"La società è antecedente all’individuo"


Bene comune patrimonio dimenticato 
di Enzo Bianchi 
Esiste un’espressione che appartiene al patrimonio ereditato come società civile, ma che oggi pare dimenticata quando non addirittura contestata: il bene comune. Siamo tutti consapevoli che la nostra società occidentale, e l’italiana in particolare, attraversa da alcuni anni una crisi. “Crisi” è parola tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: viene da krísis, passare al vaglio e indica separazione, giudizio. 
Ai giorni nostri l’applicazione di questo concetto a una corpo sociale, alla polis, alla società, indica una situazione di deperimento, di decrescita, di decadenza. Ci troviamo, e lo affermiamo, in una situazione di crisi, ma dovremmo dire innanzitutto che la nostra crisi è sociale, culturale, etica, antropologica e, quindi, è anche politica ed economica. Politica perché la politica è astenica, debole e anche afona: paradossalmente “grida” con voce forte perché non ha nulla da dire in verità; democratica, perché vediamo qua e là affiorare tentativi di manovre di tirannia compatibile con

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Sempre più avanti di noi

Caltanissetta, nuovi percorsi di formazione al matrimonio proposti con “L’anello della fede”
12 settembre 2018
“L’anello della fede”: è questo il titolo del nuovo percorso di formazione al sacramento del matrimonio, inaugurato domenica scorsa nella diocesi di Caltanissetta. Un progetto che coinvolge 250 persone: 110 coppie di laici più 40 sacerdoti, che hanno seguito un percorso di formazione di oltre due anni coordinato dall’Ufficio diocesano di pastorale familiare, nel corso del quale sono stati elaborati i temi dei 18 incontri che da quest’anno nella diocesi siciliana saranno l’unica esperienza necessaria per accostarsi al matrimonio cristiano. A cura della diocesi, è stato pubblicato il testo-guida per le equipes che opereranno a livello parrocchiale o inter-parrocchiale che per ognuno dei temi sviluppa gli obiettivi, la preghiera, l’icona biblica di riferimento, la Parola “svelata”, gli approfondimenti e le attualizzazioni, con gli interrogativi da proporre per riflettere insieme su ogni tematica. Ai fidanzati verrà consegnato il “Quaderno” che completa il testo con gli schemi di riflessione e le preghiere. Il nuovo percorso di preparazione al matrimonio punta sulla corresponsabilità dei laici e dei sacerdoti, impostando la pastorale familiare nei confronti delle famiglie in formazione come un percorso di consapevolezza del senso pieno del matrimonio cristiano, che continua nell’accompagnamento della coppia anche dopo la celebrazione del matrimonio da parte di tutta la comunità parrocchiale. “È un progetto organico – spiega il vicario generale, Giuseppe La Placa – che innova profondamente nella Chiesa nissena la pastorale familiare e contemporaneamente la vita di tutte le comunità parrocchiali che accoglieranno le nuove famiglie, attivando reti di relazioni significative e solidali, in uno spirito di corresponsabilità tra sacerdoti e laici”. “È una svolta davvero storica – afferma il vescovo di Caltanissetta, mons. Mario Russotto – perché cambia tutto: la comunità parrocchiale o inter-parrocchiale è coinvolta nella responsabilità di formazione e accompagnamento dei fidanzati. I quali vengono da situazioni difficili: molti ormai sono già conviventi, diversi sono già genitori. È un lavoro difficile, che possiamo portare insieme se abbiamo l’umiltà e il coraggio di tessere relazioni e di vivere una trama di comunione e di comunicazione. Noi vogliamo raggiungere i lontani, quelli che non ascoltano più, o per sordità o per indifferenza, o perché nessuno ha mai parlato loro di Gesù. Noi vogliamo avvicinare i lontani e convertire i vicini, perché tutti acquistino la capacità della parola, creando non isole, ma arcipelaghi in comunione, nella rete delle nostre comunità parrocchiali e delle nostre associazioni”.
https://www.agensir.it/quotidiano/2018/9/12/diocesi-caltanissetta-nuovi-percorsi-di-formazione-al-matrimonio-proposti-con-lanello-della-fede/

Sorriso gratuito


"La gente si lamenta sempre delle cose brutte che gli capitano senza che se le sia meritate, ma non parla mai delle cose belle. Di cosa ha fatto per meritarle. Io non ricordo di aver mai dato a nostro Signore motivi particolari per sorridermi. Però lui mi ha sorriso".
Cormac McCarthy, "Non è un paese per vecchi"

Per vivere la vita ci vuole passione


«Ma sì, sarà il carattere 
o la malinconia 
che sta dietro al carattere 
come una gelosia 
sarà il pensiero vergine 

che ha la fantasia 
vissuta dal carattere 
come la frenesia 

Cuanta pasiòn en la vida 
cuanta pasiòn 
es una historia infinita 
cuanta pasiòn 
una illusiòn temeraria 
un indiscreto final 
ay, que pasiòn visionaria 
y teatral! 

Le vigne stanno immobili 
nel vento forsennato 
il luogo sembra arido 
e a gerbido lasciato 
ma il vino spara fulmini 
e barbariche orazioni 
che fan sentire il gusto 
delle alte perfezioni 

Cuanta pasiòn en la vida 
cuanta pasiòn 
es una historia infinita 
cuanta pasiòn 
una illusiòn temeraria 
un indiscreto final 
ay, que vision pasionaria 
trascendental! 

Più son

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Necessità delle differenze


L’umanità è piena solo se tuteliamo le differenze 
di Gianfranco Ravasi 
Uno dei più autorevoli statisti tedeschi del secolo scorso, Konrad Adenauer (1876-1967), dichiarava: «Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte». La sua è una considerazione che intreccia due coordinate. L’una è verticale ed è l’unità «celeste» del genere umano: in tutti noi corre la stessa linfa e abbiamo il medesimo tessuto «adamico», siamo creature umane basilarmente uguali. L’altro asse è orizzontale e si sfrangia in mille prospettive, rivelando così la pluralità e quindi le differenze. C’è una suggestiva metafora rabbinica che afferma: Dio ha fatto tutti gli uomini con lo stesso conio ma, a differenza delle monete che risultano uguali, le creature umane sono tutte diverse (si pensi solo alle impronte digitali). Unica è la dignità, ossia l’appartenenza all’essere umano, infinita è la pluralità dei volti, delle anime, dei pensieri. 
Significativa è, perciò, la titolatura del Cortile di Francesco dedicato a questo tema secondo angolature e prospettive diverse. Si afferma, infatti, la «necessità» delle differenze per la pienezza dell’umanità stessa. Anzi, il dialogo tra voci diverse, è a sua volta una dimostrazione del tema. 
Come scriveva il noto filosofo viennese Karl Popper (1902-94), non si deve credere «all’opinione diffusa che, allo scopo di rendere feconda una discussione, coloro che vi partecipano debbano avere molto in comune.Anzi, più diverso è il loro retroterra, più feconda sarà la discussione. Non c’è nemmeno bisogno di un linguaggio comune per iniziare: se non ci fosse stata la torre di Babele, avremmo dovuto costruirne una». 
Il sogno dell’imperialismo di Babilonia era quello di imporre un «unico labbro», come si dice nell’originale ebraico del cap. 11 della Genesi, cioè una sola lingua, una sola cultura, una sola concezione della vita, precettata a tutti. È ciò che sta alla radice anche del razzismo e della xenofobia che purtroppo sta riaffacciandosi col suo volto aggressivo nei social, nei vari populismi attuali e persino nel nostro Paese segnato da una civiltà dialogica così alta. 
Contro questa arroganza che disprezza l’altro, condannata da Dio, è necessario tutelare la ricchezza dei colori dell’arcobaleno delle culture e delle etnie volute dal Creatore. Uno degli antichi maestri degli ebrei mitteleuropei detti Chassidim, cioè i «pii», affermava: «In ogni uomo c’è qualcosa di prezioso che non si trova in nessun altro. Si deve, perciò, rispettare ognuno secondo le virtù che egli solo possiede e che non ha nessun altro».
in “Corriere della Sera” del 15 settembre 2018 

Dare gioia


"Non dimenticare che dare gioia dà anche gioia".
Friedrich Nietzsche

Reti sociali

Internet e le reti sociali ci aprono molte possibilità. Ma bisogna usarle bene e per il bene. Non per isolarci, ma per comunicare meglio. Non per diffondere menzogne, ma per raccontare verità.

Ben armati


"La gentilezza, rimane la migliore arma di distinzione dalla massa".
Antonio Malgeri

Il coraggio di andare controvento


# Il carro del vincitore
di Gianfranco Ravasi
«"L’uomo dabbene in mezzo a’ malvagi rovina sempre: e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace e a giudicar dall’evento".
È, questa, una triste legge della storia: salire sul carro del vincitore, correndo in suo “soccorso”, mentre si lascia a terra lo sconfitto che nella maggior parte dei casi era «l’uomo dabbene». Ci ricorda questa amara realtà una delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo, quella datata 17 aprile. Il giusto è spesso un perdente sul quale si accanisce l’ipocrita che, prima, lo aveva esaltato per il suo rigore morale, ma che, poi, non esita a calpestarlo. Tutti dicono di amare i buoni, ma poi o li sfruttano o li abbandonano. Tutti proclamano di detestare i corrotti e i potenti, ma quando si è invitati nei loro palazzi ci si mette a scodinzolare come cagnolini obbedienti. Il coraggio di andare controvento rimane il più delle volte solo un buon proposito retorico. Alla fine è più facile curvarsi come giunchi al soffio del vento dominante. Oppure è facile scagliarsi a parole, con insulti e volgarità, contro il potere quando non lo si ha, pronti però a goderne tutti i vantaggi personali quando lo si conquista».
in “Il sole 24 Ore” del 9 settembre 2018

Positivi

L'intenzione di preghiera per il settembre 2018

L'Africa è un continente con un potenziale enorme. I suoi giovani rappresentano il suo futuro, un futuro splendido se accompagnato dall'istruzione e dalla possibilità di lavoro.

