A tre anni dal suo ingresso nella vita eterna


Tu solo, Signore Gesù, hai parole di vita che riguardano la nostra vita e che ci danno vita
. Manifestati a ciascuno come Parola di vita; ciascuno riconosca che tu sei il senso, il significato della vita, che tu hai la parola della chiamata, della vocazione decisiva per il cammino di ciascuno. Tu Gesù, trasparenza del Padre, splendore, riverbero del Padre, fa' che vedendo te possiamo vedere il Padre; che ascoltando te, sentiamo la Parola del Padre, cioè la Parola ultima, definitiva, oltre la quale non c'è più nulla, perché Parola risolutiva nella quale c'è tutto ciò che possiamo desiderare. Manifestati a noi, nella tua umanità e nella tua dignità: fa' che cogliendoti, cogliamo l'Assoluto, il Perfetto, l'Eterno, l'Immenso, la Verità, l'Amore, la Giustizia, la somma delle cose desiderabili; Colui al quale va ogni nostro desiderio; Colui dal quale dipendono ogni istante della nostra vita, ogni molecola del nostro corpo, ogni punta del nostro pensiero, ogni nostro gesto e azione. Che Colui che è Dio, sopra ogni cosa, in ogni cosa, dal quale tutto è e tutto è stato fatto e al quale tutto converge, Colui dal quale ogni cosa riceve forza, essere e vigore, che è signore della vita e della morte, del tempo e dell'eternità della gioia e del dolore, della notte e del giorno, ci si manifesti in te Gesù, Signore, Verbo di Dio fatto uomo, Amico e Fratello, medico, padre, madre, tu che per noi sei ogni cosa, tu che sei la scelta definitiva della nostra esistenza. Te lo chiediamo per mezzo di Maria tua madre che in te ha trovato il senso perfetto della sua vita e che sotto la Croce ha conosciuto profondamente te e il Padre.
Carlo Maria Martini, All'alba ti cercherò, 151-152

Una immagine di Dio non amabile

"Abbiamo di Dio una falsa e povera immagine; e ci è difficile obbedire al primo comandamento (“Amerai Dio con tutto il cuore”) perché ci sta di fronte un Dio assai poco amabile.
Temibile piuttosto, onnipotente, sapiente architetto, sommo regolatore ed anche grande punitore.
Non è amabile un Dio cosiffatto. E infatti non lo amiamo.
Lo temiamo, lo rispettiamo, lo ammiriamo; ma l'amore – l'amore appassionato e passionale di cui parla la Bibbia – è un'altra cosa; e noi difficilmente riusciamo a riferirlo a lui. A questo punto c'è da chiederci se siamo cristiani, o addirittura se possiamo essere cristiani, finchè permane in noi un'idea di Dio che ci rende tanto arduo – addirittura quasi impossibile – quel primo comandamento dell'amore.
Noi amiamo Dio e siamo cristiani nella misura in cui quell'idea si dissolve e ad essa ne subentra una più consona alla realtà del Dio – Amore”.
Adiriana Zarri, In quale Dio crediamo

