Quando il profumo riempie la casa

di José Tolentino Mendonça
«Tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo» (Gv 12,3). Sembrerebbe un’informazione inutile, questa sull’impatto del profumo di nardo puro che Maria utilizzò per ungere i piedi di Gesù, quando con Lazzaro e Marta lo accolse nella sua casa.
L’annotazione del Vangelo richiede tuttavia di essere custodita nel cuore, poiché trasferisce tutta la scena a un livello più intimo. Il profumo ci parla dei piccoli gesti d’amore senza i quali noi non siamo; ci enuncia l’alfabeto della bellezza e il suo eccesso, più espressivo di qualsiasi parola; ci dice che la vita è odorosa, ha mille esalazioni; la vita trasuda, traspare, si riversa. Il gesto di Maria ci ricorda quella segreta evidenza che gli oranti sono chiamati a scoprire: che l’orazione non si esaurisce nell’esposizione dei nostri bisogni, ma deve rendere visibile il nostro desiderio; che non
può limitarsi a un discorso sul pane, legato alla nostra lotta per la sopravvivenza, ma deve aprirci alla contemplazione delle rose. Sa Dio se abbiamo bisogno di pane, ma anche di rose.
La preghiera è puro profumo quando accetta di essere gratuita e non s’impiglia nei perché e nei percome.
in “Avvenire” del 21 ottobre 2020

Le mani compiono dei riti ogni volta che sono connesse al cuore

di Sandra Saporito - 10 Febbraio 2020

Ogni volta che siamo connessi al cuore, le nostre mani compiono riti. Ogni volta che facciamo qualcosa con presenza e consapevolezza, il corpo diventa veicolo di una conoscenza in grado di agire sulla percezione che abbiamo del mondo e della nostra vita.

Per esempio, lavarsi i capelli può diventare un atto di purificazione: laviamo via la tristezza, i pensieri pesanti, le preoccupazioni; fare il pane in casa diventa un atto di creazione: la materia inerte diventa viva, lievita, prende forma sotto le nostre dita e poi diventa cibo, nutre il corpo e lo spirito; cucire diventa un atto di riparazione: riunire ciò che è stato separato, riparare ciò che è stato rotto e farlo con bellezza aggiungendoci un tocco di creatività, qualche toppa colorata qua e là.

 “LE MANI SONO DEI SIMBOLI E TALVOLTA DELLE RIVELAZIONI” (EVE BELISLE)

Le mani: il punto d’incontro tra Essere e Fare

Nelle nostre mani è racchiuso un potere che viene troppo spesso dimenticato a favore della mente e della tecnologia e scordiamo il potere dei riti semplici, della magia nascosta nelle piccole cose della vita.

Ogni atto della nostra vita può rivestirsi di significato ed essere vissuto accogliendone l’intrinseca bellezza; per riuscirci occorre imparare a calarsi nel presente e abitare il corpo in modo da spogliare l’azione da eventuali giudizi ed aspettative in quanto potrebbero imbrigliare la nostra mente in una spirale di pensieri senza fine, che ci porterebbero lontano dal momento presente. Quando siamo presenti in noi stessi, il gesto diventa meditazione e ci apre ad una comprensione più ampia di ciò che viviamo in quell’attimo.

Non stiamo parlando di pensiero magico, di magia simpatica, bensì di un modo di vivere più pieno che ci offre un’esperienza vissuta nei suoi diversi aspetti, che coinvolge le diverse parti del nostro essere: quella fisica, emotiva, creativa ed intellettuale. Siamo totali nell’esperienza, siamo integri mentre compiamo azioni semplici che diventano un ponte tra materia e spirito.

Il mondo come allegoria della vita interiore (e viceversa)

Le azioni semplici diventano riti quando siamo in grado di riconoscere la profondità del significato della vita. Quando cerchiamo

