«Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta».
Mi meraviglio di quanto ancora si sia attaccati morbosamente
a questi mattoni, a queste "cose", a questa stessa vita.
don Chisciotte Mc 191115

Quando finirò
- se finirò -
di dire le cose più belle
che scopro nelle persone e nel creato,
allora
comincerò a dire
quelle un po' meno belle.
don Chisciotte Mc 191111

Non è l'oggi che è sbagliato.
Semmai il passato
- che avrebbe dovuto gettare un ponte tra il Vangelo e l'oggi -
non ha fatto del tutto il suo dovere.
don Chisciotte Mc, 191114

«Dimmi cosa pensi degli altri e ti dirò chi sei».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 187

Intimità: piccolo viaggio nei misteri del mondo
di Nunzio Galantino
«"A volte succedono cose strane, un incontro,/un sospiro, un alito di vento che suggerisce/nuove avventure della mente e del cuore./ Il resto arriva da solo, nell'intimità dei misteri del mondo". A pochi giorni dall'anniversario di morte di Alda Merini, affido a lei il compito di introdurci nella parola intimità, tanto vicina, ma anche diversa dalla parola interiorità. La parola intimità deriva dal latino intimus («il più dentro possibile»), superlativo assoluto di internus («ciò che è dentro»), mentre interior (più dentro di qualcos'altro) ne è il comparativo.
Evocando l'"intimità dei misteri del mondo", la Poetessa dei Navigli ci spinge ad andare decisamente oltre il comune uso che si fa della parola intimità, ridotta spesso all'intesa fisica tra due persone fino a una eccitante prossimità erotica. L' «intimità dei misteri del mondo», ci introduce a tutto ciò che, non solo a livello personale, va al di là del visibile, del prevedibile e, talvolta, anche del comunicabile. Non per questo l'intimità è lontananza dal frastuono e dalle aggressioni del mondo; né è una sorta di messa al riparo da irruzioni dall'esterno che rischiano di mettere a nudo le mie fragilità e i miei limiti. Nell'intimità è in gioco invece proprio la disponibilità ad aprire un varco attraverso il quale permetto ad altro/i di gettare uno sguardo in quello che, parafrasando Sant'Agostino, possiamo chiamare interior intimo meo, abitato anche da limiti e fragilità. Senza percepirne il disagio (...)».
in "Il Sole 24 Ore " del 10 novembre 2019

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3514&fbclid=IwAR2XCQ0GAwj7-SHgLcVuH-M9-R_HI7HYDY0vgV6k55FMMlKAODCSeiXGjU0
Quando un prete 'carismatico' cambia parrocchia e la chiesa si svuota, arriva il momento in cui i laici si rimboccano le maniche...

«(...) in questo nostro tempo il presbiterio deve intensificare la sua unità allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo (Ef 4,12-13).
Perciò io incoraggio tutto il clero, presbiteri e diaconi, a collaborare all'opera comune per il bene della comunità cristiana e della sua unità. Abbiamo da compiere un'opera comune: è più importante il servizio all'unità che l'esibizione della originalità; i trasferimenti dei preti devono essere testimonianza di continuità lungo le linee diocesane, non devono essere cambiamenti radicali che sembrano intenzionati a cancellare la storia e a sconcertare la gente; nessuno deve decidere come se fosse padrone in una comunità, tutti coloro che sono chiamati al ministero sono collaboratori dell'unico vescovo per l'opera comune e l'opera comune è frutto di un procedere sinodale; non siamo chiamati a essere fotocopie, ma dobbiamo mettere tutte le nostre doti singolari a servizio di un'opera condivisa; le proposte diocesane e il calendario diocesano devono essere un punto di riferimento per le proposte parrocchiali e il calendario parrocchiale non solo un articolo al supermercato delle devozioni dove ognuno sceglie quello che più gli piace; il clero deve servire le persone, non farsi servire, i preti devono aiutare le persone a sentirsi pietre vive dell' unica Chiesa, non a occupare incarichi perché amici del prete e perciò maldisposti a collaborare con un altro prete.
Il vescovo senza il clero non può fare niente, tanto meno un vescovo come me. Ma un presbiterio unito, non uniforme, un clero che coltiva rapporti fraterni e non solo amicizie selettive, un clero che vive l'obbedienza non come una zavorra o un fastidio, ma come la fierezza e la gioia di collaborare all'edificazione della Chiesa è un clero che offre nel suo complesso l'immagine del buon Pastore, che manifesta le premure del Signore perché si conservi l'unità dello spirito con il vincolo della pace. (...)».
arcivescovo Mario Delpini, 4 novembre 2019

(...) «Il modello ecclesiale del Vaticano II non è mai stato veramente attuato, e lo sbandierato sacerdozio comune dei fedeli è rimasto di fatto solo un concetto. Ciò anche perché, lo stesso concilio, sceglie di leggere il sacerdote essenzialmente come “persona Christi”, cioè ri-presentatore reale di Cristo alla comunità, mettendo in ombra totalmente il suo essere “persona “Ecclesiae”, cioè ri-presentatore reale della comunità di fronte a Cristo. E’ evidente che lui è entrambe le cose, ma spostare l’accento sulla prima non favorisce la valorizzazione della comunità come insieme di battezzati che hanno tutti un sacerdozio comune da vivere.
Anche la riforma liturgica del concilio, che ha posto il prete dall’altra parte dell’altare, “in front of” assemblea, è stata inesorabilmente concausa della separazione tra sacerdote e comunità. Con ciò non vorrei ritornare alla messa tridentina, ma se non cambia il contesto ecclesiale e la dinamica di fondo dei rapporti di potere nella Chiesa, probi viri ordinati e donne prete non sono la soluzione.
Metto lì una provocazione. Come hanno fatto i cattolici giapponesi tra il 1641 e il 1843, durante la fase del “paese blindato” in cui nessun prete aveva potuto restare presente? Come fu possibile che nel 1850, i primi missionari gesuiti ammessi in Giappone trovarono, con loro grande sorpresa, gruppi di cattolici che avevano mantenuto la fede con la bibbia e il battesimo? Mancava la pienezza della Chiesa, perché senza eucarestia, e senza vescovi, ma la fede era rimasta viva. Oggi, temo, a volte ci troviamo nella situazione ecclesiale opposta: abbiamo la pienezza della Chiesa con eucarestia e vescovo, ma la fede dei fedeli latita fino quasi a spegnersi.
La situazione amazzonica assomiglia a quella giapponese? Non lo so. Di certo, però, so che cercare di trasferire in amazzonia il modello pastorale europeo non porterà da nessuna parte.
La questione della ordinazione dei probi viri (e delle donne) va posta non per mancanza di preti, ma per ristrutturazione del ruolo del sacerdote, rispetto ai laici e alla comunità tutta. Possiamo continuare a ritenere sensato lo spostamento di un prete da una parrocchia all’altra? O non è forse meglio immaginare che ogni comunità parrocchiale trovi al suo interno chi possa ricoprire questo ruolo, come era all’origine del cristianesimo? (...)».
Gilberto Borghi, 25.10.2019
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3513&fbclid=IwAR1Nlvly92cR99zLMj26s1N5OsVGYU7Pcd_py-ARxIZ6vmnyQTBFuPoP4p4

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/verso-la-nuova-edizione-del-messale-ambrosiano-292109.html

Fuori dal tempo, fuori dal mondo
- Vengono recepiti i nuovi titolini a partire dal "nuovo" (problematico) Lezionario, quello di 10 anni fa.
- Vengono ricomposti alcuni pochi formulari.
- Integrate le liturgie dei santi e beati "nuovi"... cioé degli ultimi 30 anni.
- 18 anni per vedere la edizione italiana del testo della terza edizione latina.
- Tre frasi cambiate.
- "Fratelli e sorelle"... si potrà ufficialmente dire.
- Saranno inserite le cosidette «preghiere eucaristiche svizzere» (composte negli anni '80).
- "Non praticabile, almeno per il momento, la via di una nuova versione integrale dei canti, delle preghiere e dei prefazi e ha preso la decisione di mantenere inalterato il testo in uso".
- Il tutto forse per la fine del 2021.

* Nel 2009 usciva l'Iphone 3GS e oggi vendono l'Iphone 11; nel giugno 2010 era sul mercato il Galaxy S e tra qualche settimana uscirà il Galaxy S11.
* E' già uscita l'edizione 2020 dello Zanichelli, dopo che ne è uscita una edizione nel 2019, nel 2018, nel 2017, nel 2016...
* Poco più di un mese fa i ragazzi hanno cominciato a giocare a FIFA 20, mentre 10 anni fa la cover di FIFA 10 riportava tre volti di calciatori oggi ormai sconosciuti.
* In quel tempo il presidente degli USA era Obama e in Italia c'era il quarto governo Berlusconi.
* Facebook è arrivato in Italia nel maggio 2008, Whatsapp nel 2009 e Instagram nel 2010.

Noi prima o poi ci arriveremo sul pianeta Terra. Per ora suscitiamo sì e no mezzi sorrisetti, ironici o tristi.
don Chisciotte Mc, 4 novembre 2019 

«Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati mapparono i fori di proiettile negli aerei colpiti dalla contraerea nazista.
La deduzione logica degli ingegneri e dei costruttori fu quella di rinforzare le aree maggiormente colpite, al fine di blindare ulteriormente i velivoli, dando loro maggiore resistenza al fuoco nemico.
Un matematico, di nome Abraham Wald, giunse però a tutt'altra conclusione:i puntini rossi, che vediamo nell'immagine, rappresentano solo i danni subiti dagli aerei che tornarono alla base, e non di quelli abbattuti.
Secondo lo studioso infatti, le aree che dovevano esser rinforzate erano quelle in cui non c'erano puntini rossi, poiché se fossero state colpite l'aereo e il suo pilota non avrebbero più fatto ritorno a casa.
Questo fenomeno si chiama "Pregiudizio di Sopravvivenza". Avviene quando guardiamo le cose che sono sopravvissute quando invece dovremmo concentrarci su quelle che non ce l'hanno fatta».
Paolo Acciai, su FB 31.10.2019

«Sei disposto a far passare l'uomo PRIMA di ogni altra cosa?».
Alessandro Pronzato, I vangeli scomodi, 118