Colpito e affondato

«La conversione al servizio ecclesiale è difficile da portare avanti, sia idealmente sia nella nostra vita concreta. Dobbiamo convertirci all'umile e modesto servizio a questa Chiesa cattolica e romana; con il suo sviluppo storico e con questa sua configurazione diocesana. Chiesa e fedeli vanno serviti con dedizione e amati così come sono, senza proiettare su di loro un progetto astratto. Questo è certamente un punto molto delicato del cammino formativo, a proposito del quale si potrebbero porre domande più pungenti.
Una, postami proprio dal Rettore Maggiore (mons. Gianfranco Poma), chiede: "Uno dei problemi molto sentiti dai seminaristi è il rapporto tra la figura di prete, descritta e presentata dai vari settori della formazione teologico/disciplinare/spirituale del seminario, e la reale configurazione del contesto e delle strutture della vita quotidiana del prete. Nei colloqui con lei, quali prevalenti timori emergono dai candidati; quali percezioni circa la realtà pastorale? Lei intravede un miglioramento di corrispondenza, oppure una persistenza di difficoltà tale per cui l'indice ideale della proposta seminaristica può consegnare a pericolose frustrazioni e disillusioni?".
Certo questo pericolo esiste sempre; esiste sia il pericolo di astrattezza e di schematismo della proposta, sia quello dell'eccessiva idealizzazione di una figura di Chiesa e di ministero. In questo campo sta proprio la conversione che a me pare più necessaria: la percezione, cioè, che esiste un ideale di Chiesa che non si raggiunge se non servendo i fedeli, vivendo il presbiterio, accettando i fratelli, le comunità e gli oratori così come ci vengono consegnati; salvo poi apportarvi la nostra carica e il nostro impegno. Si tratta di imparare ad amare il prossimo così com'è, senza idealizzarlo; e il nostro primo prossimo è la Chiesa, la mia parrocchia, l'oratorio, i preti anziani, le strutture...
Questo momento importante della conversione alla Chiesa è da sottolineare, proprio per evitare frustrazioni e disillusioni. Di esse, però, mi pare che non si possa incolpare il seminario, ma la persona che non è stata capace di uscire dai suoi schematismi e di staccarsi da un'idealità giovanile che facilmente astrae.
Il seminario, da parte sua, deve comunque saper vigilare su questa conversione a una Chiesa che - essendo fatta di uomini e di strutture storiche - "è quella che è" e va amata così! È il samaritano ferito! Vorrei magari che non fosse ferito, perché allora potrei instaurare un piacevole dialogo con lui; ma è così, e quindi devo curarlo così com'è!
Questa è la vera scoperta del Signore: la scoperta che in questa Chiesa lui è talora samaritano ferito o guaritore ferito; che anche lui - nel corpo della Chiesa - è debole, fragile, non proprio rispondente ai miei ideali, non sempre capace di coinvolgermi in un'affettuosa e arricchente comunione presbiterale come io supponevo un po' scioccamente...
Questa disillusione di fronte alla Chiesa talvolta raggiunge punte critiche, mentre altre volte è semplicemente un processo di "entrare nel vissuto", processo che può essere soltanto personalissimo».
Carlo Maria Martini, «Per infrancarmi con voi e tra voi», in "La Scuola Cattolica" (2012), 469-470

Inutilità


 

«Per Ante.
C'era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno, l'unica presa d'aria della cella.
L'uomo si abitua all'ombra.
A mezzogiorno, in piedi sulla branda, si allunga la fessura della luce: meno di un rigo, un verso, breve, passa sulle palpebre degli occhi.
C'è un nodo nel legno, e lui tocca con l'unghia e con il tempo, con la punta dell'unghia e del tempo: all'uomo serve un gioco, nella cella.
Un giorno il nodo cede; pregato dall'unghia, l'amica del tempo, che ricresce ogni giorno, il nodo cede. Si toglie come un tappo di bottiglia, e nel suo collo passa uno zampillo di luce, dritta, liscia, s'allarga a terra. Allaga il pavimento.
Il prigioniero Ante si mette scalzo, ci si bagna i piedi. E' un anno che non esce di cella: niente cortile, aria. Un anno che la porta è uguale al muro, che la porta non porta da nessuna parte. Un anno.
Strizza gli occhi. Il sole dentro il buco è un'arancia, tonda, nella mano.
I piedi si strofinano fra loro: sono due bambini, la prima volta al mare. I piedi di Ante Zemljar.
Ante Zemljar, comandante di molti partigiani, congedato col merito della vittoria in guerra, e adesso chiuso dagli stessi compagni suoi: nemico della patria.
Nemico.
Lui, che l'ha agguantata al collo, l'ha scrollata dagli eserciti invasori fiume per fiume, dalla Neretva alla Drina, coi calci della fame, senza nemmeno portar via una cipolla a un contadino, perché così è la guerra partigiana.
Nemico. Lui.
L'hanno tolto da casa. Da Sonia, di due anni, che sa gridare già "Lasciate il mio papà!"
Adesso, sì, voi siete i suoi nemici.
Ante sa le percosse.
Sa che un pugno da destra lascia sangue sul muro di sinistra e viceversa, un pugno dritto in faccia lascia sangue a terra. Ma c'è la novità: qui le botte riescono a lasciare il sangue sul soffitto. C'è da imparare sempre circa le vie del sangue, e dei colpi ingegnosi dei gendarmi.
Ante conserva il nodo. Lo rimette nel legno. La guardia non saprà. Il sole non è spia, s'infila svelto e poi non lascia impronta. Pure se perquisisce, la guardia non può dire "Qui c'è stato il sole, sento il suo odore!" Il sole non è un topo. Pure se ne finisce molto in una cella, nessuno si accorge che fuori manca un raggio, che la conduttura del sole ha un buco, che perde luce da un nodo di legno.
Ancora un po' di mesi, poi glielo daranno il sole, tutto in una volta, sulla schiena, peggio dei colpi di bastonatura. Sopra l'isola nuda, a spaccar pietre, Ante.
Il prigioniero Ante.
Ha conservato il nodo. Qualche volta, lontano dalla guardia, lo punta contro il sole, e si procura un'ombra sempre all'isola nuda, a spaccar pietre bianche e poi gettarle in mare. Adriatico. Perché la pena è pura, non ha valore pratico. E il mare non si riempirà».
Erri De Luca
 

