«Non c'è giorno che non mi chieda se val la pena essersi risvegliati (e dunque esser nati): scruto il cielo ansioso, in cerca di segni.
E non c'è notte, per quanto buia, che non venga trapuntata da una cazzo di stella: luce debolissima e tremolante, a smentire la nera insensatezza di quel cielo».
Mario Domina - 191019

«Dal Vaticano II abbiamo ricevuto in dono la collegialità»
di Paola Panzani
«Il Concilio Vaticano II è un enorme tesoro che ci è stato donato: uno scrigno colmo di doni tra cui il valore della collegialità. Lo hanno scoperto da subito i Padri conciliari perché non era affatto scontato che sapessero stare insieme, che imparassero un metodo di lavoro e che riuscissero a dare forma concreta alla loro collegialità. Non è un caso che uno dei frutti del Concilio siano stati proprio gli organismi di partecipazione: Consigli pastorali parrocchiali, diocesani, per gli affari economici.
Al numero 12 della Lumen gentium si dice: «Tutti i battezzati sono profeti, hanno uno spirito di profezia e tutti hanno il sensus fidei, cioè una capacità di penetrare il senso spirituale della Parola e di interpretare l’azione dello Spirito, i disegni di Dio all’interno della storia». In altre parole tutta la comunità è chiamata a costruire una fraternità evangelica e a farsi carico della fede degli altri, della fede dei fratelli anche attraverso questi strumenti di partecipazione.
L’esperienza dei Consigli pastorali rimanda, tuttavia, spesso a un’immagine in cui è evidente il divario tra ideale (tutti i battezzati sono corresponsabili e devono farsi carico della missione evangelizzatrice della Chiesa) e realtà spesso insoddisfacente e ben lontana dalle aspettative. Possiamo trovarne la causa di ciò in alcune idee errate che provo qui a sintetizzare.
La prima è legata alla presenza dei laici spesso individuati tra i più rappresentativi della comunità. In realtà nei Consigli dovrebbe essere presente la pluralità dei ministeri, delle condizioni di vita, delle sensibilità presenti in parrocchia. La diversità di carismi come ricchezza e attenzione a tutti. Li pensiamo, anche, come luoghi di rappresentatività dei vari gruppi, delle loro iniziative, dove ciascuno può presentare un po’ ciò che fa e magari pianificare, calendarizzare le proprie iniziative, ma dove finisce per soffocare la creatività dello Spirito. Altre volte sono colti come l’opportunità data ai laici «per parlare e dire la loro, ma poi, in fondo non cambia nulla». Infine, c’è l’eterna domanda che spesso si sente ripetere: questi Consigli soltanto consultivi a che servono?
Tutto ciò finisce per mortificare «l’azione del consigliare»: chi guida la comunità non può leggere la realtà da solo, ma ha bisogno del contributo di tutti per capire quali sono i cammini da proporre. Non gli è consentito, perciò, ignorare i consigli offerti da consiglieri aperti, maturi spiritualmente. Allo stesso tempo, tuttavia, chi consiglia non può immaginare di aver assolto il suo compito solo perché ha espresso un parere.
Non si tratta, infatti, di offrire il proprio punto di vista, una sensibilità ecclesiale o un gusto particolare rispetto ai problemi posti, quanto comunicare la sintesi di un attento lavoro di riflessione, studio, preghiera. Il consiglio buono non è mai improvvisato, frettoloso, imprudente o di parte. Nasce da una visione dei problemi pastorali nel loro valore più autentico e profondo, che è, sempre, un valore teologico, spirituale, pastorale. Perché compito dei consiglieri è prendersi cura della fede dei loro fratelli e, insieme, assicurarsi che tutti possano vivere l’incontro con il Signore Gesù.
Ciò significa riportare le attese, i desideri inespressi della comunità, far emergere i vuoti, le omissioni, i ritardi in questo compito di testimonianza. Suscitare una riflessione autentica su come dare slancio missionario alla comunità, perché si prenda a cuore non soltanto di chi già partecipa, ma anche dei battezzati che si sono allontanati, dei non credenti e quelli che magari sono sulla soglia e che vorrebbero ricominciare. Tutto ciò non è un fatto automatico, richiede un processo laborioso di maturazione delle persone e delle comunità.
Si tratta di mettersi in cammino insieme: laici e presbiteri per compiere per primi, quei passi di comunione che vorremmo che tutta la comunità facesse».
https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/dal-vaticano-ii-abbiamo-ricevuto-in-dono-la-collegialita-289372.html


« 2.2.2 La Chiesa dalle genti è una Chiesa dove non basta “fare per” ma dove diviene essenziale apprendere a “fare con”; non basta “fare” tante opere a favore dei migranti, quanto piuttosto imparare ad “essere” con loro, costruendo una nuova soggettività, frutto del riconoscimento reciproco e della stima vicendevole. La Chiesa si è sperimentata nella sua verità di fondo, popolo in cammino, desideroso di rinnovarsi per dire in forma credibile i significati elementari che danno senso e sapore al vivere: la bellezza di uscire da sé, l’importanza dell’incontro, la libertà di vivere il Vangelo, la gioia di aprirsi al dono, la responsabilità di portare i pesi delle fragilità proprie e altrui» (dal Documento finale del Sinodo "Chiesa dalle genti").


Nino Fezza fotoreporter, su Facebook

L’intolleranza in sala d’attesa 
di Concita De Gregorio e Maria Batticore 
«Eseguo annualmente controlli medici per una brutta, bruttissima, malattia avuta da ragazza. In principio erano controlli settimanali, poi per fortuna, con il tempo, si sono diradati sempre di più. L’ospedale è rimasto comunque la mia seconda casa, un luogo in cui mi sento a mio agio, in cui mi sento protetta. Nutro un profondo rispetto per i pazienti e gli accompagnatori nelle sale d’attesa degli ospedali; corridoi e stanze silenziose, sguardi schivi. 
Queste attese sono diverse dalle altre; rievocano velocemente demoni sopiti e dolori del passato che fanno a pugni con pensieri razionali, la fiducia nella ricerca o semplicemente la speranza. L’altro giorno ad aspettare eravamo in 5, tutte donne, il silenzio è rotto da una discussione dal tono un po’ alterato tra una signora con accento dell’est e l’operatrice all’accettazione. Sembra che la signora si fosse presentata ad una visita che però in precedenza aveva cancellato; questo secondo quanto diceva l’operatrice. Secondo la paziente, invece, la visita non era mai stata cancellata. La signora fa presente che non si sarebbe mai sognata di annullare l’appuntamento che le era stato dato, anche perché per essere presente aveva dovuto prendere una giornata di ferie dal lavoro. Mi colpisce da subito il tono un po’ aggressivo e accusatorio dell’operatrice all’accettazione, per intenderci: se si fosse rivolta a me in quel modo, avrei chiesto prima di tutto di moderare i toni. Ma la cosa che mi lascia davvero esterrefatta è che quando la signora viene invitata in un ufficetto per chiarire la questione, dal niente esplode in sala d’attesa un chiacchiericcio non solo ingiustificato, ma terrificante: "Vengono a casa nostra e pretendono di avere anche ragione!", dice una ad alta voce e un’altra ribatte : "E ci sono anche quelli che ce li vogliono!". E aggiunge la terza: "Che poi se ti rubano in casa non puoi neanche sparargli!". Sono rimasta in silenzio, scombussolata dalla valanga di considerazioni inopportune e terribili vomitate in pochi secondi, non ho voluto rispondere temendo di aizzare ancora più insofferenza, ma dopo me ne sono terribilmente vergognata. Eppure credevo che almeno nelle sale d’attesa degli ospedali vigesse una tacita solidarietà e che la cosa più importante, a prescindere da chi può aver commesso l’errore (può capitare davvero a chiunque), sia magari, trovare una rapida soluzione». 
Maria Batticore , 36 anni, napoletana trapiantata a Siena, due lauree, da tempo in cura
in “la Repubblica” del 6 ottobre 2019

Incompiutezza 
di José Tolentino Mendonça 
Credo che nella nostra vita si registra un momento di svolta quando guardiamo all’incompiutezza in un’altra maniera, non soltanto come a un indicatore o sintomo di mancanza, ma come a una condizione inderogabile del nostro essere. E così ci rendiamo capaci di vivervi assieme in pace. 
L’avventura di essere non è altro che abitare, in tensione creativa, la propria incompiutezza e quella del mondo. È vero che a tal fine dobbiamo imparare ad abbracciare il vocabolario della vulnerabilità. Ciò comporta un esercizio di distacco e di povertà interiore. Accettare di non conseguire tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Accettare che il punto cui siamo arrivati è ancora una versione provvisoria, una versione da rivedere, piena di imperfezioni. Accettare che ci mancano le forze, che c’è una freschezza di pensiero che non otteniamo meccanicamente con il solo insistere. 
Accettare, probabilmente, che domani dovremo ripartire da zero, e per l’ennesima volta. Ma questa riconciliazione con l’incompiutezza ci apre anche all’esperienza della reciprocità, forse come non l’avevamo ancora vissuta. La vita di ciascuno di noi non basta a se stessa: avremo sempre bisogno dello sguardo altrui, che è uno sguardo altro, che ci osserva da un’altra angolazione, con un’altra prospettiva e un’altra disposizione d’animo. Il senso della vita non si risolve individualmente. Il suo vero significato lo si raggiunge nell’incontro, nella condivisione e nel dono. 
in “Avvenire” dell'8 giugno 2019 

Grazie, Walter Kostner!

«Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli. E anche con occhi di missionari, perché l’amore che lo Spirito Santo ha posto in noi ci spinge all’annuncio di Gesù Cristo; un annuncio — lo sappiamo tutti — che non va confuso con il proselitismo. Noi cerchiamo di affrontare la realtà dell’Amazzonia con questo cuore pastorale, con occhi di discepoli e di missionari, perché quello che ci preme è l’annuncio del Signore. E inoltre ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità. E noi ci avviciniamo estranei a colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le specificità dei popoli. Le colonizzazioni ideologiche oggi sono molto diffuse. E ci avviciniamo senza ansia imprenditoriale di proporre loro programmi preconfezionati, di “disciplinare” i popoli amazzonici, di disciplinare la loro storia, la loro cultura; ossia quest’ansia di “addomesticare” i popoli originari. Quando la Chiesa si è dimenticata di questo, cioè di come deve avvicinarsi a un popolo, non si è inculturata; è arrivata addirittura a disprezzare certi popoli. E quanti fallimenti di cui oggi ci rammarichiamo».
papa Francesco, 7.10.2019

(...) "“Un'altra sera a Rogoredo. Quanto malessere in giro anche oggi... Qualcuno cercava riposo arrotolato in una coperta sulla banchina, tanti hanno chiesto ristoro al nostro punto di distribuzione viveri. Ma stasera c'era qualcosa di più. Al boschetto la roba non c’era. Un via vai infinito di persone in continua ricerca di qualsiasi indizio, voce, indicazione che potesse far trovare qualche pusher. Abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza per Alessio che in piena crisi di astinenza, mi ha chiesto disperatamente di farlo. E dopo di lui ne ha avuto bisogno anche un altro ragazzo... freddo, crampi allo stomaco e voglia di morire... Dobbiamo davvero preoccuparci se queste persone non vengono sostenute, accompagnate... prese in carico... È assurdo solo pensarlo ma... senza sostanze che succederà?”
Che succede senza le sostanze? "Pensate al gioco del biliardo. Con il primo tiro si spacca il triangolo di palle. Con le due retate della scorsa settimana abbiamo tirati una fucilata su Rogoredo creando un fenomeno di dispersione incontrollata ovunque. Un nuovo presidio delle droga, per esempio, l’abbiamo registrato nei pressi della stazione della metropolitana Porto di Mare.
I prezzi delle droga sono schizzati. Per l’eroina parliamo di 25 euro al grammo. Molto di più rispetto a prima, dove con due euro recuperavi una microdose. Il consumatore, il tossico, è solo l’ultimo anello della catena: non riesce a drogarsi, sta male, va in astinenza e sono necessari gli interventi ospedalieri. Le persone con questo tipo di vissuto, con questo dolore dentro, sentono di non farcela".
In che senso? "Sono rassegnati davanti all’assenza di sostanze e tanto è il dolore che chiedono di chiudere gli occhi per sempre. Sono persone che hanno perso tutto e se tu non gli riconosci neanche un briciolo di dignità, per loro il pensiero della morte, quello di “lasciarsi andare”, torna sempre più" prepotente. (continua) http://www.vita.it/it/interview/2019/10/08/boschetto-di-rogoredo-che-succede-se-resta-senza-droga/280/

«Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà». 
La polarizzazione dei sentimenti ha favorito nell’ultimo anno il consolidarsi e il rafforzarsi della cultura del dono, una cultura che va portata nelle scuole per radicarla nelle nuove generazioni. «Dobbiamo promuovere la cultura del dono per incrementare il tasso di fiducia sul futuro nel nostro Paese». 
Ma come può essere successo che, dopo un declino ultradecennale e che sembrava irreversibile, quest’anno il Rapporto ha registrato una seppur lieve inversione di tendenza nel numero delle persone che effettuano donazioni? Una risposta l’ha tentata Paolo Anselmi, vice presidente del centro di ricerca Gfk. «Nel 2005 arrivammo ad avere il 33% della popolazione italiana formata da donatori, con il picco registrato dopo lo tsunami del 2004. Si è scesi poi fino al 18% nel 2017, perdendo 6-7 milioni di donatori. Il fenomeno fu messo in relazione generalmente alla crisi economica. Ma cosa è accaduto nell’ultimo anno da riuscire a fermare il declino? Io propendo per l’ipotesi della polarizzazione culturale. Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà», ha detto Anselmi. 
«I donatori hanno una posizione positiva sul futuro. Inoltre un atteggiamento non ideologico è più orientato al fare e all’idea che anche il piccolo gesto è positivo. Le persone che donano sono più felici, dichiarano una maggiore soddisfazione nella propria vita». Quest’ultima considerazione è suffragata da alcuni dati statistici: «Nell’ultimo anno si è registrato un calo di 6 punti di coloro (che comunque restano maggioranza) che si dicono preoccupati del futuro, si è arrestato poi il declino della felicità, e ci sono alcuni segnali che vendono valori come l’amicizia e la cultura che tendono a risalire», ha aggiunto Anselmi. 
L’economista Leonardo Becchetti ha detto che «le persone che ricevono devono essere a loro volta soggetto di un dono: il dono è positivo se alimenta a sua volta la capacità di dare».
Valeria Reda, della Doxa, ha raccontato che dal 2015 aumentano le persone «che donano informalmente (come durante la Messa) e con donazioni disintermediate: 4 italiani su 6 hanno fatto nell’ultimo anno almeno una donazione informale».

http://www.vita.it/it/article/2019/10/03/aumenta-la-cultura-del-dono-in-italia-il-motivo-la-polarizzazione-dei-/152845/

"Un’altra questione è la carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana. Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (S. Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità".
Eucaristia in Amazzonia, nelle parole del card. Hummes

«Ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una “semplice amministrazione”. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un “stato permanente di missione”». Non temiamo di intraprendere, con fiducia in Dio e tanto coraggio, «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di uscita e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, “ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale”» (papa Francesco, 22.10.2017).

"Era il 3 ottobre di 6 anni fa quando 368 persone, in maggioranza provenienti dall’Eritrea, morirono a mezzo miglio dalla spiaggia dei Conigli. Il dolore e la memoria dell'isola di Lampedusa nel cuore dell’Europa sono ancora vivi. (...) Oggi 3 ottobre in 30 tra capitali e città europee si organizzano una serie di iniziative per sostenere la petizione che mira a chiedere alle istituzioni dell’Unione europea che ogni 3 Ottobre - giorno di una delle tragedie più penose avvenute nel Mediterraneo centrale nel 2013 - diventi la Giornata europea della Memoria e dell’Accoglienza. (...)
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/3-ottobre-lampedusa-giornata-europea?fbclid=IwAR1EOHooucoQSmL8gso0NpQxqa3nkdOfuDoREoG7s-0i10KAqdTHTHeNzEA


Chiaramente, ogni volta che vai controcorrente impieghi più tempo, energie rispetto ad andare secondo l'onda.
E rischi di più: di non avere una strada bella chiara e larga; di non essere capito; di non fare tutto al top al primo colpo.
don Chisciotte Mc, 190915

«L’ottimismo è un magnete della felicità. Se rimani positivo, le cose buone e le buone persone saranno attratte da te».
Mary Lou Retton

Tv2000, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, trasmette domenica 29 settembre, alle ore 23, il docufilm “Corridoi di vita” sui corridoi umanitari. Un progetto umanitario finanziato dalla Conferenza episcopale italiana che in due anni ha fatto arrivare in Italia – in modo legale e sicuro – cinquecento persone provenienti dai campi profughi dell’Etiopia. È un racconto giornalistico prodotto da Tv2000, che inizia a Lampedusa dove il 3 ottobre del 2013 circa 400 giovani eritrei persero la vita a causa di un naufragio. Proprio per evitare tragedie simili, il 12 gennaio 2017 la Chiesa italiana ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Interno per “favorire l’arrivo in Italia in modo legale e sicuro di 500 migranti che si trovano in condizione di comprovata vulnerabilità”.
Le telecamere di Tv2000 con l’inviato Vito D’Ettore hanno seguito per due anni le storie di tre rifugiati eritrei: dal campo profughi nel deserto dell’Etiopia fino all’accoglienza nelle diocesi italiane. E poi, l’integrazione: un cammino pieno di speranza e di solidarietà ma talvolta difficile e mai scontato. Persone, non solo migranti come più volte ha ripetuto Papa Francesco.
La prima storia raccontata è quella di Abresh, un rifugiato eritreo cieco dall’età di 5 anni a causa di un’esplosione di una mina. È fuggito a piedi dall’Eritrea a causa della sua fede cristiana. Il regime di Asmara, infatti, è ateo e non prevede una piena libertà di religione. Negli ultimi mesi il regime ha requisito centinaia di scuole e ospedali di ispirazione cattolica. Abresh è arrivato in Italia il 27 giugno scorso grazie ai corridoi umanitari della Chiesa italiana. Adesso studia all’ Università per stranieri di Perugia.
La seconda storia è quella di Nebiat. È fuggita dall’Eritrea, come fanno tanti giovani suoi connazionali, a causa del servizio militare obbligatorio e illimitato. Oggi ha trovato lavoro ad Assisi presso un albergo.
La terza storia ha come protagonista Tesfalem che in Eritrea faceva il veterinario. È fuggito perché considerato non allineato al regime di Asmara. È rimasto nel campo profughi in Etiopia per nove anni e oggi è stato accolto nella diocesi di Terni-Narni-Amelia. Il suo sogno di vedere i suoi cinque figli studiare finalmente è diventato realtà.
https://agensir.it/quotidiano/2019/9/26/giornata-migrante-e-rifugiato-tv2000-domenica-29-settembre-in-onda-il-docufilm-corridoi-di-vita/


«Far vivere l’umanità della liturgia è il compito che ci attende. Una delle acquisizioni di questo Convegno ecclesiale è aver raggiunto la consapevolezza che la realizzazione del nuovo umanesimo in Gesù Cristo non può prescindere dalla natura profondamente umana e autenticamente divina della liturgia. Negli anni che ci stanno davanti sarà più che mai necessario incamminare le comunità cristiane verso la ricerca di una sempre maggiore umanità della loro liturgia, facendo in modo che i credenti assidui come quelli occasionali, attraverso l’umanità del gesto, del linguaggio e dello stile liturgico, facciano esperienza dell’umanità di Dio rivelata da Gesù Cristo.
Dalla lettura delle sintesi mi è venuto spontaneo quanto scritto dal Cardinal Martini: “Se nei vangeli si parla poco o nulla di liturgia, ciò avviene perché essi sono di fatto una liturgia vissuta con Gesù in mezzo ai suoi (…) E’ questa la liturgia dei vangeli: essere attorno a Gesù nella sua vita e nella sua morte (…) Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù tra la gente è un’anticipazione della liturgia e, a sua volta, la liturgia è una continuazione dei vangeli” 1(C.M. Martini, “La liturgia mistica del prete. Omelia nella Messa crismale”, Rivista della Diocesi di Milano 89/4 (1998), pp. 641-648, p. 642).
La liturgia dei vangeli, di cui parla il cardinale Martini, ci indica che sarà sempre più urgente che le nostre liturgie siano capaci di ricreare quel tipo di relazione che Gesù di Nazaret sapeva creare con le persone che incontrava. “La relazione - è stato detto nei gruppi - è lo stile del trasfigurare”. Una relazione che è fatta di gesti semplici, ordinari e insieme straordinari per la carica di umanità che trasmettono. “Occorre ritornare alla stanza al piano superiore” in cui Gesù ha celebrato l’ultima cena lavando i piedi ai discepoli.
L’intera esistenza di Gesù è stata una liturgia ospitale, e anche le nostre liturgie sono chiamate a esserlo oggi più che mai. Per questo, negli anni che ci stanno davanti la santità della liturgia sarà chiamata a declinarsi come santità ospitale; non una santità di distanza ma di prossimità.
Di fronte a tutto questo, le liturgie di domani per essere cammini di prossimità, di misericordia, di tenerezza e di speranza saranno chiamate a diventare spazi di santità ospitale. Liturgie ospitali che sanno andare incontro alle persone fino a portare la fatica di chi fatica a vivere e a credere; che siano consolazione per chi è provato e ferito dalla vita, che siano capaci di dare ragioni per sperare. La cura delle relazioni e la tenerezza nel modo di presentarci, ci facciano sentire compagni di viaggio e amici dei poveri e dei sofferenti. La liturgia che ci attende sarà a immagine del Cristo che proclama: “ Venite a me voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò riposo” (Mt 11,28). Solo così la liturgia della Chiesa sarà all’altezza della Vangelo di Cristo».
(terza consegna dei partecipanti alla quinta via del convegno ecclesiale di Firenze (Trasfigurare) presentata all'assemblea da Goffredo Boselli)

"Il clericalismo è una vera perversione nella Chiesa, pretende che il pastore sia sempre davanti, stabilisce una rotta, e punisce con la scomunica chi si allontana dal gregge. Insomma: è proprio l'opposto di quello che ha fatto Gesù. Il clericalismo condanna, separa, frusta, disprezza il popolo di Dio. Il clericalismo confonde il "servizio" presbiterale con la "potenza" presbiterale. Il clericalismo è ascesa e dominio. In italiano si chiama "arrampicamento'. Il clericalismo ha come diretta conseguenza la rigidità. Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento".
papa Francesco, parlando ai gesuiti durante il viaggio in Mozambico e Madagascar, settembre 2019 (pubblicato su "Civiltà Cattolica", 25.09.2019)

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-sovranita-del-popolo-di-dio/?fbclid=IwAR1RoFyl411Z-h1V-8U7769iy2upsCzoESByygSXCZeRpUKpJlJH6CuE3NY


Anch'io ringrazio per il sole, la sua luce e il suo calore, e anche per l'acqua e la terra, coi suoi profumi.
Anch'io ringrazio per le montagne che tolgono il respiro e il mare senza confini.
Ma io ringrazio anche chi ha coltivato le patate e i pomodori.
Io ringrazio chi ha trovato il sistema di far essiccare la pasta e di preparare la pizza.
Io ringrazio chi ha tosato le pecore per farne caldi maglioni e chi ha pensato all'abbigliamento tecnico per lo sport.
Io ringrazio chi ha scavato il primo tronco per farne una canoa e chi ha realizzato il velocipede.
Io ringrazio chi ha inventato il telefono e chi ha inventato il cellulare.
Io ringrazio chi ha progettato e costruito i sentieri, le strade e gli aerei.
Io ringrazio chi mi ha avvolto in fasce, chi ha acceso il camino per scaldarmi e mi ha fatto correre dietro un pallone.
Io ringrazio chi ha scitto i libri e chi mi ha regalato occhi e neuroni per leggerli.
Io ringrazio chi mi ha insegnato le preghiere, chi mi ha fatto innamorare del Vangelo, chi mi ha aperto la mente alla teologia.
Io ringrazio chi mi ha perdonato e chi mi ha guidato a non alzare la voce.
Io ringrazio chi mi ha amato, chi mi ha insegnato ad amare e chi continua a farlo ogni giorno.
Io ringrazio chi mi ha sognato prima che io nascessi; chi mi ha sognato mentre sto vivendo; chi mi sognerà quando non ci sarò più. E chi mi ha offerto motivi per sognare, ieri, oggi e domani.

