Accoglienza di donna

Maria, donna accogliente
«La frase si trova in un testo del Concilio Vaticano II, ed è splendida per dottrina e concisione. Dice che, all’annuncio dell’Angelo, Maria « accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio ».
Nel cuore e nel corpo.
Fu, cioè, discepola e madre del Verbo. Discepola, perché si mise in ascolto della Parola e la conservò per sempre nel cuore. Madre, perché offrì il suo grembo alla Parola e la custodì per nove mesi nello scrigno del corpo.

Forse per capire fino in fondo la bellezza di questa verità, il vocabolario non basta. Bisogna ricorrere alle espressioni visive. E allora non c’è di meglio che rifarsi ad una celebre icona orientale, che raffigura Maria con il divin Figlio Gesù inscritto sul petto. È indicata come “la Madonna del segno”, ma potrebbe essere chiamata “la Madonna dell’accoglienza“, perché, con gli avambracci levati in alto, in atteggiamento di offertorio o di resa, essa appare il simbolo della più gratuita ospitalità.
Accolse nel cuore.
Fece largo, cioè, nei suoi pensieri ai pensieri di Dio. ma non si sentì, per questo, ridotta al silenzio. Offrì volentieri il terreno vergine della sua intimità alla germinazione del Verbo, ma non si considerò espropriata di nulla. Gli cedette con gioia il suolo più inviolabile della sua vita, ma senza dover ridurre gli spazi della sua libertà. Diede alloggio al Signore nella sua casa, ma non ne sentì, la presenza come violazione di domicilio.
Gli aprì le porte delle stanze più segrete, ma senza subirne lo sfratto.
Accolse nel corpo.
Sentì, cioè, il peso fisico di un altro essere che prendeva dimora nel suo grembo di madre.
Adattò, quindi, i suoi ritmi a quelli dell’ospite. Modificò le sue abitudini in funzione di un compito che non le alleggeriva certo la vita. Consacrò i suoi giorni alla gestazione di una creatura che non le avrebbe risparmiato preoccupazioni e fastidi.
E poiché il frutto benedetto del seno suo era il Verbo di Dio che s’incarnava per la salvezza dell’umanità, capì di aver contratto con tutti i figli di Eva un debito di accoglienza che avrebbe pagato con cambiali di lacrime.
Quell’ospitalità fondamentale la dice lunga sullo stile di Maria e delle sue mille altre accoglienze di cui il vangelo non parla, ma che non ci è difficile intuire. Nessuno fu mai respinto da lei. Tutti trovarono riparo sotto la sua ombra. Dalle vicine di casa, alle antiche compagne di Nazaret. Dai parenti di Giuseppe, agli amici di gioventù di suo figlio. Dai poveri della contrada, ai pellegrini di passaggio.
Da Pietro, in lacrime dopo il tradimento, a Giuda che, forse, quella notte non riuscì a trovarla in casa.
Santa Maria, donna accogliente, aiutaci ad accogliere la Parola nell’intimo del cuore. A capire, cioè, come hai saputo fare tu, le irruzioni di Dio nella nostra vita. Egli non bussa alla porta per intimarci lo sfratto, ma per riempire di luce la nostra solitudine. Non entra in casa per metterci le manette, ma per restituirci il gusto della vera libertà.
Lo sappiamo: è la paura del nuovo a renderci spesso inospitali nei confronti del Signore che viene. I cambiamenti ci danno fastidio. E siccome lui scombina sempre i nostri pensieri, mette in discussione i nostri programmi e manda in crisi le nostre certezze, ci nascondiamo come Adamo nell’Eden, ogni volta che sentiamo i suoi passi. Facci comprendere che Dio, se ci guasta i progetti, non ci rovina la festa; se disturba i nostri sonni, non ci toglie la pace.
E una volta che l’avremo accolto nel cuore, anche il nostro corpo brillerà della sua luce.
Santa Maria, donna accogliente, rendici capaci di gesti ospitali verso i fratelli. Sperimentiamo tempi difficili, in cui il pericolo di essere defraudati dalla cattiveria della gente ci fa vivere dietro porte blindate e sistemi di sicurezza. Non ci fidiamo più l’uno dell’altro. Vediamo agguati dappertutto. Il sospetto è diventato organico nei rapporti con il prossimo. Il terrore di essere ingannati ha preso il sopravvento sugli istinti di solidarietà che pure ci portiamo dentro. E il cuore se ne va a pezzi, dietro i cancelli dei nostri recinti.
Disperdi, ti preghiamo, le nostre diffidenze. Facci uscire dalla trincea degli egoismi corporativi.
Sfascia le cinture delle leghe. Allenta le nostre ermetiche chiusure nei confronti di chi è diverso da noi. Abbatti le nostre frontiere. Quelle culturali, prima di quelle geografiche.
Queste ultime cedono ormai sotto l’urto dei popoli “altri“, ma le prime restano tenacemente impermeabili. Visto allora che siamo costretti ad accogliere stranieri nel corpo della nostra terra, aiutaci ad accoglierli anche nel cuore della nostra civiltà.
Santa Maria, donna accogliente, ostensorio del corpo di Gesù deposto dalla croce, accoglici sulle tue ginocchie, quando avremo reso lo spirito anche noi. Dona alla nostra morte la quiete fiduciosa di chi poggia il capo sulla spalla della madre e si addormenta sereno.
Tienici per un poco sul tuo grembo, così come ci hai tenuti nel cuore per tutta la vita.
Compi su di noi i rituali delle ultime purificazioni. E portaci, finalmente, sulle tue braccia davanti all’Eterno.
Perché solo se saremo presentati da te, sacramento della tenerezza, potremo trovare pietà».
mons. Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni, 28-30

Unico lo Spirito, molteplici gli effetti


«L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14). Nuova specie di acqua che vive e zampilla (...). Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Certamente perché tutto ha bisogno dell'acqua. L'acqua è generatrice delle erbe e degli animali. L'acqua della pioggia discende dal cielo. Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l'effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un'unica natura e non potendo essere diversa da se stessa.
La pioggia infatti non discende diversa, non cambia se stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano.
Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l'acqua, torna a germogliare, così l'anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia.
Lo Spirito appartiene ad un'unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici.
Infatti si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C'è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell'uno lo Spirito produce un effetto, nell'altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune» (1 Cor 12, 7).
Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri.
E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all'apparire improvviso del sole riceve la luce nell'occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell'anima e, elevato al di sopra dell'uomo, vede cose che prima non conosceva.