Test

Sta testando un giubbotto anti-proiettile (1923)...
o la resistenza di un uomo?
 

Pochissimi

Pochissimi hanno classe da vendere;
la maggior parte la compra e la indossa.
Ma non è la stessa cosa.
Paola Melone

"Se no, lo taglierai"

Il vangelo delle messa ambrosiana di oggi: «Gesù diceva anche questa parabola: "Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: 'Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?'. Ma quello gli rispose: 'Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai'”» (Luca 13, 6-9).
Capisco lo stile complessivo di Gesù, ad imitazione di quello di Dio Padre: la cura personalizzata, la promozione degli slanci di bene (anche quelli minimi), l'attesa attiva e misericordiosa.
Ma non intendo questo brano come quello eccelso per riassumere tutto il suo ministero: anche Lui ha avuto i momenti in cui ha sferzato i suoi, quelli in cui è stato più delicato, quelli in cui ha dovuto serrare i ranghi del suo gruppo, quelli in cui ha spalancato le braccia.
Tantomeno intendo questo brano come la magna charta della pastorale della chiesa cattolica. Purtroppo però così è stato ed è, specialmente in Italia: continui rinvii, tiepidezze, interpretazioni benevole di pratiche inaccettabili, deleghe dalle decisioni doverose qui e ora.
In base ad una lettura semplicistica e interessata di questo vangelo ci si sentirebbe autorizzati a chiudere non solo un occhio, ma addirittura due: se si tratta ingenuamente di "aspettare", si possono "attendere passivamente" i preti e i sindaci che fanno i funerali solenni e le processioni ai mafiosi, i politici che mandano in rovina la propria nazione, gli imprenditori disonesti, i lavoratori incapaci, i professionisti incompetenti, i cresimandi che se ne sbattono, gli adolescenti che si fanno le canne, i genitori irresponsabili, i perditempo nei bar, le autorità dispotiche...
Sarebbe la fine di ogni intervento educativo e di ogni azione pastorale.
Ma così non è! Un'attenta lettura della parabola (senza cadere nell'allegoria) rivela alcuni aspetti non scontati: l'albero infruttuoso viene definito uno sfruttatore del terreno; il vignaiolo si impegna a zappare e mettere il concime; il tempo della dilazione è quantificato in un altro anno... e non si tratta di un rimando all'infinito; al termine di questo tempo, se non si troveranno frutti, è contemplata la possibilità di tagliarlo.
Rabbrividisco al pensiero che questa parola valga anche per me e per il cammino di conversione che mi attende, non dilazionabile.
Ma non accetto che si faccia passare Gesù per un sempliciotto, che lascia le pratiche sulla scrivania almeno sei mesi, così si risolvono da sole... cioé non si risolveranno mai!
don Chisciotte Mc

Delicata invocazione

Spirito d'amore fammi vibrar
come le corde dell'arpa di David.
Spirito Santo suonaci insieme
come le corde dell'arpa, le corde dell'arpa ,
le corde dell'arpa di David.
 
