Lo specchio d'acqua che circonda il perimetro della chiesa e sul quale si affacciano le finestre basse, rimanda l'immagine capovolta del crocifisso posto sul muro sopra l'altare.


«Nel lavoro come nella vita credo che bisogna dare per ricevere, e con questo gesto vorrei essere un buon esempio per tutte le altre imprese».
https://corrieredelveneto.corriere.it/treviso/cronaca/19_aprile_13/treviso-comunica-titolare-essere-incinta-rinnovo-contratto-promozione-be938992-5df3-11e9-8e1f-dc84067741d7.shtml?fbclid=IwAR2FLuNnKxNnKg38rkHKIcM6cAGvemrajxlnP0MzPNJQkgtG9jbytFjMhXc

In ginocchio, a baciare i piedi dei leader del Sud Sudan perchè «il fuoco della guerra si spenga una volta per sempre» nel Paese africano. Papa Francesco compie un gesto inatteso a Santa Marta, dove conclude il ritiro spirituale in Vaticano delle massime autorità religiose e politiche sud sudanesi ideato dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. A loro il Pontefice rivolge un discorso in cui, a più riprese, implora il dono della pace per il popolo del Sud Sudan sfigurato da quasi sei anni di guerra civile e da oltre 400mila morti. Poi rende concreta questa preghiera inchinandosi davanti al presidente Salva Kiir e ai vicepresidenti designati, tra cui Rebecca Nyandeng De Mabior, vedova del leader sud sudanese John Garang, e Riek Machar, leader dell’opposizione, per baciare loro i piedi. (continua)
https://www.lastampa.it/2019/04/11/vaticaninsider/il-papa-in-ginocchio-davanti-ai-leader-del-sud-sudan-si-spegna-il-fuoco-della-guerra-EhzbXz0z5ZOQp97LJl3bRN/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

"Il loro disturbo ha un nome scientifico che ci provoca, in quanto maggiori importatori europei d’affetto a pagamento: «Sindrome Italia». Uno stress diagnosticato e chiamato così per la prima volta da due psichiatri di Kiev: nel 2005, avevano osservato sintomi comuni a molte ucraine e romene e moldave, ma pure filippine o sudamericane. Tutte emigrate per anni ad assistere anziani nell’Europa ricca, lontane da figli e mariti. «Più che una malattia, la “sindrome Italia” è un fenomeno medico-sociale», spiega Petronela Nechita, primaria psichiatra della clinica di Iasi: «C’entrano la mancanza prolungata di sonno, il distacco dalla famiglia, l’aver delegato la maternità a nonni, mariti, vicini di casa... Abbiamo molta casistica. S’è aggravata quando le romene dal Meridione, dove lavoravano nei campi ed erano pagate meno, si sono spostate ad assistere gli anziani del Nord Italia: tra le nostre pazienti ci sono soprattutto quelle che rifiutavano i giorni di riposo e le ore libere per guadagnare meglio, distrutte da ritmi massacranti. Nessuno può curare da solo un demente o una persona non autosufficiente: 24 ore al giorno, senza mai una sosta. Col fardello mentale di quel che ci si è lasciati alle spalle. Anch’io e lei ci ammaleremmo».
Al ritorno in Romania, la terapia della «sindrome Italia» può durare anche cinque anni e di rado la passa la mutua: 240 euro ogni dodici mesi, uno stipendio medio. Un terzo delle ricoverate tenta almeno una volta il suicidio, e spesso ci riesce. Ma è una strage silenziosa, perché di solito è la famiglia a chiedere d’aggiustare l’atto di morte: nella regione più povera dell’Ue, nella Iasi «dalle cento chiese», com’è soprannominato questo capoluogo della Moldavia romena che Bergoglio visiterà in giugno, i pope ortodossi negano funerali e cimitero a chi si toglie la vita. (continua)
https://www.corriere.it/elezioni-europee/100giorni/romania/

«La mia idea è questa: «davanti al dolore degli altri» è sbagliato ritenere che non si determini più un moto di altruismo e un sentimento di commozione e di empatia. E, forse, non è nemmeno la «quantità» e l’intensità della sofferenza provata a venire ridimensionata. È, bensì, la nozione stessa di «altri» a essere drasticamente e, talvolta persino crudelmente, rimpicciolita. La solidarietà si fa corta, cortissima, e si concentra all’interno di un perimetro sempre più ridotto, mentre l’egoismo (ovvero l’indifferenza) sembra dominare l’intero spazio al di là di quegli strettissimi confini.
A determinare quest’accelerato restringersi della nozione di «altri» è una crisi talmente violenta da indurre a pensare che solo noi e la nostra piccola cerchia (di familiari, parenti, colleghi, membri della stessa comunità o corporazione o etnia) saremo in grado di salvarci. È da qui che nasce il sovranismo, e non viceversa. E c’è un ulteriore elemento che concorre a questo processo, rendendo così incerto e indistinto l’universo di immagini che compongono gli altri. Quelli che non siamo noi. Ecco l’intuizione della Sontag in quel libro introvabile. Interrogandosi sul modo in cui la bufera di immagini di brutalità e di morte ci influenza, l’autrice non si domanda solo se questa ci renda spettatori più partecipi oppure più indifferenti. La competizione fra i due sentimenti possibili di rifiuto o viceversa di insensibilità rispetto alla violenza mostrata in centinaia e centinaia di fotografie e di video, rischia di nascondere una più essenziale questione.
«Non si dovrebbe mai dare un noi per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri», scrive Sontag. Chi siamo noi che guardiamo, che ci sentiamo quasi investiti da quella massa di informazioni visive che portano in superficie le conseguenze rovinose della carneficina di uomini su altri uomini? Se non partiamo da questa fondamentale domanda ogni immagine, per quanto puntuale e minuziosa nel testimoniare dell’orrore, rischia di semplificare, di reiterare, di creare «l’illusione del consenso». Un esempio: sino alla fine della guerra nei Balcani, le stesse fotografie di corpi straziati e di bambini uccisi dai bombardamenti venivano mostrate sia nelle conferenze di propaganda serbe che in quelle croate. Bastava modificare la didascalia e quelle morti potevano essere piegate a sostenere tesi opposte. Ecco il punto: liquidare la storia dietro le immagini significa renderle generiche e anonime. Significa svuotarle di senso, ridurle a retorica, illanguidirne la carica evocativa. Insomma, significa liquidare la politica nell’unica accezione in cui la politica può limitare e curare il dolore nostro e degli altri. Con parole diverse, dare un volto ai naufraghi».
Luigi Manconi, Corriere della Sera, 6.04.2019
https://www.corriere.it/19_aprile_06/luigi-manconi-identita-solidarieta-massa-altri-noi-98c6cc80-587e-11e9-b545-f1ad2b75f4fe.shtml?fbclid=IwAR28aJHkcAZWa6LuNMfDPvUwSZvaBBnko5vRgll_N955DZl_WwWw8kGdR3k

«Occorre porre attenzione alla questione del linguaggio, assumendoci la responsabilità e la cura delle parole. Che si traduce nel rifiutarsi di usare le parole distrattamente, in modo superficiale. Chi considera la Parola come il tesoro più prezioso, sente come propria la sfida di ritrovare una sapienza del parlare all’insegna della cautela, dell’attenzione a non ferire l’altro, del desiderio di offrire parole buone, come quelle che Dio rivolge a noi. 
Le parole tessono la trama quotidiana del nostro vivere. Varrà la pena interrogarsi su come parliamo; se dobbiamo purificare il nostro parlare, facendolo nascere dal silenzio e dall’ascolto, rendendolo meno simile alla chiacchiera e più essenziale».
Angelo Reginato, 5 aprile 2019 

