2016_12_dicembre
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La Sapienza unigenita di Dio è creatrice e autrice di tutte le cose. […] Ora, perché le cose create non solo esistessero, ma esistessero ordinatamente, piacque a Dio di commisurare se stesso alle cose create…per imprimere in tutte e in ciascuna di esse una certa impronta e sembianza della sua immagine. […] Come infatti la nostra parola è immagine del Verbo, che è Figlio di Dio, così la sapienza in noi è fatta ad immagine del medesimo Verbo, che è la Sapienza stessa. […]
Ma «poiché nel disegno sapiente di Dio», come abbiamo spiegato, «il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1, 21). Dio non ha più voluto essere conosciuto come nei tempi passati, attraverso l’immagine e l’ombra della sapienza. Volle che la stessa vera Sapienza assumesse la carne, si facesse uomo, e sopportasse la morte di croce, perché attraverso la fede, che in lei si fonda, tutti i credenti potessero di nuovo essere salvi.
La Sapienza di Dio manifestava se stessa e il Padre attraverso la propria immagine, impressa nelle cose create… In seguito, quella stessa Sapienza, che è il Verbo, si è fatta carne, come afferma san Giovanni. Distrutta la morte e liberato il genere umano, manifestò se stessa più chiaramente e, per mezzo suo, il Padre.
Dai «Discorsi contro gli Ariani» di sant’Atanasio, vescovo.
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Gioia, bella scintilla divina
di Beppe Bovo e Davide Meggiato
“Gioia, bella scintilla divina”, esclama romanticamente entusiasta Friedrich Schiller. Quell’Inno alla gioia ispirò Beethoven quando, tre anni prima della morte e già completamente sordo, sentirà che alla sovrabbondanza del suo sentimento non basterà un’intera orchestra e lo metterà in musica, facendo entrare scandalosamente, in un brano sinfonico, la voce umana. Quella melodia diventerà l’Inno della nuova Europa impegnata a diventare un’unione socialmente e politicamente significativa.
Sulla “gioia del Vangelo”, in questi nostri giorni travagliati, un Papa (che ha voluto chiamarsi Francesco) ha scritto “ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici”, e ha accostato questo stato profondo dell’animo al rischio di “una tristezza individualistica che scaturisce dal cuore comodo e avaro”. Un “rischio certo e permanente”, osserva subito dopo, nel quale cadono anche i credenti che “si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita”. Non si può certo dire che a questo Papa manchi la capacità di essere chiaro assieme a un’acuta capacità di vedere. Basta entrare in una qualsiasi chiesa e guardare. Da uno a dieci, che voto dareste al senso di gioia che sprigiona quel luogo e chi lo frequenta?
La nostra rivista ha ritenuto utile riflettere oggi sulla gioia. Consapevoli che anche il termine “gioia” e il concetto che sta sotto si prestino a molteplici significati, anziché impegnarci in estenuanti specificazioni semantiche abbiamo posto ai nostri collaboratori le domande che seguono, lasciando poi a loro campo libero nel trattare questo stato dello spirito, che è tra i più ricercati dall’uomo e tra i più sfuggenti.
Ecco le domande.
- Dal momento che la gioia interpella a fondo la vita di ognuno di noi, perché i teologi, i filosofi, gli intellettuali in genere faticano a farne oggetto di un’indagine specifica?
- Le religioni molto spesso sono percepite come summa di doveri e di pene più che come espressioni di gioia, cosa che dovrebbe essere naturale in chi ha una chiara prospettiva di vita e “conosce” il fine ultimo dell’esistere. In particolare, cosa ha determinato storicamente il fatto che la dottrina cristiana, basata sull’amore di Dio Padre e la Resurrezione del Cristo, si sia tradotta in una mentalità sacrificale tendente alla mortificazione e alla sofferenza?
- Occuparsi dell’uomo nella sua interezza ci sembra significhi occuparsi anche e forse soprattutto della sua gioia, della sua capacità di essere “noi”, di vivere il
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Qui trovi il quinto momento di preghiera, aspettando il Natale.
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Celebrazione penitenziale per verificare il cammino comunitario e penitenziale.
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«E forse per questo [Gesù Cristo] è triste: perché dopo la caduta di Adamo, era necessario che noi lasciassimo questo mondo con un passaggio così doloroso [la morte], dovendo morire ineluttabilmente.




