Al via la nuova sfida alla malattia del secolo: l’Alzheimer
26 febbraio 2018
Inaugurato a Monza “Il Paese Ritrovato”, un villaggio per persone con Alzheimer e con demenza. Il primo in Italia, e il secondo al mondo dopo l’Olanda, ospiterà 64 persone e sorge su un un’area di oltre 14 mila mq.
Una vera e propria cittadina con vie, piazze, giardinetti, negozi, il teatro, la chiesa, la pro loco, l’orto e gli appartamenti. Un villaggio che rivoluziona il modo di intendere la cura e l’assistenza, che offre alle persone malate la possibilità di vivere in libertà e al tempo stesso di usufruire della necessaria assistenza e protezione. A Monza, sabato 24 febbraio, è stato inaugurato “Il Paese Ritrovato”. Ne avevamo parlato qui e finalmente anche l’Italia ha un villaggio dedicato alla cura di persone con gravi forme di demenza e sindrome di Alzheimer: sarà il secondo al mondo, dopo quello olandese. Il Paese Ritrovato è nato a Monza, a ridosso del Parco della Villa Reale: a volerlo è la cooperativa La Meridiana, attiva da oltre quarant’anni nell’assistenza agli anziani. - continua a leggere qui:
http://www.vita.it/it/article/2018/02/26/al-via-la-nuova-sfida-alla-malattia-del-secolo-lalzheimer/146054/


«Voce che pronunzia parole di verità
capaci di entrare nelle tenebre dei tanti misteri della nostra storia».
Nunzio Galantino


«È l'ambizione che divora i giovani,
che non gli fa fare l'amore in pace con le loro ragazze,
che li fa rodere nell'indefinito tarlo della gloria,
che li fa girare nel sonno sempre distratti, e alla ricerca di un appunto,
che li fa accanire senza apprendere un mestiere,
che alla fine è la sostanza di tutto.
È perché anche questo non basta. 
I giovani vogliono farsela con quello che non si riesce a toccare.
Con le distanze che non si possono colmare,
vogliono immolare la loro vita a quest'Incommensurabile.
E quando anche arrivano a qualche risultato, non ce la fanno a godersela.
Li frega l'affanno.
Si poteva fare di più, e meglio, o semplicemente si poteva fare ancora.
L'insoddisfazione li fa andare avanti e gli mette una mina dentro.
Bisogna farsela invece la soddisfazione. 
Occorre non rimanere soli,
non allenare con le proprie mani elevate e mondate dei mezzi uomini, degli storpi, degli incapaci di amare, divorati dalla bellezza e dal tempo perduto».
Vinicio Capossela


«Talvolta ascolto le voci senza farmi distrarre dalle parole che contengono.
È allora che ascolto le anime».
Christian Bobin

Papa Francesco, aprendo la sera del 16 giugno 2016 in San Giovanni in Laterano il convegno della diocesi di Roma, ha parlato di un antico capitello medievale che a un estremo rappresenta Giuda e all’altro Gesù che porta il traditore ormai morto sulle spalle: «Don Primo Mazzolari fece un bel discorso su questo, era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere».  Francesco ha fatto riferimento a un capitello della basilica di Vèzelay, in Borgogna. In alto, sul primo capitello a destra per chi entra, c’è una scultura poco conosciuta, anche a motivo dell’altezza a cui è posta, circa venti metri dal suolo. Una scultura che vista da vicino colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. E fin qui nulla di nuovo: esistono tante rappresentazioni della drammatica e violenta fine da suicida dell’apostolo che aveva tradito Gesù vendendolo per trenta denari. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello. Si vede un uomo che porta sulle spalle il corpo di Giuda. Quest’uomo ha una strana smorfia sul volto: metà bocca appare corrucciata, l’altra metà sorridente. L’uomo veste la tunica corta ed è un pastore. È il Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora perduta, la centesima pecora per cercare la quale ha lasciato le altre 99. L’artista che ha scolpito la scena e il monaco che l’ha ispirata ha voluto rappresentare qualcosa di estremo ipotizzando che anche Giuda vi sia stata salvezza.  
A commento di questa immagine, Papa Francesco ha citato un’omelia che don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo precursore del Concilio Vaticano II, tenne il