Spirito d'Amore scendi su di me ,
come la musica nel cuore di David.
Spirito Santo dimora in noi
come la musica nel cuore, la musica nel cuore
la musica nel cuore di David.
 
Spirito d'Amore fammi amar ,
come il Figlio dei figli di David.
Spirito Santo guidaci Tu, fino al Figlio dei figli
al Figlio dei figli, al Figlio dei figli di David.

Evidenze

Anniversari di frère Roger

Il fresco respiro di una fede giovane.
E' in Francia. Attira migliaia di ragazzi cattolici, protestanti e ortodossi. Anticipando l'unità della Chiesa.
di Paolo Rapellino
«Si passa qui come si passa accanto a una fonte. Il viaggiatore si ferma, si disseta e continua il cammino». Con queste parole Giovanni Paolo II salutò la comunità ecumenica di Taizé durante la sua visita nel 1986. A quella fonte, in 75 anni di vita, hanno bevuto migliaia di giovani. Tanti quanti mai avrebbe immaginato il giovane protestante svizzero Roger Schutz quando nell’agosto del 1940 decise di prendere dimora nel piccolo villaggio francese per fondarvi una comunità dedita alla riconciliazione tra le diverse confessioni cristiane.
Negli anni Sessanta iniziarono ad arrivare tra quelle colline della Borgogna i ragazzi di mezz’Europa, affascinati dalla singolare comunità di monaci vestiti di bianco dove vivevano e pregavano insieme protestanti, cattolici e ortodossi. Pochi anni dopo i pellegrini erano già migliaia, tanto che i prati attorno pullulavano di tende stipate di giovani e i giornali  parlavano di “Woodstock cattolica”. Poi Taizé diventò globetrotter con gli incontri che ogni fine d’anno facevano (e fanno tutt’ora) tappa in una diversa capitale europea. Fino alla caduta del Muro di Berlino, quando una fiumana di ragazzi polacchi, ungheresi, cechi e slovacchi, assetati di spiritualità comunitaria, segnava record di presenza mai più battuti.
E oggi? Nel cuore dell’Europa secolarizzata e in crisi d’identità, l’essenzialità della proposta cristiana che qui si respira a pieni polmoni continua a richiamare migliaia di persone. Per toccarlo con mano basta trascorrere qualche giorno sulla collina di Taizé, dove in estate sono ospitate fino a 5.000 persone. Attorno alle abitazioni dei monaci si è sviluppata una cittadella dedicata ai pellegrini: casette in legno piene zeppe di letti a castello, porticati per il consumo dei pasti, tende per lo svolgimento degli incontri… E poi la grande chiesa della Riconciliazione, dove le panche sono abolite e tre volte al giorno ci si siede a terra per pregare con i celebri canoni dalle melodie facilmente memorizzabili.
Statunitense con origini italiane, Frère John è uno dei fratelli che quotidianamente guida gli incontri per i ragazzi. Spiega che dopo il boom degli anni Novanta gli arrivi dei visitatori si sono stabilizzati a partire dall’inizio del nuovo millennio. La priorità all’ospitalità è sempre per i giovani, ma sono aumentati gli adulti e arrivano anche famiglie.
«Rispetto al passato i giovani sono meno preparati nella fede, spesso hanno legami più fragili con le comunità cristiane, fanno più fatica a percepire la vita come un cammino organico», chiarisce il monaco, «vivono le esperienze come fossero le app di un telefonino: si passa da una all’altra senza un legame, con direzioni contraddittorie. Eppure qui fanno la stessa esperienza di sempre. Noi diciamo un’esperienza di Chiesa, di comunione: cos’è altrimenti stare insieme, pregare, leggere la Bibbia, commentarla?».
«Sono arrivata con una fede ridotta a un lumicino. Ma qui ho percepito

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Corpo assunto

«Ciò che definisce l’uomo in questa prospettiva è che il corpo non stringe in un rapporto di parentela l’uomo al mondo inferiore (animale, biologico) ma a Dio; che il corpo, come lo spirito, partecipa dell’essere immagine di Dio; che l’economia di salvezza si svolge attraverso un’economia della carne unita all’economia dello spirito; che le due economie evocano il modo della creazione per le due mani del Padre che sono il Figlio e lo Spirito Santo. (...) L’uomo è un corpo e uno spirito capax Dei dalla creazione, o, se così si potesse dire, "prima" del peccato, e tale rimane per tutta la storia, tale è rivelato nella storia tramite l’incarnazione».
Michelina Tenace, Dire l’uomo, 92-93

Citazione

Non è un bell'atteggiamento... ma a volte è proprio così.

