Chiamati per l'infinito


«Non c'è mare che possa contenermi,
nè cielo che possa raccogliermi mai».

Pablo Neruda

Verso la soglia


Quei momenti di coscienza prima di varcare la grande soglia

di don Giovanni Nicolini
Un tesoro molto umile quanto prezioso. Un tesoro che ho scoperto pian piano, in un lungo arco di tempo. Un tesoro che colpevolmente ho scoperto tardi e a cui voglio dedicare parti non piccole del mio cuore, della mia preghiera, della mia mente e del mio tempo. È quel grande tesoro che fiorisce nelle persone quando si avvicinano all'ultimo passo, quello che li accoglie nell'ultima Pasqua in questo mondo.
Un malato alla fine, chi è? Un povero. Non gli si chiede ormai quasi niente. Piuttosto si dispone tutto per lui, come fosse un bambino. E quindi lo si interroga poco, e pochissimo lo si ascolta.
Ecco, è stato ascoltando qualcuno che il «tesoro» si è svelato alla mia mente lenta e al mio cuore distratto. Quando una persona, al di là delle informazioni tecniche che riceve sulla sua condizione clinica, comprende nel profondo, un profondo talvolta più profondo di ogni consapevolezza mentale, di essere verso «la soglia» (continua)

E le responsabilità di chi sapeva e taceva?!

«Dopo la “visita fraterna” del cardinale Giovanni Lajolo nello scorso mese di settembre, la Conferenza episcopale tedesca, conformemente a un accordo fra il vescovo e il capitolo del Duomo di Limburg, ha costituito una commissione per intraprendere un esame approfondito della questione della costruzione della Sede episcopale. In attesa dei risultati di tale esame e dei connessi accertamenti sulle responsabilità in merito, la Santa Sede ritiene opportuno autorizzare per monsignor Franz-Peter Tebartz-van Elst un periodo di permanenza fuori della Diocesi».
qui l'articolo.

Mi sorge spontanea una considerazione:
prima dell'intervento di papa Francesco,
quanti sapevano di questa situazione e non hanno fatto nulla?
Quanti hanno autorizzato queste spese?
Quanti non hanno vigilato?
Quanti hanno chiuso uno o due occhi?
La stessa storia si ripete ogni giorno,
in mille modi e in mille luoghi.
don Chisciotte

 

Vita


«Non c'è mica solo la felicità nella vita,
c'è la vita».

Daniel Pennac

Lotta continua


"Anche quando la vita sembra una lotta contro i mulini a vento,
eroe è colui che non si arrende,
che ogni volta si rimette in piedi e prosegue il suo viaggio,
incurante degli ostacoli, incurante della sconfitta.
Invincibili sono tutti coloro che hanno ereditato l'ostinazione di don Chisciotte.
Invincibili sono, per esempio, i migranti,
uomini e donne che attraversano il mondo a piedi per raggiungerci
e non si fanno fermare da nessun campo di prigionia, da nessuna espulsione, da nessuna legge, da nessun annegamento,
perché li muove la disperazione e vanno a piedi".
Erri De Luca, Gli invincibili

Sarebbe meglio

«Rendi cosciente l'inconscio,
altrimenti sarà l'inconscio a guidare la tua vita
e tu lo chiamerai destino».
Carl Jung

 

 

 

Rischiare nell'oscurità

«Quando cerchiamo semplicemente un segno, come facevano gli scribi e i farisei (cfr Mt 12), allora la ricerca religiosa autentica non c'è più. A poco a poco si dimentica il desiderio di Dio e si vuole il segno come tale.
Cadiamo così nell'economia del successo, rifiutando l'economia umile del Regno. Naturalmente non lo ammettiamo e affermiamo che cerchiamo il successo per Dio, per dare gloria al suo Nome, per il suo onore. In realtà, ci fermiamo, ci chiudiamo in un segno che ci gratifica, e ci conforta.
Ma Gesù non lo accetta, anzi critica fortemente la domanda. "Generazione adultera!" (cfr Mt 12): invece di cercare Dio, volete un suo sostituto, un altro amore, un amore di questo mondo. Non è cosa cattiva, di per sé, cercare dei segni, dal momento che solo attraverso di essi possiamo raggiungere Dio; è cosa cattiva fermarsi ai segni, dare loro un'importanza che non hanno.
Generazione perversa, nel senso che non è diritta, non agisce rettamente, non ha lo sguardo fisso su Dio, non osa più rischiare perché preferisce essere guidata da segni che le assicurino certezze, che le tolgano il rischio.
Il desiderio di tutto questo è più diffuso di quanto non si pensi. Spesso, nel mio ministero, mi sento chiedere dei segni: "Ci suggerisca il mezzo efficace perché i giovani non abbandonino la parrocchia!".
In realtà, non ci sono mezzi che assicurino i risultati pastorali. Ed è perfettamente inutile sfogliare libri, rincorrere le ultime creazioni della immaginazione pastorale per ottenere finalmente che i lontani tornino alla Chiesa, che tutto si verifichi efficacemente! Occorre, al contrario, rischiare nell'oscurità.
Temo anche la diffusione, almeno in Europa, di apparizioni della Vergine. Forse è un segno dell'amore della Madonna che vuole confortarci, ma quando la gente corre per avere parole oracolari, per ottenere l'assicurazione di essere sulla strada giusta, per non accettare il rischio della fede e della scelta difficile della vita, dobbiamo seriamente preoccuparci. Queste apparizioni non possono occupare il centro della vita cristiana e se lo occupano significa che da parte dei fedeli c'è una ricerca sbagliata.
Gesù insegna quella economia della fede che sa accettare l'insuccesso e il fallimento di un progetto. Egli denuncia quella richiesta di segni che giunge fino al punto di cancellare la ricerca vera di Dio solo, ed è una idolatria sempre presente nel nostro cuore, idolatria di segni anche ecclesiastici, per ottenere a tutti i costi ciò che vogliamo.
Dio, invece, vuole prima di tutto la confidenza, l'abbandono a lui, la totale fiducia.
Carlo Maria Martini, Davide peccatore e credente, 28-29