«Io penso che Dio si diverta molto a vederci, quando ad esempio prendiamo molto sul serio anche le cose banali della vita. Io invece ho capito che Dio ci vuole sereni e allegri e che non dobbiamo prenderci troppo sul serio. Io sono vescovo, tu puoi essere professore, l’altro un medico ma quando arriveremo dall’altra parte e capiremo che cosa ha significato che Dio ci ha amati, allora capiremo anche la pochezza di ciò che facciamo in questo mondo. E ci meraviglieremo perché Dio ci ha amati in maniera così grande e non potremo non chiederci: ma se non abbiamo fatto niente, come mai ci ha amato così tanto? Sicuramente ci scapperà da ridere e diremo: meno male che Dio è così buono e che nonostante tutte le stupidaggini che abbiamo fatto ci prende con sé in Paradiso. Quale migliore speranza di questa? Allora – concluse – anche nelle difficoltà cerchiamo sempre di tenere presente questo punto di arrivo, questa prospettiva rovesciata. E io sono certo che quando saremo tutti lì, ci faremo una risata generale perché finalmente avremo capito».
don Tonino Bello, omelia una settimana prima della morte

«Dio parla il mondo. Parla all’uomo attraverso il mondo. Dio e l’uomo si parlano attraverso il mondo. Il Logos di Dio struttura il mondo e il suo Soffio lo anima, lo fa tendere verso la pienezza e la bellezza. (…) Il visibile è dunque l’epifania dell’invisibile, il suo simbolo. Ora il soggetto… è da una parte il Logos divino, dall’altra l’uomo loghikós, chiamato ad esprimere i logoi, “le ragioni spirituali” delle cose».
Olivier Clément, Occhio di fuoco, 41-43

“Lì dentro abbiamo trovato uno strato di materiale biologico alto 80-90 cm steso lungo tutti i 23 metri della nave. Erano persone – racconta Roberto Di Bartolo, ingegnere capo della squadra dei Vigili del fuoco che hanno recuperato la maggior parte delle salme dei mille migranti morti nella più grave tragedia avvenuta nel Mare Nostrum nel dopoguerra – quei poveri cristiani erano ammassati uno sull’altro. Prima di salpare gli scafisti li avevano fatti sedere su tavoloni fissati su vari piani alle murate. Nel momento in cui il peschereccio si è prima ribaltato e poi è colato a picco, sono stati tutti scaraventati giù. E lì sono rimasti”.

“Lavorando su materiale di quel tipo e volendo procedere per fronti di avanzamento, provavamo a tirare questi corpi fuori dal cumulo ma finivamo per romperne dei pezzi e questo fatto non ci faceva stare a posto con la coscienza e non rispettava l’indicazione che avevamo ricevuto di recuperarli in maniera più leggibile possibile. Quindi decidemmo di procedere non più su fronti ma su strati, dall’alto in basso, in quel modo, però, avremmo dovuto lavorare con i piedi sui cadaveri. E noi vigili del fuoco abbiamo una regola non scritta, che osserviamo in tutti i teatri in cui siamo chiamati a operare, dagli interventi ordinari ai terremoti come quelli de L’Aquila o del Centro Italia: non mettiamo mai i piedi sui morti. Per questo a quel punto i nostri ragazzi, piuttosto che camminarci sopra, hanno preferito lavorare stando sdraiati sui corpi. Sa cosa significa? Ma era questione di rispetto”.

3 anni fa, il 18 aprile 2015, si consuma la più grande strage di migranti del mar Mediterraneo. Naufraga, a nord della costa libica, un peschereccio con circa 1000 persone a bordo. Soltanto 28 i superstiti.