Compositio oppositorum


«La dottrina di Nicea e di Calcedonia e, in generale, l'approccio sistematicamente antinomico del mistero per i Padri greci, hanno creato un tipo di pensiero per tensioni che è rimasto oggi la molla dello spirito di ricerca (...). Se Cristo è allo stesso tempo vero Dio e vero uomo in una sola Persona, se questa Persona, a sua volta, è allo stesso tempo distinta e consustanziale nel seno della Trinità, ne deriva l'obbligo di "pensare insieme" dei termini opposti».
Olivier Clément, Il senso della terra, 76

Dovere


«Ki ha consumato il suo Dio a furia di pregarlo e di ripregarlo,
per la paura di viver tutto e di non capire,
per la vergogna mai digerita di dover anche morire».
Davide Van De Sfroos, Ki (2014)

Questa vita eterna

«Camminavo perduto nella mia musica, quando li ho incontrati. 
Insieme avranno fatto un secolo e tre quarti. Lei vestita più leggera, con un cappello di paglia sulla nuca e un bizzarro prendisole; lui col giubbotto e le spalle ben coperte (so da mio padre che a quell'età il gelo filtra nelle ossa, anche in piena estate). A passi corti, avanzavano sotto il sole già più lieve di settembre, mano nella mano. 
Non visto, ho scrutato a lungo l'incedere lento delle loro figure, l'una accanto all'altra, quasi confusa nell'altra - ed è stato impossibile non venire sopraffatti da tanta tenerezza.
Ho pregato gli dèi che quei loro passi insieme fossero baciati dall'eternità».
Mario Domina, post del 3.9.2018

Inter-essati fa rima con essere-appassionati


Interesse. Forza che coinvolge e trasforma 
di Nunzio Galantino 
Interesse (infinito del verbo latino intersum), composto da inter (tra) ed esse [sottinteso negotia alicuius]¸ vuol dire letteralmente “stare tra le cose di qualcuno”. In senso lato, è l’ essere/sentirsi coinvolto, il partecipare pienamente, l’intervenire. 
La derivazione dal verbo intersum ed il suo significato portano a considerare l’interesse come il legame che si stabilisce tra qualcuno e qualcosa, una persona o un progetto. Interessarsi è quindi prestare attenzione fattiva e stabilire una relazione con realtà o persone altrimenti distanti tra loro.
L’interesse non è comunque un semplice ponte che unisce due sponde. È un legame che provoca coinvolgimento fino a dar luogo a qualcosa di nuovo e talvolta di imprevedibile.
È proprio vero quello che si attribuisce a Napoleone. Per il generale francese «…ci sono due modi per far muovere gli uomini: l’interesse e la paura». Senza interesse per la vita, per il prossimo, per il diverso, per il lavoro, per l’arte, difficilmente si è portati a investire energie e a mettersi in gioco. Si possono svolgere funzioni e ricoprire ruoli di grande importanza, ma senza interesse, rimanendo cioè distanti da quello che si fa o si dice. Si può spendere del tempo senza che questo porti frutti per sé e per gli altri. È l’interesse che trasforma la distanza in prossimità, la solitudine in rete partecipata e la presenza in forza che trasforma.
È inutile negarlo, la parola interesse porta molto spesso con sé una accezione negativa. Si parla infatti di conflitto d’interessi o di interesse personale per riferirsi a un egoistico tornaconto o al vantaggio guadagnato a scapito di altri. Anche in realtà nate per curare gli interessi della comunità e per perseguire il bene comune, come la politica, siamo costretti a registrare esempi di interessi personali ed esercizio del potere per fini distanti dal Bene comune. 
In economia l’interesse, di per sé neutrale - in quanto valore economico stabilito, che “sta nel mezzo” tra il prestito e la restituzione - riveste spesso un significato negativo. Soprattutto quando chi lo determina non “sta nel mezzo” delle situazioni e delle cose in maniera corretta ed equilibrata e vede tutto e tutti in chiave utilitaristica, monetizzando tutto, anche le relazioni. Quando ciò avviene, l’interesse torna ad esclusivo beneficio di una persona (che presta del denaro) a scapito di un’altra (che lo riceve). L’interesse, in questo caso, finisce per essere lontano mille miglia dal suo significato etimologico. Si assiste insomma alla corruzione della parola. 
Si parla di interesse anche in amore. Qui l’interesse è coinvolgimento e partecipazione. Tanto che per mantenere vivo un rapporto di amore, occorre non perdere interesse verso la persona, verso la sua vita, verso i suoi desideri e vero progetti comuni nati per amore. È l’interesse che, soprattutto in momenti di difficoltà, porta a «osare, [che] è la più bella dimostrazione di interesse» (Goethe). 
in “Il Sole 24 Ore” del 2 settembre 2018 

Amori scorretti

Si chiama “Amori grammaticalmente scorretti” ed è un gruppo Facebook dal successo crescente (oltre 90 mila i fan). L’obiettivo è semplice: raccogliere le scritte d’amore (ma non solo) sui muri più sgrammaticate e ridicole. E darle in pasto ai commenti, perfidissimi, degli iscritti al social network. D’altronde, quando si scrive in fretta, l’errore è dietro l’angolo.
http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/14_gennaio_22/amori-grammaticalmente-scorretti-9704d762-8353-11e3-9ab1-851e2181383b.shtml

Ignoranza pesante


Anni 70 - Scrive l'articolista: Boncompagni, Carrà, Arbore, fotografati "con un'amica di colore". Questo era il livello di arretratezza culturale che favorivano i media. Mi piace restituire alla piccola storia, una piccola verità: nella foto, ARETHA FRANKLIN, con tre amici.
Ornella Medda - 27 agosto

Gerarchia delle verità

«35. Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa.
36. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha affermato che « esiste un ordine o piuttosto una “gerarchia” delle verità nella dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana » (UR 11). Questo vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale.
37. San Tommaso d’Aquino insegnava che anche nel messaggio morale della Chiesa c’è una gerarchia, nelle virtù e negli atti che da esse procedono.[39] Qui ciò che conta è anzitutto « la fede che si rende operosa per mezzo della carità » (Gal 5,6). Le opere di amore al prossimo sono la

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Segnali forti di cambiamento


“Il clericalismo è una componente della crisi degli abusi sessuali nella Chiesa” 
intervista a Stéphane Joulain
Il clericalismo comincia quando questa cultura clericale scade in corporativismo: cioè quando i preti si concedono dei privilegi, e quando la protezione degli interessi del loro gruppo prevale su quella dell'integrità fisica e psicologica di altri. Ciò che il papa denuncia sono quei preti che mettono il loro potere e la loro autorità a proprio profitto, che, in quanto pastori, si riconoscono una sorta di superiorità che li mette su un piedestallo. Quando una persona comincia a sentirsi speciale, è facilmente tentata di concedersi dei privilegi speciali... Il papa la pensa diversamente: l'autorità e il potere sono affidati dalla Chiesa ai suoi pastori solo perché essi si mettano a servizio della comunità, fino a “conoscere l'odore delle pecore”. 
Effettivamente, il clericalismo può stabilirsi solo se è imposto dai preti e accettato dai laici. (...) Ritenere che, dato che si è stati ordinati, si ha diritto ad una forma di riverenza, è un errore, di cui certi non esitano ad abusare... La cultura e la storia di un paese hanno un ruolo in questo: negli Stati Uniti, ma anche in Africa, dove lavoro in questo momento, i laici vivono una forte sottomissione nei confronti dei preti. (...)
Come sempre, bisogna unire prevenzione, sanzione ed educazione. Per prevenire, la prima cosa da fare è “inquadrare” il potere dei chierici, obbligarli a rendere conto del modo in cui usano la loro autorità. Un potere non “inquadrato” diventa dittatoriale e il rischio è ulteriormente accresciuto quando lo si ritiene di origine divina. 
La convocazione dei vescovi cileni a Roma, l'accettazione da parte dei papa delle dimissioni di alcuni di loro ma anche del cardinale McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, sono segnali forti che mostrano che l'autorità che la Chiesa affida loro non li rende intoccabili. 
Quanto alle sanzioni, è evidente che un vescovo deve reagire adeguatamente quando viene informato e non accontentarsi di spostare il prete. (...) 
Infine, i futuri preti devono essere educati ad una buona gestione della loro sessualità e della loro autorità. L'ideale sarebbe che ci fosse alla base un lavoro teologico, in ecclesiologia: come si percepisce la Chiesa? Come un corpo perfetto o come una comunità umana che cerca di essere fedele alla chiamata del Signore? - in teologia morale, ecc. 
padre Stéphane Joulain, psicoterapeuta, ha seguito in terapia circa 200 pedofili e tiene in diversi paesi numerosi corsi di formazione in materia di istruzione e di prevenzione.
in “www.la-croix.com” del 17 agosto 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

Chi siamo


«Ciò che amiamo ci dice chi siamo». 
san Tommaso d'Aquino

Artista della Vita


È scomparso Arcabas, pittore celebre e apprezzato per il suo impegno nell'arte sacra e per le sue immagini religiose, come La cena in Emmaus o la Natività. La sua fonte principale d'ispirazione è stata la Bibbia, dando vita a un'arte sacra semplice e accattivante, intrisa di un senso fiabesco ma attenta alle istanze del moderno, seppure addolcite; il suo stile era molto apprezzato per l'uso esuberante e festoso del colore, in cui abbondava l'uso - anche simbolico - dell'oro... vedi il resto dell'articolo: https://www.avvenire.it/agora/pagine/morto-arcabas-pittore-arte-sacra

Contro il clericalismo, un'azione di tutto il popolo di Dio


«E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita.[2] Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente»[3]. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.
E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo».
papa Francesco, Lettera al popolo di Dio, 20.08.2018