Teniamone conto

Il tesoro degli stranieri d’Italia: pagano tasse per 45 miliardi; “Una risorsa per il paese” 
di Vladimiro Polchi 
È la dote che gli immigrati portano al Paese: un bottino di 6,8 miliardi di euro che ogni anno finisce nelle casse dell’Agenzia delle entrate. Sì, perché tra i 5 milioni di “nuovi italiani” si cela un popolo di contribuenti: 3 milioni e mezzo di persone, che dichiarano al fisco oltre 45 miliardi di euro l’anno.
A mappare le dichiarazioni dei redditi 2014 dei nati all’estero è la fondazione Leone Moressa. I risultati? I contribuenti immigrati rappresentano oggi l’8,6% del totale e dichiarano 45,6 miliardi di euro. In testa ci sono i romeni (con oltre 6,4 miliardi), seguiti da albanesi (3,2), svizzeri (2,8) e marocchini (2,4). Le donne sono meno della metà: 43,9% (rispetto al 48% delle italiane), visto la presenza di molte straniere inattive. Per alcune nazionalità dell’Est Europa, impiegate prevalentemente come colf e badanti, si raggiungono invece percentuali ben più alte: è il caso dell’Ucraina (le donne contribuenti sono il 75,9%) e della Moldavia (60,7%). Non è tutto. Nonostante la crisi, i redditi dichiarati dai nati all’estero sono aumentati dell’1,8% nell’ultimo anno. Il record di crescita? Quello dei cinesi (più 8%) e moldavi (più 7,3%).
Quanto ai redditi pro-capite, le nazionalità più ricche sono quelle dell’Europa Occidentale (Francia, Svizzera e Germania), con redditi molto vicini a quelli degli italiani (20.710 euro), «ma si tratta probabilmente di cittadini italiani, seppure nati all’estero — avvertono i ricercatori della Moressa — e dunque non propriamente “ immigrati”». Alcune nazionalità scendono invece sotto quota 10mila euro pro-capite. Le più povere sono Romania (9.950 euro), Cina (8.350 euro) e Ucraina (8.240 euro).
Mediamente, la differenza tra il reddito pro-capite dei nati all’estero e quello degli italiani 