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 16, sullo Spirito Santo 1, 11-12. 16; PG 33, 931-935. 939-942)

Manco a farlo apposta...

... ho pensato a questo vangelo tutta la serata di ieri,
e oggi lo trovo nella messa ambrosiana!
Grazie!
don Chisciotte
"Mentre Gesù istruiva il popolo nel tempio e annunciava il Vangelo, sopraggiunsero i capi dei sacerdoti e gli scribi con gli anziani e si rivolsero a lui dicendo: «Spiegaci con quale autorità fai queste cose o chi è che ti ha dato questa autorità». E Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una domanda. Ditemi: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?». Allora essi ragionavano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché non gli avete creduto?”. Se invece diciamo: “Dagli uomini”, tutto il popolo ci lapiderà, perché è convinto che Giovanni sia un profeta». Risposero quindi di non saperlo. E Gesù disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose»" (Lc 20,1-8).

Aquile


«Giorni e mesi corrono veloci
la strada è oscura e incerta
e temo di offuscarmi
non prestare orecchio alle menzogne
non farti soffocare dai maligni
non ti nutrire di invidie e gelosie
In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell'incerto cammino del ritorno

Seguo la guida degli antichi saggi
mi affido al cuore ed attraverso il male
a chi confessi i tuoi segreti?
ferito al mattino a sera offeso
salta su un cavallo alato
prima che l'incostanza offuschi lo splendore

In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell'incerto cammino del ritorno

shizukani tokino kizuni kurushimu
murewo kundewa tobanai taka
furuki oshiewo tadotte
kokoronomamani konokanashimiwo norikoete
»

Franco Battiato, Le aquile non volano a stormi (2005)

Giusto è colui che ama


«I due versetti seguenti (Salmo 1,2-3) descrivono invece ciò che è l'uomo giusto.
E anche qui è interessante vedere che non è la descrizione che ci aspetteremmo a prima vista. Potremmo pensare che l'uomo giusto sia colui che non fa certe cose, ma opera la giustizia, vive l'esperienza di carità, serve il prossimo, prega Dio...
Qui l'uomo giusto è descritto attraverso una sua situazione molto più fondamentale: è descritto in relazione a ciò che ama.
La traduzione dice: «Si compiace nella legge del Signore»; il testo ebraico è più forte: «Nella legge del Signore è la sua gioia»; cioè la legge del Signore è la sua amata, è colei che egli predilige, che ha scelto; è la sua scelta preferita, è la sua scelta di vita.
L'uomo viene descritto in relazione a ciò che ama e anche in ragione di ciò a cui pensa giorno e notte; quindi il linguaggio è quello dell'amore, dell'innamoramento, una cosa che è entrata dentro e che non esce più né dal cuore né dalla mente.
Egli medita la legge giorno e notte; e la parola tradotta con meditare significa anche un gesto corporeo, cioè il mormorare, il sussurrare con le labbra. Quindi l'idea è quella di un uomo che giorno e notte assapora la legge, ne fa come il suo cibo. Sembra di vedere quelle figure venerabili di rabbini che quasi senza interruzione ripetono a memoria la legge del Signore.
Questa è la descrizione dell'uomo giusto, secondo ciò che non fa e secondo ciò che fa, o meglio, secondo ciò che ama e secondo ciò che gli sta a cuore, secondo ciò che ha sempre con sé: la legge del Signore, che medita giorno e notte senza interruzione; non c'è momento in cui non sia innamorato della legge.
Quest'uomo viene poi descritto di nuovo con un paragone: come albero piantato lungo corsi d'acqua, che darà frutto a suo tempo. Qui l'immagine appare a noi quasi banale; ma sappiamo che in Palestina i corsi d'acqua sono scarsi e un albero piantato lungo l'acqua è un lusso, è una cosa piuttosto rara, ed è perciò una situazione eccezionalmente favorevole. Questo albero piantato lungo corsi d'acqua affonda le sue radici nella terra bagnata dall'acqua e perciò segue il ritmo produttivo delle stagioni. Darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai, cioè non ha il fiorire, il decadere delle stagioni, ma è un sempreverde.
Poi questo paragone viene riassunto così: «Riusciranno tutte le sue opere». Concretamente, è la realtà di un uomo che mette a segno ogni cosa che fa o, secondo una versione più aderente all'ebraico, «tutte le sue opere Dio le fa riuscire». Evidentemente, non nel senso di un successo immediato, ma nel senso con cui chiediamo nel Padre nostro: «Venga il tuo Regno» quel Regno di Dio che verrà infallibilmente.
Chi ha messo il suo amore nella legge non sarà deluso, tutto ciò che egli fa è collocato sulla strada giusta per la costruzione del Regno, e non avrà da pentirsi di niente di ciò che ha fatto guidato da questo amore interiore».
Carlo Maria Martini, Il desiderio di Dio, 24-25

Imperfezione perfetta


"Ci illudono che esista una perfezione intrinseca nelle cose, che esista un corpo perfetto, un amore perfetto, un compagno perfetto, un figlio perfetto, un sorriso perfetto, una gioia perfetta.
Distogliendoci così dal vedere che ciò' che c'è di più perfetto al mondo sono le nostre diversità, i nostri gusti, il desiderio di migliorare, l'imperfezione.
Sì, la perfezione reale è il nostro essere imperfetti e per questo assolutamente meravigliosi.
Esseri da scoprire, eventi da creare, attimi da vivere".
Stephen Littleword, da "Nulla è per caso"

Amore non amato

Si può amare anche senza essere amati
di Enzo Bianchi
in “La Stampa” del 1° settembre 2013