La corporeità creata e assunta


«Ecce Homo! Così il corpo interroga il cristiano»
di Enzo Bianchi
In Gesù Cristo Dio ha vissuto l’esperienza dell’umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo. (...) Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell’umano: «Ecce homo! Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Ha dato sensi umani a Dio consentendo a Dio di fare esperienza del mondo e dell’alterità umana e al mondo e all’uomo di fare esperienza dell’alterità di Dio.
La corporeità è il luogo essenziale di questa narrazione che rende l’umanità di Gesù di Nazaret sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù e, in particolare, la parola, ma poi i sensi, le emozioni, i gesti, gli abbracci e gli sguardi, le parole intrise di tenerezza e le invettive profetiche, le pazienti istruzioni e i ruvidi rimproveri ai discepoli, la stanchezza e la forza, la debolezza e il pianto, la gioia e l’esultanza, i silenzi e i ritiri in solitudine, le sue relazioni e i suoi incontri, la sua libertà e la sua parrhesía, sono bagliori dell’umanità di Gesù che i vangeli ci fanno intravedere attraverso la finestra rivelatrice e opaca dello scritto. E sono riflessi luminosi che consentono all’uomo di contemplare qualcosa della luce divina.
L’alterità e la trascendenza di Dio sono state evangelizzate da Gesù e tradotte in linguaggio e pratica umana. È la pratica di umanità di Gesù che narra Dio e che apre all’uomo una via per andare verso Dio. «Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito... lo ha raccontato (exeghésato)» (Gv 1,18), rivelato una volta per tutte, in modo ultimo e definitivo. Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli (...).
Ecco perché ritengo sia un grave rischio per i cristiani

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Per chi ha futuro


«Per l'uomo responsabile la domanda ultima non è: "Come me la cavo eroicamente in questo affare?", ma: "Come la generazione che viene potrà continuare a vivere?"».
D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, 64

Cambiare vita


«E' molto più facile convertire un peccatore incallito che far cambiare vita a un credente sbagliato».
san Bernardo di Chiaravalle

Mosso


«Il rivoluzionario non trova altro riposo che la morte.
Il rivoluzionario - quando è vero - è guidato da un grande sentimento d'amore».
Francesco Guccini, Canzone per il Che

Strade imprevedibili


"Quando si ama non si frequentano le strade maestre".
S. Kierkegaard

Dare il meglio... in ogni caso!

Gelosia.
di Nunzio Galantino 
«Parlo della gelosia che (…) piega le gambe, toglie il sonno, distrugge il fegato, arrovella i pensieri, la gelosia che avvelena l’intelligenza con interrogativi sospetti, paure, e mortifica la dignità con indagini, lamenti, tranelli facendoti sentire derubato» (O. Fallaci). 
Dal greco zelos (spirito di emulazione, rivalità), la gelosia esprime un sentimento di ansia e di dubbio provato da chi ha paura che ciò che ama gli venga sottratto. (...) Il successo delle narrazioni sulla gelosia deriva dal forte legame della gelosia con l’amore. Un legame che ha fatto dire a Orage: la gelosia «è la più amara delle emozioni, perché associata con la più dolce». 
L’Otello di Shakespeare è senza dubbio l’opera classica che, più di altre, “celebra” la gelosia. In essa Otello, il Moro di Venezia, ossessionato dal sospetto abilmente instillato in lui dal manipolatore Iago, giunge a uccidere la moglie Desdemona. Non è un caso che la forma di gelosia patologica, ossessiva, non più fisiologica e naturale, è comunemente chiamata «Sindrome di Otello». Essa, secondo Freud, è rivolta non solo alla persona che si ama e che si teme di perdere, ma anche al/alla rivale in amore. La gelosia quindi non è solo un sentimento misto di rabbia e paura verso l’amato, ma è anche invidia verso il/la rivale. (...) 
L’irrazionalità della gelosia - che presenta per lo più carattere morboso, ossessivo e istintivo - causa sofferenza a chi la prova e a chi ne è vittima: è un conflitto continuo fra mancanza di fiducia, desiderio di possesso e bisogno di conferma che, a volte, arma e può essere causa di efferati omicidi/femminicidi. 
Se ben veicolata, se controllata e accettata, la gelosia può trasformarsi in spinta passionale verso l’amato ed emulazione nei confronti del rivale. Potrebbe addirittura alimentare e far sviluppare potenza e forza per dare sempre il meglio all’oggetto d’amore. «Credo di essere una delle persone più gelose del mondo - affermava Andy Warhol -. La mia mano destra è gelosa se la sinistra dipinge un bel quadro».
in “Il Sole 24 Ore” del 13 maggio 2018 

Esperienza corporea come esperienza spirituale


«"Il corpo è compreso come Dio è compreso" (C. Bruaire) e, più in profondità, il modo di relazionarsi con il proprio corpo esprime e riflette il modo in cui ci si relaziona a Dio. Ciò dice bene come l'esperienza spirituale sia essenzialmente un'esperienza corporea; non solo, dunque, si tratta di non fuggire il corpo, ma occorre imparare ad abitarlo in tutta la sua potenzialità relazionale».
Luciano Manicardi, Il corpo, 24

Manifesto per l’accoglienza: questa è una chiesa che accoglie

Il Consiglio della Federazione delle chiese evangeliche in Italia approva un documento per dire no alla xenofobia. Ogni forma di razzismo è un’eresia teologica
www.nev.it - 8 agosto 2018
“Da mesi ascoltiamo parole violente e cariche di rancore nei confronti degli immigrati, che nel cuore dell’estate sono state seguite da gesti xenofobi e razzisti verso italiani con la pelle nera, richiedenti asilo, rom. Come cristiani evangelici riteniamo che il limite della tollerabilità di questo linguaggio e di questi atteggiamenti sia stato ampiamente superato e per questo abbiamo deciso di lanciare il messaggio chiaro e forte che noi non ci stiamo”.
Con queste parole il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Luca Maria Negro, presenta il Manifesto per l’accoglienza approvato dal Consiglio FCEI.
“Anche se oggi è impopolare, affermiamo che noi evangelici siamo per l’accoglienza degli immigrati e dei rifugiati, per la tutela delle vite di chi fugge da guerre e persecuzioni attraversando il Mediterraneo, per l’integrazione. Lo facciamo – conclude il presidente della FCEI – con uno strumento semplice ma capillare quale un manifesto che speriamo possa essere affisso sul portone di ogni chiesa evangelica”.
“Ogni forma di razzismo è per noi un’eresia teologica” si legge nel documento, che si apre con alcune citazioni bibliche sull’accoglienza e sui diritti dello straniero. Il Manifesto per l’accoglienza prosegue poi con 8 punti in cui si ribadisce la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, si sottolinea la buona pratica dei corridoi umanitari, si invita allo scambio interculturale nel quadro dei principi della Costituzione, alla protezione internazionale e alla tutela dei diritti, a un linguaggio rispettoso della dignità e a una presa di posizione contro xenofobia e razzismo, si denuncia l’esasperazione del dibattito pubblico sul tema delle migrazioni. Negli ultimi due punti, la FCEI fa appello alle chiese sorelle dell’Europa perché accolgano quote di richiedenti asilo e spingano i loro governi a promuovere politiche di condivisione dei flussi migratori in un quadro di solidarietà e responsabilità condivise, richiamando all’amore di Dio, che è più forte degli egoismi di individui e di nazioni.
Scarica il Manifesto per l’accoglienza in versione integrale:
http://www.nev.it/nev/2018/08/08/manifesto-per-laccoglienza-questa-e-una-chiesa-che-accoglie/

Assunta


«Il corpo esprime la persona. Esso non costituisce soltanto un oggetto di questo mondo, ma, fondamentalmente, è qualcuno, è la manifestazione, il linguaggio di una persona. E’ il respiro latore del pensiero, è il passo e l’equilibrio, struttura il tempo e lo spazio. (...) La “carne” è dunque l’uomo nella sua interezza, ma, precisiamolo immediatamente, nei suoi limiti di creatura. Se io sono un essere di carne, significa che sono un essere limitato, che non sono Dio».
Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, 6-7.

Lo spettacolo dei limiti


«Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. E’ un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo».
Alessandro Baricco

Così è


Vi sono persone che - con la loro presenza e il loro stile - trasformano in lucente diamante tutto ciò incontrano;
altre riducono in polvere ciò che hanno tra le mani.
don Chisciotte Mc

"Gesù uomo libero"

«La libertà è uno dei tratti caratteristici della persona matura. Vogliamo riflettere sulla libertà di Gesù: in quale forma e in che misura Gesù è stato uomo libero? La finalità della nostra riflessione è acquisire i criteri per imparare ad esercitare, come Gesù, la libertà dei figli di Dio.
Il cammino della libertà ha avuto tappe anche nell’ambito della specie umana e Gesù certamente rappresenta un momento significativo di questo processo che ha avuto momenti di involuzione o riflusso e ha registrato salti qualitativi molto decisi.
In questo tipo di riflessione è facile cadere nella idealizzazione e attribuire a Gesù tutte le qualità in modo eminente, prescindendo dalle condizioni storiche e dai limiti culturali del suo tempo, che invece devono essere tenuti presenti.
Sarebbe inutile partire da una definizione astratta di libertà per vederne le applicazioni in Cristo. La libertà ha qualità e dinamiche diverse secondo il grado a cui una persona è pervenuta e secondo lo stile della comunità di appartenenza. In questa prospettiva intendiamo esaminare alcuni aspetti dell’esperienza storica di Gesù, partendo dal presupposto della sua volontà umana».
(continua a leggere...)
di Carlo Molari
http://pietrevive.blogspot.com/2018/02/gesu-uomo-libero-di-carlo-molari.html

Insieme

"Nell’aldilà non vorrei essere “solo con Dio”, ma anche insieme a quelli che ho amato e mi hanno amato, insieme agli altri, all’umanità intera di cui faccio parte e nella quale sono stato concepito e generato, sono nato e cresciuto, vivendo “mai senza l’altro”. La vecchiaia si costruisce insieme, e solo una cultura umanistica che sappia mettere al centro la persona, con le sue fragilità, può aiutare tale edificazione. Ognuno di noi è chiamato “a morire e a vivere insieme”, scrive Paolo, non da solo; quindi, anche ad attraversare la vecchiaia, non in un viaggio solitario nel deserto ma in un itinerario di persone che camminano insieme, anche se il percorso di qualcuno è più breve. Perché non è vero che “gli altri sono l’inferno”, come affermava Jean-Paul Sartre: il vecchio capisce bene che l’inferno è non amare e non essere amati. Anche nella vecchiaia l’amore è sempre da inventare, ma con gli altri, non nella solitudine".
Enzo Bianchi
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2018/04/enzo-bianchi-la-rimozione-della.html