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Raccogliamo dati

La vita low cost nel Vaticano di Bergoglio 
di Fabrizio Caccia 
Niente auto blu, né vesti liturgiche costose, né tantomeno pranzi e cene nei ristoranti di lusso: nel Vaticano di papa Francesco ormai è vita low cost. Luciano Ghezzi, da più di mezzo secolo ha il negozio in via dei Cestari, la strada degli arredi sacri e della sartoria ecclesiastica: «Vescovi e cardinali hanno paura che il Papa li sorprenda. La Chiesa si rifà il look, ora è tempo di saldi e sobrietà anche per gli alti prelati».
«Io conosco bene il vescovo di Santo Domingo, lui in guardaroba ha delle mitrie pazzesche. Ma mi ha detto che adesso si vergogna e quei copricapo sontuosi non li indossa più. È chiaro no? Se Francesco va in giro con una “casuletta” che costa come una camicia, 65-70 euro al massimo, è naturale che tutto, intorno a lui, si fa più sobrio. Vescovi e cardinali hanno paura che il Papa li sorprenda...». Luciano Ghezzi da più di mezzo secolo ha il negozio in via dei Cestari, la strada famosa degli arredi sacri e della sartoria ecclesiastica accanto al Largo di Torre Argentina. La Chiesa — dice — si rifà il look e adesso è tempo di saldi anche per loro, gli alti prelati: una casula bianca, una rossa, una verde e una viola (la casula è la veste liturgica colorata indossata dal celebrante) Ghezzi le vende in blocco a 140 euro. L’offerta campeggia in vetrina: Vaticano low cost.
Anche ieri Bergoglio, all’Angelus in piazza San Pietro, è stato chiaro: «Gesù invita ad aprirsi ad una prospettiva che non è soltanto quella delle preoccupazioni quotidiane del mangiare, del vestire, del successo, della carriera. Gesù parla di un altro cibo, parla di un cibo che non è corruttibile, il cibo che rimane per la vita eterna...». Già, sarà per questo — aggiunge Filippo Di Giacomo, 63 anni, prete-giornalista e fine conoscitore delle storie di Curia — che sempre meno cardinali si fanno vedere volentieri attovagliati nei ristoranti dove prima li andavano a fotografare i «paparazzi», tra Borgo Santo Spirito e via Traspontina. Al mitico «L’Eau Vive» del Pantheon. Oppure ancora al «Velando» a Borgo Vittorio. Sembra finito il tempo dei banchetti: «Gli stessi parenti dei religiosi ormai si guardano bene dal fare loro regali di lusso, perché sanno che il Papa non li apprezza...», sospira mogia Giovanna Salustri, da 70 anni in via dei Cestari, col suo negozio quasi di fronte a quello di Ghezzi. Ed ecco allora, da lei, un’infilata di croci, anelli, corone, reliquiari e ostensori, calici, pissidi e incensieri, una nuvola d’oro che riempie di luce il negozio ma resta là invenduta. «Guardi le croci dei cardinali negli astucci, guardi che belle, sono in argento, tempestate di ametiste e lapislazzuli, costano ognuna dai 200 ai 500 euro, ma non le comprano più perché Francesco non le vuole e non darebbe mai la sua benedizione a questi oggetti. Lui dice sempre: i soldi dateli ai poveri...».
«E certo! — conferma Di Giacomo, allievo del cardinale Tarcisio Bertone alla Pontificia Università Lateranense e compagno di studi dell’attuale Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin — Voi lo sapete, no?, che la croce pettorale di papa Francesco è una croce in argentone che lui pagò 56 euro alla Libreria Ancora di via

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Vecchia e nuova comunicazione


La bacheca parrocchiale? Parla di noi
di Diego Andreatta
La visita estiva che ti porta ad entrare nelle chiese delle località turistiche riserva non poche scoperte: "Parrocchia che vai...", comunità cristiana che trovi. E il primissimo contatto visivo sta proprio lì, appeso nell'atrio, dove cerchi gli orari delle più vicine Messe festive o prefestive. È la bacheca parrocchiale - più o meno delimitata, più o meno ordinata - che ti offre subito anche informazioni essenziali sulla dedicazione dell'edificio o sulla presenza di comunità religiose. Se non hai fretta, ti fai prendere dall'accattivante invito ai ragazzi del paese per il Grest estivo (ma guarda che ambientazione originale!) o dal mosaico dei gruppi parrocchiali con il recapito dei referenti: lo specchio dell'effervescente vitalità di quella comunità.
In molti altri casi, la bacheca è spenta: ecco logori manifesti delle giornate invernali che non sono mai stati sostituiti, oppure locandine risalenti all'epoca del piombo in tipografia, di fresco c'è solo il calendario settimanale, ogni giorno i suoi morti da ricordare nella Messa.
Questa cronica noncuranza ti fa passare oltre, anche se è probabile che molti cristiani "della soglia" o visitatori occasionali buttino l'occhio proprio lì, per capire che cosa si fa o non si fa nelle chiese oggi.
Un altro riflesso di questa disattenzione al valore-bacheca si rintraccia nell'eccesso opposto, tipo horror vacui: la giustapposizione - puntina da disegno sopra puntina di disegno - di qualsiasi testo scritto passi dalla sacrestia: dai tornei del Csi alle feste della Pro Loco. Per non dire della locandina (è stata lo spunto per questa riflessione) incollata pochi giorni fa all'ingresso dell'antica parrocchiale di un'accogliente cittadina marinara delle Marche: segnalava la visita settimanale ad un "Antico Frantoio del Seicento", ma la proposta dichiaratamente enogastronomica sembrava avulsa da intenzioni pastorali, a meno che l'olio non fosse utilizzato metaforicamente per "curare le ferite" nell'Anno della misericordia.
Senza scadere negli avvisi comici (circolano da anni nel web e uno dice: "Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l'estate, con ringraziamenti di tutta la comunità"), il discorso si fa serio se riportato ai fondamentali della nuova e vecchia comunicazione. Come riusciremo a tener aggiornato il sito web parrocchiale, se non riusciamo a rinfrescare la bacheca? O ancora: se riusciamo a dedicare qualche ora all'opportuno addobbo floreale non riserviamo qualche minuto a fare pulizia nella nostra bacheca? Essa parla di noi, ci presenta all'uomo di oggi che sbircia dal sagrato, ripropone una comunità viva a chi torna in chiesa in cerca forse di un secondo annuncio.
Perché non "progettare" una bacheca ordinata e graficamente accattivante, con alcuni richiami vivaci o segnalare una disponibilità al dialogo, un centro d'ascolto a cui rivolgersi? Forse non sarebbe esagerato - oltre a cercare il giovane smanettone o il pensionato informatico che possa tener vivo il sito parrocchiale - pensare anche ad un volontario che si dedichi alla bacheca parrocchiale, un piccolo ministero...
Già trent'anni fa in un corso sulla comunicazione sociale in seminario, un docente parroco invitava a valorizzare questo strumento come autopresentazione, biglietto da visita di una comunità che annuncia e va in uscita: in formato elettronico o sulla facciata della chiesa, quel consiglio non appare superato.