«Il 31 dicembre 2017 i cattolici sparsi in tutte le aree del mondo erano 1.313.278.000, registrando un aumento complessivo, rispetto l’anno precedente, di 14.219.000 fedeli. Numeri che devono essere paragonati alla popolazione mondiale, come è stato fatto nel grafico sotto. In totale sono 7.408.374.000 le persone nel mondo,  56.085.000 in più rispetto al 2016.
Stringendo il focus su ciascun continente: in Africa il numero di cattolici ha registrato l’incremento maggiore, pari a +33.572.000. Seguono l’Asia con 11.975.000 fedeli in più, l’America (+8.738.000), poi l’Europa (+1.059.000) e l’Oceania chiude con soli 741mila fedeli in più rispetto l’anno precedente. In termini percentuali le persone che professano fede cattolica pesano per il 17,73% sulla popolazione mondiale. La crescita registrata è dello 0,06%, che colma lo 0,05% di segno negativo dell’anno precedente. (...)
Il numero dei sacerdoti cattolici nel mondo, invece, continua a diminuire, fino a quota 414.582, segnando un -387 in termini assoluti. La diminuzione più consistente si registra in Europa, dove ci sono 2.946 preti in meno, segue l’Oceania con un -97.  Africa (+1.192), America (+40) e Asia (+1.424) registrano, invece, degli aumenti» (...).
https://www.truenumbers.it/chiesa-cattolica/

«Sono questi i miracoli più grandi di Gesù. Riconsegnarci, normali, gli esclusi, i condannati. I pubblicani, la Samaritana, le peccatrici, Zaccheo, l’adultera, i ladri.
Avevamo accettato, come un fatto normale, la loro condanna, la loro perdita.
Cristo, invece, ce li restituisce normali. Come noi».
Alessandro Pronzato, I vangeli scomodi, 115

 [...] "Disse poi una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai". Questi "sempre" e "mai", parole infinite e definitive, sembrano una missione impossibile. Eppure qualcuno c'è riuscito: «Alla fine della sua vita frate Francesco non pregava più, era diventato preghiera» (Tommaso da Celano).
Ma come è possibile lavorare, incontrare, studiare, mangiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Dobbiamo capire: pregare non significa dire preghiere; pregare sempre non vuol dire ripetere formule senza smettere mai. Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa...» (Mt 6,7). Un maestro spirituale dei monaci antichi, Evagrio il Pontico, ci assicura: «Non compiacerti nel numero dei salmi che hai recitato: esso getta un velo sul tuo cuore. Vale di più una sola parola nell'intimità, che mille stando lontano».
Intimità: pregare alle volte è solo sentire una voce misteriosa che ci sussurra all'orecchio: "Io ti amo, io ti amo, io ti amo". E tentare di rispondere.
Pregare è come voler bene, c'è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai. Basta solo che ne evochi il nome e il volto, e da te qualcosa si mette in viaggio verso quella persona. Così è con Dio: pensi a lui, lo chiami, e da te qualcosa si mette in viaggio all'indirizzo dell'eterno: «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre» (sant'Agostino). Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera, non occorre star sempre a pensarci. La donna incinta, anche se non pensa in continuazione alla creatura che vive in lei, diventa sempre più madre a ogni battito del cuore.
Il Vangelo ci porta poi a scuola di preghiera da una vedova, una bella figura di donna, forte e dignitosa, anonima e indimenticabile, indomita davanti al sopruso. «C'era un giudice corrotto. E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!». Una donna che non si arrende ci rivela che la preghiera è un no gridato al «così vanno le cose», è il primo vagito di una storia neonata: la preghiera cambia il mondo cambiandoci il cuore. Qui Dio non è rappresentato dal giudice della parabola, lo incontriamo invece nella povera vedova, che è carne di Dio in cui grida la fame di giustizia.
Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere! Alla fine pregare è facile come respirare. «Respirate sempre Cristo», ultima perla dell'abate Antonio ai suoi monaci, perché è attorno a noi. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Allora la preghiera è facile come il respiro, semplice e vitale come respirare l'aria stessa di Dio.
Ermes Ronchi
grazie a Giampaolo Martinelli per la foto del 191019
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/come-e-possibile-pregare-sempre?fbclid=IwAR170FyKHvJYc4t9T6oerEKdhp-QmgIg5hBj9D76PW9fAhVFaszhl4oxpxE

«Il segno grafico dell’interrogazione è già eloquente col suo ricciolo che sembra artigliare la mente del lettore: segno ben più complesso dell’esclamativo con la sua linea retta che si impone in modo imperativo. Già lo stesso lessico mostra le varie iridescenze dell’atto di domandare: chiedere, ma anche interpellare, cercare, postulare, consultare e persino indagare e scrutare. Sui banchi del liceo di un tempo si imparava la distinzione latina tra il quaerere, un «domandare» per sapere, e il petere, un «chiedere» per ottenere. L’implacabile sequenza dei «perché?» del bambino rivela che il desiderio di sapere, capire, scoprire è strutturale alla natura umana, prima che sia sterilizzato dalla banalità delle risposte stereotipate o dai giochi elettronici».
Gianfranco Ravasi, Il Sole 24ore, 20.10.2019

«Può accadere, certe mattine, che mentre ascolti le notizie della rassegna stampa ti ritrovi in lacrime, quasi senza accorgertene, nonostante il sole s'affacci alla tua finestra. Ma non c'è luce che tenga, se senti parlare di una chat intitolata "shoah party" frequentata da adolescenti o se ascolti la testimonianza di una guardia costiera di fronte ai corpi annegati dei profughi, tra cui bambini, in fondo al mare di Lampedusa. Puoi anche distogliere lo sguardo, tornare a quel sole che illuminerà moltitudini di cose belle che stanno accadendo proprio ora sul pianeta - ma la sensazione di impotenza e di solitudine non se ne andrà, le lacrime faranno fatica ad asciugarsi».
Mario Domina, 191017

«Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia.
Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole,
l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri;
chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano,
chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze,
chi non si rassegna alle ingiustizie.
Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio».
don Luigi Ciotti

«II voto consultivo dei laici non può essere equivocato (...) come semplice "aiuto" prestato ai ministri ordinati. La funzione del sacerdozio comune e del "sensus fidei" non è quella di aiutare il sacerdozio ministeriale, ma di esprimere la propria testimonianza e la propria opinione sulla fede e sulla disciplina ecclesiale».
Eugenio Corecco, canonista, vescovo, 1990

«Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Gesù sta pensando ai suoi correligionari: credenti in Dio, ma incapaci di accogliere la novità della sua persona.
Non lo accolgono perché non lo ascoltano. Non lo ascoltano perché non lo accolgono.
Qualche gesto di testimonianza verso questi correligionari ci vuole!
don Chisciotte Mc 191023

Vanamente ho cercato sul sito della diocesi qualche report dell'andamento delle elezioni per il rinnovo dei consigli pastorali: affluenze, percentuali, novità, regressioni...
Non vi è traccia.
Una fonte autorevole mi ha detto che una percentuale significativa delle parrocchie (più del 30%) non ha svolto le elezioni, perché non si sono trovati i candidati. E quindi si procederà esclusivamente per nomina da parte dei parroci.
Non è chi non veda che bisognerebbe interrogarsi come mai a distanza di 50 anni dal Concilio questi strumenti "non funzionino".
 Io sono certo che questa riflessione non ci sarà, ma ho qualche idea (già espressa nelle sedi opportune) su alcune responsabilità di questa situazione.
E intanto - proprio in questi giorni - è riunito il Consiglio presbiterale con un titolo altisonante, ma vuoto...
don Chisciotte Mc 191021

Fonti autorevoli mi dicono che - per la Chiesa - gli snodi più importanti e quelli ancora più ostici da risolvere sono la liturgia e la formazione dei preti (cioè il seminario).
Anni fa avevo detto questa cosa (e certamente non ero e non sono il solo)... e infatti sono stato allontanato (senza dirmi per quale ragione).
Ma il problema resta!
don Chisciotte Mc 191020

«Non c'è giorno che non mi chieda se val la pena essersi risvegliati (e dunque esser nati): scruto il cielo ansioso, in cerca di segni.
E non c'è notte, per quanto buia, che non venga trapuntata da una cazzo di stella: luce debolissima e tremolante, a smentire la nera insensatezza di quel cielo».
Mario Domina - 191019

«Dal Vaticano II abbiamo ricevuto in dono la collegialità»
di Paola Panzani
«Il Concilio Vaticano II è un enorme tesoro che ci è stato donato: uno scrigno colmo di doni tra cui il valore della collegialità. Lo hanno scoperto da subito i Padri conciliari perché non era affatto scontato che sapessero stare insieme, che imparassero un metodo di lavoro e che riuscissero a dare forma concreta alla loro collegialità. Non è un caso che uno dei frutti del Concilio siano stati proprio gli organismi di partecipazione: Consigli pastorali parrocchiali, diocesani, per gli affari economici.
Al numero 12 della Lumen gentium si dice: «Tutti i battezzati sono profeti, hanno uno spirito di profezia e tutti hanno il sensus fidei, cioè una capacità di penetrare il senso spirituale della Parola e di interpretare l’azione dello Spirito, i disegni di Dio all’interno della storia». In altre parole tutta la comunità è chiamata a costruire una fraternità evangelica e a farsi carico della fede degli altri, della fede dei fratelli anche attraverso questi strumenti di partecipazione.
L’esperienza dei Consigli pastorali rimanda, tuttavia, spesso a un’immagine in cui è evidente il divario tra ideale (tutti i battezzati sono corresponsabili e devono farsi carico della missione evangelizzatrice della Chiesa) e realtà spesso insoddisfacente e ben lontana dalle aspettative. Possiamo trovarne la causa

« 2.2.2 La Chiesa dalle genti è una Chiesa dove non basta “fare per” ma dove diviene essenziale apprendere a “fare con”; non basta “fare” tante opere a favore dei migranti, quanto piuttosto imparare ad “essere” con loro, costruendo una nuova soggettività, frutto del riconoscimento reciproco e della stima vicendevole. La Chiesa si è sperimentata nella sua verità di fondo, popolo in cammino, desideroso di rinnovarsi per dire in forma credibile i significati elementari che danno senso e sapore al vivere: la bellezza di uscire da sé, l’importanza dell’incontro, la libertà di vivere il Vangelo, la gioia di aprirsi al dono, la responsabilità di portare i pesi delle fragilità proprie e altrui» (dal Documento finale del Sinodo "Chiesa dalle genti").


