambini ragazzi giovani. Gli oratori sono a servizio ma non vanno confusi, da nessuno e in nessun modo, per semplici "erogatori di servizi". Nessun erogatore di servizi rimane aperto sempre, soprattutto durante le ferie, e senza orario di chiusura, anzi: spalancati e frequentati specialmente quando gli altri calano la serranda. Parliamo degli oratori in generale, ma sono troppi per poterli comprendere tutti. Parliamo degli oratori migliori affinché chi può ancora migliorare sia incoraggiato a migliorarsi, vincendo le tentazioni più facili: la pigrizia, l'autosufficienza, la chiusura. Un oratorio è cattolico, senza ombra di dubbio. Ma proprio perché cattolico è aperto, anzi spalancato a chiunque, pure a chi cattolico non è, o pensa di non esserlo abbastanza. Aperto a chi ti conferma nelle tue idee; aperto a chi, educatamente, le contesta. Don Marco Mori, del Forum degli oratori, riassume così la formula vincente degli oratori: «Tutto l'uomo e tutto il Vangelo». Il Vangelo, senza sconti. Ma anche tutto l'uomo, in ogni sua declinazione: l'uomo che prega, gioca, pensa, ride, dialoga, è triste, s'innamora, s'indigna, si rallegra. L'uomo che impara a non avere paura di pregare, giocare, pensare, ridere, dialogare, rattristarsi, innamorarsi, indignarsi, rallegrarsi. Non ha paura di scoprire chi veramente egli sia. Non ha paura di crescere, e di crescere in compagnia, scoprendo il prevedibile e l'imprevedibile di sé e degli altri. Tutto l'uomo, ovvero tutti gli uomini. Questa, se vogliamo, è l'educazione. E questa è la missione degli oratori, valida per ogni bambino ragazzo giovane di buona volontà. Non un cenacolo esclusivo di tutti uguali e tutti "perfetti", ma la piazza dei diversi uniti da valori comuni e progetti condivisi, regole precise e un'identità («tutto il Vangelo») tanto indiscutibile e forte da non far temere il confronto. Va da sé

Tutto può servire per la costruzione della pace

"I tank di Israele, ora nello stadio a Ramallah debutta la Palestina. Col calcio costruiremo la nazione".

di Fabio Scuto

In un tripudio di canti, musica, lacrime e bandiere al vento nel piccolo stadio intitolato a Feisal Husseini, storico leader dell´Olp, la nazionale palestinese ha giocato ieri pomeriggio il suo primo match in casa per la qualificazione ai mondiali in Brasile nel 2014. Spalti affollati come il palco delle autorità dove sedevano il premier Salam Fayyad, gran tifoso di calcio, e Jibril Rajub, presidente del Comitato Olimpico Palestinese, un burbero ex guerrigliero convertito alla "non violenza" che dirige con pugno fermo il football palestinese, e diversi ministri dell´Anp.

Per i palestinesi il match con la nazionale afgana è stato un po´ "la madre di tutte le partite", lo è stato in realtà anche per la compagine afgana: due Paesi dalla vita certamente "travagliata". I calciatori afgani - arrivati a Ramallah attraverso il valico con la Giordania al Ponte di Allenby - come quelli palestinesi nei 90 minuti hanno dato il massimo, vista anche la calura che avvolgeva il campo in erba sintetica. È finita in parità, 1-1 per la cronaca calcistica dell´incontro (...). Ma è stata soprattutto una grande festa, l´evento è filato liscio e gli ispettori della Fifa si sono voluti complimentare con l´organizzazione. Il calcio palestinese vuole essere ambasciatore di una Palestina diversa, lo sport può diventare lo strumento di un riscatto cercato per anni con le armi in pugno. Certo giocare al calcio in un Paese sotto occupazione militare non è cosa semplice ma «il calcio è una missione per costruire una nazione indipendente», dice Abu Sahid, mezzapunta della nazionale palestinese. «Non puoi immaginare l´emozione quando prima del match viene suonato il nostro inno, la gente in piedi sugli spalti, la mano sul cuore