Frammenti

Dove tutto si incide in modo indelebile

«Esiste un luogo sacro che si chiama anima
laddove tutto quello che conta si incide in modo indelebile.
Parole, gesti e pensieri sono fotografati per l'eternità.
Perciò, quando bussi a quella "porta",
prima di entrare lima le unghie,
togli le scarpe,
spogliati delle bugie
e "vestiti" solamente di Te.
Sii Te stesso».
Silvana Stremiz

 

 

Auguri al Consiglio Pastorale

Il maestro sentenziò:
Se la pietra dicesse: "Una pietra non può costruire una casa", non si avrebbero case.
E se la goccia dicesse: "Una goccia non può formare un fiume", non si avrebbero fiumi.
E se il chicco di grano dicesse: "Una spiga non può fare un campo", non si avrebbe raccolto.
E se l'essere umano dicesse: "Un gesto d'amore non può salvare l'umanità", non si avrebbero mai né giustizia, né pace, né dignità, né felicità sulla terra.
Siddhartha

 

In funzione di un servizio

«Cominciamo dal ricordare che, secondo il Vangelo, non c'è autorità di un uomo sopra un altro uomo se non in funzione di un servizio: «Chi tra voi vuole essere il primo, si farà vostro servo, sull'esempio del Figlio dell'uomo, il quale non venne per farsi servire ma per servire, e dare la sua vita in riscatto di molti» (Mt 20, 27-28).
Perciò, chi nell'esercizio dell'autorità spadroneggia o domina, o anche solo non è attento agli altri in umile servizio, offende e umilia la persona umana nella sua dignità irrinunciabile e si rende responsabile degli sdegni e delle ribellioni provocate.
Inoltre, costituendoci capi e pastori nella sua Chiesa, Cristo ci lascia ancora fratelli con tutti i nostri fedeli. L'autorità non cambia la natura umana, né dispensa dal dovere della cortesia, della lealtà, dell'umiltà, della premurosità, del deferente rispetto verso tutti, verso il più piccolo non meno che verso il più grande. Anzi, chi accetta di essere costituito in autorità, si assume un obbligo stringente di farsi un bel carattere, ispirante fiducia, facile alla compassione, in una parola sola: amabile.
Riflettiamo, infine, che l'autorità, di cui siamo investiti, non è nostra, ma vicaria di quella di Cristo; e per il fatto stesso che ci viene conferita, non ci rende automaticamente né più santi degli altri, né più intelligenti e saggi. Se non ci rende automaticamente più santi, ne consegue che bisogna assiduamente purificarci e verificarci mediante la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la schietta comunione con la gerarchia, l'umile richiesta di consiglio, perché non ci accada di intorbidare la volontà di Dio, di cui nel nostro servizio siamo autorevoli trasmettitori e interpreti, con intrusioni di nostri arbitrari disegni.
E poiché il carisma dell'autorità, pur assicurandoci una particolare grazia del posto, non ci rende per ciò stesso né più intelligenti, né più saggi, nasce il bisogno di richiedere la collaborazione di tutti i membri della Chiesa, a cominciare dai più impegnati e competenti, sacerdoti, religiosi e laici. Siamo impegnati, quindi, moralmente a sollecitare il loro consiglio, anche attraverso le opportune istituzioni suggerite dai documenti conciliari, ad accettare le loro giuste osservazioni, a rimetterci al loro parere nelle cose che sono di loro competenza».
card. Giovanni Colombo, dall'Omelia nella messa crismale 1969

