Riflettiamo... e agiamo

Egoisti e distratti nella grande casa del mondo

di mons. Bruno Forte

In un momento in cui tutto sembra spingerci a concentrare la nostra attenzione sui problemi interni del nostro Paese, vorrei puntare il riflettore sull'orizzonte della mondialità. (...) Il "rinnovamento etico" di cui ha parlato Benedetto XVI riferendosi all'Italia e di cui abbiamo immenso bisogno non potrà realizzarsi senza la consapevole assunzione delle nostre responsabilità nei confronti della grande casa del mondo e di quanti in essa vivono spesso in condizioni di sub-umanità, per lo più dimenticati da tutti. Vorrei richiamare tre profili essenziali della rilevanza etica e politica della mondialità: gli stili di vita e il loro impatto sull'ambiente; il rilievo dell'Italia nel sistema politico ed economico mondiale; i nostri doveri di solidarietà verso i più deboli del pianeta. La riflessione sugli stili di vita merita un'attenzione prioritaria quando si parla di mondialità: la consapevolezza che una maggiore sobrietà nei consumi, un uso più attento delle risorse fondamentali e un'educazione alla responsabilità ecologica siano decisive per il futuro comune, è certamente cresciuta in questi anni. La rete delle comunicazioni e l'impatto psicologico di disastri ambientali su vasta scala - dal petrolio nell'oceano alle contaminazioni radioattive di Chernobyl e Fukushima - ci hanno reso più vigili nella scelta delle mete su cui puntare in campo energetico, delle prassi da seguire nell'organizzazione della nostra vita quotidiana e nella percezione della gravità dei ritardi e degli inceppamenti nella filiera dello smaltimento e del riutilizzo dei rifiuti, che quotidianamente la nostra vita associata produce. Meno evidente è il dovere di curarsi di tutte queste problematiche non solo egoisticamente per star noi meglio, ma anche per migliorare la casa comune di tutti, a livello locale come a livello planetario. Un'educazione all'ecologia ambientale e umana appare sempre più urgente, come risulta non meno importante una spiritualità ecologica, che attinga al dovere originario di custodire il giardino affidato dal Creatore alla creatura la maturazione di pratiche virtuose personali e collettive nei riguardi dei consumi, della nutrizione, del rispetto della natura, della promozione della vita e della qualità della vita per ogni essere umano, in tutte le fasi del suo sviluppo. Non meno alta occorre poi mantenere l'attenzione sul rilievo internazionale del nostro Paese. Va detto con onestà che se l'Italia piange in questo campo, l'Europa non ride: l'Unione europea ha risposto per lo più in ordine sparso, spesso in ritardo e senza slanci, alle emergenze che si sono profilate sulla vasta scena del mondo, incapace - come ha affermato il cardinale Bagnasco nella prolusione al Consiglio permanente dei Vescovi italiani il 26 settembre scorso - «di esprimere una visione comunitaria inclusiva dei doveri propri della reciprocità e della solidarietà». A loro volta, le risposte del nostro Paese alle situazioni di crisi sono sembrate spesso improvvisate, nell'assenza di una vera sinergia con gli altri Paesi dell'Unione, com'è accaduto davanti all'emergenza dell'immigrazione via mare, o con tentennamenti che hanno portato a esiti discutibili, come si è visto nella drammatica vicenda bellica in Libia, dove uno spietato dittatore, prima osannato perfino con effetti "teatrali" - dalla nostra classe politica, è stato poi indicato con vertiginosa evoluzione come nemico ingombrante e pericoloso. Occorre inoltre ammettere - come dimostrano alcune copertine di media internazionali o titoli di testate leader nei vari mondi linguistici - che «stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica», praticati da alcuni nostri rappresentanti sulla scena internazionale, hanno avuto effetti fortemente negativi: come ha ancora affermato il cardinale Bagnasco, essi non solo «ammorbano l'aria e appesantiscono il cammino comune», ma fanno sì che «l'immagine del Paese all'esterno venga pericolosamente fiaccata". Quanto avremmo bisogno di autorevolezza morale e politica e di credibilità internazionale! Quanto è urgente individuare persone affidabili che si gettino nella mischia per spirito di servizio e passione civile e non per proprio interesse e vantaggio! Ai doveri di solidarietà verso i più deboli del pianeta, infine, dovrebbero richiamarci le gravi emergenze in atto, fra le quali basti segnalare la fame nel Corno d'Africa. Nella sua antica esperienza, la Chiesa dedica in particolare il mese di ottobre a risvegliare l'attenzione e l'impegno per l'azione missionaria, che - proprio in quanto si pone al servizio della buona novella dell'amore di Dio per tutto l'uomo e per ogni uomo - è spesso anzitutto impegno di promozione umana e di soccorso a chi versa in drammatiche situazioni di bisogno e di non umanità. Nei media, per lo più, i riflettori vengono puntati sulla gravità delle urgenze solo in alcune fasi e per ragioni contingenti di cronaca o di interesse politico. Perfino nelle maggiori testate giornalistiche è difficile riscontrare un'attenzione costante a questi problemi, che funga da stimolo critico e da strumento di coscientizzazione ai doveri della solidarietà. A volte si ha la sensazione di.muoversi in orizzonti privi di colpi d'ala, segnati dall'indifferenza di fronte ai mali di chi ci è geograficamente lontano, e che spesso patisce le conseguenze negative di un ordine economico internazionale di cui al contrario noi beneficiamo. È utopia pensare a un'etica della comunicazione che responsabilizzi ai doveri della solidarietà internazionale, e ci faccia sentire cittadini del "villaggio globale", tale non solo nella rete delle informazioni e degli interessi, ma anche nell'attenzione ai bisogni dei più deboli e agli interventi in loro favore? È ambizione vana sognare un Paese dove la mondialità sia avvertita diffusamente come interrogativo sui nostri stili di vita e stimolo a una condivisione che raggiunga i più lontani bisogni della famiglia umana nell'unica grande casa del mondo? Chi può farlo s'impegni a restituire al Paese una simile attenzione e contribuisca a mettere al servizio di tutti nel villaggio globale le potenzialità della nostra storia, della cultura e dell'arte italiana, del patrimonio spirituale da cui veniamo, che ci caratterizza ben più profondamente degli squallidi comportamenti che hanno occupato le prime pagine lei giornali in queste settimane.

in “Il Sole 24 Ore” del 2 ottobre 2011

«L'unico e vero rivoluzionario»

Cosa la Chiesa può sopportare e cosa non può sopportare

Chi capisce come dev'essere presente la Chiesa in questa svolta della storia capisce anche ciò che la sua carità può sopportare e ciò che non può sopportare proprio in nome della stessa carità. Ripeto: in nome della carità, poiché la rivoluzione cristiana, l'unica che può essere giustificata anche davanti alla storia, più che da diritti conculcati o offesi nasce da doveri suggeriti e imposti al nostro cuore dalla carità che ci lega al nostro prossimo. Chi più ama è potenzialmente l'unico e vero rivoluzionario.

La Chiesa sopporta:

* il male che le fanno i suoi nemici, che, per quanto si allontanino e la rinneghino, portano sempre l'incancellabile volto di figli, e di figli tanto più cari quanto più cresce il loro perdimento;

* di essere spogliata di ogni bene materiale e di ogni privilegio concessole più o meno disinteressatamente dagli uomini;

* di vedere le sue basiliche e le sue chiese distrutte, chiusi i suoi conventi e le sue scuole, poiché è già "l'ora che né in Gerusalemme né su questo monte i veri ad6ratori adorano il Padre in spirito e in verità";

* le persecuzioni aperte e subdole, le calunnie e le blandizie, i vituperi e i panegirici menzogneri;

* gli erranti e in un certo senso perfino l'errore quando esso non può venire colpito senza offesa mortale all' anima dell'errante;

* di essere misconosciuta nella sua carità, colmata di obbrobrio per colpe non sue;

* il disonore che le viene dalla vita indegna dei suoi figlioli stessi, i loro rinnegamenti e i loro tradimenti;

* d'essere baciata da un Giuda, rinnegata da un Pietro.

La Chiesa non può sopportare:

* che vengano negate o diminuite o falsate le verità che essa ha il dovere di custodire e che costituiscono il patrimonio dell'umanità redenta;

* che sia cancellato dalla storia e dal cuore il senso della giustizia che è il patrimonio di tutti, ma in modo particolare dei poveri;

* la libertà e la dignità della persona e della coscienza, che sono il nostro divino respiro. Mentre sopporta senza aprir bocca di essere spogliata e tiranneggiata in qualsiasi modo, non può sopportare che vengano spogliati, conculcati, manomessi i diritti dei poveri e dei deboli, individui, città, nazioni e popoli, cristiani e non cristiani. E nella sua difesa materna e invitta è tanto più grande quanto più la sua tutela si estende alla plebs infedele, egualmente santa. Alcuni gesti di munifica protezione di Pio XII, in favore di ebrei perseguitati, hanno commosso e sollevato l'ammirazione del mondo;

* il potente che abusa della propria forza per opprimere i deboli;

* il sapiente che abusa della propria intelligenza per circuire e trarre in inganno l'ignorante;

* il ricco che abusa delle proprie ricchezze per angariare e affamare il popolo.

Vi sono quindi dei limiti nella sopportazione della Chiesa, e questi limiti vengono non dai raffreddamenti ma dai colmi della sua carità. Ciò che è abominevole per il Signore lo è pure per la sua Chiesa; la quale, senza parteggiare, non può trattare alla stessa stregua la vittima e il carnefice, l'oppressore e l'oppresso. Chi fermerebbe la mano del malvagio, chi solleverebbe il cuore abbandonato dell'oppresso se un'egual voce raccogliesse il grido dell'uno e il gemito dell'altro? Sarebbe un delitto il pensare, per il fatto che la Chiesa predica la pazienza ed esalta l'infinito valore del dolore, specialmente del dolore innocente, ch'essa accettasse le tristezze dei prepotenti come un mezzo provvidenziale per moltiplicare i meriti sovrannaturali dei buoni. Purtroppo il nostro linguaggio ascetico, sprovveduto di ampiezza e d'audacia mistica, può indurre un profano in apprezzamenti non solo sproporzionati ma contrari al buon senso. La sofferenza ben sopportata mi redime e redime, ma non fa diventar buona l'ingiustizia di chi ha pesato su di me. E una bontà conseguente, che non ha nulla da spartire con la causa ingiusta che ha generato la mia sofferenza. Soffrendo bene l'ingiustizia, creo una corrente di bontà: ma non per questo gli uomini sono dispensati dal fermare con tutte le forze la sorgente di male che continua a generare l'errore. Perché c'è uno che espia in modo edificante, io non sono scusato di lasciar fare e di lasciar passare. Il soffrire non è un bene in sé e se il Signore ci aiuta a cavare il bene dal male non vuole che noi chiamiamo bene il male, il quale va tolto di mezzo nei limiti della nostra responsabilità e della nostra carità. Il perdono stesso delle offese va all'uomo, non all'azione di lui, la quale rimane giudicata anche dopo il perdono, anzi giudicata veramente e irrevocabilmente solo dopo il perdono.

don Primo Mazzolari, Risposta ad un aviatore [1941], in La chiesa, il fascismo, la guerra, Vallecchi, Firenze 1966.

Cambiamenti strutturali

Lombardia: è straniero un abitante su 10

Sono poco meno di 5 milioni gli stranieri in Italia fotografati dal ventunesimo Dossier Immigrazione curato da Caritas e fondazione Migrantes. Ormai punto di riferimento insostituibile per gli esperti (e non) del settore, il Dossier 2011 è stato presentato oggi in contemporanea a Roma e Milano, dove si sono discussi nel dettaglio i dati lombardi.

I Residenti

In apparenza, non c'è stato un aumento sostanziale del flusso migratorio in Italia: gli stranieri erano 4.919.000 all'inizio del 2010, sono 4.968.000 all'inizio del 2011. Bisogna però considerare, si legge nel Rapporto, «che le nuove presenze sono state oltre mezzo milione, tra regolarizzati e nuovi venuti, a fronte di altrettanti immigrati la cui autorizzazione al soggiorno è venuta a cessare, a prescindere dal fatto che siano rimpatriati o scivolati nell'irregolarità». Insomma, il “pareggio” è dovuto a una rotazione di persone, spesso causata alla perdita del lavoro, che il coordinatore del Dossier, Franco Pittau, valuta molto negativamente: « Non è difficile immaginare che gli interessati, a causa del rigido termine di 6 mesi stabilito per la ricerca di un nuovo posto di lavoro, potranno sentirsi dei vuoti a perdere».  Guardando nel particolare i dati lombardi del Dossier, scopriamo che nella nostra Regione vivono 1.157.000 stranieri, con un aumento dell' 8,4% nel 2010. Il dato conferma la Lombardia come meta prima dei flussi migratori in Italia, seguita da Lazio, Veneto ed Emilia Romagna. Per avere un'idea più precisa: se in Italia 7 abitanti su 100 sono stranieri, in Lombardia sono 10, la maggior parte dei quali si concentra nel capoluogo. Anche se, considerando l'incidenza (cioè il rapporto tra italiani e stranieri in un dato territorio) la provincia in testa è Brescia, seguita da Pavia, Como e Mantova. Ma il dato forse più interessante dell'andamento demografico straniero in Lombardia è quello relativo alle nascite: nel 2010 un neonato lombardo su tre era figlio di migranti, tanto che ogni donna ha partorito in media il doppio di bambini rispetto a un'italiana (2,48 contro 1,25).

Scuole sempre più multi-etniche

Se i tassi di natalità sono questi, non stupisce che le classi siano sempre più muti-etniche. I figli di stranieri iscritti nella scuola italiana per l'anno scolastico 2010-2011 sono stati il 7,9% della popolazione studentesca, un dato medio che è ancora più elevato nelle scuole materne ed elementari. I numeri sono ancora più accentuati in Lombardia, dove lo scorso anno gli iscritti non italiani sono stati il 12,5% della popolazione scolastica: cifre quasi quadruplicate rispetto a 10 anni fa. Da notare: è aumentata la quota di iscritti alla scuola secondaria di secondo grado. Segno che gli alunni stranieri, nati in Italia o ricongiunti in passato, stanno “invecchiando” nelle nostre scuole e quindi sono saliti di livello anche grazie all'investimento nell'istruzione da parte dei loro genitori. Nonostante questo, però, fa notare la pedagogista Graziella Favaro, intervenuta al convegno di presentazione del Dossier a Milano, «ben l'80 % degli studenti stranieri frequentano le scuole professionali, ma solo il 18,7% approda al liceo. C'è il rischio che questa seconda generazione di immigrati sia la prima ad avere un livello di istruzione più basso di quello che i propri genitori erano riusciti a conseguire nel Paese di origine, soprattutto se si tratta di ragazzi ricongiunti e non nati in Italia». Parlare di questi ragazzi come di studenti stranieri è tuttavia ormai più che riduttivo e non solo perché 4 studenti stranieri su 10 sono nati nel nostro Paese. Sulla loro italianità ha detto parole decise il direttore di Caritas Ambrosiana, don Roberto Davanzo: «Ci sono ragazzi che nonostante siano nati in Italia, abbiano frequentato le nostre scuole e parlino meglio l'italiano che la lingua di origine della loro famiglia possono essere un giorno rimpatriati in un Paese che non conoscono solo perché uno dei genitori ha perso il lavoro e con questo il diritto a rimanere in Italia». Per questo Caritas Ambrosiana propone di modificare la legge sulla cittadinanza. «Casi come questi sono più frequenti di quanto si pensi - ha sottolineato ancora Davanzo - e dimostrano che la legge sulla cittadinanza basata solo sul “jus sanguinis” non è più adeguata al nuovo contesto. Dobbiamo far sentire i figli degli immigrati come a casa loro se vogliamo che diventino buoni cittadini italiani. Paradossalmente, invece, al progressivo aumento degli alunni stranieri nella scuola, le istituzioni abbiano risposto riducendo i mediatori culturali».

Crescono i disoccupati

Il tema della perdita del lavoro è un altro dei nodi centrali del Dossier. La crisi si è fatta sentire anche sugli stranieri, che sono arrivati a incidere per un quinto sui disoccupati nazionali. A dimostrarlo ulteriormente un dato molto significativo: per la prima volta è diminuito il volume delle rimesse inviate nei Paesi d'origine, scese del 5,4% a livello nazionale (e del 7,2 a livello lombardo). Ma il Dossier evidenzia anche una notevole vivacità imprenditoriale degli stranieri in Italia:  sono in tutto 228.540 le aziende straniere, 20 mila in più nel 2010, per un totale di 2 milioni di occupati. Radwan Khawatmi, imprenditore di origine siriana intervenuto a Milano al Convegno di  presentazione dei dati ha commentato con orgoglio questi dati, ricordando come la forza lavoro straniera, che ha un età media più bassa di quella italiana e quindi non usufruisce ancora delle pensioni,  versi annualmente oltre 7 miliardi di contributi previdenziali. «D'altra parte - ha aggiunto - non è vero, come spesso si sente dire, che gli stranieri rubino posti di lavoro ai fratelli italiani, perché in genere noi occupiamo i posti di lavoro che gli italiani non sono più disposti a occupare. Anche perché noi siamo più flessibili al lavoro straordinario e se l'azienda si trasferisce ci possiamo spostare con più facilità. Eppure uno straniero è in media pagato il 30% in meno di un italiano». Ovviamente anche il lavoro straniero lombardo ha risentito della crisi: gli occupati stranieri sono calati dell'1,9%, confermando una tendenza che si era manifestata per la prima volta nel 2009, ma che è pur sempre inferiore al dato italiano, secondo cui il calo è del 3,3%. Per quanto riguarda le occupazioni, la maggioranza (61,7%) lavora nel settore dei servizi. Segue l'industria (20,8%) e il settore delle costruzioni (14,4%). Ovviamente i dati vanno diversificati per Provincia: a Bergamo e Brescia gli stranieri sono soprattutto muratori, a Lecco li troviamo per lo più nell'industria dei metalli e a Mantova in quella tessile, mentre a Como e Sondrio sono occupati soprattutto nel settore alberghiero. A Milano prevalgono invece gli impiegati nei servizi. Per quanto riguarda le provenienze, troviamo in testa i lavoratori rumeni (83.430 addetti), seguiti da marocchini (48.047), albanesi (42.680), egiziani (31.993) e cinesi (23.832).