Nino Fezza fotoreporter, su Facebook

L’intolleranza in sala d’attesa 
di Concita De Gregorio e Maria Batticore 
«Eseguo annualmente controlli medici per una brutta, bruttissima, malattia avuta da ragazza. In principio erano controlli settimanali, poi per fortuna, con il tempo, si sono diradati sempre di più. L’ospedale è rimasto comunque la mia seconda casa, un luogo in cui mi sento a mio agio, in cui mi sento protetta. Nutro un profondo rispetto per i pazienti e gli accompagnatori nelle sale d’attesa degli ospedali; corridoi e stanze silenziose, sguardi schivi. 
Queste attese sono diverse dalle altre; rievocano velocemente demoni sopiti e dolori del passato che fanno a pugni con pensieri razionali, la fiducia nella ricerca o semplicemente la speranza. L’altro giorno ad aspettare eravamo in 5, tutte donne, il silenzio è rotto da una discussione dal tono un po’ alterato tra una signora con accento dell’est e l’operatrice all’accettazione. Sembra che la signora si fosse presentata ad una visita che però in precedenza aveva cancellato; questo secondo quanto diceva l’operatrice. Secondo la paziente, invece, la visita non era mai stata cancellata. La signora fa presente che non si sarebbe mai sognata di annullare l’appuntamento che le era stato dato, anche perché per essere presente aveva dovuto prendere una giornata di ferie dal lavoro. Mi colpisce da subito il tono un po’ aggressivo e accusatorio dell’operatrice all’accettazione, per intenderci: se si fosse rivolta a me in quel modo, avrei chiesto prima di tutto di moderare i toni. Ma la cosa che mi lascia davvero esterrefatta è che quando la signora viene invitata in un ufficetto per chiarire la questione, dal niente esplode in sala d’attesa un chiacchiericcio non solo ingiustificato, ma terrificante: "Vengono a casa nostra e pretendono di avere anche ragione!", dice una ad alta voce e un’altra ribatte : "E ci sono anche quelli che ce li vogliono!". E aggiunge la terza: "Che poi se ti rubano in casa non puoi neanche sparargli!". Sono rimasta in silenzio, scombussolata dalla valanga di considerazioni inopportune e terribili vomitate in pochi secondi, non ho voluto rispondere temendo di aizzare ancora più insofferenza, ma dopo me ne sono terribilmente vergognata. Eppure credevo che almeno nelle sale d’attesa degli ospedali vigesse una tacita solidarietà e che la cosa più importante, a prescindere da chi può aver commesso l’errore (può capitare davvero a chiunque), sia magari, trovare una rapida soluzione». 
Maria Batticore , 36 anni, napoletana trapiantata a Siena, due lauree, da tempo in cura
in “la Repubblica” del 6 ottobre 2019

Incompiutezza 
di José Tolentino Mendonça 
Credo che nella nostra vita si registra un momento di svolta quando guardiamo all’incompiutezza in un’altra maniera, non soltanto come a un indicatore o sintomo di mancanza, ma come a una condizione inderogabile del nostro essere. E così ci rendiamo capaci di vivervi assieme in pace. 
L’avventura di essere non è altro che abitare, in tensione creativa, la propria incompiutezza e quella del mondo. È vero che a tal fine dobbiamo imparare ad abbracciare il vocabolario della vulnerabilità. Ciò comporta un esercizio di distacco e di povertà interiore. Accettare di non conseguire tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Accettare che il punto cui siamo arrivati è ancora una versione provvisoria, una versione da rivedere, piena di imperfezioni. Accettare che ci mancano le forze, che c’è una freschezza di pensiero che non otteniamo meccanicamente con il solo insistere. 
Accettare, probabilmente, che domani dovremo ripartire da zero, e per l’ennesima volta. Ma questa riconciliazione con l’incompiutezza ci apre anche all’esperienza della reciprocità, forse come non l’avevamo ancora vissuta. La vita di ciascuno di noi non basta a se stessa: avremo sempre bisogno dello sguardo altrui, che è uno sguardo altro, che ci osserva da un’altra angolazione, con un’altra prospettiva e un’altra disposizione d’animo. Il senso della vita non si risolve individualmente. Il suo vero significato lo si raggiunge nell’incontro, nella condivisione e nel dono. 
in “Avvenire” dell'8 giugno 2019 

Grazie, Walter Kostner!

«Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli. E anche con occhi di missionari, perché l’amore che lo Spirito Santo ha posto in noi ci spinge all’annuncio di Gesù Cristo; un annuncio — lo sappiamo tutti — che non va confuso con il proselitismo. Noi cerchiamo di affrontare la realtà dell’Amazzonia con questo cuore pastorale, con occhi di discepoli e di missionari, perché quello che ci preme è l’annuncio del Signore. E inoltre ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità. E noi ci avviciniamo estranei a colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le specificità dei popoli. Le colonizzazioni ideologiche oggi sono molto diffuse. E ci avviciniamo senza ansia imprenditoriale di proporre loro programmi preconfezionati, di “disciplinare” i popoli amazzonici, di disciplinare la loro storia, la loro cultura; ossia quest’ansia di “addomesticare” i popoli originari. Quando la Chiesa si è dimenticata di questo, cioè di come deve avvicinarsi a un popolo, non si è inculturata; è arrivata addirittura a disprezzare certi popoli. E quanti fallimenti di cui oggi ci rammarichiamo».
papa Francesco, 7.10.2019

(...) "“Un'altra sera a Rogoredo. Quanto malessere in giro anche oggi... Qualcuno cercava riposo arrotolato in una coperta sulla banchina, tanti hanno chiesto ristoro al nostro punto di distribuzione viveri. Ma stasera c'era qualcosa di più. Al boschetto la roba non c’era. Un via vai infinito di persone in continua ricerca di qualsiasi indizio, voce, indicazione che potesse far trovare qualche pusher. Abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza per Alessio che in piena crisi di astinenza, mi ha chiesto disperatamente di farlo. E dopo di lui ne ha avuto bisogno anche un altro ragazzo... freddo, crampi allo stomaco e voglia di morire... Dobbiamo davvero preoccuparci se queste persone non vengono sostenute, accompagnate... prese in carico... È assurdo solo pensarlo ma... senza sostanze che succederà?”
Che succede senza le sostanze? "Pensate al gioco del biliardo. Con il primo tiro si spacca il triangolo di palle. Con le due retate della scorsa settimana abbiamo tirati una fucilata su Rogoredo creando un fenomeno di dispersione incontrollata ovunque. Un nuovo presidio delle droga, per esempio, l’abbiamo registrato nei pressi della stazione della metropolitana Porto di Mare.
I prezzi delle droga sono schizzati. Per l’eroina parliamo di 25 euro al grammo. Molto di più rispetto a prima, dove con due euro recuperavi una microdose. Il consumatore, il tossico, è solo l’ultimo anello della catena: non riesce a drogarsi, sta male, va in astinenza e sono necessari gli interventi ospedalieri. Le persone con questo tipo di vissuto, con questo dolore dentro, sentono di non farcela".
In che senso? "Sono rassegnati davanti all’assenza di sostanze e tanto è il dolore che chiedono di chiudere gli occhi per sempre. Sono persone che hanno perso tutto e se tu non gli riconosci neanche un briciolo di dignità, per loro il pensiero della morte, quello di “lasciarsi andare”, torna sempre più" prepotente. (continua) http://www.vita.it/it/interview/2019/10/08/boschetto-di-rogoredo-che-succede-se-resta-senza-droga/280/

«Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà». 
La polarizzazione dei sentimenti ha favorito nell’ultimo anno il consolidarsi e il rafforzarsi della cultura del dono, una cultura che va portata nelle scuole per radicarla nelle nuove generazioni. «Dobbiamo promuovere la cultura del dono per incrementare il tasso di fiducia sul futuro nel nostro Paese». 
Ma come può essere successo che, dopo un declino ultradecennale e che sembrava irreversibile, quest’anno il Rapporto ha registrato una seppur lieve inversione di tendenza nel numero delle persone che effettuano donazioni? Una risposta l’ha tentata Paolo Anselmi, vice presidente del centro di ricerca Gfk. «Nel 2005 arrivammo ad avere il 33% della popolazione italiana formata da donatori, con il picco registrato dopo lo tsunami del 2004. Si è scesi poi fino al 18% nel 2017, perdendo 6-7 milioni di donatori. Il fenomeno fu messo in relazione generalmente alla crisi economica. Ma cosa è accaduto nell’ultimo anno da riuscire a fermare il declino? Io propendo per l’ipotesi della polarizzazione culturale. Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà», ha detto Anselmi. 
«I donatori hanno una posizione positiva sul futuro. Inoltre un atteggiamento non ideologico è più orientato al fare e all’idea che anche il piccolo gesto è positivo. Le persone che donano sono più felici, dichiarano una maggiore soddisfazione nella propria vita». Quest’ultima considerazione è suffragata da alcuni dati statistici: «Nell’ultimo anno si è registrato un calo di 6 punti di coloro (che comunque restano maggioranza) che si dicono preoccupati del futuro, si è arrestato poi il declino della felicità, e ci sono alcuni segnali che vendono valori come l’amicizia e la cultura che tendono a risalire», ha aggiunto Anselmi. 
L’economista Leonardo Becchetti ha detto che «le persone che ricevono devono essere a loro volta soggetto di un dono: il dono è positivo se alimenta a sua volta la capacità di dare».
Valeria Reda, della Doxa, ha raccontato che dal 2015 aumentano le persone «che donano informalmente (come durante la Messa) e con donazioni disintermediate: 4 italiani su 6 hanno fatto nell’ultimo anno almeno una donazione informale».

http://www.vita.it/it/article/2019/10/03/aumenta-la-cultura-del-dono-in-italia-il-motivo-la-polarizzazione-dei-/152845/

"Un’altra questione è la carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana. Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (S. Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità".
Eucaristia in Amazzonia, nelle parole del card. Hummes

«Ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una “semplice amministrazione”. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un “stato permanente di missione”». Non temiamo di intraprendere, con fiducia in Dio e tanto coraggio, «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di uscita e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, “ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale”» (papa Francesco, 22.10.2017).