L’ amore è l’esperienza umana più coinvolgente e più decisiva nella nostra vita. Forse è l’unica esperienza in cui ci sentiamo un po’ redenti, in cui sentiamo di salvare le nostre povere vite. Per questo cerchiamo l’amore, lo attendiamo, lo bramiamo, e quando si accende la possibilità della storia d’amore tutte le nostre attenzioni sono trascinate nel suo nascere, sbocciare, crescere…
Vorrebbe essere eterno l’amore, ed è vero che, solo se è amore fino alla fine e nonostante il rifiuto, vince la morte. Ma in realtà a noi umani non è possibile un amore portato a pienezza.
L’amore di fatto conosce, anche se non lo vogliamo, tante contraddizioni: difficoltà, conflitti, deperimenti, infedeltà e forse anche – ma non ne sono sicuro – la morte. Per questo l’amore non coinvolge nessuno senza esporlo al dolore e senza che debbano consumarsi perdite di se stessi; nell’amore c’è la sofferenza, il dolore per queste contraddizioni ma anche per le inadeguatezze, per la nostra incapacità di amare: quanta disciplina occorre per amare in modo autentico, per amare di desiderio sì, ma in una relazione sinfonica e piena di rispetto l’uno per l’altro, senza diffidenza tra gli amanti, accettandosi reciprocamente, tesi verso un rapporto che renda entrambi più buoni, più umanizzati.
Nell’amore, soprattutto nella fase dell’innamoramento, c’è qualcosa di adolescenziale che sempre si rinnova a ogni inizio: si desidera la fusione che chiede di stare sempre insieme, di pensare le stesse cose, di gioire insieme delle stesse realtà; in una parola, di non lasciare all’altro la distanza che gli è necessaria per essere altro e se stesso, di fronte a me. L’amore dunque richiede una lotta perché, quando amiamo, in noi si fa prepotente il desiderio di possesso, di vantare pretese sull’altro. C’è una difficoltà, quasi un’impossibilità dell’amore autentico: più amiamo, più desideriamo, e più desideriamo, più siamo tentati di disporre dell’altro, fino a farne un nostro possesso.
Siamo intessuti d’amore, mendicanti d’amore, abitiamo la contraddizione di avere necessità dell’amore il quale però necessità della libertà. Per un po’ d’amore siamo anche tentati di prostituzione; per non perdere l’amore siamo tentati di costruire attorno all’altro un recinto; per non soffrire il tradimento nell’amore siamo portati alla violenza, al fare tutto senza più cogliere la differenza dell’altro, le sue motivazioni, la sua via, buona o cattiva che sia. È difficile coniugare amore e libertà, acconsentire nella storia d’amore alla libertà dell’altro, riconoscere che l’alterità è impossibilità all’uguale, al medesimo, e che deve rimanere differenza.
Questa sofferenza si fa ben più acuta ed evidente quando il nostro amore è rifiutato, non corrisposto, non desta il contraccambio. Se leggessimo per una volta i racconti evangelici in modo da scorgere in essi semplicemente i sentimenti...
(continua nella nostra Newsletter di oggi:
http://www.seitreseiuno.net/Newsletter/tabid/477/Default.aspx

Aspirazioni deluse


«L’angoscia, talvolta, si serve di noi. (...)
Ci sono dei momenti in cui anche i santi, improvvisamente dubitano di tutto:
del loro amore e di Dio.
Nessuna luce ci può essere data senza questa notte (...).
Non si è veramente grandi... fino a quando la vita non ci mette alla prova rifiutandoci nettamente, senza appello, qualcosa cui si aspira con tutto il proprio essere”.
Emmanuel Mounier, Lettere sul dolore, 45

Buon lunedì!

"La miglior cosa che ti può capitare nella vita è d'incontrare qualcuno che conosca a memoria tutti i tuoi errori, le tue mancanze, i tuoi passi falsi, i tuoi difetti e le tue debolezze
e che tuttavia continui a pensare che tu sia completamente incredibile così."
Massimo Bisotti

 

 

 

 

 

Verità fuori


«Non basta che i cristiani sappiano dove non devono andare: occorre siano educati a scoprire dove devono andare.
Bisogna che la Chiesa esca allo scoperto e che i suoi apostoli non abbiano paura di sporcarsi le mani affondandole nelle realtà del mondo in cui vivono.
Il lievito va inserito dentro, non accanto alla pasta.
Certe tattiche di attesa sono antievangeliche.
Gli apostoli non hanno scritto sulla porta del Cenacolo: «Qui si parla di Gesù Cristo. Coloro che desiderano essere istruiti nella religione cristiana, possono presentarsi dall'ora tale all'ora tal'altra...».
Sono usciti fuori. Sulla strada. Nelle piazze. Si sono mescolati agli uomini.
La verità non si salva custodendola gelosamente sotto vetro, vigilata assiduamente da inesorabili cecchini dell'ortodossia.
Ma portandola fuori, alla luce del sole, a contatto con la realtà di tutti i giorni.
La verità non ha bisogno di essere rispettata. Chiede di essere amata.
L'unico diritto che rivendica è quello di essere comunicata, di diventare proprietà di tutti».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 352

Eccezioni eccezionali!


"A volte si arriva a credere che il mondo tutto sia un'aggregazione di gente banale, noiosa, superficiale, poco interessante...
e ci si chiede: "Io che c'entro in tutto questo? Perchè il dolore del mondo me lo sento scorrere nelle vene mentre alla stragrande maggioranza delle persone scivola addosso come fosse invisibile?".
Poi succede: s'incontrano le eccezioni, ci s'incrocia con qualcuno che la pensa come noi, e si apre davanti ai nostri occhi un orizzonte nuovo, ci si sente meno alieni, e meno soli... ci si rimbocca allora le maniche e si prova, per quanto piccola possa essere l'opera di un solo uomo, a cambiare il mondo".
Anton Vanligt, da "Pensieri avvolti da un filo rosso"

Dolce forza femminile

Un dialogo inventato: la madre di Maria di Nazareth chiede alla figlia come ha ricevuto l'annuncio dell'angelo.

« - Ma quel messaggero: com'era? Che età poteva avere? Gli hai visto il colore degli occhi, dei capelli?
- No, madre mia, ho guardato subito in terra, come si deve fare davanti agli uomini. E poi nella stanza era entrato il vento e una polvere chiara. Mi sono coperta gli occhi con la mano. Ho solo ascoltato le strane parole che ho già troppe volte ripetuto: «Shalòm Miriam», e tutto il resto.
- Ma proprio non hai avuto la curiosità di guardarlo in faccia? Nemmeno una sbirciatina tra le dita che coprivano gli occhi? Se una ragazza vuole vedere un uomo, si copre gli occhi con le dita della mano e poi tra le fessure può dare un'occhiata veloce. Le ragazze fanno così da sempre, non fare quella faccia meravigliata. Salvano le apparenze e soddisfano una curiosità. Allora? Neanche una sbirciatina?
- Vi assicuro di no. Sarei diventata rossa come una foglia secca della vite. Non so fingere, madre mia. Sono rimasta a occhi chiusi dietro la mano. Ero presa da un odore: un miscuglio di cannella e di pane ancora in forno. Non proveniva dalla polvere, perché dopo l'ho spazzata via e non odorava. Proveniva dal messaggero. Era buono da sentire, mi piaceva. L'ho respirato e mi è venuta una perfetta calma. E neanche più freddo: quell'odore mi ha messo un caldo in mezzo al corpo, come quando tengo tra le mani una castagna arrostita. Il calore è entrato dal naso e si è fermato sotto l'ombelico. In quel momento ho saputo di essere incinta. L'ho saputo nei fianchi».
Erri De Luca, Le sante dello scandalo, 46-47