“La Chiesa ha bisogno di profeti, non di critici a cui non piace niente”

«Il vero profeta non è un “profeta di sventure”. Il vero profeta è un profeta di speranza» che aiuta a «risanare le radici, risanare l’appartenenza al popolo di Dio per andare avanti. Non è per ufficio un rimproveratore… No, è un uomo di speranza. Rimprovera quando è necessario e spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza. Ma, il vero profeta se fa bene il suo mestiere si gioca la pelle». 
«Quando il profeta arriva alla verità e tocca il cuore o il cuore si apre o il cuore diventa più pietra e si scatena la rabbia, la persecuzione...». «I profeti, sempre, hanno avuto questi problemi di persecuzione per dire la verità».
«Dirò di più: ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti», aggiunge. «Non critici, questa è un’altra cosa. Una cosa è sempre il giudice critico al quale non piace niente, nessuna cosa gli piace: “No, questo non va bene, non va bene, non va bene, non va; questo deve essere così...”. Quello non è un profeta. Il profeta è quello che prega, guarda Dio, guarda il suo popolo, sente dolore quando il popolo sbaglia, piange – è capace di piangere sul popolo -, ma è anche capace di giocarsela bene per dire la verità».  
«Che non manchi alla Chiesa – è allora la preghiera conclusiva di Francesco - questo servizio della profezia, per andare sempre avanti».
papa Francesco, 17 aprile 2018
http://www.lastampa.it/2018/04/17/vaticaninsider/la-chiesa-ha-bisogno-di-profeti-non-di-critici-a-cui-non-piace-niente-cMVELtnHVNKtKmunlnxGzM/pagina.html

Così prega la chiesa cattolica nelle messe per i profughi e i migranti

O Dio, Padre di tutti gli uomini, per te nessuno è straniero, nessuno è escluso dalla tua paternità; guarda con amore i profughi, gli esuli, le vittime della segregazione, e i bambini abbandonati e indifesi, perché sia dato a tutti il calore di una casa e di una patria, e a noi un cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi.

O Dio, che hai voluto che il tuo Figlio donasse la vita per radunare l’umanità dispersa, accogli la nostra offerta e per questo sacrificio eucaristico, segno di unità e di pace, fa’ che tutti gli uomini si riconoscano fratelli.

O Dio, che ci hai nutriti con l’unico pane e l’unico calice, suscita in noi uno spirito nuovo di umana comprensione e di ospitalità evangelica verso i nostri fratelli lontani dalla famiglia e dalla patria, e fa’ che un giorno meritiamo di ritrovarci tutti insieme nella tua casa.

O Padre, che hai mandato il tuo Figlio a condividere le nostre fatiche e le nostre speranze e hai posto in lui il centro della vita e della storia, guarda con bontà a quanti migrano per lavoro lungo le vie del mondo, perché trovino ovunque la solidarietà fraterna che è libertà, pace e giustizia nel tuo amore.

Padre santo, che da ogni lingua e nazione hai voluto creare un solo popolo nuovo, fa’ che la comunione al corpo e al sangue del tuo Figlio ci liberi da ogni egoismo e divisione, e ci trasformi in una comunità di fratelli uniti nello stesso spirito.

Una donna

«Avete soffocato l’afflato rivoluzionario di Maria di Nazareth, esaltandone il divino e mettendo da parte la sua umanità. Maria è donna, donna sola con un figlio, vedova in un tempo in cui la vedovanza era un abominio. Era un’ebrea in una terra oppressa dai Romani, rifugiata in Egitto per sfuggire alla persecuzione. Maria fu una profuga. Madre affannata, che spese la vita a seguire un Figlio che talvolta non capiva (Mc 3,21), un folle, suo figlio. Maria, donna libera, che segue per le vie della Palestina il figlio, viaggiatrice, teologa, scrutatrice. Maria donna dell’assemblea, che presiede la celebrazione della Pentecoste secondo i costumi del suo popolo. Statue e immaginette l’hanno legata, rappresentata in posa statica tra nubi e lune, lei che spese tutta la sua vita a camminare, il cui cuore non conobbe tregua. Donna dai sandali consunti per le passeggiate montane, per far visita alla sua parente, per annunciare. Ed è per questo che con tutto il cuore la chiamo “Madre!”. Come la mia mamma era una lavoratrice instancabile e donna del popolo».
mons. Oscar Arnulfo Romero

Il coraggio delle scelte

«Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. 
Eretico è la persona che sceglie e,
in questo senso, è colui che ama la verità e ama anche la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. 
Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, 
l’eresia della coerenza, del coraggio, 
della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. 
Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano,
chi studia, chi approfondisce,
chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, 
chi non si rassegna alle ingiustizie. 
Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio».
don Luigi Ciotti

I presupposti (malcelati) di una omelia

Se l'omelia è un po' astrusa... 
di Anne Soupa 
Se l'omelia vi annoia, o se non capite bene dove vuole arrivare il predicatore, divertitevi a decriptarla. Tentate di comprendere i presupposti che si nascondono dietro un discorso tanto contorto da dissimulare le intenzioni di chi lo pronuncia. (...) Dietro la scelta delle parole, delle immagini, delle domande, si rivelano scelte teologiche che meritano di essere decriptate perché sono in rapporto con un modo di essere al mondo e a Dio. (...)
Il bisogno imperioso di certi predicarìtori di fare la morale, di far nascere sensi di colpa negli ascoltatori. Perché sminuire il proprio interlocutore, se non per esercitare un'influenza su di lui? Conosciamo bene la “pastorale della paura”, messa in luce dallo storico Jean Delumeau. Nel Medio Evo, era la paura dell'inferno quella che doveva riportare i fedeli smarriti sulla retta via dell'obbedienza. Oggi sono rari coloro che temono le fiamme dell'inferno. Ma ancora troppi sono coloro che, confusamente, si credono colpevoli e si lasciano convincere di essere cattivi, di fare tutto in modo sbagliato, di dover assolutamente “cambiare”. 
Dopo aver instillato il dubbio della colpevolezza, gli stessi predicatori vi servono il piatto dell' “obbedienza” e della “volontà del Padre”. Ripetuti all'infinito se necessario. Fino a sottolineare tratti inusuali. (...)
Ecco due “deformazioni” frequenti che è bene avere in mente. Attenzione agli intristiti che

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Autocritica indispensabile

La nuova politica urlata. E noi credenti dove eravamo?
di Daniele Rocchetti - 28.06.2018
In tanti mi chiedono cosa penso dell’attuale situazione politica del nostro Paese. Ogni volta rispondo che ciò che è avvenuto alle scorse elezioni è il risultato di uno sconquasso antropologico, uno strappo radicale in atto nelle nostre comunità da molto tempo. Bisognava essere, più o meno consapevolmente, miopi per fingere di non vederlo. Nella dialettica politica, si potrà, prima o dopo, arginare o ribaltare, a seconda dei punti di vista, il risultato elettorale. Ciò che è in gioco però è qualcosa di molto più profondo e sbaglia chi pensa che possa essere cambiato a breve. La barbarie delle parole, gli slogans urlati, le prese di posizione disumane esibite e sdoganate in cosi breve tempo, il consenso largo – anche di tanti che frequentano le eucarestie domenicali –  attorno a tutto questo,  stanno a dire di una ricucitura di un senso condiviso e una ricostruzione dell’umano che avranno bisogno di tempi molto lunghi.
I grandi assenti
Mi viene però da chiedermi: come cristiani, dove eravamo? Dove eravamo quando con sistematica cura veniva gettato il discredito sulla politica e sui politici? Dove eravamo quando si parlava di bene comune e in realtà si salvaguardano i beni personali e di famiglia? Dove eravamo quando abbiamo pensato che si poteva barattare il silenzio in cambio di favori nei nostri riguardi? Dove eravamo quando si indebolivano le istituzioni sfiduciandole o gestendole in modo personale? Dove eravamo quando questioni complesse venivano banalizzate con slogans?  Dove eravamo quando il Paese aveva bisogno di pensiero, di classi dirigenti e di sguardi lunghi?  Dove eravamo quando abbiamo permesso di ridurre le persone a numero, i volti a cifre, le vite a problemi?  Dove eravamo quando non abbiamo aiutato a comprendere la differenza tra percepito e reale? Dove eravamo quando stereotipi negativi, pregiudizi e parole razziste si insinuavano sotto traccia in modo ambiguo? Dove eravamo quando

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"Perché abbiamo tradito il Vangelo così?"

«Quanti secoli la Chiesa ha mantenuto l'istituto della schiavitù, la guerra? Il razzismo, vive ancora in terreni cristiani, nelle scuole cattoliche. Perché abbiamo tradito il Vangelo così? Che ormai son venti secoli che è contraffatto, perché facciamo il Vangelo sulla nostra misura invece di far noi sulla misura del Vangelo. Tutta la cristianità deve testimoniare il Vangelo, così come Cristo lo ha predicato, nella su integrità, nella purezza, nella sua genuinità. Allora guardate che non c'è schiavitù, razzismo o guerra. Dobbiamo approfondire il Vangelo nella vita, nella meditazione. Non è più possibile vivere da spettatori, senza tradire il nostro battesimo».
«Ora che la messa non è più come diceva il cardinal Bevilacqua - scherzando - una schiena di prete che cambia colore di domenica in domenica, coperta ora di verde, ora di viola, ora di bianco. Almeno siamo invitati a metterci faccia a faccia col nostro popolo. E a parlare la sua lingua, non possiamo più dire "orapronobisblablablaaa.. amen!" Non possiamo più fare così. In una scuola elementare di Bologna un bimbo, disse che gli piaceva molto la nuova messa, ma il prete non sapeva leggere. E dobbiamo ormai sentire la necessità di prepararci, cioè prima di leggere un Vangelo un'epistola dobbiamo leggercela prima, non possiamo improvvisare la lettura, la celebrazione. Le forme ci chiedono una preparazione, ma guai se noi prendessimo la liturgia come un ritualismo sia pure composto sia pure decoroso, arriveremo ad essere farisei, puliti, ma non arriveremmo ad essere cristiani».
«L'evangelizzazione dei poveri - diceva Lercaro - è il segno del Messia, quindi con una povertà anche effettiva. Che non è solo povertà di denaro però, è anche una povertà di potere che la Chiesa deve cercare, deve avere. La Chiesa è tentata anche di cercare un potere terreno, una capacità di influenza, il senso della povertà nella Chiesa deve abbracciare tutto questo».
E aggiungeva: «Pensate un poco se negli ultimi decenni del secolo scorso quando gli apostoli del socialismo portavano la loro predicazione nelle nostre campagne... se il clero, avesse capito che