Nostalgie


«L'essere umano spasima di raggiungere una pienezza che non potrà mai ottenere, se non in rari e fugacissimi momenti. Il cuore dell'uomo anela a un'eternità di cui talvolta percepisce l'esistenza.
L'uomo è un perenne insoddisfatto, anche quando è apparentemente appagato di tutto. E questo avviene perché la vita di ciascuno di noi ha nostalgia di potersi riavvicinare all'Amore che l'ha generata. «Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Ebrei 13,14).
Il tempo per ogni creatura umana è un tempo breve, urgente, che passa e non torna. E in questo tempo fugace si gioca la riuscita della nostra vita, l'eternità, la nostra scelta per il sempre.
Un tempo breve, urgente, anche per il mondo che cambia, intorno a noi.
La Parola di Dio ci richiama a una dimensione essenziale del vivere: la dimensione della provvisorietà, il vivere da pellegrini, anzi da nomadi, come anche Pietro ribadisce nella sua prima Lettera ai capitoli 1 e 2.
Pellegrini ogni giorno. Forestieri in ogni luogo. Nomadi che ogni mattina levano la tenda e ogni sera la ripiantano, finché ci sarà data una casa stabile, una dimora per sempre.
Vivere lo spazio e il tempo da nomadi è un puro atto di umiltà. È finalmente percepirsi piccoli di fronte all'Universo e quindi non crederci mai degli "arrivati".
Nomadi. Questa è la condizione reale, oggettiva, di ognuno di noi, di ogni famiglia, di tutti su questa terra.
Ma siamo capaci di vivere così? Viviamo come pellegrini o come gente arrivata, sistemata? Come forestieri o come gente che ha messo qui le radici, come se non dovesse mai più andare via? Come zingari in una tenda, o come signori che cercano solo di stare bene, comodi, tranquilli, senza pensare al tempo che passa, al bene che resta, ai fratelli che tendono la mano?
Carlo Maria Martini, Le ali della libertà, 102-103

Convinto dalla esperienza


«Vi giuro, signori, che l'esser troppo consapevoli
è una malattia,
un'autentica, assoluta malattia».
F. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

"Faccio la Comunione"


«Sono una spiaggia arida!
Viene l’onda e non so accoglierla.
Quale angusto recipiente
per la tua straripante abbondanza!
Quanta impurità
per l’innocenza che mi gorgoglia tra le mani!
Come potrà starci tutto questo mondo
nel cuore di un povero uomo?!
Cosa mi domandi Signore?
Lasciarmi amare.
Tu non mi domandi di più.
Non mi domandi se ti voglio bene.
Ti basta che io mi lasci amare dall’amore.
Portare dall’amore.
Perché anch’io sono un lontano.
E allora… faccio la Comunione.
Sei Tu che mi ospiti!
Io sono l’esule che ritorna alla patria.
Il prodigo che, dal deserto dell’amore
torna alla casa dell’amore
nel giorno dell’amore».
don Primo Mazzolari

Inculturazione


«Che lo Spirito abiti la chiesa vuol dire, infatti, che Egli opera al fine di permettere l'incontro tra Cristo e le diverse epoche e culture in cui la chiesa si trova concretamente a vivere.

Egli agisce per attualizzare la pasqua di Cristo nella multiforme umanità in cui deve trovare accoglienza e mettere radici. Detto in altri termini, lo Spirito opera nella chiesa permettendole di essere sempre fedele al Cristo incontrato e annunciato dagli apostoli; ma una tale fedeltà non sarebbe reale se non perché lo stesso Spirito consente l'incontro tra Cristo e la concreta umanità che, con il suo carico di storia, incontra lui e vi aderisce in tempi e luoghi differenti.
Proprio in questo, la relazione della chiesa allo Spirito santo evidenzia un altro tratto della sua umiltà.
In quanto vivificata dallo Spirito, la chiesa deve mantenersi aperta e libera. Essa non sa in anticipo e in maniera astrattamente formale, infatti, che cosa concretamente significhi, nei diversi contesti e nelle diverse epoche, mantenere una reale fedeltà al Cristo conosciuto e annunciato dagli apostoli; perché non sa previamente dove possa condurla lo Spirito, nel suo ininterrotto lavorio di universalizzazione e, perciò, di attualizzazione della pasqua. Per questo, la chiesa è realmente se stessa quando, in fedeltà alla sua costitutiva relazione allo Spirito di Cristo, si vede costretta a respingere sia la tentazione dei cosiddetti "conservatori" sia quella, in fondo uguale e contraria, dei cosiddetti "progressisti". Continua a essere pertinente, in tal senso, e degno di essere ricordato quanto Kasper scriveva alcuni decenni or sono quando, richiamando come una chiesa che creda davvero nello Spirito che la abita e la vivifica non si può basare su "piani, prontuari o ricette", asseriva:
"Nella chiesa attuale lo Spirito fa paura sia ai "conservatori" che ai "progressisti": ai conservatori, perché si fidano dello Spirito unicamente quando egli si esprime in forme e formule loro note da sempre; ai progressisti, perché diventano impazienti e rassegnati quando la storia non si muove nella direzione da essi pronosticata o con il ritmo che s'attendevano. Sia gli uni che gli altri si rifiutano di osare, di sperimentare lo Spirito, dove l'esito non è stabilito" (W. Kasper, La chiesa come sacramento dello Spirito (1980), p. 96).
Ma accettare di essere abitata dallo Spirito di Cristo e accogliere, perciò, che "l'esito non è stabilito", non mostra sotto un'altra angolatura l'umiltà della chiesa? E ciò non si dovrà tradurre in uno sguardo di "realistica fiducia" verso tutte le epoche e tutte le situazioni in cui la chiesa si troverà a vivere, proprio perché si ha la certezza che, nello Spirito, Cristo è per tutti? E non dovrà tradursi in una certa qual attesa del modo in cui, in tempi e contesti nuovi, lo Spirito opererà l'incontro tra Cristo e le persone vive che, nella chiesa, di volta in volta a lui si consegneranno, nella lucida consapevolezza che ogni nuova adesione a Cristo comporta "una certa qual novità" per la stessa chiesa?».
Roberto Repole, L'umiltà della chiesa, 40-42