E con tutto questo io sono stato amato e ho potuto amare... cioé ho vissuto.
E ho vissuto bene, molto bene. E ringrazio.
Possiamo migliorare, addirittura convertirci, affinché tutto questo possa essere offerto a tutti.
Anzitutto, convertiamoci alla gratitudine e alla umiltà.
don Chisciotte Mc, 190924


Diventare cristiani 
di José Tolentino Mendonça 
Paolo ci obbliga a mantenere una distanza critica rispetto al "naturaliter christianus" di cui parlava Tertulliano. No, Paolo non è spontaneamente cristiano, né lo siamo noi. Egli approda al cristianesimo in un drammatico contromano, quando nulla lo faceva prevedere, che comportò un totale ribaltamento del suo destino. Non è a caso che Luca lo descrive «caduto a terra» (At 22,7), colpito da una cecità funzionale (come se dovesse tornare a imparare cosa significhi vedere) e guidato da altri, per mano (At 22,11); o che la sua storia stessa lo rende oggetto di sorpresa e sconcerto: «Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere» (Gal 1,23), dicevano i cristiani della Giudea. 
Il cristianesimo in Paolo comincia con la necessaria operazione di instaurazione, o di reinstaurazione, del soggetto credente. Così, la lezione di Paolo è che noi non siamo cristiani, ma piuttosto lo diventiamo, e ci obbliga a rompere con il conformismo teologico di un cristianesimo come dato acquisito, che si dà semplicemente per scontato. È vero l’opposto: con Paolo, il credere viene a essere regolato e modellato da un’esperienza di trasformazione. 
Come egli stesso scrive nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine» (2Cor 3,18). 
in “Avvenire” del 29 giugno 2019

«Tutte le cose contraddittorie e storte che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio. La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere» (Martin Buber). (...) In filigrana a questa immagine intravedeva un’emozionante esperienza di Mosè, desideroso di vedere in faccia quel Dio che gli aveva gettato sulle spalle il peso di traghettare un popolo riottoso verso la terra promessa della libertà. La risposta divina era stata glaciale: «Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi e restare in vita». Gli aveva, però, riservato una concessione: «Ti porrò nella cavità di una rupe e ti coprirò con la mano finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Esodo 33,20-23). Nell’originale ebraico l’antropomorfismo è ben più pesante: Dio offre alla vista di Mosè ’aharaj, il «mio posteriore», un dato audace che sarà ritrascritto da Lutero quando affermerà che nel Cristo crocifisso, umiliato all’estremo così da “incarnarsi” al livello più basso dell’umanità mortale, sono esposti i "posteriora Dei"».
tutto l'articolo: https://pierluigipiccini.it/dio-non-neghera-il-suo-volto/
Gianfranco Ravasi, "Il Sole 24ore", 15.09.2019

Nella mia alta idealità, mi domando sempre: perché non potremmo farlo anche noi?!
 

Fare pulizia nei nostri spazi. Letteralmente
di José Tolentino Mendonça
«Una volta udii dalla bocca di un monaco che il modo più rapido di adattarci a una nuova situazione è di prendere una scopa in mano. Raccontava con realismo che nel corso della sua vita tutto gli era costato fatica: arrivare a un nuovo monastero, avviare un nuovo ciclo, una stagione differente, iniziare una nuova tappa del cammino.
Ma che in ciascuno di quei momenti la scopa (nel senso letterale o figurato) gli fu, più di ogni altra cosa, l’indispensabile facilitatrice. Mi soffermai a rifletterci sopra. È un importante apprendistato quello che ci fa preferire la scopa alla sedia, alla cella o allo scettro. Quello della scopa è un registro umile, è vero. E non di rado lascia disarmate tanto le nostre aspettative e le idealizzazioni da cui siamo partiti quanto le ben ordinate disposizioni del protocollo sociale. La conoscenza, però, che essa ci offre è immediata, evidente, concreta, concentrata sul minuscolo, attenta ai dettagli, aderente allo spazio dell’esistenza e al suo ritmo quotidiano. Possiamo conoscere una data realtà in molte maniere, ma non la conosceremo mai in modo così preciso come quando le dedichiamo tutta la nostra cura. È il prendersi cura, in fondo, che consente di conoscere. I piani che noi andiamo ordendo da un punto di vista più teorico o più distanziato – come esige, per esempio, una lettura critica – hanno sicuramente la loro rilevanza e opportunità, ma non possiamo dimenticare che, di per sé, sono solo mappe approssimative. Le idee valgono molto; tuttavia non valgono da sole.
Necessitano di quegli adattamenti che soltanto la prova della loro applicabilità può garantire. Una relazione più piena, più dialogica, più incisiva prende inizio quando, in un gesto minimo come quello di prendere in mano una scopa, passiamo dalla posizione di spettatori a quella di attori. C’è un sapere che ci viene unicamente dalla volontaria dedizione al servizio. In momenti differenti della nostra vita, quando non ci appare chiaro quello che possiamo fare o da dove incominciare, mettiamo allora mano a una scopa.
La scopa ci sporcherà le mani e ci insegnerà così un’infinità di cose alle quali difficilmente avremmo accesso in altro modo». (...)
Avvenire, 17.09.2019

«Questo cammino nasce dal desiderio di Papa Francesco che la Chiesa accompagni i più giovani in un discernimento profondo sul matrimonio – chiosa Ruzza -; l’auspicio è che possa essere una preparazione distinta dal corso prematrimoniale tradizionale per lo spessore kerygmatico e l’approfondimento biblico che il catecumenato per sua natura prevede quale percorso di iniziazione a un sacramento». A febbraio scorso, in occasione della celebrazione per i fidanzati e gli sposi nella basilica di Santa Sabina all’Aventino, proprio nel giorno della memoria liturgica di san Valentino, il cardinale vicario Angelo De Donatis aveva annunciato questo progetto, che aveva spiegato nascere dalle indicazioni contenute nell’esortazione apostolica Amoris laetitia di Papa Francesco.
https://www.romasette.it/un-catecumenato-per-i-fidanzati/

«"Noi cerchiamo un altro Dio, che non meni vanto di questo mondo infelice. Abbiamo bisogno di cambiare Dio per conservarlo, e perché lui conservi noi" (Paolo de Benedetti, Quale Dio?).
I profeti si formano nella zona liminare tra la vita e la morte. È lì che apprendono il loro "mestiere". Sono perennemente in bilico, funamboli tra il già e il non ancora, esposti sul confine fondamentale e decisivo della condizione umana. La Bibbia sa che chi vede Dio muore. Il profeta "vede" Dio, lo ha visto o quantomeno udito nel giorno della sua chiamata. La vocazione profetica è insieme Tabor, Golgota e sepolcro vuoto: si vede Dio, si muore, si risorge.
(...) La religione economico-retributiva è infatti molto più antica e quindi radicata nel cuore individuale e collettivo della religione dell’amore e della grazia. Ecco perché ci servono i profeti. I profeti si mettono accanto a noi. Fanno silenzio, non ci fanno prediche né discorsetti consolatori, ci donano un Dio liberato dalle colpe e dai meriti, tutto grazia e misericordia. Lo fanno con la parola, ma soprattutto col corpo: con un abbraccio lungo e tenace, condividendo un pasto di lacrime e sale, standoci vicini, silenziosi, in quei sabati santi che non finiscono mai.
(...) Nelle grandi crisi e nei dolori insostenibili il profeta si mette accanto a noi e chiede a Dio di mostrarsi buono almeno quanto una madre. Mentre ci insegna le parole di Dio, guarda il meglio degli uomini e lo indica, lo insegna, a Dio. Se la Bibbia, alla fine, ci ha potuto donare l’immagine di Dio che si commuove per il figlio tornato, che si china sulla vittima nella strada per Gerico, è perché i profeti avevano osato chiedere a Dio di scendere dai cieli e di diventare buono almeno quanto le madri. I falsi profeti per difendere Dio condannano gli uomini. I profeti veri sanno invece che l’unico modo per salvare e proteggere veramente Dio è proteggere e salvare veramente gli uomini – soprattutto i figli. I profeti sono gli amici di Dio, hanno una intimità unica con l’assoluto. Sta qui il loro mistero. Questo episodio ci dice che il primo compito dei profeti è usare quella loro intimità divina per salvare i nostri figli.
(...) La parola della preghiera deve arrivare assieme alla parola del corpo».
Luigino Bruni, Avvenire 24 agosto 2019
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/luigino-bruni-profezia-storia-12?fbclid=IwAR0kaZvLlVSu672SjnAu0VhK3AjcPlvrYkAbyr68wf9gLMXnRBeRGZcjnA4

«Per favore, non circondatevi di portaborse e yes men. I preti arrampicatori, per favore fuori!». Ai vescovi di nuova nomina papa Francesco indica la parola chiave per il loro ministero: semplicità. Che fa rima con «povertà» e «sobrietà» e che si traduce nella «vicinanza» ai fedeli che non è «retorica».
Bergoglio riceve in Sala Clementina i presuli ordinati nell’ultimo anno che partecipano al corso di formazione promosso dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali. Nel suo discorso il Papa tocca punti nevralgici e non usa mezze misure, come quando ammonisce: «È brutto quando un vescovo abbatte dei ponti, semina odio o sfiducia, fa il contro-vescovo». Non è così lontano dalla realtà vedere infatti prelati mutare volto dopo il titolo ricevuto e diventare superbi e lontani dal popolo. Perciò Francesco indica la «vicinanza» come antidoto a queste tentazioni: «Non bramate di essere confermati da coloro che siete voi a dover confermare», afferma.
«Pur nella nostra povertà, sta a noi che nessuno avverta Dio come lontano, che nessuno prenda Dio a pretesto per alzare muri, abbattere ponti e seminare odio», sottolinea in un altro passaggio del discorso, intervallato da diverse frasi a braccio. «Essere vicini – prosegue - è immedesimarsi col popolo di Dio, condividerne le pene, non disdegnarne le speranze. Essere vicini al popolo è avere fiducia che la grazia che Dio fedelmente vi riversa, e di cui siamo canali anche attraverso le croci che portiamo, è più grande del fango di cui abbiamo paura». «Per favore», domanda il Papa, «non lasciate prevalere i timori per i rischi del ministero, ritraendovi e mantenendo le distanze».
"La Stampa", 12 settembre 2019
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/09/12/news/il-papa-ai-nuovi-vescovi-non-circondatevi-di-portaborse-e-yes-men-1.37452293?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

"Vi è un’espressione estremamente sintetica che Bergoglio ha scritto agli educatori e con la quale possiamo rilanciare a questo punto la nostra azione ecclesiale: «Educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza, e richiede incessantemente che si amplino gli orizzonti». (continua:
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/sette-pilastri-delleducazione-secondo-j-m-bergoglio/?fbclid=IwAR0k4G6WVVJwiBDtEqcH3_uNVyioHPYr3BzhgWHJ5XRyHKGEE3s2agZZQzk

Da quanto tempo lo diciamo?! Meno male che qualche vescovo dice qualcosa di saggio e veramente innovativo (anche se avremmo dovuto capirlo da tempo... da almeno 55 anni!).

