Ipocrisia.
di Nunzio Galantino 
Nel mondo ellenistico l’ipocrisia non è percepita come comportamento censurabile né l’ipocrita viene presentato come categoria morale. Cosa che invece avviene nell’Ebraismo e nel Nuovo Testamento. Il passaggio è dovuto a un vero e proprio ampliamento semantico della parola ipocrisia. A cominciare dal verbo greco dal quale essa deriva (ypokrìnomai), composto da ypò (sotto) e krìno, che rimanda ad atti propri dello spirito e dell’intelligenza: giudicare, discernere, spiegare. 
Ypokrìnomai è quindi originariamente un giudicare approfondito, che suppone capacità di “critica”, nel senso nobile della parola. Il passo ulteriore di quello che ho chiamato ampliamento semantico riguarda la parola ypokritès che, nella Grecia classica, è strettamente legata all’arte drammatica ed indica colui che ha la capacità di interpretare un personaggio. È l’attore. Nel passaggio dal greco al latino e successivamente alle lingue romanze – ed è il terzo passaggio - l’hypokritès, dall'essere colui che “recita una parte” in teatro, finisce per essere colui che finge e, quindi, inganna. L’hypokritès diviene così il simulatore. (...)
L’ipocrisia, atteggiamento tipico di chi finge virtù, sentimenti e buone qualità che non ha (...) con l’obiettivo di ingannare o conseguire benefici altrimenti non raggiungibili. Più realistico di Hazlitt appare quanto E. Goffman scrive in La vita quotidiana come rappresentazione, dove il sociologo canadese sostiene che il mondo è una grande rappresentazione teatrale. In essa, ognuno indossa una maschera e assume un ruolo, a seconda dei diversi contesti; ognuno crea un’immagine di sé da rappresentare, molto spesso differente da ciò che realmente sente e sa di sé. Nella convinzione che, nella grande rappresentazione che è il nostro mondo, bisogna fingere per ottenere dei vantaggi, o più semplicemente per permettere alla propria vita di scorrere in modo più agevole, senza scossoni e colpi di scena. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 18 agosto 2019 

"Trasmettere la fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida. Per essere preparati, bisogna fare proprie queste attitudini:

Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura di ciò che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili ad un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il coraggio di parlare di ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere che cosa è veramente vero da ciò che lo è soltanto in apparenza. Come dice San Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò che è vero; astieniti da ogni specie di male» (1 Ts 5:21-22).
Corri dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt. 16,25). Tutto deve essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.
Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di se stesso uno di loro.
Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci dice nel suo discorso sul pane della vita: «Perché il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv. 6,33).
Carlo Maria Martini, Avvenire il 27 luglio 2008

Il valore di una panchina; il valore di un luogo; il valore di tante storie!

https://www.facebook.com/umaniamilano/videos/2843327702350588/

«Amico lettore... anche tu vai in chiesa col tuo passo abituale, tranquillo, un po' legnoso, disposto ad assistere a una calma liturgia, ad ascoltare un sermone rassicurante? C'è gente che va a "fare Pasqua", o si reca abitualmente in chiesa, magari tutti i giorni, come si va a un funerale. Con una certa compostezza, compunzione, cercando di darsi un certo contegno, assumere una certa aria perbene, apparire cortese, garbata.
Non succede niente. Tutto in ordine, previsto, regolamentato. Nessuna sorpresa».
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 151

Una tenera tavola dell'iraniana Mahnaz Yazdani (si legge da destra a sinistra, come indica la freccina).

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento nazisti. Giovanni Paolo II ha detto che con il suo martirio egli ha riportato «la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo». E nell’omelia della Messa di canonizzazione spiegò: «Massimiliano non morì, ma “diede la vita... per il fratello”.V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore».
qui tutto l'articolo: http://www.famigliacristiana.it/articolo/san-massimiliano-kolbe-il-francescano-che-con-il-suo-martirio-rese-meno-disumano-auschwitz.aspx?fbclid=IwAR2AJufd5tNEgZehsa5sUcyel_IPsKKdVfrTlkJJTL_82JGW5XjRmGkOxwY

Riproponiamo un'intervista (pubblicata lo scorso settembre) a Don Tullio Proserpio. Il Cappellano dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano interviene sul libro dell'ex conduttrice delle Iene in cui parlava del proprio tumore come di un dono creando un grande e aspro dibattito. «Questa vicenda dimostra come la malattia sia un grande tema che tocca in profondo le persone».
http://www.vita.it/it/article/2018/09/25/nadia-toffa-e-il-mistero-delle-nostre-vite/149135/

Trasfigurazione. Invito ad andare oltre le apparenze 
di Nunzio Galantino 
(..) Sia il senso della trasfigurazione consegnatoci dal racconto evangelico, sia la derivazione etimologica della parola ce ne fanno scoprire una forte carica vitale. Nella parola latina "trans-figuratio", il prefisso "trans" indica un passaggio, il movimento di un “andare oltre” la figura o l’aspetto, coinvolgendo il soggetto e la sua storia. Così la trasfigurazione può portarci ad andare oltre una figura fissa, oltre le apparenze, spesso ingannevoli. “Andare oltre”, come fa ogni artista che abbia a che fare con le forme; o come fa ogni poeta e scrittore che fin dalle aule scolastiche ci colpiva con il suo linguaggio figurato, abituandoci a cogliere le sfumature delle emozioni: ad “andare oltre”, appunto, dischiudendoci orizzonti imprevisti. 
Può “andare oltre” solo chi si fida e si lascia portare dove forse da solo non immaginerebbe. La trasfigurazione sorprende come luce che illumina qualche situazione diventata, per lo meno, aggrovigliata. All’improvviso ci si rende conto che esiste un’alternativa; s’intravedono spiragli dove c’è notte, dolore, tragedie. La realtà resta la stessa, ma è posta sotto una luce diversa, che dischiude un futuro. Nel presente, tuttavia, per noi il passaggio di luce è una soglia sfuggente tra visibile e invisibile, dove transita una figura in movimento, non una forma cristallizzata (P. Florenskij). 
La discontinuità costituita dall’esperienza trasfigurante è inafferrabile. Per questo, non valgono i sinonimi usati per spiegarla. Se fosse trasformazione, sarebbe assai arduo riconoscere la stessa persona nel volto “diverso”, così da poter dire: «È ancora lui/lei». Se poi si trattasse di metamorfosi, dove il mutamento d’aspetto è totale, la cosa si rivelerebbe inquietante, al punto da esclamare: «Non è più lui/lei»: le metamorfosi rendono irriconoscibili e portano a fare un salto nel buio. (...) La luce della trasfigurazione può attraversare le ferite (D.M. Turoldo). Ma a patto di aver fiducia che proprio accogliere quella sofferenza è il sigillo della nostra libertà (G. Dossetti).
in “Il Sole 24 Ore” del 11 agosto 2019 

«Esistono forti flussi migratori all’interno dello stesso continente africano e, purtroppo, un numero considerevole di questi migranti ancora viene ridotto in schiavitù. Si fa fatica ad accettare che ci siano forme di schiavitù attuali che derivano da questa storia, eppure mi sento di affermare che sono in genealogica conseguenza. C’è continuità, non solo virtuale ma concreta, con la storia passata, poiché la contemporanea realtà delle forme di sfruttamento benché non riproduca le medesime condizioni e i medesimi contesti, è comunque il frutto di una mentalità che si è consolidata nei secoli».
leggi tutto l'articolo: http://www.osservatoreromano.va/it/news/recuperare-la-storia-dellafrica-comprendere-le-mod?fbclid=IwAR3LGSFIykgbYBmVGElqpIF1kuhITCDCtV5avXFV8jrbjD9PEsZOfDaS71E

LE PRIORITA'. Se annunciare bene il volto di Dio Papà è prioritario (lo fu per Gesù, lo è per noi); se ci siamo accorti che la traduzione "Non ci indurre in tentazione" non è la migliore, anzi; se abbiamo le possibilità tecniche di fare bene e presto (un adesivo, per esempio, da apporre sulla pagina del messale... perché dobbiamo aspettare (anni!) la pubblicazione di un libro, che - per quanto importante - è per sempre uno strumento (di carta) rispetto alla grandezza del "contenuto"?! Con questa azione, smentiamo ciò che diciamo con le parole! Noi già preghiamo con le parole "Non abbandonarci alla tentazione" nelle preghiere personali, nel rosario, nelle forme devozionali... ma non nella messa! Che paradosso! Ci rendiamo non-credibili!
don Chisciotte Mc
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/arriva-il-nuovo-padre-nostro?fbclid=IwAR0vfFDMa1e93YEIRgbCVBEWZRkshcy2td3dWlDOp5bEdixtd9w9yWWHsMs


Racconta Elie Wiesel: “Il saggio camminava per le vie di Sodoma e gridava la propria protesta per l’indifferenza, per la mancanza di scandalo  che gli uomini provavano nei confronti delle forme dell’umano patire e della malignità con la quale esse erano prodotte e incrementate.
Perfino un bambino si accorse dell’apparente sterilità di quel grido, vedendo quest’uomo tutto solo, gridando la propria protesta nei confronti dell’indifferenza e della malignità del vivere. E gli disse: Perché gridi in questo modo? Non vedi che nessuno ti ascolta? E il vecchio saggio rispose: Io non grido perché qualcuno mi ascolti, grido per impedirmi di ascoltare la voce di questa indifferenza e di venirne persuaso. Grido per restare in vita; grido per mantenere e conservare il senso di una giustizia che non si rassegna all’umano soffrire e alla malignità che l’accompagna. Per questo io grido: per me, prima ancora che per loro; perché chiunque desideri interrogarsi a proposito di ciò che è realmente giustizia, trovi non soltanto un senso possibile dell’umano vivere ma, nel senso di questo grido, il principio reale a partire dal quale la sconfitta dell’umano patire e della sua malignità incominciano”.

Discorsi d'odio? Possiamo fare qualcosa! 
Su Facebook e Twitter un contenuto su 10 è offensivo, discriminatorio o incita all'odio e alla violenza.
Migranti e rifugiati, minoranze religiose, donne, comunità lgbti, persone con disabilità o in stato di povertà: l'odio online non risparmia nessuno. Questo è quello ha evidenziato la ricerca di Amnesty International.  
Ma tutti possiamo contribuire a fermarlo, per passare dall'indignazione, all'azione!
Possiamo segnalare post e tweet per farli rimuovere, possiamo promuovere un dibattito civile e costruttivo, possiamo mostrare alle persone sotto attacco gli strumenti che hanno a disposizione per tutelarsi.
Insieme possiamo fare la differenza!
Amnesty International, insieme a moltissimi esperti del settore, ha prodotto la guida: “Hate speech: conoscerlo e contrastarlo”
Scopri come contrastare i discorsi d'odio!
Solo in tanti, insieme, possiamo costruire un mondo più giusto, per tutti!
Grazie per esserci.
Tina Marinari -  Amnesty International Italia

CLICCA QUI:
https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2019/05/13104653/HATE-SPEECH-CONOSCERLO-E-CONTRASTARLO_web-version.pdf