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Sacra curiositas

Domanda. Esercizi di «curiositas» 
di Nunzio Galantino 
Dal latino de-mandare (affidare o raccomandare), la domanda è un enunciato col quale si esprime il desiderio di conoscere e di sapere qualcosa fino – afferma qualcuno – a poterla dominare. Sempre comunque la domanda nasce dalla curiositas. Essa infatti è insieme desiderio di conoscenza, voglia di ricerca e bisogno di crescere in sapienza. «Potete giudicare quanto intelligente è un uomo dalle sue risposte. Potete giudicare quanto è saggio dalle sue domande» (N. Mahfouz). 
In generale la domanda presuppone un atto di fiducia verso il rispondente che si ipotizza “domini” un pezzo di conoscenza maggiore e/o a un livello più approfondito. Più autorevole è il rispondente maggiore spessore avrà la risposta e più ampio diventerà il perimetro della domanda successiva. 
Il rispondente non è sempre e comunque una persona. Alcune domande, soprattutto quelle che nascono vivendo, trovano risposta solo nella vita, innescando dinamismi virtuosi che fanno amare e non temere ciò che afferma Charlie Brown: «Quando pensi di avere tutte le risposte, la vita ti cambia tutte le domande» costringendoti – aggiungo io - a ricominciare. Lo farai però solo se sei una persona aperta e libera interiormente, capace di meraviglia di fronte al nuovo che sempre raggiunge il cuore e la mente delle persone libere. (...) Mi pare interessante sottolineare il desiderio di conoscere che caratterizza soprattutto i piccoli. Le domande infatti affiorano più facilmente quando il cervello è sgombro da preconcetti e libero da ideologie e quando il cuore è aperto alla realtà e pieno di fiducia verso il rispondente. 
Il piacere della domanda e quindi la voglia di sapere non possono farsi strada in chi pensa di dover sempre dimostrare di sapere tutto e di bastare a se stesso. La domanda è apertura di credito verso la conoscenza/esperienza dell’altro e nei confronti della sua affidabilità. (...) «La cosa importante – afferma comunque A. Einstein - è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. 
Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita e della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità».
in “Il Sole 24 Ore” del 27 maggio 2018

Traditore

« (...) Non di rado coloro che hanno qualcosa da rimproverare al re, ai principi, ai profeti e al popolo vengono definiti «traditori» dalla maggioranza della propria gente e da chi la governa. Data una rapida occhiata a quella categoria lì, di quelli che sono sempre pronti a puntare il dito, nella Gerusalemme di duemila anni fa e più, di coloro che ce l’avevano con il profeta Geremia, mi sono sentito proprio a casa… 
"Chi è il traditore?" è una domanda che mi turba sin da quando ero bambino. Sono stato chiamato "traditore" tante di quelle volte, in vita mia. La prima è successo quando avevo appena otto anni, l’ultima spero che debba ancora venire. "Chi è il traditore?" mi domando. (...) Talvolta, agli occhi di coloro che non cambiano e non sopportano il cambiamento, che non capiscono il cambiamento, che hanno una paura tremenda del cambiamento, che odiano coloro che cambiano, il traditore è semplicemente la persona che cambia, che è capace di cambiare. (...)
Ogni tanto, solo ogni tanto, il traditore è colui che ama veramente. "Fedeli sono le ferite di chi vuol bene" (Proverbi 27, 6)».
Amos Oz, La Stampa 21.06.2018 - leggi tutto l'articolo:
http://www.agenziacomunica.net/2018/06/22/amos-oz-elogio-dei-traditori-spesso-vengono-chiamati-cosi-gli-uomini-che-sono-capaci-di-cambiare/

"Mi piace una Chiesa inquieta"


“Mi piace una Chiesa inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta con il volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”.
Papa Francesco, Discorso all'incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, 10/11/2015, Firenze

Cor-rispondenza

Concordia. Cuori ed emozioni in sintonia 
di Nunzio Galantino 
La parola italiana e latina concordia deriva, nel suo significato, da concors (cum “con” e cor “cuore”). Essa - attraverso il riferimento al cuore – certifica la conformità/corrispondenza profonda di voleri e di sentimenti e di obiettivi tra realtà, situazioni e soprattutto persone, nelle loro scelte e nei loro progetti. (...) È corrispondenza che permette ai pensieri, alle emozioni, alle abitudini, anche ai difetti - delle persone concordi - di intrecciarsi fino a non potersi più separare. 
La dea Concordia nella mitologia romana (corrispondente ad Armonia nella mitologia greca) viene rappresentata come donna seduta tra due uomini nel gesto di agevolarne la stretta di mano. (...)
La concordia, conservando il suo significato, diventa “concordanza” quando la si applica a una lingua, scritta o parlata. Senza le norme che regolano le parti di un discorso (articolo, nome, aggettivo, pronome, verbo) rendendolo armonioso e comprensibile, non ci si capirebbe. La singola parola pronunziata o il singolo strumento che suona rendono certamente meno di quanto rendono insieme ad altre parole e ad altri strumenti. Insieme esprimono significati più completi e costruiscono armonie più ricche. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 24 giugno 2018 

Partire dal conflitto per arrivare alla pace

«Noi facciamo di tutto per non accettare qualcosa che ci appare scandaloso nella sua immensità. Meglio distogliere lo sguardo, meglio non prestare ascolto al grido terribile del mondo. Finché non abbiamo il coraggio di sentire e vedere, però, nessuna mediazione è possibile. Prevale così la paura, che è principalmente paura della pace. Le società contemporanee sono costruite sull’angoscia, che è ormai divenuta un sentimento planetario e, quindi, una minaccia per la nostra stessa sopravvivenza. Se vogliamo vivere, dobbiamo imparare a mediare, anzitutto accettando il paradosso che sta alla radice della mediazione: partire dal conflitto per arrivare alla pace. È un cammino di conversione e, in quanto tale, ci chiede di credere nella possibilità che anche il male si trasformi in bene. La mediazione è un atto di speranza, che trae la sua forza dalla consapevolezza di essere sempre più vicini al fondo dell’abisso. Potrà sembrare strano, ma è proprio mentre si precipita che si aprono gli occhi, scoprendo la bellezza di uno sguardo nuovo. (...) La giustizia retributiva, di norma, non prevede alcun elemento relazionale e proprio per questo è inadatta ad affrontare i cambiamenti di cui siamo testimoni. Presto o tardi, una giustizia che abbia nella legge la sua unica espressione si trova a disumanizzare l’altro».
Jacqueline Morineau, su "Avvenire" del 27.05.2018

Allargare gli orizzonti


Prossimo.Chi condivide il nostro destino 
di Nunzio Galantino 
Prossimo è sostantivo, ma anche aggettivo. In entrambi i casi conserva il significato derivante dal latino proximus ( forma contratta di propissimus, superlativo dell’avverbio prope), con il significato di vicinissimo. Una vicinanza non solo di carattere spazio-temporale, come può essere qualcosa che sta a breve distanza da qualche altra cosa, o un evento destinato a realizzarsi nell’immediato futuro. 
La parola prossimo può riferirsi e di fatto si riferisce anche ad altro. (...) 
Vivere la prossimità allarga gli orizzonti, crea situazioni nuove e relazioni impreviste. «Guardandoti dentro – scrive lo scrittore peruviano S. Bambarén - puoi scoprire la gioia, ma è soltanto aiutando il prossimo che conoscerai la vera felicità». 
La “prossimità” che va al di là della vicinanza fisica o parentale può essere intercettata e vissuta solo da chi è disponibile a farsi carico dell’altro che, per il fatto stesso di esistere e di incrociare la sua con la mia storia, interpella. 
A volte il prossimo è portatore di un bisogno materiale. Molte altre volte è portatore di desideri o di voglia di partecipazione. Spesso il prossimo esprime il bisogno di condividere un comune destino. 
Sempre comunque pone domande di senso, anche silenziose, per la propria e per la vita di chi lo riconosce come prossimo e gli fa spazio dentro di sé. (...)
Questi uomini e donne, benché fisicamente lontani, sono “prossimo” che interpella perché, come recita un proverbio del Sud Africa: «Siamo ciò che siamo anche grazie agli altri». 
in “Il Sole 24 Ore” del 10 giugno 2018 

Altre chiese si muovono

Il vescovo di Leiria-Fátima, António Marto, recentemente insignito della porpora cardinalizia, ha scritto una lettera pastorale dal titolo “Il Signore è vicino a coloro che hanno il cuore ferito” (Sal 34,19). In essa sono definite le “Linee guida per una maggiore integrazione ecclesiale dei fedeli divorziati nel vivere la nuova unione”. Il neoporporato richiamata i contenuti di fondo dell’esortazione apostolica Amoris laetitia – in particolare il capitolo VIII –, declinati soprattutto sul versante pastorale. Alla lettera mons. Marto ha allegato una “Guida pratica per l’accompagnamento nel cammino di discernimento” allo scopo di sostenere le persone o le coppie e i pastori che le accompagneranno. E avverte che, nello stilare queste linee, si è ispirato alla lettera pastorale dell’arcivescovo di Braga, Jorge Ortiga.
Qui l'articolo: http://www.settimananews.it/pastorale/divorziati-risposati-vi-propongo-cammino/

21 giugno!