Alternative

Baci e abbracci ai poliziotti "per protesta". È il singolare scenario della manifestazione nelle strade di Bogotà dove oramai da settimane va avanti la protesta degli studenti colombiani  che contestano la riforma scolastica proposta dal governo che prevede tagli dei fondi e investimenti dei privati nella scuola pubblica. In mezzo a slogan, striscioni, manette e bare di cartone che dovrebbero contenere "il defunto diritto fondamentale all'istruzione", alcuni studenti si sono avvicinati alla polizia: baci, abbracci, strette di mano e tanti sorrisi hanno sostituito gli scontri.

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Piccoli mondi chiusi

Il laico pavone

di Francesca Lozito

C'era una volta il laico «pavone». Aveva gli amici, un lavoro, ma la sua vita si giocava tutta lì. Nella parrocchia, nell'Azione cattolica, nella Consulta dei laici pavoni che facevano di qua e facevano di là, in tutte le possibili attività del caso. Salvo dimenticare di fare l'unica cosa che conta poi in questi ambiti: l'esercizio di umiltà. I piccoli mondi hanno la tentazione di chiudersi e non far vedere il resto del mondo. Così il laico pavone faceva una questione di vita o di morte di ogni cosa che faceva. E si creava anche dei problemi che non esistevano perché al di fuori del mondo dei laici pavoni erano cose da nulla, risolvibili. La giusta misura delle cose è un esercizio difficile da portare avanti nel momento in cui la tua porta non è aperta a far entrare aria fresca e nuova, ma anche le difficoltà quotidiane. Perché il laico pavone ogni tanto ha paura del mondo. Di quello che scorre ogni giorno sulle strade: quello delle persone che quotidianamente vanno al lavoro, litigano, poi fanno pace, amano, perdono la testa e poi la ritrovano e con questa magari anche un briciolo di fede. Che si fanno domande e s'interrogano e sono lì ad osservare questo piccolo gruppo di pavoni chiusi in una gabbia dove alle volte manca l'aria per respirare. E dicono: "come sono strani ...". Eppure sono anche loro delle vittime: di loro stessi, ma anche delle comunità in cui si accetta il loro iperattivismo, senza interrogarsi sulle reali ragioni. Si caricano di fatto di compiti che non sempre è detto che debbano fare per forza loro. Spesso nessuno li mette in discussione. Nessuno fa vedere loro la realtà delle cose. Che alle volte sarebbe meglio avere la consapevolezza di essere un "povero Cristo". Uno che ha cadute e dubbi, uno che fa anche delle gran cavolate. Ma vive, libero di essere, di gioire e di sbagliare. Libero di mettersi in discussione, di dire sì e dire no. Libero di vivere in una vita reale, non su una platea dove attendere il plauso e l'applauso. Sereno, come un qualunque figlio di Dio.

Accomunati

Religioni, il dialogo passa dal bene

di Enzo Bianchi

Nella giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo indetta da papa Benedetto XVI si possono scorgere, accanto a una sostanziale continuità con l'iniziativa di Giovanni Paolo II nel 1986, qualche accento di novità. A questa giornata, infatti, sono convocate anche personalità del mondo della cultura che non si professano religiose; inoltre, l'incontro è intitolato «Pellegrini della verità, pellegrini della pace», mettendo così in rilievo come la ricerca della verità sia essenziale perchévi possa essere una ricerca della pace. Quanti presumono di conoscere Benedetto XVI e lo additano sovente come «correttore» dei suoi predecessori hanno gridato al tradimento e alcuni di loro si sono persino rivolti a lui con lettere che lo invitavano a cancellare questa iniziativa. I tradizionalisti scismatici esprimono la loro condanna, e lo stesso fanno anche alcuni cattolici che temono l'evento perché lo giudicano un incoraggiamento al sincretismo o al relativismo, secondo il quale tutte le religioni si equivalgono. Così ancora una volta nella nostra Chiesa, sempre più divisa e conflittuale, si profilano accuse e contrapposizioni che segnano con la diffidenza ogni iniziativa e la rendono occasione per una negazione di chi, lungi dall'avere un'altra fede, semplicemente appare con diversità di stile, di toni, di atteggiamenti pastorali, di modi di porsi nella storia e in mezzo agli uomini. Al di là delle reazioni anche scomposte, la volontà di Benedetto XVI di fare proprio lo spirito di Assisi conferma il cammino di dialogo voluto dal Vaticano II e mostra come la Chiesa cattolica abbia la consapevolezza di una missione veramente universale: una missione, cioè, che riguarda tutti nel rispetto del cammino e delle vie religiose di ciascuno, nella convinzione che tutti gli uomini sono fratelli perché figli di un unico Padre e Creatore e che a nessuno di loro potrà mai essere estraneo il mistero pasquale di Gesù. Va anche detto che molti timori riposano su un fondamentale malinteso: si presume che il dialogo richieda di mettere da parte la propria fede e dimenticare la verità. In realtà, il dialogo implica un'autentica reciprocità, chiede di ascoltare l'altro e la sua fede con rispetto ma, nello stesso tempo, di parlare con parresía della propria fede. Il dialogo interreligioso esige che ciascuno dei due partner conosca la propria tradizione e le resti fedele, che sia un testimone della propria fede senza la pretesa di imporla all'altro. Il dialogo, se ben compreso, fa addirittura parte dell'evangelizzazione, perché è solo dialogando in modo autentico che si assume lo stile di Gesù, lo stile del Vangelo, quello dei discepoli inviati tra le genti.

Il cammino del dialogo è un percorso coerente con la grande tradizione della Chiesa. Fin dai primi secoli i padri della Chiesa, interrogandosi sulle diverse tradizioni religiose in mezzo alle quali i cristiani erano una realtà nuova e minoritaria, discernevano i semina Verbi, cioè la presenza di «semi della parola di Dio», di tracce dello Spirito Santo, di raggi di verità. In tutte le realtà, in tutta la storia ha sempre operato la parola di Dio e insieme a essa, mai da essa dissociato, lo Spirito di Dio; con l'incarnazione, poi, è Dio stesso che si è fatto uomo, carne, e ha abitato in mezzo a noi. La Parola ha sparso i suoi semi di vita nelle culture di tutte le genti, semi che inizialmente sono nascosti ma che poi si sviluppano e appaiono nella storia, nelle diverse culture. Detto altrimenti, Cristo è la verità unica, ma raggi della sua luce si trovano in ogni essere umano, creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Verità, queste, mai smentite, che hanno condotto Paolo VI a constatare che «le religioni... hanno insegnato a pregare a intere generazioni», mentre Giovanni Paolo II attestava: «Noi possiamo ritenere che ogni preghiera autentica è suscitata dallo Spirito Santo che è misteriosamente presente nel cuoredi tutti gli uomini».

Ma a quali condizioni è possibile convocare credenti di diversa fede e religione a pregare per la pace? Quando fu organizzato l'incontro del 1986, in risposta alle diverse contestazioni sollevate nei confronti dell'iniziativa papale si affermò con insistenza che il pellegrinaggio ad Assisi non era voluto per «pregare insieme», ma per «stare insieme per pregare». In tal modo si è ribadita l'impossibilità di una preghiera comune, perché questa è possibile solo tra cristiani di diverse confessioni, che riconoscono il Dio trinitario e confessano come unico salvatore Gesù Cristo. I cristiani non possono fare proprie le formulazioni di preghiera di altre religioni e, reciprocamente, gli altri non vorrebbero certo adottare le preghiere cristiane. La preghiera, eloquenza della propria fede, ci chiede di pregare insieme come cristiani che confessano la fede espressa nel Credo apostolico; ci chiede anche di pregare insieme tra ebrei e cristiani (almeno attraverso i salmi), figli gemelli dell'Antico Testamento che confessano lo stesso Dio e attendono da lui la piena redenzione. Ci è però impedito di fare una preghiera comune e pubblica con credenti di altre religioni: l'unica cosa che è sempre possibile condividere con tutti è un silenzio adorante vissuto gli uni accanto agli altri, nella certezza che Dio vede, unisce, accoglie ciò che sale dal cuore umano come desiderio di bene e di salvezza. Dio conosce chi cerca il suo volto: lui certo vede e crea una comunione che noi non possiamo né misurare né riconoscere. Tuttavia, come ricordava Giovanni Paolo II nel discorso alla curia romana nel 1986, coscienza e fede ci dicono che «c'è un solo disegno divino per ogni essere umano che viene a questo mondo, un unico principio e fine», perché «le differenze sono un elemento meno importante rispetto all'unità che invece è radicale, basilare e determinante».

Noi cristiani crediamo che Gesù Cristo è l'unico salvatore, l'unico mediatore e l'unico Signore degli uomini, ed è proprio questa fede in lui che ci spinge verso gli uomini del mondo, delle diverse culture e religioni, con grande simpatia, con il desiderio di ascoltare ciò che brucia nel loro cuore, con il desiderio anche di imparare da loro, nel dialogo e nel confronto schietto, libero, capace di reciproca accoglienza. Non siamo degli ingenui ottimisti ma, anzi, è con fatica che cerchiamo di assumere i sentimenti, gli atteggiamenti e i pensieri di Gesù, lui che ha voluto incontrare tutti: sani e malati, giusti e peccatori, ricchi e poveri, ebrei e appartenenti alle genti, persone con la fede in Dio o che non conoscevano Dio. Gesù non ha mai giudicato né condannato nessuno, si è addirittura seduto alla tavola degli impuri, dei peccatori e dei maledetti: e come potremmo noi, suoi discepoli, rifiutarci di accogliere qualcuno dei nostri fratellie sorelle in umanità? Sì, noi uomini e donne siamo tutti ciechi in cerca di essere guariti, zoppi che faticano ad andare avanti, balbuzienti nel parlare a Dio, spesso sordi nell'ascoltarlo. Siamo pellegrini in cerca della verità, della giustizia e della pace: tutti invochiamo e attendiamo la salvezza, quella «salvezza [che] non sta nelle religioniin quanto tali, ma è collegata con esse, nella misura in cui portano l'uomo al Bene unico, alla ricerca di Dio, alla verità e all'amore».

Il testo è la lectio magistralis che Enzo Bianchi ha tenuto il 26.10.2011 oggi ad Assisi alla vigilia della preghiera per la pace con il Papa.

Trasparenza

Sui bilanci di parrocchie e diocesi

di Roberto Beretta

(...) Mi chiedo per esempio come mai ancora poche parrocchie e ancor più le diocesi non pubblichino i loro bilanci (qualcuno mi smentisca, per favore, su esempi contrari: ma credo che siano casi rari come le mosche bianche). Per non parlare della stessa Cei: che si limita a dar conto dell'8 per mille, come del resto la legge le richiede. Esiste quasi dappertutto il Consiglio degli Affari economici, è vero, nel quale un rendiconto annuale si presume debba essere reso noto; a volte i parroci più «evoluti» riferiscono le cifre globali delle entrate e delle spese dal pulpito, al momento degli avvisi, o magari nella funzione del «Te Deum» di fine anno... Ma quanto a dare una vera e dettagliata pubblicità del bilancio di questi enti ecclesiastici, ad esempio pubblicandoli sul sito Internet, credo che siamo lontani dall'obbiettivoCerto, non esiste alcun obbligo; ma proprio per questo - e proprio perché siamo in Italia, dove chiunque riesce a farla in barba al fisco viene considerato un furbo - credo che parroci e vescovi dovrebbero dare l'esempio e andare in controtendenza, contribuendo a rovesciare la cultura opportunista nei confronti dello Stato. Non solo, esiste pure una ragione ecclesiale: se davvero infatti siamo una «comunità» e i fedeli sono l'origine prima dei capitali accumulati (e dei debiti contratti), gli «azionisti» diciamo di queste benefiche Spa, sarebbe doveroso presentare un rendiconto periodico e del tutto trasparente all'assemblea dei cattolici. Perchè invece ciò non avviene? Me lo chiedo e pongo alcune ipotesi di risposta, invitando chi mi legge (soprattutto gli ecclesiastici) a correggere e integrare. Anzitutto per ragioni fiscali. Nelle parrocchie e nelle diocesi il «nero» è praticamente fisiologico, basti pensare alle offerte. Metterlo in chiaro iscrivendolo in bilancio significherebbe esporsi agli adempimenti burocratici conseguenti (ricevute fiscali, eccetera) e pagarci sopra le eventuali tasse. Ma una seconda ragione, a mio parere non meno pesante, è non mostrare com'è «ricca» la diocesi o la parrocchia (ovvero quanto è «povera», magari per qualche buco dovuto ad errata amministrazione, ma sono casi senz'altro meno numerosi): il sospetto è infatti che i fedeli - vedendo la cifra d'affari mossa dall'ente - si mettano a pensare che non ha bisogno di ulteriori contributi e dunque diminuiscano le offerte. Poi c'è la ragione culturale italica: i soldi da noi si ostentano, ma la loro origine si tiene il più possibile nascosta. Nessuno deve sapere, perché poi magari fa confronti scomodi, mette in giro sospetti, critica le spese compiute (o evitate), eccetera eccetera. L'ultima ragione che mi viene in mente è che vescovi e parroci considerano l'uso del denaro ricevuto in gestione come una parte irrinunciabile della loro autonomia, e dunque del loro potere. Sottoporlo a un «controllo» dall'esterno sarebbe una limitazione intollerabile. Il risultato è però che nella Chiesa italiana una vera trasparenza per quanto riguarda i soldi ancora non esiste. Per cui suona un po' falsa la suscettibilità dimostrata dai vertici ecclesiali davanti alla recente campagna massmediatica: le generalizzazioni sulla mancata correttezza fiscale degli enti ecclesiastici vanno senza dubbio rintuzzate e confutate, però manca alla fine una reale controprova che vada al di là della generica fiducia attribuita agli ecclesiastici. Ed è anche per questo che «la ricchezza della Chiesa» fa ancora parte del pensiero comune di molti italiani, pure cattolici. Un'opinione ingenerosa, forse, considerato il frutto positivo di tali beni; ma uno dei metodi per scrollarsi di dosso il pregiudizio potrebbe essere appunto pubblicare i redditi di enti, fondazioni, parrocchie, diocesi: tutti, subito e anche se non sussiste obbligo. Proprio come si chiede di fare agli uomini politici e ai partiti, anzi meglio ancora: non sarà mica che un vescovo, in questo, vorrà essere secondo a un deputato?

Più cibo che appetito

«Non potrai mai consumare al di là del tuo appetito. Metà del tuo pane appartiene a un'altra persona e dovresti conservarne un pezzo per l'ospite inatteso». La tovaglia pulita, un servizio di stoviglie migliore, cibi più curati e un velo di serenità su tutti: è un po' questa la sigla del pranzo domenicale nelle nostre case. Ci siamo seduti a tavola, forse si è anche recitata una breve preghiera e si è pronti a un rito che purtroppo sta un po' impallidendo in una società del consumo immediato e del televisore acceso. Quello, infatti, sarebbe il momento per ricordare, soprattutto ai cristiani, questo suggerimento di un poeta libanese, vissuto a lungo inAmerica, e divenuto popolare anche da noi per un suo libro, Il profeta. È Kahlil Gibran (1883-­1931) che ci ripete l'antica lezione della carità fraterna, a partire dalla voce dei profeti i quali ricordavano che il vero culto rivolto a Dio deve consistere innanzitutto nel «dividere il pane conl'affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto, e vestire uno che vedi nudo» (Isaia 58,7). È quella che gli Atti degli Apostoli chiamano la koinonía, cioè la comunione che non è solo quella del corpo e sangue di Cristo nella liturgia, ma è anche la comunanza dei beni coi bisognosi, tant'è vero che agápe, in greco «amore», indicava anche quel banchetto fraterno durante il quale eucaristia e solidarietà s'intrecciavano tra loro (si legga il severo monito paolino in 1 Corinzi 11,17-34). Più "laicamente" ripensiamo alle parole delle Massime e pensieri del settecentesco Nicolas de Chamfort: «La società si divide in due classi: quelli che hanno più cibo che appetito e quelli che hanno più appetito che cibo». Non per nulla per i primi il problema è la dieta, mentre per gli altri è la fame.