«Lei è Beba. Lei è una donna di Milano. È domenica mattina. Sono da poco passate le 11. Beba esce di casa con i due cani al guinzaglio. Si dirige verso il parco Forlanini, dalle parti dell’aeroporto di Linate. Il sole batte forte. Lei costeggia il fiume Lambro. C’è un uomo. È a terra. La faccia spiaccicata sul terreno. Non si muove. Beba corre. Gli è accanto. Ci sono altre persone. Passano. Camminano. Quasi lo sfiorano. Se ne fottono. Beba si abbassa. Lo tocca. Prova a girarlo. Non si muove. Pensa che sia morto. Il sangue le si gela nelle vene. Alza lo sguardo. Poco distante ci sono dei ragazzi, giocano a calcio. Gli anziani del quartiere passeggiano alla ricerca di un po’ di frescura. Una voce. Il tono è violento. Minaccioso. È rivolta a lei. Brutta stronza, lascialo lì. Beba ignora. I due cani stanno leccando il volto dell’uomo a terra. Lui dimostra 30 anni. È un uomo. Inizia a muoversi. Lento. È ubriaco. Ha bisogno d’aiuto. Beba cerca di spostarlo, intanto prende il telefono per chiamare i soccorsi. Nessuno la aiuta. Un’altra voce. Se osi chiamare l’ambulanza ti meniamo, maledetta troia, bisogna lasciarli morire questi immigrati di merda, ricordati che i soccorsi li paghiamo noi contribuenti, mica questi negri. Beba fa finta di non sentire. Una nuova voce. Lavati le mani che ti prendi le malattie. Nel gruppo di persone c’è una signora di circa 70 anni. Lei invoca la giustizia divina. Spera che dio ascolti le sue preghiere e affondi tutti i barconi. Beba è disgustata, ma rimane concentrata sull’uomo. Lo sposta. Lo sistema all’ombra. Ora cammina verso il gruppetto di persone. Tra loro ci sono anche due giovani addetti dell’Amsa, servizi per l’ambiente. Beba li affronta. Siete impazziti? Guardate che esiste l’omissione di soccorso. Beba è avvocato. Il suo nome è Beatrice Bordino. La reazione degli altri è rabbiosa. Beba ha paura. Arretra. Cerca due vigili. Spiega i fatti. Ottiene un’alzata di spalle. Torna a portare un po’ d’acqua all’uomo a terra. Un amico lo ha preso sotto braccio e lo sta trascinando via. Beba si siede sulla panchina. La faccia tra le mani. Piange».
4 agosto 2019


Nel 1990, da una distanza di circa 6 miliardi di km, il Voyager 1 prese questa immagine, in cui appare un puntino minuscolo, che misura appena 0,12 pixel. È un’immagine passata alla storia con il nome di Pale Blue Dot. Quel “pallido puntino blu” è la nostra Terra e il grande Carl Sagan, in una conferenza tenuta all’Università Cornell il 13 ottobre 1994, descrisse con le seguenti, intense parole i pensieri che quell’immagine gli suscitarono: 
«Noi riuscimmo a fare questa fotografia, e, se voi la guardate, vedete un puntino. Quello è qui. Quella è la nostra casa. Quello è noi. Su di esso, tutti quelli di cui siete venuti a sapere, ogni essere umano che ci sia mai stato, tutti hanno vissuto là. L’insieme di tutte le nostre gioie e sofferenze, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e allevatore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni giovane coppia innamorata, ogni bambino pieno di speranza, ogni madre e padre, ogni inventore ed esploratore, ogni moralista, ogni politico corrotto, ogni divo, ogni comandante supremo, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie sono vissuti là, su un granello di polvere sospeso in un raggio di Sole». 
«La Terra è un palcoscenico molto piccolo in un’enorme arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti i generali ed imperatori affinchè in gloria e trionfo loro potessero divenire i padroni momentanei di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine degli abitanti di un angolo del puntino sugli abitanti di un altro angolo appena distinguibile del puntino. Così frequenti i loro malintesi, così ansiosi sono di uccidersi l'un l'altro, così fervente il loro odio. La nostra presunzione, la nostra immaginata auto-importanza, la nostra illusione di avere una posizione privilegiata nell'Universo, sono sfidate da questo puntino di luce pallida». 
«Il nostro pianeta è una macchiolina solitaria avvolta nel grande buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è suggerimento d’aiuto che verrà da altrove a salvare noi da noi stessi. Si dice che l'astronomia insegni ad essere umili e io aggiungo che è un’esperienza che costruisce il carattere. Io penso che non c’è forse nessuna migliore dimostrazione della follia della presunzione umana che questa immagine da lontano del nostro piccolo mondo. Secondo me, essa sottolinea la nostra responsabilità di avere più gentilezza e compassione l'un con l'altro e di preservare e curare teneramente quel pallido puntino blu, l'unica casa che noi abbiamo mai conosciuto».


«La Chiesa non ha bisogno di teologie di corte. Né della corte di Giovanni Paolo II, né di quella di Benedetto XVI, né di quella di Francesco. Al teologo non si addice mai la logica della corte. Anzi, non c’è teologia alcuna finché la forma di vita è quella della corte. La teologia deve essere molto più rispettosa e molto più critica di una corte. Non deve né mormorare di nascosto, né compiacere ostentatamente. Per questo la teologia dell'XXXXX è irrimediabilmente tramontata. Non ha onorato la realtà, ma ha idealizzato le cose e le persone, le opere e i giorni. Per questo è diventata non una risorsa ma un problema».
Andrea Grillo, 2.08.2019
http://www.cittadellaeditrice.com/munera/avanzamento-ecclesiale-e-turbamenti-delle-teologie-di-corte-10-idee-sullistituto-giovanni-paolo-ii/?fbclid=IwAR3XWjmkVP7U2RpKxI7vDW7sSgLt0vy2BhDbSUyUn3638U9ZZ6r7rBoFTwQ

Anche la piccolina ha seguito l'esempio della mamma, fiorendo la stessa notte!

«(...) Da quando il legislatore, nel 2003, ha liberalizzato l’azzardo, tutto è cambiato: l’Italia si è trasformata in uno dei più grandi casinò a cielo aperto del mondo. L’effetto di questa scelta ha portato a un’escalation della dipendenza: la dimensione comunitaria che caratterizzava anche il gioco d’azzardo ha lasciato posto alla solitudine del giocatore, che davanti alla macchina inserisce direttamente denaro fresco e vive un «tempo ipnotico», incapace di percepire quanto spende.
In pochi anni la ragnatela della cultura dell’azzardo si è diffusa persino nei più piccoli e sperduti centri abitati in cui si trovano bar, sale scommesse e tabaccherie. Non ci riferiamo qui all’esperienza dell’azzardo che si svolge nelle case o nei circoli con regole certe e somme di denaro modiche, pena l’allontanamento del giocatore, ma a quella dinamica che induce a diventare giocatore solitario. Bastano un paio di dati per definire la proporzione del fenomeno: le slot machine disseminate sul territorio sono 366.399, una ogni 161 cittadini, mentre si vendono 3.600 «gratta e vinci» al minuto.
È il gioco legale che fa crescere l’illegalità, l’usura, il riciclaggio di denaro e l’estorsione, non il contrario».
http://www.vita.it/it/article/2019/08/02/la-grande-ragnatela-dellazzardo/152391/

«Don, ma perché non parli tu al microfono al CRE? Perché non gestisci tu la riunione animatori e intervieni solo su alcune questioni? Perché lasci che a volte facciano la preghiera gli altri e tu dai solo la benedizione?”. (...)
Sono domande che mi sono state rivolte durante i CRE, alle quali andrebbero aggiunte le molte domande che mi vengono rivolte durante tutte le attività che caratterizzano la vita parrocchiale dell’anno pastorale. La mia risposta, semplice ma non banale, è questa: “Perché sapete farlo, quindi potete farlo. E, forse, dovete farlo”».
http://www.santalessandro.org/2019/07/dal-prete-tuttofare-al-prete-compagno-di-viaggio/?fbclid=IwAR1DgmurgfoHU2TSlaADfhBocXBXIAtgKBlzj9d35cpl-Jep_HroT8lozVg


«Il cuore di un uomo è molto simile al mare, ha le sue tempeste, le sue maree e nelle sue profondità ha anche le sue perle».
Vincent van Gogh


«Non l'abbondanza del sapere sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente».
sant' Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali


Una volta sognai 
di Alda Merini
Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore,
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell'acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.

Una piccola storia raccontata dallo scrittore Eduardo Galeano nel suo Il libro degli abbracci. Vi si parla di un bambino, Diego, che viaggia verso sud con il padre per vedere per la prima volta il mare. Quando, dopo molto andare, arrivano alla spiaggia, il mare è là, davanti ai suoi occhi. Era un azzurro e un’immensità ininterrotta senza parole. E il figlio, stringendosi al padre, gli chiese sottovoce: «Aiutami a guardare!».

«Finalità del testo – spiega il direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della famiglia don Silvano Trincanato – è quello di indicare il modo concreto nella nostra Diocesi per corrispondere alla richiesta di Amoris laetitia di aiutare quanti sono in una seconda unione a iniziare un percorso di accompagnamento con la guida di preti e laici preparati, un itinerario di verità, da percorrere sotto la luce calda e amica della misericordia di Dio, sempre immeritata, incondizionata e gratuita».
Il discernimento non sarà esterno all’individuo, ad esempio «nella persona del vescovo o del prete», ma, spiega don Silvano Trincanato, «la coscienza stessa delle persone in nuova unione a cui si affiancano una o più persone, sotto la supervisione di un’equipe e la guida del vescovo». Non un’autocertificazione dunque, ma «un percorso spirituale molto esigente, che si basa sull’ascolto della Parola di Dio e il rapporto con la propria coscienza. Un passaggio non indifferente – sottolinea il direttore dell’Ufficio diocesano per la famiglia – che chiede grande correttezza e formazione, affinché la coscienza delle persone possa scegliere in verità, alla luce della Grazia».
Ogni percorso farà storia a sé, con modalità, tempi e contenuti diversi, “cuciti addosso” alle coppie in nuova unione, alla loro storia e alle loro esigenze particolari. «La scelta di un accompagnamento in equipe, grazie a un gruppo di laici e preti individuato dal vescovo – precisa don Silvano Trincanato – può sembrare macchinosa e poco attenta alla sensibilità delle persone in nuova unione. Essa sottolinea il valore dell’equipe per accompagnare in modo sapiente e non soggettivo, nonché la necessità di persone che conoscano la materia e abbiano competenza nello svolgere il ruolo di accompagnamento. Ciò non toglie che un prete o un laico significativo già coinvolto nell’accompagnamento della coppia venga inserito nell’equipe per quanto riguardo l’accompagnamento della coppia conosciuta».
https://www.difesapopolo.it/Diocesi/La-coscienza-e-la-comunita.-Nota-della-Diocesi-di-Padova-sulle-nuove-unioni-dopo-l-Amoris-Laetitia.-Tornare-in-comunita-ora-si-puo

Essere vecchi 
di José Tolentino Mendonça 
Un detto americano dice: 'La vecchiaia non è divertente'. È vero. Essere vecchi è dover ripartire da zero in qualsiasi momento, e farlo molte volte, costretti a reimparare cose basilari, che avevamo anche insegnato agli altri per tutta la vita. Cose semplici (e incredibilmente complesse) come camminare, organizzare i propri spazi, occuparsi del mangiare, uscire di casa, comunicare. Ci si sveglia un giorno, e niente di tutto questo è ovvio come lo era prima. Essere vecchi è fare quel che si faceva, ma molto più lentamente. Essere vecchi è avvertire più spesso la tentazione di rinunciare; e, al tempo stesso, avere l’inspiegabile ostinazione di ricominciare quando non sembrerebbe più possibile. 
Essere vecchi è mostrare, nel punto estremo della fragilità, di avere sette vite. Essere vecchi è accettare il presente, sentendo aggirarsi così vicina l’imprevedibilità, e saggiamente riderne. Essere vecchi è fare di più con meno: sapere di poter contare soltanto sulla forza di una mano o sul sostegno di una sola gamba, ma anche così insistere e continuare. Essere vecchi è capire il valore delle briciole, che sono sempre state il nostro grande nutrimento senza che ce ne rendessimo conto. 
Essere vecchi è combattere per reggere una conversazione con un quinto del vocabolario, ma con gli occhi che parlano cinquanta volte di più.
in “Avvenire” del 23 giugno 2019 


Per favore, non ditemi più che le nostre autorità mettono al primo posto il valore dei Consigli pastorali e la ministerialità laicale.
Ma... senza questo, quale rinnovamento possiamo sperare?!
don Chisciotte Mc, 8 luglio 2019

Ciao, Renato! Grazie per tutto l'aiuto in questi tre anni!