 

Ho voglia di persone belle

"Le persone più belle che abbiamo conosciuto
sono quelle che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza, lo sforzo, la perdita,
e hanno trovato la loro via per uscire dal buio.
Queste persone hanno una stima, una sensibilità
e una comprensione della vita che le riempie di compassione, gentilezza e un interesse di profondo amore.
Le persone belle non capitano semplicemente, si sono formate".
Elisabeth Kubler Ross

Vivi


"Pochissimi sono i vivi e molti i morti in questa vita,
poiché morto è colui che non si lascia mai andare
e non sa prendere le distanze da sé per un amore o per uno scoppio di risa".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 59

Oggi la memoria del beato papa Giovanni XXIII


"Attenzione ai malintesi: se non li possiamo scansare, almeno non coltiviamoli".
Giovanni XXIII

"Voi non sapete il male che fanno alla Chiesa, alle parrocchie, alle comunità, le chiacchiere! Fanno male! Le chiacchiere feriscono.
Un cristiano prima di chiacchierare deve mordersi la lingua! Sì o no? Mordersi la lingua: questo ci farà bene, perché la lingua si gonfia e non può parlare e non può chiacchierare.
Ho l’umiltà di ricucire con pazienza, con sacrificio, le ferite alla comunione?".
papa Francesco, Udienza del 25 settembre 2013

Tattiche antievangeliche

«Oggi, nella Chiesa, si vanno determinando due tendenze opposte. Si stanno scontrando due concezioni dell'apostolato. La prima è basata sull'istituzione. La seconda sul movimento.
1. - La prima insiste più sull'ordine che sulla giustizia. Più sull'autorità che sulla corresponsabilità. Il suo impegno: difendere l'onore di Dio e i diritti della verità. Il suo ideale: una Chiesa rispettata. I mezzi per arrivarci: la protezione, l'appoggio (leggi, Stato, potere, ecc...). Conseguenze: un mondo chiuso, una mentalità da ghetto. Raggruppare i cristiani tra di loro (quanti circoli chiusi, con sopra l'etichetta di cattolico!), fare in modo che abbiano il minor numero di contatti col «mondo perverso» e così nessuno si perda, ma giungano tutti insieme, ben allineati, cartello in testa che indica «I nostri», alla Casa del Padre. In quest'opera di difesa e di costruzione di massicci bastioni, non è difficile reclutare volontari più o meno disinteressati. Mani grassocce e sudaticce. Persone che considerano Dio quale «guardiacaccia» dei loro privilegi. Che difendono i propri «diritti» dando a vedere di difendere i diritti della Chiesa.
2. — Secondo la mentalità di movimento, l'ordine, i privilegi, i titoli presuppongono qualcosa di più importante. Occorre arrivare a una chiarificazione, smascherare le posizioni sospette, abbandonare le preoccupazioni volte unicamente alla facciata. Bisogna avere il coraggio di sollevare certe polveri sacre che si sono accumulate sul nostro costume religioso e che, per quietismo e pigrizia, si considerano intoccabili. Il bersaglio non è l'autorità, ma l'autoritarismo. Non si rifiuta l'ubbidienza, bensì un'ubbidienza cieca, che impedisce una intelligente collaborazione. Più che leggi cristiane, urge fabbricare cristiani autentici. Di fronte al male, non si tratta tanto di prevenire, quanto di premunire (c'è una differenza sostanziale tra le due operazioni). Non basta che i cristiani sappiano dove non devono andare: occorre siano educati a scoprire dove devono andare. Bisogna che la Chiesa esca allo scoperto e che i suoi apostoli non abbiano paura di sporcarsi le mani affondandole nelle realtà del mondo in cui vivono. Il lievito va inserito dentro, non accanto alla pasta. Certe tattiche di attesa sono antievangeliche. Gli apostoli non hanno scritto sulla porta del Cenacolo: «Qui si parla di Gesù Cristo. Coloro che desiderano essere istruiti nella religione cristiana, possono presentarsi dall'ora tale all'ora tal'altra...». Sono usciti fuori. Sulla strada. Nelle piazze. Si sono mescolati agli uomini. La verità non si salva custodendola gelosamente sotto vetro, vigilata assiduamente da inesorabili cecchini dell'ortodossia. Ma portandola fuori, alla luce del sole, a contatto con la realtà di tutti i giorni. La verità non ha bisogno di essere rispettata. Chiede di essere amata. L'unico diritto che rivendica è quello di essere comunicata, di diventare proprietà di tutti.
Chi ha ragione? Probabilmente la soluzione verrà un giorno trovata alzandosi al di sopra dei contrasti (l'animosità delle rispettive posizioni non permette sempre di avere gli occhi limpidi), collocandosi su un piano superiore.
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi (1967), 351-353