Inclusivi

  Parlare di Dio senza confusioni

di mons. Bruno Forte

Che cosa significa per il cristianesimo l'idea che esistano altre religioni universali o dalla potenziale destinazione universale in aree non piccole del pianeta? Sono le altre religioni vie equivalenti al cristianesimo per accedere al mistero della divinità e farne esperienza salvifica? Se sì, a che scopo un cristiano dovrebbe impegnarsi per l'annuncio del Vangelo nel mondo? Se no, quale senso ha il dialogo interreligioso e come intenderlo? La ricerca teologica cristiana, stimolata da incontri emblematici come quello di Assisi nel 1986 e quello del 27 ottobre prossimo, muove fra due estremi. Da una parte, l'«esclusivismo», per il quale nessuna religione salva al di fuori del cristianesimo e le religioni sono al massimo espressione della sete che l'uomo ha di Dio (è il teologo evangelico Karl Barth a costituire il punto di riferimento più alto di questa posizione nel Novecento); dall'altra, il «pluralismo» di carattere relativistico, con teologi che hanno messo in luce la relatività del cristianesimo. Per essi il Logos universale e il Logos manifestato nella storia sarebbero equivalenti e si potrebbe arrivare a Dio anche attraverso il Logos universale, per cui il cristianesimo non è la sola religione assoluta, perché il divino ha più nomi e non si lascia incontrare solo in Gesù Cristo. In positivo, la posizione pluralistica afferma che le religioni non hanno solo valore di supplenza, ma sono risposte umane diverse all'unico mistero divino che chiama, secondo un modello d'interpretazione della salvezza non cristocentrico, ma teocentrico. Molte di queste posizioni pluralistiche riconoscono Gesù come il Cristo, Verbo incarnato di Dio, ma si rifiutano di accettare che la totalità del Logos sia contenuta in lui: l'idea del Cristo diviene così una sorta di categoria teologico-salvifica universale, di cui la rivelazione cristiana non offre che un esempio, fosse pure il più alto (come suggerisce ad esempio il pensatore indiano-catalano Raimon Panikkar). La facile e leggera adesione a questo tipo d'ipotesi teologiche ha portato non di rado a crisi di identità in coloro che per Cristo avevano giocato la propria vita. Queste idee però contrastano con quanto affermano i testi di Paolo e di Giovanni e Gesù stesso, che si presenta come la via necessaria per andare al Padre, oltre che con il discorso evidente che - se ognuno trova la sua via al divino senza bisogno del Dio incarnato - non avrebbero senso le missioni del Figlio e dello Spirito: a che scopo il Figlio di Dio si sarebbe incarnato? Se c'è stata una motivazione dell'incarnazione è perché l'uomo potesse arrivare più facilmente a Dio e arrivarvi autenticamente. Ecco perché fra esclusivismo e relativismo si va configurando nel mondo cristiano la posizione maggioritaria dell' «inclusivismo»: Cristo è l'unico mediatore e senza di lui non c'è salvezza. Tuttavia l'adesione a Cristo può avvenire sia in forma esplicita, sia in maniera più o meno implicita, ad esempio attraverso il desiderio del battesimo per coloro che non possono conoscere ancora Dio in Gesù, ma sono già in certo modo uniti a Dio. Le vie misteriose dello Spirito di Cristo, insomma, raggiungono ogni persona onesta che cerchi Dio e apra a Lui le porte del suo cuore. Ecco, allora, l'importanza di scoprire Cristo quale punto di riferimento irrinunciabile senza negare il rispetto dell'altro. Il senso della singolarità di Cristo si può così coniugare per il cristiano al riconoscimento della dignità di ogni uomo, a quella teologia delle religioni, che vede in esse uno strumento di ricerca autentica dell'incontro con Dio. Peraltro, la sfida delle grandi religioni e del loro rapporto col cristianesimo è quanto mai attuale: l'altro è ormai in casa nostra, concretamente e nel mondo virtuale. Dialogo e proclamazione vanno dunque coniugati. Alcuni offrono alla tesi «pluralistica» come fondamento ermeneutico la considerazione che il pensiero asiatico, specialmente indiano, non si costruisce sul principio di non contraddizione, e quindi sulla contrapposizione, ma sull'allargarsi ospitale dell'identità, che può esprimersi in una pluralità di forme concrete. Non mi sento di condividere questa tesi, perché senza l'accettazione del principio di non contraddizione nessun dialogo o comunicazione vera potrebbe darsi fra gli uomini. Si profila così la validità di un'interpretazione del rapporto fra cristianesimo e religioni all'insegna dell'inclusivismo: mantenendo ferma la necessità del Cristo e della sua mediazione, si prende sul serio la possibilità universale della salvezza secondo tendenze interpretative diverse. Per alcuni pensatori cristiani il cristianesimo compirebbe i valori delle altre religioni, le quali, più che mediazioni salvifiche, sono segnali d'attesa; per altri va riconosciuta una certa sacramentalità delle altre religioni, un loro effettivo costituirsi come vie di trascendenza; per altri ancora è determinante la distinzione fra storia generale e storia speciale della salvezza, in base alla quale le religioni hanno sì il valore di una mediazione di trascendenza, che tuttavia è attuata in pienezza solo nel cristianesimo. Frutto del «déplacement» subito dalla teologia cristiana a causa della pratica del dialogo con le grandi religioni mondiali, la riflessione teologica sulle religioni appare un campo di ricerca tuttora aperto e non poco problematico, anche per le conseguenze che essa comporta sul piano del rapporto fra proclamazione del messaggio e dialogo con mondi culturali e spirituali diversi dal cristianesimo. Esperienze come quella prossima di Assisi, lungi dal favorire confusioni indebite, costituiscono l'occasione per riproporre gli interrogativi accennati in maniera seria e responsabile da parte di chiunque abbia a cuore la verità e la causa di Dio in questo mondo.

in “Il Sole 24 Ore” del 23 ottobre 2011 

Votanti

Il coraggio di indignarsi 

di Arturo Paoli 

Sentirei di mancare di amicizia se non parlassi della mia evoluzione in questo momento, che è la ragione per cui non ho svolto come tutti gli anni la meditazione mattutina strettamente religiosa. La mia vita è sempre stata un passaggio interno, che credo e spero dovuto alla devozione che ho scelto verso lo Spirito santo perché

Memoria liturgica del beato don Carlo Gnocchi

«Da due anni sono Cappellano militare; ma d'onde viene alla mia vita spirituale questo senso tutto nuovo e originale di pienezza, di dilatazione e di gioia, ordinata e virile che erompe dalle mie profondità, anche nelle inevitabili angustie dell'ora e tra gli spettacoli più angosciosi della guerra? Perché altri Cappellani hanno confessato, come me, che la vita militare ha segnato una generosa rinnovazione del loro sacerdozio?

Sta bene: le Messe al Campo nude e solenni, le Comunioni folte e devote dei soldati, sotto la volta chiara dei cieli mattutini, la predicazione alla truppa - e i soldati ti succhian le parole dalle labbra, come i bimbi al seno della mamma -l'accostamento vasto e avventuroso dei lontani; ma siamo sempre nella zona esterna e sentimentale del fenomeno, perché queste forme, se togli la cornice drammatica, della guerra e delle armi, sono più o meno comuni anche al ministero sacerdotale del tempo di pace. E infine riguardano sempre l'apostolato, cioè gli altri.

Qui invece si tratta di un fatto strettamente personale, di una realtà interiore mai prima d'ora sperimentata, di una nuova e felice dimensione dello spirito che riguarda la mia personalità e quella soltanto.

Qualche cosa che nasce dalla immissione profonda dell'individuo nella massa, dalla consustanzialità dell'uomo con la tragedia del suo tempo e della stretta consanguineità con quelli che ne sono i protagonisti più diretti: i combattenti.

È il sentirsi efficacemente e sperimentalmente irradiati nella storia, fatti carne e sangue con la propria gente, attori di primo piano in questo dramma immane che dà allo spirito questa pienezza vitale, questa socialità gioiosa e questa coralità immensa.

La vita ordinaria del Sacerdote può nascondere l'ambigua e difficile tentazione di segregarsi dalla massa, nell'intento di elevarsi, può creare lentamente diaframmi opachi tra lui e il popolo, e stabilire alla fine, negli spiriti meno vigili e meno vasti, uno stato di "splendido isolamento". Ma questo vivere sotto una stessa divisa che tutti accomuna nella stessa dura sorte, questo mangiare lo stesso pane (come è bello, in linea, quando arriva la spesa, mettersi in fila con gli altri per ricevere la razione!), questo dormire uno accanto agli altri, distesi per terra, nell'uguaglianza macerante della stanchezza e del sonno, questo marciare incorporati nel Battaglione, polverosi come gli altri, col sacco in spalla come tutti, cantando a piena voce le canzoni alpine, dà il senso vivo di una comunione così intima e così eroica, che ogni cosa, anche la più umile e ordinaria, si trasfigura nello spirito all'altezza e alla solennità di un rito e di un sacerdozio nuovo.

Due volte questa sensazione corale mi balenò con un'evidenza così luminosa e così prepotente da sobbalzarne come per un'improvvisa folgorazione interiore. La notte che mi svegliai di soprassalto ai bordi della strada sassosa (erano i giorni dell'avanzata in Grecia e all'alt eravamo piombati a terra come sacchi vuoti) e vidi dilungarsi nella luce fredda e lattiginosa dell'alba la fila dei corpi abbattuti pesantemente nel sonno, come una lunga catena di cui mi sentivo vivo e piccolo anello, e provai accanto a me il tepore umano e il respiro grave dei compagni che mi pressavano da ogni parte. E l'altra volta quando mi trovai copiosamente invaso da quei parassiti che i combattenti di tutte le guerre conoscono e che gli alpini chiamano "carri armati". Ne rimasi dapprima sorpreso e quasi avvilito; ma poi sentii scaturire dal profondo un impetuoso sentimento di allegrezza, di vitalità e di fierezza. Per la prima volta, mi parve comprendere - se è permesso - la sublime e oscura follia di san Benedetto Labre che andava levando ai suoi poveri questi ospiti indesiderati, per potersene riempire.

Se non temessi di forzare il significato delle cose, direi che, in questo sentimento, vi è un po' di quella compiacenza e intenzione per la quale il Cristo amava insistentemente chiamarsi "Figliuol dell'Uomo" o almeno l'eco della fierezza paolina per la quale poteva dire ai suoi connazionali: se voi siete ebrei, anch'io lo sono.

E il soldato domanda, esige dal Cappellano questa compartecipazione di vita. Quando, una volta, cedendo alla stanchezza, salii per una tappa sull'autocarretta - e nessuno dei competenti mi invidierà certamente questo mezzo di trasporto - i miei alpini non me lo perdonarono tanto presto. Ci volle un congruo periodo di "buona condotta" perché mi fosse dimenticato l'appellativo di... "Cappellano autocarrato".

Quando invece riesco a dividere pienamente la mia vita con gli alpini, allora, uscendo dai ranghi per la Messa al Campo, mi pare di gustare e attuare come non mai la pienezza e la verità saporosa della definizione paolina: «Il Sacerdote è scelto di mezzo agli uomini e per gli uomini è posto a trattare le cose di Dio». E se non m'illudo, mi pare di cogliere sul volto maschio della mia gente un tenue sorriso di soddisfazione e di fierezza.

Come se uno di loro fosse scelto, per tutti, a salire l'altare e offrire il sacrificio di tutti al Dio onnipotente».

don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 99-101

Al servizio della Parola, che è Gesù Cristo

 Sempre necessario rinnovamento della Chiesa

di Christian Albini

Con il motu proprio Porta fidei, Benedetto XVI ha indetto l'anno della fede che avrà inizio l'11 ottobre 2012. Il riferimento al Concilio è centrale (...): «Ho ritenuto che far iniziare l'Anno della fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II possa essere un'occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo II, "non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa... Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX (Novo millennio ineunte, 57): in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre". Io pure intendo ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a Successore di Pietro: "se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa" (22 dicembre 2005)». Ribadire il valore dei testi conciliari significa non fare marcia indietro (...) su quegli aspetti che hanno portato a una più approfondita comprensione della fede cattolica, come la riforma liturgica, la Chiesa come popolo di Dio, la possibilità per tutti gli uomini (atei o diversamente credenti) di essere associati al ministero pasquale, l'apporto che viene alla Chiesa dall'evoluzione e dalla storia del genere umano, l'ecumenismo, il riconoscimento degli elementi di verità e santità nelle altre religioni... Ho citato apposta alcuni pronunciamenti conciliari che qualcuno ritiene, invece, contrari alla fede. Ma quale fede? La Tradizione della Chiesa trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata dal Signore e dallo Spirito agli apostoli (Dei Verbum, 9), e il magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso. La Chiesa ascolta, custodisce ed espone la Parola la quale costituisce l'unico deposito della fede da cui attingere tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio (Dei Verbum, 10). Il dogma sta sotto la Parola di Dio. È vero nella misura in cui la esprime. Ecco perché, secondo Dei Verbum 8, la tradizione di origine apostolica non è una realtà immobile e stagnante, ma progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: «cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Luca 2,19 e 51), sia con l'intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità». Nell'intima costituzione della fede cristiana, e perciò della Chiesa, vi è un'esigenza continua di rinnovamento. È l'esigenza di ricercare una sempre maggiore fedeltà all'Evangelo e di chiarirne le forme storiche. Mi sembra si possa così esprimere il senso dell'appello di Benedetto XVI a un'«ermeneutica della riforma» nella recezione del Vaticano II. Per intendersi su tale affermazione bisogna uscire dall'uso strumentale, fatto da certi ambienti cattolici, della dicotomia discontinuità/riforma utilizzata dal papa. L'aver respinto un principio di discontinuità e di rottura è stato letto come un'apologia dell'immobilità e della fissità, negazione di qualsiasi novum. Letture del genere hanno dimenticato il termine usato dal papa: «riforma», la quale è continuità con le radici, con l'evento originario, non mancanza di qualsiasi novità. In questo senso, il documento della Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana (2001), al n. 10 specifica che la tradizione «è indispensabile per rendere viva la Scrittura e attualizzarla» e che il Concilio ha respinto «l'idea di una tradizione completamente indipendente dalla Scrittura». Ancora più diretta è la Commissione Teologica Internazionale, nel documento L'interpretazione dei dogmi (1989) dove si legge che, nel processo storico della tradizione, «la Chiesa non aggiunge nulla di nuovo [non nova] al vangelo, ma annuncia la novità di Cristo in maniera ogni volta nuova [noviter]». Ecco perché il papa parla di un processo di novità nella continuità, dove quest'ultima non può che essere adesione alla Parola, legame vitale con essa. Cos'altro è la Tradizione, se non riforma che trae linfa da questo legame? Il pontefice fa consistere la natura della vera riforma in un «insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi», dove identifica l'aspetto duraturo con i principi e il mutamento con le forme concrete della loro applicazione che dipendono dalle situazioni storiche. Quando si parla di principi immutabili, si apre il problema della loro individuazione, ma è certa la loro necessaria coerenza con la buona notizia della salvezza. Ed è qui che si gioca la partita della riforma della Chiesa: nell'abbandono di alcune forme storiche in favore di altre per raggiungere una più profonda fedeltà al Vangelo. Si tratta inoltre di comprendere meglio le verità di fede ed esprimerle in modo nuovo, secondo le esigenze del tempo.

Dio "vulnerabile"

Inno alla vulnerabilità

di mons. Gianfranco Ravasi

Nell'arco di un anno, dal 7 giugno 2009 al 22 agosto 2010, Jean Vanier e Julia Kristeva hanno intessuto una corrispondenza fatta di nove lettere del primo e di dieci più una e-mail da parte della seconda. «Nell'epoca degli sms e di Facebook non pratichiamo più la corrispondenza come una delle belle arti: né testamento, né confessione, né romanzo

Fede è amore... non altro

Il vero discepolo si mostra nella carità

di mons. Piero Coda, teologo

Conosciamo tutti l'inno alla carità che l'apostolo Paolo tesse, con la consueta pregnanza e incisività, nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi. L'agape, rimarca, è excellentior via: la via che tutte le altre sopravanza. Tanto che avere la pienezza della fede, il dono della profezia, la ricchezza della scienza, il distacco dai propri beni a favore degli altri, il più alto spirito di sacrificio, ma non avere l'agape, significa «essere nulla». E cioè, di fatto, non essere attivamente coinvolti nell'evento definitivo di salvezza che si è realizzato, da Dio per noi, in Cristo Gesù. Una così vertiginosa celebrazione del primato dell'agape non è soltanto espressione del genere letterario encomiastico di cui Paolo in questo caso fa un uso magistrale. Basti rileggere con attenzione l'intero epistolario paolino, che pure così radicalmente punta sulla centralità della fede, per rendersi conto che «l'agape è la cifra compendiosa di tutto il mistero cristiano, a partire dai suoi più reconditi fondamenti teologici fino alle sue più tangibili fruttificazioni etiche». Così scrive Romano Penna. Occorre dunque liberarsi dal laccio insidioso di una contrapposizione artificiosa, quando non banale e impertinente, tra fede e carità, che porti a discettare in astratto su quale delle due sia la prima, senza fissare invece l'attenzione sulla vera posta che è in gioco nella sequela di Gesù Cristo. La testa al toro, in verità, l'aveva già tagliata, alla fine degli anni '50, un esegeta di vaglia come Ceslas Spicq, nel suo magistrale e ponderoso saggio su L'agape nel Nuovo Testamento. In esso, tra l'altro, egli illustra il significato di un versetto cruciale della prima lettera di Giovanni, che nella sostanza ripropone la lezione di Paolo: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'agape che Dio ha per noi. Dio è agape; chi sta nell'agape dimora in Dio e Dio dimora in lui» (4,16). «I teologi

Onorare Cristo come Lui vuole... non in altro modo


Dalle "Omelie sul vangelo di Matteo"

di san Giovanni Crisostomo, vescovo

«Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l'avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.

Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell'onore che egli ha comandato, fa' che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d'oro, ma di anime d'oro.

Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l'elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.

Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d'oro e non gli darai un bicchiere d'acqua? Che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l'ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello».

Ci vogliono "evangelizzatori", non "predicatori" o "ripetitori"

Per un'evangelizzazione davvero nuova

di Fabio Colagrande

Benedetto XVI è convinto che la Chiesa debba trovare urgentemente nuovi modi per annunciare il Vangelo. «La Chiesa è anche oggi missionaria. Ma dobbiamo capire i tempi nuovi per fare un nuovo discorso, anche se il Vangelo è sempre lo stesso. Benedetto XVI ci ha detto questo». Così si è espresso il cardinale Scherer, arcivescovo di San Paolo del Brasile, dopo il discorso del Papa alla prima assemblea plenaria del nuovo dicastero vaticano voluto da Ratzinger per promuovere quella che il suo predecessore, Giovanni Paolo II, battezzò 'nuova evangelizzazione'. La famigerata secolarizzazione ha lasciato pesanti tracce anche nei Paesi di vita cristiana e oggi servono nuove modalità di annuncio. È un tema fortemente legato al Concilio Vaticano II, della cui apertura nel 2012 si celebrerà il cinquantesimo anniversario; e la nuova evangelizzazione è stata scelta, sempre da Benedetto XVI, come argomento del prossimo sinodo dei vescovi, fissato per ottobre (...). «Il vangelo non cambia, siamo noi che ogni giorno lo comprendiamo meglio». Questa frase, attribuita a Giovanni XXIII, ricalca ciò che papa Roncalli disse inaugurando l'assise conciliare nel 1962. I contenuti sono sempre quelli, ma vanno approfonditi, per trovare nuovi modi per esprimerli. Tutto sta a interrogarsi cosa può significare per la Chiesa oggi trovare nuovi modi. È solo una questione di strumenti di comunicazione? Certo non basta trascrivere le catechesi e le omelie di cinquanta anni fa sul web. Allora forse vanno trovate anche parole, linguaggi nuovi. Andava in questa direzione l'assemblea plenaria di un altro dicastero vaticano, quello della cultura, tenutasi nel novembre 2010 e dedicata a 'Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi'. Riflettendo su quell'incontro, il cardinale Ravasi disse che per la Chiesa, mettere in discussione il proprio linguaggio significa, seguendo McLuhan, trasformare il proprio messaggio. Una riflessione che rafforza l'idea che non sia sufficiente dare una rinfrescata superficiale ai soliti discorsi ma si debba agire al livello della struttura fondamentale dell'annuncio cristiano. D'altronde il modo è la via, la maniera. E cambiare modi, maniere, percorrere altra strade, significa, pur mantenendo immutati gli obiettivi ultimi, rinnovare radicalmente se stessi. (...) La convinzione di partenza è che la 'nuova evangelizzazione', prima che una questione del 'modus', sia una questione prettamente ontologica. Detta in breve, per comunicare il Vangelo in modo nuovo, servono, prima di tutto, 'nuovi evangelizzatori' che lo annuncino con i fatti e non solo a parole. (...) E' ciò che sottolinea da qualche mese il 'cyberteologo' gesuita padre Spadaro. I cristiani in rete non sono chiamati a fare propaganda, a colonizzarla con i contenuti, ma a vivere diversamente, a testimoniare uno stile diverso, fatto di onestà, apertura, responsabilità e rispetto. Forse solo recuperando questo stile dialogico, relazionale, e dimostrando nei fatti il nostro rispetto per la vita, la famiglia, il bene comune, noi cristiani possiamo aprire davvero l'era della «nuova evangelizzazione». C'è il rischio che presi dall'ardore di convertire con le prediche una società che escluso Dio dal proprio orizzonte ci dimentichiamo di vivere la nostra fede.