Le strutture di peccato
di Salvo Coco
I due passi da compiere dopo che Papa Francesco ha sdoganato la critica al clericalismo...
22 ottobre 2020
«A mio parere, sono due i passi da compiere dopo che finalmente il clericalismo è stato sdoganato da papa Francesco (da notare che papa Ratzinger ha usato il termine solo una volta nel corso del suo pontificato, Francesco invece ben 55 volte).
Il primo passo è quello di estendere il significato del termine e comprendere che il clericalismo non è riducibile al mero “peccato” del singolo che abusa della sua autorità, ma ha una dimensione strutturale: il clericalismo nel corso dei secoli si è fatto sistema ed ha condizionato la dottrina, le norme canoniche, la liturgia e persino la spiritualità. Occorre quindi avere una visione sistemica: il clericalismo come peccato delle strutture ecclesiali. Scrive infatti Francesco nella Lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018: “ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita”. Le strutture deteriorate dal clericalismo devono essere riformate per evitare che fomentino altro clericalismo.
Il secondo passo è quello di diffondere la consapevolezza e la percezione del clericalismo nelle chiese locali. E’ del tutto evidente che tale consapevolezza è gravemente carente. Non è un tema posto all’ordine del giorno nelle diocesi e nelle parrocchie. E se non si mettono in cantiere iniziative la percezione del clericalismo non avverrà o avverrà in maniera distorta e lacunosa. I vescovi ed i parroci devono devono pertanto farsi carico della grave problematica ed iniziare a fare un esame critico ed autocritico. Ciò significa sottoporre a verifica la gestione dell’autorità ecclesiale ed individuare le criticità di un “atteggiamento, qual’è il clericalismo, che non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente” (Francesco op.cit). Solo così il “santo Popolo di Dio” smetterà di essere discriminato e tiranneggiato (il clericalismo è “prepotenza e tirannia” dice Francesco il 12 dicembre 2016). E gli ostacoli per le riforma ecclesiali inizieranno ad essere rimossi. (...)».
https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/le-strutture-di-peccato/

Viaggio di andata e ritorno
«... Paolo VI era solito ricordare che “la politica è la più alta forma di carità”, dove carità significa amore per il prossimo, senza differenze per la religione professata, la cultura, il colore della pellMaria Teresa Pontara Pederiva, su "Vino nuovo" 20.10.2020e, la lingua, la provenienza … un esplicito invito ai cattolici a fornire un significato concreto alla politica come un “servizio”. Ma anche un invito a mettersi a servizio quando occorre, disposti a “lasciare” quando qualcun altro può prendere il tuo posto e magari continuare (chissà, forse anche meglio) il tuo lavoro. Un invito a mettersi a disposizione, non ad occupare un posto per non lasciarlo più, perché fare politica non è restare tenacemente attaccati ad un ruolo, quanto piuttosto promuovere sensibilità in altri, educare all’impegno, far crescere le persone … E’ la presenza di un cristiano nel sociale, una presenza fatta di lievito nella pasta, di testimonianza, di carità verso il prossimo qualunque esso sia, fosse anche un “avversario” politico, uno dell’”altra sponda”, uno che potrebbe anche attaccarti pesantemente per quello che sei o che fai, ma un cristiano è abituato a porgere l’altra guancia, a non rispondere male per male, a non lasciarsi trascinare in polemiche fine a se stesse, a continuare il proprio impegno anche se costa fatica, se non trova consensi, se viene osteggiato… (...)
L’importante era il “lasciare”, il sapersi distaccare da un ruolo, che qualunque esso sia, non esaurisce la tua esistenza. Un problema analizzato anche dalla psicologia: non è vero che l’abito faccia il monaco, come recita l’adagio. Una persona è tale in sé, non per la carica che ricopre. Ma non è raro incontrare chi vive con disagio persino il ritirarsi in pensione, alla rincorsa di un ruolo dal quale non ci si può staccare (quante giustificazioni addotte!), pena l’oblio.

E ciò vale per tutti, anche per quanti hanno consacrato la propria vita al Signore (abbiamo sperimentato nella Chiesa anche il ritirarsi di un papa come Joseph Ratzinger): dopo incarichi a livello nazionale un prete fa il parroco, non di una, ma di un grappolo di parrocchie. E’ sempre un viaggio di andata e ritorno, riconoscendosi “servi inutili”: lungi dall’essere una rinuncia al servizio, è l’accettare un “altro” servizio, in semplicità e umiltà, a riflettori spenti. Un servizio meno visibile, forse: un “ritorno”, vuoi in famiglia e al proprio lavoro per un laico, o a servizio della comunità per un prete. … e già sono all’orizzonte nuovi candidati, per un altro servizio, un altro viaggio di andata … che già attende il ritorno».

https://www.vinonuovo.it/teologia/etica/viaggio-di-andata-e-ritorno/?fbclid=IwAR0IrqKWyUo0KPnB-eU6U3zHlKAd3yHNE0d0qX1Jrhvn5IJ9D0VmKTFQCqQ