Stasera riunione del Consiglio Pastorale

Signore Gesù, mia vita, mio tutto,
Tu mi chiedi di dare gratuitamente quanto gratuitamente mi hai donato
in questa Chiesa ambrosiana dove mi hai chiamato a seguirti.
Aiutami a condividere con gli altri i doni ricevuti
nello spirito del dialogo e dell'accoglienza reciproca.
Fa' che io riesca a farmi prossimo per tutti coloro ai quali Tu mi invii,
specialmente i più deboli e bisognosi
e quelli che sono più difficili da amare.
Mi stimola in questo l'esempio di tanti Santi
che nella storia hai dato a questa nostra Chiesa:
anche alla loro intercessione mi affido
perché sia vigile e responsabile
nella lettura della Parola tua e dei segni del tempo,
e testimoni il primato del Padre e del suo Regno
nel mio lavoro quotidiano,
nei rapporti familiari e sociali.
Aiutami ad essere sobrio, cercando in tutto l'essenziale.
Dammi amore vero alla tua Chiesa,
che riconosco madre mia nella grazia,
perché mi ha generato alla fede in Te e nel Padre tuo
mediante il dono del Consolatore e Maestro interiore.
E Tu, vergine Maria,
che ti sei fatta terreno dell'avvento di Gesù
nell'ascolto umile e accogliente dell'Angelo
e sei stata attenta, tenera e concreta
nel comunicare ad Elisabetta la gioia ricevuta,
aiutami ad essere come Te vigile ed impegnato nell'accoglienza
e nella trasmissione del dono che viene da Dio. Amen. Alleluia!
Carlo Maria Martini

Siamo sempre qui

Ma la solitudine interroga tutti
di Mario Calabresi

Penso spesso alla vecchiaia, alle nostalgie terribili che immagino possano assalirti, alle difficoltà fisiche, alla malattia, alla fatica di fare cose che un tempo erano semplici e scontate, al dolore per la scomparsa di un mondo, di affetti e amici. 
Lo abbiamo capito dalla commozione di Giorgio Napolitano quando ha commemorato il suo amico Luigi Spaventa, scomparso molto più giovane di lui, e ha parlato «del vuoto» che lasciano quelle che sono state le presenze care di una vita. 
 
Leggo le parole di Ferdinando Camon, guardo al gesto di Carlo Lizzani, che non mi permetterei mai di giudicare, e mi chiedo se esista un modo per invecchiare senza rabbia, senza disperazione, se esista un segreto. Un modo per congedarsi serenamente, prima dal lavoro, poi da molte abitudini, da un mondo che cambia veloce, perfino dai negozi amati che chiudono.
Alla ricerca di questa risposta sono sempre stato colpito dalla serenità di chi usa la sua terza età per restituire, per dare indietro quello che ha avuto, anche se magari è stato solo un lavoro semplice e una vita di fatica. Non sto pensando ai milionari che mettono in piedi fondazioni di beneficenza, ma agli anziani che si prendono cura dei nipoti, trasmettono il loro sapere, fanno volontariato, tengono aperte biblioteche, organizzano tornei di bocce, mandano avanti associazioni, curano orti, fanno i vigili fuori dalle scuole, raccolgono fondi, ospitano studenti a casa loro, scrivono ai giornali segnalando errori e dimenticanze, pensano di poter ancora dare alla società in cui vivono.
 
Penso poi alla luce che hanno negli occhi quelli che arrivano alla Fondazione Specchio dei tempi e decidono di lasciare qualcosa - poco, tanto o tantissimo – della loro eredità per gli altri. Mi colpisce la loro convinzione di aiutare chi è in difficoltà oggi o lo sarà domani. 
Non riesco poi a non pensare a mia nonna, che visse – lo fece nel vero senso della parola, senza mai sopravvivere – fino a 94 anni. Non ebbe vita facile, nacque di sei mesi nel gennaio del 1915 e il medico ne certificò la morte, tanto che venne abbandonata su un piano di marmo in attesa del becchino. Ma dopo ore si accorsero che invece era ancora calda e che il cuore batteva. Durante la Seconda Guerra perse la casa nei bombardamenti e dovette sfollare con due bambini piccolissimi e un terzo nella pancia, mentre il nonno era finito prigioniero in un campo in Germania. Si rimisero in piedi con successo grazie al Boom economico, ma ebbero i loro problemi con il terrorismo e la crisi degli Anni Settanta. Rimase vedova a 72 anni, perse il suo primogenito poco dopo e fu costretta a vedere venduta l’attività che aveva costruito con il nonno.
 