Reggio Emilia, 9 settembre 2019 - Come salvare le parrocchie e le piccole chiese di montagna, se continuano a calare i preti? L’idea, in un qualche modo rivoluzionaria, parte da un luogo inaspettato: il pulpito della basilica della Ghiara, nel giorno dell’apertura dell’anno pastorale. E a pronunciarla è il vescovo Massimo Camisasca. « Là dove è possibile, ogni piccola comunità radunata attorno a una chiesa che non può essere servita dalla presenza stabile di un presbitero, possa trovare in un uomo o una donna laici, in una persona consacrata o in un diacono permanente, oppure in lettori, accoliti o ministri straordinari della Santa Comunione, un punto di riferimento stabile per la cura di quella comunità».
https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/chiese-abbandonate-laici-diaconi-1.4773608?fbclid=IwAR3W1J6HMi5uTPdu2oz4-I9tAbcDycOg2tmi0f5S2-mnNFQYkL0YlVA2zDg

Quando - anni fa - sulla radio diocesana è iniziata una rubrica che fosse la prima ad aprire il palinsesto (ore 6.50, prima del giornale radio delle ore 7) si chiamava "Prima di tutto: il Vangelo del giorno" ed era composta dalla lettura del brano evangelico della liturgia della messa del giorno, con un commento di due-tre minuti.
Poi il titolo si è ridotto a: "Prima di tutto". E cominciava con l'almanacco degli appuntamenti diocesani... e alla fine diceva: "Il lezionario ambrosiano oggi prevede...".
Adesso hanno tolto anche "Prima di tutto". Comincia con "Vista Duomo: per inizare bene la giornata". Poi ci sono il santo del giorno, le notizie dal portale della diocesi... infine: "Stiamo per ascoltare - secondo quanto prevede il lezionario ambrosiano - un brano tratto dal vangelo secondo...".
Cosa è prima di tutto?!
don Chisciotte Mc, 190907

«Il Parco della droga di Milano non è solo le siringhe a terra e la sporcizia tutto attorno o le migliaia di euro di droga venduta. Rogoredo sono le persone che ci stiamo dimenticando. Come Elnora che ha partorito il suo bambino in mezzo alle siringhe. Maurizio che pensa di non meritare niente. Didina, che dopo una dose, si è addormentata dentro al bosco e le hanno dato fuoco. Io lì dentro ci ho passato una notte. Ecco quello che ho visto».
di Anna Spena - 8 settembre 2019
http://www.vita.it/it/story/2019/09/07/persone-trasformate-in-bestie-la-mia-notte-tra-gli-scarti-di-rogoredo/296/


«La responsabilità di parroco, vicario, amministratore parrocchiale, responsabile di Comunità pastorale, è impegnativa, ma io voglio alleviare tale carico, riducendolo all’essenziale. Vorrei che, almeno per alcune decisioni, diciate che è il Vescovo che vi chiede alcune scelte, magari un po’ antipatiche».
«Io mi impegno a non proporre scelte pastorali bizzarre».
«Scaricate pure sul Vescovo le scelte impopolari».
Sono parole che mi fanno paura. Sarà certamente una interpretazione parziale ad opera della giornalista...
don Chisciotte Mc, 190906

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/il-trasferimento-sia-tempo-di-grazia-esperienza-spirituale-occasione-di-riflessione-sul-proprio-ministero-258783.html

«Tutta questa retorica del guerriero e dell'eroe che combatte la guerra senza paura [contro il tumore] sia in realtà un modo per esorcizzare qualcosa che ci fa paura. Siamo una società che tende a nascondere la sofferenza. E lo facciamo perché vogliamo nascondere e dimenticare un dato incontrovertibile: l'orizzonte ultimo di ciascuno di noi è la morte. Non importa se si è ricchi o poveri, famosi o sconosciuti, atleti o sedentari. Non voglio fare il menagramo sia chiaro. Il fatto è che noi viviamo nel mito dell'uomo invincibile, nel calcio soprattutto. Ma l'uomo invincibile non esiste. Ci si illude che si possa vivere senza dolore e fatica. Ma non è così e Mihajlovic ce lo ricorda in modo drammatico. Si vede che è sofferente. È un'immagine forte. La retorica ci serve per provare un'ultima fuga di fronte a quell'immagine. Di fronte all'evidente aspetto bisognoso della condizione umana che la malattia fa emergere».
don Tullio Proserpio, 27.08.2019
http://www.vita.it/it/article/2019/08/26/la-retorica-su-mihajlovic-serve-solo-a-nascondere-le-nostre-paure/152460/

(...) «Chiarezza, capacità di sintesi e un sincero sguardo pastorale orientato all’impegno reale di accompagnare e di guidare le persone in difficoltà. Con questo obiettivo i vescovi della Conferenza episcopale marchigiana hanno “tradotto” in un breve sussidio il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia. In dieci paginette, più una conclusiva, i presuli marchigiani sono riusciti a spiegare con chiarezza l’essenza del capitolo più discusso dell’Esortazione postsinodale sulla famiglia. E, allo stesso tempo, hanno offerto indicazioni non equivoche sulla prassi pastorale da seguire. Un lavoro davvero efficace, ultimo in ordine cronologico tra quelli realizzati delle Conferenze episcopali regionali per agevolare la comprensione di Amoris laetitia, ma non certo ultimo per chiarezza ed efficacia esplicativa.
Il lavoro dei vescovi delle Marche è tutto fuorché una semplificazione banale, anzi si segnale per lo sforzo ammirevole di rendere agevoli e alla portata di tutti, indicazioni pastorali che qualcuno aveva addirittura valutato come inopportune, sbagliate o addirittura eretiche» (...).
Avvenire, 31 agosto 2019
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/eucaristia-e-divorziati

Fa cadere le braccia ascoltare i commenti al Vangelo del giorno proposti dalla radio diocesana (non solo in questi giorni, ma in generale): manca un metodo di comunicazione (soprattutto sui mass media) e i contenuti (la conoscenza della Bibbia!!) sono proprio fragili. Occasioni mancate.
don Chisciotte Mc 190903

"A ridosso della Giornata nazionale per la custodia del creato che si celebra domenica 1 settembre e in vista del Sinodo del prossimo ottobre, Caritas Italiana pubblica un documento con un focus sull’Amazzonia, il polmone della terra da difendere e salvaguardare. E annuncia la propria scelta di disinvestimento dai combustibili fossili
Si richiama alla Laudato Si’ il messaggio dei vescovi scritto in occasione della Giornata nazionale per la custodia del creato che si celebra il 1° settembre e che si chiude con queste parole: “Lo Spirito creatore guidi ogni uomo e ogni donna ad un'autentica conversione ecologica, secondo la prospettiva dell’ecologia integrale della Laudato Si’, perché - nel dialogo e nella pace tra le diverse fedi e culture - la famiglia umana possa vivere sostenibilmente sulla terra che ci è stata donata”.
Per far fronte all’attuale crisi socio- ambientale – sottolinea il messaggio - sono necessari comportamenti di amore e di cura per la nostra terra e per la ricchezza della vita" (continua). http://www.vita.it/it/article/2019/08/30/deforestazione-emergenza-silenziosa-il-dossier-caritas/152519/

(...) «Da un punto di vista culturale, il rischio per noi preti è la banalità. Basterebbe abbonarsi a una qualche rivista missionaria (Nigrizia, Missione oggi, Mondo e missione…) per conoscere la situazione sociale, economica e politica dei paesi da dove provengono gli immigrati e cambiare opinione. Non seguendo le storie del mondo, si cade nel vociare corrente, con linguaggi da cortile e da bar.
Nel 2018 sono morti 40 preti martiri, la maggior parte dei quali in Nigeria e in Messico. Non leggendo, non aggiornandosi, non viaggiando, prevale il non pensiero, nonostante l’età. Trasferirlo in un’omelia è tragico.
Non fa storia nemmeno la memoria della nostra gente che ha vissuto migrazioni all’estero (Argentina, Venezuela, Stati Uniti…) oppure in Italia dal sud al nord: compatiti, sfruttati, derisi. Nemmeno i don del nord si ricordano della povertà, della tubercolosi, della pellagra… Se sfogliassero il libro dei defunti di qualche decina di anni fa, si accorgerebbero che un tempo morivano molti neonati per malattie comuni.
I nostri ragazzi e ragazze oggi si allontanano per cercare lavoro: per gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli svedesi siamo “pizza e mafia”.
Religiosamente siamo diventati cantastorie. Il Vangelo – la parola di Dio – è stato ridotto a favole: la donna cananea guarita…, mi avete dato da mangiare…, il Signore protegge lo straniero…, il buon samaritano… scivolano via con ripetizioni triennali, sempre uguali, sempre più insignificanti, sempre meno vere.
Domenica scorsa abbiamo letto al Vangelo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!». Siamo, invece, diventati ripetitori. La parola di Dio si è nascosta nell’intimità di ognuno con le proprie interpretazioni. Ci è stata rubata, annacquata, stravolta. È stata inghiottita nell’interpretazione superficiale corrente. Le nostre opere di carità assomigliano all’elemosina dei Principi del Rinascimento o dei liberali dell’ottocento. Addirittura siamo stati superati da alcuni manager americani che hanno richiesto più etica nel mondo delle imprese e della finanza.
Continuando di questo passo, le nostre chiese vuote andranno demolite, perché nessuno le vorrà, nemmeno a regalo: troppo costose per essere mantenute. Pur di racimolare qualche segno di cristianità, qualcuno ha inventato, d’estate, il rinnovo del battesimo all’alba in riva al mare o il cioccolato caldo con cornetti, d’inverno. Povero Cristo che viaggia con angoscia verso Gerusalemme – racconta il Vangelo di Luca – dove l’aspettano la passione e la morte. (...)
don Vinicio Albanese, 20 agosto 2019
http://www.settimananews.it/societa/confratelli-preti-paura-dei-migranti/?fbclid=IwAR1DBkTA0y6LaPIthg_qTWugt_mArPwlCysNGsk0nUwO7rpdpIVQ3yQn_k0

«I canti vengono preparati appunto da un coro, e dovrebbero animare tutta l'assemblea. E quando riusciamo a fare dei canti che vengono eseguiti non soltanto dal coro, ma da tutte le persone che sono presenti, allora davvero si sente che è l'assemblea che celebra e che quella è tutta una comunità, che come un solo corpo, che all'unisono parla, prega, canta e cantando, appunto, prega insieme.
Un altro aspetto che dovremmo forse - e io dovrei - curare un pochino di più è quello del sacramento della Penitenza e anche dell'accompagnamento spirituale; cioè: incominciano ad essere diverse le persone che incominciano a chiedere un colloquio, una possibilità di un dialogo più profondo, un cammino di Fede personale».
don Peppino Puglisi, intervistato nel 1991 in Fulvio Scaglione, Padre Pino Puglisi. Martire di mafia, 208