«(...) Siamo veramente spaventati, disorientati e impauriti. Il dolore e la morte ci fanno sperimentare la nostra fragilità umana; ma nello stesso tempo ci riconosciamo tutti partecipi di un forte desiderio di vita e di liberazione dal male. In questo contesto, la chiamata alla missione, l’invito ad uscire da sé stessi per amore di Dio e del prossimo si presenta come opportunità di condivisione, di servizio, di intercessione. La missione che Dio affida a ciascuno fa passare dall’io pauroso e chiuso all’io ritrovato e rinnovato dal dono di sé. (...)
«La missione, la “Chiesa in uscita” non sono un programma, una intenzione da realizzare per sforzo di volontà. È Cristo che fa uscire la Chiesa da se stessa. Nella missione di annunciare il Vangelo, tu ti muovi perché lo Spirito ti spinge e ti porta» (Senza di Lui non possiamo far nulla, LEV-San Paolo, 2019, 16-17). Dio ci ama sempre per primo e con questo amore ci incontra e ci chiama. La nostra vocazione personale proviene dal fatto che siamo figli e figlie di Dio nella Chiesa, sua famiglia, fratelli e sorelle in quella carità che Gesù ci ha testimoniato. Tutti, però, hanno una dignità umana fondata sulla chiamata divina ad essere figli di Dio, a diventare, nel sacramento del Battesimo e nella libertà della fede, ciò che sono da sempre nel cuore di Dio. (...)
Capire che cosa Dio ci stia dicendo in questi tempi di pandemia diventa una sfida anche per la missione della Chiesa. La malattia, la sofferenza, la paura, l’isolamento ci interpellano. La povertà di chi muore solo, di chi è abbandonato a sé stesso, di chi perde il lavoro e il salario, di chi non ha casa e cibo ci interroga. Obbligati alla distanza fisica e a rimanere a casa, siamo invitati a riscoprire che abbiamo bisogno delle relazioni sociali, e anche della relazione comunitaria con Dio. Lungi dall’aumentare la diffidenza e l’indifferenza, questa condizione dovrebbe renderci più attenti al nostro modo di relazionarci con gli altri. E la preghiera, in cui Dio tocca e muove il nostro cuore, ci apre ai bisogni di amore, di dignità e di libertà dei nostri fratelli, come pure alla cura per tutto il creato. L’impossibilità di riunirci come Chiesa per celebrare l’Eucaristia ci ha fatto condividere la condizione di tante comunità cristiane che non possono celebrare la Messa ogni domenica. In questo contesto, la domanda che Dio pone: «Chi manderò?», ci viene nuovamente rivolta e attende da noi una risposta generosa e convinta: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). Dio continua a cercare chi inviare al mondo e alle genti per testimoniare il suo amore, la sua salvezza dal peccato e dalla morte, la sua liberazione dal male (cfr Mt 9,35-38; Lc 10,1-12). (...)
papa Francesco, messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2020

MA ABBIAMO PROPRIO BISOGNO DI UNO COSÌ?
di Ignazio Punzi, su FB 22.10.2020
«L’ho ascoltato molte volte e, devo dire, quasi tutte le cose che dice sono davvero sconcertanti.
Dico la verità: a volte non so proprio che pensare…
Ecco perché non faccio fatica a credere che molti si sentano turbati e davvero spaesati.
Le sue parole sono sempre diverse, inattese, dirompenti, sembrano voler scardinare ciò che ormai appare acclarato, certo, consolidato, definito.
L’avete udito? L’avete letto?
Io lo leggo e rileggo, voglio farmi un’idea precisa, non per sentito dire, ma voglio documentarmi per bene, perché su di lui ormai ci sono tanti pareri, anche duri.
Più lo ascolto, più lo leggo, più appare certo che, se da un lato parla poco della morale sessuale, dall’altro mostra una spiccata predilezione per i poveri, gli stranieri, i diseredati, i “diversi”, le donne.
Già, le donne. Ma l’avete sentito? Non smette di offrire loro un posto privilegiato…
Tra le tante cose che davvero mi sconvolgono e mi interrogano ce n’è un’altra.
Continua ad affermare che non è sufficiente essere religiosi, frequentare assiduamente le chiese, recitare le preghiere, no, secondo lui tutto questo non basta. Occorre dividere quello che si ha con i poveri, accogliere gli stranieri, visitare i carcerati, amare quelli che ci odiano...
Certo che questo Gesù di Nazareth (perché di Lui sto parlando) ci dà proprio da pensare…
Mi chiedo, alla fine, ma abbiamo proprio bisogno di uno così?».