Sperando che sia ancora lettore e credente

Con il permesso dell'autore, pubblico una mail che ho ricevuto oggi.

don Chisciotte



«Ciao, don Chisciotte! Ti scrivo sull'indirizzo mail del sito, perché non voglio appesantire con un mio commento le pagine (belle belle) del sito.

La faccio breve: leggevo (leggo... leggerò?) i post del sito perché li consideravo una buona rassegna di alcuni temi ben affrontati (brevemente); la giornata cominciava o finiva con uno spunto di riflessione, anche se non sempre ero d'accordo.

Aggiungo che i brani di autori o personaggi cattolici mi rimandavano un volto ancora interessante, vivace, del cristianesimo di oggi e di ieri.

Come vedi, mi sono ridotto a scrivere i verbi all'imperfetto.

Mi sta scappando la voglia di leggere il sito, perché l'occhio corre ai commenti e... mi cadono le braccia e mi girano le palle.

Potrei anche non leggerli, ma... l'orrido attira!

Mai quanto il bello, comunque. E io in quei commenti non ci trovo nulla di bello (tantomeno gli abiti liturgici rilucenti... ecco, vedi, attizzano in me la voglia di polemizzare ed esce subito il peggio di me, accidenti a loro!).

Non mi sto confessando, però avevo ritrovato, anche grazie a queste pagine, un po' di gusto nel credere al cristianesimo nella Chiesa cattolica.

Ora questo fiume di fango che cerca di sommergere i tuoi post (che poi sono di altri, il più delle volte, e tu li riporti solo), sta sommergendo la mia fede, piccola fin che si vuole, ma sempre fede.

E di questo devo "ringraziare" i paladini dell'ultra-ortodossia. Con me il loro metodo di "convincimento" non ha funzionato.

Marco, lettore o ex-lettore; credente o ex-credente»

Gli oltraggi degradano

Gloria Mundi

di Massimo Gramellini

Non c'è mai nulla di glorioso nell'esecuzione di un tiranno. La vendetta resta una pulsione orribile anche quando si gonfia di ragioni. Ci vogliono Sofocle e Shakespeare, non gli scatti sfocati di un telefonino, per sublimarla in catarsi. Gli sputi, i calci e gli oltraggi a una vittima inerme - sia essa Gesù o Gheddafi - degradano chi li compie a un rango subumano. Dal governo del baciamano ci si sarebbe aspettati qualche parola di pietà nei confronti del vecchio sodale tramutato in un cencio sporco di sangue. Invece è toccato leggere le parole del ministro degli Esteri Frattini, che appena tre anni fa chiamava Gheddafi «un grande alleato dell'Italia» e adesso definisce la sua barbara fine «una grande vittoria del popolo libico». Davvero «grande» anche lui, il signor ministro con delega alla coerenza e alla sensibilità. La Russa non poteva essergli da meno e infatti non lo è stato. Ha detto: «Dobbiamo gioire». Per la nuova Libia, immagino. Ma con che razza di cuore si può abbinare un verbo di festa alle immagini di un corpo trascinato sull'asfalto? Ho vanamente cercato parole simili nelle dichiarazioni dei ministri francesi, tedeschi, americani. Forse i nostri sono solo più ruspanti: parlano prima di pensare, o anche senza pensare, né prima né dopo. (...)

C'è da pensare

Due parole sulla pedana mobile

di Aldo Maria Valli

Due parole sull'uso della pedana mobile da parte di Benedetto XVI domenica scorsa. Perché questa scelta? Il papa, ha detto il portavoce padre Lombardi, sta bene e non ha problemi nel camminare, vogliamo soltanto evitargli alcune fatiche. Ma, domando, se davvero sta bene, come può essere per lui un compito improbo coprire pochi metri all'inizio e alla fine di una celebrazione? Se si è deciso di usare la pedana mobile vuol dire che il papa non sta proprio bene. Ma allora perché non dire semplicemente che il papa fa fatica a camminare? Perché trincerarsi sempre dietro questa ideologia del segreto che non fa altro che alimentare voci, creare sconcerto e diffondere interpretazioni distorte? Perché non ricorrere alla trasparenza? In secondo luogo c'è un problema di contenuto. Il papa trasportato sulla pedana mobile e spinto dai sediari pontifici sembra una statua portata in giro per essere mostrata alla folla. C'è qualcosa di idolatrico, di papolatrico, in quell'uomo issato sul "carrelletto". Se quella di papa è davvero una funzione di servizio, perché smentirla così platealmente e proprio in occasione delle celebrazioni più solenni? Il pastore è uno che cammina alla testa e accanto al suo gregge. Il pastore non si fa trasportare su una lettiga, come un principe o un faraone. L'abolizione della sedia gestatoria ha un significato. Se davvero, come dice il Vaticano, il papa sta bene, farlo trasportare da qualcuno è un gesto che stona e che ha una valenza profondamente anti-conciliare. Ha il gusto di un ritorno al papa re, al sovrano che domina sulla folla e che si distacca dal resto dell'umanità. Si dirà: ma già Giovanni Paolo II usò la pedana mobile e nessuno disse niente. È vero, ma papa Wojtyla stava male, non riusciva più a camminare, e quel trasportarlo apparve a tutti un aiuto necessario per un pastore che, alla fine del suo mandato, non voleva comunque rinunciare a stare tra la gente. L'immagine di Wojtyla sulla pedana non aveva niente di papolatrico perché le condizioni fisiche di Giovanni Paolo II legittimavano l'uso di quello strumento. (...) Benedetto XVI sulla pedana mobile, spinto dai sediari, sembrava una statua, e le statue non camminano accanto alla gente. Le statue si fanno ammirare. Una statua che sta su un piedistallo può essere bellissima, ma è inevitabilmente lontana dalla gente. Giovanni Paolo II, alla fine della sua vita, quando si lasciava trasportare era l'icona della sofferenza e al tempo stesso del coraggio. Benedetto XVI, sorridente e apparentemente integro, con tanto di pastorale in mano, assomiglia invece a una divinità pagana, alla quale occorre rendere omaggio. Tanto varrebbe, a questo punto, ripristinare la sedia gestatoria, magari con il contorno di flabelli e guardie palatine in alta uniforme. Che ne pensate?


Leggendo i commenti a questo testo di Aldo Maria Valli sul sito VinoNuovo.it, ritroviamo lo stile che stiamo imparando a conoscere anche sul nostro sito. Oltre al livore con cui si scagliano contro chi non la pensa come loro, questi commentatori sono caratterizzati dallo stesso cliché: il punto di riferimento con cui valutare la realtà non è il Vangelo, bensì una serie di pre-supposti (l'autorità, la sacralità, l'intoccabilità, l'onore, il mistero...) che prescindono e precedono la Novità di Dio apparsa in Gesù Cristo. Visto che seguire Lui comporterebbe uno "stravolgimento" (conversione) delle priorità, loro non vogliono nemmeno prendere in considerazione questa eventualità. Noi invece restiamo disponibili a lasciarci convertire... ma dal Vangelo!

don Chisciotte


La fine triste dei despoti

Da qualche ora seguo la notizia dell'uccisione di Gheddafi.

Non riesco a felicitarmi della morte di un uomo.

E' sempre triste e drammatica la morte di un despota.

Ho pregato per lui. E anche per una persona cara che è morta oggi e per le migliaia che sono morti senza fama e senza affetti.

don Chisciotte

Problemi veri

Gli affamati

Pubblicata l'annuale classifica della fame nel mondo. 122 i paesi analizzati: di questi 26 hanno ancora livelli di fame allarmante o estremamente allarmante e 19 sono africani. La prestazione peggiore è dell'Rd Congo, che dal 1990 a oggi ha peggiorato il suo punteggio del 63%. La performance migliore, invece, è del Ghana che ha abbassato l'indice del 59%.

Indice globale della fame 2011

Sorprendente fede








Caparezza in questo brano mostra un intuito teologico e una finezza spirituale non comuni.

Molti non arriveranno mai a questi vertici... ma noi anche in questi giorni ne abbiamo bisogno!

don Chisciotte



qui sotto il testo della canzone.



Caparezza

Uomini di molta fede

Album: ?! (Tutto Ciò Che C'è)



Come recente discendente di Salvemini,

dovrei vegliare ma dormo tipo gli apostoli al Getsemani,

scuotimi perché tra uomini di fede vorrei collocazione,

altro che stare tra i porci come Legione, buttarmi a mare privo di nuoto,

devoto a chi ci cammina su piuttosto che a Beelzebul,

chino sul banco, stanco di 'sti professori;

il mio maestro sta coi pubblicani, coi peccatori.

Signori ci siamo, pian piano la promessa fatta ad Abramo é giunta al tempo che viviamo,

inaridita mano guarisci anche di Sabato, i miei occhi vedano come ciechi a gerico,

moltiplico preghiere come pani e pesci, una miriade, vivo nella tempesta tipo Tiberiade,

Erodiade, mi tenti nell'errore nonostante i profeti decapitati per amore.



RIT. Voglio stare tra gli uomini di molta fede, tra chi vede, tra chi ci crede,

solo tra gli uomini di molta fede, perché i disegni dei sapienti sono vani.



Voglio molta fede io, non come un fariseo, magari come un centurione a Cafarnao,

mi ciberò di briciole come un cane ansimante, coerente come un credente praticante,

non come le tante menti della faida, guai a te Corazin,

guai a te Betsaida vai da scribi nascosti nell'alibi degli abiti, perfidi vignaiuoli,

figliuoli per niente prodighi. C'é chi si allontana e viene a bere vino a Cana,

é il seme caduto sulla terra buona,

vuole impiegare i suoi talenti perché il padrone arriva quando meno t'aspetti certi momenti,

senti, da Pagano che sono resto all'erta in attesa che San Paolo mi converta,

aprendomi la porta stretta, quella delle vite misere, do a Cesare quel che é di Cesare ma...



RIT. Voglio stare tra gli uomini di molta fede, tra chi vede, tra chi ci crede,

solo tra gli uomini di molta fede, perché i disegni dei sapienti sono vani.



Voglio me tra chi é di fede, non tra chi si crede di fede ma lede la lode,

zero fedi per mode, quando il verbo s'ode è il cuore che infonde la fede che fende le onde,

onde evitare di darsi al piacere con chi confonde, fede diffonde quiete,

in fondo miete grano, zero zizzania dove passa la sua mano, strano che prima ero lontano,

com'é che un tempo odiavo ciò che adesso amo?

Se non è questo un richiamo sarà un ricamo sull'anima, vino da annacquare con lacrima,

fisica dimora per ora perchè la merito, più in là si vedrà dove dimorerà il mio spirito,

al seguito di un motto proverbiale: meglio fare del bene che non fare niente di male.



RIT. Voglio stare tra gli uomini di molta fede, tra chi vede, tra chi ci crede,

solo tra gli uomini di molta fede, perché i disegni dei sapienti sono vani.

Fare della Chiesa anzitutto una famiglia, non una istituzione

Una giornalista in Consiglio pastorale

di Francesca Lozito

Cosa ci fa una giornalista in Consiglio pastorale? Ah, francamente me lo chiedo anche io che sono il soggetto in questione. Domenica scorsa in tutta la diocesi di Milano si è votato per il rinnovo di questi importanti organismi di partecipazione che hanno di certo delle declinazioni specifiche in ogni singola parrocchia o Comunità pastorale. (...) La cosa è nata assolutamente per scherzo. Ma mi aspetto di fare un'esperienza di "comunione" autentica e di certo ce la metterò tutta. Credo valga la pena di raccontarne la genesi per sommi capi. Senza prendersi troppo sul serio, che per lavoro ne ho sentite queste settimane un po' di tutti i colori. "Ah io mi ricandido perché dobbiamo rifare l'oratorio" mi ha detto una signora di una parrocchia della prima Brianza. E non posso negare che io di fronte a queste questioni di "bassa manovalanza" sono un poco spaesata: penso troppo, sono troppo poco concreta. Ma torniamo alla mia vicenda. Il prologo: fine estate, chiacchierata post cena col don dell'oratorio: "Ahahaha ma potresti candidarti per il consiglio pastorale". Mia risposta, secca: "Beh, io non vengo a scaldare la sedia, di impegni ne ho già un po'". (...) Dalla mail che ho scritto al parroco (...): "Primo: io ho fatto la Fuci quando ero universitaria e credo che il mio rapporto con gli strumenti di rappresentanza all'interno della Chiesa si sia chiuso lì. Buona palestra di mediazione, ma ho dato. Secondo: ribadisco che non vengo a scaldare la sedia. Terzo: credo che queste esperienze si debbano vivere in cordata e dunque se c'è un gruppo di persone con cui si può costruire qualcosa bene, altrimenti una singola candidatura è come la rondine che non fa primavera. (...)". Mi aiuteranno questi amici ad essere tollerante nei confronti di quei personaggi secolari e intemperanti con cui capita spesso di imbattersi in questi contesti e che anche nello specifico nostro non mancano. Porterò un po' della mia voglia di vivere una Chiesa diversa, magari un po' più aperta nei confronti di tante di quelle persone che non riescono ancora a trovarla accogliente e si fermano sul sagrato. Avremo bisogno di pregare, molto, certo, per vivere appieno quel senso di comunità, senza il quale non possiamo pensare di fare neanche un passo. L'ho appena sentito dire dal nostro nuovo arcivescovo e lo ripeto qui: "Spesso pensiamo alle nostre parrocchie come a delle aziende. E, invece, sono come delle famiglie". Le mie ansie un po' scompaiono. Mi sento ben accolta.

Sintonia

Lo sgabuzzino del dissenso

di Roberto Beretta

Più che un «cortile», mi basterebbe anche un'«anticamera», un «salottino», magari un «ripostiglio» o uno «sgabuzzino».... Ma un luogo in cui poter esprimere le mie perplessità, le mie critiche, il mio dissenso vorrei poterlo avere nella Chiesa, così come ce l'hanno (per fortuna!) persino i fedeli di altre religioni o gli atei. Perché sì, il paradosso è che si organizzano le «cattedre dei non credenti» e i «cortili dei gentili» per dar voce e ascolto a quanti sono fuori dal cattolicesimo - e la cosa mi sembra molto interessante e utile, lo ripeto -, però se un cattolico apostolico romano fin dall'infanzia, normalmente praticante o finanche «impegnato» in qualche ruolo ecclesiale, avesse mai desiderio di dire la sua sulle questioni della pastorale o della liturgia o di altri settori della vita cristiana: dove, quando e chi troverà che lo ascolti con pari spazio e attenzione? Sì, vorrei per me non dico un «pulpito del critico» ma almeno uno «sportello del dissenso», in cui segnalare con libertà e franchezza ciò che nella Chiesa vedo di storto - e, siccome ci vivo dentro da parecchio e abbastanza a fondo, forse vedo meglio di altri qualcosa che sarebbe utile correggere. Purtroppo, però, così come risulta gratificante instaurare un dialogo con i «lontani» e spalancare la mente ai punti di vista e alle prospettive di coloro che sono «fuori» (si fa anche la bella figura di chi è «aperto» e missionario...), per chi abbia la presunzione di puntare il dito dall'interno uno spazio non c'è. Si obietterà: «Vinonuovo.it» è anche questo! Certo, è vero: per me questo blog è una finestra in cui esporre pubblicamente le opinioni e le osservazioni che altrove non potrei nemmeno pensare di scrivere. E' dunque una boccata di ossigeno che mi è preziosa, se non indispensabile, per continuare a credere nella possibilità di comunicare la Chiesa in cui mi piacerebbe abitare. Una visione che oggi è critica, sì, e anche spesso delusa: ma che cosa ci posso fare se, dopo 50 anni di vita passabilmente cattolica, mi trovo ridotto a questo modo? Mi piacerebbe poter dire il contrario, ovvero quello che i preti mi hanno sempre insegnato: la Chiesa non teme la verità, quale essa sia; la libertà di coscienza è un valore indispensabile («irrinunciabile»?) alla fede; la comunità si arricchisce dei doni di ognuno, esercitati secondo la sua matura responsabilità e la sua «grazia di stato»; in un gruppo di fratelli c'è spazio per tutti, anche per coloro che esercitano il fastidioso diritto alla critica... Purtroppo non è così, o almeno a me non pare proprio. Non mi voglio piangere addosso, per carità! Non sono né il primo, né l'ultimo a trovarmi in questa situazione e anzi ringrazio Dio che ci ha regalato «fratello Web» perché anche il singolo più isolato e bastian contrario possa allargare la cerchia del suo pubblico potenzialmente all'infinito. Voglio solo rimarcare che uno spazio analogo, a livello istituzionale, non è previsto; tutti possono parlare nella Chiesa, ovviamente papi e cardinali, vescovi e preti, e poi atei devoti e filosofi non credenti, uomini dubbiosi e persone «in ricerca». Noi criticoni invece no. Per questo vorrei tanto che qualche Pontificio Consiglio istituisse l'«angolino del rompi»; se non a Parigi, magari a Gallarate.

