Auguri di fine anno

La Natività in sette storie...

di mons. Gianfranco Ravasi
«Travestiti da pastori / o scorta volontaria dei re magi / andiamo a Betlemme cianciando / di grazia d'amore di pace, / comunque nascondendo / sotto il mantello per ogni evenienza / un kalaschnikov ben oliato». Solo, certo, versi provocatori quelli di Giovanni Angelo Abbo (1911-1994), raccolti nel volume Parole dipinte di questo poeta appartato e ormai dimenticato. Eppure colpiscono nel segno tant'è vero che a Napoli, secondo i canoni di una creatività popolaresca sempre sfrenata e irriverente, le sta-mine del presepio in passato hanno compreso anche i vari capi della camorra, appaiati alle loro vittime, per non parlare dei politici più o meno presentabili. Effettivamente anche attorno al presepio così come ce lo delineano i Vangeli di Matteo e Luca - in quattro capitoletti per un totale di 180 versetti - si accalca una piccola folla di personaggi tra i più diversi, folla che s'infittisce ancor più se si dovesse attingere anche a quel repertorio sterminato che è la letteratura apocrifa "natalizia" dei primi secoli cristiani (un po' come ha fatto Berlioz col suo affascinante oratorio Infanzia di Cristo op. 25). Noi selezioneremo sette storie diverse che si annodano nelle loro trame alla figura del piccolo Gesù. La prima è necessariamente quella di Maria, la madre di Gesù, residente in un modesto villaggio settentrionale della Terra Santa, Nazaret. Là, anni fa, è venuto alla luce un graffito del I secolo sulla parete di una modesta abitazione: erano poche lettere greche, Chàire Maria, in pratica la prima “Ave Maria” che ricalcava il saluto dell'angelo dell'annunciazione, incisa da un fedele nella probabile stanza della madre di Cristo, trasformata già allora in santuario. «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo ...». Quelle parole evangeliche hanno reso nei secoli quella ragazza l'emblema di una maternità unica che si sarebbe compiuta in un'altra cittadina, Betlemme, nella regione meridionale della Giudea. Là, più di mille anni prima, era nato il re Davide ma la città sarebbe passata alla storia soprattutto per la nascita del figlio di Maria. Curiosamente è stato, secoli dopo, un autore lontano dal cristianesimo a esprimere in modo folgorante i sentimenti di quella madre in quel giorno di un anno non del tutto certo (forse il 6 a.C.) che ha però scandito la storia con una linea di demarcazione, il "prima" e il "dopo" Cristo. Era Jean-Paul Sartre che nel suo primo testo teatrale, Bariona o il figlio del tuono, composto nel 1940 nel lager di Treviri, metteva in bocca a Maria questo soliloquio suggestivo: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia! Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci». Se è l'evangelista Luca a raccontarci la vicenda di Maria, è invece Matteo a narrare la storia tormentata del suo sposo Giuseppe. Quando era ancora fidanzato con lei, l'aveva scoperta incinta: per le legge ebraica il fidanzamento era il primo atto ufficiale del matrimonio e quindi Maria si era resa passibile della condanna per adulterio che nell'antica legislazione biblica comprendeva la pena della lapidazione. Il giudaismo posteriore aveva attenuato la norma, imponendo però il ripudio. È ciò che vuole fare anche Giuseppe, sia pure in modo segreto, senza processo ma solo alla presenza di due testimoni, come era ammesso dalla prassi ufficiale. Ecco, però, a questo punto l"'annunciazione" angelica anche per il bravo carpentiere di Nazaret: egli dovrà lo stesso sposare Maria, legittimare quel figlio misterioso e comportarsi nei suoi confronti come padre legale. Così, anche Giuseppe si trasferisce a Betlemme con la sua sposa incinta per quel censimento etnico (e non residenziale) imposto dall'autorità romana. La sua piccola famiglia, ospitata in una di quelle grotte che fungeva da dispensa e riparo invernale nelle case di allora, ha attorno un gruppo di pastori «che vegliavano la notte facendo la guardia al loro gregge», come annota Luca. Nel Talmud si legge che i pastori non potevano testimoniare in sede processuale né accedere al tempio perché considerati impuri a causa della loro convivenza con animali e delle loro violazioni dei confini territoriali. A circondare il piccolo Gesù ci sono, dunque, coloro che erano relegati ai livelli più bassi della scala sociale. In pratica essi sono quegli "ultimi" che spesso lo accompagneranno anche quando diverrà un predicatore pubblico e che egli allora riterrà "primi" nel Regno di Dio. Anche a loro è destinata un"'annunciazione" angelica: «Oggi nella città di Davide vi è nato un salvatore, Cristo Signore». E la loro monotona notte di veglia nel deserto di Giuda che circonda Betlemme si trasforma in un evento sorprendente. Matteo, però, introduce attorno a quella famigliola un'altra presenza e un'altra storia. È quella dei Magi sui quali la tradizione ha intessuto le fantasie più sfrenate: li ha contati in tre, li ha fatti re, li ha distribuiti nelle tre razze, ne ha inventato i nomi, li ha assegnati alla fede iranica di Zarathustra, li ha considerati astrologi babilonesi e così via. In realtà, agli occhi dell'evangelista essi sono soprattutto gli stranieri che, sulla base di una rivelazione cosmica (la stella), optano per la fede in Cristo e, attestando il carattere universale del cristianesimo, anticipano le parole di Cristo: «Molti verranno da oriente e da occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli». Tuttavia anche le cancellerie si muovono attorno al piccolo Gesù. È il potere che mostra il suo volto implacabile e persino crudele. Da un lato c'è il governatore di Siria Publio Sulpicio Quirino, un alto funzionario imperiale, nato a Lanuvio, uno dei Castelli romani, se stiamo agli Annali di Tacito. Secondo Luca è lui a ordinare il censimento che costringe Maria incinta col suo sposo ad attraversare tutta la Terrasanta, da nord a sud, per registrarsi nella città di origine del clan suo e di suo marito. La nascita di Gesù lascia, dunque, una traccia nelle anagrafi imperiali augustee. Sulla storicità di questo atto censuale pesano gravi difficoltà documentarie variamente risolte dagli studiosi. D'altro lato, però, incombe soprattutto la fosca figura di Erode, mezzo ebreo e mezzo idumeo, il cui trono si reggeva su lacrime e sangue: mogli, figli, parenti e oppositori erano da lui sacrificati senza esitazione alla ragione di Stato. Macrobio, storico romano del V secolo ci riferisce, infatti, un detto sarcastico dell'imperatore Augusto nei confronti di Erode e della sua politica assolutista e sanguinaria: presso di lui sono più fortunati i porci di quanto lo siano i suoi figli (in greco "porci" e "figli" sono due vocaboli dal suono affine) perché i primi, non essendo commestibili in Oriente, erano risparmiati. L'occhiuta polizia segreta erodiana viene a conoscenza di una notizia sospetta: un certo interesse si sta levando attorno alla nascita di un bambino nella città natale di Davide. È meglio mettere subito tutto in ordine. Ed è così che entrano in scena quei bambini betlemiti dai due anni in giù, massacrati dalla guardia reale. Sono i cosiddetti Innocenti, divenuti il simbolo delle vittime del potere cieco e oppressivo. Nella realtà storica essi erano pochi bambini, forse dieci o venti, ma la tradizione ne amplierà progressivamente il numero fino a 14.000 prima, a 64.000 poi e, infine, a 144.000 per raggiungere il numero simbolico degli eletti dell'Apocalisse, divenendo così la sintesi ideale di tutte le vittime innocenti della storia. A loro Péguy dedicherà nel 1912 un intenso poema, Il mistero dei Santi Innocenti. C'è un'ultima presenza che percorre tutte le pagine evangeliche della nascita di Gesù ed è quella degli angeli. È l'arcangelo Gabriele ad apparire a Maria (e, prima, a Zaccaria, il padre di GiovanniBattista, il "profeta" di Cristo). È "un angelo del Signore" a spingere Giuseppe alle nozze con Maria, nonostante lo "scandalo" della sua maternità extramatrimoniale; è ancora lui a indicargli la necessità della fuga in Egitto per evitare la strage di Erode e a suggerirgli il tempo opportuno per il rientro in Galilea. Anche i pastori sono interpellati dagli angeli che, tra l'altro, sopra di loro intonano il coro del Gloria in excelsis. Gli angeli sono una presenza "necessaria", come diceva il titolo di un saggio di Massimo Cacciari, perché segnano il ponte di comunicazione tra la trascendenza e la storia, tra la divinità e l'umanità, avvicinando Dio all'uomo senza costringere la divinità nei limiti spazio - temporali. Essi sono, quindi, la presenza del divino, del mistero, della trascendenza, dell'assoluto, della luce in mezzo agli uomini, soprattutto in questo evento capitale della loro storia. Con loro concludiamo il nostro settenario di storie che circondano il Bambino di Betlemme: Maria con la sua maternità e col suo mistero; Giuseppe, col suo dramma segreto di sposo e di padre solo legale; i pastori, gli "ultimi" che diventano primi; i Magi, gli stranieri che si trasformano in cittadini del Regno; Quirino ed Erode, il potere con le sue prevaricazioni; gli Innocenti, che incarnano l'immenso popolo delle vittime; e infine gli angeli, rivelazione della presenza di un disegno divino anche nel groviglio oscuro delle vicende umane.