La Parola e le parole 
di Angelo Reginato 
(...) I tempi sono un contenitore troppo vasto, riempito da esperienze differenti e divergenti. Inoltre, la loro posta in gioco perlopiù ci sfugge, sul momento; solo dopo, a distanza di anni, emerge con una certa chiarezza che cosa è veramente accaduto. Non abbiamo la diagnosi a portata di mano; dobbiamo aspettare il verdetto dello specialista, che si pronuncia dopo aver visionato tutti gli esami a cui è stato sottoposto il paziente. Nel frattempo, però, possiamo svolgere l’umile mansione del medico di base, che ascolta e raccoglie i sintomi, che tenta di offrire una prima interpretazione sulla base dei dettagli emergenti. Una responsabilità non da poco, sempre a rischio di errore; non per questo meno necessaria: i verdetti sicuri giungono sempre troppo tardi! Nella mia parziale auscultazione del presente, mi colpisce un sintomo, che provo a sottoporre a quanti hanno a cuore una spiritualità per questo nostro tempo. 
Oggi, mi sembra che imperversi il linguaggio breve, quello dello spot, dello slogan, della battuta. 
E questo tipo di linguaggio dà voce a una forma di pensiero all’insegna della velocità, del sarcasmo e del cinismo. Un linguaggio affermativo, spesso da tifoseria, che semplifica e non è guidato da un bisogno di coerenza. Non è, di per sé, una novità: le parole sono fragili e in ogni epoca gli esseri umani le cambiano con disinvoltura, le svuotano di significato, le falsificano e se le rimangiano. 
Eppure, è come se, oggi, il caso serio della parola si imponesse alla nostra attenzione con maggior forza. Quando sentiamo una notizia, non sappiamo più se sia vera o inventata. E noi stessi, a volte, cadiamo in questo uso disinvolto delle parole, facendo circolare notizie non verificate, parlando male delle persone, indulgendo al pettegolezzo e al giudizio. 
Ora, una chiesa, e cioè un gruppo di persone che si riunisce intorno alla Parola, non dovrebbe avere nel sangue una particolare sensibilità per le parole? Il suo Dio si serve delle parole umane per comunicare il suo progetto di salvezza. Senza le parole, la vita diviene muta e anche Dio tace. Per questo, penso che occorra porre attenzione alla questione del linguaggio, assumendoci la responsabilità e la cura delle parole. Che si traduce nel rifiutarsi di usare le parole distrattamente, in modo superficiale. Chi considera la Parola come il tesoro più prezioso, sente come propria la sfida di ritrovare una sapienza del parlare all’insegna della cautela, dell’attenzione a non ferire l’altro, del desiderio di offrire parole buone, come quelle che Dio rivolge a noi. 
Le parole tessono la trama quotidiana del nostro vivere. Varrà la pena interrogarsi su come parliamo; se dobbiamo purificare il nostro parlare, facendolo nascere dal silenzio e dall’ascolto, rendendolo meno simile alla chiacchiera e più essenziale. 
Alla stregua dei medici condotti, possiamo solo fare attenzione ai sintomi e interrogarci su come far fronte al disagio. (...)
in “Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 5 aprile 2019 


La penitenza del semaforo
di Cristina Bernardis - 09 marzo 2019 
«Perché fai penitenza? Scegliere di sacrificare qualcosa senza un motivo non ha senso.
Perché fai penitenza? Sei un essere creato alla perfezione, amato incondizionatamente dall'Onnipotente, non usare la Quaresima come una dieta.
Perché fai penitenza? La mia risposta é per rispondere a quell'amore con amore, anche se il mio amore sarà sempre imperfetto e talvolta condizionato, voglio che questo amore assomigli di più a quello dell'Amato, più cruciforme, più a servizio.
Quale penitenza? Quale virtù, quale disciplina serve al mio amore per crescere? Conoscevo una ragazza che sentiva di sviluppare la sua pazienza. La sua penitenza quaresimale é stata di aspettare che i semafori diventassero verdi prima di attraversare (attraversare col rosso é cosa comune nella sua nazione). Notare l'impazienza di attendere 20 o 60 secondi e notare l'agitazione, la frenesia sono stati una rivelazione di quante altre volte era impaziente, ad esempio nell'attesa che le cose andassero come volesse lei. (...)».
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3331&fbclid=IwAR1iStBx2ncBrLEF-gIYr_Pi1CaLTSaK_jS7wTAFGtwqt7A8OjmBEPhvHUw


Una bellezza che ci appartiene 
di José Tolentino Mendonça 
Mi piace pensare che la stessa radice etimologica colleghi, in greco, l’aggettivo 'bello' ( kalós) e il verbo 'chiamare' ( kaléo). La bellezza appare così come una chiamata. Ogni vocazione umana è la risposta all’attrazione di qualcosa (o di qualcuno!) che ci chiama. Senza questo appello fondamentale la nostra vita sarebbe priva di motivazione, e sempre più distante dalla sua realizzazione autentica. La verità è questa: se la gioia dell’incontro, se la sorpresa di un innamoramento, di un «Che bello!» gridato con il cuore, non precede le rinunce o i sacrifici, questi non genereranno che tristezza, rigidità, rigorismo e frustrazione. La vita non comincia con l’etica, ma con l’estetica. Procede non per obbligo, ma grazie alla forza dell’attrazione. 
Nella vita non si va avanti per decreto. 
Come nella parabola di Gesù, il punto di trasformazione è la scoperta della perla nascosta o del tesoro nel campo. 
Solo così sperimenteremo che «dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore». La vita umana non è statica, ma piuttosto estatica. La vita è estasi, movimento, desiderio di unirsi all’oggetto dell’amore. Si consuma per una passione che germogli da una bellezza capace di illuminarci. 
Eppure, apparteniamo a un tempo e a una cultura che sembrano aver rinunciato alla bellezza. Per riscoprirla dovremo probabilmente abbracciare il silenzio e la lentezza dei cammini meno frequentati.
in “Avvenire” del 2 aprile 2019

Giovedì 8 novembre 2018, all’Assemblea del Clero della diocesi di Vicenza è stato consegnato ai preti presenti il sussidio "Assemblea Domenicale nella impossibilità della Celebrazione Eucaristica" accompagnato da un decreto del vescovo Pizziol. Si tratta di una novità importante che tiene conto del cammino che la Chiesa vicentina sta facendo e dei cambiamenti che si stanno vivendo. Quasi contemporaneamente (il 6 novembre) ha preso il via il corso di formazione per guide della celebrazione.
«L’obiettivo - ci spiega don Pierangelo Ruaro, direttore dell’Ufficio liturgico diocesano - è, come precisa bene il vescovo Beniamino nel Decreto di accompagnamento, da un lato ribadire "l’assoluta irrinunciabilità per la vita dei credenti della Domenica e il primato della celebrazione eucaristica nel Giorno del Signore" e dall’altro tener conto della mutata "situazione pastorale delle comunità cristiane anche a causa della diminuzione del numero dei presbiteri"».
«La scelta è sempre stata quella di promuovere e sostenere la ministerialità liturgica. Lo abbiamo fatto con i ministri dell’eucaristia e con i ministri della consolazione. Oggi questo avviene cogliendo e accompagnando quelli che sono i cambiamenti che sta vivendo in Diocesi prevedendo la formazione tra i laici di guide della celebrazione». (continua:
http://www.diocesi.vicenza.it/pls/vicenza/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=6413


«C’è il Dio edito e il Dio inedito. Per esempio, la lotta fra atei e teisti è una lotta a livello del Dio edito, perché gli atei negano il Dio edito. E spesso fanno bene. Molte volte questo Dio edito non è che un tiranno insopportabile, è la cifra che sublima in sé e legittima tutte le forme di dipendenza, è l’autoritarismo portato a vastità metafisiche. Se noi leggiamo la Bibbia, vediamo che c’è un modo di parlare di Dio del tutto omogeneo all’homo editus, alla cultura, quindi un Dio guerrafondaio, sterminatore, e poi c’è il Dio inedito, nascosto, che è il Dio dei Profeti e che troverà la sua manifestazione in Gesù Cristo.
Quando noi parliamo di Dio secondo l’homo editus lo assimiliamo a noi, lo trasformiamo a nostra immagine e somiglianza, per cui egli è aggressivo, vuole la sconfitta dei nemici. Le religioni hanno portato nel mondo l’aggressività distruttiva in nome del Dio edito, che non è il Dio inedito di Gesù Cristo».
Ernesto Balducci (1922- 1992), in La coscienza dell’uomo planetario, 1993

Il 1 aprile 1993 l'autorità del seminario mi disse della sua intenzione di mandarmi ad ottenere i titoli accademici in teologia, al fine di insegnare nelle istituzioni universitarie ecclesiastiche. Io non ci avevo mai pensato, non era certamente il mio desiderio, proprio non lo volevo.
A distanza di 26 anni, ridico il mio grazie: è stato ed è un dono poter conoscere più approfonditamente il volto di Dio Trinità; è stato un dono non essermi cercato questa destinazione agli studi e all'insegnamento.
Senza presunzione, provo tristezza per chi - pur dicendosi credente - non sente il desiderio di conoscere l'Amante e per coloro che il ruolo di maestro-docente-teologo se lo sono conquistato per conto loro, facendosi largo a gomitate.
Deo gratias!
don Chisciotte Mc