Perch

La sobrietà che fa crescere

di Enzo Bianchi

«Il P.I.L. misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Può dirci tutto sul nostro Paese, ma non se possiamo essere orgogliosi di esserne cittadini». Mi viene spontaneo tornare al discorso che Robert Kennedy pronunciò all'Università del Kansas nel marzo 1968 - solo tre mesi prima di essere assassinato - ogni volta che sento parlare di manovre fiscali, crescita economica, sviluppo sostenibile, deficit pubblico... Sì, perché credo che siano argomenti che non riguardano solo politici ed economisti. Ma argomenti che dovrebbero aprire la riflessione alla qualità della nostra vita quotidiana e della convivenza nella società civile. E tematiche di questo genere dovrebbero essere affrontate con uno sguardo più ampio, non limitato a facili contrapposizioni tra economia di mercato e stato sociale o improbabili alternative secche tra crescita dei consumi e povertà incombente. In particolare, varrebbe la pena di riscoprire la valenza di uno stile di vita e un atteggiamento nei confronti dei beni materiali e del loro uso che - come ha osservato il cardinale Tettamanzi - è «segno di giustizia prima ancora che di virtù»: la sobrietà. Ben più di un semplice accontentarsi di quanto si ha o della capacità di non sprecare, la sobrietà ha una dimensione interiore, abbraccia un modo di vedere la realtà circostante che discerne i bisogni autentici, evita gli eccessi, sa dare il giusto peso alle cose e alle persone. Sobrietà a livello personale significa riconoscimento e accettazione del limite, consapevolezza che non tutto ciò che ho la possibilità tecnica o economica di ottenere deve forzatamente entrare in mio possesso: la capacità di rinuncia volontaria a qualcosa in nome di un principio eticamente più alto obbliga a interrogarsi sulla scala di valori in base alla quale giudichiamo le nostre e le altrui azioni. La moderazione non è la tiepidezza di chi è indifferente a ogni cosa e si crogiola in un preteso «giusto mezzo», ma la forza d'animo di chi sa subordinare alcuni desideri per valorizzarne altri, di chi sa riconoscere il valore di ogni cosa e non solo il suo prezzo, di chi orienta la propria esistenza verso prospettive non ossessionate da un incessante «di più», di chi sa dire con convinzione «non tutto, non subito, non sempre di più!». Sobrietà è la forza interiore di chi sa distogliere lo sguardo dal proprio interesse particolare e allarga il cuore e il respiro a una dimensione più ampia. La «crisi» che viviamo dal 2008 in realtà era già operante da tempo: chi osservava la situazione ecologica, chi non era cieco di fronte alle crisi alimentari, poteva forse prevedere la crisi finanziaria, quindi monetaria ed economica. Ma chi aveva e ha occhi capaci di discernimento poteva però rilevare una «crisi» ben più profonda, una crisi spirituale, una crisi dell'umanizzazione, un avanzare della barbarie. Dopo la caduta del muro di Berlino c'è stato un abbaglio, una fiducia smisurata nel mercato che sembrava garantire quello stile di vita consumistico cui ci eravamo abituati da qualche decennio... Ora non si tratta di ritornare indietro, ma di tornare al centro sì, all'asse che permette alla politica di rendere possibile ciò che è giusto, ciò che è doveroso, ciò che è necessario al «ben-essere» autentico, di tornare all'asse su cui economia di mercato e solidarietà, competitività e coesione sociale possono interagire ed essere coerenti con la ricerca della qualità della vita umana e della convivenza sociale. Solo tenendo conto di queste istanze si può uscire dall'attuale mancanza di visione sull'avvenire ed elaborare e realizzare un progetto di società a dimensione umana, altrimenti si continuerà a inoculare germi di sfiducia soprattutto nelle nuove generazioni, che intuiscono la necessità di non ridurre l'uomo a produttore-consumatore ma che tuttavia percepiscono la loro impotenza. In questa ricerca, giustizia e solidarietà sono elementi che trovano nella sobrietà stimolo e sostegno. E questo, se era vero in una società rurale e dotata di scarsi mezzi, lo è paradossalmente ancora di più in un mondo e in un'economia globalizzati. Infatti, la sobrietà non è solo misura nei propri comportamenti ma anche consapevolezza del nostro legame profondo e ineliminabile con le generazioni che ci hanno preceduto, con quelle che verranno dopo di noi e con quanti, nostri contemporanei, abitano assieme a noi il pianeta.