Come parlare di Dio. Anti-manuale di evangelizzazione 
di Monique Hébrard 
Fabrice Hadjadj, Comment parler de Dieu aujourd'hui?, Anti-manuel d'évangélisation, ed. Salvator. Il libro è la riscrittura di una conferenza pronunciata dall'autore all'assemblea plenaria del Pontificio 
Consiglio per i laici nel novembre 2011

Come parlare di Dio? Parlare di Dio è all'opposto delle “strategie di comunicazione”. Non ha niente a che vedere con il discorso fondamentalista, né con quello dell'ateo, per i quali è sufficiente dire Dio, perché tutto sia risolto, “o per una promozione meccanica, o per un'utopica liberazione”. 
Non bisogna comunque neppure accontentarsi di essere lievito nella pasta. Il levito nascosto nella pasta ricorda il talento sotterrato della parabola... e “come il fondamentalismo provoca la reazione dell'ateismo, l'anonimato dei cristiani, in nome dell'umiltà e del primato degli atti sulle parole, provoca la reazione dell'agnosticismo”.
Parlare di Dio comporta almeno due tipi di obblighi: verso colui di cui si parla, e verso colui a cui si parla. 
Non si può pretendere di parlare di Dio senza cominciare col sapere a chi se ne parla: non c'è parola di Dio se non rivolta a qualcuno e attualizzata nell'oggi. L'autore sviluppa questa idea nella linea di Gaudium et Spes, un'idea che ha molto in comune con l'ultimo libro di Jean Vanier (Les signes du temps à la lumière de Vatican II, ed.Albin-Michel) sul Concilio Vaticano II: non si può parlare di Dio senza metterlo nel cuore delle cose della vita e delle persone, con una parola “sempre attenta alle creature, sempre ospitale, che si fa sempre tabernacolo o cattedrale: ogni essere

Francesco, appena eletto, ha parlato di «cammino insieme di popolo e vescovo di Roma» 
di DarioVitali 
Se una formula ecclesiologica può definire al meglio la recezione del Vaticano II da parte di papa Francesco, questa è "popolo di Dio". (...) In Evangelii Gaudium, documento programmatico del suo pontificato, Francesco indica il popolo di Dio come soggetto della missione evangelizzatrice della Chiesa. Il capitolo III è costruito sul presupposto che «tutto il popolo annuncia il Vangelo». Se «l'evangelizzazione è compito della Chiesa», «il soggetto dell'evangelizzazione è ben più di un'istituzione organica e gerarchica, perché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio. Si tratta certamente di un mistero che affonda le sue radici nellaTrinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (EG 111). 
Il fatto di riferirsi contemporaneamente allaTrinità e al popolo di Dio in cammino nella storia, mostra una sintesi originale dell'ecclesiologia conciliare da parte di Francesco. Egli compone in una visione armonica i capitoli I e II di Lumen gentium, rispettivamente sul mistero della Chiesa e sul popolo di Dio. Questa sintesi appare anche quando afferma che «la Chiesa è inviata da Gesù Cristo come sacramento della salvezza offerta da Dio» (EG 112). «Essere Chiesa», ribadisce il Papa, «significa essere popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d'amore del Padre» (EG 114). «Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa» (EG 113). (...)
Francesco ha una sua visione di Chiesa-popolo di Dio che si può cogliere, ad esempio, nel modo in cui legge la correlazione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale. Quando dice che «i laici sono semplicemente l'immensa maggioranza del popolo di Dio; al loro servizio c'è una minoranza: i ministri ordinati» (EG 102), egli non sottolinea soltanto la necessaria «presa di coscienza della responsabilità che nasce dal battesimo e dalla confermazione», ma evidenzia come «un eccessivo clericalismo li mantiene ai margini delle decisioni». Idea ribadita nella lettera al cardinale Ouellet (2016): «La Chiesa non è un'élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma tutti formano il santo popolo fedele di Dio».
in “Vita Pastorale” del marzo 2018

«Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare.
Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande».
Adriano Olivetti (11 aprile 1901 – 27 febbraio 1960)