"Si fanno, talvolta, molti incontri, dibattiti e discorsi per chiedersi che cosa fare per essere maggiormente adatti ai nostri tempi, quali riforme attuare, che cosa è indispensabile modificare nella Chiesa... quasi che, in tutto questo discorrere ecclesiastico, Cristo fosse sullo sfondo come un assente, come un morto. (...) Una tale consapevolezza dovrebbe indurre a vedere con lucidità che non si può oggi essere davvero in uscita se non si ritrova proprio un tale centro, che si tratta di trasmettere ad altri. 
In un contesto nel quale si era tutti "normalmente" cristiani non si poneva il problema di dove partire per annunciare il Vangelo. Si trasmetteva, per così dire, tutta l'impalcatura del cristianesimo, con naturalezza e contando su una società che era almeno formalmente cristiana. Ma oggi è indispensabile che la Chiesa e le comunità cristiane siano capaci di mostrare il cuore del cristianesimo, in un contesto nel quale si hanno spesso forti pregiudizi su di esso e non si sa più in che cosa consista. A che varrebbe proporre tutta una raffinata e radicale riflessione etica se non si sa su che cosa si fondi, dove appoggia? (...)
Che cosa capiterebbe nelle nostre parrocchie, se delle persone bussassero chiedendo di voler conoscere il cristianesimo e farne l'esperienza partendo dai fondamenti? Potremmo trovarci a dover ammettere di essere così abituati a dare per scontato il cuore del Vangelo, che poco o nulla del molto che facciamo è realmente capace di introdurre qualcuno ai fondamentali della fede cristiana". 
di Roberto Repole, in “Vita Pastorale” del marzo 2019

In tanti hanno creduto di sentire urlare «Ti amo io, ti amo». Ma Guglielmo uno dei ragazzini che fuggiva dallo scuolabus dirottato lo scorso 20 marzo da Ousseynou Sy in realtà ha confessato di aver gridato «Ti amo Dio, ti amo». Le sue parole erano rivolte al Signore, come racconta lui stesso: «Sul pullman eravamo tutti disperati e anch'io ho voluto fare la mia preghiera e quando siamo riusciti a salvarci mi è sembrato che si fosse avverata quindi ho voluto ringraziare Dio e ho urlato Dio ti amo» racconta il ragazzino in un'intervista:
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/dio-ti-amo-preghiera-attentato-bus-bambini?fbclid=IwAR3ofoogCm_gK90lpgLpYmu_WtDPdvUDB34r7b0M84IeK6kUC3BEgGrzwz4


Ma la chiesa non può essere missionaria se non è sinodale.  Il fatto di essere poco significativi come cristiani è perché spesso siamo troppo poco credibili 
di Roberto Repole, presidente della Associazione Teologica Italiana
(...) Un po' ovunque si parli dell'importanza di una Chiesa "in uscita missionaria". Occorre dircelo: quasi in tutti i nostri convegni o discorsi pastorali si ode ormai l'invito a cambiare passo e a essere finalmente Chiese o comunità cristiane in uscita, estroverse, non autoreferenziali, capaci di raggiungere tutti. Qualunque sia l'ambito pastorale di cui ci si occupa, il richiamo all'uscita missionaria non manca: che si parli delle parrocchie o della pastorale degli ospedali, della presenza ecclesiale nel mondo universitario o della Caritas... 
L'implicito troppo spesso è che si tratta solo di impegnarsi di più e di concentrarsi finalmente sugli altri: su quelli "di fuori", su chi non è cristiano, sui molti che non hanno mai fatto parte o non fanno più parte della comunità cristiana. 
Ma un tale implicito può indurre a due pericoli alla lunga letali: il primo è di colpevolizzare quei pochi (preti, religiosi o laici, poco importa) che spesso ce la mettono già tutta e vivono spesso una vita carica di responsabilità; il secondo è di ritenere che il discorso sulla missione non riguardi il modo in cui viviamo la nostra vita ecclesiale ma, appunto, gli altri. In realtà, se c'è qualcosa che ancora possiamo trasmettere e offrire in questo mondo è quello che viviamo realmente dentro le nostre Chiese. 
Se abbiamo davvero a cuore la missione della Chiesa dovrebbe interessarci anzitutto che cosa ancora sperimentiamo dentro le nostre comunità: se sia cioè possibile fare un'esperienza di Dio al loro interno, se si faccia una reale esperienza di fraternità e di misericordia, se sperimentiamo ancora da qualche parte il "miracolo" di diversità riconciliate che possono davvero convivere in Cristo... Perché se non ci preoccupiamo di questo, non c'è veramente nulla che possa uscire e risultare appetibile per altri. 
Del resto, non sarebbe il caso di domandarci se il fatto di essere spesso così poco significativi non dipenda anche dal fatto di apparire troppo poco credibili?
in “Vita Pastorale” n. 2 del febbraio 2019

"Diversi perché unici".
In relazione perché diversi.

Se tu conoscessi... che a pochi metri da casa mia ho potuto contemplare questa meraviglia: "La Pantofola della Madonna", nome popolare della Calceolaria.


La Giornata è nata nel 1993 per iniziativa dell’allora Movimento Giovanile Missionario, diventato oggi Missio Giovani che, sotto l’egida della Fondazione Missio, anima, per la Chiesa italiana questo speciale evento di preghiera per ricordare tutti i testimoni del Vangelo uccisi in varie parti del mondo.
Nel 2018 c’è stato purtroppo un aumento di persone uccise in odium fidei: sono quaranta (circa il doppio rispetto allo scorso anno) gli operatori pastorali che hanno perso la vita per amore di Dio, come riporta l’annuale rapporto dell’Agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.
Il tema che abbiamo scelto quest’anno,  "Per amore del mio popolo non tacerò" (cfr. Is 62,1), è ispirato alla testimonianza di Oscar Romero, el santo de America, e vuole esprimere la piena consapevolezza che amare Dio significa amare i propri fratelli, significa difenderne i diritti, assumerne le paure e le difficoltà.
Per amore del mio popolo non tacerò significa agire coerentemente alla propria fede. In quanto cristiani, discepoli missionari, portatori della Buona Notizia di Gesù non possiamo tacere difronte al male. Farlo significherebbe tradire il mandato che ci è stato affidato.
https://www.missioitalia.it/materiale-per-lanimazione-della-giornata-dei-missionari-martiri-2019/


“La giovinezza è felice, perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque conservi la capacità di cogliere la bellezza non diventerà mai vecchio”. 
Franz Kafka


Vangelo secondo Matteo 5, 38-48
Gesù diceva ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».


«I due anziani si tengono per mano, mentre affrettano il passo verso la chiesa per la messa vespertina.
Lei alza lo sguardo. "Ah, eccola là, la luna. La cercavamo".
Vorrei invecchiare con questa capacità di stupore».
Barbara Garavaglia, 11.03.2019


«Nell’istante in cui s’incrociano conversione e perdono, si ha il fiorire di un unico amore, anche se esso sboccia nei due protagonisti, Dio e la persona umana. C’è l’amore divino che perdona e simultaneamente c’è l’amore del convertito che è occasione del perdono amoroso di Dio. L’uno e l’altro amore insieme si abbracciano».


Suggestivo è il dialogo che il grande credente e filosofo francese Blaise Pascal immaginava nei suoi Pensieri tra Dio e l’anima. «Se tu conoscessi i tuoi peccati, ti dispereresti», ammoniva il Signore. E allora il peccatore sente che c’è poco da fare per lui. Ma Dio continua: «No, tu non ti dispererai, perché i tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento stesso in cui ti saranno perdonati». 