in “Il Sole 24 Ore” del 24 dicembre 2011

Sorriso di fine anno

Le beffe del destino

Toh! C'è un nero sugli altari di Bergamo... che quando è battezzato si chiama Provvidenza...


di Roberto Beretta

L'aveva mai notato nessuno che i patroni di alcune delle città più «padane» (e più leghiste) d'Italia sono appunto degli immigrati africani, così «irregolari» da subire il martirio? Lo osserva ora con finezza di scrittura Tiziano Colombi, cui si deve il libriccino "Santi patroni padani"; niente di moralistico, né di «politico »: dieci racconti, molto ben orchestrati, in cui presente e onirico, storia e leggenda s'intrecciano con istruttiva leggerezza. Primo esempio: santa Giulia patrona di Brescia. Secondo la tradizione

Il prossimo

Ci serve compassione senza commozione

di Barbara Spinelli

La parabola del Samaritano buono è la più sconcertante del Nuovo Testamento, accanto a quella dell'adultera. Appare solo in Luca (10,25-37) e come tutte le parabole dà a un pensiero etico - ama il tuo prossimo come te stesso - la forma di un racconto. È come se la morale, dai cieli di astratte bellezze, scendesse per strada, e indicasse il punto preciso in cui i sentieri si biforcano e la via giusta s'annebbia. Al dottore della Legge che chiede chi sia il Prossimo, Gesù risponde narrando la storia di un uomo (un uomo qualunque, homo quidam), che viene percosso dai briganti e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. È qui che accade l'ignominia. Passano lungo quel ciglio un sacerdote, poi persino un levita (il levita, custode del tabernacolo nel Tempio, appartiene a Dio in modo speciale) ma pur vedendo vanno oltre. Passa infine un Samaritano, che nella comunità è un fuori-casta in odore di paganesimo, e scorgendo il mezzo morto gli succede qualcosa di inaudito: «N'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui». Inauditi sono i prodromi della compassione: nell'originale greco, vedendo il percosso al Samaritano si squarciano le viscere, il cuore si spacca. Lutero traduce: grida di dolore. Questo trauma - sei trafitto, nel mondo si apre una fessura - è al centro della riflessione che Enzo Bianchi e Massimo Cacciari fanno nel bel libro «Ama il prossimo tuo». Cacciari lo chiama «la ferita originale», senza la quale non c'è amore del prossimo. Sempre nel testo greco, il Samaritano è «un uomo in viaggio», un errante: come gli ebrei quando fecero esodo nel deserto e non erano ancora sedentarizzati. Le sue viscere si squarciano senza che del semi-morto sappia alcunché: è un consanguineo? un amico? un simile? No: è un uomo ferito. È la ferita che accomuna, che crea il simile.

Lo scuotimento di cui parla la parabola è radicalmente diverso dalla commozione, che è breve, che resta nei recinti dell'Io, e non implica i molti gesti del Samaritano: prima l'accostarsi al morto-vivo, poi l'olio e il vino versato sulle ferite (come farà Nicodemo versando sul corpo di Gesù mirra e aloe) poi il trasporto nella locanda, poi le due monete date all'albergatore perché prosegua le cure, e infine il pensiero decisivo che abita la compassione: cosa accadrà domani, quando sarò di nuovo lontano? La compassione non è esplosione effimera di sentimenti ma ha una testa che pensa il lungo periodo e che fa dire al Samaritano, congedandosi dall'albergatore: «Abbi cura di lui, e ciò che spenderai in più lo pagherò al mio ritorno». Chi con-patisce considera proprio il patire: non perché glielo dica la Legge, la Torah. Il suo essere viene soverchiato dall'essere dell'altro. L'amore del prossimo è una pro-vocazione, scrive Bianchi: ti chiama- fuori da te stesso, ti trascina verso l'Aperto. Non è un sentire statico ma un agire, un muoversi. Gesù convince il dottore della Legge, ma non si contenta e aggiunge: «Và, e anche tu fa' lo stesso». C'è una pagina cruciale nel testo di Bianchi, che spiega come mai Gesù scelga proprio un paria come modello. L'amore del prossimo intreccia Legge ebraica e Vangelo, ma nessun legame religioso lega il Samaritano all'uomo ferito. Questo significa che «è possibile amare il prossimo senza amare Dio». È il contrario che non è possibile: «Non è certo possibile amare Dio se non si amano i fratelli, perché chi dice di amare Dio che non vede, il cui volto è sconosciuto, e poi non ama il volto dei fratelli, degli uomini che vede, allora è un bugiardo». Patire assieme all'altro, agire nella durata lunga, andare verso il derelitto e dietro a lui: questa è la sequela della compassione. Chi si commuove è turbato, senza andare oltre. Vuole aiutare, ma da lontano: offre magari monete con un sms. Sia Bianchi che Cacciari scrivono: nell'amore del prossimo conta non tanto l'altro, ma il nostro accostarci a lui. Sequela è quella di Gesù dietro al Battista, e quella dei discepoli dietro a Gesù. Anche il Samaritano va dietro l'uomo incappato nei briganti. Il sacerdote e il levita vedono e vanno oltre: il loro oltre magari è il Tempio. Il Samaritano non va oltre perché non c'è un oltre, al di là del sofferente. L'Oltre è quel mezzo morto. L'amore del prossimo è presente in tutti e tre i monoteismi. Ma solo nel cristianesimo avviene lo scandalo supremo: il cuore si fende e s'apre anche a chi non condivide nulla con me, non mi è simile, mi è addirittura nemico. La domanda essenziale, secondo Bianchi, non è «Chi è il mio prossimo?» ma: «A chi mi faccio prossimo, vicino?». L'avvicinarsi-accudire è senza reciprocità, senza patti. (

Verso Gerusalemme!

Gerusalemme, va in pace!

del card. Carlo Maria Martini

    Come incontrare Gerusalemme? Oggi non è facile intraprendere un pellegrinaggio o anche solo un viaggio a Gerusalemme. Il conflitto in corso e gli atti di terrorismo scoraggiano molti che pure vorrebbero venire qui. Purtroppo le immagini trasmesse dai media alimentano tale sentimento di paura. Eppure coloro che hanno avuto il coraggio di venire a Gerusalemme hanno trovato una buona accoglienza, non hanno avuto alcun incidente e hanno sperimentato il fascino che questa città sa trasmettere. Sono lieto di constatare che dopo un lungo periodo di vuoto i pellegrinaggi sono ripresi e chi ha vissuto questa esperienza quando torna a casa non si limita a dire: "Si può andare a Gerusalemme", ma aggiunge: "Si deve andare a Gerusalemme".

    Perché per un cristiano e per ogni cittadino di questo mondo Gerusalemme ha un'importanza unica. È una città che non può essere semplicemente visitata. Gerusalemme chiede di essere "incontrata". E la premessa per incontrare Gerusalemme sono un amore sincero, un rispetto delicato che esigono un'attenzione e un coinvolgimento particolari. Questo affetto è anche partecipazione alle sue sofferenze, alle sue angosce, ai suoi dolori indicibili del passato remoto e prossimo e anche del presente.

    Bisogna dunque partire anzitutto dal desiderio di amare Gerusalemme e soffrire con lei e perciò conoscerla nella sua storia, nella sua letteratura, nella sua arte, nella sua musica, nelle sue espressioni culturali e sociali, nei suoi problemi e nelle sue dolorosissime vicende storiche.

    Gerusalemme è stata una città sempre molto amata e per questo molto contesa. Tale destino ha avuto inizio 3000 anni fa, quando la città non contava forse più di 2000 abitanti. La sua esistenza come capitale pacifica, pur in mezzo a grandi travagli e sofferenze, dura 400 anni. Dopo di ciò, tutto il resto della sua storia è un susseguirsi di invasioni e di conquiste: Egiziani, Babilonesi, Persiani, Tolomei, Seleucidi, Romani, arabi, cristiani d'Occidente, sultani egizi, turchi, sino agli eventi recenti.

    Come si esprime André Chouraqui «durante tutta la sua storia Gerusalemme è la città martire, la grande crocifissa». Quando si incontra Gerusalemme si incontrano le tracce e i simboli vivi di questa storia che continua anche oggi. Scrive ancora Chouraqui «Gerusalemme è centrale per Israele, centrale per la Chiesa universale, per la casa dell'Islam e perché si erge all'incrocio in cui l'Asia incontra l'Africa e si volge all'Occidente».

    Ma ecco affacciarsi il tragico dilemma che da sempre ha accompagnato la sua storia: città dell'incontro, del dialogo o crogiolo di tensioni, di scontri come quelli cui assistiamo oggi? «Se ci sarà pace a Gerusalemme, ci sarà pace in tutto il mondo». Perciò è necessario venire a Gerusalemme con sentimenti di pace, come operatori di pace.

    Questo richiede di mettere molto in alto sulla scala dei valori il rispetto per l'altro, per la sua tradizione e cultura, nella persuasione che v'è in lui la stessa dignità umana che c'è in me e che egli gode degli stessi diritti e prerogative.