Unioni omosessuali, papa Francesco: Giusto tutelarne i diritti
di Alberto Chiara, Famiglia Cristiana 21.10.2020
«Gli omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia», ha detto il Pontefice in un docufilm. L'apertura alle unioni civili non è cosa nuova. Altro il discorso sul matrimonio. «Il matrimonio è fra un uomo e una donna», disse ad esempio nel marzo 2014, ribadendo il concetto più volte.
https://www.famigliacristiana.it/articolo/unioni-civili-papa-francesco-giusto-tutelare-i-diritti-.aspx?fbclid=IwAR1zvHSABqtmDf4NHpIoL6vsFsNA3n1VPW9L9rRXS7ny3vmaISia1txR_0Q

Unioni omosessuali. Il Papa: giusto dare copertura legale
di Luciano Moia, Avvenire, 21 ottobre 2020
"Gli omosessuali sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo"; lo dice il Pontefice in un docufilm presentato al Festival di Roma.
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/il-papa-unioni-civili-per-le-persone-gay?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1O89GDC9byJesBJBVZluK-EU3tnTUBceae6OwqyJNR8Pi_kTqAPNU1xOM

Da *domenica 29 novembre*.
Il Messale ambrosiano, specificamente nel Rito della Messa, accoglie le varianti che la terza edizione del Messale romano propone a tutti i fedeli di lingua italiana. Per fare un elenco non esaustivo, si potrebbe dire che una delle novità più impegnative è l’inserimento della dicitura “fratelli e sorelle”, laddove precedentemente – per esempio nella formula penitenziale del “Confesso a Dio onnipotente” o nelle varie monizioni e Preghiere eucaristiche -, si parlava solo di “fratelli”.
Nel "Gloria a Dio", l’espressione «uomini di buona volontà» diventa «*uomini, amati dal Signore*».
L’assunzione della nuova versione del "Padre nostro" presente nella Bibbia Cei del 2008 «*come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori*» (invece di «come noi li rimettiamo ai nostri debitori») e «*non abbandonarci alla tentazione*» (invece di «non ci indurre in tentazione»).

Quei «folli di Cristo» che minano le certezze
di Gianfranco Ravasi
(...) «"Idiota", appartiene al lessico russo della mistica ed è equiparabile all’evangelico «puro di cuore». Meriterebbe in verità anche la sorprendente affermazione dei Saggi di Montaigne: "La più sottile follia è fatta dalla più sottile saggezza". (...)
Il temine «folle» suona, certo, più nobile di «idiota» o di «pazzo» ai nostri orecchi, nonostante la sua genesi etimologica non sia particolarmente esaltante: in latino follis è il mantice o il sacco di pelle che si sgonfia, disperdendo l’aria. La vera definizione è, invece, da ricercare nelle parole sferzanti che l’apostolo Paolo rivolge ai cristiani di Corinto che allargano la ruota del pavone dell’intellighenzia greca: «La parola della croce è follia (moría) per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano è potenza di Dio... I Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso, follia (moría) per i pagani» (si legga 1Corinzi 1,17-31). (...)
«Laicamente» saremmo tentati di concludere con una battuta dell’Enrico IV di Pirandello: «Trovarsi davanti a un pazzo è trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni».
in “Il Sole 24 Ore” - 11 ottobre 2020

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/omosessuali-libro-fumagalli-prefazione-semeraro?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR2qO3bw2G5q33-ZgjoH4979ILZYi_lI58lMQKTk_698LniiB4xsyxk7zRk#Echobox=1602673618

Di fronte alla sofferenza delle persone omosessuali lasciate ai margini delle nostre comunità ecclesiali «un pastore deve interrogarsi su come accompagnare, discernere e integrare tutti, nessuno escluso». Lo sottolinea Marcello Semeraro, vescovo di Albano, autore della prefazione al libro di don Aristide Fumagalli (teologo morale), L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana (Cittadella, Assisi, pagg.207, euro 15,90), testo impegnativo e rigoroso. La postfazione è del teologo morale Giannino Piana. Nessuno slogan, nessuna semplificazione, ma un serio excursus attraverso la dottrina sul tema, dalle radici bibliche fino alla ricerca teologica contemporanea, per riflettere su un dato oggettivo. Il giudizio morale non può essere astratto ma deve far riferimento alla condizione concreta delle persone e ai risultati scientifici. La condanna degli atti omosessuali, spiega l'autore del libro Fumagalli, “non contempla la possibilità, sconosciuta sino all’epoca contemporanea, che gli atti omosessuali corrispondano alla natura della persona ed esprimano l’amore personale”. Non quindi atti dettati da “idolatria religiosa ed egoismo edonistico” – le due condizioni che li rendono inaccettabili – ma “espressione di amore personale cristiano”.