«Le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato. Colui al quale si perdona poco, ama poco» (7,47). (...) La prima dichiarazione vede l’amore come causa del perdono dei peccati, che «le sono perdonati perché ha molto amato». Nella seconda asserzione, invece, l’amore è l’effetto del perdono ricevuto, tant’è vero che «colui al quale si perdona poco, ama poco». Gli studiosi pensano che questa differenza nasca dalla fusione di due frasi di Gesù pronunziate in momenti e situazioni diverse. In verità, è possibile tenere insieme quel duplice profilo del detto di Cristo, proprio perché idealmente chiude il cerchio dell’amore che è sorgente del perdono, ma ne è contemporaneamente il frutto.
Suggestivo è il dialogo che il grande credente e filosofo francese Blaise Pascal immaginava nei suoi Pensieri tra Dio e l’anima. «Se tu conoscessi i tuoi peccati, ti dispereresti», ammoniva il Signore. E allora il peccatore sente che c’è poco da fare per lui. Ma Dio continua: «No, tu non ti dispererai, perché i tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento stesso in cui ti saranno perdonati». Ecco, nell’istante in cui s’incrociano conversione e perdono, si ha il fiorire di un unico amore, anche se esso sboccia nei due protagonisti, Dio e la persona umana. C’è l’amore divino che perdona e simultaneamente c’è l’amore del convertito che è occasione del perdono amoroso di Dio. L’uno e l’altro amore insieme si abbracciano, proprio come era accaduto in quel giorno nel palazzo di Simone il fariseo».
Gianfranco Ravasi, Famiglia Cristiana, 7 marzo 2019
http://m.famigliacristiana.it/blogpost/lincrocio-tra-peccato-amore-e-perdono.htm

Nella chiesa di Sesto Pusteria la teologa Christine Leiter ha guidato la liturgia della Parola per le esequie, nell’ambito della novità pastorale operativa in tutta la diocesi altoatesina col prossimo mese di giugno, quando termineranno il loro percorso formativo i dodici laici scelti dall’arcidiocesi di Bolzano-Bressanone: sei uomini e sei donne.
Christine è una di loro e come il “collega” Hans Duffek a Bolzano (“Avvenire” ne ha dato notizia qualche mese fa) si è trovata a celebrare il primo funerale a causa dell’assenza del parroco, impegnato fuori sede per un servizio. «Dal momento che il loro percorso formativo prevede di fare esperienza con la celebrazione di tre funerali prima del termine del corso – ci spiega il parroco di Dobbiaco, don Josef Gschnitzer – avevamo concordato che a Sesto Pusteria avrebbe presieduto lei un funerale nel caso di necessità. E così è stato, visto che io ero assente. È andato tutto bene, normalmente, con l’unica differenza che non si è celebrata l’Eucaristia». (segue)
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/funerale-presieduto-da-una-donna-alto-adige

Il fondo, aperto al contribuito dei cittadini, sarà destinato in primo luogo agli ospiti al momento presenti nel sistema di accoglienza diffusa della diocesi di Milano, titolari di un permesso di soggiorno, ma che nonostante questo sarebbero costretti a interrompere i percorsi di integrazione già intrapresi.
Inoltre le risorse raccolte serviranno per auto-finanziare le ospitalità in quei posti all’interno delle rete degli appartamenti parrocchiali e degli istituti religiosi che non saranno più convenzionati con le Prefetture alla scadere dei nuovi bandi.
https://www.caritasambrosiana.it/area-per-la-stampa/approfondimenti-area-per-la-stampa/fondo-di-solidarieta-per-gli-esclusi-dallaccoglienza?fbclid=IwAR38cF4FfeZ8d9ixfQKAMlf5LhAguIgp0zPKUViD-7xRIbAv59i9eKweMkU

«[En archè en o lògos kài o lògos en pros ton theòn, kài theòs en o lògos]
In principio era la Parola 
e la Parola era presso il Dio 
e Dio era la Parola.
Difficile trovare un principio più potente di questo con cui si apre il Vangelo secondo Giovanni, circa l'indistinguibilità di linguaggio, pensiero, divinità, umanità. Essi sono un tutt'uno, nel bene e nel male. L'uomo si crede un dio perché pensa e parla, dio si crede un uomo per la stessa ragione».
Mario Domina, 7.03.2019

Il gesuita Claudio Zonta sul numero di marzo de "La Civiltà Cattolica" riprende l'album del 1996 D'amore, di morte e di altre sciocchezze per dire che Guccini canta dei "grandi temi propri dell'umanità, i sentimenti e le passioni della vita, la riflessione sull'eterno limite esistenziale, e tutte quelle istanze quotidiane, misere e sublimi, dette con ironia 'sciocchezze', con cui l'essere umano si deve confrontare". Per Zonta "è un canto libero e dubbioso, incapace di chiudersi in certezze, ma, nello stesso tempo, attento a cogliere nell'attimo e nel poco l'infinita grandezza e complessità dell'esistenza".
https://www.globalist.it/musica/2019/02/28/i-gesuiti-elogiano-guccini-canta-il-dubbio-e-i-temi-dell-umanita-2038080.html?fbclid=IwAR2YZxsj-mmWkwHF_JDUlvgoaCO1sHGLs7QVJDb-V8VMgOoPLTSnRkWnWA8


"La fiducia nella bontà altrui è una notevole testimonianza della propria bontà".
Giuseppe Pischetti, 4.03.2019

«In merito al Carnevale non siamo forse un po’ schizofrenici? Da una parte diciamo molto volentieri che il carnevale ha diritto di cittadinanza proprio in terra cattolica, dall’altra poi evitiamo di considerarlo spiritualmente e teologicamente. Fa dunque parte di quelle cose che cristianamente non si possono accettare, ma che umanamente non si possono impedire? Allora sarebbe lecito chiedersi: in che senso il cristianesimo è veramente umano? (...) Anche per il cristiano non è sempre allo stesso modo tempo di penitenza. C’è anche un tempo per ridere. L’esorcismo cristiano ha distrutto le maschere demoniache, facendo scoppiare un riso schietto e aperto. (...) Per questo noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria. La lotta contro i demoni e il rallegrarsi con chi è lieto sono strettamente uniti: il cristiano non deve essere schizofrenico, perché la fede cristiana è veramente umana» .
Joseph Ratzinger, Speranza del grano di senape, 1974


Quando la testa del corteo è arrivata in piazza Duomo, la coda non si era ancora mossa dal punto di partenza, Porta Venezia: “siamo oltre 200mila” hanno esultato dal palco gli organizzatori della manifestazione. Secondo le stime più prudenti, sarebbero la metà le persone scese in corteo per chiedere un Paese “senza discriminazioni, senza muri, senza barriere”, come voleva (continua: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/people-milano-manifestazione?fbclid=IwAR15p9QKm6g7gvLf0v1xvbWaS_k2dvEdWZJDaSTEnsPOdHIKiRBKQwCvIS4


Parola. È potente e rende potenti 
di Nunzio Galantino 
Dal latino par(ab)ola, più che indicare un determinato termine, in origine “parola” significava genericamente "esempio", "similitudine" o "racconto" in senso lato. (...) In genere la parola trasmette una nozione generica, descrive un’azione, esprime un sentimento, comunica una conoscenza. Ma la parola non è solo “informativa”. Vi è anche una parola “performativa”. È quella che, utilizzata in maniera consapevole, genera una realtà o determina una situazione. Come quando una parola viene rivolta a un’altra persona dando forma e comunicando un sentimento, innescando una decisione, facendo nascere o interrompendo una relazione. In maniera decisiva per la vita. Migliore è la conoscenza e l’uso delle parole, migliore sarà il nostro potere sulla realtà. Sì, perché la parola è potente e rende potenti. (...) Aveva scritto la poetessa statunitense E. Dickinson: «Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere». È l’esperienza fatta da chi ha visto le parole trasformarsi in arma potente contro il potere. Tanto potente che, durante le rivoluzioni, migliaia di libri contenenti pagine piene di parole sono stati bruciati. Per paura. Non certo per paura delle pagine di carta, ma per paura di ciò che le parole evocavano e delle decisioni che da esse potevano scaturire. (...) Leggere un libro di parole o scrivere parole è acquisire e trasmettere conoscenza ma può essere anche un passo decisivo per dire la propria voglia di libertà, di relazioni e di vita. La parola, quella sensata, è in fondo un’impronta che osa disturbare il silenzio o riempire il vuoto per rendere felice o spingere alla disperazione, per insegnare, per condizionare giudizi o decisioni, per mostrare la propria identità. (...) Parlare è altro dall’ “emettere suoni”. La parola autentica nasce dal grembo reso gravido dal silenzio e dal rispetto di sé, degli altri e della verità. «Le parole infatti cantano. Esse feriscono. Esse insegnano. Esse santificano. Esse furono la prima, incommensurabile caratteristica magica dell’uomo». (Leo C. Rosten).
in “Il Sole 24 Ore” del 4 febbraio 2018 