    Ciò deve portare a sentire come nostre le sofferenze dell'altro, di chi è diverso da noi. Da qui nasce la speranza che vive in ciascuno di noi tutte le colte che si viene pellegrini a Gerusalemme, la speranza che minareti e campanili diventino simboli di rispetto e di accoglienza per tutti nella persuasione che tutti coloro che riconoscono Dio si sentano sue creature e suoi figli ugualmente amati.

    Chi abita a Gerusalemme sa che vi sono qui, a livello di piccole iniziative, tanti sforzi, tentativi di dialogo, di incontro, di comprensione, di riconciliazione, di perdono. Persone che spesso lavorano nel silenzio e nel nascondimento che non hanno l'evidenza dei media che pure meriterebbero. Sono coloro che hanno capito che la pace ha un prezzo e che ciascuno deve cominciare a pagare la sua parte. Anche per chi viene a Gerusalemme solo per pochi giorni può essere un'esperienza straordinaria incontrare queste realtà, scoprire, conoscere e far conoscere il loro impegno per la pace.

    Incontrare Gerusalemme vuol dire dunque  incontrarla per amarla, per raccogliere pur nelle tensioni che sempre ha vissuto e che vive ancora oggi, il suo appello a diventare operatori di pace.

www.avvenire.it - 26 novembre 2004

Distacco e libertà

Sostenere i poveri per aiutare noi stessi

del card. Carlo Maria Martini

Eminenza, perché in questa crisi italiana ed europea nessuno riesce a prendere le difese dei più deboli? Mentre lo Stato italiano continua a escogitare manovre piene di tasse, e quella del 4 dicembre è stata la quinta dell'anno, la Chiesa ha sostanzialmente taciuto. I pensionati, i lavoratori più umili, le persone che hanno bisogno di cure sono continuamente tosati. Le pare giusto? Intanto i politici fanno poco o nulla per eliminare i loro privilegi e ogni giorno non perdono occasione per mostrare il loro attaccamento al posto in Parlamento o in qualche commissione ben remunerata. Intanto i disoccupati aumentano, come i prezzi, come i problemi. Lei, che è una persona tra le più autorevoli, può dire qualcosa di questa crisi? Può dirci se è un'altra occasione per colpire i più poveri?

Gianluca Giannoni, Avellino

Si parla molto oggi di «crisi», intendendo con ciò molte cose disparate, ma unite dalla sensazione comune: «Non abbiamo più i soldi per tirare avanti». Io non ho capito bene l'origine e la motivazione profonda di tale crisi: perché alcuni la collegano con la dirigenza sconsiderata di banche dell'Estremo Oriente, altri puntano il dito contro il prepotere americano, altri con lo stato del debito pubblico italiano... Probabilmente le cause sono numerose e gli errori si sono collegati tra loro così da dare l'impressione di una valanga. Ma, come sempre avviene, i primi a soffrirne sono i poveri. Qui occorre allargare il senso di questa parola a tutte quelle persone che perdono il lavoro, magari a quaranta o cinquanta anni, e non sanno dove sbattere la testa, e anche a quelli che dovranno fare sacrifici non da poco per non essere rifiutati dai loro amici. La crisi colpisce tutti, e molto di più quelli che non hanno nessun potere. Essa produce anche una situazione esistenziale tendente alla depressione, soprattutto in coloro che sono persuasi che non c'è nulla da fare. Sono d'accordo che una parola della Chiesa sia necessaria in questi momenti. Mi pare che ce ne siano e anche molto autorevoli. Anzi è sembrato a qualcuno che la Chiesa stesse esagerando. Il Papa ne ha parlato in tante occasioni e ha espresso in molti modi la sua solidarietà. Tanti vescovi hanno vissuto situazioni concrete in cui mostrare quanto alla Chiesa stiano a cuore le situazioni di povertà. A Milano fu istituita la «Casa della carità»: in seguito il Cardinal Tettamanzi ha istituito una fondazione cui molti hanno contribuito, a cominciare dalla notevole somma messa a disposizione dallo stesso arcivescovo. Per non parlare di quanto fanno tanti presbiteri, anche con rischio personale. Leggendo attentamente la sua lettera, mi sono domandato come è mai possibile che si sappia così poco di ciò che nella Chiesa si dice o si fa. Di fatto non si leggono i giornali cattolici né si fa caso alle notizie che rimangono nell'ambito di casa nostra. Molti gesti della Chiesa mancano della risonanza pubblica che dovrebbero avere. Rarissimamente ne parlano i telegiornali, se non per qualche scandalo. Il Natale che domani celebriamo può essere una buona occasione per rilanciare il grido di allarme e per venire incontro alle necessità concrete di pensionati, dei lavoratori più umili, delle persone che hanno bisogno di cure ecc. Per questo la sua lettera mi dà l'ennesima occasione di rilanciare il grido di Gesù «Beati i poveri», anzitutto a coloro che hanno paura dell'impoverimento. Tutti dovremo affrontarlo, ma non è una giustificazione della miseria, piuttosto ci permette di recepire quel distacco e quella libertà del cuore necessari per avere il giusto rapporto con i beni di questa terra. Se un impoverimento ci sarà, esso non porterà né al caos né alla disperazione: lo affronteremo tutti con coraggio civile e spirito libero, con la coscienza che non è poi così terribile anche una perdita finanziaria. Ma il ricordo della nascita di Cristo ci spinge anche a rilanciare il grido: «Abbiate a cuore la sorte di poveri, considerateli come vostri amici, anzi come vostri padroni. Allora le vostre piaghe guariranno presto, sentirete la gioia promessa ad ogni cristiano, vivrete nell'attesa del ritorno di Gesù, così come oggi esultate per il suo Natale».

Non solo "valori"... bensì Gesù Cristo!

«Crisi e speranza». L'anno difficile nelle omelie natalizie

«Tanta gente ha perso il lavoro, riscoprire la famiglia e i grandi valori»

di Paolo Foschini (articolo scritto il 24 dicembre 2011)

La fede al tempo della crisi, della disoccupazione e dello spread. Una fonte di speranza nel momento del buio, d'accordo. Ma anche il richiamo concreto alla necessità di affrontare i problemi e al fatto che «parlare di Gesù venuto nel mondo significa anche parlare del mondo». Sarà questo il filo conduttore delle omelie natalizie che la maggior parte dei mille e passa sacerdoti della diocesi, dai Navigli all'alta Valsassina, pronunceranno quest'anno nella messa di Mezzanotte. Non che ci sia alcuna sorta di indicazione da parte della Curia, figurarsi: ogni prete, da sempre, le omelie se le pensa da sé. Ed è chiaro che anche tentarne una sintesi comunque riduttiva tra tutte avrebbe costituito, in altri momenti, un'operazione impossibile. Quest'anno però meno. Perché non è la fede a dover parlare di crisi: è la crisi, in un certo senso, a imporsi anche lì. Don Mauro Malighetti, parroco di Primaluna e appunto decano della Valsassina, l'ha toccato con mano nelle scorse settimane durante il giro delle benedizioni: «Le ditte che lavorano il ferro, da queste parti, pur sentendo la difficoltà come tutti, stanno ancora tirando avanti. Ma quelle di legname, e qui sono tante, stanno chiudendo o hanno già chiuso». E quale messaggio porta, a loro, la notte di Natale? «Io dirò che è proprio sulla crisi della fede che dobbiamo lavorare. Certo, chi ha in mano le chiavi della politica e dell'economia deve fare la sua parte. Ma siamo tutti noi a dover riprendere in mano i valori di fondo della nostra vita: il tema dell'altro, della porta accanto, della condivisione, della fratellanza. Altrimenti interveniamo solo sugli effetti, ma non sulle cause profonde della crisi». Non è anche la crisi stessa, a volte, a intaccare la fede? «Sono cerchi che si inseguono, è vero: da una parte la mancanza di valori di fondo può portare a forme di egoismo, dall'altra è indubbio che spesso la crisi porta a chiudersi ulteriormente in se stessi. Ma è dai valori dell'uomo che bisogna ripartire, o non se ne esce». Anche per don Emilio Scarpellini, responsabile dell'oratorio milanese di Santa Maria di Lourdes, il «messaggio evangelico va attualizzato sempre, e a Natale più che mai, rispetto ai temi della vita: incarnazione significa non solo Dio che prende corpo ma anche condivisione di umanità. E oggi parlare di umanità, pur senza lanciarsi in speculazioni sui poteri forti che trasformerebbero un'omelia in una conferenza, implica la necessità di sensibilizzare le persone su termini quali sobrietà, giustizia, pari opportunità. Tutte cose che non attengono solo al mondo politico, ma fanno parte a pieno titolo, direi, della pedagogia di Cristo: Gesù parlava di Redenzione, ma anche di guarigione dalle malattie. Poi, è ovvio, il pulpito è l'ultimo dei luoghi da cui pronunciare arringhe politiche di parte... Ma pensate alla pagina delle Beatitudini: che bella Carta costituzionale sarebbe». Don Giuseppe Vegezzi, la cui parrocchia guarda invece sui Navigli, anticipa che nella la sua omelia di stanotte parlerà soprattutto di speranza. «Non la speranza cieca - precisa - di una fede come oppio per far dimenticare al popolo che la crisi c'è. Ma la speranza di una fede come luogo di valori certi e capaci di riaccendere la luce in un momento di buio». Don Giuseppe Grampa, parroco di San Giovanni in Laterano a due passi dal Politecnico, è ancora più diretto: «Sono mesi difficili - scrive tra l'altro nel testo che ha preparato - e nel nuovo anno temo che il vento non cambierà. Abolizione di privilegi e tagli sulle spese della politica sarebbero un segnale importante da parte di chi impone ad altri "lacrime e sangue" mentre si sottrae a qualsiasi pur modesto sacrificio. Ringraziamo quanti si fanno carico di tutti quei lavori che noi non vogliamo più fare, ringraziamo quanti, e sono molti, che nel nostro quartiere si prendono cura dei nostri anziani, della custodia e dei lavori domestici nelle nostre case». «La mia omelia - conclude don Mirco Bellora - tocca naturalmente lo stesso tema: perché anche a Vimercate, dove sono parroco, la questione della crisi è addirittura bruciante. Ma la mia domanda, a Natale, non riguarda Dio. Nel senso che quella è già una certezza: Dio c'è ed è venuto tra noi. Il punto è: dov'è invece l'Uomo? Dov'è la ricerca dei legami, dei rapporti profondi non solo dentro la famiglia ma in ogni contesto? Il mondo è un insieme di Inferno e Paradiso, lo sappiamo. E tocca a noi, come diceva Calvino, costruire ogni giorno una polifonia degli affetti per sottrarre spazio all'Inferno».