Priorità

Il valore etico dell'idea di una «decrescita felice»

di Giannino Piana, teologo moralista

Nonostante la crisi economica mondiale, la convinzione che è possibile una crescita illimitata è ancora oggi largamente diffusa, al punto che è divenuta l'ideologia dominante della nostra società. La misurazione di ogni scelta personale e sociale secondo criteri mercantili e quantitativi, l'affermarsi di una competitività radicale, la tendenza a ricercare il profitto immediato e il guadagno facile sono altrettanti assiomi che stanno alla base di tale orientamento e che hanno acquisito una consistente credibilità a seguito del crollo dei sistemi a economia pianificata dei Paesi del socialismo reale e della conseguente rivincita di una forma di capitalismo selvaggio favorito dal processo di globalizzazione in corso. La logica che soggiace a questa ideologia dell'espansione continua è la logica dell'«avere» e del «consumare», la quale si appoggia sulla creazione di bisogni sempre nuovi, indotti dall'esterno mediante la pressione sociale - i media esercitano al riguardo una funzione determinante - e in larga misura alienanti. Le conseguenze di questo processo, che qualcuno ha giustamente definito come una delle peggiori e più disastrose utopie, sono oggi sotto gli occhi di tutti. L'accumulo della ricchezza privata con sempre maggiori spoliazioni collettive e perciò con l'incremento della marginalità sociale, il crescente indebitamento degli Stati - il nostro ha, in proposito, un primato poco lusinghiero - , la riduzione del lavoro a merce con la tendenza al ridimensionamento dei salari e dei diritti e, da ultimo (ma non ultimo per ordine di importanza), l'ampiezza della crisi ecologica, a causa sia del degrado ambientale che della progressiva riduzione delle risorse disponibili, denunciano il verificarsi di una situazione dai risvolti drammatici. Se poi si allarga lo sguardo - come oggi è doveroso fare, stante la stretta interdipendenza esistente tra i vari popoli della terra - al contesto mondiale, appaiono evidenti i segni dello stato di grave squilibrio in atto e delle profonde ingiustizie che ne sono la causa. L'economia dei Paesi ricchi, che crea forme di sperequazione intollerabili nella distribuzione della ricchezza sia tra le nazioni che tra le classi sociali, scarica il suo impatto globale sugli ecosistemi dei Paesi più poveri, accentuando le condizioni di disagio in cui vivono. La considerazione che la crescita non può essere infinita, che ha dei limiti che devono finire per imporsi, non è, d'altra parte, di per sé nuova. Già agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso il Mit (Massachusetts Institute of Technology) con il rapporto sui Limiti dello sviluppo (Milano I 972) - la traduzione corretta del testo originale inglese sarebbe piuttosto «limiti alla crescita» - metteva in evidenza con chiarezza come la crescita economica non avrebbe potuto continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali e della limitata capacità di assorbimento delle sostanze inquinanti da parte del pianeta. La consapevolezza di questo fatto è cresciuta negli ultimi decenni, al punto che vi è chi ha cominciato a teorizzare la «decrescita» - il primo a introdurre tale ipotesi è stato Serge Latouche, noto economista ed ecologista parigino - come via da percorrere per ristabilire gli equilibri infranti e dare avvio a un processo di vera umanizzazione. Lungi dal costituire una rinuncia che mortifica le possibilità di espressione della persona, la decrescita, che comporta il rifiuto del consumismo e l'abolizione del superfluo, è considerata da chi la sostiene una opportunità - per questo si parla di decrescita «serena» o «felice» (a questa ultima dizione si rifa in particolare il movimento fondato in Italia da Maurizio Pallante) - , cioè come un mezzo per dare sempre più spazio ai valori immateriali, a quelli relazionali in particolare, e per migliorare la qualità della vita. Essa implica anzitutto l'adozione di alcune scelte prioritarie in campo socioeconomico e politico, quali l'attenzione privilegiata ad assicurare a tutti cibo e farmaci, la preoccupazione per la preservazione della biodiversità, la regolazione del clima, la depurazione delle acque e dell'aria, la protezione dalle inondazioni, la prevenzione dalle malattie, ecc. Ma implica anche l'adozione di precise scelte personali, quali la pratica del riciclo dei rifiuti, la preferenza data alle energie alternative, l'abolizione degli sprechi alimentari e dell'abuso di risorse naturali; e l'elenco potrebbe continuare. La posta in gioco è, in definitiva, culturale ed etica. Si tratta di decidere se si vuole assegnare il primato alla ricerca del benessere economico a ogni costo o si vuole invece privilegiare la ricerca della felicità, la quale implica anche la limitazione dei bisogni materiali - specialmente se superflui o alienanti - e l'acquisizione di stili di vita capaci di fare spazio a istanze valoriali che restituiscano alla vita il suo senso vero e favoriscano una più equa distribuzione dei beni tra gli uomini. A queste condizioni infatti la de-crescita acquisisce un significato altamente positivo poiché diviene occasione di una autentica crescita umana.

in “Jesus” n. 10 dell'ottobre 2011

Amori sgrammaticati

Si chiama "Amori grammaticalmente scorretti" l'album fotografico nato su Facebook che raccoglie le immagini di alcune dichiarazioni d'amore sgrammaticate scritte su muri e strade d'Italia.

Clicca sull'immagine per andare alla rassegna fotografica.

 

Responsabili

Un'etica della responsabilità ambientale per tutta la terra

di Enzo Bianchi

Dopo secoli in cui la natura era più forte dell'umanità e l'uomo doveva difendersi da essa, oggi è proprio l'ambiente che è diventato fragile, sovente vittima dell'uomo, al punto che l'uomo ormai con la sua potenza nucleare è in grado di distruggere la terra. Così siamo diventati al massimo grado responsabili della terra e della nostra potenza: in quest'ottica ciò che è più difficile è non cedere all'eccesso e alla dismisura. La sfida etica ci chiede di acquisire la padronanza del nostro potere tecnico-scientifico, ponendo un limite alle nostre azioni e ai nostri progetti e riconoscendo che esistono diritti della natura, dell'ambiente, di tutti i nostri co-inquilini sul pianeta. Occorre fare questo passo a livello di coscienza sociale, fino a esprimere questi diritti mediante istituti e legislazioni giuridiche. E se l'ambiente è titolare di diritti, noi umani abbiamo dei doveri, una precisa responsabilità che, se non assunta o violata, ci rende trasgressori della legge necessaria all'abitare la terra, al costruire un mondo più sinfonico e più bello. È quindi necessaria un'etica della responsabilità che si preoccupi dell'avvenire della specie umana e della terra. Hans Jonas l'ha così formulata: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra». Se un tempo la responsabilità significava rispondere dei propri atti passati e presenti, ora essa è tale anche verso l'avvenire del pianeta e dell'universo. È il futuro in cui gli abitanti della terra saranno le nuove generazioni, i nostri figli, i nostri nipoti, che richiede la mia responsabilità oggi, perché oggi l'uomo può distruggere la terra: da questo potere nascono obblighi e doveri. Come siamo giunti a elaborare un «contratto sociale», così oggi dobbiamo andare al di là del sociale e del politico per elaborare un «contratto naturale», un contratto con l'ambiente! Questo senza mai dimenticare che questione ecologica e questione sociale sono due aspetti del medesimo disordine da noi provocato, due frutti della medesima volontà di potenza, del medesimo sfruttamento che non conosce doveri né limiti, del medesimo edonismo che pensa solo a se stessi, senza gli altri e contro gli altri. Quando si giunge a trattare le persone solo in funzione della loro capacità di produrre e di possedere, si finisce anche per trattare la natura e gli esseri viventi solo in funzione di un loro possibile sfruttamento, del loro valore di mercato

Completo rinnovamento

«Esiste una lunga, spessa muraglia, che separa in due campi chiusi la Chiesa e la società umana. Il primo compito sacerdotale dei nostri giorni è di prendere coscienza di questo fatto e guardare il mondo in faccia [...]. Il prete d'oggi si chiede: di fronte a questo orizzonte che il fumo delle officine oscura, di fronte a queste università e questi laboratori nei quali nascono tanti problemi e tante scoperte, che devo fare?». «Il dolore, l'angoscia dei preti di oggi è di sentire che il 'paese reale' vive e si costruisce senza di loro e che essi vi sono estranei. Quando si esaminano, prendono coscienza che l'essenziale del loro ministero è consacrato al gregge dei fedeli. Ma con questa differenza, che la proporzione si è rovesciata: è alle pecore perdute che occorreva andare ma, di fatto, sono le pecore che restano quelle che occupano gran parte delle loro giornate». «La cristianizzazione di questo nuovo mondo, il moderno mondo urbano, richiede un completo rinnovamento intellettuale; ci vorrà forse del tempo per riuscire a disfarsi degli antichi metodi, propri della cristianità medievale».

card. E. Suhard, Il prete nella società. Lettera pastorale per la quaresima 1949.

Il rilievo realmente dato (concesso) ai laici



L'immagine che trovate qui sopra è tratta dal sito ufficiale della diocesi di Milano.

Da settimane è presente il boxino che annuncia le elezioni dei Consigli Pastorali.

A giudicare da quello che - secondo le autorevoli autorità che li hanno istituiti - dovrebbero essere i Consigli (denominati sul sito "organismi di partecipazione") questa dovrebbe essere la notizia più importante del momento (ammettiamo che possa essere stata superata nelle scorse settimane dall'ingresso del nuovo arcivescovo)...

invece lo spazio in Home Page è sempre rimasto di quelle dimensioni (anche se lo Speciale è stato via via arricchito di alcuni materiali); persino oggi, giorno delle votazioni, è rimasto lì, schiacciato tra tre notizie di rilievo relative all'arcivescovo.

Il boxino è addirittuta più piccolo di quello che annuncia la presentazione del nuovo (blasonato e costoso) nuovo evangeliario.

Il valore che viene effettivamente riconosciuto ad una realtà si capisce... dalle piccole cose!

don Chisciotte

Elezione dei Consigli Pastorali Parrocchiali

Il "consigliare" nella Chiesa

di Carlo Maria card. Martini, Conversazione al Consiglio Pastorale Diocesano, 15 aprile 1989

(...) Strettamente connessa con la prudenza - prosegue san Tommaso - è la eubolia, la rectitudo consilii, cioè la capacità di ben consigliare.

Non esiste decisione saggia, prudente, se precedentemente non c'è stato un processo di consiglio. Questo processo implica due cose: la capacità di ben consigliare in coloro che sono chiamati a dare consiglio, e la docilità in coloro che devono rendersi disponibili a quanto viene consigliato.

L'Aquinate sottolinea l'importanza di questa docilità che è pure parte integrante della prudenza, per chi ha delle responsabilità. Nessuno, infatti, è in grado di avere sempre la conoscenza sufficiente e globale della situazione su cui deve decidere e per questo ha bisogno della collaborazione di persone sperimentate e prudenti che lo aiutino.

E poiché, sempre secondo san Tommaso, la prudenza e la capacità di consigliare sono proprie di tutti i cristiani, anche i nostri Consigli fanno appello a tale capacità di consigliare, per il bene della comunità.
(continua - fai il download dell'intera meditazione dalla sezione Testi)

Oggi manifestazioni in tutto il mondo

99%

di Massimo Gramellini

«Noi siamo il 99 per cento», gridano gli Indignati in tutte le lingue del mondo. E 99 è già diventato il numero simbolico della protesta, l'emblema di una crisi che mortifica i tantissimi per privilegiare i pochissimi. Sarà che nell'Occidente delle culle vuote i giovani sono troppo rari per fare da soli, ma questa è la prima generazione che pretende di rappresentarci tutti, non solo gli studenti e gli operai come avveniva nel Sessantotto, ma anche quel ceto medio che all'epoca del benessere era il più conservatore del mondo, mentre oggi si ritrova trascinato sull'orlo della miseria dal crollo dello Stato Sociale.

L'enfasi sul 99 lascia intendere che deve esserci un 1 che se la spassa alle spalle degli altri. (...) La morale è che basta 1 a rovinarne 99. Vale per tutti, ragazzi, anche per voi: attenti a quell'1 con la testa calda che si annida in qualsiasi corteo e può pregiudicare i messaggi giusti dei 99 con un gesto violento e dunque sempre sbagliato.

Ne abbiamo bisogno!

Preghiera per quelli che creano con lo spirito

di Karl Rahner (1904-1984), Nuovi Saggi II.

Dio eterno, creatore di tutti gli uomini e di tutte le cose, visibili e invisibili, Dio della storia, Signore e meta, forza e luce di ogni cultura, ti supplichiamo per quelli che creano la cultura.

Signore, chi mai prega per loro? Eppure lo sappiamo: Tu vuoi la loro meta e la loro forza creatrice, il loro lavoro e la loro opera. Perché tu vuoi l'uomo nello sviluppo integrale, sempre nuovo nella sua essenza, vuoi l'uomo che è opera tua. Ami l'uomo, che operando realizza il suo essere, trova ed esprime la sua essenza, che è un'immagine e una similitudine della tua gloria. Ciò che essi, per tuo volere, devono essere, lo possono essere solo con la tua grazia, Padre dei poeti, eterna origine di ogni luce, Spirito di ogni vera ispirazione.

Per questo ti preghiamo e invochiamo su di loro il tuo Spirito: suscita fra noi uomini dalla forza creatrice, pensatori, poeti, artisti. Abbiamo bisogno di loro.

Anche nei loro riguardi è vero dire che l'uomo muore di fame con il solo pane materiale, quando manca del nutrimento della parola che procede dalla tua bocca.

Concedi a questi giovani il coraggio di seguire la loro vocazione, di portare il peso e il dolore di questa chiamata, di non tradire la missione correndo dietro al denaro e al facile plauso dei superficiali, che cercano solo di divertirsi. Quando essi nella parola e nell'immagine, nella musica e nel gesto esprimono ciò che è nell'uomo, perché annunciano quello che provano, fa' che dicano tutto.

Concedi loro di sperimentare che l'uomo non è solo l'inferno chiuso nella sua nullità, ma che è anche il bel paese benedetto, sopra il quale sta il cielo della tua infinitudine e libertà. Essi non devono averti sempre sulle labbra: ti chiamino per nome solo quando li riempie il soffio della beatitudine sicura o del dolore estremo. Altrimenti ti lodino col silenzio. Anch'essi devono portarti silenziosamente nel cuore da cui sgorga la loro opera. Allora il più piccolo canto è ancora un'eco del giubilo del tuo cielo, e le loro composizioni sugli oscuri abissi sono ancora pervase dalla tua misericordia e da una nostalgia verso la luce, la giustizia e l'eterno amore. Allora perfino il tentativo di divertire è ancora un riflesso della mite pazienza, con cui tu ami noi nella nostra vita di ogni giorno.

Dà loro il coraggio della luce e della gioia. Nell'oscurità di questo tempo, con la meschina povertà dei nostri cuori, tale coraggio è grazia tua. Concedila loro, perché abbiamo bisogno di questo coraggio. Dà loro il coraggio della distinzione e della decisione. Non sono chiamati a sofisticare. Però le loro opere devono lasciar trasparire che le ha create un cuore indiviso, che, aperto a tutto, pure in tutto cerca te e tutto in te, e non conosce una pace vile fra il bene e il male, la luce e le tenebre.

Dà loro il coraggio per un inizio sempre nuovo, perché solo così trovano la loro origine nel vero originario. Fa' che dicano ciò che il tuo Spirito ha messo loro nel cuore, non quello che vogliono udire i potenti, ripieni di mediocrità. Quando fanno l'esperienza dell'inutilità, della rovina della loro creazione, dell'insensibilità del loro tempo, fa' che credano ancora che davanti a te l'inutilità non è inutile, che tu hai guardato con entusiasmo la loro opera e che hai preso dolcemente sul tuo il loro cuore spezzato.

Il tuo Verbo eterno, splendore della tua essenza e immagine della tua gloria, è venuto di persona nella nostra carne, ha assunto tutto l'umano come sua realtà, ha - con più potenza e più amore di ogni altro creatore verso l'opera delle sue mani - collocato lo stesso suo cuore nel centro del prodotto della sua mano, affinché l'uomo stesso sia l'espressione e l'immagine della tua gloria.

Per questo, lo si sappia o no, ogni creazione culturale è diventata un frammento della storia propria del tuo Verbo, poiché tutto è diventato suo mondo, nel quale egli venne per viverci, soffrirvi e per trasfigurarlo con sé, mondo cui il tuo verbo è congiunto in eterno.

Fa' che lo comprendano quelli per cui ti preghiamo. Quello che essi creano è inevitabilmente o un pezzo della croce alla quale inchiodano colpevolmente il tuo Figlio, e quindi il loro giudizio, oppure è una parziale venuta del suo Regno eterno, e quindi la loro grazia.

Perché questo Regno non viene soltanto dall'esterno come fine e giudizio del mondo. Esso viene come la segreta grazia dal centro della realtà terrena, da quando il tuo Verbo, calandosi nella creazione, è diventato il cuore di tutte le cose. Perciò quello che essi creano può e deve essere una promessa che il tuo Regno eterno sta per venire, il Regno della verità e dell'amore, il Regno della trasfigurazione dell'uomo costituito di corpo e di anima, di terra e di cielo.

Concedi loro che siano araldi e costruttori del Regno, nel quale, trasformato e trasfigurato, è salvato per l'eternità tutto ciò che l'uomo, quale partecipe alla tua potenza creatrice, ha plasmato.     Lo Spirito di tuo Figlio venga su di loro, affinché il tuo nome sia lodato adesso, in questo tempo, e nell'eternità delle eternità.

Amen.



Titolo originale: Gebet für geistig Schaffende, in Schriften zur Theologie, VII, Benziger, Einsiedeln, 1966, pp.401-403 - Pubblicato la prima volta in Der grosse Entschluss 10 (1954 ) 9-10. Versione di M. Morelli.

Ricordi

Lo show dell'autunno sulle Crete Senesi

Spettacolari immagini raccolte da Max Rossi in queste prime giornate d'autunno nei pressi di Asciano. L'area è quella, famosa, delle Crete Senesi, situata a sud-ovest del capoluogo, e subito a nord dell'altra, spendida, zona di Montalcino, Pienza e Castiglione d'Orcia. La caratteristica terra, chiamata mattaione, è una reminescenza del Pleistocene, (2,5- 4,5 milioni di anni fa), quando la zona era sommersa. Il suo particolare colore, associato a quello autunnale dei campi, offre spunti fotografici notevoli, da manuale della fotografia di paesaggio. Uno scenario quasi lunare, accentuato, in molte delle immagini, dall'uso del superteleobiettivo che schiaccia la prospettiva, accentuando la forza grafica dell'insieme. Comunque da vedere, magari soggiornando un weekend in agriturismo, in un'area che durante la stagione della vendemmia ha davvero parecchio da offrire.