Imprecazioni sì, ma bibliche 
di Gianfranco Ravasi 
(...) Passiamo ora a un caso che provoca sempre sconcerto: la violenza sacra che intride molti racconti biblici e che stria di sangue decine di pagine soprattutto dell’Antico Testamento. La cosa non dovrebbe, però, stupire se si considera la qualità storica della religione biblica a cui sopra accennavamo. Se Dio non è un «motore immobile» aristotelico relegato nella sua trascendenza dorata, ma è un interlocutore in dialogo con l’umanità e in azione all’interno di eventi contingenti, è inevitabile che la sua parola e la sua stessa presenza si rivelino attraverso e all’interno di quel groviglio storico e di linguaggi che sono datati letterariamente, socialmente e culturalmente. 
Il caso che proponiamo è quello dei Salmi imprecatori che – proprio per la loro carica violenta («O Dio, spezza loro i denti in bocca... Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra!», e così via inveendo) – sono stati espulsi dalla liturgia cristiana. Questi Salmi censurati sono indagati e sottoposti a ermeneutica (che sarebbe necessaria per altro anche ai passi violenti del Corano) da un noto esegeta francese, André Wénin, in un viaggio testuale accidentato, ma significativo.
E sempre a proposito di pagine sacre difficili, quanto eros è stato versato sulla figura evangelica di Maria di Magdala che è stata trasformata senza fondamento testuale in prostituta, per essere poi esaltata come testimone del Cristo risorto, resa quasi evanescente come ipostasi gnostica della Sapienza divina, trasfigurata in sposa, regina e persino essere divino, strattonata da Dan Brown e altro ancora. Edmondo Lupieri, docente alla Loyola University di Chicago, grande esperto di alcune figure e testi neotestamentari (il Battista e l’Apocalisse), ha ricomposto i lineamenti evangelici autentici della Maddalena, ha convocato una dozzina di colleghi/e, lanciandoli all’inseguimento delle metamorfosi di quel volto, dall’antichità fino al post-moderno. (...)
André Wénin, Salmi censurati, Dehoniane, Bologna, pagg. 126.
Edmondo Lupieri (a cura di), Una sposa per Gesù. Maria Maddalena tra antichità e postmoderno, Carocci, Roma, pagg. 342.
in “Il Sole 24 Ore” del 25 novembre 2018





«E non dobbiamo avere paura nemmeno della morte, guardate che è più rischioso nascere che morire eh! Non bisogna avere paura di morire, ma di non cominciare mai a vivere davvero. Saltate dentro l'esistenza ora, qui, perché se non trovate niente ora, non troverete niente mai più, è qui l'eternità, e allora dobbiamo dire "SI” alla vita, dobbiamo dire un SI talmente pieno alla vita che sia capace di arginare tutti i no, perché alla fine di queste due serate insieme, abbiamo capito che non sappiamo niente e che non ci si capisce niente, e si capisce solo che c'è un gran mistero che bisogna prenderlo come è e lasciarlo stare, e che la cosa che fa più impressione al mondo è la vita che va avanti e non si capisce come faccia; "Ma come fa? Come fa a resistere? Ma come fa a durare così?"... è un altro mistero, e nessuno lo ha mai capito, perché la vita e molto più di quello che possiamo capire noi, per questo devi resistere. Se la vita fosse solo quello che capiamo noi, sarebbe finita da tanto, tanto tempo, e noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all'altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito, e allora ad ognuno di noi non rimane che una cosa da fare: inchinarsi».
Roberto Benigni, I Dieci Comandamenti, Rai 1, 15 dicembre 2014


«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 42-45).


"La personalità di Ignazio di Loyola è fatta di contrasti, la cui unità si realizza grazie all'equilibrio dell’azione. Rigore della ragione e gusto delle «grandi cose»; fermezza e tenerezza; «determinazione fissa e immutabile come un chiodo vigorosamente piantato» ed estrema flessibilità davanti alle situazioni e alle persone; sguardo sempre rivolto verso ciò che è più universale, e passione quasi scrupolosa per il particolare apparentemente infimo. Il teologo gesuita Hugo Rahner ha affermato che «non possiamo mai parlare correttamente di Ignazio se non per opposizioni dialettiche»".
La via di Ignazio di Loyola. Un ritratto spirituale di «opposizioni dialettiche», di Maurice Giuliani - Quaderno di Civiltà Cattolica 4045 pag. 71 - 83 Anno 2019


«Tutti insieme ci mettiamo in ascolto dello Spirito Santo e con docilità alla Sua guida ascoltiamo il grido dei piccoli che chiedono giustizia. Grava sul nostro incontro il peso della responsabilità pastorale ed ecclesiale che ci obbliga a discutere insieme, in maniera sinodale, sincera e approfondita su come affrontare questo male che affligge la Chiesa e l’umanità. Il santo Popolo di Dio ci guarda e attende da noi non semplici e scontate condanne, ma misure concrete ed efficaci da predisporre. Ci vuole concretezza.
Iniziamo, dunque, il nostro percorso armati della fede e dello spirito di massima parresia, di coraggio e concretezza».
papa Francesco, Incontro "La protezione dei minori nella Chiesa", 21.02.2019

"Non dimenticare che dare gioia dà anche gioia".
Friedrich Nietzsche

«E' difficile riconoscere ad un primo sguardo un cercatore di bellezza. Si nasconde tra i volti della gente comune, si confonde tra di loro anche perché a distinguerlo dagli altri è la propria interiorità.
Il cercatore di bellezza, così come suggerisce la definizione stessa, aspira sempre e costantemente alla bellezza, o meglio ai suoi canoni di bellezza, bellezza che non si esplicita soltanto in un concetto estetico ma che assume molteplici significati. A seconda della circostanza, il concetto si avvicina a quello di ordine, di serenità, di pace, di euforia, di completezza...assume diverse declinazioni anche a seconda della personalità del cercatore e a come si approccia alla vita.
Essi, nella loro diversità, hanno però dei tratti comuni.
Hanno lo stesso sguardo rivolto verso il cielo quando sentono che tutto ciò che hanno intorno li costringe.
Hanno gli stessi occhi che si posano su qualsiasi specchio che incontrino, non per vanità, ma per accertarsi, che ciò che di loro vedono da fuori, corrisponda all'immagine che hanno dentro. Guai se così non fosse.
Questa ricerca costante li porta irrimediabilmente ad approdare all'arte. Che sia


Dio vide tutto quello che aveva fatto e allora creò l’umorismo ebraico
di Elena Loewenthal
Tutto cominciò con una sghignazzata. Breve, sommessa, con una mano che dobbiamo immaginare avvizzita e costellata di macchie scure di vecchiaia davanti alla bocca, nel vano tentativo di passare sotto silenzio quello sfogo di ilarità. Quando infatti, tramite dei viandanti per il deserto che nella realtà del testo sacro sono angeli, l’Altissimo annuncia al patriarca Abramo che sta per dargli un figlio con Sara, che intende cioè aprirle finalmente l’utero tristemente occluso, quella povera donna che in novant’anni suonati di vita ne aveva già viste tante di quelle tante, scoppia a ridere. «Ma figuriamoci!», «Questa è buona!», «Che scherzo di cattivo gusto», e tanto altro dice il sottotesto della prima risata di tutta la Bibbia, frutto della disillusione e dell’amarezza di una donna che non è riuscita a procreare sino a quel momento ed è ormai certa che non ci riuscirà mai più. Altissimo o non Altissimo. Di lì a nove mesi, nello stupore generale, Sara metterà al mondo Isacco, il cui nome in ebraico significa per l’appunto riderà. Dalla tenda di Abramo e Sara in poi, ridere è per i figli d’Israele una faccenda alquanto seria: «Metropolitana di New York. Un nero sta leggendo un giornale in yiddish. Qualcuno si ferma e gli domanda: - Lei è ebreo? -. Oy gevalt (tipica esclamazione di sconforto in yiddish) – risponde – mi ci manca solo quello». (continua)
in “La Stampa” del 9 febbraio 2019

Ci sono temi sui quali è obbligatorio prendere posizione. Come la tratta di persone. Non si può essere neutrali. Se non si è contrari, se non si fa qualcosa contro di essa, si sta contribuendo al fatto che questa tremenda ingiustizia continui ad esistere. Apri gli occhi alla realtà. Apri il tuo cuore alle vittime. “Anche se cerchiamo di ignorarlo, la schiavitù non è qualcosa di altri tempi. Di fronte a questa realtà tragica, nessuno può lavarsi le mani se non vuole essere, in qualche modo, complice di questo crimine contro l’umanità. Non possiamo ignorare che oggi esiste la schiavitù nel mondo, tanto o forse più di prima. Preghiamo per l’accoglienza generosa delle vittime della tratta delle persone, della prostituzione forzata e della violenza”.