La vera essenza del perdono 
di Enzo Bianchi 
I cristiani che vogliono vivere quotidianamente e concretamente il Vangelo sanno che una delle difficoltà più grandi che incontrano è la pratica del perdono. Gesù è stato molto chiaro al riguardo: «Amate i vostri nemici, perdonate a chi vi ha fatto del male, pregate per i vostri persecutori» (Mc 11,25; Mt 5,44-45; Lc 6,27-28.35-37). Il perdono richiesto da Gesù settanta volte sette (Mt 18,22), cioè sempre rinnovato nei confronti di chi fa il male, è l'apice della legge dell'amore del prossimo, e dobbiamo essere grati agli ebrei i quali, fondandosi sulle Scritture dell'AnticoTestamento, giudicano questo perdono a volte impossibile per noi, impossibile come l'amore verso il nemico. 
Oggi assistiamo addirittura a una mancanza di rispetto e di pudore, quando soprattutto i giornalisti chiedono alle vittime se perdonano quanti hanno fatto loro del male. Come se il perdono coincidesse con una dichiarazione verbale fatta pubblicamente e carpita come una confessione di bontà o una risposta dura, in entrambi i casi a favore di telecamera... 
Mi pare, però, che i cristiani non sempre comprendano cosa

“…E non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne e nel mondo. Nasce non tanto «nell’anima», come un’ascesi tutta spiritualistica ci ha insegnato a ripetere: nasce nella vita; nasce dal nostro ascolto, dalla nostra attesa, dal nostro umile e docile accordarci con i ritmi profondi delle cose. E noi gli siamo utero, cesto, nido”.
Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca

Ecclesiastici di gran stoffa 
di Gianfranco Ravasi 
Da un lato, ecco un intenso e fin emozionante saggio biblicamente intitolato "Hai coperto la mia vergogna", tradotto lo scorso anno dal francese: a scriverlo èAnne Lécu, una religiosa domenicana che è anche medico e che dal 1997 esercita queste due sue «professioni» in un carcere dell’Ile-de-France. È una sorta di inchiesta biblica, teologica e spirituale «al tempo seria e allegra – come confessa l’autrice –, un vagabondaggio nel paese delle tuniche di pelle e di lino», alla ricerca non tanto dei tessuti ma dei simboli connessi, la nudità, la vergogna, l’innocenza, la malizia, il manto di gloria. Un viaggio che parte dal Creatore che come un padre-sarto confeziona – all’inizio della Bibbia e della storia – «per l’uomo e sua moglie tuniche di pelle per vestirli» (Genesi 3,21). 
D’altro lato, immaginiamo di ricreare e rivedere l’ironica e grottesca sfilata di moda cardinalizia evocata dal regista Federico Fellini in una sequenza per certi versi esilarante del suo film Roma del 1972, quando per altro Paolo VI aveva già di molto semplificato il sontuoso abbigliamento cardinalizio, mozzando ad esempio le lunghe code delle cappe di porpora. Domani 26 febbraio nel Palazzo Colonna di Roma verrà presentata in anteprima una mostra particolarmente suggestiva intitolata Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination. Basata su una ricca selezione di paramenti e vesti sacre provenienti dall’imponente patrimonio liturgico del Vaticano, l’esposizione si svolgerà dal 10 maggio all’8 ottobre al Metropolitan Museum di NewYork sotto l’egida del suo Costume Institute, a cura di Andrew Bolton, mentre l’evento di Palazzo Colonna vedrà anche la presenza della vicedirettrice del Metropolitan Debora Carrie Barratt. Il coinvolgimento delle testate di moda, a partire naturalmente da Vogue, attesta quanto il complesso dei paramenti sacri, oltre ad avere una dimensione artistica, riflette la sensibilità delle varie epoche, proprio come accade per l’abbigliamento profano. 
I paramenti liturgici, così come l’arredo dedicato al culto, costituiscono infatti un vero e proprio specchio delle varie fasi vissute dalla Chiesa cattolica. È ciò che accade anche in generale per l’abito comune e gli oggetti domestici, tant’è vero che uno dei più popolari scrittori dell’Ottocento francese, Honoré de Balzac, poteva comporre un intero "Trattato della vita elegante" (1830) ponendolo idealmente all’insegna di questo motto: «Il vestito è espressione della società», ne è in pratica l’autoritratto. La veste, infatti, non è