Nell'usare dei beni di cui dispongo e nell'ambire ad altri, non posso ignorare la necessità di un'equa distribuzione delle risorse: accaparrarsi beni, sfruttare il pianeta, disinteressarsi delle conseguenze immediate e future del proprio agire significa alimentare ingiustizie che, anche se non si ritorcessero contro chi le compie, sfigurano l'umanità e offendono il creato stesso. Solo una sobrietà così concepita può tracciare un cammino sicuro per la solidarietà umana o, per usare una terminologia cristiana, per una «comunione universale». E questa solidarietà non è tanto il serrare le file da parte di un gruppo sociale per difendersi da un nemico comune o da un'avversità condivisa, non è solo la reazione spontanea e generosa davanti a una sciagura, ma è - a monte di queste cose - la percezione che nostri sodali nell'avventura umana sono quanti ci hanno preceduto e hanno lavorato e lottato per consegnarci condizioni di vita meno precarie, sono coloro che verranno dopo di noi e ai quali riconsegneremo un patrimonio eroso dallo sfruttamento e sono anche, ben più presenti ai nostri occhi, quanti oggi stesso vicini a noi o lontani, non dispongono di beni essenziali per una vita degna e anzi pagano sulla loro pelle i privilegi di cui noi godiamo e che pretendiamo di accrescere continuamente. Se non dimenticassimo questa solidarietà generazionale e mondiale, la sobrietà ci apparirebbe allora come l'unico stile di vita capace di restituire, a noi stessi per primi, dignità umana e senso dell'esistenza. In questo senso sobrietà e sviluppo non sono antitetici, se per sviluppo non intendiamo la crescita ininterrotta e l'accumulo incessante ma il pieno dispiegarsi delle potenzialità dell'essere umano, un fiorire delle risorse nascoste in ciascuno di noi che la stessa «decrescita» alimenta con la sua ricerca dell'essenziale. Davvero, la sobrietà ci fornisce gli strumenti per misurare noi stessi e il nostro rapporto con «ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

Come nella società, così nella Chiesa

L'insicurezza e la fragilità

Quanti degli interessi colpiti dai provvedimenti finanziari approvati ieri dal governo avrebbero fatto ricorso nei giorni scorsi, per tutelarsi, se solo avessero potuto, ai buoni uffici di Luigi Bisignani? Non lo sapremo mai. Così come non sappiamo se nel frattempo qualche emulo intraprendente magari lo ha sostituito nella sua attività. Perché comunque una cosa è certa: che i ministri della Repubblica passino le loro giornate al telefono con personaggi come Luigi Bisignani e che nella Penisola prosperi da decenni una fauna di faccendieri suoi pari non è un fatto di costume sia pure deplorevole. Tanto meno è un fatto casuale. È qualcosa, invece, che inerisce a una certa natura profonda del potere italiano, ad alcuni suoi meccanismi decisivi. Soprattutto è qualcosa che racconta più e meglio di tante analisi dotte come quel potere è sentito è vissuto da coloro che lo rappresentano (...). Nelle registrazioni telefoniche generosamente elargiteci dall'autorità giudiziaria si svela in pieno il dato decisivo: la gracilità, l'insicurezza, vorrei dire il senso di provvisorietà che abita il potere italiano. Tutto vi appare instabile, privo di vera forza, ogni equilibrio si fa e si disfa di continuo, e naturalmente sempre dietro le quinte: alleanze, rapporti d'interesse, cordate. Ogni giorno dunque è una corsa affannosa ad essere informati dell'ultimo retroscena, dell'ultimo pranzo, a sapere chi sta con chi, chi vuole nominare chi e perché. Si passa il tempo non a fare, a governare, ma a parlare, a «sapere», e poi di nuovo a parlare: dal momento che dovunque può nascondersi un'insidia, un trabocchetto, dovunque può nascere una combinazione nuova da cui non bisogna restare esclusi. Il profluvio demenziale delle dichiarazioni quotidianamente rilasciate dai politici alle agenzie di stampa e il furor maniacale con cui gli stessi compulsano ad ogni istante i cellulari che le riportano, nel terrore di perdersene una, sono lo specchio di una egemonia malata della parola sui fatti. Anche per questa via nel potere italiano ha preso ormai a dominare la non istituzionalità. In almeno due sensi: innanzi tutto perché ciò che davvero conta, le decisioni davvero importanti, non sembrano mai seguire percorsi definiti, procedure stabilite, dipendendo invece quasi sempre da un magma di relazioni informali; ed è in questo magma, dove il merito delle cose e delle persone conta poco o nulla, che si svolge ogni giorno, fuori di ogni regola, una sotterranea battaglia d'influenze, di ricatti, di piaceri, di do ut des, nella quale esponenti dell'alta burocrazia, dell'industria pubblica e privata, i vertici della magistratura e dei vari corpi dello Stato, competono per incarichi, appalti, promozioni, nomine varie. (...) È il fatto che immersi nel magma dell'informalità gli stessi che sono ufficialmente investiti del governo, i ministri (o almeno la maggior parte di essi), danno l'impressione di smarrire del tutto la consapevolezza del proprio ruolo, della propria funzione di comando, e diciamo pure della dignità connessa al proprio rango, per muoversi e parlare come il più scalcagnato portaborse di Montecitorio. (...) Sono l'insicurezza di sé e insieme la non istituzionalità diffusa, pervadente, del potere italiano, che producono come un frutto naturale la figura del mediatore, dell'intermediario, del faccendiere. (...)

Ernesto Galli Della Loggia

Partecipare al discernimento

Il sommario del nuovo numero di Aggiornamenti Sociali e alcuni articoli sono disponibili sul sito  www.aggiornamentisociali.it nella sezione "Leggi il numero di luglio-agosto”



Giacomo Costa S.I.