Si ruppe il femore un paio di volte ed ebbe una paralisi temporanea del lato sinistro del corpo. Ma non si perse mai d’animo, riempiva il suo tempo con il volontariato e con la tenacia di una vita regolare che la obbligava a rifarsi il letto ogni mattina, cucinare ogni giorno, leggere il giornale, ascoltare la radio, pregare e tenersi al passo con i tempi. Volle avere il telefonino non appena uscì un modello non eccessivamente costoso ed era curiosa di tutto.
Passati i novanta, nei giorni autunnali o di pioggia, diceva che il suo tempo era finito, sentiva che il capolinea era vicino e che era giusto che fosse così. Non c’era rabbia nelle sue parole ma quasi una constatazione dell’esistenza e della realtà. Però non mollava, si teneva viva raccontando, facendo lunghissime telefonate agli amici che erano rimasti e che diminuivano di anno in anno. Ma quello che faceva davvero la differenza era ricordare: parlare del passato ai figli e ai nipoti le dava l’idea che quel flusso era ancora vivo, che l’albero non si era seccato e che noi eravamo il risultato di quella storia. Sapeva che senza di lei nessuno di noi sarebbe esistito.
 
La sua forza fu di non coltivare mai il cinismo, il pessimismo, di non pensare che con il passare del tempo tutto era diventato peggiore o che i bei tempi erano per forza alle spalle, anzi guardava con stupore ai cambiamenti e sapeva cos’era la fame.
Resto però convinto di una cosa, che non tutto è dipeso da lei: la sua forza era la possibilità di avere intorno persone che la ascoltavano, che trovavano il tempo per le sue lunghe telefonate, che l’hanno sempre rispettata e mai trattata con sufficienza, che non hanno mai dato, nemmeno per un secondo, la sensazione che lei potesse essere un peso, anche quando era bloccata in un letto.
Per questo penso che la morte in solitudine di un anziano, o peggio un suicidio, sia qualcosa che deve interrogare tutti noi, deve pesare sulle nostre coscienze, sul nostro tempo veloce che sembra non avere più spazio da dedicare alla cura dei vecchi, che sembra aver rimosso il valore della saggezza e che deve rottamare tutto. Eppure, se penso a quei pomeriggi passati con mia nonna Maria penso che siano tra quelli meglio spesi della mia vita.

Come concludere

Ma la solitudine interroga tutti
di Mario Calabresi

Penso spesso alla vecchiaia, alle nostalgie terribili che immagino possano assalirti, alle difficoltà fisiche, alla malattia, alla fatica di fare cose che un tempo erano semplici e scontate, al dolore per la scomparsa di un mondo, di affetti e amici. 
Lo abbiamo capito dalla commozione di Giorgio Napolitano quando ha commemorato il suo amico Luigi Spaventa, scomparso molto più giovane di lui, e ha parlato «del vuoto» che lasciano quelle che sono state le presenze care di una vita. 
 
Leggo le parole di Ferdinando Camon, guardo al gesto di Carlo Lizzani, che non mi permetterei mai di giudicare, e mi chiedo se esista un modo per invecchiare senza rabbia, senza disperazione, se esista un segreto. Un modo per congedarsi serenamente, prima dal lavoro, poi da molte abitudini, da un mondo che cambia veloce, perfino dai negozi amati che chiudono.
Alla ricerca di questa risposta sono sempre stato colpito dalla serenità di chi usa la sua terza età per restituire, per dare indietro quello che ha avuto, anche se magari è stato solo un lavoro semplice e una vita di fatica. Non sto pensando ai milionari che mettono in piedi fondazioni di beneficenza, ma agli anziani che si prendono cura dei nipoti, trasmettono il loro sapere, fanno volontariato, tengono aperte biblioteche, organizzano tornei di bocce, mandano avanti associazioni, curano orti, fanno i vigili fuori dalle scuole, raccolgono fondi, ospitano studenti a casa loro, scrivono ai giornali segnalando errori e dimenticanze, pensano di poter ancora dare alla società in cui vivono.
 
Penso poi alla luce che hanno negli occhi quelli che arrivano alla Fondazione Specchio dei tempi e decidono di lasciare qualcosa - poco, tanto o tantissimo – della loro eredità per gli altri. Mi colpisce la loro convinzione di aiutare chi è in difficoltà oggi o lo sarà domani. 
Non riesco poi a non pensare a mia nonna, che visse – lo fece nel vero senso della parola, senza mai sopravvivere – fino a 94 anni. Non ebbe vita facile, nacque di sei mesi nel gennaio del 1915 e il medico ne certificò la morte, tanto che venne abbandonata su un piano di marmo in attesa del becchino. Ma dopo ore si accorsero che invece era ancora calda e che il cuore batteva. Durante la Seconda Guerra perse la casa nei bombardamenti e dovette sfollare con due bambini piccolissimi e un terzo nella pancia, mentre il nonno era finito prigioniero in un campo in Germania. Si rimisero in piedi con successo grazie al Boom economico, ma ebbero i loro problemi con il terrorismo e la crisi degli Anni Settanta. Rimase vedova a 72 anni, perse il suo primogenito poco dopo e fu costretta a vedere venduta l’attività che aveva costruito con il nonno.
 