Il criterio fondamentale della vita di un ministro ordinato

 Il pastore dà la propria vita per la vita del gregge

“Io sono il buon pastore” (Giovanni 10,11). A Cristo compete chiaramente di essere pastore. Infatti, come il comune gregge viene guidato e pascolato dal pastore, così i fedeli sono ristorati da Cristo con un cibo spirituale, con il suo corpo e il suo sangue... Ma siccome Cristo ha detto che il pastore entra per la porta e che egli è la porta, mentre qui dice di essere il pastore, ne segue che egli entra attraverso se stesso... perché rivela se stesso e per se stesso conosce il Padre... Nessuno dice di sé di essere la porta. Questo, Cristo lo riservò solo per se stesso. Mentre partecipò ad altri il compito di essere pastori: “Vi darò, dice la Scrittura, pastori secondo il mio cuore (Geremia 3,15). Sebbene, infatti, i capi della Chiesa, che sono suoi figli, tutti siano pastori, tuttavia dice di esserlo lui in modo singolare: “Io sono il buon pastore”, allo scopo di introdurre con dolcezza la virtù della carità. Non si può essere infatti buon pastore se non diventando una cosa sola con Cristo e suoi membri mediante la carità. La carità è il primo dovere del buon pastore, perciò dice: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Giovanni 10,11). Infatti c'è differenza tra il buono e il cattivo pastore: il buon pastore ha di mira il vantaggio del gregge, mentre il cattivo il proprio. Nei guardiani delle pecore non si esige che, per essere giudicati buoni, espongano la propria vita per la salvezza del gregge. Ma siccome la salvezza del gregge spirituale ha maggior peso della vita corporale del pastore, quando incombe il pericolo del gregge ogni pastore spirituale deve affrontare il sacrificio della vita corporale. Questo dice il Signore: “Il buon pastore offre la sua vita per le sue pecore”. Egli consacra a loro la sua persona nell'esercizio dell'autorità e della carità. Si esigono tutte e due le cose: che gli ubbidiscano e che le ami. Infatti la prima senza la seconda non è sufficiente. Cristo ci ha dato l'esempio di questo insegnamento: “Se Cristo ha dato la sua vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Giovanni 3,16)”.

s. Tommaso d'Aquino, Esposizione su Giovanni, cap. 10,3

Una "distanza" salutare

La creazione non è un istante ma una trama incompiuta

di Haim Baharier

Intervento di Haim Baharier, studioso ebreo di esegesi biblica, nell'ambito della giornata conclusiva del festival Torino Spiritualità.



Rabbi Zadoq Hakohen, maestro hassidico, sosteneva: «La verità va perseguita e l'intelligenza deve essere al servizio della verità. Quando però l'intelligenza contraddice la verità, l'intelligenza non va né piegata né soffocata. Occorre dire non so, e studiare». Spaccati tra creazionisti e anticreazionisti, gli studiosi di fine Ottocento non raccolsero la lezione di Zadoq come battuta riconciliante. La diatriba perdura ancora oggi. Ogni serio studioso sa bene che il problema non è considerare il testo biblico verità o meno. È invece scorgere un percorso tra le boe senza mai considerarle punti fermi, acquisiti una volta per tutte. Si può annegare nelle certezze o aprirsi alla pluralità. Nel testo della Creazione ciò che sorprende è che né Dio né l'uomo si pongono come entità sfumate; anzi, si presentano come due evidenze che si confermano a vicenda. Quasi volessero deviare il nostro interesse verso ciò che la tradizione ebraica considera l'enigma più grande nell'ambito della creazione: il mondo. Un mondo che nasce prima di tutto come tempo, non come luogo. Secondo la Torah, cieli e terra vengono poi, una materialità successiva a quel «in principio» (Genesi 1,1) che è innanzitutto accensione del tempo. A contropelo rispetto al primo impulso del pensiero che lega a maglie strette spazio e tempo, la Torah viene a dirci che tra il tempo prima e lo spazio dopo, si annida (o si estende, non lo sappiamo poiché lo spazio è ancora di là da venire!) la volontà creatrice. Chi crea libera per fare posto, si stringe, si ritira. Perché è lo spazio concesso che permette all'altro di vivere in dignità. Si dona l'essere all'altro da sé. Tra tempo e luogo germina non una legge metafisica, ma un imperativo morale. Potremmo spiegare che la Genesi biblica, Bereshìt in ebraico, custodisce questo principio nella sua lettera iniziale ebraica Bet, che ha valore di due: da assumere prima come un due temporale, poi spaziale, in quanto numero minimo per dare un confine, per avere un vicino... Concetto non facile da digerire e che è anche suggerito da una mishnà secondo la quale il mondo è stato creato con dieci dire. Perché dieci dire, quando - ci immaginiamo - sarebbe bastato un solo colpo d' interruttore? Si parla del Creatore e Lui non dovrebbe avere di questi problemi. Intuiamo dalle parole parsimoniose della Bibbia quanto poco Egli sprechi. La mishnà avverte che questi dire molteplici non esprimono una vicinanza tra la parola e l'effetto di questa parola, bensì una distanza tra la parola e ciò che succede a seguito di questa parola, una presa di distanza rispetto a quello che si materializza dal dire. In questa distanza che separa il dire dal fare, lì siamo noi. Perché? È una forma di protezione della creazione: questa distanza da una parte allontana gli incoscienti, coloro che vogliono distruggere la creazione, costringendoli a percorrere distanze infinite, mentre dall'altra serve ai giusti come percorso: percorso conoscitivo. Distanza che contempla due aspetti: positivo per il giusto che può avvicinarsi alla parola e ai suoi effetti, può interiorizzarli ed elaborarli; cautelativo nei confronti dell'incosciente che, tenuto alla larga, non riesce a combinare tutto il male che vorrebbe. Il nostro habitat è una distanza «di sicurezza». Dunque creare non è mai una gettata a presa rapida; esiste un pensiero che smaglia e allarga le trame in virtù del quale anche ciò che in apparenza è già fatto, già creato, ci appare incompiuto... Penso a quel mutamento di identità che la Torah attribuisce ad Adamo quando diventa nefesh haià, persona vivente. Dopo che nelle sue narici viene insufflato il vento. Solo allora l'uomo diventa una persona. Si può essere un uomo e anche un vivente, e non essere una persona, dice la Torah. Bisogna essere attraversati dal vento. Qui sta secondo me la chiave dell'accoglienza: quando scopro che l'altro non è soltanto un essere vivente ma è una persona, quando conosco l'alito che lo muove, i sogni che lo fanno vivere, solo in quel momento accolgo.

in “Corriere della Sera” del 2 ottobre 2011

Domande cocenti

«E questo dolore Dio non lo vede?»

di Gilberto Borghi

Non sono ancora alla porta della classe, in fondo al corridoio, che Vanessa mi assale correndomi incontro: "Prof. le devo parlare." In quella classe è la prima ora del nuovo anno. Nemmeno li ho salutati ancora. Le dico: "Ok, ma fammi fare l'appello e poi due secondi parliamo". "No prof. le devo parlare ora, è un mese che aspetto". Di solito Vanessa è tranquilla, regolare, con sprazzi di allegria e un pizzico di ingenuità. Ha 16 anni, un po' rotonda, ma nulla di ché. Ma oggi è seria, decisa e sento che il peso che porta è duro. "Ok, vieni che ci spostiamo un metro. Cosa succede?". "Che senso ha prof, che un ragazzo di 16 anni muoia di ictus all'improvviso?" La butta li, senza mediazioni né tentennamenti, secca e dritta come un fulmine nel sereno. "Eh Vanessa, capisco la fretta di parlarmi. Chi è?". "Un mio compagno delle elementari, siamo stati anche insieme una settimana in terza media. Stava nel garage con suo babbo (...) ed è crollato sulle braccia del babbo. Morto. Capisce prof., morto!". Che fatica! Non trovo le parole e sento solo il dolore nero di Vanessa e la sua rabbia per l'assurdità di questa morte. "Mamma mia, Vanessa, che dolore che ti porti dentro". "Si prof. lei non immagina quanto", e mentre lo dice i suoi occhi si allagano e la bocca comincia a tremarle un po'. "Ne ho parlato anche col mio parroco, ma io non riesco a capire, non riesco a trovare un senso a questa cosa, perché non ce l'ha davvero. A 16 anni! Aveva ancora tutto da vivere... No davvero, prof. non ce la faccio". Abbassa gli occhi e singhiozza. (...) Le alzo leggero il mento e cerco i suoi occhi: " Vanessa, lo sento davvero il tuo dolore e mi dispiace un mondo vederti così. Che senso ha? Non lo so, davvero no so darti la parola che stai cercando. La vita a volte è davvero un grande mistero. Ma continuo a pensare che un senso da qualche parte ci sia". Mi fissa negli occhi, affranta e dolce: "Il mio parroco mi dice che Dio se l'è preso perché era una persona speciale e adesso da lì, dal paradiso, fa del bene a tutti quelli che lo conoscevano. Ma perché allora Dio deve fare in questo modo, perché lascia qui una mamma che apparecchia ancora la tavola per lui, lo chiama, gli lava i panni e tutto il resto, come da vivo? E questo dolore Dio non lo vede?". "Sai Vanessa, ho un libretto a casa che vorrei mi fosse messo in bara quando morirò. Ci scrivo le cose che non capisco e quando sarò di là spero di poter chiedere a Lui direttamente, se sarà possibile. E la tua domanda sta già scritta li da tanto tempo, e di sicuro glie la farò prima di tutte le altre. Non lo so davvero che senso ha un dolore innocente. So che io mi sono dato una risposta che per ora mi basta, ma è la mia". "E qual è, prof?". "Non credo che Dio decida di volere accanto a sé i più buoni. Credo piuttosto che Lui stesso adesso stia piangendo con noi per il dolore tuo e di chi amava il tuo compagno. E forse spera che tu ti metta davanti a Lui e gli urli in faccia il tuo dolore, la tua rabbia, fino a che dentro di te una luce si apra e tu possa darti una ragione che ti consoli". "Davanti a chi?". "Davanti a Dio". "Ah, sì ecco, questo forse serve". "Ma perché allora dobbiamo morire, prof?". "Io credo che la morte faccia parte della vita. Non esiste l'una senza l'altra. Forse sarebbe stato bello vivere una vita senza dolore, senza morte. Ma non è andata così. La vita é limitata Vanessa, non siamo noi i padroni, anche se quasi mai ci viene detto e quindi quasi mai lo sentiamo e lo pensiamo. Non si può scegliere di vivere per sempre, forse ci sarà regalato, ma dobbiamo passare dentro la morte per risorgere. Tu lo senti vivo il tuo compagno adesso?". "Si, lo sento e sento che forse sta bene, anzi meglio di qui. Sì forse è vero, la vita è davvero così, e la morte è una cosa naturale, ma a 16 anni non riesco davvero a sentirlo". "Si, hai ragione a 16 anni è dura. Ma a 16 anni ti basta anche solo una piccola parola e il cuore è pronto a tornare a sperare nel futuro. Prova a chiederla a Lui. Non credo che resterai senza risposta, quella che a te suona, che ti torna e ti mette a posto dentro." (...) Non credo che Vanessa cercasse davvero la risposta da me. Credo che sperasse di riaprire le sue domande, quelle che pochi genitori o pochi preti o pochi educatori oggi hanno il coraggio di aiutare a far crescere, dando il tempo a Vanessa di sentire e "lavorare dentro" la propria risposta. E di vedere che un adulto, prima di lei ci ha provato ad andare su questa strada e qualche fiore è riuscito a trovarlo, anche se era partito cercando il "giardino terrestre". Non riesco a togliermi dalla testa che oggi, per evangelizzare, vale di più la pazienza di aiutare a riaprire le domande, che la fretta di dare le risposte che pensiamo siano esatte.

Il "voto" dei battezzati

Con il voto consultivo l'ordinamento giuridico della Chiesa esprime invece, per principio, sia pure con approssimazione ed efficacia diversa, la posizione di tutti gli altri fedeli (laici e chierici) chiamati strutturalmente a contribuire alla formulazione del giudizio di fede di coloro che hanno la responsabilità di esprimerlo come giudizio comune, vincolante per tutti [papa e collegio dei vescovi]. La differenza con l'istituto della teoria generale del diritto è data dal fatto che nella Chiesa il voto consultivo non dovrebbe tradurre (e di per sé non traduce) istituzionalmente una limitazione di potere, decisa da chi possiede il voto deliberativo, bensì una necessità inerente alla dinamica della comunione. Ciò dipende dal fatto che la chiesa particolare (per fare un solo esempio) non è costituita solo dal vescovo con il presbiterio, ma anche da una porzione di popolo di Dio. Bisogna allora tener conto del fatto che il sacerdozio comune di tutti i fedeli è primario rispetto a quello ministeriale, nel senso che quest'ultimo esiste solo in funzione del primo, di cui perciò deve tener conto nella formazione del proprio giudizio, secondo modalità consultative che possono storicamente cambiare [1]. Il rapporto di immanenza alla porzione di popolo di Dio, di cui è formata la chiesa particolare, è perciò costitutivo per il processo dal quale deve nascere il giudizio dottrinale e disciplinare del vescovo. In esso devono confluire il «sensus fidei» e i carismi di tutti i fedeli, il cui giudizio, se non è misurabile con i criteri matematici della maggioranza numerica, non si costituisce neppure in quanto giudizio comune valido per tutti, finché il vescovo non pronuncia la sua testimonianza e la sua parola. Questo rapporto strutturale di immanenza del vescovo alla sua chiesa particolare può essere espresso istituzionalmente con l'istituto del voto consultivo, ma non coincide con esso, non solo perché esistono teoricamente e praticamente altre possibilità per manifestarlo, ma soprattutto perché non rappresenta un compromesso tra una prassi autoritaria ed una democratica, come avviene negli ordinamenti giuridici statuali. Pur assumendo significati diversi (anche se rimane identico dal profilo formale), a seconda che sia esercitato dai presbiteri nei confronti del vescovo o dai laici nei confronti dei presbiteri e del vescovo, il voto consultivo assume una forza vincolante che gli deriva dalla natura intrinseca della comunione, determinata dal principio della immanenza reciproca degli elementi. In quanto espressione giuridica possibile di una dinamica insita alla natura costituzionale della Chiesa, il voto consultivo acquista una valenza non molto dissimile da quella del voto deliberativo, sia perché esprime istituzionalmente un rapporto di reciprocità necessaria, sia perché non esprime una posizione giuridica di potere, ma una testimonianza di fede, la cui forza vincolante non può essere misurata e delimitata adeguatamente in termini giuridici. Infatti, la verità della fede può emergere con evidenza intrinsecamente vincolante anche dalla testimonianza di un semplice fedele, di cui i pastori devono tener conto, a meno di mancare in modo grave alla loro funzione ministeriale [2].

[1] II voto consultivo dei laici non può essere equivocato come fa A. Acerbi, L'ecclesiologia sottesa alle istituzioni ecclesiali post-conciliari, in L'Ecclesiologia del Vaticano II, 226-228, come semplice «aiuto» prestato ai ministri ordinati. La funzione del sacerdozio comune e del «sensus fidei» non è quella di aiutare il sacerdozio ministeriale, ma di esprimere la propria testimonianza e la propria opinione sulla fede e sulla disciplina ecclesiale.

[2] Basterebbe richiamare il testo della LG 12 in cui si afferma che «...il giudizio sulla genuinità (dei carismi) e ordinato uso appartiene all'autorità ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1 Ts 5, 12 e 19-21)», per rendersi conto della valenza giuridica dei carismi e perciò del dovere, pure giuridicamente esigibile, dei pastori.


Eugenio Corecco, «Ontologia della sinodalità», in Antonio Autiero - Omar Carena (edd.), Pastor bonus in populo. Figura, ruolo e funzioni del vescovo nella Chiesa, Città Nuova, Roma 1990, 326-327.

Da non dimenticare

“Salvate le chierichette”

di Giacomo Galeazzi

«Save the altar girls». La prestigiosa e influente rivista America dei gesuiti americani, da sempre vicina alle istanze più liberal del cattolicesimo made in Usa, lancia una campagna per salvare le chierichette (le "altar girls"), penalizzate dai parroci per favorire i maschi in quanto «potenziali sacerdoti del futuro». I gesuiti, i cui articoli non passano inosservati oltre il Tevere, ricordano che servire la messa non è un sacramento e nemmeno un ministero. E' semplicemente un «servizio» aperto a tutti, anche alle laiche. La questione delle bambine chierichette, infatti, è squisitamente «pastorale». Le prime chierichette avevano fatto la loro comparsa subito dopo il Concilio Vaticano II proprio in Paesi liturgicamente più «progressisti», come gli Stati Uniti, l'Olanda e la Francia, dove fino al 1994 questa «apertura» rimaneva per le autorità vaticane un «abuso» tollerato. Per le ragazze entrare nello spazio dell'altare ha significato la fine di ogni attribuzione di impurità al loro sesso, ha significato la possibilità di vivere anch'esse questa rilevante esperienza formativa nell'educazione religiosa, un'attenzione diversa alla liturgia e un avvicinamento alla fede nell'accostarsi al suo stesso cuore. Attraverso «America», la sua rivista settimanale, la Compagnia di Gesù difende la presenza sull'altare delle ministranti, sostituite da coetanei maschi in alcune diocesi Usa (da Phoenix in Arizona a Lincoln in Nebraska) per decisione dei parroci. I gesuiti contrastano la tendenza «maschilista» che spinge alcuni sacerdoti ad escludere per le messe la presenza di ragazze come «chierichette». L'allontanamento delle fanciulle da quest'ufficio viene giustificato in alcune parrocchie con la necessità di favorire il coinvolgimento in quel ruolo dei bambini per incentivarne il percorso di fede verso un'eventuale vocazione sacerdotale. E' stato Giovanni Paolo II il primo Papa a farsi assistere da chierichette nel 1995 (un anno dopo l'emanazione della nota del Culto Divino sulla possibilità che anche delle donne prestino servizio all'altare) e lo stesso ha fatto Benedetto XVI. Il 5 novembre 1995 accadde, infatti, una piccola rivoluzione storico-liturgica intorno al Papa. Per la prima volta, in una parrocchia romana, 4 bambine servirono la messa celebrata da Karol Wojtyla. Mai, nel passato, in una chiesa italiana e tantomeno a Roma, il Pontefice era stato affiancato da ragazzine durante l' Eucarestia, anche se risale al marzo del 1994 l'approvazione vaticana delle chierichette. Prima del ‘94, la presenza delle bimbe sugli altari era stata autonomamente decisa da alcuni parroci, col tacito placet di qualche vescovo più coraggioso. Allo stesso Papa polacco durante i viaggi all'estero capitò a volte di essere «aiutato» sull'altare da gruppi di bambine. La mattina del 5 novembre 1995 (...) la Santa Sede si limitò a definire «normale che delle bambine servano la messa accanto al Papa, perché lo prevede un documento vaticano», precisando che «questo però non significa che la Chiesa voglia rivedere il suo no al sacerdozio femminile». Ora la «controriforma» anti-chierichette fa infuriare i gesuiti americani. (...) Dal 1994 spetta alla discrezionalità dei singoli vescovi consentire l'accesso al servizio all'altare anche alle chierichette. Per molti nella chiesa questa concessione è un problema perché potrebbe comportare che le bambine in futuro chiedano di essere ordinate. Nell'agosto 2010 se ne occupò in prima pagina l'Osservatore Romano con un pezzo firmato da Lucetta Scaraffia e intitolato «A scuola dai chierichetti» nel quale si legge che «l'esclusione delle bambine dal servizio all'altare ha significato una disuguaglianza profonda all'interno dell'educazione cattolica». (...)