Tra spiritualità, teologia e pastorale


«Non si può amare un’idea se non si è amata prima una persona.
Non si può.
È proprio impossibile».
Luciana Castellina

"Una protesta del cardinal Burke e sue parole mal usate e non smentite"

«Mi chiedo a mia volta pubblicamente come si potrebbero allora definire certe critiche asfissianti e senza fondamento, certi enfatizzati “dubbi” che su media vecchi e nuovi vengono agitati senza carità e senza verità, certi attacchi persino volgari che – anche usando le parole di quella sua intervista a tutt’oggi non smentita – vengono portati contro Francesco, che della Chiesa è il Papa. Chi si scuserà per aver alimentato, anche attraverso una «rete “arcigna e ciarliera”» distesa attraverso internet, confusione e divisione nella Chiesa e contro il Successore di Pietro? Chi riparerà, e come?».
Marco Tarquinio

Qui la richiesta del card. Burke e la risposta del diretttore di Avvenire: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/una-protesta-del-cardinal-burke-e-sue-parole-mal-usate-e-non-smentite

Lontani-vicini


Quanto sono lontani i punti S, D, V, N dal centro? La distanza è identica.
Certe posizioni, sia che provengano da Sinistra che da Destra, dal Vecchio che dal Nuovo, sono sempre lontane-vicine da quel Gesù che ci è stato rivelato dai Vangeli.
don Chisciotte Mc

Il "nuovo" che avanza

Immagini di preti novelli della nostra diocesi + un simpatico gruppo di giovani canonici.


Saltare

Priorità

Volti


Ieri la rassegna dei post dei miei "amici di FB" ha visto casualmente affiancati - nell'ordine cronologico di due amici diversi - i volti di un bambino e di una donna in una posa praticamente identica, ma con due mondi interiori ed esteriori completamente diversi. Così è la vita.
don Chisciotte Mc

Arriva

Buon inizio!

Flagelli

«L’unica ragione per cui la Bibbia non inserisce le chat dei genitori tra i flagelli divini — in ordine alfabetico vengono subito dopo le cavallette — è che neanche gli estensori di quel testo pur così ispirato potevano immaginare che gli esseri umani si sarebbero spinti tanto in là».
Massimo Gramellini, La Stampa, 9.06.2018

Dire con amore

«Mio padre mi diceva sempre che se è vero quello che qualcuno ti vuol dire, lo si vedrà dal fatto che te lo dirà con amore e, quando te lo dirà, sperimenterai un rapporto bello con quella persona».
M. I. Rupnik, "L'autoritratto della Chiesa", 19

Movimento di Bellezza


Che meraviglia: sembra fermo ma in realtà si muove, si srotola... fino a trovare la sua posizione! Quella articolata con gli altri petali!
don Chisciotte Mc

Inespressioni eloquenti


«Non c'è nessun luogo in cui i volti delle persone sono così inespressivi come in chiesa durante le prediche!».
François Mauriac

"Se non c'è buona notizia, non c'è Vangelo, anche se si predica sul Vangelo!" 

Il primato della parola e dell'ascolto 
di Enzo Bianchi 
Quando cerchiamo di leggere la relazione tra parola di Dio e popolo di Dio ci risulta evidente che, oggi, tale legame è garantito quasi esclusivamente dalla liturgia eucaristica domenicale, in cui la proclamazione della Parola e l'omelia del presbitero che presiede l'assemblea raggiungono gli orecchi dei fedeli ascoltatori. 
Nonostante la fine dell'esilio della Bibbia dalla comunità cristiana avvenuta con il concilio Vaticano II, non è ancora maturata l'assiduità personale con la parola di Dio, tramite la lettura o la lectio divina al di fuori del contesto liturgico. Restano pochi quelli che, ogni giorno, attingono al Vangelo per nutrire la loro vita di fede e per orientare il loro agire nella storia e nel mondo. In pochissime comunità la lectio divina comunitaria settimanale e l'omelia nella liturgia eucaristica sono articolate come due momenti distinti, con una propria forma, un proprio stile, un'adeguata collocazione nel ritmo liturgico.
È importante interrogarsi su come l'omelia è fatta e recepita, essendo un atto decisivo, la cui efficacia e ricezione plasmano la fede e la vita dei battezzati. Che cosa ci sembra urgente precisare? Oggi — va riconosciuto — quasi tutte le omelie vogliono essere ispirate dalle letture liturgiche, in particolare dal Vangelo, e tuttavia poche sono realmente capaci di essere euanghélion, buona e bella notizia per gli uomini e le donne del nostro tempo. 
E' vero: è sempre meno attestata un'omelia segnata dal letteralismo, dove cioè la lettera del testo è ridetta senza la fatica dell'interpretazione e del discernimento. È ugualmente rara l'omelia che attraversa i testi come siti archeologici, fermandosi in modo noioso alla redazione o all'analisi storico-critica. Si è, però, ancora lontani dall'assunzione della parola di Dio comprensibile solo nella storia e nell'ascolto del mondo. Il predicatore deve, innanzitutto, essere un ascoltatore non solo del Signore che parla nelle Scritture ma anche del popolo destinatario della Parola, qui e ora. 
Nell'Evangelli gaudium papa Francesco ha dedicato un'ampia sezione all'omelia (135-175), talmente ampia da sembrare sproporzionata rispetto all'intera Esortazione, ma l'ha fatto nella consapevolezza del cambiamento necessario in questa diaconia della Parola. Tutto il suo insegnamento ruota attorno alla necessità che il predicatore, evangelizzato dalla Parola, sia un evangelizzatore capace di esortare il popolo. Francesco fornisce anche indicazioni molto pratiche sia per la preparazione, sia per il linguaggio e lo stile da adottare. 
Ma ciò che mi pare più rilevante nella sua Esortazione sull'omelia è una duplice urgenza: primato della Parola e primato dell'ascolto concreto, quotidiano. Ascolto sia della comunità che è "profetica", capace di sensus fidei, sia dell'umanità che attende una parola in grado di rendere sensata la vita di ciascuno.
Cosa occorre, dunque, affinché

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Cielo aperto

Quando il santo «fa ridere». Il buonumore apre il cielo
di Riccardo Maccioni
Forse la sintesi migliore è nel benvenuto di Domenico Savio a un nuovo amico d’oratorio. «Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nel fare bene il nostro dovere». Se una qualità non può mancare nel “bagaglio” del cristiano, questa è la gioia, di cui il buonumore è specchio, marchio di riconoscimento, immagine esteriore. (...) Non si tratta tanto di ridere delle difficoltà ma, ed è più difficile, di affrontare le prove con la sapienza, con il giusto distacco di chi vive nel mondo senza essere schiavo delle sue logiche. Il santo – scrive papa Francesco nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate «è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza». Un atteggiamento che si impara frequentando la scuola della leggerezza, impegnandosi nello sforzo, a volte davvero eroico, di limitare le ingombranti esigenze del proprio io, le pesantezze dell’egocentrismo. «Gli angeli possono volare perché prendono se stessi con leggerezza», recita una folgorante riflessione di Gilbert Keith Chesterton, che aggiunge: «È facile essere pesanti e difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità». (...) Il santo è per così dire uno specialista nell’arte, ardua e impopolare, del togliere, del levare, del liberare spazi occupati dalle certezze effimere, per lasciare posto alla vita dello Spirito. È un profeta del ritorno all’essenziale, uno speleologo nelle profondità dell’uomo, alla ricerca di ciò che conta davvero. E questa capacità di andare oltre, gli consente di cogliere i semi di eternità già quaggiù, di vivere con il cuore proiettato a quello che ci attende dopo. Immerso nel presente sì, ma senza farsene travolgere, nella consapevolezza che ciascuno è una parte del mondo senza esserne il centro. Non a caso “umiltà” e “umorismo” hanno un’origine comune, vengono entrambi da “humus”, terra. Chi non si fa condizionare dalla superbia, chi non ne diventa ostaggio capisce che esiste qualcosa di più grande di lui, e del suo io. Di cui anzi impara a sorridere. Il buonumore dei santi nasce proprio dalla capacità di non prendersi troppo sul serio, il loro pensare positivo dal sapere che ci attende un destino da risorti. (...)
in “Avvenire” del 27 maggio 2018

Contemplo

Superare finalmente un vecchio modo di pensare la Chiesa

Sinodalità, nel Dna della Chiesa 
di Stefania Falasca 
«L’attuazione della sinodalità esige che alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica siano superati, perché esprimono una comprensione della Chiesa non rinnovata dalla ecclesiologia di comunione». È quanto afferma l’ultimo documento dato alle stampe dalla Commissione teologica internazionale - «La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa» - approvato dal Papa e dalla Congregazione per la dottrina della fede. Un testo che considerando a tutto tondo la sinodalità come «dimensione costitutiva della Chiesa» intende offrire alcune linee utili all’approfondimento teologico insieme a qualche orientamento pastorale riguardo alle implicazioni che ne derivano per la missione della Chiesa.
«Sinodo – precisa il documento – è parola antica e veneranda nella Tradizione della Chiesa» e si dispiega sin dall’inizio della sua storia «quale garanzia e incarnazione della fedeltà creativa della Chiesa alla sua origine apostolica e alla sua vocazione cattolica». La sinodalità indica perciò lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice.
E se in conformità all’insegnamento della Lumen gentium papa Francesco ha rimarcato in particolare che la sinodalità «ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico» e che, in base alla dottrina del sensus fidei fidelium, tutti i membri della Chiesa sono soggetti attivi di evangelizzazione», ne consegue che la messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero popolo di Dio. Ma a oltre cinquant’anni di distanza, molti - precisa il testo - restano i passi da compiere nella direzione tracciata dal Concilio. Oggi, anzi, «la spinta a realizzare una pertinente figura sinodale di Chiesa, benché sia ampiamente condivisa e abbia sperimentato positive forme di attuazione, appare bisognosa di

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Ringraziamenti e preghiere per la nostra Italia