Si ruppe il femore un paio di volte ed ebbe una paralisi temporanea del lato sinistro del corpo. Ma non si perse mai d’animo, riempiva il suo tempo con il volontariato e con la tenacia di una vita regolare che la obbligava a rifarsi il letto ogni mattina, cucinare ogni giorno, leggere il giornale, ascoltare la radio, pregare e tenersi al passo con i tempi. Volle avere il telefonino non appena uscì un modello non eccessivamente costoso ed era curiosa di tutto.
Passati i novanta, nei giorni autunnali o di pioggia, diceva che il suo tempo era finito, sentiva che il capolinea era vicino e che era giusto che fosse così. Non c’era rabbia nelle sue parole ma quasi una constatazione dell’esistenza e della realtà. Però non mollava, si teneva viva raccontando, facendo lunghissime telefonate agli amici che erano rimasti e che diminuivano di anno in anno. Ma quello che faceva davvero la differenza era ricordare: parlare del passato ai figli e ai nipoti le dava l’idea che quel flusso era ancora vivo, che l’albero non si era seccato e che noi eravamo il risultato di quella storia. Sapeva che senza di lei nessuno di noi sarebbe esistito.
 
La sua forza fu di non coltivare mai il cinismo, il pessimismo, di non pensare che con il passare del tempo tutto era diventato peggiore o che i bei tempi erano per forza alle spalle, anzi guardava con stupore ai cambiamenti e sapeva cos’era la fame.
Resto però convinto di una cosa, che non tutto è dipeso da lei: la sua forza era la possibilità di avere intorno persone che la ascoltavano, che trovavano il tempo per le sue lunghe telefonate, che l’hanno sempre rispettata e mai trattata con sufficienza, che non hanno mai dato, nemmeno per un secondo, la sensazione che lei potesse essere un peso, anche quando era bloccata in un letto.
Per questo penso che la morte in solitudine di un anziano, o peggio un suicidio, sia qualcosa che deve interrogare tutti noi, deve pesare sulle nostre coscienze, sul nostro tempo veloce che sembra non avere più spazio da dedicare alla cura dei vecchi, che sembra aver rimosso il valore della saggezza e che deve rottamare tutto. Eppure, se penso a quei pomeriggi passati con mia nonna Maria penso che siano tra quelli meglio spesi della mia vita.

Arte plastica

Niccolò che scolpiva il vento
di Tomaso Montanari
«Babbo, che cosa sono i quattro elementi?».
«Gli antichi pensavano che tutto il mondo fosse retto da quattro sostanze, o quattro forze: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco».
«E, babbo, posso toccarli, questi quattro elementi?».
«Beh, no, Maria, non puoi… Anzi, ora che mi ci fai pensare, forse c’è un posto dove li puoi quasi toccare».
«Davvero, e dove?».
«A Bologna. Andiamo a prendere un treno».
Un paio d’ore più tardi: «Ma babbo, ci dici dove stiamo andando a vedere questi elementi?».
«In una chiesa, Filippo, ci stiamo arrivando. Un pò di pazienza».
«Come si chiama questa chiesa, babbo?».
«Si chiama un po’ come te, Maria, e ha un nome bellissimo: Santa Maria della Vita». «E perché ‘della Vita’?». «Perché qua c’era un ospedale, dove venivano accolti i malati, i poveri e i pellegrini?». «Ma gli ospedali erano così belli, prima?» «Beh, diciamo che le cose belle non sono solo nei musei: sono la forma della nostra vita di ogni giorno. E poi se anche i nostri ospedali di oggi fossero belli, non sarebbe meglio? Forza, entriamo» «Ma babbo, dove sono gli elementi?».
«Oh, quanta fretta, Filippo. Vedi, eccoli là» «Ma Babbo! Ma quelle sono le tue solite statue!».


«Eh sì, lo ammetto: sono delle statue. Ma di terracotta. E vedi come sono belle?».
«Sì, sono bellissime. Ma qualcuna fa un po’ paura. Ma chi sono?».
«Sono gli amici di Gesù, disperati perché è morto».
«Ma non lo sanno che tanto poi risorge?».
«Forse non ne erano così sicuri. E poi qua c’era un ospedale: la sofferenza e il dolore bisognava raccontarli, per sopportarli».
«Va bene, babbo. Ma cosa c’entrano con gli elementi?».
«C’entrano, Maria. Perché per farle, tanti tanti anni fa, lo scultore, che si chiamava Niccolò, prese della terra e la mescolò con un po’ d’acqua. Poi la plasmò con le sue mani, e quando le ebbe dato queste forme meravigliose, la affidò al fuoco, e cioè la fece cuocere in un forno».
«Ho capito, babbo. La terra, l’acqua e il fuoco. Ma l’aria dov’è?».
«Non la vedi l’aria, Maria? Non vedi il vento come gonfia le vesti, i veli, i capelli? L’aria gliel’ha data l’artista: proprio come Dio, quando soffiò nell’argilla, bagnata e modellata, per formare il primo uomo, Adamo». «Ma andò proprio così, babbo?». «Non lo so, Filippo, se andò proprio così. Ma so che se vuoi toccare i quattro elementi, se vuoi tenerli in pugno e sentirne tutta la forza, hai bisogno degli occhi e della mano di un artista».
in “il Fatto Quotidiano” del 30 settembre 2013

Niccolò dell’Arca, Due dolenti del Compianto di Cristo, 1465 ca. Bologna, Santa Maria della Vita

L'utopia cristiana alla prova di una concreta comunità

    In prospettiva cristiana, l'utopia esiste veramente: è la città santa, la Gerusalemme celeste (cf. Ap 21, 2-4), il regno di Dio (cf. Mt 13, 41 ss.), il corpo di Cristo (cf. Ef 4, 15-16), il tempio santo (cf. Ef 2, 21-22; 1 Cor 3, 16). Possiamo quindi affermare che il Nuovo Testamento è utopico perché parla di un ideale che è la città santa:

«Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cie­lo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E ter­gerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate"» (Ap 21, 2-4).