In ascolto

Chiesa e social media: primo lasciar parlare

di suor Mary Ann Walsh

Il fenomeno dei social media offre alla Chiesa tanto una sfida quanto un'opportunità. I social media raggiungono la gente - milioni di persone ogni giorno sono su Facebook e su Twitter. La Chiesa non può ignorarli. Però queste persone sono interattive e non accettano conversazioni a senso unico. Il che implica dialogo, che è qualcosa di non sempre benvenuto da parte del clero, dei maestri e di altri leader. La frase «Perché ho detto così» non funziona nei social media. Cosa questa che non fa molto piacere a quei genitori o a quei leader che per anni se la sono cavata così, esasperati da petulanti «Ma...» o lamentosi «Perché?». I vegliardi devono abituarsi a questo tipo di dialogo. Alcuni anni fa ho frequentato un corso di dottrina sociale. Pensavo che sarebbe stato un viaggio intellettuale, finché non mi sono ritrovata in una classe di studenti che volevano discutere ogni lezione. Il docente - sì - amava quest'interattività, ma io gemevo interiormente a ogni divagazione. Da ex insegnante apprezzavo il botta e risposta che aiuta ad aprire la mente, ma volevo un insegnamento chiaro e capace di far emergere i contenuti che aveva da offrire. Forse era il mio dinosauro interiore che veniva fuori... La Chiesa ha una lunga tradizione di questa didattica dall'alto in basso. Ha biblioteche intere di tomi che esplorano le verità teologiche. Ma questa è solo una parte del nostro essere Chiesa. Un altro suo volto - quello pastorale - è aperto al dialogo. Ed è un atteggiamento che ha il suo fondamento nel Vangelo stesso (si veda ad esempio la samaritana che conversa con Gesù al pozzo). Sul livello personale, il dialogo che nasce a partire dalle parole «Possiamo parlarne?» è da anni parte integrale dell'essere Chiesa, un conforto a genitori spaventati, a mogli frustrate, a lavoratori abusati, a ragazzi confusi. Forse i social media possono aiutare la Chiesa a impegnarsi di più in questo dialogo. Ma non è facile. Richiede energie, specialmente energie emotive. Perché parlare - e dialogare - è un lavoro. Molti capitani d'azienda sbandierano il fatto di avere una presenza sul web, ma non accettano domande ed evitano l'interattività, anche se magari mandano una risposta automatica del tipo «Grazie per il tuo messaggio». Sarebbe molto meglio se puntassero su un annuncio pubblicitario, con l'onesta implicazione che non vogliono un feedback. Se vuoi essere onesto sui social media devi rispondere alle domande. Devi discutere. Devi accettare e anche cogliere come un'opportunità il fatto di essere sfidato. Qui alla Conferenza episcopale degli Stati Uniti abbiamo account su Facebook e su Twitter. Offrono l'opportunità di condividere, ma fanno anche sorgere i punti di attrito che sono inevitabili in ogni dialogo. Alcune persone sono d'accordo con te, altre no. Alcune vogliono contrastarti. Tutti loro, però, appartengono alla nostra comunità virtuale e per questo meritano rispetto. Alcune persone che scrivono un post sulla nostra bacheca chiedono alla community di condividere il loro dolore, forse anche la morte di un coniuge. Altri postano riflessioni su una festa liturgica o sulle letture del giorno, aggiungendo così una nuova prospettiva a un momento della Chiesa. Ma c'è anche chi scrive per darti battaglia e la prima reazione sarebbe quella di schiacciare il tasto «cancella». Noi cerchiamo di non farlo, dal momento che l'essenza della comunità virtuale è il dialogo. Se scoppia una mischia virtuale, la nostra speranza è che tutti - compresi i nostri compagni virtuali - possiamo uscirne più illuminati. È un rischio che vale la pena di correre. Anche perché le conversazioni virtuali crescono di importanza quando la frequenza alle nostre chiese diminuisce e meno persone entrano in relazione con una parrocchia a cui legarsi nelle tempeste della vita. Internet - ovviamente - non può sostituire la comunità che celebra l'Eucaristia, dove puoi riconoscere gli altri dalla panca che scelgono o da come i loro figli crescono. C'è un calore che nutre anche nella conoscenza molto vaga di coloro con cui preghi ogni settimana. I social media, però, hanno un posto nella Chiesa del XXI secolo, anche se alcuni vegliardi saranno costretti a entrarci con colletti, rosari e croci messe di traverso. Facebook, Twitter e gli altri social media possono essere strumenti degni del Vangelo per nutrire la nostra vita di fede, anche se qualcuno con loro sta ancora solamente scaldando i motori.



Dal sito della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti

E' naturale!

dalle Omelie sugli Atti degli Apostoli

di san Giovanni Crisostomo, vescovo (354-407)

Niente è più freddo del cristiano che non si cura della salvezza degli altri

Senza esaltazioni, pensiamoci

San Jobs

di Massimo Gramellini

Steve Jobs era un genio, non un santo. Invece i siti e i giornali di tutto il mondo grondano di allusioni celestiali e riferimenti a Buddha e a Gesù, francamente eccessivi. Sono sicuro che lui si accontenterebbe di essere paragonato a Leonardo: un altro che ha cambiato il mondo nutrendosi di conoscenze spirituali per iniziati. Il discorso di Jobs all'università di Stanford - «La morte è la migliore invenzione della vita» - non smette di commuovermi, ma devo riconoscere di averlo già letto da qualche parte: in qualsiasi testo ispirato di new (e old) age. Se milioni di persone non rendono omaggio soltanto al genio semplificatore di software ma al guru di una setta quotata in Borsa, significa che nei nostri cuori è successo qualcosa di meraviglioso e terribile. Siamo affamati, direbbe Steve. Affamati di valori, di esempi, di storie di successo che indichino una direzione di marcia. A molti le parole delle religioni di massa suonano stereotipate. E da quando neppure Obama è stato capace di fermare il suicidio del capitalismo (o meglio il suo omicidio, perpetrato da certa finanza), nei popoli delle democrazie è subentrata la convinzione che la politica non abbia più alcuna possibilità di cambiare il mondo. Jobs invece ci è riuscito e, nell'innalzarlo alla gloria degli altari laici, manifestiamo il desiderio struggente di altri cavalieri che illuminino il percorso di questo nuovo Medioevo. Il passaggio successivo sarà smettere di rispecchiarci in qualche eroe mitizzato e risvegliare il piccolo Jobs che sonnecchia dentro ognuno di noi.

La propria esperienza di preghiera






Giacomo Poretti (del trio "Aldo, Giovanni e Giacomo") presenta brevemente la propria esperienza di preghiera.

Lo stile è semplice e "leggero", le questioni poste sono profonde.

Un esempio di "comunicazione nella fede" efficace, che parte dalla autenticità del vissuto, riletto con spirituale acutezza.

Appello

Medici Senza Frontiere (MSF) cerca con urgenza internisti, infettivologi e anestesisti:

per saperne di più

Chi ha orecchi, intenda

Un giorno nella casa del signor M passò un visitatore, il signor X. Osservò le stanze, si guardò in giro, e poi disse: «Sì, la casa c'è, ma perché sia casa come di deve, bisognerebbe cambiare questo e quest'altro, tinteggiare di un altro colore, aggiungere, modificare...». Il signor M ascoltò, provò a riguardare la sua casa, e tuttosommato la trovava adeguata anche così. Il visitatore gli esplicitò ancora le sue osservazioni, ma al signor M la sua casa piaceva. Il visitatore allora citò il parere di alcuni architetti, ingegnieri, geometri, imbianchini, fuochisti... che avrebbero apportato delle modifiche per rendere quella casa una vera casa. Il signor M ascoltò di nuovo, domandandosi: «Ma il signor X vuole comprare questa casa? Oppure vuole venire qui ad abitarla con me? Se così fosse, dovrebbe almeno sentire se io sono d'accordo e magari provare ad accordarsi con me, prima di modificare la mia casa». Il signor X non intendeva comprare quella casa né andarci ad abitare col signor M: sentiva solo un forte impulso a modificarla, «perché così non andava bene». Il signor M ascoltò ancora, sentì per telefono gli amici che di solito visitavano la sua casa e non stavano poi così male, guardò la sua casa e disse: «La troviamo ancora bella così, almeno ancora per un po' va bene, non intendiamo modificarla tutta, rifaremo solo qualche parte». E fece un sorriso ai suoi amici e al signor X.

don Chisciotte

Un po' è merito anche suo

Mamme 2.0, Primo Piano - Oct 6, 2011

Chiedi chi era Steve Jobs

Stamattina, prima ancora del caffè, mi sono trovata a dover spiegare a mio figlio chi era Steve Jobs.

Ho aperto il computer mi è sfuggita un'esclamazione e lui si è subito incuriosito.

Così mi sono sforzata di rendere comprensibile a un bambino di quattro anni e mezzo perché il volto di quell'uomo era su tutte le pagine web.

Gli ho detto che se quando andiamo in giro lui appoggia sicuro la mano su qualsiasi schermo incontri aspettandosi una reazione,

un po' è merito di Steve Jobs.

Gli ho detto che quando in treno possiamo portarci l'opera omnia di Geronimo Stilton tutta compressa nell'iPod, un po' è merito di Steve Jobs.

Gli ho detto che se tante volte posso restare ai giardini con lui perché mi basta l'iPad per fare quello che devo, un po' è merito di Steve Jobs.

Gli ho detto che quando ci divertiamo facendo le foto e trasformandole nei modi più buffi, dal monocromo ai fumetti, un po' è merito di Steve Jobs.

Gli ho detto che quando sarà più grande, gli farò vedere un video in cui quel signore spiega come si debba sempre credere ai propri sogni e mantenersi hungry e foolish.

Lui mi ha guardato e mi ha detto “Beh, quel signore aveva proprio dei bei sogni”, commento che mi ha proprio soddisfatto.

Poi, mentre stava allontanandosi, si è girato e mi ha chiesto: “Mica che adesso dobbiamo ridargli l'iPad, vero?”

Ciao Steve e grazie per questo futuro che hai messo nelle mani di mio figlio.

Un quarto d'ora di lavoro per pagarsi un caff

Un Paese che rinnega se stesso

di Massimo Gramellini

E' crollato un muro, ma è come se si fosse spalancato un sipario. Le donne morte nel sottoscala di una palazzina di Barletta confezionavano tute e magliette per meno di quattro euro all'ora. Tina, Matilda, Giovanna, Antonella: il Sud-Est asiatico nel Sud-Est italiano. Avevano trent'anni, un marito disoccupato e il mutuo della casa da pagare: la condizione disperata di chi non può più contrattare neppure la propria dignità. La tragedia ha scoperchiato un destino analogo a quello di mille altri sottoscala, dove si lavora stipati come conigli in tane fetide, senza uscite di sicurezza e senza luce. Funziona così: l'azienda fallisce, chiude, licenzia e poi riapre in un seminterrato, che a volte è addirittura un garage, offrendo lavoro nero e sottopagato a un manipolo di donne - giovani madri, per lo più - disposte a tutto pur di aiutare la famiglia a sopravvivere. Sono le schiave dei tempi moderni. Condannate a ripetere lo stesso gesto per dieci, dodici, quattordici ore al giorno. Troppo stanche, angosciate e ricattabili per poter protestare o anche solo prendere coscienza dei propri diritti. «Se non ora quando?» è una domanda che sfiorisce prima di giungere ai loro orecchi. Non può esistere idea di riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta. Nessuno vuole infierire sui datori di lavoro che nell'incidente di Barletta hanno perso la figlia quattordicenne, scesa nel seminterrato in cerca dei genitori un attimo prima del crollo. Ma chi fa lavorare dodici donne in un buco fatiscente di quindici metri quadrati non è un imprenditore. E' un disgraziato. Nessun ragionamento economico giustifica lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Un principio che vale ovunque, ma a maggior ragione in questa parte di mondo, dove certi racconti speravamo di averli confinati per sempre nei romanzi di Charles Dickens. Stiamo assistendo alla deriva caricaturale della globalizzazione. Stiamo importando condizioni di lavoro cinesi (e proprio mentre i cinesi cominciano gradualmente ad abbandonarle) perché pretendiamo di fare concorrenza alle tigri asiatiche sul terreno del famigerato «low cost». (...)

Il mondo... e noi

Quella fame che non ci indigna più

di Giorgio Bernardelli

Abbiamo ascoltato gli appelli del Papa. Ci siamo informati attraverso qualche reportage che è riuscito a bucare la cortina di silenzio sui nostri media. Qualche domenica fa, nelle nostre parrocchie, abbiamo anche organizzato la colletta a sostegno delle iniziative messe in atto dalla Caritas per rispondere a questo grande dramma. Ma com'è che di fronte alla carestia del Corno d'Africa ci resta comunque l'impressione di aver fatto ancora troppo poco? Una lunga siccità. Aggravata dalle conseguenze della guerra, che ormai da troppo tempo prostra la Somalia (e ancora ieri il nuovo terribile attentato degli al shaabab - le milizie fondamentaliste islamiche che hanno seminato morte a Mogadiscio - è venuto puntuale a ricordarcelo). L'emergenza alimentare più grave degli ultimi 60 anni - la definisicono nei comunicati stampa. Leggo queste parole e le confronto con il fatto che comunque non ci scuotono. Sì, d'accordo, mettiamo ancora la mano al portafogli, sosteniamo il progetto, ma non ci scandalizziamo più. Mi ha colpito qualche giorno fa un'intervista pubblicata dal Corriere della Sera: Bernard Kouchner, il fondatore di Medici senza frontiere, denunciava appunto l'«apatia dell'Occidente» di fronte alla fame nel Corno d'Africa. Giustissimo. Peccato che il Corriere stesso in questa denuncia ci abbia creduto così tanto da relegarla a pagina 19 e senza nemmeno un piccolo richiamo in prima pagina... Ecco ciò che ci manca davvero: la disponibilità a indignarci per le ingiustizie lontane, oltre a quelle vicine. Ammesso poi che nel mondo di oggi siano realmente così lontane. Forse anche nella Chiesa abbiamo professionalizzato un po' troppo questo tipo di discorsi. Abbiamo elaborato i nostri «protocolli»: quando scoppia un'emergenza la Cei stanzia una somma dall'otto per mille, la Caritas avvia la raccolta, Avvenire pubblica i numeri di conto corrente, in una domenica in parrocchia si dà visibilità a tutto questo. Tutto giusto e indispensabile, ovviamente. Ma il punto è: possiamo davvero fermarci qui? Così mi viene anche in mente che oggi è il 5 ottobre. Vale a dire l'anniversario della morte di Annalena Tonelli, uccisa otto anni fa a Borama, tra quelle stesse popolazioni somale a cui lei ha dedicato oltre trent'anni della sua vita e che oggi sono tra quelle che nuovamente soffrono a causa della carestia. Annalena Tonelli in Africa non ci era arrivata per caso. Alla scelta di spendere la sua vita senza riserve per amore di Dio e dei più poveri, ci era arrivata perché prima, nella sua Forlì, non era rimasta indifferente allo scandalo della fame. Lei - giovane universitaria della Fuci - negli anni Sessanta aveva promosso la nascita del "Comitato per la lotta contro la fame nel mondo". In una città di provincia un gruppo di giovani aveva scelto un nome quanto mai impegnativo per la propria associazione.Perché - appunto - la fame di tanti fratelli era qualcosa di intollerabile, contro cui non bastava dare il nostro superfluo: bisognava anche lottare ed essere disposti a giocare la propria vita. Proviamo, allora, a guardarlo di nuovo con gli occhi di Annalena questo dramma del Corno d'Africa. Proviamo a riflettere su quanto il mondo sia sparito dalle nostre comunità cristiane. Su quante volte abbiamo sentito dire (o forse l'abbiamo detto anche noi stessi) che "non serve andare lontano, perché c'è tanto bisogno di essere missionari anche qui". Come se davvero fossero due strade alternative. Perché non vogliamo capire che è proprio rinunciando ad abbracciare il mondo intero che siamo diventati così incapaci di testimoniare il Vangelo anche all'angolo della strada? "Avevo fame e non mi avete dato da mangiare". E' una di quelle parole di Gesù che non hanno bisogno di grandi commenti esegetici. Forse è proprio per questo che facciamo sempre così fatica ad accettare che sia rivolta anche a noi.