Anche stavolta, c'è chi fa la scimmia cieca, sorda e muta.
E invece c'è chi vede, sente e dice.
don Chisciotte Mc, 4.07.2019

Non sono né il primo né l'ultimo a dirlo... ma ci sono delle persone che aprono la bocca per dire la prima cosa che pensano (senza competenza né intelligenza) e poi ce ne sono altre che parlano con la testa e la conoscenza. Io ascolto queste ultime. Per esempio, tre giorni fa (non oggi!):
“L’arresto della Rackete – spiega il senatore Gregorio De Falco, ex M5S ora gruppo misto,  ad Adnkronos – è stato fatto per non essersi fermata all’alt impartito da una nave da guerra, ma la nave da guerra è altra cosa, è una nave militare che mostra i segni della nave militare e che è comandata da un ufficiale di Marina, cosa che non è il personale della Guardia di Finanza. Non ci sono gli estremi. La Sea Watch è un’ambulanza, non è tenuta a fermarsi, è un natante con a bordo un’emergenza. La nave militare avrebbe dovuto anzi scortarla a terra“.
Prosegue De Falco: “Sea Watch non avrebbe potuto andare in altri porti, il più vicino è Lampedusa e non aveva alcun titolo a chiedere ad altri, sebbene lo abbia fatto. Ha atteso tutto quello che poteva attendere finché non sono arrivati allo stremo; a quel punto il comandante ha detto basta ed è entrata per senso di responsabilità.
È perverso un ordinamento che metta un uomo, o una donna in questo caso, di fronte a un dramma di questo tipo. Quella nave aveva un’emergenza e aspettava da troppo. Fatti gli accertamenti da parte della Procura, dovrà tenersi conto del fatto che non ci sono gli estremi giuridici per tenere in stato di fermo la comandante. Dovrà essere liberata per civiltà giuridica e umana”.
Il comandante De Falco: “Carola Rackete non aveva alcun obbligo di fermarsi, deve essere liberata”
 29/06/2019
https://infodifesa.it/il-comandante-de-falco-carola-rackete-non-aveva-alcun-obbligo-di-fermarsi-deve-essere-liberata/

Immobili ecclesiastici: nuova frontiera per l’innovazione sociale
di Francesca Giani - 1 luglio 2019
Col calo della vocazioni sempre più spesso le proprietà della Chiesa rimangono sotto utilizzate o inutilizzate. Pur mantenendo, per norma canonica, il vincolo sociale. Come riqualificarli senza disperdere la vocazione per cui sono nati? Le non profit avrebbero la carta vincente...
In Italia nel 2016 sono stati chiusi 28 conventi ogni mese, per un totale di 335. Se tale andamento rimanesse costante nel 2046 si arriverebbe alla chiusura di tutti i conventi italiani. Sebbene non sia una predizione del futuro il dato rende evidente che si tratta di un fenomeno consistente. I fedeli, i preti e i consacrati della Chiesa Cattolica italiana stanno diminuendo con la conseguenza che alcuni immobili ecclesiastici risultano sotto utilizzati o inutilizzati. (...)
Oltre alla possibilità della vendita (ammessa ma scoraggiata dal CIC) e alla scelta inopportuna di lasciare inutilizzato un immobile (si ricorda in proposito sia la parabola dei talenti che vede apostrofare come malvagio il servo che non aveva usato il bene a lui conferito - Matteo 25,14-30 -, che l’evidenza che un immobile inutilizzato perde di valore procedendo inesorabilmente verso l’obsolescenza), per gli immobili ecclesiastici privi di uso è presente uno scenario di grande interesse: la valorizzazione immobiliare sociale. Questo è uno degli ambiti di lavoro della Fondazione Summa Humanitate che accompagna gli enti ecclesiastici nello studio di riusi volti al bene comune. La Fondazione cerca, seleziona, affianca nella progettazione partner del terzo settore che abbiano finalità prossime a quelle della proprietà. In termini ecclesiali si parla di dare continuità al carisma della proprietà. In relazione all’ambito immobiliare il tema è quello del riuso e della valorizzazione immobiliare sociale, ambito complesso che necessita di un approccio interdisciplinare (architettura, economia, diritto civile, diritto canonico, ecologica). Attraverso il riuso dell’immobile non si persegue il raggiungimento del massimo profitto, bensì la produzione di valore immateriale offerto dai servizi ospitati nell’immobile, che dovranno comunque avere un equilibrio economico a valere nel tempo. (continua: http://www.vita.it/it/article/2019/07/01/immobili-ecclesiastici-nuova-frontiera-per-linnovazione-sociale/152048/

Parrocchie senza preti, sfida per i laici 
di Sara Melchiori 
Uscire dalla logica del 'purtroppo', dal ripiegamento in se stessi e in una nostalgia del passato o in affannose ricerche di riorganizzazioni funzionali, e guardare al «nuovo che avanza » (i cui segnali si registrano da decenni), come kairòs di un cambiamento che ha il sapore della conversione permanente all’annuncio del Regno e all’essere popolo di Dio in cammino. (...) Per il prete significa tornare a incarnare il Vangelo nella vita quotidiana (...) e per il laico: recuperare la sua corresponsabilità nella vita comunitaria, in funzione del Battesimo. 
«Per le sfide di oggi – ha chiosato nelle conclusioni il vescovo Domenico Sigalini, presidente del Centro di orientamento pastorale – non occorre solo e soprattutto un prete, ma anche una comunità che veramente evangelizza». L’invito quindi a «lavorare per una forma di chiesa popolare, di parrocchia che si sente trasformata» indipendentemente dal numero dei preti, perché non è il loro numero che fa la Chiesa, «ma il popolo di Dio se, in comunione con il suo vescovo e i suoi preti, sa ridire il Vangelo alle giovani generazioni, sa confrontarsi con le nuove domande, accetta la sfida dell’ateo ribelle e dell’ateo praticante». Quindi superare le logiche difensive e conservative accogliendo l’invito forte che già 'urlò' Giovanni Paolo II: duc in altum, Chiesa prendi il largo! (...) Non si tratta allora di mera ingegneria pastorale (alias lavorare solo per accorpamento di parrocchie a fronte di calo di preti e di fedeli), ma di progettualità, non di tattica dell’emergenza ma di strategia evangelica verrebbe da semplificare: «non mettere un laico al posto del prete per clericalizzarlo; non soffocare nei laici la cura accogliente e generosa dei carismi che Dio ha dato loro per una Chiesa in uscita, riducendo il servizio a mestiere», ma gioco di squadra, sinodalità, apertura della Chiesa alla missione e sbilanciamento sulla vita delle persone. (...)
in “Avvenire” del 28 giugno 2019 

Conflitto. Non solo scontro, ma confronto 
di Nunzio Galantino 
(...) Vi sono conflitti che aprono la strada a soluzioni, talvolta impreviste. Prendiamo l’esempio dei conflitti sindacali, che possono trovare composizione nel quadro più generale del bene comune o di reciproci interessi. La possibilità che dei conflitti si risolvano in maniera positiva vale anche per quelli che toccano la sfera interiore e quella psicologica della persona. Si sa! Se non accompagnati, questi conflitti possono segnare in maniera lacerante gli equilibri personali. Riconoscere invece il conflitto e decidere, per quanto è possibile, di non fuggire da esso è, come afferma lo psicologo Gino Pagliarini, il primo passo verso la ricerca dell’armonia. Rimanere consapevolmente nella complessità e nella difficoltà della situazione conflittuale vuol dire pensare realisticamente che le situazioni di conflittualità che viviamo non sono mai così estreme e nettamente schematizzabili. E poi, «nel dialogo c’è il conflitto - afferma papa Francesco - non dobbiamo temerlo né ignorarlo, ma trasformarlo in un anello del collegamento». Sempre e comunque cioè il conflitto si colloca e ci colloca in un contesto relazionale. Relazione con l’altro da me e/o relazione con me stesso. Nel primo caso, l’incontro con l’altro – altro da me per storia, cultura, tradizioni e motivazioni, e non mio prolungamento - può contribuire a definire la mia identità e mi aiuta a percepire il mio come uno dei punti di vista possibili. Quanto, poi, ai conflitti che si consumano al nostro interno, sembrano essere proprio i più faticosi da sostenere. Soprattutto quando resta predominante la sensazione oppressiva di un muro che mi si para dinanzi: un vuoto esistenziale, amaro epilogo dell’incontro tra la realtà che vivo e quella che mi sembra capace di ridarmi vita. (...) L’etimologia della parola conflitto dà ragione dell’approccio semantico positivo fin qui seguito. Il De rerum natura fa derivare la parola conflitto dal latino conflictus e dal verbo confligere, composto di cum (con) e fligere. Sia in Lucrezio sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 16 giugno 2019

Come si deve distribuire la Comunione al calice?
di Silvano Sirboni, su "Famiglia Cristiana" 25.06.2019
Con la riforma del Vaticano II è stata ripristinata anche per i fedeli laici l’originaria possibilità di fare la Comunione al calice in quanto tale gesto manifesta meglio il riferimento all’Ultima cena del Signore (cfr. Messale n. 281). Le attuali norme prevedono che il fedele possa prendere il calice fra le sue mani e bere direttamente da esso (n. 286). Modalità che si è diffusa per lo più in gruppi ristretti, non certo per elitarismo ma per ovvie ragioni igieniche, così da evitare qualsiasi disagio da parte dei fedeli. Per questo è sempre possibile non usufruire del calice, anche se previsto nella celebrazione in atto. Per non privare gran parte dei fedeli della Comunione con i due segni eucaristici è prevista, ed è diventata la prassi più diffusa, la comunione per intinzione. Non per sminuire la dignità del fedele laico, ma semplicemente per evitare ogni possibile inconveniente, è previsto che sia il sacerdote a intingere il pane nel vino. Il calice può essere tenuto opportunamente da un altro ministro, anche laico (n. 287).

Ripensare se stessi nel mondo non in rapporti di subordinazione ma di comunione 
di p. Dalmazio Mongillo
«Oggi il criterio della gerarchia e della subordinazione è contestato a livelli sempre più ampi e con convinzione sempre più profonda, dall’attesa per rapporti di partecipazione e compromissione, ispirati dal riconoscimento della dignità e responsabilità di tutti, orientati a un consenso che si costruisce non in ordine a ciò che il capo decide ma alla comunione piena tra tutti coloro che concorrono a strutturare l’unità. Quest’aspirazione che non è più astratta, di pochi, tenta di sconvolgere l’assetto precedente e scatena forti resistenze al cambiamento. Viviamo in una situazione di conflitto nella quale non ci intendiamo più anche quando usiamo gli stessi termini; le parole si comprendono nella luce del vissuto di chi le dice».
in "Lotta come Amore", gennaio 1978

Un silenzio che non si può proprio chiedere (o imporre) a un sacerdote
di Marco Tarquinio
«Credo fermamente che nessuno possa immaginare di impedire a un uomo di Dio di spiegare il Vangelo, soprattutto quando esso viene male interpretato e presentato, soprattutto in tempi nei quali si cerca di ingenerare confusione e di alimentare divisioni nelle stesse comunità cristiane. Storie antiche come il mondo e come la Chiesa... Questo è sempre avvenuto e, purtroppo, avviene ancora (...). Ci sono tanti sacerdoti – come lei sa meglio di me – ma anche semplici (e ben accompagnati) fedeli che non si adeguano al silenzio o all’allineamento imposti, soprattutto quando sono chiaramente stravolgenti dello sguardo cristiano sulla vita delle persone e del mondo. Per un cristiano, per un cattolico, e tanto più per chi ha fatto la scelta di consacrare la propria vita a Dio, la fedeltà alla Parola che è Cristo è semplicemente... non negoziabile. (...)». 
"Avvenire", 22.06.2019
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-silenzio-che-non-si-puo-proprio-chiedere-o-imporre-a-sacerdote?fbclid=IwAR1wqp96DRuJAo9ir9vogLDbh7lc0uxS0vFh8pJv3qKZ_HObKr1DS_xkZGc