«La solitudine è importante
non solo per gustare la gioia di Dio vicino
ma anche per soffrire l'angoscia di Dio lontano
e nel non volersene consolare,
se non, solo, col suo ritorno.
E' questa angoscia che ci dice
ciò che Dio è per noi.
Dio è come l'aria,
quasi non ci accorgiamo di averne bisogno
perché è sempre lì:
è il nostro naturale
e inconsapevole respiro.
E' quando manca che misuriamo quanto valga;
e che senza non si può vivere.
Nei giorni,
nei quali il bisogno spasmodico dell'uomo
è il segno di un rallentato rapporto col Signore,
l'angoscia va bevuta fino in fondo
senza cercare scappatoie,
come la fonte buia di Dio,
la sua presenza tenebrosa».
Adriana Zarri

Algoritmo. Manca quello della felicità 
di Nunzio Galantino 
Dal latino medievale algoritmus o algorismus, a sua volta derivato dal nome del matematico arabo Muhammad Ibn MusaAl-Khwarizmi (IX secolo), algoritmo sta diventando un termine/concetto cruciale per l’informatica, e non solo. Proprio per questo, le definizioni che lo riguardano variano a seconda dell’ambito di impiego: dalla matematica all’informatica.
È convinzione che l’algoritmo risolva tutti i problemi e risponda a tutte le domande. E, in parte, è vero. Infatti, tra istruzioni e operazioni, un passo dopo l’altro, l’algoritmo conduce a una meta. In maniera rigida, determinata e fredda. Se non che la matematica Cathy O’Neil getta un’ombra su questa sicurezza. Un invito, il suo, che alimenta una riflessione inquietante: «Gli algoritmi sono opinioni inserite in un codice. La gente pensa che siano oggettivi ma è un trucco del marketing». 
Una volta cioè dettati i parametri... niente sentimenti, sorprese, variabili incontrollate o incontrollabili. Niente affidamento ingenuo e spontaneo. Solo fede nella rigidità delle procedure e nella certezza del risultato. Insomma, l’algoritmo non ammette l’imprevedibilità. Tutto ciò, sia chiaro, non ha niente a che vedere col culto della razionalità come unico faro. L’algoritmo è solo un’implacabile successione di istruzioni in codice binario. 
Negli ultimi anni, senza chiedere permesso, l’algoritmo è entrato

Un uomo nota un serpente che sta morendo bruciato e decide di toglierlo dal fuoco. Appena lo fa il serpente lo morde. Per la reazione del dolore, l'uomo lo libera e l'animale cade di nuovo nel fuoco. L' uomo cerca di tirarlo fuori di nuovo e di nuovo il serpente lo morde. Qualcuno che stava osservando si avvicinò all'uomo e disse: "Mi scusi, ma lei è testardo! Non capisce che tutte le volte che prova a tirarlo fuori dal fuoco va a finire così?". L' uomo rispose: "La natura del serpente è mordere, e questo non cambierà la mia, che è aiutare". Quindi, con l'aiuto di un pezzo di ferro, l'uomo tira fuori il serpente dal fuoco salvandogli la vita. Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa del male.