Personalità multiforme


Accanto a Elia vindice (1Re 17,7-16),

possiamo considerare, come in un dittico, Elia amico dei piccoli e dei poveri
perché i due quadri stanno bene insieme:
il profeta che è forte e duro con i prepotenti,
si fa dolce, mite, tenero, affabile con i poveri e gli umili
.
Carlo Maria Martini, Il Dio vivente. Riflessioni sul profeta Elia, 74

Solitudine

Bobin: «Il mio Cantico della solitudine»
MARIE DE SOLEMNE: Preferirebbe parlare della solitudine come di una grazia o di una maledizione?
CHRISTIAN BOBIN: Innanzitutto ne parlerei piuttosto nella sua materialità. Ancor prima di essere uno stato mentale o affettivo, la solitudine è una materia. Per esempio è proprio la materia che ho sotto gli occhi in questo momento. Sono le dieci di sera, è buio. Il cielo non è ancora completamente scuro, c’è silenzio – anche il silenzio è molto materiale –, un piccolo appartamento nel quale vivo da una quindicina d’anni, qualche sigaretta – che non riesco a impedirmi di fumare –, qualche libro – che non riesco a impedirmi di aprire –. In fondo, curiosamente, la solitudine si popola molto in fretta. La solitudine è anzitutto questo: uno stato materiale. Che nessuno venga. Che nessuno venga là dove uno è. Forse, nemmeno se stesso. Ma, per rispondere alla sua domanda, la solitudine è più una grazia che una maledizione. Nonostante molti la vivano diversamente. Succede alla solitudine come alla follia: ci sono due follie, come ci sono due solitudini. C’è una follia subita… subita da chi la vive. Questa non è invidiabile né felice. È nera, e basta. Nient’altro che nera, pesante. Così, c’è una solitudine cattiva. Una solitudine nera, pesante. Una solitudine d’abbandono, in cui uno si scopre abbandonato… magari da sempre. Questa solitudine non è quella di cui parlo nei miei libri. Non è quella che io abito, e non è in essa che mi piace entrare, anche se, come a chiunque, mi è capitato di conoscerla. È l’altra la solitudine che frequento, ed è di quest’altra che parlo, quasi da innamorato.
MARIE DE SOLEMNE: Solitudine e isolamento sono due termini che non solo vengono normalmente confusi da molti, ma per i quali gli stessi dizionari non riportano praticamente differenze di significato. Che sfumature le suggeriscono questi due termini?
CHRISTIAN BOBIN: La solitudine che amo è un dono che mi è stato fatto dalla vita. Non c’è scelta in questo. Come del resto non ho scelto di essere scrittore (ammesso che io lo sia). In verità ho scelto pochissime cose. Le mie scelte sono state soprattutto dei rifiuti. Si è trattato di dire non voglio questo o quell’altro, più che di volere qualcosa. Allora, nella solitudine di cui stiamo parlando adesso non c’è più isolamento. Non credo di essere un orso, ma ho un lato selvatico: posso, e mi piace, restare ore e giorni interi senza vedere nessuno. Ebbene, percepisco la maggior parte di quelle ore e di quei giorni come ore e giorni di pienezza in cui mi sento legato proprio a tutto!
MARIE DE SOLEMNE: Una solitudine creativa e feconda?
CHRISTIAN BOBIN: Esattamente.
MARIE DE SOLEMNE: Un tempo il solitario veniva chiamato recluso, oggi si parla più volentieri di escluso… Pare che le nostre solitudini contemporanee patiscano una chiara perdita di senso. Pensa che questa perdita condizioni il disagio che genera la solitudine?
CHRISTIAN BOBIN: Non so se posso – anzi, credo di non potere – generalizzare a partire da quello che vivo io… Quello che potrei dirle della solitudine, potrei dirlo anche dell’amore e di molte altre cose. Sono tutti aspetti contigui che interagiscono: è difficile isolarne uno. Sono tutti atomi legati, come quelli che compongono l’aria che respiriamo… D’altronde tutte queste sono realtà "respiranti": aiutano a respirare, offrono la più ampia respirazione possibile. L’amore, la solitudine, la scrittura, il canto, il gioco: mi piace, per esempio, fare girare come trottole sulla pagina queste realtà perché sento che nella mia stessa vita girano l’una sull’altra, l’una nell’altra. Tuttavia, che cosa potrei mai dire della solitudine degli altri? Nonostante mi sia già capitato di scrivere al riguardo, riconosco di avere personalmente una tendenza ad andare a volte troppo in fretta verso il sublime, verso il celeste. Devo quindi precisare che non ho scelto di vivere come vivo, anche se ne sono felice, e anche se mi percepisco vivo in questo tipo di vita, un po’ strano e, per certi aspetti, un po’ ritirato… Non ho scelto questa vita e devo persino aggiungere – è un pensiero che mi viene spesso e che mi fa sorridere – che, con molta verosimiglianza, sarei stato un discreto malato di autismo!