"Da ieri al via la 69.a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale. Al centro dei lavori anche il nuovo ruolo di laici e sacerdoti. Mons. Sigalini: accorpamento parrocchiale segno di una chiesa in uscita. Ai laici maggiori responsabilità ma non diventino ‘mezzi preti’
Federico Piana, 24 giugno 2019
Può esistere una parrocchia senza preti? Alla domanda, provocatoria, cercherà di rispondere la 69.a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale organizzata a Torreglia, in provincia di Padova, da domani e fino al prossimo 27 giugno. Il titolo dell’incontro, organizzato dal Centro di Orientamento Pastorale (Cop), è: "Parrocchie senza preti. Dalla crisi delle vocazioni alla rinnovata ministerialità laicale" e nasce da un osservazione oggettiva della realtà: in Italia i sacerdoti sono sempre meno mentre crescono le comunità parrocchiali ‘orfane’ di presbiteri.
Uno sguardo positivo
A scanso di equivoci, don Antonio Mastantuono, vicedirettore della rivista ‘Orientamenti Pastorali’, ci tiene a mettere in evidenza una realtà che non può essere in nessun modo modificata: “Il titolo del nostro incontro è certamente ad effetto. In realtà, non può esserci una comunità cristiana che non si raduni attorno all’eucaristia. Una comunità cristiana, però, si fonda sull’eucaristia, sulla parola e sulla carità. Le tre cose vanno insieme. E anche se dovesse calare il numero delle celebrazioni eucaristiche per mancanza di parroci la comunità cristiana non cesserebbe d’esistere”.
Accorpamento parrocchiale, segno di una Chiesa missionaria
Cosa fare? Quali rimedi mettere in campo per contrastare

«Cortesia è anzitutto l'atteggiamento di Dio verso l'uomo, il modo con cui il Signore si comporta nei nostri riguardi (...). Dio tratta bene anche chi lo tratta male, e questo suo atteggiamento è la radice di ogni benevolenza e cortesia umane. (...) La cortesia è il dono di saper mettere ciascuno a proprio agio, anche chi è in imbarazzo. (...) Maria saluta la cugina Elisabetta mettendola a suo agio ed Elisabetta si scioglie. (...) E' l'arte di accogliere, di icnontrare l'altro facendogli sentire che è benvoluto, atteso, amato».
Carlo Maria Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 48-50


«La parola "mitezza" è alta. Sta pure nel “Discorso della Montagna”. Ma oggi per me è una parola conflittuale, e in fondo lo è anche nel Vangelo. La mitezza mi pare del tutto estranea al mondo che ho di fronte. Il simbolo incarnato di questo mondo è la violenza. In tre quarti della fiction che vedo, la pistola è il principale mezzo di comunicazione con l’altro. È l’ideologia di questo mondo: è la forza, l’osanna per chi vince. Essere “miti” significa essere in discordia profonda con questo mondo: e dunque domanda una radicalità, non un contemperamento e una moderazione. Non una “normalità”, ma un sentirsi acutamente anormali rispetto a questo ordine così violento e selvaggio, in cui impera la supremazia onnivora del profitto».
Pietro Ingrao, citato in Carlo Maria Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 54


L'ostinata cura della Trinità divina
di Sergio Di Benedetto - 16 giugno 2019
(...) Ogni Persona della Trinità, infatti, agisce. Gesù «dice»: Egli è il Verbo del Padre, e dunque si fa parola per i discepoli; parola che annuncia, che apre sentieri (...) Poi ci sono le azioni dello Spirito: «verrà», «guiderà», «avrà udito», «annunzierà», «prenderà». Sono verbi al futuro (...) Non c'è vita che non possa essere ascoltata dallo Spirito. E infine il Padre: egli «possiede», cioè esercita un potere, che è potere di appartenenza. (...) L'uomo è oggetto della sua predilezione.
La Trinità è una misteriosa unione di persone in azione che hanno cura dell'uomo, hanno cura di me e di te, hanno cura della vita e del mondo. E questa cura, ci dimostra il Vangelo, è cura ostinata, fedele, feconda.
Noi siamo oggetto di cura da parte della Trinità: noi con le nostre miserie, i nostri nodi, le nostre ferite, ma anche le nostre gioie, le nostre qualità, le nostre speranze.
Dio non cancella una parte di noi: Egli si china su tutta la nostra esistenza. (...) Non importa se non portiamo frutto, non importa se siamo sempre sospesi tra «il mare sterminato» che si apre sotto e la montagna che ci sta sopra, non importa se possiamo cadere, mettendo il piede nel vuoto: il nostro Dio, Padre, Figlio e Spirito, è un Dio fedele e ostinato. Continuerà a portare acqua, continuerà ad attendere che quel terreno diventi meno arido, più fecondo, più accogliente. La pazienza di Dio è la nostra speranza. (...)
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3415

"La gioia è un segno chiarissimo della presenza dello Spirito Santo. Se vogliamo capire dove lo Spirito sta operando, sta agendo in una comunità, in una persona, in una decisione, dobbiamo verificare la presenza o l'assenza della gioia. (...) Se c'è gioia, possiamo pensare che lo Spirito Santo c'è.
La gioia è il fine di tutto ciò che Gesù ha detto.
La giovialità è la capacità di rendere gli altri contenti".
Carlo Maria Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 64-65

"Cristo, facendosi uomo, assume tutta questa realtà simbolica, vivendola e realizzandola in modo insuperabile. Egli crea in sé una perfetta unione del divino e dell’umano e scorre, sovranamente libero, dall’uno all’altro. Egli vive nella sua umanità storica un’intima relazione trinitaria; ma congiunge anche il tempo e l’eterno, il cuore umano e il cuore divino. (...) Ciò vuol dire che Cristo è la pienezza della densità e dell’evento simbolici, e perciò, la suprema e unica mediazione simbolica (a livello storico, costitutivo e relazionale), tra il divino e l’umanità. (...) Così l’origine dei sacramenti-simboli, come l’insieme della salvezza e della santificazione offerte all’uomo, è tutto il Cristo, come persona e come vicenda-evento. (...) I singoli sacramenti non sono, e non possono essere altro, che caratterizzazione ed evidenziazione di singole ed ineliminabili dimensioni della totalità simbolica (natura ed evento) del Cristo".
G. Mazzanti, I sacramenti, 142-143


"Passando in mezzo a loro, si mise in cammino".
Lc 4,30

«La bontà è quindi la prerogativa di Colui che gode nel fare per primo il bene, nel suscitare solo e sempre bene attorno a sé. È, la bontà, una qualità creativa: «Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona...» (Gen 1,3-4). Dopo aver creato ogni cosa, il Signore ha detto: è cosa buona. La nostra bontà non è se non una partecipazione, nello Spirito santo, della caratteristica divina, e per questo è bella, creativa, affascinante, capace di suscitare una società nuova. E, ancora, la disposizione a promuovere il bene altrui come proprio; sono buono quando considero che il bene dell'altro è mio e perciò lo voglio volentieri, spontaneamente, con il cuore, senza bisogno di essere soggetto a un imperio, a un comando, a un esame. La bontà è insomma fonte sorgiva di azioni benefiche e salvifiche».
Carlo Maria Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 26

«Il cuore del Dio che si comunica è trinitario; la assoluta dimensione del divino è una costellazione trinitaria. Già da sempre la vita divina è la storia delle Tre persone che si comunicano completamente tra loro: si rivelano e si manifestano pienamente l’una all’altra, si donano e si accolgono pienamente tra loro. La vita divina si caratterizza per la perfetta reciprocità della comunione e della intesa delle Tre Persone: il segno autentico del divino viene allora a essere l’assoluta loro reciprocità, la completa loro in-tesa (si comprendono e si amano): le Tre persone si «com-prendono» perfettamente, come comprensione cognitiva e come comprensione amorosa. Gli antichi termini per esprimere questo dinamismo intratrinitario sono ancora validi: pericòresis, circum-in-cessio: le divine Persone stanno l’una dentro l’altra, l’una attorno all’altra, l’una tesa all’altra. E proprio qui sta la ragione ultima della possibilità e della realtà dell’alleanza di Dio con gli uomini. Il Dio trino, che già al suo interno è aperta relazione d’amore, si apre all’alleanza con l’uomo. Egli spalanca se stesso e la propria vita all’uomo; si manifesta a lui e gli dà accesso alla sua vita d’amore. La natura stessa di Dio è «apertura di alleanza», è disponibilità al dono totale; su questa «base», Dio si apre alla creazione dell’universo e dell’umanità facendo loro spazio».
Giorgio Mazzanti, I sacramenti, 112

Forse gli amanti della Chiesa sono come gli amanti della lingua
di Guido Mocellin

Scrive sul suo profilo Facebook Vera Gheno, la sociolinguista più cliccata dagli italiani: «Un amante della lingua ha un fremito di piacere per ogni parola scelta con cura, per ogni periodo costruito con attenzione; ma è anche positivamente incuriosito da un neologismo, da un forestierismo insolito, da un termine dialettale mai sentito prima, e perfino da tutto quello che devia dalla norma, perché racconta qualcosa della persona che l’ha pronunciato o scritto. Un amante della lingua è curioso, cerca di capire, consiglia, ma molto raramente condanna, perché sa quanto è varia, complessa, mutevole e delicata la conoscenza linguistica. Un grammarnazi odia, sputa sentenze, si arrocca su posizioni anacronistiche, rifiuta il cambiamento, pensa di dover lottare in difesa della purezza della lingua italiana. In poche parole, si fa venire la gastrite e le rughe. E tu, chi vuoi essere?». Ho pensato che potevo orientare la sua perorazione verso l’opinione pubblica ecclesiale digitale, discostandomene un poco nella parte finale (perché non voglio riferire a fratelli nella fede parole come 'nazi', 'odiare', ecc.; la stessa Gheno ne avverte il peso). Dunque, anche un amante della Chiesa ha un fremito di piacere per ogni liturgia celebrata con cura, per ogni catechesi costruita con attenzione; ma è anche positivamente incuriosito da un nuovo modo di annunciare il Vangelo, da un’inculturazione insolita, da un termine teologico mai sentito prima, e perfino da tutto quello che si allontana dalla norma, perché racconta qualcosa della persona e della comunità che l’ha pronunciato o scritto. Un amante della Chiesa è curioso, cerca di capire, consiglia, ma molto raramente condanna, perché sa quanto è varia, complessa, mutevole e delicata la conoscenza del Vangelo e della Tradizione. Ma c’è anche chi si arrocca su posizioni anacronistiche, rifiuta il cambiamento, pensa di dover lottare in difesa della purezza della Chiesa di sempre. In poche parole, si fa venire la gastrite e le rughe. E tu, chi vuoi essere?
in “Avvenire” del 14 giugno 2019

“Quanto è importante il valore di un'amicizia che ci capisca e aiuti a sbloccarci, che ci permetta di mettere fuori ciò che abbiamo dentro, di bello o forse di brutto. Purché sia espresso, purché sia detto!”.
Carlo Maria Martini, Itinerario di preghiera con l'evangelista Luca, 41

«Chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri. No. È giovane quando è sé stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno. È giovane quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte».
papa Francesco, "Christus vivit", 35

Gli sbagli su Dio 
di Raniero La Valle 
(...) Quello che è successo col “Pater Noster”, la preghiera forse più nota e più e più ripetuta, ma spesso in automatico, senza che se ne avvertano davvero le parole. Per gli scherzi che sono propri della lingua, per il mutare dei significati, per i tradimenti delle traduzioni da una lingua all’altra, era finito che il Padre venisse invocato, perfino nella Messa, come il Tentatore, come il Cerbero che “ci porta dentro”, “ci induce” nella tentazione; e data la sproporzione di forze tra Dio e il peccatore, con l’alta probabilità che a vincere in questo affacciarsi della tentazione fosse non il tentato, ma il Tentatore. 
Forse la gente non si accorgeva di quello che diceva; gli esegeti, gli esperti, i teologi, gli uomini del clero sapevano che non era così, e perciò tranquillamente reiteravano quel latino, e magari dicevano che nella parola di Dio c’è un mistero, c’è un enigma, che bisogna lasciare così, magico, incompreso o incomprensibile per il semplice fedele.
Ma nella immediatezza della comunicazione di oggi, che va al sodo in 40 battute, il significato è inequivocabile; e se uno passa in una chiesa e sente di un Dio tentatore, pensa a un padre che invece di darti un pane ti dà una pietra (al contrario di ciò che dice Matteo 7, 10), a un Dio che invece di salvarti, ti perde. 
Perciò papa Francesco ha chiesto ai vescovi italiani di tradurre meglio, come già avviene in altri Paesi, quel “ne nos inducas in tentationem”, perché non si perpetui e propaghi questo sbaglio su Dio.
Cos’altro di più importante dovrebbe fare un papa? Se non lo fa lui che ne ha il carisma, chi lo deve fare? (...)
in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 7 dicembre 2018