Voce muta... ma presente

Gli indignati cattolici

di Roberto Beretta

Ma quanti saranno oggi, in Italia, gli «indignati» cattolici? Quelli che l'altra sera, vedendo la Gabanelli in tv mentre snocciolava la litania dei misfatti del San Raffaele & company (prostituzione minorile compresa), si sono coperti gli occhi per lo sconforto? Quelli che non approvano gli attacchi sull'Ici alla Chiesa, ma sanno che tanti enti ecclesiastici ormai giocano alle scatole cinesi tra fondazioni e società di comodo solo per pagare meno tasse possibili? Quelli che osservano sedicenti cattolici, membri di movimenti che dovrebbero essere esemplari, scalare senza alcuna remora morale le piramidi del potere e del lusso, aiutando gli «amici» e schiacciando sotto i piedi i diritti degli altri? Quelli che constatano come chi tra i cattolici avrebbe i mezzi per parlare e magari denunciare ciò che c'è di inaccettabile in questi modi di fare, invece organizza campagne solo quando vengono toccati i vantaggi acquisiti dalla Chiesa? Quelli che da anni subiscono l'ondata di ritorno degli scandali finanziari che regolarmente travolgono faccendieri cattolici (se non addirittura ecclesiastici), eppure devono prendere atto che non cambia quasi niente nel modo disinvolto con cui troppo potere clericale fa uso dei soldi? Pedofilia, denaro, politica... Ho motivo di credere che i «cattolici indignati» siano davvero tanti, anche se non scendono in piazza, anche se non gridano, anche se non si contano mai. E sono indignati non tanto perché non sappiano che nel mondo - e anche nella Chiesa - il peccato esiste, e sempre esisterà: non hanno nulla, in sé, contro i peccatori, sono anzi ben disposti persino a perdonarli. No; essi sono tristemente indignati perché vedono che la Chiesa stessa appare rassegnata a quest'andazzo e non dimostra alcuna ribellione, alcuna voglia di riscatto: né più né meno della società civile di fronte agli scandali (morali e no) che la percorrono. Dov'è allora la «differenza» cristiana? Dov'è il di più di coerenza e di speranza che i cattolici dovrebbero immettere nel corpo sociale tutto? Non c'è, non si vede. Dall'alto non provengono segnali in controtendenza, se non rarissimi; le parole sono troppo spesso scontate, i pochi buoni esempi non riescono a bucare nessuno schermo. E persino il silenzio doloroso di tantissimi «indignati» rischia di essere confuso con la passività o l'indifferenza dei più. Ma se la Chiesa non avrà il coraggio e l'intelligenza di ascoltare questa tacita indignazione che monta dal basso, e che pure ormai preme alle porte, penso che mancherà un'occasione storica e assai concreta di evangelizzazione nel nostro Paese. Non aspetti che si firmino petizioni o s'organizzino cortei sotto le finestre degli arcivescovadi: lei stessa non ha educato i suoi membri ad agire in questo modo. Deve però ugualmente sapere che il malessere esiste e genera una delusione che può essere mortale, perché ci sono ferite che non si rimarginano: come quando un figlio sta male e corre dai genitori, ma trova la porta chiusa. Tra sempre più italiani serpeggia una convinzione infamante che finora era stata riservata ai soli politici: «Sono tutti uguali»; ebbene, adesso viene applicata pure alla Chiesa e a tanti suoi uomini pubblici. Il problema è che anche noi credenti - tra attacchi anticlericali da una parte e difese corporativamente acritiche dall'altra - non possediamo gli strumenti per giudicare caso per caso. E, di fronte al dilagare sempre maggiore e documentato degli scandali, siamo tentati di perdere la fiducia: se ci hanno nascosto questo, e quest'altro, e quell'altro ancora, allora significa che sono tutti marci... Una volta si giungeva al «Dio sì, Chiesa no» per ideologia; oggi si potrebbe arrivarci per indignazione, e magari andare anche oltre. Il partito degli «indignati cattolici» affolla invisibilmente i sagrati di tutt'Italia:
qualcuno ascolterà la sua voce muta?

Stelle

50 anni fa il «dono» di Roncalli al mondo

di Marco Roncalli

Venticinque dicembre 1961: «Mia santa Messa di mezzanotte per il Corpo diplomatico nella sala Clementina... Immediatamente dopo celebrai la seconda e terza Messa nella mia cappella privata... Alle ore 9 mia firma solenne della Bolla di indizione del Concilio, sempre nella Sala Clementina. Era presente anche il cardinale Copello gran cancelliere di Santa Romana Chiesa. Mi servii per la firma di una penna d'oro regalatami dall'Osservatore Romano per l'occasione. Alle 12.30 nella stessa Sala Clementina mio breve discorso con riferimento alla indizione del Concilio e alla benedizione di Natale che di là diedi in tiara, Urbi et orbi». Così, cinquant'anni fa, Giovanni XXIII sul suo diario descriveva uno dei passi formali, ma decisivi, verso la celebrazione dell'evento conciliare già nel pieno della sua fase preparatoria: la firma della bolla Humanae salutis. Era il suo regalo per il Natale 1961

Auguri di buona ristrutturazione

Letterina a Gesù che nasce

Ispira in noi le freschezze del mattino

di mons. Tonino Bello

Caro Gesù, voglio scrivere a te! Per tanti motivi. Prima di tutto, perché so che tu mi leggerai di sicuro e la mia lettera non rischierà di finire come le tue. Ce ne hai scritte tante, e sono tutte lettere d'amore, ma noi non le abbiamo neppure aperte.  Nel migliore dei casi, le abbiamo scorse frettolosamente e con aria annoiata. Poi, perché so che tu non ti fermi a fare l'analisi estetica di ciò che ti dico. Tu vai sempre al nocciolo, o alla radice, e sei imbattibile a leggere sotto le righe. E anche stavolta, ne sono certo, sotto le righe sai scorgere il mio cuore gonfio di paure e di speranze, di preoccupazioni e di tenerezze.

Poi, perché tu rispondi sempre, e non passi mai nulla sotto silenzio. Non c'è volta che tu ti rifiuti di ricambiare il saluto o di accusare ricevuta. Con gli altri, lo sai, non sempre è così. Più che la ricevuta, sembra che accusino il colpo.

Ma, soprattutto, scrivo direttamente a te, perché so che a Natale ti incontrerai con tantissime persone che verranno a salutarti.

Tu le conosci a una a una. Beato te, che le puoi chiamare tutte per nome. Io non ci riesco.

Dal momento, però, che passeranno a trovarti, se non nell'eucaristia e nei sacramenti almeno nel presepe, perché non suggerisci loro, discretamente, che non te ne andrai più dalla terra e che, pur trovandoti altrove per i tuoi affari, hai un recapito fisso nella tua Chiesa, dove ti potranno incontrare ogni volta che lo vorranno?

E, a proposito di recapito, non pensi che la tua Chiesa, il cui grembo hai deciso di abitare per sempre dopo aver abitato per nove mesi quello di tua Madre, abbia bisogno di qualche restauro?

Si tratterà, caro Signore, di restauri costosi, perché da ricca deve diventare povera, da superba deve divenire umile, da troppo sicura deve imparare a condividere le ansie e le incertezze degli uomini, da riserva per aristocratici deve divenire fontana del villaggio.

Chi è profano in certe faccende pensa che sia un restauro quasi senza spese, sottocosto, perché si tratta di ridurre invece che di accrescere. Invece io so che occorre uno di quegli stanziamenti fortissimi della tua grazia, perché, se no, non se ne farà nulla.

Visto che mi sono messo sulla strada delle raccomandazioni, posso approfittare dell'amicizia per fartene qualche altra?

Aiuta me e tutti i miei fratelli sacerdoti a lasciarci condurre dallo Spirito. che è Spirito di libertà e non di soggezione. Spirito di giustizia e non di dominio.