"Era il 3 ottobre di 6 anni fa quando 368 persone, in maggioranza provenienti dall’Eritrea, morirono a mezzo miglio dalla spiaggia dei Conigli. Il dolore e la memoria dell'isola di Lampedusa nel cuore dell’Europa sono ancora vivi. (...) Oggi 3 ottobre in 30 tra capitali e città europee si organizzano una serie di iniziative per sostenere la petizione che mira a chiedere alle istituzioni dell’Unione europea che ogni 3 Ottobre - giorno di una delle tragedie più penose avvenute nel Mediterraneo centrale nel 2013 - diventi la Giornata europea della Memoria e dell’Accoglienza. (...)
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/3-ottobre-lampedusa-giornata-europea?fbclid=IwAR1EOHooucoQSmL8gso0NpQxqa3nkdOfuDoREoG7s-0i10KAqdTHTHeNzEA


Chiaramente, ogni volta che vai controcorrente impieghi più tempo, energie rispetto ad andare secondo l'onda.
E rischi di più: di non avere una strada bella chiara e larga; di non essere capito; di non fare tutto al top al primo colpo.
don Chisciotte Mc, 190915

«L’ottimismo è un magnete della felicità. Se rimani positivo, le cose buone e le buone persone saranno attratte da te».
Mary Lou Retton

Tv2000, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, trasmette domenica 29 settembre, alle ore 23, il docufilm “Corridoi di vita” sui corridoi umanitari. Un progetto umanitario finanziato dalla Conferenza episcopale italiana che in due anni ha fatto arrivare in Italia – in modo legale e sicuro – cinquecento persone provenienti dai campi profughi dell’Etiopia. È un racconto giornalistico prodotto da Tv2000, che inizia a Lampedusa dove il 3 ottobre del 2013 circa 400 giovani eritrei persero la vita a causa di un naufragio. Proprio per evitare tragedie simili, il 12 gennaio 2017 la Chiesa italiana ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Interno per “favorire l’arrivo in Italia in modo legale e sicuro di 500 migranti che si trovano in condizione di comprovata vulnerabilità”.
Le telecamere di Tv2000 con l’inviato Vito D’Ettore hanno seguito per due anni le storie di tre rifugiati eritrei: dal campo profughi nel deserto dell’Etiopia fino all’accoglienza nelle diocesi italiane. E poi, l’integrazione: un cammino pieno di speranza e di solidarietà ma talvolta difficile e mai scontato. Persone, non solo migranti come più volte ha ripetuto Papa Francesco.
La prima storia raccontata è quella di Abresh, un rifugiato eritreo cieco dall’età di 5 anni a causa di un’esplosione di una mina. È fuggito a piedi dall’Eritrea a causa della sua fede cristiana. Il regime di Asmara, infatti, è ateo e non prevede una piena libertà di religione. Negli ultimi mesi il regime ha requisito centinaia di scuole e ospedali di ispirazione cattolica. Abresh è arrivato in Italia il 27 giugno scorso grazie ai corridoi umanitari della Chiesa italiana. Adesso studia all’ Università per stranieri di Perugia.
La seconda storia è quella di Nebiat. È fuggita dall’Eritrea, come fanno tanti giovani suoi connazionali, a causa del servizio militare obbligatorio e illimitato. Oggi ha trovato lavoro ad Assisi presso un albergo.
La terza storia ha come protagonista Tesfalem che in Eritrea faceva il veterinario. È fuggito perché considerato non allineato al regime di Asmara. È rimasto nel campo profughi in Etiopia per nove anni e oggi è stato accolto nella diocesi di Terni-Narni-Amelia. Il suo sogno di vedere i suoi cinque figli studiare finalmente è diventato realtà.
https://agensir.it/quotidiano/2019/9/26/giornata-migrante-e-rifugiato-tv2000-domenica-29-settembre-in-onda-il-docufilm-corridoi-di-vita/


«Far vivere l’umanità della liturgia è il compito che ci attende. Una delle acquisizioni di questo Convegno ecclesiale è aver raggiunto la consapevolezza che la realizzazione del nuovo umanesimo in Gesù Cristo non può prescindere dalla natura profondamente umana e autenticamente divina della liturgia. Negli anni che ci stanno davanti sarà più che mai necessario incamminare le comunità cristiane verso la ricerca di una sempre maggiore umanità della loro liturgia, facendo in modo che i credenti assidui come quelli occasionali, attraverso l’umanità del gesto, del linguaggio e dello stile liturgico, facciano esperienza dell’umanità di Dio rivelata da Gesù Cristo.
Dalla lettura delle sintesi mi è venuto spontaneo quanto scritto dal Cardinal Martini: “Se nei vangeli si parla poco o nulla di liturgia, ciò avviene perché essi sono di fatto una liturgia vissuta con Gesù in mezzo ai suoi (…) E’ questa la liturgia dei vangeli: essere attorno a Gesù nella sua vita e nella sua morte (…) Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù tra la gente è un’anticipazione della liturgia e, a sua volta, la liturgia è una continuazione dei vangeli” 1(C.M. Martini, “La liturgia mistica del prete. Omelia nella Messa crismale”, Rivista della Diocesi di Milano 89/4 (1998), pp. 641-648, p. 642).
La liturgia dei vangeli, di cui parla il cardinale Martini, ci indica che sarà sempre più urgente che le nostre liturgie siano capaci di ricreare quel tipo di relazione che Gesù di Nazaret sapeva creare con le persone che incontrava. “La relazione - è stato detto nei gruppi - è lo stile del trasfigurare”. Una relazione che è fatta di gesti semplici, ordinari e insieme straordinari per la carica di umanità che trasmettono. “Occorre ritornare alla stanza al piano superiore” in cui Gesù ha celebrato l’ultima cena lavando i piedi ai discepoli.
L’intera esistenza di Gesù è stata una liturgia ospitale, e anche le nostre liturgie sono chiamate a esserlo oggi più che mai. Per questo, negli anni che ci stanno davanti la santità della liturgia sarà chiamata a declinarsi come santità ospitale; non una santità di distanza ma di prossimità.
Di fronte a tutto questo, le liturgie di domani per essere cammini di prossimità, di misericordia, di tenerezza e di speranza saranno chiamate a diventare spazi di santità ospitale. Liturgie ospitali che sanno andare incontro alle persone fino a portare la fatica di chi fatica a vivere e a credere; che siano consolazione per chi è provato e ferito dalla vita, che siano capaci di dare ragioni per sperare. La cura delle relazioni e la tenerezza nel modo di presentarci, ci facciano sentire compagni di viaggio e amici dei poveri e dei sofferenti. La liturgia che ci attende sarà a immagine del Cristo che proclama: “ Venite a me voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò riposo” (Mt 11,28). Solo così la liturgia della Chiesa sarà all’altezza della Vangelo di Cristo».
(terza consegna dei partecipanti alla quinta via del convegno ecclesiale di Firenze (Trasfigurare) presentata all'assemblea da Goffredo Boselli)

"Il clericalismo è una vera perversione nella Chiesa, pretende che il pastore sia sempre davanti, stabilisce una rotta, e punisce con la scomunica chi si allontana dal gregge. Insomma: è proprio l'opposto di quello che ha fatto Gesù. Il clericalismo condanna, separa, frusta, disprezza il popolo di Dio. Il clericalismo confonde il "servizio" presbiterale con la "potenza" presbiterale. Il clericalismo è ascesa e dominio. In italiano si chiama "arrampicamento'. Il clericalismo ha come diretta conseguenza la rigidità. Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento".
papa Francesco, parlando ai gesuiti durante il viaggio in Mozambico e Madagascar, settembre 2019 (pubblicato su "Civiltà Cattolica", 25.09.2019)

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-sovranita-del-popolo-di-dio/?fbclid=IwAR1RoFyl411Z-h1V-8U7769iy2upsCzoESByygSXCZeRpUKpJlJH6CuE3NY


Anch'io ringrazio per il sole, la sua luce e il suo calore, e anche per l'acqua e la terra, coi suoi profumi.
Anch'io ringrazio per le montagne che tolgono il respiro e il mare senza confini.
Ma io ringrazio anche chi ha coltivato le patate e i pomodori.
Io ringrazio chi ha trovato il sistema di far essiccare la pasta e di preparare la pizza.
Io ringrazio chi ha tosato le pecore per farne caldi maglioni e chi ha pensato all'abbigliamento tecnico per lo sport.
Io ringrazio chi ha scavato il primo tronco per farne una canoa e chi ha realizzato il velocipede.
Io ringrazio chi ha inventato il telefono e chi ha inventato il cellulare.
Io ringrazio chi ha progettato e costruito i sentieri, le strade e gli aerei.
Io ringrazio chi mi ha avvolto in fasce, chi ha acceso il camino per scaldarmi e mi ha fatto correre dietro un pallone.
Io ringrazio chi ha scitto i libri e chi mi ha regalato occhi e neuroni per leggerli.
Io ringrazio chi mi ha insegnato le preghiere, chi mi ha fatto innamorare del Vangelo, chi mi ha aperto la mente alla teologia.
Io ringrazio chi mi ha perdonato e chi mi ha guidato a non alzare la voce.
Io ringrazio chi mi ha amato, chi mi ha insegnato ad amare e chi continua a farlo ogni giorno.
Io ringrazio chi mi ha sognato prima che io nascessi; chi mi ha sognato mentre sto vivendo; chi mi sognerà quando non ci sarò più. E chi mi ha offerto motivi per sognare, ieri, oggi e domani.

E con tutto questo io sono stato amato e ho potuto amare... cioé ho vissuto.
E ho vissuto bene, molto bene. E ringrazio.
Possiamo migliorare, addirittura convertirci, affinché tutto questo possa essere offerto a tutti.
Anzitutto, convertiamoci alla gratitudine e alla umiltà.
don Chisciotte Mc, 190924


Diventare cristiani 
di José Tolentino Mendonça 
Paolo ci obbliga a mantenere una distanza critica rispetto al "naturaliter christianus" di cui parlava Tertulliano. No, Paolo non è spontaneamente cristiano, né lo siamo noi. Egli approda al cristianesimo in un drammatico contromano, quando nulla lo faceva prevedere, che comportò un totale ribaltamento del suo destino. Non è a caso che Luca lo descrive «caduto a terra» (At 22,7), colpito da una cecità funzionale (come se dovesse tornare a imparare cosa significhi vedere) e guidato da altri, per mano (At 22,11); o che la sua storia stessa lo rende oggetto di sorpresa e sconcerto: «Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere» (Gal 1,23), dicevano i cristiani della Giudea. 
Il cristianesimo in Paolo comincia con la necessaria operazione di instaurazione, o di reinstaurazione, del soggetto credente. Così, la lezione di Paolo è che noi non siamo cristiani, ma piuttosto lo diventiamo, e ci obbliga a rompere con il conformismo teologico di un cristianesimo come dato acquisito, che si dà semplicemente per scontato. È vero l’opposto: con Paolo, il credere viene a essere regolato e modellato da un’esperienza di trasformazione. 
Come egli stesso scrive nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine» (2Cor 3,18). 
in “Avvenire” del 29 giugno 2019

«Tutte le cose contraddittorie e storte che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio. La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere» (Martin Buber). (...) In filigrana a questa immagine intravedeva un’emozionante esperienza di Mosè, desideroso di vedere in faccia quel Dio che gli aveva gettato sulle spalle il peso di traghettare un popolo riottoso verso la terra promessa della libertà. La risposta divina era stata glaciale: «Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi e restare in vita». Gli aveva, però, riservato una concessione: «Ti porrò nella cavità di una rupe e ti coprirò con la mano finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Esodo 33,20-23). Nell’originale ebraico l’antropomorfismo è ben più pesante: Dio offre alla vista di Mosè ’aharaj, il «mio posteriore», un dato audace che sarà ritrascritto da Lutero quando affermerà che nel Cristo crocifisso, umiliato all’estremo così da “incarnarsi” al livello più basso dell’umanità mortale, sono esposti i "posteriora Dei"».
tutto l'articolo: https://pierluigipiccini.it/dio-non-neghera-il-suo-volto/
Gianfranco Ravasi, "Il Sole 24ore", 15.09.2019

Nella mia alta idealità, mi domando sempre: perché non potremmo farlo anche noi?!
 