Elogio dei piedi



Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.
 
Erri De Luca, Elogio dei piedi
 

Bagnetto

Indovinare il segreto

«La Chiesa dice: “Alzate la testa, guardate il grande panorama del mondo, guardate le stelle, il sole, questo misterioso e stupendo universo, e ricordatevi che, se è così grande, così bello, così profondo, così ricco, c’è all’origine un pensiero creatore, c’è all’origine un Padre, che ha dato vita a tutto questo.
E tu, uomo, sei stato creato per questo: perché tu sei l’unico essere sulla faccia della terra e forse del cosmo intero, che ha questo dono, di indovinare il segreto dell’universo».
card. Giovanni Battista Montini, 1 ottobre 1961

Apri i nostri occhi

«Tu hai aperto gli occhi del nostro cuore perché conoscessimo te solo, Altissimo, che abiti nei cieli altissimi, Santo tra i santi. Tu abbatti l’arroganza dei presuntuosi, disperdi i disegni dei popoli, esalti gli umili e abbatti i superbi, doni la ricchezza e la povertà, uccidi e fai vivere, benefattore unico degli spiriti e Dio di ogni carne (cfr. Is 57, 15; 13, 1; Sal 32, 10, ecc.). Tu scruti gli abissi, conosci le azioni degli uomini, aiuti quanti sono in pericolo, sei la salvezza di chi è senza speranza, il creatore e il vigile pastore di ogni spirito. Tu dai incremento alle nazioni della terra e tra tutte scegli coloro che ti amano per mezzo del tuo Figlio diletto Gesù Cristo, per opera del quale ci hai istruiti, santificati, onorati.
Ti preghiamo, o Signore, sii nostro aiuto e sostegno. Libera quelli tra noi che si trovano nella tribolazione, abbi pietà degli umili, rialza i caduti, vieni incontro ai bisognosi, guarisci i malati, riconduci i traviati al tuo popolo. Sazia chi ha fame, libera i nostri prigionieri, solleva i deboli, dà coraggio a quelli che sono abbattuti.
Tutti i popoli conoscano che tu sei il Dio unico, che Gesù Cristo è tuo Figlio, e noi «tuo popolo e gregge del tuo pascolo» (Sal 78, 13).
Tu con la tua azione ci hai manifestato il perenne ordinamento del mondo. Tu, o Signore, hai creato la terra e resti fedele per tutte le generazioni. Sei giusto nei giudizi, ammirabile nella fortezza, incomparabile nello splendore, sapiente nella creazione e provvido nella tua conservazione, buono in tutto ciò che vediamo e fedele verso coloro che confidano in te, o Dio benigno e misericordioso. Perdona a noi iniquità e ingiustizie, mancanze e negligenze.
Non tener conto di ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve, ma purificaci nella purezza della tua verità e guida i nostri passi, perché camminiamo nella pietà, nella giustizia e nella semplicità del cuore, e facciamo ciò che è buono e accetto davanti a te e a quelli che ci guidano.
O Signore e Dio nostro, fa’ brillare il tuo volto su di noi perché possiamo godere dei tuoi beni nella pace, siamo protetti dalla tua mano potente, liberati da ogni peccato con la forza del tuo braccio eccelso, e salvati da coloro che ci odiano ingiustamente.
Dona la concordia e la pace a noi e a tutti gli abitanti della terra, come le hai date ai nostri padri, quando ti invocavano pienamente nella fede e nella verità. Tu solo, o Signore, puoi concederci questi benefici e doni più grandi ancora.
Noi ti lodiamo e ti benediciamo per Gesù Cristo, sommo sacerdote, e avvocato delle nostre anime. Per mezzo di lui salgano a te l’onore e la gloria ora, per tutte le generazioni e nei secoli dei secoli. Amen».
dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
 