“Sperare equivale a vivere: l’uomo, infatti, vive in quanto spera e la definizione del suo esistere è collegata alla definizione dell’ambito delle sue speranze”.
Carlo Maria Martini, Piccolo manuale della speranza. Vivere con fiducia il nostro tempo, 16

L’invenzione del biliardino? Una storia commovente: Alejandro Finisterre guardava i bambini mutilati durante la guerra civile e pensando tristemente che non avrebbero più potuto giocare a calcio…
Alejandro Finisterre nasce nella città di Finisterre – dalla quale prende il cognome – nella regione spagnola della Galizia nel 1919. All’età di 15 anni si sposta a Madrid per studiare. Per potersi pagare la scuola fa ogni tipo di lavoro. 
Pochi mesi dopo l’inizio della Guerra Civile spagnola (1936) rimarrà vittima di uno dei tanti bombardamenti che subì la capitale spagnola. Travolto dalle rovine dell’edificio nel quale si trovava, rimase ferito e venne trasferito in ospedale. Qui, insieme ai numerosi feriti provenienti dal fronte, erano presenti molti bambini colpiti nel corso dei bombardamenti. Molti avevano ferite gravi e, spesso, erano mutilati alle gambe. Alejandro penso che non avrebbero più potuto fare molte cose, come giocare a calcio. Fu allora che gli venne l’idea, prendendo spunto dal ping-pong: creare un gioco di calcio “da tavolo” che potesse essere usato facilmente anche da chi aveva subito gravi mutilazioni. Nacque così il biliardino.

“Svelaci, ti preghiamo, il segreto della tua linea. Innamoraci del tuo esprit de finesse. Preservaci da quelle cadute di stile che mettono così spesso a nudo la nostra volgarità. Donaci un ritaglio del tuo velo di sposa. E facci scoprire nello splendore della natura e dell’ arte i segni dell’ eleganza di Dio.

Santa Maria, donna elegante, liberaci da quello spirito rozzo che ci portiamo dentro, nonostante i vestiti raffinati che ci portiamo addosso, e che esplode tante volte in termini di violenza verbale nei confronti del prossimo.

Come siamo lontani dalla tua eleganza spirituale! Indossiamo abiti con la firma di Trussardi, ma i gesti del rapporto umano rimangono sgraziati. Ci spalmiamo la pelle con i profumi di Versace, ma il volto trasuda ambiguità. Ci mettiamo in bocca i più ricercati dentifrici, ma il linguaggio che ne esce è da trivio. Il vocabolario si è fatto greve. L’insulto è divenuto costume. Le buone creanze sono in ribasso. Anzi, se in certi spettacoli televisivi mancano gli ingredienti del turpiloquio, sembra che cali perfino l’indice di ascolto.”
don Tonino Bello


"Siamo tutti dei migranti, sin da quando il genere umano giunse in Europa 40.000 anni fa, provenendo dal continente africano, dove non soltanto ha avuto le sue origini, ma anche compiuto il suo processo di evoluzione per 100.000 anni. Anche la Bibbia si rivela non a caso una biblioteca infinita di storie di migranti scritte per un popolo migrante, il popolo di Dio, da Adamo fino a Gesù e agli apostoli. Adamo ed Eva devono lasciare la loro prima dimora, il Paradiso. Il resto del libro della Genesi pullula di episodi di fuga e di migrazione. Le grandi storie della Bibbia, come quelle di Giuseppe e i suoi fratelli e di Noemi e Rut, si sviluppano su palcoscenici stranieri. È mentre sono in fuga o in viaggio che Giacobbe, Elia e Giona incontrano Dio. In mezzo ai pericoli del viaggio Tobia sperimenta la protezione dell’angelo Raffaele. Nell’Esodo – mito fondatore ed ethos fondamentale – la fuga attraverso il mare dei Giunchi conduce, di fatto, alla nascita di un popolo. Quale enorme contrasto esiste tra la storia piena di speranza della liberazione dal mare dei Giunchi e

«In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace.
In nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera.
In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati che Dio ha comandato di soccorrere come un dovere richiesto a tutti gli uomini e in particolar modo a ogni uomo facoltoso e benestante.
In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna.
In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre.
In nome della» fratellanza umana «che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali.
In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini.
In nome della libertà, che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa.
In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede.
In nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra.
In nome di Dio e di tutto questo, Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». (continua a leggere:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/travels/2019/outside/documents/papa-francesco_20190204_documento-fratellanza-umana.html


Il nome sul giornale 
di Gianfranco Ravasi 
«C’è al mondo una cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé». Mordace come spesso gli accadeva, Oscar Wilde colpisce un inconfessato desiderio celato nel cuore, quello dell’essere in qualche modo conosciuti, evocati, citati. Ci sono persone che sprecano cifre notevoli per vedere stampato il loro nome sulla copertina di un libro, rassegnati poi a doverlo regalare perché nessuno si sogna di acquistarlo. Qualcuno è pronto persino a sopportare che si sparli di lui, purché se ne parli. 
E forse costui non esiterebbe a ripetere un’altra battuta dello scrittore inglese: «È davvero mostruoso che la gente vada in giro dicendo alle nostre spalle cose assolutamente vere»! Aveva ragione la grande e antica tradizione morale quando metteva in capo alla lista dei vizi capitali la superbia in tutta la gamma delle sue sindromi. Raccontava un edicolante di paese che un uomo veniva tutti i giorni a vedere se il suo nome appariva in qualche giornale locale. Ma, l’unica volta in cui il suo nome campeggiava in un riquadro non si era presentato. Era l’annuncio funebre della sua morte.
in “Il Sole 24 Ore” del 3 febbraio 2019


«Io credo che non ci basti provare ogni tanto un poco di gioia, ma dobbiamo provare gioia nel vivere.
E accanto alla gioia penso anche alla bellezza. Ci fa bene, ci e` necessario assaporare un po’ di bellezza.
I monaci, i bambini e gli innamorati possono farci da maestri per capire cio` che conta davvero. E per dare una direzione alla nostra vita al centro della quale non ci sia la domanda “Chi sei?” ma “Che cosa lasci passare attraverso di te?”, nella speranza di essere strumenti di vita e di amore.
I monaci: ogni giorno dovremmo dedicare mezz’ora alla mente, magari leggere qualcosa, mezz’ora al corpo e almeno camminare, mezz’ora all’anima e starsene un po’ in silenzio e in ascolto. Se non riunifichi mente, corpo e anima ti perdi. Una disciplina interiore ci e` indispensabile.
I bambini: perché i bambini ascoltano con gli occhi, non con gli orecchi. Dobbiamo ricominciare a guardare le persone come fanno i bambini.
Infine gli innamorati: da innamorati si ascolta tutto, si ascoltano i pensieri, i sospiri, i vuoti. Si e` ricettivi su tutto».
don Luigi Verdi

Il consumo di cacao è in crescita... ma "si tratta di una crescita che implica un enorme costo ambientale. Ogni anno, infatti, migliaia di ettari di foreste, in parte protette, vengono dati alle fiamme o rasi al suolo per lasciare spazio alle fave di cacao".
https://valori.it/deforestazione-e-lavoro-minorile-il-volto-oscuro-del-cioccolato/

«Quello che mi fa capire se uno è passato attraverso il fuoco dell'amore divino non è il suo modo di parlare di Dio; è il suo modo di parlare delle cose terrene».
Simone Weil


«Il cristianesimo storico è gravato dalla volontà di potere, dal desiderio di convincere per mezzo della forza, alleandosi con lo Stato. Allora si pone la domanda: che ruolo sono chiamati a svolgere i cristiani nella società secolarizzata?
La Chiesa deve rinunciare al potere, senza tuttavia rinunciare ad essere lievito, un lievito che opera in tutti i settori della vita. Restando al di fuori di qualsiasi potere essa può vivere della luce, una luce a volte impercettibile, a volte più visibile a seconda dei tempi, dei paesi, delle possibilità offerte dalla storia.
Bisogna altresì rinunciare all’idea che possiamo agire sulla società dal di fuori: non ci resta che la possibilità di agire dall’interno, attraverso menti e cuori investiti dai raggi di questa luce, attraverso le nostre diverse iniziative. Il ruolo del cristiano non è quello di lottare contro la secolarizzazione, che di fatto si è già imposta, ma di renderla positiva, ossia di fare in modo che la Chiesa sia lievito e non forma di potere; come pure ha il ruolo di tener deste le domande ultime dell’essere, cui il secolarismo non dà alcuna risposta. Forse Dio si attende dai cristiani una spiritualità creativa, che diventi l’ossigeno dell’epoca, e cambi impercettibilmente la società.
Tutto questo è molto importante, perché oggi siamo stanchi di un cristianesimo che sia l’ideologia di un gruppo, una nazione, uno Stato. Siamo stanchi dell’inquisizione, di dover pensare alla nostra influenza o alla nostra importanza: infatti possiamo essere poveri e liberi! Oggi, forse per la prima volta nella storia, i cristiani tornano ad essere poveri e liberi. Ci si apre al piccolo, alla semplicità, all’ampiezza degli sguardi, si ritorna al fondamento. Questa letizia di scoprire l’essenziale, di vivere dell’essenziale nella Chiesa, nella libertà di una scelta personale, è la grande opportunità del nostro tempo».
Olivier Clément, Taizé, un senso alla vita (1997)


27 gennaio 2019 - Festa della Santa Famiglia - Giorno della Memoria

1. Dopo il canto di ingresso, prima del segno della croce iniziale
Se conoscessimo che dono grande è avere delle persone che ti riconoscono, sanno il tuo nome, ti vogliono bene, ti aspettano.
Se conoscessimo che dono grande è avere un tetto, un luogo in cui trovare protezione e calore.