Conforto. Presenza discreta che sfiora il silenzio 
di Nunzio Galantino 
(...) La parola conforto - derivata dal tardo latino confortare, composto da "con" e un derivato di "fortis" (rendere forte/vigoroso) - è la vicinanza che sostiene e rafforza qualcuno perché non soccomba nella sofferenza e non ceda ai compromessi. (...) A conferire maggiore ricchezza di senso alla parola conforto contribuisce la sua riconducibilità, secondo alcuni, alla radice ebraica "nhm", che significa respirare profondamente e, nel senso causativo, far tirare fiato, portare sollievo in una situazione di dolore o di paura. (...) Di conforto non ha bisogno solo la persona segnata da una particolare sofferenza, che mi sta di fronte. Di conforto ho bisogno anch’io e la comunità della quale mi sento parte. Confortare chi si trova in difficoltà può risultare abbastanza spontaneo e gratificante. Lo è meno confortare se stessi. Per farlo bisogna conoscersi davvero, accettarsi sinceramente ed essere disposti, all’occorrenza, a prendere atto dell’inefficacia degli sforzi profusi per venire a capo dei propri limiti. Essere buoni samaritani di se stessi non è essere compiacenti nei propri confronti né rassegnati di fronte ai propri limiti. Vuol dire piuttosto riconoscere ed accettare, soprattutto in alcuni momenti, il bisogno di tenerezza e di accoglienza, senza che questo si trasformi in rinunzia a combattere (...) Il conforto dato agli altri è presenza! Mai invadente e sempre rispettosa, fino a saper vestire i panni del silenzio. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 25 agosto 2019

«La Bibbia e i Vangeli sono popolati di donne che camminano, si spostano, e quasi sempre "di fretta". Maria "andò in fretta" da Elisabetta; Maria di Betania "di fretta" va incontro a Gesù per dirgli della morte di Lazzaro; e "abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli". Camminano e corrono; amano con le mani e con i piedi, che conoscono perché se ne prendono cura: "Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli". Questo tipo di agape si chiama Maria.
La fede e la pietà continuano la loro corsa nel mondo perché uomini e donne continuano a correre lungo la via. E in questa comune corsa, i piedi delle donne corrono diversamente».
Luigino Bruni, Avvenire 3.8.2019

«Perché ci si saluta in montagna?
Può essere una domanda posta da chi visita i monti da poco, noi montanari siamo talmente abituati a salutare chi frequenta i sentieri come noi da non farci più caso».
http://www.dolomitidizoldo.it/salutare-in-montagna/?fbclid=IwAR2lpTFdyQvW6_QflAUwwRBEKP7Waog1uitNi2yFPbz_NxFme9N0SjlOELE


«Proprio coi pastori comincia la serie delle sconcertanti sorprese evangeliche. La novità cristiana viene annunziata, diventa proprietà di quelli che stanno «fuori».
E quelli che stanno « dentro », quelli che appartengono all'istituzione, saranno continuamente confusi da questo bizzarro comportamento del Signore.
I magi verranno da fuori. Ed Erode, che appartiene all'istituzione, saprà da questi stranieri della nascita del «re dei Giudei».
Gesù avrà dodici amici, i primi capi della sua Chiesa. Ma a portare la croce non saranno gli apostoli, bensì un uomo che viene da fuori: Simone di Cirene.
Il Cristo si rivelerà come il Messia a una donna di Samaria, una donna che non appartiene alla razza ebraica, una donna esclusa dalla promessa, una donna che viene di fuori, una donna la cui condotta non è certo esemplare.
L'illustrazione vivente del « comandamento nuovo » verrà offerta non da un sacerdote né da un levita, ma da uno venuto di fuori, uno scomunicato, il Samaritano.
«E il primo a salire in cielo con il Cristo, il primo santo cristiano, è un assassino che non aveva mai sentito parlare del Cristo».
Dunque, i pastori hanno la precedenza assoluta. E non la cedono a nessuno. «Si dissero fra loro: "Andiamo, dunque, fino a Bethlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere"».
Gli «esclusi» sono ammessi a contemplare, a prendere possesso del Dio fatto carne».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 29

Ipocrisia.
di Nunzio Galantino 
Nel mondo ellenistico l’ipocrisia non è percepita come comportamento censurabile né l’ipocrita viene presentato come categoria morale. Cosa che invece avviene nell’Ebraismo e nel Nuovo Testamento. Il passaggio è dovuto a un vero e proprio ampliamento semantico della parola ipocrisia. A cominciare dal verbo greco dal quale essa deriva (ypokrìnomai), composto da ypò (sotto) e krìno, che rimanda ad atti propri dello spirito e dell’intelligenza: giudicare, discernere, spiegare. 
Ypokrìnomai è quindi originariamente un giudicare approfondito, che suppone capacità di “critica”, nel senso nobile della parola. Il passo ulteriore di quello che ho chiamato ampliamento semantico riguarda la parola ypokritès che, nella Grecia classica, è strettamente legata all’arte drammatica ed indica colui che ha la capacità di interpretare un personaggio. È l’attore. Nel passaggio dal greco al latino e successivamente alle lingue romanze – ed è il terzo passaggio - l’hypokritès, dall'essere colui che “recita una parte” in teatro, finisce per essere colui che finge e, quindi, inganna. L’hypokritès diviene così il simulatore. (...)
L’ipocrisia, atteggiamento tipico di chi finge virtù, sentimenti e buone qualità che non ha (...) con l’obiettivo di ingannare o conseguire benefici altrimenti non raggiungibili. Più realistico di Hazlitt appare quanto E. Goffman scrive in La vita quotidiana come rappresentazione, dove il sociologo canadese sostiene che il mondo è una grande rappresentazione teatrale. In essa, ognuno indossa una maschera e assume un ruolo, a seconda dei diversi contesti; ognuno crea un’immagine di sé da rappresentare, molto spesso differente da ciò che realmente sente e sa di sé. Nella convinzione che, nella grande rappresentazione che è il nostro mondo, bisogna fingere per ottenere dei vantaggi, o più semplicemente per permettere alla propria vita di scorrere in modo più agevole, senza scossoni e colpi di scena. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 18 agosto 2019 

"Trasmettere la fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida. Per essere preparati, bisogna fare proprie queste attitudini:

Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura di ciò che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili ad un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il coraggio di parlare di ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere che cosa è veramente vero da ciò che lo è soltanto in apparenza. Come dice San Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò che è vero; astieniti da ogni specie di male» (1 Ts 5:21-22).
Corri dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt. 16,25). Tutto deve essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.
Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di se stesso uno di loro.
Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci dice nel suo discorso sul pane della vita: «Perché il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv. 6,33).
Carlo Maria Martini, Avvenire il 27 luglio 2008

Il valore di una panchina; il valore di un luogo; il valore di tante storie!

https://www.facebook.com/umaniamilano/videos/2843327702350588/

«Amico lettore... anche tu vai in chiesa col tuo passo abituale, tranquillo, un po' legnoso, disposto ad assistere a una calma liturgia, ad ascoltare un sermone rassicurante? C'è gente che va a "fare Pasqua", o si reca abitualmente in chiesa, magari tutti i giorni, come si va a un funerale. Con una certa compostezza, compunzione, cercando di darsi un certo contegno, assumere una certa aria perbene, apparire cortese, garbata.
Non succede niente. Tutto in ordine, previsto, regolamentato. Nessuna sorpresa».
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 151

Una tenera tavola dell'iraniana Mahnaz Yazdani (si legge da destra a sinistra, come indica la freccina).

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento nazisti. Giovanni Paolo II ha detto che con il suo martirio egli ha riportato «la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo». E nell’omelia della Messa di canonizzazione spiegò: «Massimiliano non morì, ma “diede la vita... per il fratello”.V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore».
qui tutto l'articolo: http://www.famigliacristiana.it/articolo/san-massimiliano-kolbe-il-francescano-che-con-il-suo-martirio-rese-meno-disumano-auschwitz.aspx?fbclid=IwAR2AJufd5tNEgZehsa5sUcyel_IPsKKdVfrTlkJJTL_82JGW5XjRmGkOxwY

Riproponiamo un'intervista (pubblicata lo scorso settembre) a Don Tullio Proserpio. Il Cappellano dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano interviene sul libro dell'ex conduttrice delle Iene in cui parlava del proprio tumore come di un dono creando un grande e aspro dibattito. «Questa vicenda dimostra come la malattia sia un grande tema che tocca in profondo le persone».
http://www.vita.it/it/article/2018/09/25/nadia-toffa-e-il-mistero-delle-nostre-vite/149135/

Trasfigurazione. Invito ad andare oltre le apparenze 
di Nunzio Galantino 
(..) Sia il senso della trasfigurazione consegnatoci dal racconto evangelico, sia la derivazione etimologica della parola ce ne fanno scoprire una forte carica vitale. Nella parola latina "trans-figuratio", il prefisso "trans" indica un passaggio, il movimento di un “andare oltre” la figura o l’aspetto, coinvolgendo il soggetto e la sua storia. Così la trasfigurazione può portarci ad andare oltre una figura fissa, oltre le apparenze, spesso ingannevoli. “Andare oltre”, come fa ogni artista che abbia a che fare con le forme; o come fa ogni poeta e scrittore che fin dalle aule scolastiche ci colpiva con il suo linguaggio figurato, abituandoci a cogliere le sfumature delle emozioni: ad “andare oltre”, appunto, dischiudendoci orizzonti imprevisti. 
Può “andare oltre” solo chi si fida e si lascia portare dove forse da solo non immaginerebbe. La trasfigurazione sorprende come luce che illumina qualche situazione diventata, per lo meno, aggrovigliata. All’improvviso ci si rende conto che esiste un’alternativa; s’intravedono spiragli dove c’è notte, dolore, tragedie. La realtà resta la stessa, ma è posta sotto una luce diversa, che dischiude un futuro. Nel presente, tuttavia, per noi il passaggio di luce è una soglia sfuggente tra visibile e invisibile, dove transita una figura in movimento, non una forma cristallizzata (P. Florenskij). 
La discontinuità costituita dall’esperienza trasfigurante è inafferrabile. Per questo, non valgono i sinonimi usati per spiegarla. Se fosse trasformazione, sarebbe assai arduo riconoscere la stessa persona nel volto “diverso”, così da poter dire: «È ancora lui/lei». Se poi si trattasse di metamorfosi, dove il mutamento d’aspetto è totale, la cosa si rivelerebbe inquietante, al punto da esclamare: «Non è più lui/lei»: le metamorfosi rendono irriconoscibili e portano a fare un salto nel buio. (...) La luce della trasfigurazione può attraversare le ferite (D.M. Turoldo). Ma a patto di aver fiducia che proprio accogliere quella sofferenza è il sigillo della nostra libertà (G. Dossetti).
in “Il Sole 24 Ore” del 11 agosto 2019 

«Esistono forti flussi migratori all’interno dello stesso continente africano e, purtroppo, un numero considerevole di questi migranti ancora viene ridotto in schiavitù. Si fa fatica ad accettare che ci siano forme di schiavitù attuali che derivano da questa storia, eppure mi sento di affermare che sono in genealogica conseguenza. C’è continuità, non solo virtuale ma concreta, con la storia passata, poiché la contemporanea realtà delle forme di sfruttamento benché non riproduca le medesime condizioni e i medesimi contesti, è comunque il frutto di una mentalità che si è consolidata nei secoli».
leggi tutto l'articolo: http://www.osservatoreromano.va/it/news/recuperare-la-storia-dellafrica-comprendere-le-mod?fbclid=IwAR3LGSFIykgbYBmVGElqpIF1kuhITCDCtV5avXFV8jrbjD9PEsZOfDaS71E