Gli sbagli su Dio 
di Raniero La Valle 
«Care amiche ed amici, se c’è una cosa che papa Francesco sta facendo da quando ha messo piede sul balcone di san Pietro per prendere in mano la Chiesa, è di dire ai fedeli e ai non fedeli, ai cristiani e ai seguaci di ogni altra religione, ai poveri e ai ricchi: state attenti, non vi sbagliate su Dio. Perché se vi sbagliate su Dio vi sbagliate sul mondo, sulla società, su voi stessi. Né è un rimedio non credere in Dio, perché c’è sempre un idolo pronto a fare le stesse funzioni di Lui. 
Quante tragedie, andando indietro nella storia – e anche oggi – si scopre che sono state provocate da una falsa cognizione di Dio? Gelosie, diseguaglianze, machismi, vendette, guerre sante, crociate, schiavitù, inquisizioni, genocidi, respingimenti, terrorismi, scomuniche, annegamenti, e sempre un Dio a giustificarli, un Dio geloso, maschilista, vendicatore, giudice, padrone, re della terra, signore degli eserciti, despota delle anime e dei corpi; e ci sono santi anche famosi che si potrebbero citare a supporto di molte errate rappresentazioni di Dio. 
Gesù è venuto a correggere questi sbagli, alcuni vecchi di secoli, a spiegare e svelare la vera figura di Dio, a “farne l’esegesi”, come dice l’evangelista Giovanni. E non a caso lui era esattamente l’opposto di queste cattive rappresentazioni del Padre, offrendosi lui, Figlio, come criterio di riconoscimento, facendosi umano, facendosi servo, per amore, soltanto per amore, fino alla morte e alla morte di croce. 
E se lui ha fatto questo, che cosa dovrebbe fare un papa che parla a nome di lui, e che cosa anche ogni semplice cristiano? 
Ma guai a chi toglie di mano al prepotente, al bugiardo, all’omicida, il Dio che gli serve. Senza l’accecamento del popolo, il tiranno è perduto. Per questo il papa è odiato da molti. (....) Non è vero che la Chiesa è polarizzata tra una falange che attacca il papa e una minoranza che mal lo difende, ma c’è un immenso popolo di fedeli, più numeroso ormai nel resto del mondo che in Europa e negli Stati Uniti, che con papa Francesco vive in perfetta pace le meraviglie di Dio, oggi annunciate in modo nuovo: come dicono gli Atti degli Apostoli, mentre “quelli di lingua greca” tentavano di uccidere Paolo, “la Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero”.
Non c’è dunque da prendere il lutto per la Chiesa né pensare che per difenderla non ci sia altro che pregare, smettendo di pensare alle riforme necessarie, all’aggiornamento (...) La vera difesa è ascoltare e seguire il papa in questo suo quotidiano annunzio di Dio, in questo suo togliergli di dosso maschere e travestimenti, in questo liberarlo – come diceva Turoldo - dal “carico di errate preghiere”». (...)
in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 7 dicembre 2018

Il cammino sinodale inizia dalle Chiese particolari e dai "luoghi" di esercizio di questa sinodalità 
di Dario Vitali 
Parlare di conversione missionaria per le Chiese locali, e soprattutto per le parrocchie, suona come un sogno, un'utopia. Quale capacità di trasmissione della fede potrà mai avere nella società attuale una comunità cristiana che comunità non è, ma un centro o un'agenzia che eroga servizi religiosi? Se molte — troppe — parrocchie non sembrano più capaci di offrire un'autentica esperienza cristiana, come si potrà chiedere che da questi ambienti salga una testimonianza di fede significativa, in grado di trasmettere la fede? 
I dubbi sulla capacità missionaria della parrocchia vanno di pari passo con i dubbi sulla sua (in)capacità a una pratica sinodale. La sinodalità, prima e più che l'organizzazione, tocca la natura della Chiesa. E rimanda a uno stile, a un modo di essere: «Camminare insieme», dice la formula syn odos; «Chiesa e Sinodo sono sinonimi», asseriva Giovanni Crisostomo, che papa Francesco ha citato per dire che «la Chiesa è costitutivamente sinodale». 
In un famoso discorso, in cui disegnava il volto sinodale

Tranquillità. Se la felicità diventa duratura 
di Nunzio Galantino
(...) Vi è chi fa derivare la parola tranquillità dal termine latino tranquillitas/atis, composto dal prefisso trans (oltre) e quies/etis (quiete). Questo etimo descrive la tranquillità come una serenità superlativa, da riconoscersi a stati d’animo davvero speciali. (...) E' importante sottolineare il valore del prefisso trans. Esso ci dice che la tranquillità è una conquista esigente. Non è un generico “non darsi pensiero”, magari prendendo le distanze dalla vita o vivendola con indifferenza e leggerezza. Per vivere tranquilli non sono sufficienti gli ameni sedativi che in abbondanza e al prezzo di un rotocalco vengono spesso somministrati. La condizione di tranquillità esige un’equilibrata disciplina delle passioni (Democrito) e il coinvolgimento di tutta la persona, chiamata a pensare in grande e a coltivare sogni. Tutto in un quadro di realismo e di disponibilità a investire interiormente e mentalmente molto e sul lungo termine. (...) La tranquillità è uno stato d’animo duraturo: non è di per sé una meta, è piuttosto un modo di camminare verso una meta. Questo fa sì che la persona tranquilla non si senta mai arrivata, senza essere però sopraffatta dall’ansia. È consapevole che «la felicità è come una farfalla: se l’insegui non riesci mai a prenderla, ma se ti metti tranquillo può anche posarsi su di te» (N. Hawthorne). (...)
in “Il sole 24 Ore” del 26 maggio 2019 

http://www.vita.it/it/article/2019/05/30/non-sono-problemi-nostri-il-video-virale-che-smonta-la-retorica-dei-po/151744/

“Non sono problemi nostri”: il video virale che smonta la retorica dei porti chiusi
di Lorenzo Maria Alvaro  30 maggio 2019
La clip è realizzata dal duo palermitano de I Sansoni e in pochi secondi, usando la metafora del condominio, riesce a chiarire il valore dell'accoglienza
Spesso in questi mesi di criminalizzazione nei confronti delle ong e del loro impegno nel salvare vite in mare si è fatto riferimento ad un problema di comunicazione.
Al fatto cioè che le organizzazioni non riescano ad uscire dalla contrapposizione imposta dalla retorica leghista e facciano fatica a trovare un linguaggio efficace da contrapporre a quello dello slogan, che ha coniato veri e propri tormentoni come “porti chiusi” o “prima gli italiani”.
Qualcuno però ha provato a cambiare le cose. I fratelli Fabrizio e Federico Sansone, in arte I Sansoni, sono videomaker e hanno in questi giorni lanciato in rete “Non sono problemi nostri”.
Una breve clip che con ironia e paradossi prova a ribaltare l'immaginario e far ragionare sul tema dei migranti.
Una signora scivola e cade a terra nel cortile interno di un palazzo. Due inquilini dello stesso appartamento si confrontano: uno vuole intervenire e aiutare la donna, l'altro vorrebbe che ci pensassero gli altri abitanti del condominio.
Fino al colpo di scena finale: la signora-migranti, si rivela anche ricca di talento e utile per l'economia dell'appartamento-Paese.
I due erano diventati celebri grazie ad un altro video, dedicato invece al razzismo.
A quanto pare una strada per immaginare una narrazione diversa della solidarietà è possibile.

Mendicanza - La verità è che siamo tutti mendicanti 
di Nunzio Galantino 
Dal verbo latino mendicare (elemosinare, supplicare), la parola mendicanza indica sia la condizione di bisogno materiale sia, sempre di più, la condizione dell’uomo che, consapevole di non poter bastare a se stesso, chiede aiuto. La mano tesa del mendicante è metafora dell’atteggiamento interiore di domanda, di ricerca e di curiosità dell’uomo che vive la condizione della mendicanza. 
La stessa condizione che, penso, Gesù invitasse a coltivare quando diceva: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9). Chiedere, cercare, bussare, sono le tre azioni della mendicanza, approdo dell’uomo che - consapevole che non si può sfuggire al proprio limite e alle varie forme di mancanza - passa dal grido stizzito a una infaticabile disponibilità al confronto e all’incontro, che sazino il suo bisogno. 
La mendicanza è una condizione vera, reale e dura da sentirsi addosso. Eppure essa corrisponde esattamente a ciò che siamo, specie nel nostro mondo occidentale: mendicanti. Ma non di ciò che ci serve per sopravvivere, ma di ciò che ci può far vivere. L’aver concesso troppo spazio a desideri inessenziali ed effimeri ha fatto perdere il contatto con ciò che serve davvero: la gioia di vivere e di stabilire relazioni, la bellezza di essere parte dell’esistenza e, per chi crede, la fiducia di essere figli di un Dio che ci vuole liberi e liberati. Questo è ciò di cui

Processo. Camminare in avanti per cambiare 
di Nunzio Galantino 
Processo deriva dal latino processus, participio del verbo procedere, che letteralmente vuol dire «camminare in avanti» o «derivare». Vicina al greco proodos, la parola processo col tempo ha assunto sempre di più il significato di modo di agire progressivo di un singolo o di una organizzazione che, in ambiti diversi e attraverso la propria cura, genera valore o raggiunge uno scopo. (...) Oltre a caratterizzarsi per il suo intrinseco dinamismo, qualsiasi processo richiede un preciso modo di intendere la realtà e di sentirsi in essa collocati. Si dà processo infatti solo per realtà o idee aperte al progresso e al cambiamento, con il coinvolgimento di persone disponibili a lasciarsi interrogare dagli eventi. Ma questo è possibile solo quando, a far “camminare in avanti” un progetto o un’idea, vi sono persone dotate di umiltà e di senso del proprio limite. Gli arroganti e i cinici non amano i processi che portano al progresso autentico. (...) Il processo autentico richiede invece partecipazione convinta, senza la pretesa che i frutti maturino come conseguenza immediata della propria partecipazione e del proprio impegno. Anzi, quanto più grande è l’idea o più impegnativo è il progetto nel quale ci si sente coinvolti, tanto più il distacco dall'esito di essi deve essere evidente. (...)
in “Il sole 24 Ore” del 5 maggio 2019