2. Prima della lettura
Se conoscessimo che dono grande è avere delle persone che ci ascoltano e sapere che c’è qualcuno che dice a noi delle parole affettuose e importanti per noi.
Se conoscessimo che dono grande è avere la possibilità di esprimere il proprio parere, il proprio dolore, la propria cultura, la propria lingua.

3. Prima dello scambio della pace
Se conoscessimo che dono grande è avere attorno a noi delle persone che ci perdonano e avere un cuore capace di perdonare.
Se conoscessimo che dono grande è avere una società in pace e avere accanto degli operatori di pace.

4. Prima della presentazione dei doni
Se conoscessimo che dono grande è avere dei doni da condividere e avere la volontà di condividere.
Se conoscessimo i doni immensi delle persone che vivono vicino a noi e di coloro che vengono da ogni parte del mondo.

5. Dopo il canto del Santo
Se conoscessimo che dono grande è


«Quando questo orrore finirà (perché finirà) si faranno musei e nelle teche ci saranno scarpe, lettere, piccole foto tessera, ciocche di capelli, mucchi di vestiti lacerati.
E ci saranno classi di scuola (perché ci saranno) che si chiederanno come è stato possibile. 
E ci saranno superstiti che racconteranno se questo è un uomo. 
E ci saranno quelli che volteranno lo sguardo per la vergogna. 
E taceranno.
E diranno che avevano ubbidito agli ordini. 
E ci saranno coloro che hanno avuto il coraggio di disubbidire che torneranno ad alzare gli occhi. 
E ci saranno nipoti che chiederanno ai nonni da che parte stavano. 
E ci saranno nonni, pochi, che risponderanno con verità: "Stavo dalla parte dell'umanità". 
E ce ne saranno altri che abbasseranno gli occhi e non risponderanno».
Ilda Curti, 2019

«Arrivammo su uno proprio così. Saltai giù dal vagone senza guardare. Un salto alto, troppo alto per una bambina di quattro anni... Ogni tanto chiudo gli occhi e sono qui. Mi restano immagini 'spezzate'. La gente si cercava, si chiamava. Lo faceva a voce alta, quasi strillando. C’erano i cani che abbaiavano e i tedeschi con le divise di pelle...». Era il 4-4-44, il quattro aprile del 1944. Con Andra c’era la mamma e Tatiana, la sorellina due anni più grande. Laggiù nascosto dalla nebbia c’è un caseggiato di mattoncini. «Ci fecero spogliare. Ci tagliarono i capelli. Ci diedero tre vestitini. Poi ci scoprirono il braccio destro e ci tatuarono un numero. 76483... Quel giorno ci separarono dalla mamma. Quando la rividi, qualche settimana dopo, aveva già cambiato aspetto. Rapata. La faccia scavata. Mi faceva quasi paura». Andra torna alle 'sue' cinque cifre. Le ripete quasi meccanicamente: 76483. «Non ho mai pensato di toglierle. Di cancellarle. Di nasconderle. Quel numero fa parte di me. È mio. Ogni tanto lo tocco. È il segno che ce l’ho fatta...». 232mila bambini sono entrati ad Auschwitz Birkenau, ma solo cinquanta sono sopravvissuti.
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/la-lezione-di-auschwitz-oggi

Dal Rapporto Oxfam emerge che l’1% più ricco possiede metà della ricchezza aggregata netta totale del pianeta (il 47,2%), mentre 3,8 miliardi di persone, che corrispondono alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare sullo 0,4 per cento. Un divario che si riflette su tutti gli ambiti della vita - istruzione, salute - e può innescare una devastante spirale della violenza.
leggi: http://www.vita.it/it/article/2019/01/21/ricchi-sempre-piu-ricchi-poveri-sempre-piu-poveri/150396/

“Nell’occasione in cui celebriamo il dono dell’unità e della fraternità fra i cristiani, desideriamo spiegare a tutti che per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede. Ci addolora e ci sconcerta la superficiale e ripetitiva retorica con la quale ormai da mesi si affronta il tema delle migrazioni globali, perdendo di vista che dietro i flussi, gli sbarchi e le statistiche ci sono uomini, donne e bambini ai quali sono negati fondamentali diritti umani: nei paesi da cui scappano, così come nei Paesi in cui transitano, come in Libia, finiscono nei campi di detenzione dove si fatica a sopravvivere. Additarli come una minaccia al nostro benessere, definirli come potenziali criminali o approfittatori della nostra accoglienza tradisce la storia degli immigrati – anche italiani – che invece hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale di tanti paesi. Da qui il nostro appello perché – nello scontro politico - non si perda il senso del rispetto che si deve alle persone e alle loro storie di sofferenza”.
http://www.vita.it/it/article/2019/01/22/restiamoumani-lappello-di-cattolici-ed-evangelici/150414/


 

Sono 500 i migranti ospitati da Caritas lombarda nei suoi centri che probabilmente perderanno il diritto all’accoglienza per effetto del Decreto Sicurezza, ma che continueranno a essere accolti nelle strutture a spese della Chiesa. «Abbiamo deciso che anche chi non ha il diritto di rimanere verrà comunque accolto dalla Caritas a proprie spese – ha detto Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, nel corso di un convegno sul tema dei migranti organizzato in collaborazione con Città dell’Uomo -. È un modo per dichiarare la nostra contrarietà agli effetti del decreto Salvini». Questa linea, come ha spiegato il direttore, sarà tenuta da tutte le Caritas lombarde. «I migranti rimarranno nei centri a nostre spese», ha ribadito Gualzetti, che ha sottolineato come «il tema delle migrazioni è strutturale e non può essere fermato da un porto chiuso o da filo spinato. Ci stanno dicendo che l’immigrazione è difficile da gestire, quindi impossibile e bisogna chiudere – ha concluso -. Una soluzione che qualcuno sta proponendo anche in modo muscolare, e così arriviamo ad alcuni provvedimenti che creano discriminazioni».
https://www.chiesadimilano.it/news/attualita/gualzetti-rimarranno-nei-centri-a-nostre-spese-i-migranti-che-non-ne-avrebbero-piu-diritto-secondo-il-decreto-salvini-252753.html?fbclid=IwAR0nzFUQsoy-XCzVgf3Xi52R1N9idz7XMIHo9Z2JyqrC5K9IzsqR973vEQg