Enigma. Nel cuore dei quesiti
di Nunzio Galantino
(...) L’ainígma - dal verbo ainíssomai, col significato di “parlare oscuro” - era per i Greci una delle tre forme di comunicazione conosciuta, oltre a semaíno (spiegare) ed ekphrázo (mostrare). Anzi era l’unica modalità attraverso la quale comunicavano le divinità. Di essa si serviva in particolare Apollo quando voleva rivelare la storia e i destini degli umani.
Che l’enigma sia molto più di un semplice espediente letterario del pensiero mitico, ce lo conferma Aristotele, quando afferma che la natura dell’enigma è questo: «congiungere cose impossibili nel dire cose reali» (Poetica (1458 a 26-30). Pur essendo quindi un modo paradossale e perciò selettivo di comunicare, l’enigma non è un ostacolo alla rivelazione. E, proprio perché assegna alle singole parole un significato diverso da quello a esse comunemente attribuito, l’enigma richiede impegno per poterne cogliere il senso e il messaggio. Soprattutto quando riguarda l’uomo, con le sue domande senza risposta, o un percorso storico, che sempre si sviluppa nella tensione tra ciò che si progetta e ciò che si riesce a realizzare.
La complessità dell’uomo e quella di qualsiasi percorso storico sono altrettanti enigmi e pongono quesiti. Se non si posseggono però le cifre interpretative adatte per introdursi con umiltà nel cuore dell’enigma da essi rappresentato, si corre il rischio di ridurre la storia di una persona a un susseguirsi di giorni senza senso e il percorso storico a un cammino segnato solo da contraddittorie e inconcludenti velleità. La tradizione classica, soprattutto greca, e numerosi riferimenti letterari, filosofici e artistici, riconoscono il carattere enigmatico dell’uomo e dei percorsi personali o comunitari che egli è in grado di attivare. Non autorizzano però a confondere il legittimo carattere enigmatico di essi con la confusione e la inconcludenza.
in “Il Sole 24 Ore” del 11 ottobre 2020

Domande legittime - Chi detta la linea editoriale del sito della diocesi? Chi fa i titoli? Chi sceglie le foto?
don Chisciotte Mc - 201007

Essere ir-responsabili delle proprie azioni. Tra i segni principali del cammino di maturazione di una persona vi è la capacità di assumersi in maniera sempe più copmpleta le conseguenze delle proprie azioni, specie di quelle scelte più importanti, da farsi dopo attenta riflessione. E il discernimento in proposito non può non tener conto delle conseguenze che una azione ha (o potrebbe avere) non solo su di sé, ma anche su altri.
Per antonomasia, la responsabilità verso altri si identifica con le figure genitoriale ed educativa: l'azione del genitore ha una immediata e insopprimibile ricaduta sul concepito, sul piccolo, sul debole; analogamente anche quella dell'educatore. Tutte le figure educative devono essere consapevoli delle conseguenze delle loro scelte e - anche nel caso in cui si prendessero cura di sé - devono sempre dare il primato alla attenzione per tali conseguenze.
Tra i meno responsabili in questo senso, vi sono da sempre le persone che hanno potere: non hanno necessità nè obbligo di rendere ragione delle loro scelte e non si preoccupano delle ricadute di queste su terzi. Non per nulla sono definiti "superiori".
don Chisciotte Mc, 201006

L'Enciclica - il termine "fraternità" vi ricorre trentuno volte - si apre così: «Fratelli tutti» scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui». Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita».
Qui una presentazione e il link al testo completo:
http://www.vita.it/it/article/2020/10/04/oltre-lombra-di-un-mondo-chiuso-ecco-la-nuova-enciclica-di-francesco/156862/?fbclid=IwAR2jR2TxHbHMWnJPctQN8HE5j4pmGweZH22wPsAqiGxLeo8UVu4Tp6JDnMk