     La città santa non c'è ancora, ma verrà certamente e su di essa si può misurare il presente. Infatti, il messianismo inaugurato da Cristo è già qui ora, e attende il suo compi­mento pieno.

     Anche il concetto di regno di Dio è utopico nel senso che non è realizzato da nessuna parte e tuttavia è già pre­sente nelle sue premesse e verrà. Ne parla Gesù raccon­tando le parabole del Regno:

     «Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali racco­glieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli opera­tori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi in­tenda!» (Mt 13, 41-43).

     Ugualmente possiamo dire del corpo di Cristo, espres­sione che pure indica l'utopia cristiana:

     «Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di cre­scere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal qua­le tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edifi­care se stesso nella carità» (Ef 4, 13-16).

     La costruzione del corpo di Cristo è l'ideale del cri­stiano.

     L'immagine del tempio santo che viene costruito gior­no dopo giorno, è ricordata ancora nella lettera agli

Efesini:

     «In Cristo Gesù ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (2, 21-22).

     E' una realtà che si spera e verso la quale si cammina. Più avanti vedremo di nuovo il tema del tempio santo nella prima lettera ai Corinti.

 

     2. Il titolo che do ai nostri Esercizi dice che l'utopia è alla prova di una comunità concreta.

     Di fatto il problema che intendo affrontare, sulla scia di Paolo, è di capire in quale modo un grande ideale come quello del regno di Dio, del corpo di Cristo, del tempio santo, della costruzione unitaria, possa essere vissuto in una realizzazione storica. La storia di una comunità è spesso piuttosto deludente; è deludente la chiesa di Co­rinto per le sue divisioni e i suoi conflitti, e tuttavia l'idea­le è sempre presente. Come coniugare le due realtà?

     È questo, del resto, l'interrogativo di ogni uomo poli­tico che non voglia accontentarsi della mediocrità, ma si impegna con serietà e responsabilità: come riuscire a mettere insieme l'alto ideale di una società giusta e le dif­ficili situazioni quotidiane magari poco chiare e ambigue?

     Ed è naturalmente il dilemma del pastore chiamato a scrutare le Scritture, a contemplare il mistero del regno di Dio e, nello stesso tempo, a risolvere questioni concre­te, talora meschine affrontando continue difficoltà di in­tesa, di comunione anche nelle cose più semplici.

     E' il problema di ogni cristiano appassionato della Chiesa e della sua comunità, e che si accorge con dolore che il regno di Dio incontra ostacoli per i ritardi e le manchevolezze che ciascuno di noi vive.

     Spesso mi chiedo, di fronte alle situazioni di una par­rocchia: dov'è attuato il Discorso della montagna, dov'è testimoniato lo spirito delle beatitudini? Come bisogne­rebbe realizzare qui l'ideale, come vivere il divario tra l'ideale e la realtà?

     Mi consola dunque pensare che Paolo si sia trovato di fronte a tale scarto: grande visione del regno di Dio, e una comunità difficilissima nella quale era presente ogni tipo di scandalo, a partire da quello delle divisioni. Egli è ri­masto fedele all'ideale e ha lottato senza mai rassegnarsi, trovando il coraggio di proporre mete nuove e, addirittu­ra, ha compreso meglio la bellezza dell'ideale attraverso l'esperienza sofferta delle difficoltà.

     E' proprio ciò che colpisce nella prima lettera ai Corinti: gli scandali sono per lui luoghi di rivelazione più profonda dell'ideale co­munitario del Vangelo. E', in fondo, il tema della sapienza della croce, che compare già all'inizio della lettera: grazie alla croce, all'insuccesso, l'Apostolo acquista una maggio­re consapevolezza del vero volto della Chiesa.

 Carlo Maria Martini, L'utopia alla prova di una comunità, 22-24

 

Commento al vangelo di oggi


"Le parole: «Non prenderanno moglie né marito» sembrano affermare che i corpi umani, recuperati e insieme rinnovati nella risurrezione, manterranno la loro peculiarità maschile o femminile e che il senso di essere nel corpo maschio o femmina verrà nell'«altro mondo» costituito e inteso in modo diverso da quello che fu «da principio» e poi in tutta la dimensione dell’esistenza terrena. (...)

Le parole pronunziate da Cristo sulla risurrezione ci consentono di dedurre che la dimensione di mascolinità e femminilità... verrà nuovamente costituita insieme con la risurrezione del corpo nell’«altro mondo»".
Giovanni Paolo II, Uomo e donna li creò, 265

Apprendimento

Due modi ci sono per non soffrire.
Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:
cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all' inferno, non è inferno,
e farlo durare, e dargli spazio.
Italo Calvino

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