"Desidero che in ogni comunità della Diocesi, al vespro di venerdì 1 giugno o nella giornata di sabato 2 giugno, si canti l'inno di ringraziamento 'Te Deum' e si innalzino preghiere e suppliche per la nostra Patria, chiedendo la grazia di un rinnovato impegno di tutti per il bene comune". L'inedita iniziativa liturgica è lanciata dall'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, in conclusione di un messaggio per la Festa della Repubblica. "La festa del 2 giugno - scrive Zuppi - ha quest'anno un carattere particolare: cade nel 70/o dell'entrata in vigore della Costituzione Repubblicana e della prima elezione del Capo dello Stato. Spinto dal recente Congresso Eucaristico Diocesano, che ha rinnovato il legame tra Chiesa e Città degli uomini, considerando anche le difficoltà degli ultimi avvenimenti, desidero invitare tutti i credenti a innalzare a Dio un ringraziamento per il tanto che ci unisce e a pregare per il nostro Paese".
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/05/30/zuppi-lancia-te-deum-per-la-patria_dec49abf-025b-4a40-824c-e12963d10e42.html

"Non esiste santità cristiana senza sorriso"

«Non siamo abituati a pensare che Dio sorrida» 
intervista a Carlo De Marchi, a cura di Riccardo Maccioni 
Il primo a testimoniare quanto chiede è proprio il Papa. Sin dall’inizio del suo pontificato, Francesco ha colpito tutti per i modi affabili, il gusto del sorriso, l’allegria che trasmette a chi lo incontra. Non stupisce allora che nella recente Esortazione apostolica Gaudete et exsultate Bergoglio abbia indicato proprio nel buonumore uno dei tratti caratteristici della santità. «In Perù a gennaio scorso – ricorda don Carlo De Marchi, vicario dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud – il Papa ha proposto come meta per ciascuno l’avere “una coscienza gioiosa di sé”. A me pare essenziale cogliere anche questo insegnamento pratico: l’umiltà è convincente. Ancora di più quella forma speciale di umiltà che è l’autoironia. Noi preti lo sappiamo bene: se quando parlo riesco a scherzare su me stesso, immediatamente l’uditorio ascolta con interesse. Se mi prendo sul serio invece la gente si annoia». De Marchi è autore del saggio, agile e ricco di aneddoti, “La formula del buonumore. Con i 5 rimedi contro la tristezza” (Edizioni Ares, pagine 144, 13 euro), in cui, citando campioni della gioia come Tommaso Moro, il cardinale Newman e Josemaria Escrivá, sottolinea l’importanza dell’eleganza, della buona educazione, del sorriso. «Il libro – aggiunge – parte dalla constatazione che siamo tutti sempre un po’ arrabbiati: basta pensare a come viviamo un ingorgo, una riunione di condominio o anche solo la prima colazione un lunedì mattina. A me pare che esista una vera “emergenza buonumore”. L’affabilità, il buonumore, il sorriso nella vita quotidiana sono la risposta cristiana a un bisogno avvertito da tutti. La Gaudete et exsultate è ancora più chiara: “il malumore non è un segno di santità”. Non esiste santità cristiana senza il sorriso». 
Un’indicazione largamente disattesa. Tra i credenti sembra

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Mendicanti di senso

Mendicanti in cerca di una scintilla di senso 
di Nunzio Galantino 
Sentirsi riportare al centro. Al centro della propria vita e delle proprie progettualità. (...) La mendicanza: una condizione vera, reale e dura da sentirsi addosso. Eppure essa corrisponde esattamente a ciò che siamo, specie nel nostro mondo occidentale. 
Mendicanti, sì. Ma attenzione, mendicanti non di ciò che ci serve per sopravvivere, ma di ciò che ci può far vivere. La nostra povertà è, ancor più spesso che materiale (anche se i bisogni di milioni di fratelli sono anche di questo tipo), una povertà esistenziale. È povertà di relazioni. Quelle vere. È povertà di senso. Quello che, a volte, spariglia le carte della vita; ma che, ritrovato, riscalda il cuore e rimette in moto la volontà. 
Dopo aver concesso troppo spazio a desideri inessenziali ed effimeri, abbiamo perso il contatto con ciò che ci serve davvero: la gioia di vivere, la bellezza di essere parte dell’esistenza e, per chi crede, la fiducia di essere figli di un Dio che ci ama, liberi e liberati. Questa è la luce. Questo è ciò di cui andiamo cercando le tracce, viandanti a mano aperta, in cerca di una scintilla di senso. (...) Quella che ti accompagna senza accecarti; che ti permette di non perderti senza dispensarti dal cercare e, dopo aver trovato, ti spinge a cercare ancora. (...) Dov’è che Gesù si fa trovare da Risorto? In un giardino dove incontra la Maddalena; sulla strada, quella che percorre con i discepoli di Emmaus, gente delusa per aver investito la propria vita su un “perdente”, almeno fino a quel momento. Si fa trovare in una casa, quella dove si erano ritirati i discepoli impauriti e indecisi sul loro futuro; sulla riva del mare dove prepara il pesce arrosto per i suoi apostoli. Un giardino, una casa, una strada, la riva del mare. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 7 aprile 2018 

Verso la vera unità

Papa a S. Marta: la vera unità è la strada di Gesù
Ci sono due strade: quella della vera unità, a cui vuole condurci Gesù, e quella della finta unità, nella quale si sparla, si condanna e ci si divide. Ne parla stamani il Papa nella Messa a Casa Santa Marta
Debora Donnini-Città del Vaticano

Nella Messa mattutina a Casa Santa Marta Papa Francesco invita a lavorare per l’unità vera e avverte che nella finta unità si sparla, si condanna, e alla fine ci si divide. La sua omelia ruota, appunto, attorno a questi due tipi di unità, a queste due strade, prendendo spunto dalla Liturgia della Parola di oggi: l’una è quella dell’unità vera di cui parla Gesù nel Vangelo (Gv 17,20-26), quella che Lui ha con il Padre e alla quale vuole portare anche noi. Si tratta di “un’unità di salvezza”, “che fa la Chiesa”, un’unità che va verso l’eternità. “Quando noi – sottolinea il Papa -  nella vita, nella Chiesa o nella società civile, lavoriamo per l’unità” siamo sulla strada che Gesù ha tracciato.

La finta unità finisce per dividersi
C’è però appunto anche l’“unità finta”, come quella degli accusatori di San Paolo nella Prima Lettura odierna (At 22,30; 23,6-11). Inizialmente si presentano come un blocco unico per accusarlo. Ma Paolo che era “svelto”, cioè aveva una saggezza umana e anche la saggezza dello Spirito Santo, butta “la pietra della divisione” dicendo di essere “chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”. Una parte di questa finta unità era, infatti, composta da sadducei che affermavano che non “c’è risurrezione né angeli né spiriti” mentre i farisei professavano queste cose. Paolo riesce quindi a distruggere questa unità finta, che “non aveva consistenza”, perché scoppia una disputa e l’assemblea che lo accusava si divide.

Da popolo a massa anonima
In altre persecuzioni subite da San Paolo, si vede poi che il popolo grida senza nemmeno sapere cosa stia dicendo, e sono “i dirigenti” a suggerire cosa gridare:

Questa strumentalizzazione del popolo è anche un disprezzo del popolo, perché lo converti da popolo in massa. È un elemento che

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Dinamismo trinitario

«Io sono consapevole che tu, o Dio Padre Onnipotente, devi essere il fine principale della mia vita, in maniera che ogni mia parola, ogni mio sentimento, esprima te.
L’esercizio della parola, di cui mi hai fatto dono, non può avere ricompensa più ambita che quella di servirti facendoti conoscere, di mostrare a questo mondo che ti ignora o all’eretico che ti nega, che tu sei Padre, Padre cioè dell’Unigenito Dio.
Questo solo è il fine che mi propongo. Per il resto bisogna invocare il dono del tuo aiuto e della tua misericordia, perché tu col soffio del tuo Spirito possa gonfiare le vele della nostra fede e della nostra lode e guidarci sulla rotta della proclamazione intrapresa. Non viene meno infatti alla sua parola colui che ci ha fatto questa promessa: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7).
Allora noi, poveri come siamo, ti chiederemo ciò che ci manca e scruteremo con zelo tenace le parole dei tuoi profeti e dei tuoi apostoli, e busseremo a tutte le porte che sbarrano il riconoscimento della verità. Ma dipende da te concedere l’oggetto della nostra preghiera, essere presente a quanto si chiede, aprire a chi bussa. (...) Attendiamo dunque che tu dia slancio agl’inizi di questa impresa, causa per noi di trepidazione, che la consolidi con crescente successo e ci chiami a partecipare dello spirito dei profeti e degli apostoli, perché possiamo capire le loro parole nello stesso senso con cui essi le hanno pronunziate e le interpretiamo nel loro significato.
Parleremo, infatti, di quanto essi predicarono per tua ispirazione. Annunzieremo cioè te, Dio eterno, Padre dell’eterno e unigenito Dio. Confesseremo che tu solo sei senza nascita con l’unico nostro Signore Gesù Cristo, generato da te fin dall’eternità e da non annoverarsi fra gli dèi. Generato da te, che sei l’unico Dio e non da diversa sostanza. Crederemo che è veramente Dio colui che è nato da te, che sei veramente Dio e Padre.
Aprici dunque l’autentico significato delle parole, e donaci luce per comprendere, efficacia di parola, vera fede. Fa’ che possiamo esprimere ciò che crediamo, che proclamiamo te, unico Dio Padre, e l’unico Signore Gesù Cristo, secondo quanto ci è stato trasmesso dai profeti e dagli apostoli. Fa’ che contro gli eretici, che lo negano, sappiamo affermare che tu, o Padre, sei Dio insieme al Figlio, e sappiamo predicarne senza errori la divinità».
Dal «Trattato sulla Trinità» di sant’Ilario

Generosità

La gratitudine è la migliore leva della generosità.
don Chisciotte Mc

Attenti a non perdere la dignità!

«Per i millennials significa rinunciare ad alcuni o anche a tutti i diritti pur di lavorare. La ricerca parla di "obbedienza preventiva alla precarietà", una sorta di imprinting per i nostri giovani "talmente incorporata nelle loro vite da far loro accettare in maniera preventiva le penalizzazioni del mercato del lavoro"».
https://www.corriere.it/economia/18_maggio_11/giovani-deroga-millennials-pronti-rinunciare-ferie-festivi-pur-tenersi-lavoro-68e6341e-547f-11e8-9a5b-9f97999a0713.shtml

"Io non me la bevo" 2

«Tra gli adolescenti c'è la consapevolezza che sia difficile trovare alternative al bere: è troppo diffuso e accessibile, apparentemente non c'è una soluzione. Attraverso il dialogo tra due ragazze che ripercorrono la serata precedente, lo spot testimonia questo disagio e punta a far riflettere su tutto quello che ci si perde quando ci si abbandona troppo spesso allo sballo senza controllo. Perché bere fa dimenticare di amare, di crescere, di vivere. Bevendo, dimentichiamo noi stessi».