Il gusto del «vento nuovo» [pp. 485-491]

Il «terremoto» provocato dai risultati delle elezioni amministrative di maggio e dei referendum di giugno fa emergere un profondo desiderio popolare di riappropriarsi della vita democratica del Paese. Aver ritrovato il gusto dell'impegno per il bene comune è una esperienza fondamentale, da custodire per i momenti in cui si riaffacceranno frustrazioni e confusione. Le novità di questi mesi interpellano i cattolici a partecipare al discernimento comune «dei segni di questi tempi», offrendo il contributo della loro tradizione, sulla scia della testimonianza di figure significative.

Bartolomeo Sorge S.I.

L'Italia volta pagina [pp. 492-501]

I risultati delle elezioni amministrative e dei referendum contengono un indubbio messaggio politico. (...) Il vero vincitore delle consultazioni elettorali è il rinnovato protagonismo della società civile, capace di prendere le distanze dalle indicazioni dei partiti. È un risultato che apre alla speranza che sia possibile restituire priorità alle dimensioni etica, culturale e ideale della politica, superando i guasti dell'egoismo individualistico che impregna la visione politica dominante.

Contraddizioni mille volte più grandi

Auto elettrica di legno

A metà strada fra un'auto e un mobile, questa strana macchina è stata appena presentata al Festival Internazionale del Turismo di Kashgar, una città della provincia autonoma dello Xinjiang, in Cina che si trova presso un'oasi del deserto di Taklamakan. L'auto di legno è stata la vera regina della manifestazione: ha un motore elettrico ed è tutta di legno massello. Per costruirla sono stati spesi 15 mila yuan (1600 euro) e un anno di lavoro da parte di alcuni falegnami locali appassionati di auto d'epoca.





Bugatti "L'or blanc"

Abbagliante con quel design futuristico. Ma è soprattutto bellissima. Non è un'auto ma un sogno colorato di bianco. Guidarla non sarà facile perchè questo esemplare di Bugatti costa 1 milione e 600mila euro ed è delicatissima. Inserti in porcellana (dentro e fuori) e una tecnologia avanzatissima. Berlino ha tenuto a batesimo la presentazione di questa vettura il cui nome in codice è "L'or blanc".

C'è potere e potere

Nella prospettiva evangelica, il vero potere è quello del Dio crocifisso: un potere che vuole l'alterità dell'altro fino a lasciarsi uccidere per offrirgli la risurrezione. Perciò il potere assoluto - quello di Dio, del Pantokrator -, s'identifica con l'assoluto del dono di sé, con il sacrificio che comunica la vita agli uomini e fonda la loro libertà. Il Dio incarnato è "colui che dona la propria vita per i suoi amici" e prega per i suoi carnefici. Il potere di Dio significa il potere dell' amore. Per "follia d'amore", colui che è la Vita in pienezza diventa per noi la vita al cuore della morte. "Ho il potere di offrirla (la mia vita) e il potere di riprenderla di nuovo" (Gv 10,18), dice Gesù. Di questo paradosso divino che trascende le antinomie della creazione decaduta, quella della vita e della morte, della consegna di sé e dell'affermazione di sé, di questo paradosso che è il paradosso stesso dell' amore, così debole nella sua sovranità, così sovrano nella sua debolezza, noi troviamo un'espressione mirabile, fortemente messa in risalto, in Paolo: "È piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione ... perché... ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini ... Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti" (1Cor 1,21-28). La kenosi, lo svuotamento volontario del Dio incarnato, rivela la vita stessa della Trinità. Quando Giovanni, nel prologo del suo evangelo, ci parla del Verbo pròs tòn Theon, "rivolto verso il Padre", ci mostra un Dio che si apre, un Dio nel quale l'Uno non esiste senza l'Altro, nel sacrificio gioioso di ciascuno perché l'altro esista. Un Dio che si apre, un Dio che si dona: il fatto che il potere di Dio sia quello dell'amore implica una limitazione volontaria che Dio s'impone per dare all'uomo (e all'angelo) uno spazio per la sua libertà. O piuttosto, è in questa limitazione che risiede l'autentica onnipotenza, che si esprime il mistero di Dio come dono di sé, umiltà, rispetto dell'altro fino alla croce: "L'Agnello è immolato fin dalla fondazione del mondo" (cf. Ap 5,6; 13,8). Per questo il mistero della debolezza di Dio è quello della sua autentica onnipotenza: mistero messo in luce con la vita, la passione e la croce di Gesù, mistero nascosto nell' essenza profonda della chiesa, nell'esistenza crocifissa dei santi.


Olivier Clément, Il potere crocifisso, 35-36

 


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