LE PRIORITA'. Se annunciare bene il volto di Dio Papà è prioritario (lo fu per Gesù, lo è per noi); se ci siamo accorti che la traduzione "Non ci indurre in tentazione" non è la migliore, anzi; se abbiamo le possibilità tecniche di fare bene e presto (un adesivo, per esempio, da apporre sulla pagina del messale... perché dobbiamo aspettare (anni!) la pubblicazione di un libro, che - per quanto importante - è per sempre uno strumento (di carta) rispetto alla grandezza del "contenuto"?! Con questa azione, smentiamo ciò che diciamo con le parole! Noi già preghiamo con le parole "Non abbandonarci alla tentazione" nelle preghiere personali, nel rosario, nelle forme devozionali... ma non nella messa! Che paradosso! Ci rendiamo non-credibili!
don Chisciotte Mc
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/arriva-il-nuovo-padre-nostro?fbclid=IwAR0vfFDMa1e93YEIRgbCVBEWZRkshcy2td3dWlDOp5bEdixtd9w9yWWHsMs


Racconta Elie Wiesel: “Il saggio camminava per le vie di Sodoma e gridava la propria protesta per l’indifferenza, per la mancanza di scandalo  che gli uomini provavano nei confronti delle forme dell’umano patire e della malignità con la quale esse erano prodotte e incrementate.
Perfino un bambino si accorse dell’apparente sterilità di quel grido, vedendo quest’uomo tutto solo, gridando la propria protesta nei confronti dell’indifferenza e della malignità del vivere. E gli disse: Perché gridi in questo modo? Non vedi che nessuno ti ascolta? E il vecchio saggio rispose: Io non grido perché qualcuno mi ascolti, grido per impedirmi di ascoltare la voce di questa indifferenza e di venirne persuaso. Grido per restare in vita; grido per mantenere e conservare il senso di una giustizia che non si rassegna all’umano soffrire e alla malignità che l’accompagna. Per questo io grido: per me, prima ancora che per loro; perché chiunque desideri interrogarsi a proposito di ciò che è realmente giustizia, trovi non soltanto un senso possibile dell’umano vivere ma, nel senso di questo grido, il principio reale a partire dal quale la sconfitta dell’umano patire e della sua malignità incominciano”.

Discorsi d'odio? Possiamo fare qualcosa! 
Su Facebook e Twitter un contenuto su 10 è offensivo, discriminatorio o incita all'odio e alla violenza.
Migranti e rifugiati, minoranze religiose, donne, comunità lgbti, persone con disabilità o in stato di povertà: l'odio online non risparmia nessuno. Questo è quello ha evidenziato la ricerca di Amnesty International.  
Ma tutti possiamo contribuire a fermarlo, per passare dall'indignazione, all'azione!
Possiamo segnalare post e tweet per farli rimuovere, possiamo promuovere un dibattito civile e costruttivo, possiamo mostrare alle persone sotto attacco gli strumenti che hanno a disposizione per tutelarsi.
Insieme possiamo fare la differenza!
Amnesty International, insieme a moltissimi esperti del settore, ha prodotto la guida: “Hate speech: conoscerlo e contrastarlo”
Scopri come contrastare i discorsi d'odio!
Solo in tanti, insieme, possiamo costruire un mondo più giusto, per tutti!
Grazie per esserci.
Tina Marinari -  Amnesty International Italia

CLICCA QUI:
https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2019/05/13104653/HATE-SPEECH-CONOSCERLO-E-CONTRASTARLO_web-version.pdf

«Lei è Beba. Lei è una donna di Milano. È domenica mattina. Sono da poco passate le 11. Beba esce di casa con i due cani al guinzaglio. Si dirige verso il parco Forlanini, dalle parti dell’aeroporto di Linate. Il sole batte forte. Lei costeggia il fiume Lambro. C’è un uomo. È a terra. La faccia spiaccicata sul terreno. Non si muove. Beba corre. Gli è accanto. Ci sono altre persone. Passano. Camminano. Quasi lo sfiorano. Se ne fottono. Beba si abbassa. Lo tocca. Prova a girarlo. Non si muove. Pensa che sia morto. Il sangue le si gela nelle vene. Alza lo sguardo. Poco distante ci sono dei ragazzi, giocano a calcio. Gli anziani del quartiere passeggiano alla ricerca di un po’ di frescura. Una voce. Il tono è violento. Minaccioso. È rivolta a lei. Brutta stronza, lascialo lì. Beba ignora. I due cani stanno leccando il volto dell’uomo a terra. Lui dimostra 30 anni. È un uomo. Inizia a muoversi. Lento. È ubriaco. Ha bisogno d’aiuto. Beba cerca di spostarlo, intanto prende il telefono per chiamare i soccorsi. Nessuno la aiuta. Un’altra voce. Se osi chiamare l’ambulanza ti meniamo, maledetta troia, bisogna lasciarli morire questi immigrati di merda, ricordati che i soccorsi li paghiamo noi contribuenti, mica questi negri. Beba fa finta di non sentire. Una nuova voce. Lavati le mani che ti prendi le malattie. Nel gruppo di persone c’è una signora di circa 70 anni. Lei invoca la giustizia divina. Spera che dio ascolti le sue preghiere e affondi tutti i barconi. Beba è disgustata, ma rimane concentrata sull’uomo. Lo sposta. Lo sistema all’ombra. Ora cammina verso il gruppetto di persone. Tra loro ci sono anche due giovani addetti dell’Amsa, servizi per l’ambiente. Beba li affronta. Siete impazziti? Guardate che esiste l’omissione di soccorso. Beba è avvocato. Il suo nome è Beatrice Bordino. La reazione degli altri è rabbiosa. Beba ha paura. Arretra. Cerca due vigili. Spiega i fatti. Ottiene un’alzata di spalle. Torna a portare un po’ d’acqua all’uomo a terra. Un amico lo ha preso sotto braccio e lo sta trascinando via. Beba si siede sulla panchina. La faccia tra le mani. Piange».
4 agosto 2019


Nel 1990, da una distanza di circa 6 miliardi di km, il Voyager 1 prese questa immagine, in cui appare un puntino minuscolo, che misura appena 0,12 pixel. È un’immagine passata alla storia con il nome di Pale Blue Dot. Quel “pallido puntino blu” è la nostra Terra e il grande Carl Sagan, in una conferenza tenuta all’Università Cornell il 13 ottobre 1994, descrisse con le seguenti, intense parole i pensieri che quell’immagine gli suscitarono: 
«Noi riuscimmo a fare questa fotografia, e, se voi la guardate, vedete un puntino. Quello è qui. Quella è la nostra casa. Quello è noi. Su di esso, tutti quelli di cui siete venuti a sapere, ogni essere umano che ci sia mai stato, tutti hanno vissuto là. L’insieme di tutte le nostre gioie e sofferenze, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e allevatore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni giovane coppia innamorata, ogni bambino pieno di speranza, ogni madre e padre, ogni inventore ed esploratore, ogni moralista, ogni politico corrotto, ogni divo, ogni comandante supremo, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie sono vissuti là, su un granello di polvere sospeso in un raggio di Sole». 
«La Terra è un palcoscenico molto piccolo in un’enorme arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti i generali ed imperatori affinchè in gloria e trionfo loro potessero divenire i padroni momentanei di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine degli abitanti di un angolo del puntino sugli abitanti di un altro angolo appena distinguibile del puntino. Così frequenti i loro malintesi, così ansiosi sono di uccidersi l'un l'altro, così fervente il loro odio. La nostra presunzione, la nostra immaginata auto-importanza, la nostra illusione di avere una posizione privilegiata nell'Universo, sono sfidate da questo puntino di luce pallida». 
«Il nostro pianeta è una macchiolina solitaria avvolta nel grande buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è suggerimento d’aiuto che verrà da altrove a salvare noi da noi stessi. Si dice che l'astronomia insegni ad essere umili e io aggiungo che è un’esperienza che costruisce il carattere. Io penso che non c’è forse nessuna migliore dimostrazione della follia della presunzione umana che questa immagine da lontano del nostro piccolo mondo. Secondo me, essa sottolinea la nostra responsabilità di avere più gentilezza e compassione l'un con l'altro e di preservare e curare teneramente quel pallido puntino blu, l'unica casa che noi abbiamo mai conosciuto».


«La Chiesa non ha bisogno di teologie di corte. Né della corte di Giovanni Paolo II, né di quella di Benedetto XVI, né di quella di Francesco. Al teologo non si addice mai la logica della corte. Anzi, non c’è teologia alcuna finché la forma di vita è quella della corte. La teologia deve essere molto più rispettosa e molto più critica di una corte. Non deve né mormorare di nascosto, né compiacere ostentatamente. Per questo la teologia dell'XXXXX è irrimediabilmente tramontata. Non ha onorato la realtà, ma ha idealizzato le cose e le persone, le opere e i giorni. Per questo è diventata non una risorsa ma un problema».
Andrea Grillo, 2.08.2019
http://www.cittadellaeditrice.com/munera/avanzamento-ecclesiale-e-turbamenti-delle-teologie-di-corte-10-idee-sullistituto-giovanni-paolo-ii/?fbclid=IwAR3XWjmkVP7U2RpKxI7vDW7sSgLt0vy2BhDbSUyUn3638U9ZZ6r7rBoFTwQ

Anche la piccolina ha seguito l'esempio della mamma, fiorendo la stessa notte!

«(...) Da quando il legislatore, nel 2003, ha liberalizzato l’azzardo, tutto è cambiato: l’Italia si è trasformata in uno dei più grandi casinò a cielo aperto del mondo. L’effetto di questa scelta ha portato a un’escalation della dipendenza: la dimensione comunitaria che caratterizzava anche il gioco d’azzardo ha lasciato posto alla solitudine del giocatore, che davanti alla macchina inserisce direttamente denaro fresco e vive un «tempo ipnotico», incapace di percepire quanto spende.
In pochi anni la ragnatela della cultura dell’azzardo si è diffusa persino nei più piccoli e sperduti centri abitati in cui si trovano bar, sale scommesse e tabaccherie. Non ci riferiamo qui all’esperienza dell’azzardo che si svolge nelle case o nei circoli con regole certe e somme di denaro modiche, pena l’allontanamento del giocatore, ma a quella dinamica che induce a diventare giocatore solitario. Bastano un paio di dati per definire la proporzione del fenomeno: le slot machine disseminate sul territorio sono 366.399, una ogni 161 cittadini, mentre si vendono 3.600 «gratta e vinci» al minuto.
È il gioco legale che fa crescere l’illegalità, l’usura, il riciclaggio di denaro e l’estorsione, non il contrario».
http://www.vita.it/it/article/2019/08/02/la-grande-ragnatela-dellazzardo/152391/

«Don, ma perché non parli tu al microfono al CRE? Perché non gestisci tu la riunione animatori e intervieni solo su alcune questioni? Perché lasci che a volte facciano la preghiera gli altri e tu dai solo la benedizione?”. (...)
Sono domande che mi sono state rivolte durante i CRE, alle quali andrebbero aggiunte le molte domande che mi vengono rivolte durante tutte le attività che caratterizzano la vita parrocchiale dell’anno pastorale. La mia risposta, semplice ma non banale, è questa: “Perché sapete farlo, quindi potete farlo. E, forse, dovete farlo”».
http://www.santalessandro.org/2019/07/dal-prete-tuttofare-al-prete-compagno-di-viaggio/?fbclid=IwAR1DgmurgfoHU2TSlaADfhBocXBXIAtgKBlzj9d35cpl-Jep_HroT8lozVg


«Il cuore di un uomo è molto simile al mare, ha le sue tempeste, le sue maree e nelle sue profondità ha anche le sue perle».
Vincent van Gogh


«Non l'abbondanza del sapere sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente».
sant' Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali


Una volta sognai 
di Alda Merini
Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore,
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell'acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.