Fare pulizia nei nostri spazi. Letteralmente
di José Tolentino Mendonça
«Una volta udii dalla bocca di un monaco che il modo più rapido di adattarci a una nuova situazione è di prendere una scopa in mano. Raccontava con realismo che nel corso della sua vita tutto gli era costato fatica: arrivare a un nuovo monastero, avviare un nuovo ciclo, una stagione differente, iniziare una nuova tappa del cammino.
Ma che in ciascuno di quei momenti la scopa (nel senso letterale o figurato) gli fu, più di ogni altra cosa, l’indispensabile facilitatrice. Mi soffermai a rifletterci sopra. È un importante apprendistato quello che ci fa preferire la scopa alla sedia, alla cella o allo scettro. Quello della scopa è un registro umile, è vero. E non di rado lascia disarmate tanto le nostre aspettative e le idealizzazioni da cui siamo partiti quanto le ben ordinate disposizioni del protocollo sociale. La conoscenza, però, che essa ci offre è immediata, evidente, concreta, concentrata sul minuscolo, attenta ai dettagli, aderente allo spazio dell’esistenza e al suo ritmo quotidiano. Possiamo conoscere una data realtà in molte maniere, ma non la conosceremo mai in modo così preciso come quando le dedichiamo tutta la nostra cura. È il prendersi cura, in fondo, che consente di conoscere. I piani che noi andiamo ordendo da un punto di vista più teorico o più distanziato – come esige, per esempio, una lettura critica – hanno sicuramente la loro rilevanza e opportunità, ma non possiamo dimenticare che, di per sé, sono solo mappe approssimative. Le idee valgono molto; tuttavia non valgono da sole.
Necessitano di quegli adattamenti che soltanto la prova della loro applicabilità può garantire. Una relazione più piena, più dialogica, più incisiva prende inizio quando, in un gesto minimo come quello di prendere in mano una scopa, passiamo dalla posizione di spettatori a quella di attori. C’è un sapere che ci viene unicamente dalla volontaria dedizione al servizio. In momenti differenti della nostra vita, quando non ci appare chiaro quello che possiamo fare o da dove incominciare, mettiamo allora mano a una scopa.
La scopa ci sporcherà le mani e ci insegnerà così un’infinità di cose alle quali difficilmente avremmo accesso in altro modo». (...)
Avvenire, 17.09.2019

«Questo cammino nasce dal desiderio di Papa Francesco che la Chiesa accompagni i più giovani in un discernimento profondo sul matrimonio – chiosa Ruzza -; l’auspicio è che possa essere una preparazione distinta dal corso prematrimoniale tradizionale per lo spessore kerygmatico e l’approfondimento biblico che il catecumenato per sua natura prevede quale percorso di iniziazione a un sacramento». A febbraio scorso, in occasione della celebrazione per i fidanzati e gli sposi nella basilica di Santa Sabina all’Aventino, proprio nel giorno della memoria liturgica di san Valentino, il cardinale vicario Angelo De Donatis aveva annunciato questo progetto, che aveva spiegato nascere dalle indicazioni contenute nell’esortazione apostolica Amoris laetitia di Papa Francesco.
https://www.romasette.it/un-catecumenato-per-i-fidanzati/

«"Noi cerchiamo un altro Dio, che non meni vanto di questo mondo infelice. Abbiamo bisogno di cambiare Dio per conservarlo, e perché lui conservi noi" (Paolo de Benedetti, Quale Dio?).
I profeti si formano nella zona liminare tra la vita e la morte. È lì che apprendono il loro "mestiere". Sono perennemente in bilico, funamboli tra il già e il non ancora, esposti sul confine fondamentale e decisivo della condizione umana. La Bibbia sa che chi vede Dio muore. Il profeta "vede" Dio, lo ha visto o quantomeno udito nel giorno della sua chiamata. La vocazione profetica è insieme Tabor, Golgota e sepolcro vuoto: si vede Dio, si muore, si risorge.
(...) La religione economico-retributiva è infatti molto più antica e quindi radicata nel cuore individuale e collettivo della religione dell’amore e della grazia. Ecco perché ci servono i profeti. I profeti si mettono accanto a noi. Fanno silenzio, non ci fanno prediche né discorsetti consolatori, ci donano un Dio liberato dalle colpe e dai meriti, tutto grazia e misericordia. Lo fanno con la parola, ma soprattutto col corpo: con un abbraccio lungo e tenace, condividendo un pasto di lacrime e sale, standoci vicini, silenziosi, in quei sabati santi che non finiscono mai.
(...) Nelle grandi crisi e nei dolori insostenibili il profeta si mette accanto a noi e chiede a Dio di mostrarsi buono almeno quanto una madre. Mentre ci insegna le parole di Dio, guarda il meglio degli uomini e lo indica, lo insegna, a Dio. Se la Bibbia, alla fine, ci ha potuto donare l’immagine di Dio che si commuove per il figlio tornato, che si china sulla vittima nella strada per Gerico, è perché i profeti avevano osato chiedere a Dio di scendere dai cieli e di diventare buono almeno quanto le madri. I falsi profeti per difendere Dio condannano gli uomini. I profeti veri sanno invece che l’unico modo per salvare e proteggere veramente Dio è proteggere e salvare veramente gli uomini – soprattutto i figli. I profeti sono gli amici di Dio, hanno una intimità unica con l’assoluto. Sta qui il loro mistero. Questo episodio ci dice che il primo compito dei profeti è usare quella loro intimità divina per salvare i nostri figli.
(...) La parola della preghiera deve arrivare assieme alla parola del corpo».
Luigino Bruni, Avvenire 24 agosto 2019
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/luigino-bruni-profezia-storia-12?fbclid=IwAR0kaZvLlVSu672SjnAu0VhK3AjcPlvrYkAbyr68wf9gLMXnRBeRGZcjnA4

«Per favore, non circondatevi di portaborse e yes men. I preti arrampicatori, per favore fuori!». Ai vescovi di nuova nomina papa Francesco indica la parola chiave per il loro ministero: semplicità. Che fa rima con «povertà» e «sobrietà» e che si traduce nella «vicinanza» ai fedeli che non è «retorica».
Bergoglio riceve in Sala Clementina i presuli ordinati nell’ultimo anno che partecipano al corso di formazione promosso dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali. Nel suo discorso il Papa tocca punti nevralgici e non usa mezze misure, come quando ammonisce: «È brutto quando un vescovo abbatte dei ponti, semina odio o sfiducia, fa il contro-vescovo». Non è così lontano dalla realtà vedere infatti prelati mutare volto dopo il titolo ricevuto e diventare superbi e lontani dal popolo. Perciò Francesco indica la «vicinanza» come antidoto a queste tentazioni: «Non bramate di essere confermati da coloro che siete voi a dover confermare», afferma.
«Pur nella nostra povertà, sta a noi che nessuno avverta Dio come lontano, che nessuno prenda Dio a pretesto per alzare muri, abbattere ponti e seminare odio», sottolinea in un altro passaggio del discorso, intervallato da diverse frasi a braccio. «Essere vicini – prosegue - è immedesimarsi col popolo di Dio, condividerne le pene, non disdegnarne le speranze. Essere vicini al popolo è avere fiducia che la grazia che Dio fedelmente vi riversa, e di cui siamo canali anche attraverso le croci che portiamo, è più grande del fango di cui abbiamo paura». «Per favore», domanda il Papa, «non lasciate prevalere i timori per i rischi del ministero, ritraendovi e mantenendo le distanze».
"La Stampa", 12 settembre 2019
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/09/12/news/il-papa-ai-nuovi-vescovi-non-circondatevi-di-portaborse-e-yes-men-1.37452293?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

"Vi è un’espressione estremamente sintetica che Bergoglio ha scritto agli educatori e con la quale possiamo rilanciare a questo punto la nostra azione ecclesiale: «Educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza, e richiede incessantemente che si amplino gli orizzonti». (continua:
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/sette-pilastri-delleducazione-secondo-j-m-bergoglio/?fbclid=IwAR0k4G6WVVJwiBDtEqcH3_uNVyioHPYr3BzhgWHJ5XRyHKGEE3s2agZZQzk

Da quanto tempo lo diciamo?! Meno male che qualche vescovo dice qualcosa di saggio e veramente innovativo (anche se avremmo dovuto capirlo da tempo... da almeno 55 anni!).

Reggio Emilia, 9 settembre 2019 - Come salvare le parrocchie e le piccole chiese di montagna, se continuano a calare i preti? L’idea, in un qualche modo rivoluzionaria, parte da un luogo inaspettato: il pulpito della basilica della Ghiara, nel giorno dell’apertura dell’anno pastorale. E a pronunciarla è il vescovo Massimo Camisasca. « Là dove è possibile, ogni piccola comunità radunata attorno a una chiesa che non può essere servita dalla presenza stabile di un presbitero, possa trovare in un uomo o una donna laici, in una persona consacrata o in un diacono permanente, oppure in lettori, accoliti o ministri straordinari della Santa Comunione, un punto di riferimento stabile per la cura di quella comunità».
https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/chiese-abbandonate-laici-diaconi-1.4773608?fbclid=IwAR3W1J6HMi5uTPdu2oz4-I9tAbcDycOg2tmi0f5S2-mnNFQYkL0YlVA2zDg

Quando - anni fa - sulla radio diocesana è iniziata una rubrica che fosse la prima ad aprire il palinsesto (ore 6.50, prima del giornale radio delle ore 7) si chiamava "Prima di tutto: il Vangelo del giorno" ed era composta dalla lettura del brano evangelico della liturgia della messa del giorno, con un commento di due-tre minuti.
Poi il titolo si è ridotto a: "Prima di tutto". E cominciava con l'almanacco degli appuntamenti diocesani... e alla fine diceva: "Il lezionario ambrosiano oggi prevede...".
Adesso hanno tolto anche "Prima di tutto". Comincia con "Vista Duomo: per inizare bene la giornata". Poi ci sono il santo del giorno, le notizie dal portale della diocesi... infine: "Stiamo per ascoltare - secondo quanto prevede il lezionario ambrosiano - un brano tratto dal vangelo secondo...".
Cosa è prima di tutto?!
don Chisciotte Mc, 190907