È ancora la casa il luogo della vita «vera» 
di Nunzio Galantino 
(...) A volte la realtà ci sembra troppo piccola e banale, altre volte troppo insignificante la vita di tutti i giorni: solite persone, soliti problemi, solite difficoltà. Eppure è proprio questo il «piccolo mondo che ci è affidato» del quale dobbiamo aver cura, in cui dobbiamo accendere un brivido di vita vera. 
Inutile e fuorviante cercare altrove: quella è la porta attraverso la quale dobbiamo far passare l’infinito con i suoi sogni e le sue speranze. Anche se a volte ci sembra difficile. 
Rendere sacri i piccoli luoghi che abitiamo non significa costruirci intorno altarini o cappelle votive. Renderli sacri vuol dire semplicemente scaldarli con una scintilla di amore e di passione vera. Questo ci è sempre possibile. Sempre e con chiunque. Soprattutto con chi ha pochi o nessun motivo per amare la vita. 
La casa è il luogo della vita “vera”. È il luogo del disordine o dell’ordine maniacale, il luogo dove si mettono a nudo i nostri bisogni: lì arrivano i giorni delle lacrime e tornano i figli prodighi, lì si racchiudono l’ansia e il desiderio delle nostre speranze. 
La nostra banale e monotona vita quotidiana, tormentata dalle preoccupazioni e inaridita dalla percezione dei nostri limiti, è alla continua e strenua ricerca di senso: eppure nel piccolo cerchio di mura della nostra casa, nei mille frammenti delle nostre giornate, nel groviglio delle nostre relazioni, è lì che si nasconde il senso pieno della nostra esistenza. 
Nel cuore della vita di tutti i giorni, proprio là dove l’uomo vive e spera e dove scorre il suo tempo, proprio là possiamo intuire una presenza di luce, e là ci sentiamo mendicanti. 
Ciò che cerchiamo non è distante come un paradiso vago e lontano, ma ci è accanto, abita in noi, è parte del nostro quotidiano (...). A volte la verità delle cose essenziali ci è tanto vicina da diventare per noi quasi invisibile, e ci sfugge. 
Un tempo Rilke scrisse: «Se la tua giornata ti sembra povera, non la accusare; accusa te stesso, che non sei abbastanza poeta da evocarne le ricchezze» (...). 
La tenerezza di Dio si intreccia nei fili della nostra trama quotidiana: il suo Regno si nasconde nel granello di senape, nel pizzico di lievito, nel minuscolo seme. Roba, insomma, di tutti i giorni. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 23 giugno 2018

«Dio è non solo un padre», ma anche «una madre che non smette mai di amare la sua creatura» anche se dentro ha «tante cose brutte» o è un «delinquente». Papa Francesco nella terza udienza generale del nuovo anno prosegue il ciclo di catechesi sul Padre Nostro e si sofferma sulla parola “Abbà, Padre”, «un’invocazione», ricorda il Pontefice, «nella quale si condensa tutta la novità del Vangelo» predicata da Gesù. Per questo, «il cristiano non considera più Dio come un tiranno da temere, non ne ha più paura ma sente fiorire nel suo cuore la fiducia in Lui: può parlare con il Creatore chiamandolo “Padre”. L’espressione è talmente importante per i cristiani che spesso si è conservata intatta nella sua forma originaria: “Abbà”».

Su questa parola Francesco ricorda come... (continua a leggere)

http://www.famigliacristiana.it/articolo/il-papa-dio-e-padre-e-madre-di-tutti-anche-dei-delinquenti.aspx?fbclid=IwAR0rr2oGTD89L99AQAvDVu4cIOg8IGftYW13ZBXVSx87NUw-qnAnI1vfiAY

Quanto siamo piccoli - coi nostri minuscoli dettagli - rispetto alla Grandezza di cui beneficiamo!



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«Potete odiare solo a distanza; potete amare e capire solo nella vicinanza e nell’intimità. Per trovare la compassione nel bel mezzo del dolore dovete avere familiarità col dolore. I veterani del Vietnam, come i soldati di tutte le guerre di ogni tempo, parlano del senso di distanza e indifferenza che coltivavano per riuscire a combattere. La psicologia dell’odio conta sulla trasformazione del nemico in qualcosa di subumano per sentirsi autorizzati e dIsposti a fargli del male. Non sempre vi accorgete di come, così facendo, rendete voi stessi subumani, del danno che fate al vostro stesso cuore. La psicologia della compassione conta sul fatto che vediate – partendo da voi stessi – ciò che è umano in tutti i vostri nemici. La persona che odiate o che vi ispira più risentimento è, dal principio alla fine, qualcuno che si sveglia al mattino col desiderio di essere al sicuro e libero dal dolore, qualcuno che trova beneficio in un contatto pieno d’amore, che ha gran voglia di tenerezza e comprensione. Solo quando vi vedete riflessi negli occhi e nel cuore dell’altro riuscite a capire che fare del male all’altro è farlo a se stessi. Come ha detto una volta Gandhi: “Dove ci sono odio e paura, noi smarriamo la via del nostro spirito"».
Christina Feldman, "Compassione. Ascoltare le grida del mondo"

«In tutte le cose, azioni e conversazioni, egli [Ignazio di Loyola] sperimentava e contemplava la presenza di Dio, e aveva una sensibilità raffinata per le realtà spirituali, essendo contemplativo nella sua stessa azione [simul in actione contemplativus]. Il suo modo preferito di esprimere questo era: bisogna trovare Dio in tutte le sue cose» (p. Gerolamo Nadal, uno dei primi compagni del Santo).

"Sono passati quasi sei anni da quando il vescovo di Bolzano-Bressanone, Ivo Muser, aveva indicato la possibilità che un giorno fossero anche laici, opportunamente preparati, a celebrare i funerali, in vista dell’insufficiente numero di sacerdoti disponibili. Dopo un attento percorso di discernimento - stimolato anche dal richiamo del Sinodo diocesano a curare le celebrazioni liturgiche col coinvolgimento dei laici - è partita a ottobre una formazione intensiva che porterà a maggio ad avere i primi funerali - senza Eucaristia, naturalmente - con celebrazioni della Parola guidate da laici" - prosegui la lettura:
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/il-funerale-lo-celebra-un-laico?fbclid=IwAR0E_2nuw39VG7ewXDhUzM_-fMLyNlnbRmTddpTy7gLoQXi61WLHVClHZVg


Il paradosso dell'arciere e il bersaglio della vita
di Mauro Berruto
« (...) La freccia, appena scoccata, inizia a dimenarsi come se fosse animata. La forza, applicata sulla sua parte posteriore (la cocca), fa letteralmente incurvare la freccia. La punta, appena effettuato il rilascio, si allontanerà dal bersaglio, andrà verso sinistra, ma ritornerà verso destra dopo pochi istanti, curvando ulteriormente e permettendo alla parte terminale, dove c'è l'impennatura, di aggirare la struttura dell'arco. Da lì in poi la freccia continuerà a puntare a sinistra, tornare a destra e così via, fino a quando si conficcherà sul bersaglio. Si chiama paradosso dell'arciere, un nome bellissimo. La freccia ci ricorda che al bersaglio ci si avvicina per scatti, momenti in cui apparentemente ci allontaniamo dall'obiettivo, altri in cui ci riallineiamo con ciò che desideriamo. Se non ci fosse la possibilità di andare fuori dalla traiettoria ideale, non ci sarebbero le condizioni per ritornarci, arrivando alla fine a colpire il centro del bersaglio. (...) 
Non è forse, il nostro, un adattamento continuo, un ricercare correzioni in una danza che ci fa allontanare, avvicinare, riallontanare, riavvicinare a quello che cerchiamo?» - continua a leggere: https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-paradosso-dell-arcieree-il-bersaglio-della-vita


«Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile».
Wayne W. Dyer


Persona. Il fascino di un termine ambiguo 
di Nunzio Galantino 
«Ho sempre bisogno/ di una nuova definizione/ e gli altri fanno lo stesso/ è una tacita convenzione./ Non ne posso più di recitare/ di fingere per darmi un tono/ io mi mostro senza pudore/ pur di essere quel che sono./ E se mi viene bene, se la parte mi funziona/ allora mi sembra di essere una persona./ Se un giorno noi cercassimo chi siamo veramente/ ho il sospetto che non troveremmo niente». 
Scorgo nei versi del cantautore Giorgio Gaber (Il comportamento) tutto il ricco dinamismo che accompagna la parola persona e la consapevolezza che di essa siamo chiamati ad avere. Ma in quelle stesse parole trovo anche tutto il deludente vuoto che si sperimenta quando la parola persona viene pronunziata o vissuta con superficialità. È così quando lasciamo ad altri decidere di noi, del nostro destino, dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni, dei nostri progetti. E quando, con troppa disinvoltura, indossiamo una maschera. 
Persona è senza dubbio uno dei termini più pronunziati, forse senza rendersi conto di quanto sia ambiguo, nel senso etimologico della parola. Quanto alla sua genesi, il termine persona non può contare su un unico e certo riferimento etimologico (...) e ambigua è anche la vasta gamma di significati legati al termine persona. (...) Penso che tutta questa ambiguità si spieghi per l’impossibilità di far coincidere tout court la persona con le sue manifestazioni particolari. La persona è mistero: «sta sul limite tra ciò che nell’uomo è manifestazione e insieme sottrazione di sé […]. Essa è costantemente in bilico tra il mettere in conto il suo carattere simbolico e la dimenticanza e l’occultamento di esso» (F. Chiereghin). (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 14 ottobre 2018