Osservazione

Compagnia

Il desiderio di guarire

Il significato del guarire 
di Gianfranco Ravasi 
Dieci anni fa moriva a New York la scrittrice Susan Sontag, di matrice ebraica ma dotata di una curiositas culturale onnivora e cosmopolita. Ebbene, a metà degli anni '70, quand'era ancora quarantenne, fu colpita da una forma tumorale dalla quale, però, riuscì a guarire. Su quell'esperienza traumatica compose nel 1978 un'analisi forte e appassionata, emblematicamente intitolata Malattia come metafora (tradotta l'anno successivo da Einaudi). L'interpretazione simbolica della malattia che essa offriva infrangeva il mito dell'approccio solo tecnico, affidato alla terapia medica in modo esclusivo. La malattia nella persona umana è, infatti, un impasto inestricabile di fisicità e spiritualità, di biologia e psicologia, di dolore materiale e di desolazione interiore.
È appunto una "metafora" esistenziale o, meglio, un "simbolo" che unisce in sé corpo e anima, per cui i sintomi non sono solo quelli registrabili dalle macchine e dai loro diagrammi ma anche dalla soggettività umana. In questa luce si comprende perché la moderna medicina si affanni a proporre un'"alleanza" tra medico e paziente, ossia una sorta di sintonia che valichi l'evidente disparità tra la "verticalità" vitale e magisteriale del medico e l'"orizzontalità" inferiore e mortale della posizione del paziente. È un po' anche per questo che in tutte le culture medicina e religione sono state a lungo sorelle, anzi, si sono confuse tra loro. Alla base di questa unione c'era un principio importante di antropologia: l'unitarietà psicofisica della persona, spesso accantonata da un certo supponente scientismo esclusivistico moderno (e naturalmente dai santoni e maghi guaritori, per il verso opposto).
Detto questo, però, non si deve rifiutare la conquista – altrettanto moderna – della distinzione degli approcci: se il sofferente è uno solo pur nella complessità della sua struttura, distinti (anche se non separati) sono i protocolli degli interventi. Detto in maniera brutale, il cappellano non deve diventare un curatore che propone filtri terapeutici e il medico non deve disprezzare chi offre spiritualità e sostegno morale. (...)
Ecco perché è legittimo considerare la malattia non solo nel suo "fenomeno", nella sua "scena" esteriore, sperimentale, ma anche nel suo fondamento ultimo che rimanda alle dinamiche radicali sul senso del limite creaturale e del male. In questo senso, allora, le risposte "metafisiche" – sia pure incomplete e imperfette – sono talora altrettanto necessarie per il sofferente come quelle che l'altro "magistero" gli consegna, e possono esercitare un loro effetto benefico. Ora, pur tenendo conto delle incertezze che la storicità della Bibbia rivela (non di rado, infatti, i due protocolli sono confusi e peccato e malattia vengono mescolati tra loro), è interessante scoprire quale sia il vero significato dell'opera di Gesù guaritore.
Che il fatto sia indiscutibile è attestato da un dato oggettivo: quasi il 45% del racconto dell'attività pubblica di Cristo secondo il Vangelo di Marco è occupato da guarigioni, tant'è vero che un teologo, René Latourelle, ha potuto

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