Pace e giustizia per attrazione

Gerusalemme, la preghiera di chi non si rassegna alla violenza
Alla chiesa di Santo Stefano la veglia di Pentecoste per la pace voluta dal Patriarcato latino
di Giorgio Bernardelli, 20/05/2018
La pace e la giustizia in Terra Santa non si imporranno mai con la forza, ma solo per attrazione. Al termine di una nuova settimana drammatica - con gli oltre 60 morti palestinesi di Gaza e le tensioni intorno all'ambasciata americana - è con questa consapevolezza che la Chiesa di Gerusalemme è uscita ieri sera dalla veglia di preghiera straordinaria per la pace voluta dal Patriarcato latino alla vigilia della Pentecoste.  
Era stato l'amministratore apostolico monsignor Pierbattista Pizzaballa a convocarla all'indomani della durissima giornata di lunedì, esprimendo così il bisogno di non fermarsi alle parole ormai ampiamente abusate di fronte al dramma apparentemente senza fine del conflitto tra israeliani e palestinesi. E sono stati tanti i cristiani locali che hanno risposto all'appello radunandosi nella chiesa di Santo Stefano, la chiesa dell'Ecole Biblique che è anche molto vicina alla «Porta di Damasco», il luogo dove più è palpabile lo scontro a Gerusalemme.  
Religiosi e religiose, vescovi, laici, pastori di altre confessioni cristiane si sono ritrovati insieme per pregare per chi ha perso la vita, ma anche per ritrovare nel silenzio quell'orizzonte dell'incontro che drammaticamente la Città Santa non sembra più voler nemmeno cercare. «Dobbiamo ancora una volta constatare che nella nostra Terra la violenza e la forza sono considerate l’unico linguaggio possibile e che parlare di dialogo è diventato solo uno slogan - ha commentato amaramente Pizzaballa nella sua breve omelia - Davanti all’uccisione di persone inermi, al rifiuto ostinato a

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Pentecoste delle lingue!

In Italia molti don parlano straniero:
« (...) Il fatto stesso che, oggi, una Chiesa particolare si ponga a servizio di Chiese sorelle disseminate nei cinque continenti, inviando dei propri sacerdoti, risponde alla logica dell’universalità, quella cioè di un Vangelo senza confini, nella consapevolezza, come scriveva san Giovanni Paolo II nell’enciclica “ Redemptoris Missio”, che «la fede si rafforza donandola» (Rm 2)».
qui tutto l'articolo: https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/e-in-italia-molti-don-parlano-straniero

Con-patire, patire-con

Rifaat, il professore che a Gaza insegna Shakespeare agli studenti
Al Areer, 38 anni, insegna all’università islamica: «Voglio che capiscano che gli israeliani provano gli stessi sentimenti. Solo così possono umanizzare l’altro»
di Davide Frattini, inviato a Gaza
Gli studenti che seguono i suoi corsi di letteratura inglese non hanno quasi mai incontrato un israeliano, neppure in divisa. All’inizio del semestre, seduti timidi tra i banchi, restano turbati da questo giovane professore che apre «Il mercante di Venezia» e legge di Shylock non per condannarlo, per usarlo come bersaglio. Anzi sembra volerlo difendere. «Provano a obiettare: è un usuraio ebreo, anche William Shakespeare lo presenta come il cattivo della storia».
Così cominciano i mesi di studio con Rifaat Al Areer all’Università islamica, diversi da qualunque esperienza abbiano avuto a Gaza, da qualunque discorso abbiano ascoltato, diversi perché questa volta anche loro possono parlare, devono parlare, altrimenti non superano l’esame. «I giovani in questa società chiusa non riescono ad avere una voce», commenta Rifaat che di anni ne ha 38. Con il progetto «We are not numbers» (Non siamo numeri) prova anche a insegnare loro come avere «una voce in un buon inglese»: «Fuori dall’ateneo teniamo dei corsi di scrittura creativa con la speranza che aiutino i ragazzi e le ragazze (stanno diventando la maggioranza) a trovare un lavoro».
Racconta di aver scelto di affrontare la raffigurazione degli ebrei — un altro capitolo è dedicato al Fagin di Oliver Twist — «dopo aver subito un torto culturale ed educativo quando ero io lo studente. Il docente faceva l’opposto, sfruttava questi personaggi per dimostrare che gli israeliani in quanto ebrei sono malvagi: lo ha scritto Shakespeare, lo ha ripetuto Charles Dickens. Non è così, dico ai miei ragazzi, che restano ancora più scioccati se recito loro le poesie d’amore di Yehuda Amichai, voglio che capiscano come un israeliano prova gli stessi sentimenti: la passione, la rabbia, la gelosia. Solo in questo modo possono riuscire a umanizzare l’altro, che per loro in queste settimane di proteste è solo un cecchino appostato sui terrapieni».
Nell’episodio in cui Fagin sceglie di non

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"Io non me la bevo"


Realizzata dagli studenti della Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti, la campagna Io non me la bevo affronta il tema dell’abuso di alcol con un linguaggio originale e senza moralismi.
http://thesubmarine.it/2018/05/10/io-non-me-la-bevo-campagna/ (...) Hanno provato a farlo i ragazzi della Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti realizzando Io non me la bevo, una campagna sociale e di sensibilizzazione sul tema del binge drinking rivolta specificamente al target di età 11-24. La campagna comprende 4 brevi spot, realizzati interamente dagli studenti dell’ultimo anno della scuola — nell’ambito del modulo “Pubblicità” — molto diversi tra loro per tono e stile, ma finalizzati allo stesso scopo: affrontare un tema complesso, spesso trattato con ipocrisia e superficialità, con un linguaggio originale e non “distanziante”.
“La realizzazione degli spot coinvolge tutti gli studenti dei vari corsi triennali,” mi spiega Alessio, autore della sceneggiatura di uno degli spot, Tutto il resto non è noia. “L’ideazione e la scrittura sono curate dalla classe di sceneggiatura, che propone una ventina di idee a una commissione formata dal direttore della scuola e dai tutor di regia e produzione, che scelgono i 3-4 spot da realizzare. Poi parte la fase di produzione, con casting, ricerca location, eccetera. Tutto il processo punta a replicare nella maniera più fedele possibile l’iter di una reale agenzia di pubblicità”.
“La fase più lunga è quella della scrittura,” continua Alessio. “Gli studenti di sceneggiatura lavorano sui propri spot per circa un mese, partendo da un approfondito studio sul tema, che passa attraverso il confronto con le associazioni, esperti del settore e persone che vivono il problema sulla propria pelle. Questo confronto è essenziale. La fase di scrittura vera e propria dura molto meno rispetto alla ricerca che vi è alle spalle, che risulta una base fondamentale per non affrontare la tematica in maniera superficiale”.
Secondo dati ISTAT relativi al 2016, a una sensibile diminuzione del consumo di alcol giornaliero ha fatto fronte un aumento di quello occasionale, tra cui il cosiddetto binge drinking, che risulta “frequente” per il 17% della popolazione tra i 18 e i 24 anni. Gli effetti di un consumo smodato di alcolici, concentrato

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Per la CP "GGPII"

"Oggi devo fermarmi
a casa tua"

piano pastorale 2017-18

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Visita il sito della
Comunità Pastorale
"Santi Gottardo
e Giovanni Paolo II"

in Varese.

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Qui trovi

la prima meditazione,
giovedì 12 ottobre 2017.

la seconda meditazione,
giovedì 19 ottobre 2017.

la terza meditazione,
giovedì 9 novembre 2017.

la quarta meditazione,
giovedì 16 novembre 2017.

la quinta meditazione,
giovedì 14 dicembre 2017.

Con adulti e genitori, alla Festa della Famiglia,
domenica 28 gennaio 2018

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Parola di Dio del giorno


I brani della Parola di Dio
nella Messa quotidiana in rito ambrosiano,
dal sito della Diocesi di Milano.

Il libro consigliato



Walter Kasper,
Misericordia,
anno 2013, 320 pagine

 

Sto Leggendo

TEOLOGIA
* I. Zizioulas, Comunione e alterità, pp. 358


SPIRITUALITA'
* S. Decloux, El Espiritu Santo vendrà sobre ti pp. 190

* D. Caldirola - A. Torresin, I sentimenti del prete. Vangeli, affetti e vita quotidiana, pp. 141
* Montini-Paolo VI, Invito alla gioia, pp. 94



LETTERATURA
* Erri De Luca, La faccia delle nuvole, pp. 88

SAGGISTICA
* J.-L. Marion, Il fenomeno erotico, pp. 286

 

Pensieri fissi

Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio
papa Giovanni XXIII

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo
Gandhi

Quando si ama il proprio uditorio, si può diventare poeta
card. Danneels

Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario
Orwell

Solamente chi non perde la speranza può essere una vera guida
Gandhi

L'amore è molto di più che l'amore
Chardonne

Non insegno mai ai miei allievi, cerco solo di metterli in condizione di poter imparare».
Albert Einstein

Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione.
Edmund Burke

Ma per noi non si tratta semplicemente di sogni. O se proprio si vuole, dei sogni di Dio, più lucidi di qualsiasi veglia.
Olivier Clément

«Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola».
Fernando Pessoa

Il cioccolato è la prova che Dio vuole bene all'uomo.

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Breve antologia di testi
di presentazione della
AMORIS LAETITIA
come "questione di stile".

Schede per coppie
e Gruppi familiari
a partire dalla
"Amoris Laetitia"


scheda 0 - introduzione

scheda 1

scheda 2

scheda 3

scheda 4

scheda 5

Per la preghiera quotidiana, ispirata alla liturgia del giorno

Qui puoi trovare
il
calendario liturgico ambrosiano

da ottobre 2015
a settembre 2016.

Clic quotidiani


 

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