MARIE DE SOLEMNE: L’amore e la solitudine non sono poi così distanti…

CHRISTIAN BOBIN: Così poco distanti che uno dei più bei titoli di poesia è quello di Paul Éluard: L’amore la solitudine. Non sono separati nemmeno da una virgola… È molto giusto perché l’amore la solitudine sono come i due occhi di uno stesso volto. Né separati né separabili. Ma io le dico questo oggi, a quarantacinque anni… Mi ci son voluti molti anni, molto tempo, per arrivare a capire qualcosa di queste realtà. È avvenuto a poco a poco, grazie a occasioni, circostanze della vita, incontri. Curiosamente, sono state alcune persone, alcuni incontri, a donarmi la solitudine. È un dono, che mi è stato fatto. Come il resto, d’altronde… Non mi appartiene, è qualcosa che mi è stato regalato.
MARIE DE SOLEMNE: Come si può donare la solitudine?
CHRISTIAN BOBIN: Credo che te la donino amandoti. Ma amandoti pienamente, senza motivo, in modo probabilmente insensato… Se ricevi anche solo una particella, un’inezia, un frammento di un tale amore, allora tutto si apre davanti a te… E anche se quello che ti è stato donato scompare, tutto resta aperto! È il più grande benessere fisico, mentale e spirituale. Mi rifiuto di separare questi ambiti. Anche se il linguaggio mi porta a formularli a tre riprese, con tre termini diversi, anche se per riflettere, per scrivere, per parlare tra noi – o per parlare in generale – sono obbligato a passare attraverso un termine e poi un altro, so che tutti questi aspetti non sono separabili. La carne, lo spirito, l’anima, il cuore… li si chiami come si vuole – e, d’altronde, è importante chiamarli per nome, è importante che ciascuno abbia il suo nome – in realtà non sono separabili. E sono tutti irradiati da un solo sguardo, quando è uno sguardo davvero giusto, pieno di benevolenza, amante. Da lì in avanti c’è una libertà, un respiro inimmaginabile! Per me le parole solitudine e libertà sono perfettamente equivalenti.
MARIE DE SOLEMNE: Per lei la solitudine è sinonimo di pace?
CHRISTIAN BOBIN: Sì… sì, ma non è sempre facile. Ha i suoi languori, i suoi terreni abbandonati. Per parlarne molto concretamente, addirittura in modo un po’ scherzoso – e sono io ad avere il ruolo del personaggio comico – faccio un esempio: io non ho la televisione, e non voglio averla, ho persino l’impressione che sia un lusso. Vivere nella solitudine è un lusso, vivere nel silenzio è un lusso. Dunque non desidero avere qui delle immagini, per avere la pace, ma è tutt’altro che un’ignoranza del mondo, dato che leggo molti giornali e ascolto molto la radio. La lettura del giornale non è una lettura paragonabile a quella di un libro. Il libro è una cosa chiusa che l’occhio, il sogno e lo spirito aprono. Come un fiore. C’è una sorta di metamorfosi che avviene tra il libro e il lettore. Una cosa che non è solo mentale, ma anche carnale. Leggiamo anche con la mano, siamo sensibili all’apparenza, alla realtà materiale del libro. Per esempio, l’occhio e lo spirito hanno bisogno del bianco. Che ci sia una quantità sufficiente di bianco, di respiro nelle pagine. Le realtà più mentali hanno sempre un piccolo risvolto materiale. La lettura dei libri mi occupa soprattutto di sera, alla sera tardi. Ma durante il giorno, se resto solo, ho bisogno, un bisogno infantile, senza dubbio legato a un’inquietudine o a una piccola angoscia infantile, di "mangiare" della carta di giornale. Leggo molti giornali, e nei giornali leggo tutto. Quanto sto dicendo ha un rapporto molto stretto con la solitudine, perché è un modo, in certi momenti, di sopportarla, di attendere che diventi "buona". Non è sempre necessariamente buona. A volte rischia di essere pesante. A volte rischia di essere noiosa. Ma io non ho troppa paura della noia. Penso sia una cosa interessante, non così malvagia come si dice. I bambini lo sanno istintivamente. Anche se non sanno esprimerlo facilmente, sanno che la noia non è necessariamente la cosa peggiore per loro. Il che non significa che la solitudine, anche per me, sia poi così facile… Se non avessi i giornali ma la televisione, guarderei la televisione. E so benissimo che cosa preferirei guardare: qualsiasi cosa! Per questo scopo la televisione funziona benissimo: è come infilare la testa nel frigo durante le crisi di bulimia! C’è un vuoto in te, che non sopporti più e che ti affretti a riempire con cibi più o meno indigesti. Spesso riempiamo in fretta questo vuoto, questo buco, questa attesa nascente, mentre essa avrebbe bisogno ancora di un po’ di tempo per poterci dire quello che ha da dirci. Noi invece cerchiamo di colmarla immediatamente. È come una domanda che ci viene posta e che noi cerchiamo di fermare. Non rispondiamo… cerchiamo di ucciderla. Ingerendo immagini o, per quanto mi riguarda, fogli di giornale. Io "mangio" carta di giornale. Del resto, per essere precisi, preferisco alcuni giornali ad altri, perché so che sono i più lunghi da leggere, che contengono più cose da leggere. Per esempio, leggo articoli molto dettagliati di tre o quattro pagine sull’economia, o sulla tappa del Giro di Francia…
MARIE DE SOLEMNE: Nella solitudine percepisce una qualche forma di violenza a se stessi?
CHRISTIAN BOBIN: C’è una rudezza, una brutalità della solitudine. Questo è innegabile. È bene che lei affronti questo argomento perché si ha tendenza a dimenticarlo troppo in fretta. È presente perfino nei libri che leggiamo. Mi stavo chiedendo, per esempio, quali libri mi porterei in vacanza: forse qualche raccolta di testi dei padri della chiesa. Apro una parentesi ma… ci si può perfino divertire con questo tipo di scritti! Mi diverte sempre il pensarlo: ci si può divertire perfino con la verità… Penso infatti che ci sia una verità deposta in quei libri, in quelle esperienze mistiche e innamorate, indissociabilmente mistiche e innamorate. D’altronde (mi perdoni un’altra parentesi), se si vuol capire qualcosa di quello che chiamiamo "spirituale", molto spesso ci sarebbe da guadagnare a mettere da parte il termine "spirituale" e a pensare, semplicemente, a ciò che succede quando ci si innamora. Ci si accorgerebbe che molti dei fenomeni che ci paiono a volte così lontani, così austeri, così strani nei mistici o nei religiosi, si illuminano immediatamente se li guardiamo, se li studiamo a partire dalla comune esperienza dell’essere innamorati o dell’esserlo stati. Molto semplicemente, credo che quelle persone siano degli innamorati. Peraltro ciò che li appassiona è meno tangibile, meno visibile… È una piccola differenza, ma nel contempo è un abisso.
MARIE DE SOLEMNE: Lei pensa che nella nostra solitudine Dio sia seduto accanto a noi? Che ci sia una presenza, invisibile ma capace di manifestarsi in tanti piccoli episodi, tale da far sì che questa solitudine possa di colpo avere un senso?
CHRISTIAN BOBIN: Penso che non siamo mai abbandonati. Mai, mai, mai… Mai. Però non è qualcosa che io percepisca. Quello che percepisco appartiene solo all’umano. Costantemente. Anche se "questo" passa attraverso l’umano, è comunque qualcosa di umano. Come una parola che viene a me e che è terrestre; come un’occasione che mi è data o una sorpresa che mi capita e che è anch’essa totalmente incarnata e di cui un essere reale è portatore. Io non ho quel senso di cui parla, il senso dell’invisibile nel "quasi a portata di mano" dell’invisibile. Detto questo – ed è per me una convinzione non sradicabile – credo che non siamo mai, mai, mai abbandonati. Mai.
Christian Bobin e Marie de Solemne