Spirito di comunione e non di rivalità.

Spirito di servizio e non di potere.

Spirito di fratellanza e non di parte.

Dona ai laici della nostra Chiesa la gioia di Te, che fai nuove tutte le cose. Ispira in essi i brividi dei cominciamenti, le freschezze del mattino, l'intuito del futuro.

Esorcizza nelle nostre comunità la paura del vuoto, l'impressione che si campi solo sulle parole, il sospetto che, di ardito, amiamo solo le metafore.

Metti nel cuore di chi sta lontano una profonda nostalgia di Te. Asciuga le lacrime segrete di tanta gente, che non ha il coraggio di piangere davanti agli altri.  Entra nelle case di chi è solo, di chi non attende nessuno, di chi a Natale non riceverà neppure una cartolina e, a mezzogiorno,non avrà commensali.

Gonfia di speranze il cuore degli uomini, piatto come un otre disseccato dal sole.

Ricordati dei ragazzi dell' Istituto *** che non andranno a casa perché nessuno li vuole.

Ricordati della famiglia che abita a Molfetta, e sono otto in una stanza senza luce.

Ricordati dei quattro vecchietti che dormono nelle celle di un ex convento a Ruvo, con il cartone al posto dei vetri della finestra.

Ricordati di Giovanni che si droga e ogni tanto mi  telefona di notte per dirmi che sta male.

Ricordati di Antonella lasciata dal marito.

Ricordati di tutti i poveri e gli infelici, i cui nomi hanno trovato accoglienza sterile solo sulla mia agenda, ma non ancora nel mio impegno di vescovo, chiamato a presiedere alla carità.

Ricordati, Signore, di chi ha tutto, e non sa che farsene: perché gli manchi Tu.

Buon Natale, fratello mio Gesù, che oltre a vivere e regnare per tutti i secoli dei secoli, muori e sei disprezzato, minuto per minuto, su tutta la faccia della terra, nella vita sfigurata degli ultimi.

Auguri fattivi

La Pace di Natale

del card. Carlo Maria Martini

Mi sono sempre sentito a disagio con la facilità con cui a Natale e poi a Capodanno si fanno gli auguri di beni grandiosi e risolutivi, auspicando che le feste che celebriamo portino pace, salute, giustizia, concordia. Quando diciamo queste parole sappiamo bene che per lo più non si avvereranno e passata l'euforia delle feste ci troveremo più o meno con gli stessi problemi. Non è questa l'intenzione della Chiesa nel celebrare la festa del Natale. Essa intende ricordare con gratitudine il piccolo evento di Betlemme che, per chi crede, ha cambiato la storia del mondo e ci permette di guardare con fiducia anche ai momenti difficili della vita , in quanto illuminati e riscattati dal senso nuovo dato dalle vicende umane dalla presenza del figlio di Dio. Ma non ci si limita al ricordo commemorativo. Si proclama la fiducia nella venuta di Colui che «tergerà ogni lacrima dai loro occhi», per cui « non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno » (Apocalisse 21,4) e si rinnova la speranza con al quale « noi aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2 Pietro 3,13). Per questo il grido dei primi cristiani, riportato nella pagina conclusiva dell'Apocalisse, era: « Vieni, Signore Gesù! ». Ma questa attesa non è passiva: essa è ispiratrice di tutti quei gesti che pongono fin da ora segnali di giustizia, di riconciliazione e di pace di questa nostra terra pur così tormentata da lacerazioni e ingiustizie. In questo senso anche lo scambio di auguri di contenuto alto può esprimere la volontà di impegnarsi e la fiducia nella forza dello Spirito che guida gli sforzi umani. (...) In questo quadro ci permettiamo allora di rinnovarci per Natale e per il nuovo anno anche gli auguri più alti e impegnativi, con la fiducia che non sono solo parole ma premesse di fatti coraggiosi per un avvenire migliore per tutti.

da "La Repubblica", 24 dicembre 2003

Non capita così anche nella Chiesa?!

Tre notizie «blah» e una domanda

Fatti che meriterebbero indignazione: ma dove eravamo tutti?

di Beppe Severgnini

Roy Lichtenstein, Paperoga e il nipotino di nove anni potranno confermare: ci sono notizie wow! (ammirazione), notizie gulp! (sorpresa) e notizie blah! (fastidio). Ultimamente vanno forte le notizie blah! Una notizia blah! è quella di Cristiano Doni, talentuoso e amato calciatore dell'Atalanta, in carcere con l'accusa d'essersi compravenduto le partite. Un'altra notizia blah! riguarda Franco Nicoli Cristiani, ex consigliere regionale lombardo (Pdl), arrestato per una presunta tangente di 100 mila euro, e in procinto di ricevere una liquidazione da 340 mila euro e un vitalizio di quasi 5 mila euro al mese. Una terza notizia blah! riguarda il concorso per ricercatore di Economia politica alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università del Piemonte Orientale: annullato dal rettore dopo una sollevazione internazionale, quand'è risultato chiaro che la vincitrice, sostenuta dal preside di Giurisprudenza Salvatore Rizzello, aveva meno titoli e pubblicazioni di tutti i candidati. Cosa possiamo fare davanti a queste tre notizie natalizie, a parte «blah!»? Be', direbbe il nipote: a Doni, niente doni; per Cristiani e Salvatore, cambio di nome obbligatorio. Scherzi a parte: non limitiamoci al fastidio verso i protagonisti, ma proviamo a ragionare. Dov'erano - anzi, dove sono - coloro che sapevano, e hanno taciuto? Oppure quelli che non sapevano, ma ora sanno. E tacciono. Dov'erano, e dove sono, i tifosi atalantini? Perché hanno protestato in massa, dopo la penalizzazione dell'Atalanta, sfilando e sfogandosi su siti e giornali? Perché non chiedono invece a Doni - tutti insieme - se è questo il modo di ripagare il loro affetto e la loro fiducia? Bergamo - la conosco - è una città civile, e da anni produce talenti vestiti di magnifici colori: non merita di essere ingannata così. Dov'erano, e dove sono, i colleghi di Nicoli Cristiani? I consiglieri regionali lombardi, e il presidente Formigoni, non riescono proprio a dire che quella maxi liquidazione è scandalosa? Per l'importo, per le circostanze, perché tanti lombardi onesti saranno presto chiamati a grandi sacrifici? Dov'erano, e dove sono, i membri della commissione esaminatrice di Alessandria che ha avallato la scelta del presidente Rizzello? Solo uno - Damiano Bruno Silipo - s'è dissociato, e ha scritto a «Italians»: «Tengo a precisare che ho espresso un voto difforme dalla maggioranza dei commissari e che nei miei giudizi ho tenuto in debita considerazione le pubblicazioni su riviste internazionali. L'ovvia riservatezza, a cui sono tenuto rispetto alla pubblicità degli atti del concorso, mi impone e mi imporrà di evitare ogni ulteriore commento al riguardo». Ma la riservatezza, professore, ha un limite: ci dica chi erano quei suoi colleghi, ci aiuti a capire perché hanno votato così. Dov'eravamo, e dove siamo, tutti? La questione va oltre il calcio, la politica e l'università. L'impressione è che l'indignazione italiana non sia civile, ma tribale. Scatta se sbaglia uno dell'altra tribù. Altrimenti, parliamone. Anzi: taciamone.

Esaurito

Banksy colpisce ancora. Anzi: due volte. L'artista è tornato in azione con due nuovi graffiti a Londra sul tema della crisi. Il primo è l'avvertimento che recita "Mi dispiace! Lo stile di vita che avete ordinato è attualmente esaurito". L'altro è la donna in caduta libera con il carrello del supermercato.