«Il Parco della droga di Milano non è solo le siringhe a terra e la sporcizia tutto attorno o le migliaia di euro di droga venduta. Rogoredo sono le persone che ci stiamo dimenticando. Come Elnora che ha partorito il suo bambino in mezzo alle siringhe. Maurizio che pensa di non meritare niente. Didina, che dopo una dose, si è addormentata dentro al bosco e le hanno dato fuoco. Io lì dentro ci ho passato una notte. Ecco quello che ho visto».
di Anna Spena - 8 settembre 2019
http://www.vita.it/it/story/2019/09/07/persone-trasformate-in-bestie-la-mia-notte-tra-gli-scarti-di-rogoredo/296/


«La responsabilità di parroco, vicario, amministratore parrocchiale, responsabile di Comunità pastorale, è impegnativa, ma io voglio alleviare tale carico, riducendolo all’essenziale. Vorrei che, almeno per alcune decisioni, diciate che è il Vescovo che vi chiede alcune scelte, magari un po’ antipatiche».
«Io mi impegno a non proporre scelte pastorali bizzarre».
«Scaricate pure sul Vescovo le scelte impopolari».
Sono parole che mi fanno paura. Sarà certamente una interpretazione parziale ad opera della giornalista...
don Chisciotte Mc, 190906

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/il-trasferimento-sia-tempo-di-grazia-esperienza-spirituale-occasione-di-riflessione-sul-proprio-ministero-258783.html

«Tutta questa retorica del guerriero e dell'eroe che combatte la guerra senza paura [contro il tumore] sia in realtà un modo per esorcizzare qualcosa che ci fa paura. Siamo una società che tende a nascondere la sofferenza. E lo facciamo perché vogliamo nascondere e dimenticare un dato incontrovertibile: l'orizzonte ultimo di ciascuno di noi è la morte. Non importa se si è ricchi o poveri, famosi o sconosciuti, atleti o sedentari. Non voglio fare il menagramo sia chiaro. Il fatto è che noi viviamo nel mito dell'uomo invincibile, nel calcio soprattutto. Ma l'uomo invincibile non esiste. Ci si illude che si possa vivere senza dolore e fatica. Ma non è così e Mihajlovic ce lo ricorda in modo drammatico. Si vede che è sofferente. È un'immagine forte. La retorica ci serve per provare un'ultima fuga di fronte a quell'immagine. Di fronte all'evidente aspetto bisognoso della condizione umana che la malattia fa emergere».
don Tullio Proserpio, 27.08.2019
http://www.vita.it/it/article/2019/08/26/la-retorica-su-mihajlovic-serve-solo-a-nascondere-le-nostre-paure/152460/

(...) «Chiarezza, capacità di sintesi e un sincero sguardo pastorale orientato all’impegno reale di accompagnare e di guidare le persone in difficoltà. Con questo obiettivo i vescovi della Conferenza episcopale marchigiana hanno “tradotto” in un breve sussidio il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia. In dieci paginette, più una conclusiva, i presuli marchigiani sono riusciti a spiegare con chiarezza l’essenza del capitolo più discusso dell’Esortazione postsinodale sulla famiglia. E, allo stesso tempo, hanno offerto indicazioni non equivoche sulla prassi pastorale da seguire. Un lavoro davvero efficace, ultimo in ordine cronologico tra quelli realizzati delle Conferenze episcopali regionali per agevolare la comprensione di Amoris laetitia, ma non certo ultimo per chiarezza ed efficacia esplicativa.
Il lavoro dei vescovi delle Marche è tutto fuorché una semplificazione banale, anzi si segnale per lo sforzo ammirevole di rendere agevoli e alla portata di tutti, indicazioni pastorali che qualcuno aveva addirittura valutato come inopportune, sbagliate o addirittura eretiche» (...).
Avvenire, 31 agosto 2019
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/eucaristia-e-divorziati

Fa cadere le braccia ascoltare i commenti al Vangelo del giorno proposti dalla radio diocesana (non solo in questi giorni, ma in generale): manca un metodo di comunicazione (soprattutto sui mass media) e i contenuti (la conoscenza della Bibbia!!) sono proprio fragili. Occasioni mancate.
don Chisciotte Mc 190903

"A ridosso della Giornata nazionale per la custodia del creato che si celebra domenica 1 settembre e in vista del Sinodo del prossimo ottobre, Caritas Italiana pubblica un documento con un focus sull’Amazzonia, il polmone della terra da difendere e salvaguardare. E annuncia la propria scelta di disinvestimento dai combustibili fossili
Si richiama alla Laudato Si’ il messaggio dei vescovi scritto in occasione della Giornata nazionale per la custodia del creato che si celebra il 1° settembre e che si chiude con queste parole: “Lo Spirito creatore guidi ogni uomo e ogni donna ad un'autentica conversione ecologica, secondo la prospettiva dell’ecologia integrale della Laudato Si’, perché - nel dialogo e nella pace tra le diverse fedi e culture - la famiglia umana possa vivere sostenibilmente sulla terra che ci è stata donata”.
Per far fronte all’attuale crisi socio- ambientale – sottolinea il messaggio - sono necessari comportamenti di amore e di cura per la nostra terra e per la ricchezza della vita" (continua). http://www.vita.it/it/article/2019/08/30/deforestazione-emergenza-silenziosa-il-dossier-caritas/152519/

(...) «Da un punto di vista culturale, il rischio per noi preti è la banalità. Basterebbe abbonarsi a una qualche rivista missionaria (Nigrizia, Missione oggi, Mondo e missione…) per conoscere la situazione sociale, economica e politica dei paesi da dove provengono gli immigrati e cambiare opinione. Non seguendo le storie del mondo, si cade nel vociare corrente, con linguaggi da cortile e da bar.
Nel 2018 sono morti 40 preti martiri, la maggior parte dei quali in Nigeria e in Messico. Non leggendo, non aggiornandosi, non viaggiando, prevale il non pensiero, nonostante l’età. Trasferirlo in un’omelia è tragico.
Non fa storia nemmeno la memoria della nostra gente che ha vissuto migrazioni all’estero (Argentina, Venezuela, Stati Uniti…) oppure in Italia dal sud al nord: compatiti, sfruttati, derisi. Nemmeno i don del nord si ricordano della povertà, della tubercolosi, della pellagra… Se sfogliassero il libro dei defunti di qualche decina di anni fa, si accorgerebbero che un tempo morivano molti neonati per malattie comuni.
I nostri ragazzi e ragazze oggi si allontanano per cercare lavoro: per gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli svedesi siamo “pizza e mafia”.
Religiosamente siamo diventati cantastorie. Il Vangelo – la parola di Dio – è stato ridotto a favole: la donna cananea guarita…, mi avete dato da mangiare…, il Signore protegge lo straniero…, il buon samaritano… scivolano via con ripetizioni triennali, sempre uguali, sempre più insignificanti, sempre meno vere.
Domenica scorsa abbiamo letto al Vangelo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!». Siamo, invece, diventati ripetitori. La parola di Dio si è nascosta nell’intimità di ognuno con le proprie interpretazioni. Ci è stata rubata, annacquata, stravolta. È stata inghiottita nell’interpretazione superficiale corrente. Le nostre opere di carità assomigliano all’elemosina dei Principi del Rinascimento o dei liberali dell’ottocento. Addirittura siamo stati superati da alcuni manager americani che hanno richiesto più etica nel mondo delle imprese e della finanza.
Continuando di questo passo, le nostre chiese vuote andranno demolite, perché nessuno le vorrà, nemmeno a regalo: troppo costose per essere mantenute. Pur di racimolare qualche segno di cristianità, qualcuno ha inventato, d’estate, il rinnovo del battesimo all’alba in riva al mare o il cioccolato caldo con cornetti, d’inverno. Povero Cristo che viaggia con angoscia verso Gerusalemme – racconta il Vangelo di Luca – dove l’aspettano la passione e la morte. (...)
don Vinicio Albanese, 20 agosto 2019
http://www.settimananews.it/societa/confratelli-preti-paura-dei-migranti/?fbclid=IwAR1DBkTA0y6LaPIthg_qTWugt_mArPwlCysNGsk0nUwO7rpdpIVQ3yQn_k0

«I canti vengono preparati appunto da un coro, e dovrebbero animare tutta l'assemblea. E quando riusciamo a fare dei canti che vengono eseguiti non soltanto dal coro, ma da tutte le persone che sono presenti, allora davvero si sente che è l'assemblea che celebra e che quella è tutta una comunità, che come un solo corpo, che all'unisono parla, prega, canta e cantando, appunto, prega insieme.
Un altro aspetto che dovremmo forse - e io dovrei - curare un pochino di più è quello del sacramento della Penitenza e anche dell'accompagnamento spirituale; cioè: incominciano ad essere diverse le persone che incominciano a chiedere un colloquio, una possibilità di un dialogo più profondo, un cammino di Fede personale».
don Peppino Puglisi, intervistato nel 1991 in Fulvio Scaglione, Padre Pino Puglisi. Martire di mafia, 208

Conforto. Presenza discreta che sfiora il silenzio 
di Nunzio Galantino 
(...) La parola conforto - derivata dal tardo latino confortare, composto da "con" e un derivato di "fortis" (rendere forte/vigoroso) - è la vicinanza che sostiene e rafforza qualcuno perché non soccomba nella sofferenza e non ceda ai compromessi. (...) A conferire maggiore ricchezza di senso alla parola conforto contribuisce la sua riconducibilità, secondo alcuni, alla radice ebraica "nhm", che significa respirare profondamente e, nel senso causativo, far tirare fiato, portare sollievo in una situazione di dolore o di paura. (...) Di conforto non ha bisogno solo la persona segnata da una particolare sofferenza, che mi sta di fronte. Di conforto ho bisogno anch’io e la comunità della quale mi sento parte. Confortare chi si trova in difficoltà può risultare abbastanza spontaneo e gratificante. Lo è meno confortare se stessi. Per farlo bisogna conoscersi davvero, accettarsi sinceramente ed essere disposti, all’occorrenza, a prendere atto dell’inefficacia degli sforzi profusi per venire a capo dei propri limiti. Essere buoni samaritani di se stessi non è essere compiacenti nei propri confronti né rassegnati di fronte ai propri limiti. Vuol dire piuttosto riconoscere ed accettare, soprattutto in alcuni momenti, il bisogno di tenerezza e di accoglienza, senza che questo si trasformi in rinunzia a combattere (...) Il conforto dato agli altri è presenza! Mai invadente e sempre rispettosa, fino a saper vestire i panni del silenzio. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 25 agosto 2019