Non lasceremo mai solo il Papa. Sostegno forte alla carità di Francesco
di Matteo Liut, Avvenire, 1 ottobre 2020
In molti, anche tra i credenti, in questi giorni 'scandalosi' si stanno chiedendo se valga ancora e sempre la pena contribuire con le proprie donazioni all’Obolo di San Pietro, al quale andranno le offerte raccolte in chiesa domenica prossima, in occasione della Giornata per la carità del Papa. La risposta è sì. Ed è spontanea e vasta.
Eppure è indubbio che la vicenda delle dimissioni del cardinale Angelo Becciu e delle inchieste in corso sull’uso di fondi nella disponibilità di esponenti della Segreteria di Stato ha gettato un velo di sospetto che non pochi hanno inteso cavalcare, alimentando una narrazione dai toni foschi e centrata sulla «solitudine» di papa Francesco.
Le ricostruzioni fornite da parecchi media, in gran parte ancora non supportate da dati giudiziari certi e di pubblico dominio (e in qualche caso prendendo lucciole per lanterne), hanno sfumature diverse pur suggerendo un po’ tutte l’esistenza di un intrigo familiare e l’idea che entro le mura vaticane agiscano gruppi dediti alle macchinazioni di palazzo. Se possono circolare, è perché le ombre trovano appigli e non sono solo evanescenti. È giusto e naturale, perciò, sentir crescere l’esigenza di chiarezza e di trasparenza e invocare una gestione specchiata di ogni centesimo. Ed è giusto gridare con forza: quella non è la 'mia Chiesa'. Ma una cosa è certa: quella non è nemmeno 'la Chiesa'. E, certo, non è la Chiesa raccolta attorno al Papa.
E papa Francesco ha dimostrato fin dall’inizio, con le parole e con i gesti, la volontà di dare forma a un popolo di Dio «povero per i poveri», capace di

Perché tanti incompetenti diventano leader?
Un libro di Chamorro-Premuzic analizza il fenomeno del rapporto tra competenza e leadership e punta il dito sui processi di selezione: “Premiano le qualità sbagliate”.
di Sabatino Truppi, 28.09.2020
« (...) Politici impreparati. Ministri privi di un curriculum all’altezza del ruolo. Boiardi che passano con disinvoltura da un incarico all’altro, senza conoscere neppure uno dei delicatissimi settori cui di volta in volta sono preposti. Dirigenti che rendono la vita impossibile a decine e decine di loro sottoposti, ostacolandone produttività e carriera… Se il nostro giudizio non fosse offuscato dai demoni del politicamente corretto, se un velo d’ipocrita perbenismo non c’impedisse di cogliere il reale volto delle cose, non faticheremmo molto a riconoscere che è proprio questo – la presenza di tanti incompetenti in posizione di comando – il vero demone che da anni ha preso in ostaggio il futuro del nostro paese. (...)
Eppure, a guardarsi intorno, ce ne sarebbero di persone competenti, esperte, adatte a guidare governi, imprese e istituzioni: perché costoro siedono in panchina, mentre tanti mediocri s’issano baldanzosi in plancia di comando? La colpa, spiega Tomas Chamorro-Premuzic, professore di Business Psychology all’University College di Londra e alla Columbia University (Perché tanti uomini incompetenti diventano Leader? Egea, pp. 188, € 25), è tutta da imputare all’inadeguatezza dei processi di selezione. «Quando gli uomini vengono selezionati per occupare posizione di vertice - spiega l’esperto di talent management – gli stessi aspetti che consentirebbero di predire il loro fallimento sono comunemente scambiati per indicatori di potenziale o di talento per la leadership e, come tali, persino esaltati». Ad esempio, «caratteristiche come l’eccessiva fiducia in sé stessi e il narcisismo dovrebbero essere interpretate come segnali di pericolo. Invece, ci spingono a dire: “Ah, che tipo carismatico! Ha la stoffa del leader”».
Insomma, i nostri sistemi di selezione esaltano «le caratteristiche del maschio alfa e cioè il protagonismo rispetto all’umiltà, l’estroversione rispetto alla sobrietà, la voce grossa rispetto all’understatement, l’azzardo rispetto alla saggezza». Il problema? Queste caratteristiche, se sono utili a imporsi come leader, sono del tutto inadatte per guidare un paese, un’impresa o una comunità di persone. (...)
chiamare in causa il primo dei false friends dei processi di selezione: la sicurezza in sé, un attributo che molto spesso