Sciatteria. L’arte di fare (e dire) le cose male 
di Nunzio Galantino 
Nel linguaggio comune, la parola sciatteria è poco frequente. È tanto presente invece nella prassi. (...) La sciatteria è la pratica o l’insieme dei gesti che rendono o fanno apparire inadatta una persona, un vestito, un linguaggio o un comportamento in genere. In questo caso, si ritiene sciatto tutto ciò che è trasandato, trascurato, negligente, insignificante, mediocre, squallido. 
La sciatteria, anche quella del linguaggio, scambiata spesso ed erroneamente per semplicità, può rispecchiare un vuoto o un malessere interiore. Ne era convinto G. Orwell quando affermava: «Poiché i nostri pensieri sono fatui, la lingua diventa sgradevole e sciatta, ma la trascuratezza della lingua favorisce a sua volta la tendenza ad avere fatui pensieri». Con più chiarezza, e sempre a proposito di linguaggio, Nanni Moretti afferma che «Chi parla male, pensa male e vive male!». 
Aggiungo che il parlare volgare, il liquidare l’interlocutore con un fare irridente, al limite del cinismo, è una forma grave di sciatteria; scorciatoia troppo facile, cui ricorre chi è a corto di argomentazioni forti e sostenibili. 
Sciatteria è non fare bene le cose, metterci negligenza, pigrizia e indifferenza, trascurare i dettagli, tanto... «fa lo stesso», oppure perché... «la sostanza è un’altra!». Niente fa mai lo stesso e la forma riveste, manifesta e comunica la sostanza di quello che siamo e di quello che ci portiamo dentro. 
Spesso sono proprio i dettagli a segnare la differenza. Questo è vero nelle relazioni e per la bellezza; ma è vero anche per l’eleganza, la gentilezza, la bontà e la stessa intelligenza. Vivere in maniera sciatta è come scrivere senza un ordine, disseminando parole a caso. Senza spazi e senza punteggiatura. 
Il contrario della sciatteria, tentazione senza tempo, non può essere l’inutile, arido e superficiale formalismo. Questo infatti è un modo diffuso per coprire agli occhi degli altri il vuoto interiore e la scarsa cura per tutto ciò che davvero conta. Ma, proprio perché all’esterno mostriamo ciò che siamo dentro, non si può ignorare che vi è anche una sciatteria che raggiunge livelli patologici e porta a costruire intorno a sé muri difficili da penetrare e da interpretare. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 19 maggio 2019


"Dio non è misericordioso ma anche giusto, come spesso viene detto, finendo di separare ciò che Dio ha unito in se stesso dall'eternità.
Secondo la testimonianza di Gesù il Figlio, Dio è pienamente giusto proprio poiché è incondizionatamente misericordioso.
Dal punto di vista umano, la giustizia è dare a ciascuno ciò che gli spetta per diritto. Analogicamente, dal punto di vista di Dio, la giustizia è dare ad ognuno ciò che gli spetta per grazia: ossia un amore senza condizioni e senza esclusioni, che lo fa essere e lo lascia essere degno di approvazione, di cura, di perdono, di vita buona.
Su questo punto, Martin Lutero aveva ragione da vendere: la giustizia di Dio non ci condanna, bensì ci giustifica, in quanto ci abilita a realizzare il giusto senso dell'affidamento e della dedizione.
Perciò non dobbiamo averne paura, ma riconoscenza, rispondendo liberamente all'Amore con l'amore".
Duilio Albarello, 190515


"Nella confusione trova la semplicità, nella discordia trova l’armonia, nel mezzo della difficoltà giace l’opportunità".
Albert Einstein

"Lo sconforto non tiene mai conto del firmamento".
Alda Merini

"Caro papa Francesco,
in realtà, sei colpevole!
Sei colpevole di essere un uomo e non essere un angelo!
Sei colpevole perché hai l'umiltà di accettare che hai torto e chiedi perdono. Chiedi perdono per te e per noi. E questo per molti è inaccettabile.
Sei colpevole perché 
Sei colpevole perché volevano che fossi un giudice e un canonista e sei un esempio e un testimone di misericordia.
Sei colpevole perché hai abbandonato la tradizione di vivere nei palazzi per scegliere di vivere come le persone.
Colpevole perché hai lasciato la sontuosità di San Pietro e scelto la povertà delle prigioni, degli orfanotrofi, dei manicomi e delle case di recupero.

Sei colpevole!
Hai smesso di baciare i piedi "profumati" delle eminenze e baci i piedi "sporchi" di detenuti, donne, pazienti, altre confessioni religiose, "diversi"!
Sei condannato perché hai aperto le porte ai "risposati" e perché di fronte a temi dolorosi e in sospeso rispondi semplicemente: "Chi sono io per giudicare?".
Sei condannato perché assumi la tua fragilità, chiedendo a noi di pregare per te, quando molti ti chiedono di essere dogmatico, intollerante e rubricista.

Papa Francesco è colpevole di tanti e tanti cosiddetti "infedeli", "scomunicati" e "impuri" che

"Padre dell’umanità, Signore della storia, guarda questo continente europeo al quale tu hai inviato tanti filosofi, legislatori e saggi, precursori della fede nel tuo Figlio morto e risorto.
Guarda questi popoli evangelizzati da Pietro e Paolo, dai profeti, dai monaci, dai santi; guarda queste regioni bagnate dal sangue dei martiri e toccate dalla voce dei Riformatori.
Guarda i popoli uniti da tanti legami ma anche divisi, nel tempo, dall’odio e dalla guerra.
Donaci di lavorare per una Europa dello Spirito fondata non soltanto sugli accordi economici, ma anche sui valori umani ed eterni.
Un'Europa capace di riconciliazioni etniche ed ecumeniche, pronta ad accogliere lo straniero, rispettosa di ogni dignità.
Donaci di assumere con fiducia il nostro dovere di suscitare e promuovere un’ intesa tra i popoli che assicuri, per tutti i continenti, la giustizia e il pane, la libertà e la pace".
Carlo Maria Martini, Ritorno a Gerusalemme, 186

...  cioé di tutti, per tutti, a favore di tutti.


Il paese resta senza “don”? Più responsabilità ai laici 
di Riccardo Maccioni 
(...) Il vescovo decise di trasferire don Angelo Ricci da San Martino a Sant’Anselmo. E che altro poteva fare dopo la morte di don Alfio, visto che di preti non ce n’erano?. I numeri oltretutto parlavano chiaro: la nuova parrocchia contava 3.900 anime, contro le 450, tra cui molti anziani, della comunità dov’era stato oltre vent’anni. Inizia in questo modo, dalla notizia di un distacco doloroso e digerito a fatica "Le campane di San Martino: il racconto" (Edizioni Itaca, 88 pagine, euro 10) con cui Maurizio Fileni, parroco a sua volta, descrive il calo delle vocazioni osservato con gli occhi di chi si vede, suo malgrado, “portar via” il prete. (...) Con don Angelo che se ne va, cambia tutto e per tutti, compresi Arnaldo de la Peperina, Spajiccia, Gni-Gno e Ni’ de Falaschi, che pure in chiesa non andavano mai. No, non può essere che la domenica non suonino più le campane, che la Messa delle 11.30 ci sia, se va bene, una volta al mese. Che fare, per vincere una sofferenza che «si tagliava a fette»? La soluzione più logica è lo sdoppiamento, o dimezzamento che dir si voglia, dei sacerdoti disponibili. Come il frate che, poveretto, è sempre di corsa e con la gente del posto si prende poco. O don Leo (che in realtà si chiamava Leonardo) il generosissimo parroco di Poggio San Paolo che ha da curare ben tre comunità e fa quel che può. Si tratta di cambiare rotta, di trovare un’alternativa alle lamentele, di adottare una nuova strategia. Rimedio che, come spesso succede, arriverà da solo. Capita infatti che, dopo qualche bonario bisticcio, le donne del paese decidano di recitare insieme il Rosario, che per quello «non c’è bisogno del prete». E di farlo in chiesa: i giorni feriali alle 16.30, la domenica alle 11.30 lo stesso orario di quando la Messa c’era tutte le domeniche. Ma si sa l’appetito vien mangiando, o meglio, un cuore aperto è più disponibile alla fantasia dello Spirito. Così poco per volta, alla recita del rosario viene fatto seguire, su consiglio di don Leo, la lettura di «un pezzettino di Parola di Dio», preso dai foglietti della Messa. Di lì a poco, una nuova svolta, grazie a Irene e Angelo, marito e moglie, 43 anni lei 47 lui, coppia senza figli dalla solida formazione religiosa, compreso qualche studio in teologia. In punta di piedi, mossi da sincero affetto e ammirazione per quella parrocchia che alle tempeste risponde rimboccandosi le mani e pregando, i due sposi diventano parte importante e per così dire “guida” di una comunità pronta a un ulteriore cambiamento. Una novità che non anticipiamo perché tutta da leggere... Nel segno comunque di un laicato maturo e rispettoso dei ruoli e delle gerarchie, che vuole bene alla Chiese e desidera farla crescere. Una “ricetta” che sembra aver recepito bene la lezione del Concilio là dove dice: «I laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore. Sia perciò loro aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze e le necessità dei tempi, anch’essi attivamente partecipino all’opera salvifica della Chiesa (Lumen gentium, 33).
in “Avvenire” del 17 dicembre 2017

Coreografie delle Sacre Scritture 
di Gianfranco Ravasi 
«Il mondo è una festa di nozze. Danzi la tua piccola danza e poi te ne torni a casa». L’intera esistenza terrena è vista come una danza da (...) Isaac Bashevis Singer, Nobel 1978 della letteratura. (...) Ora, la danza in tutte le culture e religioni è un simbolo che unisce «istinto e arte, preghiera e seduzione, gioco e pensiero, relazione e introspezione, comunicazione e meditazione. Danzare è estasi, rapimento, bellezza». Questa definizione di un atto, che fa abbracciare culto e cultura in un mirabile arabesco di passi, è posta in apertura a un delizioso e geniale libretto di Chiara Bertoglio ("Il Signore della danza. Passi tra culto e cultura") (...) Già nel libro biblico dei Proverbi la Sapienza divina è personificata nell’atto creativo come un ’amôn, forse una “fanciulla” o un “artista”, che sta danzando e divertendosi nell’“atelier” del mondo che sta sbocciando dalle sue mani. Ecco, infatti, la sua confessione innica: «Io ero come una fanciulla, ero la sua delizia ogni giorno, danzavo davanti a Lui in ogni istante, danzavo sul globo terrestre, la mia felicità era tra i figli dell’uomo» (8,30-31). Suggestivo questo “io” divino oggettivato all’esterno nella Sapienza creatrice che esprime tutta la bellezza, l’armonia e l’originalità del creato nei passi della sua danza cosmica. (...) Nelle Scritture Sacre inseguendo tutti i passi dei vari personaggi che si muovono nell'atto del ballo, a partire, ad esempio, dal re Davide che non teme l'ironia di sua moglie Mikal danzando freneticamente davanti all'arca del Signore nella processione inaugurale del suo regno nella nuova capitale Gerusalemme (2 Samuele 6,5-22). La liturgia biblica, infatti, comprende questo stesso atto con tutta la sua emozione e bellezza: «Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare... Lodate il Signore con danze», canta il Salmista, aggiungendo l’accompagnamento strumentale dell’orchestra del tempio (il Salmo 118,27 e il 150). Nella Bibbia si registra anche l’irrompere della coreografia eccitata davanti all’idolo del vitello d’oro (Esodo 32) o di quella isterica dei sacerdoti di Baal (1 Re 18). (...) Evocando i «grembi danzanti» di Elisabetta, incinta del Battista, e di Maria, madre di Gesù, secondo il Vangelo di Luca. Così come mette in scena quel Battista la cui tragica fine è segnata proprio dalla «danza macabra» della figlia di Erodiade e quel Gesù che si fermerà incuriosito ad ascoltare le recriminazioni di alcuni ragazzi che in piazza protestano perché i loro compagni non accettano di essere coinvolti in un giuoco: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato» (Matteo 11,17). (...) La danza quando è nobile, è un linguaggio non solo umano ma anche celeste, è atto storico e rito escatologico (...). Già agli inizi del IV secolo uno scrittore cristiano, Metodio di Olimpo, non esitava a mettere in bocca a una vergine santa queste parole: «Io danzo guidata da Cristo, danzo in cielo attorno a Colui il cui regno non ha inizio né fine». Dopo tutto, l’ascensione del Risorto al cielo può essere veramente concepita come un “salto in alto” verso l’infinito e l’eterno, come cantava un altro autore del IV secolo, Sinesio di Cirene: «Tu dispiegasti le ali, balzasti sulla volta azzurra del cielo per arrestarti fra le pure sfere intellettuali... mentre l’Etere, saggio padre dell’Armonia sorrideva e sulla sua lira a sette corde intonava la musica per un canto epinicio». (...) Aggiungiamo il ballo della Sulammita, la donna protagonista del biblico Cantico dei cantici (...): ascoltiamo il canto intonato da un doppio coro che interpella così la donna abbandonata all’ebbrezza della rotazione danzante: «Voltati, voltati, Sulammita, voltati, voltati, vogliamo ammirarti! Che cosa volete ammirare nella Sulammita durante la danza dei due campi (mahanajim)?» (7,1). A questo punto il compagno inizia uno stupendo ritratto della sua amata partendo proprio dal frenetico muoversi dei piedi e dei fianchi: «Come sono incantevoli i tuoi piedi nei sandali, o figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, capolavoro di mani d’artista!» (7,2). 
in “Il Sole 24 Ore” del 12 maggio 2019 