«La Bibbia e i Vangeli sono popolati di donne che camminano, si spostano, e quasi sempre "di fretta". Maria "andò in fretta" da Elisabetta; Maria di Betania "di fretta" va incontro a Gesù per dirgli della morte di Lazzaro; e "abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli". Camminano e corrono; amano con le mani e con i piedi, che conoscono perché se ne prendono cura: "Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli". Questo tipo di agape si chiama Maria.
La fede e la pietà continuano la loro corsa nel mondo perché uomini e donne continuano a correre lungo la via. E in questa comune corsa, i piedi delle donne corrono diversamente».
Luigino Bruni, Avvenire 3.8.2019

«Perché ci si saluta in montagna?
Può essere una domanda posta da chi visita i monti da poco, noi montanari siamo talmente abituati a salutare chi frequenta i sentieri come noi da non farci più caso».
http://www.dolomitidizoldo.it/salutare-in-montagna/?fbclid=IwAR2lpTFdyQvW6_QflAUwwRBEKP7Waog1uitNi2yFPbz_NxFme9N0SjlOELE


«Proprio coi pastori comincia la serie delle sconcertanti sorprese evangeliche. La novità cristiana viene annunziata, diventa proprietà di quelli che stanno «fuori».
E quelli che stanno « dentro », quelli che appartengono all'istituzione, saranno continuamente confusi da questo bizzarro comportamento del Signore.
I magi verranno da fuori. Ed Erode, che appartiene all'istituzione, saprà da questi stranieri della nascita del «re dei Giudei».
Gesù avrà dodici amici, i primi capi della sua Chiesa. Ma a portare la croce non saranno gli apostoli, bensì un uomo che viene da fuori: Simone di Cirene.
Il Cristo si rivelerà come il Messia a una donna di Samaria, una donna che non appartiene alla razza ebraica, una donna esclusa dalla promessa, una donna che viene di fuori, una donna la cui condotta non è certo esemplare.
L'illustrazione vivente del « comandamento nuovo » verrà offerta non da un sacerdote né da un levita, ma da uno venuto di fuori, uno scomunicato, il Samaritano.
«E il primo a salire in cielo con il Cristo, il primo santo cristiano, è un assassino che non aveva mai sentito parlare del Cristo».
Dunque, i pastori hanno la precedenza assoluta. E non la cedono a nessuno. «Si dissero fra loro: "Andiamo, dunque, fino a Bethlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere"».
Gli «esclusi» sono ammessi a contemplare, a prendere possesso del Dio fatto carne».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 29

Ipocrisia.
di Nunzio Galantino 
Nel mondo ellenistico l’ipocrisia non è percepita come comportamento censurabile né l’ipocrita viene presentato come categoria morale. Cosa che invece avviene nell’Ebraismo e nel Nuovo Testamento. Il passaggio è dovuto a un vero e proprio ampliamento semantico della parola ipocrisia. A cominciare dal verbo greco dal quale essa deriva (ypokrìnomai), composto da ypò (sotto) e krìno, che rimanda ad atti propri dello spirito e dell’intelligenza: giudicare, discernere, spiegare. 
Ypokrìnomai è quindi originariamente un giudicare approfondito, che suppone capacità di “critica”, nel senso nobile della parola. Il passo ulteriore di quello che ho chiamato ampliamento semantico riguarda la parola ypokritès che, nella Grecia classica, è strettamente legata all’arte drammatica ed indica colui che ha la capacità di interpretare un personaggio. È l’attore. Nel passaggio dal greco al latino e successivamente alle lingue romanze – ed è il terzo passaggio - l’hypokritès, dall'essere colui che “recita una parte” in teatro, finisce per essere colui che finge e, quindi, inganna. L’hypokritès diviene così il simulatore. (...)
L’ipocrisia, atteggiamento tipico di chi finge virtù, sentimenti e buone qualità che non ha (...) con l’obiettivo di ingannare o conseguire benefici altrimenti non raggiungibili. Più realistico di Hazlitt appare quanto E. Goffman scrive in La vita quotidiana come rappresentazione, dove il sociologo canadese sostiene che il mondo è una grande rappresentazione teatrale. In essa, ognuno indossa una maschera e assume un ruolo, a seconda dei diversi contesti; ognuno crea un’immagine di sé da rappresentare, molto spesso differente da ciò che realmente sente e sa di sé. Nella convinzione che, nella grande rappresentazione che è il nostro mondo, bisogna fingere per ottenere dei vantaggi, o più semplicemente per permettere alla propria vita di scorrere in modo più agevole, senza scossoni e colpi di scena. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 18 agosto 2019 

"Trasmettere la fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida. Per essere preparati, bisogna fare proprie queste attitudini:

Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura di ciò che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili ad un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il coraggio di parlare di ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere che cosa è veramente vero da ciò che lo è soltanto in apparenza. Come dice San Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò che è vero; astieniti da ogni specie di male» (1 Ts 5:21-22).
Corri dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt. 16,25). Tutto deve essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.
Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di se stesso uno di loro.
Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci dice nel suo discorso sul pane della vita: «Perché il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv. 6,33).
Carlo Maria Martini, Avvenire il 27 luglio 2008

Il valore di una panchina; il valore di un luogo; il valore di tante storie!

https://www.facebook.com/umaniamilano/videos/2843327702350588/

«Amico lettore... anche tu vai in chiesa col tuo passo abituale, tranquillo, un po' legnoso, disposto ad assistere a una calma liturgia, ad ascoltare un sermone rassicurante? C'è gente che va a "fare Pasqua", o si reca abitualmente in chiesa, magari tutti i giorni, come si va a un funerale. Con una certa compostezza, compunzione, cercando di darsi un certo contegno, assumere una certa aria perbene, apparire cortese, garbata.
Non succede niente. Tutto in ordine, previsto, regolamentato. Nessuna sorpresa».
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 151

Una tenera tavola dell'iraniana Mahnaz Yazdani (si legge da destra a sinistra, come indica la freccina).

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento nazisti. Giovanni Paolo II ha detto che con il suo martirio egli ha riportato «la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo». E nell’omelia della Messa di canonizzazione spiegò: «Massimiliano non morì, ma “diede la vita... per il fratello”.V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore».
qui tutto l'articolo: http://www.famigliacristiana.it/articolo/san-massimiliano-kolbe-il-francescano-che-con-il-suo-martirio-rese-meno-disumano-auschwitz.aspx?fbclid=IwAR2AJufd5tNEgZehsa5sUcyel_IPsKKdVfrTlkJJTL_82JGW5XjRmGkOxwY

Riproponiamo un'intervista (pubblicata lo scorso settembre) a Don Tullio Proserpio. Il Cappellano dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano interviene sul libro dell'ex conduttrice delle Iene in cui parlava del proprio tumore come di un dono creando un grande e aspro dibattito. «Questa vicenda dimostra come la malattia sia un grande tema che tocca in profondo le persone».
http://www.vita.it/it/article/2018/09/25/nadia-toffa-e-il-mistero-delle-nostre-vite/149135/

Trasfigurazione. Invito ad andare oltre le apparenze 
di Nunzio Galantino 
(..) Sia il senso della trasfigurazione consegnatoci dal racconto evangelico, sia la derivazione etimologica della parola ce ne fanno scoprire una forte carica vitale. Nella parola latina "trans-figuratio", il prefisso "trans" indica un passaggio, il movimento di un “andare oltre” la figura o l’aspetto, coinvolgendo il soggetto e la sua storia. Così la trasfigurazione può portarci ad andare oltre una figura fissa, oltre le apparenze, spesso ingannevoli. “Andare oltre”, come fa ogni artista che abbia a che fare con le forme; o come fa ogni poeta e scrittore che fin dalle aule scolastiche ci colpiva con il suo linguaggio figurato, abituandoci a cogliere le sfumature delle emozioni: ad “andare oltre”, appunto, dischiudendoci orizzonti imprevisti. 
Può “andare oltre” solo chi si fida e si lascia portare dove forse da solo non immaginerebbe. La trasfigurazione sorprende come luce che illumina qualche situazione diventata, per lo meno, aggrovigliata. All’improvviso ci si rende conto che esiste un’alternativa; s’intravedono spiragli dove c’è notte, dolore, tragedie. La realtà resta la stessa, ma è posta sotto una luce diversa, che dischiude un futuro. Nel presente, tuttavia, per noi il passaggio di luce è una soglia sfuggente tra visibile e invisibile, dove transita una figura in movimento, non una forma cristallizzata (P. Florenskij). 
La discontinuità costituita dall’esperienza trasfigurante è inafferrabile. Per questo, non valgono i sinonimi usati per spiegarla. Se fosse trasformazione, sarebbe assai arduo riconoscere la stessa persona nel volto “diverso”, così da poter dire: «È ancora lui/lei». Se poi si trattasse di metamorfosi, dove il mutamento d’aspetto è totale, la cosa si rivelerebbe inquietante, al punto da esclamare: «Non è più lui/lei»: le metamorfosi rendono irriconoscibili e portano a fare un salto nel buio. (...) La luce della trasfigurazione può attraversare le ferite (D.M. Turoldo). Ma a patto di aver fiducia che proprio accogliere quella sofferenza è il sigillo della nostra libertà (G. Dossetti).
in “Il Sole 24 Ore” del 11 agosto 2019 

«Esistono forti flussi migratori all’interno dello stesso continente africano e, purtroppo, un numero considerevole di questi migranti ancora viene ridotto in schiavitù. Si fa fatica ad accettare che ci siano forme di schiavitù attuali che derivano da questa storia, eppure mi sento di affermare che sono in genealogica conseguenza. C’è continuità, non solo virtuale ma concreta, con la storia passata, poiché la contemporanea realtà delle forme di sfruttamento benché non riproduca le medesime condizioni e i medesimi contesti, è comunque il frutto di una mentalità che si è consolidata nei secoli».
leggi tutto l'articolo: http://www.osservatoreromano.va/it/news/recuperare-la-storia-dellafrica-comprendere-le-mod?fbclid=IwAR3LGSFIykgbYBmVGElqpIF1kuhITCDCtV5avXFV8jrbjD9PEsZOfDaS71E

LE PRIORITA'. Se annunciare bene il volto di Dio Papà è prioritario (lo fu per Gesù, lo è per noi); se ci siamo accorti che la traduzione "Non ci indurre in tentazione" non è la migliore, anzi; se abbiamo le possibilità tecniche di fare bene e presto (un adesivo, per esempio, da apporre sulla pagina del messale... perché dobbiamo aspettare (anni!) la pubblicazione di un libro, che - per quanto importante - è per sempre uno strumento (di carta) rispetto alla grandezza del "contenuto"?! Con questa azione, smentiamo ciò che diciamo con le parole! Noi già preghiamo con le parole "Non abbandonarci alla tentazione" nelle preghiere personali, nel rosario, nelle forme devozionali... ma non nella messa! Che paradosso! Ci rendiamo non-credibili!
don Chisciotte Mc
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/arriva-il-nuovo-padre-nostro?fbclid=IwAR0vfFDMa1e93YEIRgbCVBEWZRkshcy2td3dWlDOp5bEdixtd9w9yWWHsMs


Racconta Elie Wiesel: “Il saggio camminava per le vie di Sodoma e gridava la propria protesta per l’indifferenza, per la mancanza di scandalo  che gli uomini provavano nei confronti delle forme dell’umano patire e della malignità con la quale esse erano prodotte e incrementate.
Perfino un bambino si accorse dell’apparente sterilità di quel grido, vedendo quest’uomo tutto solo, gridando la propria protesta nei confronti dell’indifferenza e della malignità del vivere. E gli disse: Perché gridi in questo modo? Non vedi che nessuno ti ascolta? E il vecchio saggio rispose: Io non grido perché qualcuno mi ascolti, grido per impedirmi di ascoltare la voce di questa indifferenza e di venirne persuaso. Grido per restare in vita; grido per mantenere e conservare il senso di una giustizia che non si rassegna all’umano soffrire e alla malignità che l’accompagna. Per questo io grido: per me, prima ancora che per loro; perché chiunque desideri interrogarsi a proposito di ciò che è realmente giustizia, trovi non soltanto un senso possibile dell’umano vivere ma, nel senso di questo grido, il principio reale a partire dal quale la sconfitta dell’umano patire e della sua malignità incominciano”.