Orgoglio.Purché sia quello sano 
di Nunzio Galantino 
Le derivazioni etimologiche più attendibili rimandano al provenzale orgohl (francese antico orgueil) o al tedesco antico urgoli. In tutti i casi compare la particella intensiva ur e, a seconda delle lingue di derivazione, guol/geil/gil/gal (petulante, notevole). Nell’uso comune, l’orgoglio è lo stato d’animo di chi nutre una eccessiva considerazione di se stesso. «Il desiderio di essere ciò che si è solo sulla base delle proprie forze – avverte Dietrich Bonhoeffer – è un orgoglio fuori luogo. Anche ciò che dobbiamo agli altri ci appartiene ed è una parte della nostra vita... L’uomo costituisce un tutt’uno con ciò che egli stesso è e con ciò che riceve». 
Nella tradizione cattolica, l’orgoglio - vizio capitale - è amore disordinato e spropositato del proprio «io», che porta a riconoscersi buone qualità, meriti e pregi.Anche in loro assenza. L’orgoglio, insomma, è una forma patologica della considerazione di sé: «Ne ha rovinato più del petrolio», cantaVasco Rossi. Non va confuso con quello che viene chiamato e ritenuto, in genere, “sano orgoglio” per un gesto opportuno, una parola detta al momento giusto e con toni giusti o per una scelta effettuata in maniera responsabile e consapevole. Il sano orgoglio funge da stimolo per ulteriori gesti, parole e scelte altrettanto opportuni, responsabili e consapevoli. Un papà o una mamma

Nella cattedrale di Würzburg, in Germania, si trova questo Crocifisso del XIV secolo. Il Signore ha le mani staccate dalla croce e le tiene incrociate sul petto, quasi per abbracciare qualcuno.
Una leggenda racconta che, durante la guerra dei Trent’anni (conflitto armato che dilaniò l’Europa dal 1618 al 1648), un soldato nemico, entrato in quella chiesa e, visto che il Crocifisso portava una splendida corona d’oro sul capo, si fece avanti per rubargliela.
Quando il ladro si trovò di fronte a Gesù e alzò la mano verso la corona, il Signore staccò le braccia dalla croce, si chinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò delicatamente al cuore. Il ladro non resse a tanto amore. Fu trovato morto ai piedi della croce.
Da quel giorno Cristo non ha più allargato le sue braccia, ma ha continuato a tenerle così, come sono ora, strette in un abbraccio.
(A. Barth, Enciclopedia Catechetica, Ed. Paoline)

«Il nostro è un Dio inquietante e scomodo, perché è tra noi e con noi. Ha la faccia da uomo. Ha fame, ha sete, è solo, è senza vestiti, è malato. Ce lo possiamo trovare tra i piedi. Parla con la samaritana, con l’adultera, non si vergogna di andare da Zaccheo, prepara la festa per il figlio mascalzone, rivaluta i rottami della società.
E’ il Dio che sta dalla nostra parte.
Anzi "quando lo cerchiamo nel tempio, Lui si trova nella stalla; quando lo cerchiamo tra i sacerdoti, si trova in mezzo ai peccatori; quando lo cerchiamo libero, è prigioniero; quando lo cerchiamo rivestito di gloria, è sulla croce ricoperto di sangue" (Frei Betto)».
(Dalla Prolusione del card. Francesco Montenegro, al 38° Convegno nazionale delle Caritas diocesane, Sacrofano (Rm), 18 aprile 2016).

Vito è morto ogni volta che una mina antiuomo Tecnovar faceva clic.Vito è risorto ogni volta che le sue mani hanno impedito altri lutti. Perché Vito era l’uomo che fabbricava la più vigliacca delle armi. Oggi è l’eroe che ha vinto il suo passato, bonificando la dorsale minata dei Balcani.

«La morte odora di resurrezione» scriveva Eugenio Montale. Nella ex Jugoslavia avrebbero avuto più di un motivo per odiare l’ingegnere pugliese. Oggi ne hanno molti di più per dirgli falënderim. Il grazie dei superstiti kosovari. Le trappole di Vito Alfieri Fontana erano tra le migliori in commercio. La Tecnovar di Bari era un’eccellenza italiana. Erede designato del (continua cliccando sul link:

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/laddio-alle-armi-di-vito-oggi-risorto


“Forse finora avete creduto che le parole che usate tutti i giorni fossero solo strumenti per poter comunicare con gli altri.
Questo è certamente vero, ma esse hanno anche un’altra importante funzione: contengono infatti l’elemento della vibrazione, che svolge un ruolo vitale nel grande disegno della natura”.
Masaro Emoto