Una piccola storia raccontata dallo scrittore Eduardo Galeano nel suo Il libro degli abbracci. Vi si parla di un bambino, Diego, che viaggia verso sud con il padre per vedere per la prima volta il mare. Quando, dopo molto andare, arrivano alla spiaggia, il mare è là, davanti ai suoi occhi. Era un azzurro e un’immensità ininterrotta senza parole. E il figlio, stringendosi al padre, gli chiese sottovoce: «Aiutami a guardare!».

«Finalità del testo – spiega il direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della famiglia don Silvano Trincanato – è quello di indicare il modo concreto nella nostra Diocesi per corrispondere alla richiesta di Amoris laetitia di aiutare quanti sono in una seconda unione a iniziare un percorso di accompagnamento con la guida di preti e laici preparati, un itinerario di verità, da percorrere sotto la luce calda e amica della misericordia di Dio, sempre immeritata, incondizionata e gratuita».
Il discernimento non sarà esterno all’individuo, ad esempio «nella persona del vescovo o del prete», ma, spiega don Silvano Trincanato, «la coscienza stessa delle persone in nuova unione a cui si affiancano una o più persone, sotto la supervisione di un’equipe e la guida del vescovo». Non un’autocertificazione dunque, ma «un percorso spirituale molto esigente, che si basa sull’ascolto della Parola di Dio e il rapporto con la propria coscienza. Un passaggio non indifferente – sottolinea il direttore dell’Ufficio diocesano per la famiglia – che chiede grande correttezza e formazione, affinché la coscienza delle persone possa scegliere in verità, alla luce della Grazia».
Ogni percorso farà storia a sé, con modalità, tempi e contenuti diversi, “cuciti addosso” alle coppie in nuova unione, alla loro storia e alle loro esigenze particolari. «La scelta di un accompagnamento in equipe, grazie a un gruppo di laici e preti individuato dal vescovo – precisa don Silvano Trincanato – può sembrare macchinosa e poco attenta alla sensibilità delle persone in nuova unione. Essa sottolinea il valore dell’equipe per accompagnare in modo sapiente e non soggettivo, nonché la necessità di persone che conoscano la materia e abbiano competenza nello svolgere il ruolo di accompagnamento. Ciò non toglie che un prete o un laico significativo già coinvolto nell’accompagnamento della coppia venga inserito nell’equipe per quanto riguardo l’accompagnamento della coppia conosciuta».
https://www.difesapopolo.it/Diocesi/La-coscienza-e-la-comunita.-Nota-della-Diocesi-di-Padova-sulle-nuove-unioni-dopo-l-Amoris-Laetitia.-Tornare-in-comunita-ora-si-puo

Essere vecchi 
di José Tolentino Mendonça 
Un detto americano dice: 'La vecchiaia non è divertente'. È vero. Essere vecchi è dover ripartire da zero in qualsiasi momento, e farlo molte volte, costretti a reimparare cose basilari, che avevamo anche insegnato agli altri per tutta la vita. Cose semplici (e incredibilmente complesse) come camminare, organizzare i propri spazi, occuparsi del mangiare, uscire di casa, comunicare. Ci si sveglia un giorno, e niente di tutto questo è ovvio come lo era prima. Essere vecchi è fare quel che si faceva, ma molto più lentamente. Essere vecchi è avvertire più spesso la tentazione di rinunciare; e, al tempo stesso, avere l’inspiegabile ostinazione di ricominciare quando non sembrerebbe più possibile. 
Essere vecchi è mostrare, nel punto estremo della fragilità, di avere sette vite. Essere vecchi è accettare il presente, sentendo aggirarsi così vicina l’imprevedibilità, e saggiamente riderne. Essere vecchi è fare di più con meno: sapere di poter contare soltanto sulla forza di una mano o sul sostegno di una sola gamba, ma anche così insistere e continuare. Essere vecchi è capire il valore delle briciole, che sono sempre state il nostro grande nutrimento senza che ce ne rendessimo conto. 
Essere vecchi è combattere per reggere una conversazione con un quinto del vocabolario, ma con gli occhi che parlano cinquanta volte di più.
in “Avvenire” del 23 giugno 2019 


Per favore, non ditemi più che le nostre autorità mettono al primo posto il valore dei Consigli pastorali e la ministerialità laicale.
Ma... senza questo, quale rinnovamento possiamo sperare?!
don Chisciotte Mc, 8 luglio 2019

Ciao, Renato! Grazie per tutto l'aiuto in questi tre anni!


Anche stavolta, c'è chi fa la scimmia cieca, sorda e muta.
E invece c'è chi vede, sente e dice.
don Chisciotte Mc, 4.07.2019

Non sono né il primo né l'ultimo a dirlo... ma ci sono delle persone che aprono la bocca per dire la prima cosa che pensano (senza competenza né intelligenza) e poi ce ne sono altre che parlano con la testa e la conoscenza. Io ascolto queste ultime. Per esempio, tre giorni fa (non oggi!):
“L’arresto della Rackete – spiega il senatore Gregorio De Falco, ex M5S ora gruppo misto,  ad Adnkronos – è stato fatto per non essersi fermata all’alt impartito da una nave da guerra, ma la nave da guerra è altra cosa, è una nave militare che mostra i segni della nave militare e che è comandata da un ufficiale di Marina, cosa che non è il personale della Guardia di Finanza. Non ci sono gli estremi. La Sea Watch è un’ambulanza, non è tenuta a fermarsi, è un natante con a bordo un’emergenza. La nave militare avrebbe dovuto anzi scortarla a terra“.
Prosegue De Falco: “Sea Watch non avrebbe potuto andare in altri porti, il più vicino è Lampedusa e non aveva alcun titolo a chiedere ad altri, sebbene lo abbia fatto. Ha atteso tutto quello che poteva attendere finché non sono arrivati allo stremo; a quel punto il comandante ha detto basta ed è entrata per senso di responsabilità.
È perverso un ordinamento che metta un uomo, o una donna in questo caso, di fronte a un dramma di questo tipo. Quella nave aveva un’emergenza e aspettava da troppo. Fatti gli accertamenti da parte della Procura, dovrà tenersi conto del fatto che non ci sono gli estremi giuridici per tenere in stato di fermo la comandante. Dovrà essere liberata per civiltà giuridica e umana”.
Il comandante De Falco: “Carola Rackete non aveva alcun obbligo di fermarsi, deve essere liberata”
 29/06/2019
https://infodifesa.it/il-comandante-de-falco-carola-rackete-non-aveva-alcun-obbligo-di-fermarsi-deve-essere-liberata/

Immobili ecclesiastici: nuova frontiera per l’innovazione sociale
di Francesca Giani - 1 luglio 2019
Col calo della vocazioni sempre più spesso le proprietà della Chiesa rimangono sotto utilizzate o inutilizzate. Pur mantenendo, per norma canonica, il vincolo sociale. Come riqualificarli senza disperdere la vocazione per cui sono nati? Le non profit avrebbero la carta vincente...
In Italia nel 2016 sono stati chiusi 28 conventi ogni mese, per un totale di 335. Se tale andamento rimanesse costante nel 2046 si arriverebbe alla chiusura di tutti i conventi italiani. Sebbene non sia una predizione del futuro il dato rende evidente che si tratta di un fenomeno consistente. I fedeli, i preti e i consacrati della Chiesa Cattolica italiana stanno diminuendo con la conseguenza che alcuni immobili ecclesiastici risultano sotto utilizzati o inutilizzati. (...)
Oltre alla possibilità della vendita (ammessa ma scoraggiata dal CIC) e alla scelta inopportuna di lasciare inutilizzato un immobile (si ricorda in proposito sia la parabola dei talenti che vede apostrofare come malvagio il servo che non aveva usato il bene a lui conferito - Matteo 25,14-30 -, che l’evidenza che un immobile inutilizzato perde di valore procedendo inesorabilmente verso l’obsolescenza), per gli immobili ecclesiastici privi di uso è presente uno scenario di grande interesse: la valorizzazione immobiliare sociale. Questo è uno degli ambiti di lavoro della Fondazione Summa Humanitate che accompagna gli enti ecclesiastici nello studio di riusi volti al bene comune. La Fondazione cerca, seleziona, affianca nella progettazione partner del terzo settore che abbiano finalità prossime a quelle della proprietà. In termini ecclesiali si parla di dare continuità al carisma della proprietà. In relazione all’ambito immobiliare il tema è quello del riuso e della valorizzazione immobiliare sociale, ambito complesso che necessita di un approccio interdisciplinare (architettura, economia, diritto civile, diritto canonico, ecologica). Attraverso il riuso dell’immobile non si persegue il raggiungimento del massimo profitto, bensì la produzione di valore immateriale offerto dai servizi ospitati nell’immobile, che dovranno comunque avere un equilibrio economico a valere nel tempo. (continua: http://www.vita.it/it/article/2019/07/01/immobili-ecclesiastici-nuova-frontiera-per-linnovazione-sociale/152048/

Parrocchie senza preti, sfida per i laici 
di Sara Melchiori 
Uscire dalla logica del 'purtroppo', dal ripiegamento in se stessi e in una nostalgia del passato o in affannose ricerche di riorganizzazioni funzionali, e guardare al «nuovo che avanza » (i cui segnali si registrano da decenni), come kairòs di un cambiamento che ha il sapore della conversione permanente all’annuncio del Regno e all’essere popolo di Dio in cammino. (...) Per il prete significa tornare a incarnare il Vangelo nella vita quotidiana (...) e per il laico: recuperare la sua corresponsabilità nella vita comunitaria, in funzione del Battesimo. 
«Per le sfide di oggi – ha chiosato nelle conclusioni il vescovo Domenico Sigalini, presidente del Centro di orientamento pastorale – non occorre solo e soprattutto un prete, ma anche una comunità che veramente evangelizza». L’invito quindi a «lavorare per una forma di chiesa popolare, di parrocchia che si sente trasformata» indipendentemente dal numero dei preti, perché non è il loro numero che fa la Chiesa, «ma il popolo di Dio se, in comunione con il suo vescovo e i suoi preti, sa ridire il Vangelo alle giovani generazioni, sa confrontarsi con le nuove domande, accetta la sfida dell’ateo ribelle e dell’ateo praticante». Quindi superare le logiche difensive e conservative accogliendo l’invito forte che già 'urlò' Giovanni Paolo II: duc in altum, Chiesa prendi il largo! (...) Non si tratta allora di mera ingegneria pastorale (alias lavorare solo per accorpamento di parrocchie a fronte di calo di preti e di fedeli), ma di progettualità, non di tattica dell’emergenza ma di strategia evangelica verrebbe da semplificare: «non mettere un laico al posto del prete per clericalizzarlo; non soffocare nei laici la cura accogliente e generosa dei carismi che Dio ha dato loro per una Chiesa in uscita, riducendo il servizio a mestiere», ma gioco di squadra, sinodalità, apertura della Chiesa alla missione e sbilanciamento sulla vita delle persone. (...)
in “Avvenire” del 28 giugno 2019 