Oggi inizia il corso sulla teologia dell'Ordine

Dalle «Omelie sui vangeli»
di san Gregorio Magno, papa
Sentiamo cosa dice il Signore nell'inviare i predicatori: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe!» (Mt 9, 37-38). Per una grande messe gli operai sono pochi; non possiamo parlare di questa scarsità senza profonda tristezza, poiché vi sono persone che ascolterebbero la buona parola, ma mancano i predicatori. Ecco, il mondo è pieno di sacerdoti, e tuttavia si trova di rado chi lavora nella messe del Signore; ci siamo assunti l'ufficio sacerdotale, ma non compiamo le opere che l'ufficio comporta.
Riflettete attentamente, fratelli carissimi, su quello che è scritto: «Pregate il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe». Pregate voi per noi, affinché siamo in grado di operare per voi come si conviene, perché la lingua non resti inceppata nell'esortare, e il nostro silenzio non condanni presso il giusto giudice noi, che abbiamo assunto l'ufficio di predicatori. Spesso infatti la lingua dei predicatori perde la sua scioltezza a causa delle loro colpe; spesso invece viene tolta la possibilità della predicazione a coloro che sono a capo per colpa dei fedeli.
La lingua dei predicatori viene impedita dalla loro nequizia, secondo quanto dice il salmista: «All'empio Dio dice: Perché vai ripetendo i miei decreti?» (Sal 49, 16).
Altre volte la voce dei predicatori è ostacolata colpevolmente dai fedeli, come il Signore dice a Ezechiele: «Ti farò aderire la lingua al palato e resterai muto. Così non sarai più per loro uno che li rimprovera, perché sono una genìa di ribelli» (Ez 3, 26). Come a dire: Ti viene tolta la parola della predicazione, perché il popolo non è degno di ascoltare l'esortazione della verità, quel popolo che nel suo agire mi è ribelle. Non è sempre facile però sapere per colpa di chi al predicatore venga tolta la parola. Ma si sa con tutta certezza che il silenzio del pastore nuoce talvolta a lui stesso, e sempre ai fedeli a lui soggetti.
Vi sono altre cose, fratelli carissimi, che mi rattristano profondamente sul modo di vivere dei pastori. E perché non sembri offensivo per qualcuno quello che sto per dire, accuso nel medesimo tempo anche me, quantunque mi trovi a questo posto non certo per mia libera scelta, ma piuttosto costretto dai tempi calamitosi in cui viviamo. Ci siamo ingolfati in affari terreni, e altro è ciò che abbiamo assunto con l'ufficio sacerdotale, altro ciò che mostriamo con i fatti. Noi abbandoniamo il ministero della predicazione e siamo chiamati vescovi, ma forse piuttosto a nostra condanna, dato che possediamo il titolo onorifico e non le qualità. Coloro che ci sono stati affidati abbandonano Dio e noi stiamo zitti. Giacciono nei loro peccati e noi non tendiamo loro la mano per correggerli. Ma come sarà possibile che noi emendiamo la vita degli altri, se trascuriamo la nostra? Tutti rivolti alle faccende terrene, diventiamo tanto più insensibili interiormente, quanto più sembriamo attenti agli affari esteriori. Ben per questo la santa Chiesa dice delle sue membra malate: «Mi hanno messo a guardiana delle vigne; la mia vigna, la mia, non l'ho custodita» (Ct 1, 6). Posti a custodi delle vigne, non custodiamo affatto la vigna, perché, implicati in azioni estranee, trascuriamo il ministero che dovremmo compiere.

Om. 17, 3. 14; PL 76, 1139-1140. 1146

Siamo assediati dai tirapiedi

Hai avuto le tue colpe, Aronne. Hai mormorato anche tu contro Mosè, mentre Myriam tua sorella ti faceva bordone.
Però, tutto sommato, non ti sei mai lasciato prendere da quei "raptus" di gelosia, o da quelle sorde corrosioni dell'immagine del capo, a cui si lasciano andare spesso i cortigiani più vicini alla persona del principe: tanto vili nel lecchinaggio, quanto rapidi nel voltafaccia.
Hai avuto le tue colpe. Ma non hai avvilito la tua anima nella sfrontatezza autoritaria. E ti sei sempre mantenuto lontano da quella voluttà di sottopotere che sta mettendo a dura prova la nostra convivenza civile.
Oggi siamo assediati dai tirapiedi. C'è una inflazione di palloni gonfiati. Lo stuolo dei gregari si lottizza le aree del padrone. Il potere si frantuma nelle mani di fàmuli e giannizzeri di turno. La cerniera dei proseliti diventa passaggio obbligato per chi voglia accedere, non dico alla zona dei privilegi, ma perfino a quella dei più sacrosanti diritti. Finanziamenti, appalti, assunzioni, piani regolatori, tangenti, vengono filtrati dallo svincolo dei sottocaliffi. Gli accoliti, poi, si aggregano e si scompagnano secondo spregiudicati calcoli di alchimia politica, tutti tesi a cogliere l'attimo opportuno per salire sul vapore e insediarsi alla sua guida.
Di qui, l'anima clientelare che ci portiamo dentro. Di qui, le molteplici sudditanze che, attraverso la lunga catena di vassalli, valvassori e valvassini, ci conduce a oscene genuflessioni. Di qui il cinismo con cui si spia il momento opportuno per far fuori chi comanda e prenderne il posto.
Di qui, l'arroganza con cui il capo viene ricattato dagli arrampicatori che frequentano le sue segreterie.
Di qui, l'impudenza con cui il gerarca supremo è spesso tenuto in ostaggio dai suoi corrotti manutengoli.
Perdonami lo sfogo, carissimo Aronne. Ma parlare con una persona dal cuore incontaminato come il tuo mi solleva lo spirito. Mi fa sognare tempi migliori, che certamente verranno. E mi fa fiorire nell'anima la speranza in un mondo più pulito e più giusto. Così come, un giorno, fiorì il tuo bastone. Nel deserto. Davanti alla tenda di Dio.
mons. Tonino Bello, Ad Abramo e alla sua discendenza, 60-63