Vince chi perde

Il Natale della crisi

di Roberto Beretta

Benedetto Natale di crisi! L'altro giorno ho fatto una piccola ma istruttiva esperienza. Sono stato al centro commerciale con mia moglie, la quale aveva con sé la classica lista dei regali da fare a Natale. Chi è maschio e sposato potrà capirmi: di solito si tratta della situazione da cui quasi tutti i mariti vorrebbero scappare, a costo di stare in ufficio a fare gli straordinari... Invece mi è successa una cosa che non mi capitava da tempo: mi sono persino divertito! Che cosa era successo? Semplicemente ci siamo riscoperti anche noi nella categoria dei tanti italiani che si trovano a «tirare la cinghia», - poco o tanto che sia - e dunque stanno un po' più attenti alle spese. Così, invece di raccattare più o meno a caso tra le offerte degli scaffali, inseguendo l'oggetto tecnologico più propagandato ovvero badando alla griffe del maglioncino, ci è toccato aguzzare l'ingegno, per scovare prodotti certo più modesti ma che «parlassero» con la loro originalità e pertinenza al destinatario, cercando insomma di supplire con la fantasia e col cuore alla diminuita disponibilità finanziaria. Le difficoltà stimolano, come sanno i poeti. Ma se questo fosse vero anche per la Chiesa? Mi spiego meglio: quante volte abbiamo decantato la povertà di Betlemme, quanti presepi «impegnati» abbiamo costruito scagliandoci contro il consumismo e gli sprechi della nostra società, quante volte abbiamo auspicato una Chiesa più vicina all'ideale evangelico di semplicità e piccolezza... Beh, adesso il Natale di crisi ci offre una possibilità in più anche in tal senso! Sapremo approfittarne? Sapremo, per esempio, recuperare il valore prezioso dei rapporti umani (anche all'interno delle nostre parrocchie, sì, così spesso scostanti e chiuse), ora che non abbiamo più i mezzi per delegare a un oggetto «importante» la manifestazione del nostro affetto? Sapremo sentire più da vicino il senso dell'uguaglianza fondamentale tra credenti, e tra uomini in genere, adesso che i salti di classe sociale risultano un poco attutiti dalle cattive acque in cui naviga l'economia? Sapremo tornare a sentire un poco più nella carne la fame di ciò che conta davvero, dal momento che i nostri stomaci e soprattutto i nostri desideri sono meno appagati dalla sazietà dell'opulenza? Abbiamo davanti un'occasione, che certo non abbiamo cercato e che tuttavia potrebbe diventare provvidenziale. Questa crisi è anche, deve essere o diventare, un'occasione spirituale: da cogliere singolarmente e come comunità, cominciando dal prossimo Natale. Che cosa del resto sarebbe più adatto della scena di Betlemme per rappresentare una salvezza che nasce proprio dal niente, l'infinito deposto sulla paglia? Io lo auguro a me stesso, a tutti i lettori di questo blog che mi diventa sempre più caro e anche alla Chiesa tutta, che così spesso critico: coraggio, meno battaglie sull'Ici e più profondità nell'indicare agli uomini che cosa ci sta a cuore davvero. Dal Natale di quella volta là, il gioco dei cristiani è sempre stato: vince chi perde.

Inviti a pranzo

Anche quest'anno (quattordicesima edizione) l'Osservatorio di Milano promuove per il giorno di Natale l'iniziativa "Aggiungi un posto a tavola" in cui alcune famiglie volontarie invitano a pranzo persone bisognose offrendo calore umano a stranieri e italiani che si trovano ai margini della societa'. Fino ad oggi hanno aderito 25 famiglie straniere e 3 famiglie italiane, il presidente dell'Osservatorio di Milano Massimo Todisco spiega, "quando gli stranieri riescono a integrarsi diventano solidali e molto disposti ad aiutare il prossimo perche' sanno bene cosa sia l'emarginazione. La solidarieta' di oggi deve essere globale, da tutti verso tutti" (ascolta qui l'intervista). Todisco racconta che negli anni scorsi venivano ospitati soprattutto senzatetto e stranieri mentre quest'anno molte richieste arrivano da famiglie italiane rimaste senza lavoro o in cassa integrazione che non possono permettersi di festeggiare il Natale. Tutte le famiglie che vorranno ospitare al proprio pranzo di Natale persone in difficoltà possono telefonare ai seguenti numeri: 334. 3285426 o 334. 8956119.

Auto-riforma

Gli espropri laicisti ci hanno aiutato a riformarci

di Giorgio Campanini

I cinquant'anni del Vaticano II, ormai alle porte, non possono non indurre a tornare a riflettere su uno dei grandi temi conciliari, quello della «Chiesa dei poveri»: una riflessione tanto più necessaria all'approssimarsi di una festa, quella di Natale, che è la celebrazione del Cristo povero, ultimo degli ultimi, punto di riferimento obbligato per quanti intendono essere autenticamente cristiani. Il rapporto fra la Chiesa e i beni della terra è stato fra i più complessi e travagliati della storia, e tuttavia (secondo una linea di tendenza sostanzialmente lineare nelle società occidentali) ha registrato in età moderna una progressiva presa di distanza dalle tentazioni della ricchezza. Dove sono, oggi, le immense proprietà terriere delle antiche abbazie; i spesso lussuosi conventi nei quali riparavano, a volte forzatamente, i diseredati rampolli e le figlie senza dote dei nobili; le fastose regge dei vescovi principi? Lo Stato laico (prendendo sul serio, anche se inconsapevolmente, l'evangelico richiamo alla «Chiesa povera») ha ormai fatto piazza pulita di antichi privilegi ed assoggettato il patrimonio ecclesiastico a dure spogliazioni, come la storia del Settecento e dell'Ottocento ad abundantiam insegna. È parso, ancora una volta, che Dio «scrivesse dritto per righe storte»

Maria gravida

Il pancione di Maria

di Maria Teresa Pontara Pederiva

(...) Il frammento di affresco sulla Madonna del parto [nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna] (...) se pure conosciuta come immagine, insieme ad altre successive molto meno austere, o a tante Madonne che allattano - più nel passato che ai giorni nostri, a dire il vero - non mi è mai sembrato che l'idea di Maria col pancione sia così diffusa, neppure fra le donne che dovrebbero esserle più vicine come sensibilità. Altre sono immagini, o concetti, della Madonna, che strillano in prima pagina, primo fra tutti la verginità. Eppure, almeno in occasione del Natale, è la maternità, meglio la gravidanza, che dovrebbe accompagnarci lungo i giorni che precedono l'avvenimento di Betlemme. Un significativo proverbio dei berberi del deserto recita così: "Quando una donna ha in grembo suo figlio, il suo corpo è come una tenda quando soffia il ghibli". Nella Bibbia sono tante le espressioni che fanno riferimento ad una vita prenatale, peraltro sconosciuta nelle sue modalità. In testa il Salmo 139, 13.15 "Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Non ti erano nascoste
le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra". O alle gravidanze quasi parallele di Maria e della cugina Elisabetta, quando il bambino di lei sussulta in grembo al saluto di Maria che diventa "Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!". E anche se crediamo a quel participio passivo, che definiscono "teologico", secondo cui si esprime la totale ed esclusiva iniziativa di Dio al momento dell'annunciazione, è profondamente significativo il pensare a quell'altrettanto totale formazione umana di Gesù, giorno dopo giorno, nell'utero di Maria esattamente come ogni altro bambino che viene alla luce sulla terra. Ed è questo che deve aver pensato la Chiesa delle origini - prima in Asia poi a Roma - quando, sovrapponendo la solennità del Natale alla festa preesistente del dio Sole (25 dicembre) e a quella delle strenne romane, ha poi retrodatato di nove mesi collocando al 25 marzo quella dell'annunciazione. "La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo" sono le parole di Gesù raccontate da Giovanni (Gv, 16, 21). Se alcuni mariologi nella storia erano arrivati ad escludere le doglie del parto e simili, perché non compatibili con Maria, io penso invece alla delusione di alcune mamme-amiche che affermano di non aver potuto viverlo fino in fondo per necessità di un cesareo. Credo che non ci sarebbe miglior catechesi per i nostri bambini di quella che associa Maria col pancione a tutte le altre mamme in gravidanza. In alcune parrocchie si fa festa per quante sono in attesa di un figlio e si preparano ad un prossimo battesimo. In altre si suonano le campane quando nasce un bambino all'interno del proprio territorio, di qualunque credo sia la sua famiglia. Ma non sono ancora usanze diffuse. (...) Ogni mamma sa cosa significa portare "dentro" un figlio, parlargli come se fosse già "fuori", ascoltare insieme una musica che può cullarlo, scandire i versi di una ninnananna. Mi chiedo se forse il pensare un po' di più a quei nove mesi condivisi da Maria con tutte le madri della terra non ci aiuterebbe a comprendere meglio, padri compresi, il mistero dell'Incarnazione. Che, al di là di ogni disputa teologica del passato, è la straordinaria avventura di un Dio che si è fatto completamente uomo e ha scelto di farsi carne nell'utero di una donna (...).

[l'immagine a destra è la "Madonna del parto" di Montefiesole]

Non è più Natale, non è più Pasqua

«State tranquilli»

di Stefania Falsini

L' assemblea dei genitori alla scuola (pubblica) di mio figlio si è aperta con una rapida presentazione della maestra di religione (cattolica) che, parlando a grandi linee del programma di quest'anno, ha annunciato rassicurante: "Come forse i vostri figli vi hanno già raccontato, stiamo parlando del Natale e ne parleremo ancora a lungo visto che si tratta di una festa allegra adatta ai bambini. Per quanto riguarda la Pasqua vi voglio dire di stare tranquilli perché nessuno parlerà di morte-crocefissione-resurrezione. Parleremo della Pasqua come della festa della primavera". Silenzio e sorrisi di serena di approvazione. E si passa a parlare della data della prossima gita. Io sarei stata più tranquilla se avessi sentito che la morte non è un argomento tabù perché fa parte della vita e che se ne può parlare, perfino ai bambini. Nel modo giusto e adatto a loro, ma si può. E, tra l'altro, quale occasione migliore della Pasqua per parlare della morte in una prospettiva di Vita e felicità. O forse vogliamo delegare alla festa di Halloween le risposte al Grande Mistero? E poi sappiamo bene che tutti i non detti non solo non impediscono il formarsi di domande nella testa dei bambini ma anzi generano angosce enormi e profondissime. Questo episodio me ne ha ricordato un altro vissuto alcuni anni fa: all'ultimo incontro di un corso di preparazione al Battesimo le coppie presenti avevano la possibilità di scegliere le letture per il giorno della cerimonia tra una rosa di brani suggeriti dal sacerdote. Tra quelle proposte è stato scartato senza possibilità di appello il capitolo 6 della lettera ai Romani: "O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? (....) Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua resurrezione". Queste stesse parole sono state considerate dai più come "di cattivo gusto in un contesto gioioso", "non adatte ad un battesimo", "troppo tristi" e così via. Eppure esprimono un concetto che è il cuore vivo della fede cristiana  e noi non eravamo all'inaugurazione di un locale notturno, eravamo in una parrocchia al termine di un ciclo di incontri sul Battesimo. Perché allora tutta questa paura di parlare (ai bambini) della morte? Se accettiamo senza battere ciglio di giocare il jolly della "festa della primavera" per non parlarne è perché probabilmente siamo noi adulti a non avere risposte e a non accettare di averne una gran paura: del dolore, del distacco dalle persone care, dell'ignoto. Niente di più umano, diffido di chi vanta grandi certezze e non ammette tremori, soprattutto di fronte alla morte. Ciò non toglie che anche le nostre non risposte, le nostre tristezze e paure possano essere raccontate ai nostri figli, ovviamente in maniera adeguata alla loro età e alle loro richieste, e fare parte del loro percorso di crescita senza venderci ai loro occhi per ciò che non siamo. La loro testa è già troppo piena di supereroi.