Conflitto. Non solo scontro, ma confronto 
di Nunzio Galantino 
(...) Vi sono conflitti che aprono la strada a soluzioni, talvolta impreviste. Prendiamo l’esempio dei conflitti sindacali, che possono trovare composizione nel quadro più generale del bene comune o di reciproci interessi. La possibilità che dei conflitti si risolvano in maniera positiva vale anche per quelli che toccano la sfera interiore e quella psicologica della persona. Si sa! Se non accompagnati, questi conflitti possono segnare in maniera lacerante gli equilibri personali. Riconoscere invece il conflitto e decidere, per quanto è possibile, di non fuggire da esso è, come afferma lo psicologo Gino Pagliarini, il primo passo verso la ricerca dell’armonia. Rimanere consapevolmente nella complessità e nella difficoltà della situazione conflittuale vuol dire pensare realisticamente che le situazioni di conflittualità che viviamo non sono mai così estreme e nettamente schematizzabili. E poi, «nel dialogo c’è il conflitto - afferma papa Francesco - non dobbiamo temerlo né ignorarlo, ma trasformarlo in un anello del collegamento». Sempre e comunque cioè il conflitto si colloca e ci colloca in un contesto relazionale. Relazione con l’altro da me e/o relazione con me stesso. Nel primo caso, l’incontro con l’altro – altro da me per storia, cultura, tradizioni e motivazioni, e non mio prolungamento - può contribuire a definire la mia identità e mi aiuta a percepire il mio come uno dei punti di vista possibili. Quanto, poi, ai conflitti che si consumano al nostro interno, sembrano essere proprio i più faticosi da sostenere. Soprattutto quando resta predominante la sensazione oppressiva di un muro che mi si para dinanzi: un vuoto esistenziale, amaro epilogo dell’incontro tra la realtà che vivo e quella che mi sembra capace di ridarmi vita. (...) L’etimologia della parola conflitto dà ragione dell’approccio semantico positivo fin qui seguito. Il De rerum natura fa derivare la parola conflitto dal latino conflictus e dal verbo confligere, composto di cum (con) e fligere. Sia in Lucrezio sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 16 giugno 2019

Come si deve distribuire la Comunione al calice?
di Silvano Sirboni, su "Famiglia Cristiana" 25.06.2019
Con la riforma del Vaticano II è stata ripristinata anche per i fedeli laici l’originaria possibilità di fare la Comunione al calice in quanto tale gesto manifesta meglio il riferimento all’Ultima cena del Signore (cfr. Messale n. 281). Le attuali norme prevedono che il fedele possa prendere il calice fra le sue mani e bere direttamente da esso (n. 286). Modalità che si è diffusa per lo più in gruppi ristretti, non certo per elitarismo ma per ovvie ragioni igieniche, così da evitare qualsiasi disagio da parte dei fedeli. Per questo è sempre possibile non usufruire del calice, anche se previsto nella celebrazione in atto. Per non privare gran parte dei fedeli della Comunione con i due segni eucaristici è prevista, ed è diventata la prassi più diffusa, la comunione per intinzione. Non per sminuire la dignità del fedele laico, ma semplicemente per evitare ogni possibile inconveniente, è previsto che sia il sacerdote a intingere il pane nel vino. Il calice può essere tenuto opportunamente da un altro ministro, anche laico (n. 287).

Ripensare se stessi nel mondo non in rapporti di subordinazione ma di comunione 
di p. Dalmazio Mongillo
«Oggi il criterio della gerarchia e della subordinazione è contestato a livelli sempre più ampi e con convinzione sempre più profonda, dall’attesa per rapporti di partecipazione e compromissione, ispirati dal riconoscimento della dignità e responsabilità di tutti, orientati a un consenso che si costruisce non in ordine a ciò che il capo decide ma alla comunione piena tra tutti coloro che concorrono a strutturare l’unità. Quest’aspirazione che non è più astratta, di pochi, tenta di sconvolgere l’assetto precedente e scatena forti resistenze al cambiamento. Viviamo in una situazione di conflitto nella quale non ci intendiamo più anche quando usiamo gli stessi termini; le parole si comprendono nella luce del vissuto di chi le dice».
in "Lotta come Amore", gennaio 1978

Un silenzio che non si può proprio chiedere (o imporre) a un sacerdote
di Marco Tarquinio
«Credo fermamente che nessuno possa immaginare di impedire a un uomo di Dio di spiegare il Vangelo, soprattutto quando esso viene male interpretato e presentato, soprattutto in tempi nei quali si cerca di ingenerare confusione e di alimentare divisioni nelle stesse comunità cristiane. Storie antiche come il mondo e come la Chiesa... Questo è sempre avvenuto e, purtroppo, avviene ancora (...). Ci sono tanti sacerdoti – come lei sa meglio di me – ma anche semplici (e ben accompagnati) fedeli che non si adeguano al silenzio o all’allineamento imposti, soprattutto quando sono chiaramente stravolgenti dello sguardo cristiano sulla vita delle persone e del mondo. Per un cristiano, per un cattolico, e tanto più per chi ha fatto la scelta di consacrare la propria vita a Dio, la fedeltà alla Parola che è Cristo è semplicemente... non negoziabile. (...)». 
"Avvenire", 22.06.2019
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-silenzio-che-non-si-puo-proprio-chiedere-o-imporre-a-sacerdote?fbclid=IwAR1wqp96DRuJAo9ir9vogLDbh7lc0uxS0vFh8pJv3qKZ_HObKr1DS_xkZGc

"Da ieri al via la 69.a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale. Al centro dei lavori anche il nuovo ruolo di laici e sacerdoti. Mons. Sigalini: accorpamento parrocchiale segno di una chiesa in uscita. Ai laici maggiori responsabilità ma non diventino ‘mezzi preti’
Federico Piana, 24 giugno 2019
Può esistere una parrocchia senza preti? Alla domanda, provocatoria, cercherà di rispondere la 69.a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale organizzata a Torreglia, in provincia di Padova, da domani e fino al prossimo 27 giugno. Il titolo dell’incontro, organizzato dal Centro di Orientamento Pastorale (Cop), è: "Parrocchie senza preti. Dalla crisi delle vocazioni alla rinnovata ministerialità laicale" e nasce da un osservazione oggettiva della realtà: in Italia i sacerdoti sono sempre meno mentre crescono le comunità parrocchiali ‘orfane’ di presbiteri.
Uno sguardo positivo
A scanso di equivoci, don Antonio Mastantuono, vicedirettore della rivista ‘Orientamenti Pastorali’, ci tiene a mettere in evidenza una realtà che non può essere in nessun modo modificata: “Il titolo del nostro incontro è certamente ad effetto. In realtà, non può esserci una comunità cristiana che non si raduni attorno all’eucaristia. Una comunità cristiana, però, si fonda sull’eucaristia, sulla parola e sulla carità. Le tre cose vanno insieme. E anche se dovesse calare il numero delle celebrazioni eucaristiche per mancanza di parroci la comunità cristiana non cesserebbe d’esistere”.
Accorpamento parrocchiale, segno di una Chiesa missionaria
Cosa fare? Quali rimedi mettere in campo per contrastare

«Cortesia è anzitutto l'atteggiamento di Dio verso l'uomo, il modo con cui il Signore si comporta nei nostri riguardi (...). Dio tratta bene anche chi lo tratta male, e questo suo atteggiamento è la radice di ogni benevolenza e cortesia umane. (...) La cortesia è il dono di saper mettere ciascuno a proprio agio, anche chi è in imbarazzo. (...) Maria saluta la cugina Elisabetta mettendola a suo agio ed Elisabetta si scioglie. (...) E' l'arte di accogliere, di icnontrare l'altro facendogli sentire che è benvoluto, atteso, amato».
Carlo Maria Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 48-50


«La parola "mitezza" è alta. Sta pure nel “Discorso della Montagna”. Ma oggi per me è una parola conflittuale, e in fondo lo è anche nel Vangelo. La mitezza mi pare del tutto estranea al mondo che ho di fronte. Il simbolo incarnato di questo mondo è la violenza. In tre quarti della fiction che vedo, la pistola è il principale mezzo di comunicazione con l’altro. È l’ideologia di questo mondo: è la forza, l’osanna per chi vince. Essere “miti” significa essere in discordia profonda con questo mondo: e dunque domanda una radicalità, non un contemperamento e una moderazione. Non una “normalità”, ma un sentirsi acutamente anormali rispetto a questo ordine così violento e selvaggio, in cui impera la supremazia onnivora del profitto».
Pietro Ingrao, citato in Carlo Maria Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 54


L'ostinata cura della Trinità divina
di Sergio Di Benedetto - 16 giugno 2019
(...) Ogni Persona della Trinità, infatti, agisce. Gesù «dice»: Egli è il Verbo del Padre, e dunque si fa parola per i discepoli; parola che annuncia, che apre sentieri (...) Poi ci sono le azioni dello Spirito: «verrà», «guiderà», «avrà udito», «annunzierà», «prenderà». Sono verbi al futuro (...) Non c'è vita che non possa essere ascoltata dallo Spirito. E infine il Padre: egli «possiede», cioè esercita un potere, che è potere di appartenenza. (...) L'uomo è oggetto della sua predilezione.
La Trinità è una misteriosa unione di persone in azione che hanno cura dell'uomo, hanno cura di me e di te, hanno cura della vita e del mondo. E questa cura, ci dimostra il Vangelo, è cura ostinata, fedele, feconda.
Noi siamo oggetto di cura da parte della Trinità: noi con le nostre miserie, i nostri nodi, le nostre ferite, ma anche le nostre gioie, le nostre qualità, le nostre speranze.
Dio non cancella una parte di noi: Egli si china su tutta la nostra esistenza. (...) Non importa se non portiamo frutto, non importa se siamo sempre sospesi tra «il mare sterminato» che si apre sotto e la montagna che ci sta sopra, non importa se possiamo cadere, mettendo il piede nel vuoto: il nostro Dio, Padre, Figlio e Spirito, è un Dio fedele e ostinato. Continuerà a portare acqua, continuerà ad attendere che quel terreno diventi meno arido, più fecondo, più accogliente. La pazienza di Dio è la nostra speranza. (...)
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3415

"La gioia è un segno chiarissimo della presenza dello Spirito Santo. Se vogliamo capire dove lo Spirito sta operando, sta agendo in una comunità, in una persona, in una decisione, dobbiamo verificare la presenza o l'assenza della gioia. (...) Se c'è gioia, possiamo pensare che lo Spirito Santo c'è.
La gioia è il fine di tutto ciò che Gesù ha detto.
La giovialità è la capacità di rendere gli altri contenti".
Carlo Maria Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 64-65

"Cristo, facendosi uomo, assume tutta questa realtà simbolica, vivendola e realizzandola in modo insuperabile. Egli crea in sé una perfetta unione del divino e dell’umano e scorre, sovranamente libero, dall’uno all’altro. Egli vive nella sua umanità storica un’intima relazione trinitaria; ma congiunge anche il tempo e l’eterno, il cuore umano e il cuore divino. (...) Ciò vuol dire che Cristo è la pienezza della densità e dell’evento simbolici, e perciò, la suprema e unica mediazione simbolica (a livello storico, costitutivo e relazionale), tra il divino e l’umanità. (...) Così l’origine dei sacramenti-simboli, come l’insieme della salvezza e della santificazione offerte all’uomo, è tutto il Cristo, come persona e come vicenda-evento. (...) I singoli sacramenti non sono, e non possono essere altro, che caratterizzazione ed evidenziazione di singole ed ineliminabili dimensioni della totalità simbolica (natura ed evento) del Cristo".
G. Mazzanti, I sacramenti, 142-143


"Passando in mezzo a loro, si mise in cammino".
Lc 4,30