Commovente anelito alla libertà

 Gaber - La libertà (1972)

[parlato]: Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato
che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco
con la gioia di inseguire un'avventura.
Sempre libero e vitale
fa l'amore come fosse un animale
incosciente come un uomo
compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

[parlato]: Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno
di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio
solamente nella sua democrazia.
Che ha il diritto di votare
e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche avere un'opinione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

[parlato]: Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l'uomo più evoluto
che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura
con la forza incontrastata della scienza
con addosso l'entusiasmo
di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero
sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto o un'invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Memoria liturgica di san Giovanni Crisostomo


«Un amico fedele
è un balsamo nella vita,
è la più sicura protezione.
Potrai raccogliere tesori d'ogni genere
ma nulla vale quanto un amico sincero.
Al solo vederlo, l'amico suscita nel cuore
una gioia che si diffonde in tutto l'essere.
Con lui si vive una unione profonda
che dona all'animo gioia inesprimibile.
Il suo ricordo ridesta la nostra mente
e la libera da molte preoccupazioni.
Queste parole hanno senso
solo per chi ha un vero amico;
per chi, pur incontrandolo tutti i giorni,
non ne avrebbe mai abbastanza».
san Giovanni Crisostomo

Lo sguardo sull'insieme

Parto da una annotazione molto bella di Teresa di Gesù Bambino che, nell'autobiografia, raccontando la sua infanzia, scrive: «Ero un carattere gaio ma non sapevo lanciarmi nei giochi dell'età mia; spesso durante la ricreazione mi appoggiavo ad un albero e da là contemplavo il colpo d'occhio, abbandonandomi a riflessioni serie!» (Manoscritto A, 115).
Questo brano è una splendida immagine della dote manifestata da Maria al banchetto di Cana. Nel racconto evangelico, tutti hanno qualcosa da fare: chi nella cucina, chi al servizio, chi agli strumenti musicali. Soltanto Maria vede l'insieme, ha il colpo d'occhio e capisce che cosa di essenziale sta succedendo e che cosa di essenziale sta mancando. Questo è lo spirito contemplativo di Maria, il suo dono della sintesi, la capacità di attendere alle cose particolari. Certamente anche lei avrà avuto qualche impegno di aiuto materiale: tuttavia badava alle singole cose e, come appoggiata ad un albero - secondo l'espressione della Santa di Lisieux -, contemplava il colpo d'occhio cogliendo la situazione.
Il dono della sintesi è tipicamente femminile: saper vedere il punto focale con l'intelligenza del cuore e non attraverso il ragionamento o l'analisi immediata e puntuale di tutti gli elementi.
Maria percepisce il gemito inespresso del mondo e lo esprime semplicemente: «Non hanno più vino». È l'unica a dire questa parola. È probabile che altri se ne stessero accorgendo ma come in sogno: vedono che qualcosa sta venendo meno e non sapendo come fare preferiscono proseguire fingendo di niente. (...)
Il carisma di Maria è lo sguardo confortante all'insieme del corpo ecclesiale, che la rende attenta per tutti i punti dolenti e pronta ad esprimerli, a provvedere avvisando chi di dovere, facendo intervenire altri. A Cana, infatti, Maria non provvede direttamente alla necessità del vino, ma la mette in luce, la pone in rilievo e l'affida al Figlio. Dice molto bene un sonetto:

«Or ci fiorisca dal cuore un canto come un dono da offrirti, o madre: tu hai persuaso tuo figlio a compiere il primo segno alle nozze di Cana.
Dicesti attenta: "Non hanno più vino".
Da allora l'occhio tuo vede per primo
sparir la gioia dai nostri conviti,
ma or tu sai e puoi comandare»

(Davide M. Turoldo, Non abbiamo più vino, «Laudario alla Vergine», EDB 1980, p. 74).

Chiediamo dunque alla Vergine di guardare ai nostri conviti, al convito che sono le nostre comunità, le nostre chiese locali, la nostra Chiesa italiana e quella universale; e ancora di guardare a questo convito che è la nostra società e di renderci attenti a ciò che manca, di mettere in noi lo sguardo contemplativo, benevolo e sincero con cui lei ha guardato al convito delle nozze di Cana.
Chiediamo a Maria di non permettere che il nostro cuore si intristisca in piccole meschinità private, ma di farci vibrare all'unisono col grande banchetto dell'umanità, cogliendo e interpretando la situazione di tutti coloro che non hanno vino, pane, gioia, che non sono coinvolti nel banchetto.
Carlo Maria Martini, La donna nel suo popolo, 32-34

 

Anime inquiete

«Le più belle pagine della chiesa furono scritte dalle anime inquiete.
Coloro che trovano tutto a posto, che non avvertono nessuna stonatura, che placidamente si svegliano, mangiano, ruminano, s'addormentano, saranno degli ottimi funzionari e dei subordinati esemplari, mai degli apostoli».
don Primo Mazzolari, La più bella avventura. Sulla traccia del "Prodigo" (1934), 209-210

 

 

Visione di pace eterna


«Godremo dunque di una visione mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia:
una visione che supererà tutte le bellezze terrene, le bellezze dell’oro, dell’argento, dei boschi, dei campi, del mare, del cielo, del sole, della luna, delle stelle e degli angeli.
Perché è a causa di questa bellezza che tutte le altre cose sono belle».
Agostino, Commento alla prima Lettera di Giovanni, 4,5

Quando la "pazienza" sembra più "pigrizia"

«Volevo far progredire la storia un po' come un bambino che si mette a tirare una pianta per farla crescere più in fretta.
Credo che bisogna imparare ad aspettare... Seminare pazientemente il grano, annaffiare assiduamente la terra che lo ricopre e concedere alle piante i loro tempi...
Se i politici e i cittadini comprendessero che ogni cosa in questo mondo ha i suoi tempi e che, al di là di ciò che ci si aspetta dal mondo e dalla storia, è importante sapere ciò che il mondo e la storia si aspettano, allora l'umanità non finirebbe così male come a volte immaginiamo...
Non c'è nessuna ragione per essere impazienti, se si è seminato e annaffiato bene. Basta comprendere che la nostra attività non è priva di senso.
E' un'attesa che ha senso perché nasce dalla speranza e non dalla disperazione, dalla fede e non dalla sfiducia, dall'umiltà davanti ai tempi di questo mondo e non dalla paura».
Vaclav Havel, Discorso pronunciato all'Accademia di Francia, 27 ottobre 1992