Conviene pensarci

“Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle sempre nello stesso modo. La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi, perchè è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall'ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. La vera crisi è la crisi dell'incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia.Senza crisi non ci sono meriti. E' nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora, perchè senza crisi qualsiasi vento è una carezza. Parlare di crisi è creare movimento: adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. Invece di questo lavoriamo duro! L'unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

Albert Einstein

All'altezza del più basso

Lo sguardo del povero

di Gérard Guitton, francescano

Si è soliti dire che chi sta più in alto getta, o abbassa, lo sguardo sull'altro. E chi occupa il posto più in basso, alza gli occhi su chi è più in alto. Sembra una cosa banale, eppure si dicono molte cose col semplice movimento degli occhi tra due persone, o di una persona di fronte ad un gruppo o ad una folla. Il vangelo parla diverse volte dello sguardo di Gesù sui discepoli. Certo bisogna che la traduzione tenga conto delle parole esatte del testo originale. Accade spesso a Gesù di abbassare oppure di alzare gli occhi, e questo esprime molte cose sui suoi sentimenti profondi. Nel racconto delle beatitudini in san Luca, lo sguardo di Gesù ci illumina sul mondo in cui si rivolge ai suoi discepoli. Gesù non presenta le beatitudini dall'alto di un monte come in san Matteo. Là ha scelto i suoi apostoli dopo aver pregato, ma subito dopo lascia la montagna e si ferma sul piano. Allora la folla si ammassa per sentirlo, una folla di povera gente senza splendore umano. Poi Gesù guarda i suoi discepoli e li designerà dicendo loro che sono poveri e che quindi sono beati: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio” (Luca 6,20). Non si tratta più di un ideale di vita da raggiungere, è una realtà presente: voi poveri, voi, siete beati. Ma come si può essere beati vivendo nella povertà, nella malattia, nella persecuzione? C'è perfino un certo scandalo nell'osar affermare che si può essere beati, felici, essendo poveri! Prima di rispondere a questa obiezione, esaminiamo più attentamente il testo. Non dice che Cristo guarda i suoi discepoli, ma che “alza lo sguardo su di loro”. E questo cambia tutto! In san Luca, le parole di beatitudine vengono dal basso: Gesù è nella pianura, e il vangelo precisa che sono i discepoli che vanno verso di lui: i piccoli, gli umili, i malati, le persone oppresse di questo mondo, come dice il testo “quelli tormentati da spiriti cattivi”. E questo dettaglio dà ancora più forza, addirittura più provocazione, a questa dichiarazione di beatitudine. Infatti, la traduzione del testo deve essere rispettata, Gesù si rivolge ai discepoli dicendo loro: “Beati voi poveri”, e più avanti: beati voi che avete fame, beati voi che piangete... Bisogna collegare questi tre elementi: gli occhi alzati, la povertà e la beatitudine. E poi chiedersi: ma da dove sta parlando Gesù? Dove si trova per osare dire quelle parole? Parla dal basso, dal punto più basso che si possa immaginare. Nella bocca di Gesù, l'annuncio della beatitudine fatto ai poveri è assolutamente provocante: come osare dire ai poveri che sono beati, perché quello è proprio il senso della sua parola: non un invito a diventare poveri, come vediamo in Matteo, ma un'affermazione: voi siete beati, voi poveri! Gesù non è più sul monte, ne è disceso, è in mezzo ai poveri; meglio ancora, è più in basso di loro poiché deve levare gli occhi per guardarli e parlare con loro. E questa posizione di inferiorità fisica spiega perché Gesù può rivolgersi a loro lodando la povertà. Il povero occupa sempre il posto più basso e Gesù è proprio il povero in mezzo ai poveri; anzi, è il più povero. E la povertà di cui parla Gesù, è innanzitutto la sua. Solo un vero povero può permettersi di rivolgersi ad altri poveri dicendo loro che sono beati, perché lui parla del suo essere profondo di povero che risplende di beatitudine, di felicità, come proclama san Paolo: “Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventiate ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Co 8,9). Nessun altro se non lui potrebbe dire certe cose, associando queste le due parole beatitudine e povertà. Per questo non può che occupare il posto più basso dell'umanità, quello dell'abbassamento rivelato dalla sua incarnazione. Nelle strade delle nostre città, passiamo spesso davanti a dei poveri seduti per terra che levano gli occhi su di noi mentre noi il nostro sguardo lo abbassiamo su di loro. Lo sguardo di Gesù ci invita ad essere attenti al modo in cui i nostri sguardi si incrociano: è sempre il povero e il piccolo che alza gli occhi verso l'altro. Come Cristo.


in “La Croix” del 1° ottobre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

La mentalità del "mondo"... di chi sta bene





Il confronto televisivo tra don Andrea Gallo Gallo e l'onorevole (??) Martino, mostra come ci si trovi di fronte ad un bivio: o si segue l'amore (che i cristiani riconoscono nella persona di Gesù) oppure si impone un'altra mentalità, secondo la quale ciò che il Vangelo dice è inutilità, stupidità, insensatezza.

In relazione alla vita di san Francesco (che oggi festeggiamo), sono illuminanti le parole di Martino che si trovano dal min. 9:40 all' 11:00
: "Conviene essere vicini ai ricchi; non conviene essere vicino ai poveri"; "Il padre di san Francesco ha aiutato i poveri molto più efficacemente del figlio. Il figlio elogiando la povertà ha contribuito a diffonderla". Chi nel profondo dell'animo porta questa mentalità, non credo possa facilmente seguire il Vangelo.

Credere nella Trinità, non in una Idea di Dio

Credere è un po' combattere

di Fabio Colagrande

Mi è rimasta sempre in mente una frase del cardinale Carlo Maria Martini. È probabile che quando l'udii vi ritrovai istantaneamente il mio modo di credere, o meglio di lottare per credere. Suona più o meno così: "Un credente è un non credente che si sforza ogni giorno di credere". Mi colpì quella concezione umile e dinamica della fede. Chi crede sa di essere un peccatore e allo stesso tempo sa di dover rinnovare ogni giorno la sua fede. Un sacerdote mi disse un giorno che bisogna decidere ogni giorno di essere cristiani, non lo si è mai una volta per tutte. La fede deve essere incarnata ogni giorno nelle persone, nei fatti, nelle parole della nostra vita quotidiana e seppure la grazia di Dio ci aiuti a farlo, il nostro impegno non è mai scontato, automatico, ma richiede una decisione, richiede fatica, appunto "sforzo". Per questo sono stato felice nel leggere qualche mese fa in uno dei 'Mattutini', sul quotidiano Avvenire, del cardinale Gianfranco Ravasi quest'altra frase dello scrittore Erri De Luca: "Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente". "Emblematico - spiega il cardinale - è appunto il participio presente che incarna una continuità e non un atto singolo". Appassionato da questa mia, forse ingenua, ricerca scovo in rete una citazione dello scrittore-filosofo spagnolo Miguel de Unamuno y Jugo : "Coloro che ritengono di credere in Dio, ma senza la passione nei loro cuori, l'angustia nel pensiero, senza incertezze, senza dubbi, senza un elemento di disperazione anche nella loro consolazione, credono solo nell'Idea di Dio, non in Dio stesso". Ne rimango folgorato. D'altronde da qualche altra parte avevo letto una volta che proprio il "dubbio" è il territorio dove si possono incontrare credenti e non-credenti. E ciò rafforza la mia convinzione che questo pericoloso territorio di confine sia l'unico veramente possibile, oltre che il più fecondo spiritualmente. Casualmente poi, trovo un'ulteriore conferma a queste mie strampalate idee, quando scopro che alla rassegna teatrale organizzata a settembre a Lucca dalla Conferenza Episcopale italiana va in scena uno spettacolo dal titolo 'Combattimento spirituale davanti a una cucina Ikea'. E già il titolo è meraviglioso. Ma poi leggo che l'autore, interprete e regista, Alessandro Berti da Reggio Emilia, nelle sue note di regia spiega che nella tradizione cristiana, e non solo, lo stato di unione mistica non è il raggiungimento di una sorta di pacificazione ma piuttosto un punto di partenza, "un pavimento solido su cui cominciare a saltare". "In questo momento storico così caotico, invece, le persone - commenta l'autore - si avvicinano erroneamente alla spiritualità cercandovi soprattutto pace". Dunque avvicinarsi alla spiritualità, non significa trovare la pace ma iniziare la lotta. E le vite dei santi mistici, fatte di contrasti, sofferenze, sacrifici, '"notti della fede", ce lo confermano. Non a caso qualche anno fa la Comunità ecumenica di Bose, guidata dal priore Enzo Bianchi, dedicò alla 'Lotta spirituale' uno dei suoi convegni di spiritualità ortodossa. Atanasio di Alessandria scriveva infatti: "Nessuno che non abbia sperimentato le tentazioni potrà entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato". Solo chi passa attraverso le tentazioni, chi combatte, può vincere il male e, anche quando non riesce a vincerlo completamente, fa comunque esperienza della misericordia di Dio. Insomma, quello della religiosità come luogo della serenità e della pace definitiva, come della fede come uno stato certo, stabile e indiscutibile, sono equivoci da sfatare. Non esistono persone più sofferenti, combattute e di conseguenza lottatrici e combattenti dei sacerdoti, delle religiose e dei religiosi. Solo nel combattimento si trova Dio. La fede è un processo dinamico, dialettico, fatto di morte e resurrezione. Ma il seme che non muore non dà frutto.

In piena decadenza, con ironia

Ivano Fossati

La Decadenza

Album: Decadancing (2011)



In piena decadenza

Le parole non hanno chance

È proprio una faccenda inquietante

Il pensiero che degenera

Facciamo un affare con Dio

Ci lasci una seconda possibilità

Se può

Questa decadenza

In mezzo a tanta oscurità

Le speranze non hanno chance

C'est la décadence

C'est la décadence

Nessuna incertezza mai più

In nome del cielo davvero mai più

Qui serve un segno di rispetto per la gente

In questa bassa marea

Serve un lampo nell'aria che si accenda

Oppure un'idea

C'est la décadence

C'est la décadence

Mi guardo a sinistra

Poi guardo verso destra

E tutto quello che ho da vedere

E' una frontiera da attraversare con te

Facciamo un affare noi due

Ci diamo una seconda possibilità

È la sopravvivenza

È un biglietto per andare più avanti

È trovare un lavoro

È decenza

È sapere con chi stare

È la differenza

È un biglietto per andare più avanti

È trovare un lavoro

È decenza

È sapere a chi spingere davanti

C'est la décadence

In questa decadenza

Le parole non hanno chance

C'est la décadence

In questa decadenza

Le persone non hanno chance

C'est la décadence

C'est la décadence

Rispetto

Chiedo scusa con gli abituali frequentatori di questo sito-blog, avvezzi (per animo e per scelta) ad uno stile decisamente più sobrio, semplice, pacato, degli interventi della signora Angela e del signor Roberto (che non conosco e che non ci hanno lasciato un recapito mail).

Cercheremo di continuare a dare spazio alla voce di tutti... tutti quelli che porteranno rispetto a chi la pensa in maniera diversa su questioni che non toccano la fedeltà a Gesù, così come è stato narrato dal Vangelo e assunto dall'originaria Tradizione.

Coloro che provano piacere solo se puntano il dito contro i fratelli di fede; coloro che godono a dare dell'eretico agli altri; coloro che sanno seguire solo i vescovi e i papi che dicono ciò che è consono alla loro visione del mondo (e non ascoltano altri vescovi e altri papi, che dimostrano sensibilità differenti e legittime); coloro che dividono il mondo tra "noi" e "tutti gli altri contro di noi"...

possono trovare in altri siti del web "luoghi" in cui ritrovarsi con i loro pari e consolarsi in questo modo, se lo ritengono un fare "evangelico".

Se molti fedeli lettori di questo sito-blog hanno preferito esprimere con mail personali il loro disagio per lo stile dei suddetti Angela e Roberto, dimostrano una delicatezza esemplare e il desiderio di non suscitare - in quelle penne che le prediligono - inopportune polemiche.

Alcuni hanno provato a rilanciare la riflessione ad un livello più alto, ma non sono stati ascoltati.

Buona navigazione a tutti e un grazie sia a chi ha reagito in maniera decisa, sia a chi ha mostrato tanta pazienza.



don Chisciotte

Al tempo della Rete

La «Civiltà cattolica» di Spadaro

di Guido Mocellin

(...)

Un botta e risposta cui ben si attaglia una delle affermazioni fatte da padre Spadaro nell'intervista che ha rilasciato ad Alessandro Zaccuri su Avvenire del 22 settembre: «Per quanto pessimistica possa essere la lettura della realtà che ci circonda, bisogna evitare di dare risposte che prescindano dalle domande». Padre Antonio Spadaro è il gesuita che dal primo quaderno di ottobre firmerà come direttore responsabile La Civiltà cattolica. Ha 45 anni e sostituisce padre Gianpaolo Salvini, che ne ha 75 e che ha guidato con straordinaria finezza e mirabile equilibrio la più famosa rivista della Compagnia di Gesù dal 1985. Testate di opposta - ma parimenti intensa - passione ecclesiale, in genere bene informate (intendo www.chiesa e Adista), si sono esercitate sulle motivazioni «politico-ecclesiali» dell'avvicendamento; ma per chi, come noi, ha a cuore lo sviluppo positivo del rapporto tra Chiesa cattolica e opinione pubblica ed è interessato a capire se e quanto il web da un lato, le riviste «tradizionali» dall'altro, saranno di aiuto su questa strada, io credo sia più interessante guardare avanti: ascoltare padre Spadaro (per chi ancora non lo conoscesse: ma sui sentieri che incrociano il web, la cultura e la fede è difficile non averlo incontrato) e cercare di intuire come sarà la «sua» Civiltà cattolica. In particolare laddove lo si ode consapevole della tradizione cui appartiene: «L'innovazione - spiega - appartiene fin dalle origini alla storia e alla tradizione della Civiltà cattolica, che nacque nel 1850, quando l'Italia non era ancora unita, ma scelse di esprimersi in italiano anziché in latino, come nell'uso dell'epoca per le pubblicazioni di questo tipo. Lo stesso strumento della rivista, poi, era un fatto inconsueto per gli ambienti cattolici: le riviste erano appannaggio dei liberali, degli anarchici...». E pronto a reinterpretarla: quando spiega che «l'intelligenza della fede al tempo della rete» significa «mettersi in dialogo con l'umanità di oggi (un'umanità che è ancora capace di impegno, di coraggio)», ovvero «sforzarsi di decifrare la tensione spirituale che sta all'origine di tanti interrogativi, magari disordinati, di cui il web si fa collettore». E conclude, a proposito del futuro «concetto di rivista», che «senza rinunciare alla carta stampata, occorre inserirsi in una pratica di condivisione, secondo lo stile di prossimità e amicizia caratteristico dei social network. Sì, sono convinto che questo processo toccherà anche La Civiltà cattolica, ma con tempi lunghi e nelle modalità che verranno stabilite dall'intero collegio degli scrittori».

Meno male che Giorgio c'è!

«Si può strillare in un prato, ma non si p'uò cambiare il corso della storia»

Napolitano: «Il popolo padano non esiste. E la legge elettorale andrebbe cambiata»

Il capo dello Stato: «Nella Costituzione non c'è possibilità di una via democratica alla secessione»


«Nell'ambito della Costituzione e delle leggi non c'è spazio per una via democratica alla secessione». È quanto ha affermato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel discorso alla facoltà di Giurisprudenza di Napoli. Napolitano ha poi sottolineato che «non c'è un popolo padano». E ancora: «Si può strillare in un prato ma non si può cambiare il corso della storia». Un riferimento indiretto ai raduni della Lega Nord nel «pratone» di Pontida che ogni anno celebrano il movimento di Umberto Bossi nella «città del giuramento» (quello della Lega Lombarda che si unì contro il Barbarossa). Il capo dello Stato ha poi ricordato che «nel '43-'44 l'appena rinato Stato italiano, di fronte a un tentativo di organizzazione armata separatista, non esitò a intervenire in modo piuttosto pesante con la detenzione di Finocchiaro Aprile». «Ho avuto modo di dire che la secessione è fuori dalla storia e ho aggiunto fuori dalla realtà del mondo di oggi - ha detto ancora Napolitano - . Perchè se si guarda al mondo d'oggi appare grottesco semplicemente il proporsi di creare che cosa?. Uno Stato Lombardo-Veneto? Che quindi calchi la scena mondiale competendo poi con la Cina, con l'India, con il Brasile, con gli Stati Uniti, con la Russia... Mi pare che il livello di grottesco sia tale che dovrebbe bastare questo richiamo a far capire che si può strillare in un prato ma non si può cambiare il corso della storia»). (...)

Un bel modo di dire le cose

Discorso al Sindaco delle anime

A Milano si trova la fede


di Giacomo Poretti (del trio "Aldo, Giovanni e Giacomo")

29.09.2011





Eminenza,

nel rivolgerle il mio più caloroso saluto le devo anche porgere le mie scuse perchè il mio non sarà un racconto fedele né tanto meno realistico sulla città, quanto piuttosto la confessione di un innamorato, spero quindi che Lei vorrà perdonare i sentimentalismi e gli eccessi di fantasia, ma forse l'amore e la fantasia, anzichè aggiungere e deformare la realtà, la denudano nella sua  semplice bellezza.



Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti.

Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece...ci ho messo un pò di più.

La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 cm,    ero in compagnia del mio papà, che benchè ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all'epoca si stava in piedi ( era il 1960 !), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno i  nome dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto” va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?  “si, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre”!

Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma “ oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!”

Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all'oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l'Inter a San Siro.

All'oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no.

C'è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera  la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva... siamo stati in Duomo  perchè il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina...

la mamma commossa aggiungeva: vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario!

Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, ed anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina.



Nel frattempo continuavo a frequentare l'oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare, almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l'attore più basso che avesse mai calcato le scene.

All'epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? quel corpicino che non si decideva a crescere? io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1metro e 85. Lei lo confermerà Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande..... finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era  il gioco più bello del mondo.

Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l'attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l'attore e l'Arcivescovo bisogna venire a Milano.

Milano è molto diversa da quella degli anni 60 ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hours che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: 2 per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino  e degli uomini in canottiera. Milano è strana.



A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollattissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o12 elementi, questo spiega , forse, l'enorme impulso dell'edilizia  che ha avuto la nostra città recentemente.

Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in Via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano, si rassicuri Eminenza c'è più gente in coda per il pane che non per il pret a portè, anche se a Milano, si tappi le orecchie,... si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia......A Milano poi c'è un'aria particolare: invece dell'ossigeno noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l'aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del pleistocele...A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile , che l'aria è irrespirabile, ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine mi creda se riamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia  o dalle Filippine, dopotutto non credo che il cous cous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte. L'unica pericolo è che stando a Milano si diventa un pò bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, lui le ha chiesto

“Sarà minga un terun?”, dopo una settimana di broncio  gli è passata; ora ho saputo che mio cognato, il terun,  quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto” sarà mica un extra comunitario?”, c'è sempre qualcuno più a sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate. ( vero Eminenza?)



A Milano chiude un cinema all'anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l'insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po come la michetta, la nebbia e la caseula.......ma Lei  lo sa Eminenza che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore sant'Ambrogio, san Carlo, ma anche Shakespeare,  Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi : uscire dall'oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro!

E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta,...( non ci scriva sopra proprietà dell'Arcivescovado, se no gliela fregano subito) una bici normale.... e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanto al palazzo degli Omenoni, continui fino davanti alla casa del Manzoni, faccia altre 2 pedalate fino piazza san Fedele, in quella Chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a padalare...e poi capirà perchè Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perchè due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano, pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c'è quell'albero bellissimo, di fronte alla libreria san Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heiddegger...e capirà che Milano le sarà entrata nel cuore.

Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto.

E va bene noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei, che, se posso dirlo,  è un po come il Sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina.

E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!

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