Vivificante

Il «metro» del Concilio

di Diego Ruggiero

Il prossimo Natale, mentre metteremo il bambinello nei nostri presepi, cadrà anche il cinquantesimo anniversario della convocazione del Concilio Vaticano II. L'occasione torna utile per una breve riflessione "conciliare"! In effetti ancora oggi dopo tanti anni il Concilio fa discutere, a volte anche animatamente, dotti e sapienti tra opposte ermeneutiche e letture. Per tanti il Concilio può apparire come un richiamo stereotipato, un evento lontano, il frutto di una determinata e circoscritta temperie culturale. Per alcuni può diventare un evento da annacquare e de-pontenziare nella sua portata profetica nel nome della continuità della Tradizione. Per altri ancora può ridursi ad un evento da esaltare in vista di altri concili e di nuovi aggiornamenti. (...) Mi sforzo con semplcità e gratitudine di vivere la mia Chiesa nell'oggi, ed è bene così! In fondo è confortante sapere che la Chiesa è bella così com'è, con pregi e difetti, grano e zizzania, perché il Maestro l'ha voluta proprio così, riservandosi alla fine il giudizio sugli uomini che l'hanno vissuta e interpretata, e questo al di là di concili ed ermeneutiche! Magari, dopo tutto questo discutere e discettare, un giorno ci troveremo sommersi dalle risa di Dio che ci misurerà sulla larghezza del cuore e non sulla sapienza dei ragionamenti o sulla conoscenza dei documenti. Per questo sono convinto che il Concilio e i suoi documenti sono ancora vivi e vivificanti solo nella misura in cui riescano ad interpellare ancora oggi i non esperti, i non addetti ai lavori, insomma i cattolici "normali", quelli che bazzicano più o meno regolarmente le nostre chiese e sono a digiuno di teologia ed ecclesialese. Cosa che a me è capitata di recente. Vado al sodo. Nelle scorse settimane, insieme ad alcuni amici, mi sono imbattuto in un passo della Gaudium ed Spes. Lo riporto: "Stando così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli" (GS n°9). (...) Ecco le domande: A cinquant'anni dal Concilio il mondo quale strada ha preso? Ha scelto la schiavitù o la libertà? Il progresso o il regresso? La fraternità o l'odio? Il mondo, l'uomo è rimasto allo stesso punto di allora? Sono grandi domande ma cercare di rispondere potrebbe risultare un buon esercizio per leggere i segni dei tempi e disporsi nella speranza e nella gioia a quel "martirio della pazienza" a cui faceva riferimento, in un recente libro intervista, Loris Capovilla, il segretario di papa Giovanni XXIII. D'altra parte la lettera di San Paolo che abbiamo letto nelle nostre assemblee durante la scorsa domenica d'avvento sembrava proprio un ottimo spunto per riflettere sul concilio celebrando quest'anniversario: "Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono" (1 Ts 5, 19-21). Buon cammino di avvento "conciliare".

Eroi nascosti

“La mia vita da fantasma per onorare don Puglisi”

di Laura Anello

«Un amore? È difficile. Perché ogni volta sono appeso a un dubbio: dico la verità o no? Una volta che ho rivelato chi ero alla mia donna, l'ho vista alzarsi, aprire la porta di casa e andarsene per sempre». Lui un tempo si chiamava Giuseppe Carini ed era un bel ragazzo del quartiere palermitano di Brancaccio, impasto di mafia e cemento. Ora il suo nome è segreto, come la sua città, il suo lavoro, la sua vita. È un testimone di giustizia, uno dei 50 in Italia, gente normale che si trova ad affacciarsi per caso sull'abisso dell'illegalità. E che, anziché far finta di niente, decide di parlare per amore di verità e giustizia. Lui, cresciuto in una famiglia in odor di mafia, allenato a portare in giro volantini elettorali degli amici degli amici, cambiò vita quando diventò teste chiave nel processo agli assassini di don Pino Puglisi, il parroco ucciso a Brancaccio il 15 settembre del ‘93 e per il quale è in corso la causa di beatificazione. L'altro giorno è tornato a Palermo, a 42 anni, dopo 16 di lontananza. Nel camerino del teatro Biondo, dove partecipava alla cerimonia del Premio intitolato al prete-coraggio, ha riabbracciato gli amici pionieri di quella storica stagione antimafia. Risate, lacrime, pacche sulle spalle, mentre i carabinieri dei Ros lo rimproveravano senza convinzione: «Che cos'è tutto questo casino? Fate piano». Poi un militare gli ha passato il mephisto e lui, con il viso coperto, è andato sul palco a raccontare la sua «esperienza di fede, di riscatto civile, di impegno quotidiano, accanto a don Puglisi». Tutto partì da lì, da quel sacerdote umile e testardo che combatteva per i bambini; che disse «me l'aspettavo» ai killer che gli spararono il giorno del suo compleanno, come ricostruisce il giornalista Francesco Deliziosi - che di don Pino fu allievo - in un libro appassionante. Ma prima di quella frase da martire, il prete aveva chiesto a Giuseppe Carini, studente del quarto anno di Medicina che incontrava nelle sale di Anatomia, un favore speciale: «Quando toccherà a me non mi lasciare solo». E lui, Giuseppe, il ragazzo che faceva giocare a calcio i ragazzi di Brancaccio nel salone della chiesa, che ancora stava «con un piede qua e un piede là tra la parrocchia e le vecchie amicizie», si precipitò a Medicina legale, aprì la cella frigorifera e vide «la bara di legno aperta, e lui nudo, con la testa fasciata e quel sorriso incredibile». Da allora l'impegno rinnovato nel quartiere, il taglio netto con la famiglia che lo disconobbe («Come sta mia madre? Non lo so»), la sequenza di minacce, attentati, porte bruciate ai volontari, e poi le confidenze raccolte sul delitto del pregiudicato Francesco Bronte, ucciso il 3 giugno del ‘94. Il suo amico Matteo Blandina (ex tossicodipendente che si era riscattato e che di lì a poco morirà di Aids) assistette alla scena, gli riferì di avere visto gli assassini, lui lo spinse a parlare. La testimonianza si rivelerà sbagliata, anche se in buona fede: il boss del quartiere - Salvatore Grigoli si autoaccuserà del delitto. Ma ormai il dado era tratto, e Palermo diventò troppo pericolosa per Giuseppe. Così un giorno di aprile del 1995 un ispettore di polizia lo portò in questura e gli disse che doveva andarsene. Per sempre. Disposizione del procuratore Giancarlo Caselli. Da un giorno all'altro Giuseppe abbandonò tutto: fidanzata, famiglia, città, vita, esami a Medicina. Per andare prima a Firenze, poi a Torino, tra residence e alberghetti frequentati pure da mafiosi e camorristi diventati collaboratori di giustizia «perché allora la legge non faceva distinzione tra pentiti e testimoni. E quando ho firmato il modulo per avere accesso al programma di protezione, c'era scritto che dovevo impegnarmi tra le altre cose a non rubare: un'umiliazione». Solo, senza documenti, senza nessuno cui poter raccontare la propria storia, la necessità di mantenersi facendo il cameriere e il facchino prima di accedere all'indennità mensile di (allora) un milione e centomila lire. Ha cambiato cinque identità, cinque nomi e cognomi diversi. «E ogni volta dovevo inventarmi una vita credibile per i vicini. Un giorno mi finsi funzionario di polizia e appesi al muro una maglietta che mi aveva dato un agente. In un'altra occasione mi finsi metalmeccanico: indossavo la tuta, tornavo a casa con gli scarponi sporchi». Poi la battaglia per la nuova legge sui testimoni di giustizia (datata 2001), la fine del programma di protezione e del sussidio, l'attribuzione di un'identità definitiva, la ricerca di un'occupazione. «Adesso lavoro nel sociale, ma con glialtri testimoni lotto affinché si approvi il disegno di legge che prevede l'assunzione nella pubblica amministrazione, così come per i figli delle vittime di mafia». Mai un «chi me l'ha fatto fare»? «Mai. La fatica, lo sconforto, non devono mai prevalere sulle ragioni delle proprie scelte. Me l'ha insegnato don Puglisi».