Consolatori afflitti

«a. Ho scelto Mosè come esempio di confortatore di un popolo in difficoltà, perché appare molto vicino a noi. E' di sostegno per altri, ma è a sua volta fragile, bisognoso di essere sostenuto, in quanto partecipe anch'egli dei timori, delle sofferenze, delle stanchezze del popolo. Il suo olio è anzitutto l'olio dell'umiltà, della coscienza della propria debolezza e inadeguatezza, coscienza che sconfina talora nella paura e nella pusillanimità.
Mosè sa di non essere all'altezza dell'opera che gli sta davanti: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua» (Es 4,10). Lo stesso Mosè, dopo aver ostentato sicurezza di fronte al popolo inseguito dagli egiziani dicendo loro: «Non abbiate paura, siate forti» (Es 14,13), si fa rimproverare dal Signore: «Perché gridi verso di me? Ordina agli israeliti di riprendere il cammino!» (Es 14,15). Ed è ancora Mosè a lamentarsi con Dio perché il popolo protesta a causa della mancanza d'acqua: «Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno» (Es 17,4). Non riuscirebbe a perseverare nella preghiera dì intercessione durante il combattimento contro Amalek, se Aronne e Cur non gli sostenessero le mani! (Es 17,12).
Mosè quindi è un confortatore che cerca conforto, un sostenitore che cerca sostegno, un consolatore che ha bisogno di essere consolato. È la figura di ciascuno di noi che, pur essendo stato unto con l'olio di letizia, avverte il peso delle vicende umane ed è tentato di depressione e di tristezza. Forse proprio per questo il suo ruolo di guida e di sostegno del popolo è tanto efficace.
b. E’ il primo insegnamento che vogliamo ricavare da Mosè e dai grandi consolatori della Scrittura: per infondere fortezza non è necessario essere forti noi, per dare speranza non è necessario sentirci sicuri noi, per infondere letizia non è richiesto che ci chiamiamo fuori da ogni prova.
La Scrittura ci presenta figure di guaritori feriti, di consolatori afflitti, di medici carichi delle malattie altrui, di risanatori di piaghe piagati, di pastori percossi. Gesù stesso ha applicato a sé l'immagine del pastore percosso (cf. Mc 14,27 che richiama Zc 13,7), del guaritore che «ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (Mt 8,17), e san Pietro lo presenta come colui dalle cui piaghe siamo stati guariti (cf. 1Pt 2,25).
Gesù ha invitato gli stanchi a venire a lui per trovare riposo (cf. Mt 11,28), ma lui stesso si è seduto presso il pozzo, stanco del viaggio (cf. Gv 4,6).
La nostra sincera partecipazione alle sofferenze della gente, alle umiliazioni della città, alle fatiche e alle stanchezze del nostro popolo, è la prima garanzia che siamo con il Signore, che siamo pastori come lui lo è stato, che possiamo dare olio di letizia proprio perché per primi ne abbiamo bisogno noi e lo invochiamo da Dio in questo giorno chiedendogli di ravvivare il dono che è già in noi».
Carlo Maria Martini, L'olio di Mosé. Omelia nella Messa Crismale 1993

Con gli occhi del cuore



«La cosa più bella? / Chi dice un esercito di cavalieri, e chi di fanti, / e chi di navi schierate / presso la terra nera. / Io dico: chi uno ama»:

così cantava, agli albori della civiltà occidentale, la poetessa greca Saffo.

La cosa più bella? Chi tu ami, l'oggetto del tuo amore.

Bellissimo è l'amato, ripete il Cantico dei Cantici.

L'amore veste di bellezza e la bellezza a sua volta genera desiderio. In una sorta di circolarità ininterrotta.

La bellezza ha a che fare con l'occhio e con il cuore dell'uomo.

Ermes Ronchi, Tu sei bellezza, 5

Nuove schede per un cammino spirituale delle coppie

Il capitolo 13 è una raccolta di parabole di Gesù e per questo viene definito "Discorso parabolico". Sarà quindi necessario cogliere la peculiarità di questo modo di parlare (e quindi di evangelizzare) specifico di Gesù.

Cogliamo, quindi, la sollecitazione dello Spirito a seguire le orme del Maestro sia nei "contenuti" da Lui annunciati che nella "forma" da Lui preferita, ben consapevoli che "forma" e "messaggio" vanno a braccetto. E questo consente a noi discepoli di incontrare la Rivelazione di Dio in Cristo.

La famiglia (e in essa la coppia dei coniugi) rilegge il "Discorso parabolico" di Mt 13 e le sente rivolte a sé, luogo in cui si vive di "parabole" e si comunica attraverso le "parabole".

Riattualizzate nell'oggi attraverso la lectio-manducatio delle coppie, quelle stesse parabole potranno ritornare alla comunità cristiana, in un ininterrotto e fecondissimo rimando reciproco.


Ha un che di vero...



«Se avete in animo di conoscere un uomo, allora non dovete far attenzione al modo in cui sta in silenzio, o parla, o piange; nemmeno se è animato da idee elevate. Nulla di tutto ciò!

Guardate piuttosto come ride».

Fëdor Dostoevskij, Memorie dalla Casa dei Morti

Lodi



Laudato sii, mi Signore,

cum tucte le tue creature,

spetialmente messer lo Frate Sole,

lo qual è iorno et allumini noi per lui.

san Francesco

Indescrivibile



«Per me questo sorriso di cui vi parlavo, per quanto evanescente, è incancellabile.

Uno dei crimini della nostra società, è avere snaturato addirittura il sorriso per farne uno spunto di commercio.

Il sorriso è una cosa sacra, come tutto ciò che risponde con una risposta più grande della domanda.

Io, che sono un ostinato della solitudine, dico che la cosa più meravigliosa di tutte è il sorriso.

E' una delle più grandi finezze umane. È quasi come pregustare la vita successiva, come un fiore dell'invisibile. Giungerò persino a dire che il sorriso più bello di tutti può sorgere solo su un viso quasi chiuso, distante.

Ma se ci si china sulle culle possiamo ancora ritrovarlo. Quale che sia la ferocia degli uomini, il sorriso compare ogni volta che si mette al mondo qualcuno.

Un sorriso può essere angelico o falso, ma un sorriso vero è il sorriso di chi ha trovato tutto: non c'è più calcolo né seduzione».

Christian Bobin, La luce del mondo, 118

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