Teologia for dummies/2
Il riferimento alla vicenda di Gesù permette di rileggere radicalmente tutte le caratteristiche assegnate alla realtà divina da parte dell’immaginazione religiosa, in particolare l’onniscienza, l’onnipotenza e l’onnipresenza. 
Dunque, alla luce della testimonianza di Gesù, si può affermare che Dio è onnisciente non perché possiede un sapere neutrale a proposito della totalità, ma in quanto «sa tutto» ciò che l’amore esige affinché si compia la promessa di bene per l’uomo ed il suo mondo. 
Nello stesso tempo, Dio è onnipotente non perché dispone ogni cosa e il suo opposto in maniera arbitraria, ma in quanto «può tutto» ciò che l’amore richiede, al di là di ogni apparente smentita della sua promessa.
Dio è onnipresente non perché riempie fino alla saturazione ogni spazio della realtà creata impedendone l’autonomia, bensì perché è capace di una prossimità benefica, che supera qualunque lontananza e qualunque condizionamento. 
Giovanni, nella sua prima lettera, riassumerà tutto questo in tre parole folgoranti: «Dio è amore».
Duilio Albarello, 190506

La prima Passiflora del giardino

[Strofa]
Il tg parla solo di immigrati
Però in tv dove sono sti immigrati?
Dicon che qui se sei nero vivi gratis
Mi chiedono se è vero
Rispondo: "sì, magari" (magari)
Sta gente è convinta io venga giù dalle capanne
Che venda le canne
Rubo il lavoro a sti rapper perché loro lo fanno male
Salvini c'hai rotto le palle
Sono un fratello d’Italia
Attraverso il mare, cappello di paglia
Ho preso una laurea
Mentre guardi Temptation Island
I am ready to
Mettere il reddito in banca
Il mio non quello di cittadinanza (fanculo)
Con otto sacchi a Milano tu manco ci paghi una stanza

[Ritornello]
Sta gente si beve tutte le cazzate che vede alla tele
Ti prego togliete il wi-fi a sti vecchi in rete
L'ha letto su Lercio
E tua nonna ci crede

«Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro Ma c’è chi vorrebbe una Chiesa circondata da muri» 
intervista a Jean Vanier, a cura di Daniele Zappalà (ottobre 2018) (...)
Per lei la felicità è associata al cristianesimo? 
Sì e no. L’idea di amare è cristiana, sì. Ma per certi aspetti, si può ritrovare quest’idea anche altrove. 
Nel buddismo o in certi passaggi del Corano, ad esempio. Avevamo qui uno psichiatra che non esercitava più in ospedale perché amava giocare a pallavolo con i suoi pazienti. Per questo, certi suoi colleghi lo disprezzavano. È stato il nostro psichiatra per 31 anni. Era felice di vivere in una comunità in cui ognuno era rispettato, al di là del proprio handicap. Possiamo davvero dire di non aver mai visto un uomo tanto umano. Aveva un tale desiderio di ascolto che riusciva sempre a spingere tutti a parlare. Era felicissimo di vivere in una comunità cattolica, ma diceva di desiderare la fede e di non averla. Personalmente, lo trovavo più cristiano di tanti cristiani. Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro. Era quello che lui viveva. Ci sono cristiani che vorrebbero una Chiesa più chiusa, circondata di muri, ma il cristianesimo non è questo. Non è la paura dell’altro. È invece ciò che papa Francesco ci mostra, rivelandoci Gesù. Gesù e il cristianesimo sono l’apertura all'altro, verso ogni essere umano. S’impara così la saggezza che c’è in ogni essere umano. In Italia, mi piace oggi osservare l’esempio della Chiesa che è aperta verso chi migra, molto più dello Stato. 
La Chiesa sta imparando a coltivare più che in passato la cultura dell’incontro? 
Sì e no. Seguo con fervore il Papa. Lo ascolto, lo guardo. Il Papa mi ricorda Gesù, va incontro alle persone. Ma percepisco un doppio movimento. C’è pure una Chiesa che vuole ancora mantenere i propri muri, proprio mentre il Papa incontra tutti. Gesù promise ai poveri il Regno di Dio. Lo fece in mezzo a tante forze opposte (...). Ancor più che Giovanni Battista, Gesù disturbava molti nel Tempio. 
Certe comunità cristiane hanno conosciuto di recente delle derive anche gravi. Cosa dovrebbe essere una comunità? 
Non un luogo sicuro, ma una missione nella quale le persone si amano fra loro. In questo modo, una comunità è un luogo di liberazione. Quando si vive assieme, sorgono problemi, ma si può riconoscere che gli altri, nella comunità, hanno la stessa missione. Si impara quanto sia importante aver bisogno gli uni degli altri. La comunità è una scuola per imparare ad accettare l’altro e non per coltivare una visione personale. (...)».
in “Avvenire” dell'8 maggio 2019 

Distanza. Quando c’è, deve essere «giusta» 
di Nunzio Galantino 
Derivante dal participio presente (distante) del verbo latino dis-tare (stare lontano), la parola distanza assume significati diversi a seconda dell’ambito in cui essa viene utilizzata. Oltre infatti ad essere intesa come quantità di spazio fisico che intercorre tra due o più luoghi, cose o persone, la parola distanza può indicare il distacco affettivo tra persone, il disinteresse rispetto a un evento o a un progetto o l’intervallo di tempo più o meno lungo tra due o più eventi. (...) L’equilibrata gestione della distanza è la grande e decisiva sfida nel rapporto con gli altri; è l’elemento che fa la differenza, soprattutto nella vita di relazione intima. In una relazione intensa la distanza non può scomparire; va mantenuta nella misura adatta a tenere vivo il desiderio dell’incontro, il persistere di una leale complicità e la necessità di disporre di spazi inviolabili, fisici ma soprattutto interiori. La sfida insomma consiste nel tenere insieme distanza e vicinanza (...) Lo scrittore tedesco F. G. Jünger, per il quale «le distanze sono qualcosa di vivente, e una loro infrazione incide profondamente nella vita. Le distanze ci fanno capire che non finiamo dove l'epidermide stabilisce i confini del corpo». Con un’avvertenza: la “giusta distanza” con gli amici, con la famiglia, con il proprio partner o con i colleghi non coincide mai col non farsi coinvolgere bensì col vivere relazioni rispettose, e perciò feconde. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 12 maggio 2019 

"La vita comune può diventare una vera scuola in cui si cresce nell'amore; è la rivelazione della diversità, anche di quella che ci da fastidio e ci fa male; è la rivelazione delle ferite e delle tenebre che ci sono dentro di noi, della trave che c'è nei nostri occhi, della nostra capacità di giudicare e di rifiutare gli altri, delle difficoltà che abbiamo ad ascoltarli e ad accettarli. Queste difficoltà possono condurre a tenersi alla larga dalla comunità, a prendere le distanze da quelli che danno fastidio, a chiudersi in se stessi rifiutando la comunicazione ad accusare e a condannare gli altri; ma possono anche condurre a lavorare su se stessi per combattere i propri egoismi e il proprio bisogno di essere al centro di tutto, per imparare a meglio accogliere, comprendere e servire gli altri. Così la vita in comune diventa una scuola di amore e una fonte di guarigione. L'unione di una vera comunità viene dall'interno, dalla vita comune e dalla fiducia reciproca; non è imposta dall'esterno, dalla paura. Deriva dal fatto che ciascuno è rispettato e trova il suo posto: non c'è più rivalità. Unita da una forza spirituale, questa comunità è un punto di riferimento ed è aperta agli altri; non è elitista o gelosa del proprio potere. Desidera semplicemente svolgere la propria missione insieme ad altre comunità, per essere un fattore di pace in un mondo diviso".
Jean Vanier, Ogni uomo è una storia sacra

L’ombelico del mondo
di Massimo Gramellini, 8 maggio 2019
In principio Dio creò Dmitry Khlebushkin. Domenica scorsa, quest’uomo vaccinato contro l’altruismo si trovava sull’aereo russo in fiamme. I passeggeri delle ultime file spingevano nel tentativo di avvicinarsi agli scivoli, ma lui ostruiva il passaggio per recuperare lo zaino dall’apposita cappelliera. Chissà di quali segreti era depositario, quello zaino. Talmente importanti da giustificare la messa a repentaglio di svariate vite, compresa la sua.
Appena sceso a terra con tutto comodo (e con lo zaino), mentre sulla pista sfrecciavano le ambulanze, davanti ai microfoni della televisione il pensiero di Dmitry Khlebushkin è andato alla tragedia che più di ogni altra gli gravava sul cuore: il mancato rimborso del biglietto. Nessun dolore per l’umana sofferenza altrui era in grado di scalfire la sua tempra d’acciaio. Nessuna curiosità circa la sorte dei compagni di sventura e nessun sospetto di averne intralciato il salvataggio riuscivano a sfiorare la sua granitica convinzione di essere stato turlupinato dalla biglietteria dell’Aeroflot. Dmitry Khlebushkin è il pianeta intorno al quale girano il sole e le altre stelle, il commensale che considera capotavola il posto dove siede lui, l’uomo che per fare un selfie non ha bisogno di puntarsi il telefono addosso perché fotografa solo gli specchi. Non me la sento di biasimarlo oltre misura: in quegli specchi, come tutti, ogni tanto ci finisco anch’io.
https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_maggio_08/ombelico-mondo-a4251400-70f3-11e9-90e5-1aa1d5fb0bf8.shtml?fbclid=IwAR10aJTWqRMlMgwPcjlBZCuZLxNUbf-Q6INoPd-WoT8i0bwJvBNKovEDurw


"C'è in ognuno di noi una parte che è già luminosa, convertita. E poi c'è quella parte che è ancora tenebra. Una comunità non è fatta solo di convertiti. E' fatta di tutti quegli elementi che in noi hanno bisogno di essere trasformati, purificati, potati. E' fatta anche di non convertiti.
Nelle comunità cristiane Dio sembra compiacersi di chiamare insieme delle persone umanamente molto diverse. Non erano forse profondamente diversi tra loro i discepoli di Gesù? Non avrebbero mai camminato insieme se il Maestro non li avesse chiamati!
Non bisogna cercare la comunità ideale. Si tratta di amare quelli che Dio ci ha messo accanto oggi. Avremmo voluto forse delle persone diverse, più allegre o magari più intelligenti. Ma sono loro che Dio ci ha dato, che ha scelto per noi. E' con loro che dobbiamo creare l'unità e vivere l'alleanza".
Jean Vanier

«Ahmad, 10 anni, alla domanda "perché esistiamo?" risponde con un ragionamento in due mosse: 1) altrimenti nessuno avrebbe potuto conoscere l'universo; 2) sarebbe stato uno spreco di bellezza senza nessuno a guardare.
Volevo fuggire dalla classe per nascondere la meraviglia e la commozione quando ho ascoltato queste parole uscire dalla sua bocca.
Quelli come Ahmad sono dinamite pura! Ed è per quelli come lui che non dispero».
Mario Domina, 8 maggio 2019