Discorsi d'odio? Possiamo fare qualcosa! 
Su Facebook e Twitter un contenuto su 10 è offensivo, discriminatorio o incita all'odio e alla violenza.
Migranti e rifugiati, minoranze religiose, donne, comunità lgbti, persone con disabilità o in stato di povertà: l'odio online non risparmia nessuno. Questo è quello ha evidenziato la ricerca di Amnesty International.  
Ma tutti possiamo contribuire a fermarlo, per passare dall'indignazione, all'azione!
Possiamo segnalare post e tweet per farli rimuovere, possiamo promuovere un dibattito civile e costruttivo, possiamo mostrare alle persone sotto attacco gli strumenti che hanno a disposizione per tutelarsi.
Insieme possiamo fare la differenza!
Amnesty International, insieme a moltissimi esperti del settore, ha prodotto la guida: “Hate speech: conoscerlo e contrastarlo”
Scopri come contrastare i discorsi d'odio!
Solo in tanti, insieme, possiamo costruire un mondo più giusto, per tutti!
Grazie per esserci.
Tina Marinari -  Amnesty International Italia

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«Lei è Beba. Lei è una donna di Milano. È domenica mattina. Sono da poco passate le 11. Beba esce di casa con i due cani al guinzaglio. Si dirige verso il parco Forlanini, dalle parti dell’aeroporto di Linate. Il sole batte forte. Lei costeggia il fiume Lambro. C’è un uomo. È a terra. La faccia spiaccicata sul terreno. Non si muove. Beba corre. Gli è accanto. Ci sono altre persone. Passano. Camminano. Quasi lo sfiorano. Se ne fottono. Beba si abbassa. Lo tocca. Prova a girarlo. Non si muove. Pensa che sia morto. Il sangue le si gela nelle vene. Alza lo sguardo. Poco distante ci sono dei ragazzi, giocano a calcio. Gli anziani del quartiere passeggiano alla ricerca di un po’ di frescura. Una voce. Il tono è violento. Minaccioso. È rivolta a lei. Brutta stronza, lascialo lì. Beba ignora. I due cani stanno leccando il volto dell’uomo a terra. Lui dimostra 30 anni. È un uomo. Inizia a muoversi. Lento. È ubriaco. Ha bisogno d’aiuto. Beba cerca di spostarlo, intanto prende il telefono per chiamare i soccorsi. Nessuno la aiuta. Un’altra voce. Se osi chiamare l’ambulanza ti meniamo, maledetta troia, bisogna lasciarli morire questi immigrati di merda, ricordati che i soccorsi li paghiamo noi contribuenti, mica questi negri. Beba fa finta di non sentire. Una nuova voce. Lavati le mani che ti prendi le malattie. Nel gruppo di persone c’è una signora di circa 70 anni. Lei invoca la giustizia divina. Spera che dio ascolti le sue preghiere e affondi tutti i barconi. Beba è disgustata, ma rimane concentrata sull’uomo. Lo sposta. Lo sistema all’ombra. Ora cammina verso il gruppetto di persone. Tra loro ci sono anche due giovani addetti dell’Amsa, servizi per l’ambiente. Beba li affronta. Siete impazziti? Guardate che esiste l’omissione di soccorso. Beba è avvocato. Il suo nome è Beatrice Bordino. La reazione degli altri è rabbiosa. Beba ha paura. Arretra. Cerca due vigili. Spiega i fatti. Ottiene un’alzata di spalle. Torna a portare un po’ d’acqua all’uomo a terra. Un amico lo ha preso sotto braccio e lo sta trascinando via. Beba si siede sulla panchina. La faccia tra le mani. Piange».
4 agosto 2019


Nel 1990, da una distanza di circa 6 miliardi di km, il Voyager 1 prese questa immagine, in cui appare un puntino minuscolo, che misura appena 0,12 pixel. È un’immagine passata alla storia con il nome di Pale Blue Dot. Quel “pallido puntino blu” è la nostra Terra e il grande Carl Sagan, in una conferenza tenuta all’Università Cornell il 13 ottobre 1994, descrisse con le seguenti, intense parole i pensieri che quell’immagine gli suscitarono: 
«Noi riuscimmo a fare questa fotografia, e, se voi la guardate, vedete un puntino. Quello è qui. Quella è la nostra casa. Quello è noi. Su di esso, tutti quelli di cui siete venuti a sapere, ogni essere umano che ci sia mai stato, tutti hanno vissuto là. L’insieme di tutte le nostre gioie e sofferenze, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e allevatore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni giovane coppia innamorata, ogni bambino pieno di speranza, ogni madre e padre, ogni inventore ed esploratore, ogni moralista, ogni politico corrotto, ogni divo, ogni comandante supremo, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie sono vissuti là, su un granello di polvere sospeso in un raggio di Sole». 
«La Terra è un palcoscenico molto piccolo in un’enorme arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti i generali ed imperatori affinchè in gloria e trionfo loro potessero divenire i padroni momentanei di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine degli abitanti di un angolo del puntino sugli abitanti di un altro angolo appena distinguibile del puntino. Così frequenti i loro malintesi, così ansiosi sono di uccidersi l'un l'altro, così fervente il loro odio. La nostra presunzione, la nostra immaginata auto-importanza, la nostra illusione di avere una posizione privilegiata nell'Universo, sono sfidate da questo puntino di luce pallida». 
«Il nostro pianeta è una macchiolina solitaria avvolta nel grande buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è suggerimento d’aiuto che verrà da altrove a salvare noi da noi stessi. Si dice che l'astronomia insegni ad essere umili e io aggiungo che è un’esperienza che costruisce il carattere. Io penso che non c’è forse nessuna migliore dimostrazione della follia della presunzione umana che questa immagine da lontano del nostro piccolo mondo. Secondo me, essa sottolinea la nostra responsabilità di avere più gentilezza e compassione l'un con l'altro e di preservare e curare teneramente quel pallido puntino blu, l'unica casa che noi abbiamo mai conosciuto».


«La Chiesa non ha bisogno di teologie di corte. Né della corte di Giovanni Paolo II, né di quella di Benedetto XVI, né di quella di Francesco. Al teologo non si addice mai la logica della corte. Anzi, non c’è teologia alcuna finché la forma di vita è quella della corte. La teologia deve essere molto più rispettosa e molto più critica di una corte. Non deve né mormorare di nascosto, né compiacere ostentatamente. Per questo la teologia dell'XXXXX è irrimediabilmente tramontata. Non ha onorato la realtà, ma ha idealizzato le cose e le persone, le opere e i giorni. Per questo è diventata non una risorsa ma un problema».
Andrea Grillo, 2.08.2019
http://www.cittadellaeditrice.com/munera/avanzamento-ecclesiale-e-turbamenti-delle-teologie-di-corte-10-idee-sullistituto-giovanni-paolo-ii/?fbclid=IwAR3XWjmkVP7U2RpKxI7vDW7sSgLt0vy2BhDbSUyUn3638U9ZZ6r7rBoFTwQ

Anche la piccolina ha seguito l'esempio della mamma, fiorendo la stessa notte!

«(...) Da quando il legislatore, nel 2003, ha liberalizzato l’azzardo, tutto è cambiato: l’Italia si è trasformata in uno dei più grandi casinò a cielo aperto del mondo. L’effetto di questa scelta ha portato a un’escalation della dipendenza: la dimensione comunitaria che caratterizzava anche il gioco d’azzardo ha lasciato posto alla solitudine del giocatore, che davanti alla macchina inserisce direttamente denaro fresco e vive un «tempo ipnotico», incapace di percepire quanto spende.
In pochi anni la ragnatela della cultura dell’azzardo si è diffusa persino nei più piccoli e sperduti centri abitati in cui si trovano bar, sale scommesse e tabaccherie. Non ci riferiamo qui all’esperienza dell’azzardo che si svolge nelle case o nei circoli con regole certe e somme di denaro modiche, pena l’allontanamento del giocatore, ma a quella dinamica che induce a diventare giocatore solitario. Bastano un paio di dati per definire la proporzione del fenomeno: le slot machine disseminate sul territorio sono 366.399, una ogni 161 cittadini, mentre si vendono 3.600 «gratta e vinci» al minuto.
È il gioco legale che fa crescere l’illegalità, l’usura, il riciclaggio di denaro e l’estorsione, non il contrario».
http://www.vita.it/it/article/2019/08/02/la-grande-ragnatela-dellazzardo/152391/

«Don, ma perché non parli tu al microfono al CRE? Perché non gestisci tu la riunione animatori e intervieni solo su alcune questioni? Perché lasci che a volte facciano la preghiera gli altri e tu dai solo la benedizione?”. (...)
Sono domande che mi sono state rivolte durante i CRE, alle quali andrebbero aggiunte le molte domande che mi vengono rivolte durante tutte le attività che caratterizzano la vita parrocchiale dell’anno pastorale. La mia risposta, semplice ma non banale, è questa: “Perché sapete farlo, quindi potete farlo. E, forse, dovete farlo”».
http://www.santalessandro.org/2019/07/dal-prete-tuttofare-al-prete-compagno-di-viaggio/?fbclid=IwAR1DgmurgfoHU2TSlaADfhBocXBXIAtgKBlzj9d35cpl-Jep_HroT8lozVg