"La comunità è il luogo del perdono.
Nonostante tutta la fiducia che possiamo avere gli uni negli altri, ci sono sempre parole che feriscono, atteggiamenti in cui ci si mette davanti agli altri, situazioni in cui le suscettibilità si urtano.
E' per questo che vivere insieme implica una certa croce, uno sforzo costante e un'accettazione che è un mutuo perdono d'ogni giorno.
San Paolo dice: "Voi dunque, eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenera compassione, di benevolenza, di umiltà, di dolcezza, di pazienza; sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri, se uno ha contro l'altro qualche motivo di lamentela; il Signore vi ha perdonato, fate lo stesso a vostra volta. E sopra ogni cosa sia la carità, che è il vincolo della perfezione. Con questo, la pace di Cristo regni nei vostri cuori: è questa la chiamata che vi ha riuniti in un medesimo corpo. Infine, vivete in azioni di grazie!".
Jean Vanier, La comunità luogo del perdono, luogo della gioia


"Quando stai bene, ascolti la musica.
Quando sei malato, nemmeno le note ti toccano".
don Chisciotte Mc, 28 marzo 2019

Ramadan Kariim, ovvero “Ramadan generoso”. Con questa espressione i credenti musulmani si scambiano vicendevolmente gli auguri auspicando che ciascun credente riceva, per l’astinenza praticata, i benefici spirituali promessi a chi adempie ai precetti con retta intenzione.
Ramadan Kariim è uno dei vari auguri e riti che gli adepti musulmani condividono nel Ramadan, il mese sacro dell’Islam che commemora la discesa della Rivelazione coranica al Profeta Maometto tramite l’arcangelo Gabriele. Durante il Ramadan, i musulmani si astengono dai vizi e dai rapporti sessuali dall’alba a tramonto per 30 giorni consecutivi.
Con Maha Yakoub, la professoressa di arabo di Yalla Italia, andiamo alla scoperta di altri riti e di come si augura buon Ramadan in arabo ad un conoscente musulmano.
http://www.vita.it/it/article/2012/07/19/maha-spiega-i-modi-di-dire-del-ramadan/120521/

Teologia for dummies/1
Spesso la realtà di Dio non corrisponde al modo con cui viene rappresentata, dai religiosi così come dagli atei.
Eppure, anche nella cultura secolare, proprio nel riferimento a Dio - accolto, negato o rifiutato - l’essere umano decide il senso del suo vivere e del suo morire.
Per questo la conversione più determinante non è quella «morale» - come si è soliti ritenere erroneamente - bensì è quella «teologale».
Dimmi come immagini Dio e ti dirò chi sei.
Duilio Albarello, 1 maggio 2019

All'udienza dello scorso primo maggio, il papa "ha più volte fatto presente l’incongruenza di una traduzione del Padre Nostro che sottintenda che sia Dio a tentare gli uomini e, su suo impulso, la Conferenza episcopale italiana ha stabilito una nuova versione.
Giunto alla penultima invocazione del Padre Nostro, «Non abbandonarci alla tentazione» o «non lasciare che cadiamo in tentazione», nel quadro di un ciclo di catechesi dedicato alla preghiera insegnata da Gesù, il Papa ha sottolineato, oggi, che «come è noto, l’espressione originale greca contenuta nei Vangeli è difficile da rendere in maniera esatta, e tutte le traduzioni moderne sono un po’ zoppicanti. Su un elemento però possiamo convergere in maniera unanime: comunque si comprenda il testo, dobbiamo escludere che sia Dio il protagonista delle tentazioni che incombono sul cammino dell’uomo. Come se Dio stesse in agguato per tendere insidie e tranelli ai suoi figli». 
«Un’interpretazione di questo genere - ha evidenziato Francesco - contrasta anzitutto con il testo stesso, ed è lontana dall’immagine di Dio che Gesù ci ha rivelato». 
https://www.lastampa.it/2019/05/01/vaticaninsider/dio-non-induce-in-tentazione-il-padre-non-tende-tranelli-ai-figli-GJlQcAfSQ3w0MREtaw6MkM/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook


"Questo è ciò di cui andiamo cercando le tracce, viandanti e mendicanti a mano aperta, in cerca di una scintilla di senso e di uno squarcio di luce. Quella che ti accompagna senza accecarti; che ti permette di non perderti senza dispensarti dal cercare e, dopo aver trovato, ti spinge a cercare ancora. (...)
obbliga a restare aderenti alla vita, a non chiudersi nei “recinti sacri”, ad abbandonare le false sicurezze, le inutili luci artificiali, e mettersi e restare in cammino".
Nunzio Galantino, 21.04.2019


"Che rumore fa un muro di gomma quando si rompe?!"
Radio Popolare, 9 aprile 2019

"Il lavoro non è solo fonte di reddito, ma è anzitutto luogo che, al pari della preghiera, contribuisce alla santificazione della persona. Gesù con forza insegna la coerenza tra parola e vita. Nel vivere bene il proprio lavoro si testimonia la fede anche senza pronunciare nessuna parola. Sono i gesti a narrare l’interiorità. La gentilezza al posto dell’arroganza; la capacità di ascoltare al posto della presunzione di chi pensa di sapere tutto; l’autorevolezza al posto dell’imporsi col principio d’autorità; il fare bene la mansione affidata al posto della furbizia di chi cerca sempre di fare il minimo sindacale: sono questi solo piccoli esempi di uno stile evangelico con cui svolgere il lavoro".
https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/preghiera-e-lavoro-un-binomio-possibile-267768.html?fbclid=IwAR3yMRCs_p-xu3HEe_gqX1SJB3BMCZfWN2t7YnSEY_MgnoWBLI8-yW3naUc

"Gli scienziati confermano: ci estingueremo un attimo dopo che l’ultima ape avrà cessato di volare.
È scientificamente dimostrato che le api passando di fiore in fiore portano la certezza della vita sempre un po’ più in là.
Un fiore, e una certezza di vita in più per tutti. Un altro fiore, un’altra manciata di esistenza garantita. 
Per una di quelle infauste azioni di cui noi umani siamo capaci, le api sono a rischio estinzione. Mancano i fiori, mancano le api, manca la vita. Mancheremo noi. Ma la catena funziona anche così: mancano le api, manca la vita, mancano i fiori. Mancheremo noi. 
Noi mancheremo per ultimi. Un sorta di condanna meritata perché, pur conoscendo a memoria che per fare tutto ‘ci vuole un fiore’, abbiamo pensato che fosse solo il ritornello di una canzone e non che invece il poeta avesse voluto dirci qualcosa.
Le api ci dicono che la vita non dipende, ma interdipende. 
Che una foresta che scompare è un problema planetario, che la plastica nei mari ci ritorna in tavola. Che possiamo creare l’intelligenza artificiale, ma ‘di fiore in fiore’ è l’azione che regge il sistema vivente.
La foresta amazzonica, come gli ulivi di Puglia, le piogge tropicali nel centro e nord Europa come la nebbia non più in Val Padana sono il segno di un clima e di un'economia che cambia. O di un'economia che ha cambiato il clima. Il rapporto, in natura, non è solo di causa effetto e non è mai immediato. Ci vuole tempo perché un fiore diventi tavolo. Ci vuole tempo e noi abbiamo poco tempo.
C’è una generazione over ‘anta’ che fatica a vedere e capire perché abituata a pensare e pensarsi in un tempo dell’ora et consuma: ‘prega che le cose cambino ma nel frattempo goditi tutto ciò che puoi, consuma e accumula’. C’è una generazioni di adolescenti che non ha ancora il diritto di voto ma che si è messa in marcia con Greta Thunberg per dirci che hanno il diritto, loro e la terra, gli alberi delle grandi foreste come l’Amazzonia o gli alberi di una regione del mediterraneo, a un futuro in cui respirare e nutrirsi.
La nostra generazione avrà inventato l’intelligenza artificiale e anche scoperto il cibo sintetico. Ma se mancano le api, mancheremo noi. Un attimo dopo che la Natura non ci sarà, non avremo nemmeno il tempo di capirlo in laboratorio. 
Perché non siamo sintetici e nemmeno artificiali. 
Siamo fatti di materia. Di acqua e di aria buona. 
E, come i fiori, ne abbiamo bisogno.
Ci salveranno le api. Se noi salveremo le api".

(Elvira Zaccagnino. @Madre - Il Mensile della Famiglia)

Mendicanza - La verità è che siamo tutti mendicanti 
di Nunzio Galantino 
Dal verbo latino mendicare (elemosinare, supplicare), la parola mendicanza indica sia la condizione di bisogno materiale sia, sempre di più, la condizione dell’uomo che, consapevole di non poter bastare a se stesso, chiede aiuto. La mano tesa del mendicante è metafora dell’atteggiamento interiore di domanda, di ricerca e di curiosità dell’uomo che vive la condizione della mendicanza. 
La stessa condizione che, penso, Gesù invitasse a coltivare quando diceva: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9). Chiedere, cercare, bussare, sono le tre azioni della mendicanza, approdo dell’uomo che - consapevole che non si può sfuggire al proprio limite e alle varie forme di mancanza - passa dal grido stizzito a una infaticabile disponibilità al confronto e all’incontro, che sazino il suo bisogno. 
La mendicanza è una condizione vera, reale e dura da sentirsi addosso. Eppure essa corrisponde esattamente a ciò che siamo, specie nel nostro mondo occidentale: mendicanti. Ma non di ciò che ci serve per sopravvivere, ma di ciò che ci può far vivere. L’aver concesso troppo spazio a

"Il 27 marzo scorso (ma si è saputo solo ora) nel parco Nord di Milano, un ragazzo di nemmeno 16 anni, affetto da una disabilità cognitiva, è stato preso a schiaffi, gettato a terra, fatto rotolare e poi preso a calci in faccia da un certo "Dome" di 20 anni. Pare lo abbia fatto solo perché l'altro, seduto su una panchina ad ascoltare musica, lo aveva guardato per un attimo.
Un umano incrocia lo sguardo di un altro umano, un volto di fronte a un altro volto, il gesto più naturale (e più bello) che ci possa capitare - e solo per questo gli viene frantumata la mandibola. Mentre gli altri sono stati a guardare, più o meno indifferenti.
Ora, questo Dome, che già aveva preso a botte un altro ragazzo perché straniero, e pure il fratello minore, è scoppiato a piangere di fronte ai carabinieri che lo arrestavano. Non so se il suo sia un pianto amaro e sincero, come quello dell'apostolo Pietro. Qualcuno, però, gli dovrà spiegare che quella cosa che lui ha fatto non è soltanto un reato - ma "il male", né più né meno. Aggredire un debole, indebolire l'altro, sfigurare il volto dell'altro - è il male.
Eppure io non ho molto altro da dire a questo ragazzo violento, io ho da pensare di più all'altro, al ragazzo fragile col viso tumefatto, a questo Cristo del 2019 messo in croce per uno sguardo. Le mie lacrime, la mia pena, il mio affetto vanno a questo mio fratello".
Mario Domina, 190418

Durante la notte di Pasqua, la comunità cattolica di Cambogia ha celebrato il battesimo di 294 persone: 154 nella capitale Phnom Penh, 80 a Battambang e 60 a Kampong Cham (capoluoghi delle omonime province). (continua a leggere:
http://www.asianews.it/notizie-it/La-piccola-Chiesa-cambogiana-annuncia:-294-battesimi-nella-notte-di-Pasqua-46788.html?fbclid=IwAR1YvwMUnPh49WzIvLLLnZt5HhISL-sOK3zhBVV44XaF-pfzJFEdZxAkwLY)

«Mi hanno sempre scorticato l'anima queste 39 frustate, una dopo l'altra, una sull'altra, una nel solco dell'altra, a significare il peso della sofferenza - e della ferocia - della condizione umana, concentrata sulle spalle di quest'uomo che si crede dio - o di questo dio che si crede uomo.
Non trattengo mai le lacrime di fronte al simbolo di immensa fragilità, e alla grandezza - forse inutile - di quel sacrificio.
Non ho nemmeno cominciato a fare i conti - da ateo radicale quale sono - con la figura di Gesù Cristo.
Ma temo li abbia fatti poco anche la civiltà che oggi si dice "cristiana" senza mai pensare all'abisso di significati che quella parola sottende».
Mario Domina, 20.04.2019