in “La Stampa” del 18 dicembre 2011

Lati deboli

Sulle «tifoserie» cattoliche italiane

di Roberto Beretta

Cattolici «tifosi», si diceva l'altra volta. Intendendo un'attitudine ­dei credenti italiani - evidente nelle scelte politiche - a schierarsi in modo passionale, sempre «pro» o «contro», senza il necessario distacco e nemmeno un certo scetticismo o persino sano «relativismo» - che permette poi, nel momento in cui balzino all'occhio i difetti o le controindicazioni della scelta iniziale, di voltare pagina, chiudere un capitolo e cominciarne un altro senza troppe nostalgie o rimpianti. Anche questo è un tratto tipicamente «cattolico» della nostra italianità, fatta di contrapposti campanilismi (e campanile è per l'appunto un riferimento ecclesiale...) e «parrocchiette» che non si parlano. Certo: da una parte essere «tifosi» e passionali dice convinzione per le proprie idee, fedeltà al proprio passato, disposizione a considerare importanti anche gli aspetti immateriali o addirittura spirituali della vita... Però, d'altra parte, contempla pesantissimi difetti: per esempio un'attitudine alla polemica infinita, la difficoltà di valutare oggettivamente situazioni e fatti, una scarsa propensione al cambiamento, la tendenza a fidarsi molto dell'immagine esteriore, e così via. Niente di male: ognuno ha il proprio carattere, e nessuno è privo di difetti. Quello che non va bene è semmai non conoscerlo abbastanza, in modo tale da non saper agire sui lati deboli per compensarli con adeguati rimedi o azioni di contenimento. È qui che - passando dal campo civile a quello religioso - mi pare che la Chiesa italiana non faccia a sufficienza, tra l'altro proprio nel decennio che ha dedicato all'educare. Allineo qualche esempio. Se la religiosità italiana è sempre stata devozionale, passionale, appunto «da tifosi», perché la Chiesa - che ne è ben consapevole - sembra tuttora promuovere lo straordinario e il miracolistico ben più volentieri dello spirito critico e dell'educazione a scavare nel profondo per cogliere l'essenziale? (...) Se siamo naturalmente portati a valutare il passato e l'immagine esteriore, perché nella liturgia - e spesso soprattutto i giovani preti! - si sta tornando esattamente al «tradizionalismo», al trionfalismo e allo sfarzo pomposo? Se la tendenza alla sottomissione passiva e la scarsità di coraggio sono difetti nazionali, come mai tutto nelle nostre parrocchie è ancora organizzato su modelli molto gerarchici e clericali, dove il popolo è sempre e soltanto gregge? Se come popolo non brilliamo certo per indipendenza di giudizio e rigore di coscienza, perché la predicazione indulge ancora moltissimo (e nel post-concilio ancor di più) sul «volemose bbene», mentre la catechesi ­ad ogni livello ­ si risolve in un'infarinatura che non affronta i problemi scottanti e non lascia traccia nel profondo? Si potrebbe continuare. Ma l'idea dovrebbe essere ormai chiara: pur mantenendo lo spirito dell'«et et» cattolico, bisognerebbe insistere anzitutto sui lati deboli del carattere, e non al contrario secondarli (magari allo scopo di ottenere maggior successo, seguendo il vento che tira!). Qualunque genitore lo sa: se dà caramelle al figlio goloso lo conquista facilmente, però poi ne deve curare il mal di pancia... Ma la Chiesa, «maestra di vita», vuole davvero educare gli italiani a costo di rendersi impopolare, oppure preferisce garantirsene il consenso ancora per un po'?

Immobili profetici

L'Ici di oggi e l'etica del mattone

di Giorgio Bernardelli

(...) Tutto questo can can sugli immobili ecclesiastici - dunque - mi sembra un gran sparare nel mucchio. Ci sono abusi? Basterebbe che... (...) Detto questo mi chiedo - però - se tutta questa vicenda non ci chiami anche a qualche riflessione in più sull'etica del mattone. (...) Nella mentalità corrente oggi una casa, un palazzo, un terreno sono principalmente uno strumento per fare soldi. E possibilmente più soldi possibile. Sul tema degli «interessi legittimi» in materia urbanistica in tante città di questo Paese - negli ultimi decenni - è letteralmente franata l'idea di bene comune. (...) Ci sia anche un terzo ambito altrettanto importante su cui oggi occorrerebbe impegnarsi: far vedere che esiste un altro modo di intendere il mattone. Che l'idea di acquistare un immobile solo per guadagnarci sopra un profitto non può essere la normalità in un Paese. Dobbiamo tornare a dire che, per reggersi, una città ha bisogno di mattoni che siano al servizio delle persone. Perché è questo che - alla fine - rende una cosa tra loro diversa un oratorio e una megavilla, anche se magari hanno la stessa metratura. Quando sento citare i dati sulla quantità di immobili di cui la Chiesa è proprietaria in Italia io non mi scandalizzo affatto. Penso piuttosto alla responsabilità che questo patrimonio comporta. (...) Questa è una logica del tutto controcorrente rispetto a quella che attualmente domina il mondo del mattone. E nella quale a volte noi stessi ci troviamo invischiati. Oggi persino le aree a standard (quelle che per legge devono essere riservate a verde e servizi per tutti) si preferisce monetizzarle: è più comodo pagare al Comune un obolo che mi permette di costruire (e guadagnarci) di più. Allora o torniamo a dire che comportarsi così è immorale oppure alla fine perderemo anche partite come quella sull'Ici. Perché se non difendiamo un'idea forte di bene comune come possiamo pretendere poi che la gente capisca che esiste un modo diverso di stare dentro alle nostre città? Tutto questo, a mio avviso, implica però anche un'altra responsabilità per la comunità ecclesiale: quella di tornare a compiere scelte profetiche con i nostri mattoni. (...) Certo, oggi per tutti è difficile far quadrare i bilanci e la tentazione di fare cassa è forte. Ma non svendere la diversità di questi mattoni è una sfida troppo importante. Ne va davvero del nostro futuro (e anche di quello degli altri).


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Giudizio critico

dalla Sollicitudo rei socialis, enciclica di Giovanni Paolo II, 30.12.1987

La dottrina sociale della Chiesa assume un atteggiamento critico nei confronti sia del capitalismo liberista sia del collettivismo marxista. Infatti, dal punto di vista dello sviluppo viene spontanea la domanda: in qual modo o in che misura questi due sistemi sono suscettibili di trasformazioni e di aggiornamenti, tali da favorire o promuovere un vero ed integrale sviluppo dell'uomo e dei popoli nella società contemporanea? Di fatto, queste trasformazioni e aggiornamenti sono urgenti e indispensabili per la causa di uno sviluppo comune a tutti (n. 21).

La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un'ideologia, ma l'accurata formulazione dei risultati di un'attenta riflessione sulle complesse realtà dell'esistenza dell'uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell'insegnamento del Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell'ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale.

L'insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. E, trattandosi di una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone, ne deriva di conseguenza l'«impegno per la giustizia» secondo il ruolo, la vocazione, le condizioni di ciascuno. All'esercizio del ministero dell'evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione profetica della Chiesa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie. Ma conviene chiarire che l'annuncio è sempre più importante della denuncia, e questa non può prescindere da quello, che le offre la vera solidità e la forza della motivazione più alta (n. 41).

Presepe e lavoro

Torna il presepe a Barbiana

di Roberto Beretta

Erano 44 anni che Gesù Bambino non nasceva più a Barbiana: esattamente da quando morì il parroco-maestro che della canonica sperduta tra i monti del Mugello fu l'ultimo abitante. Ma domenica un presepio tornerà ad essere allestito nei locali della scuoletta divenuta famosa nel mondo, e tuttora meta per migliaia di pellegrini riconoscenti all'autore di Lettera a una professoressa . Il presepio di don Milani: «Quest'anno Gesù bambino nasce anche a Barbiana, nell'officina dove il Priore formava i suoi ragazzi al lavoro», annuncia infatti il comunicato stampa della Fondazione intitolata al celeberrimo sacerdote ed educatore. E pare davvero che Michele Gesualdi

Chi vuol essere il primo...

Il Concilio, i giovani e il popolo di Dio

di mons Luigi Bettazzi

a cura di Maria Teresa Pontara Pederiva


Le novità pastorali del Concilio spiegate da un testimone autorevole come il fondatore di Pax Christi, vescovo emerito di Ivrea e già ausiliare a Bologna. Un pastore che - com'è suo solito - privilegia un racconto dallo stile essenziale (e colloquiale) per narrare un evento vissuto di persona ("il Signore e la Chiesa mi avevano fatto la grazie di parteciparvi") e come esso si sia poi sviluppato nella riflessione successiva e nelle prospettive di attuazione già sperimentate o non ancora pienamente realizzate.

Un libro (EDB 2011) rivolto a tutti, giovani inclusi, come spiega nella presentazione, perché per tutto il popolo di Dio era stato convocato ("un Concilio per la gente di oggi") e a tutti sono rivolte le "risposte" del Vaticano II. Riportiamo qui alcuni passi da "Nel popolo di Dio!", una delle risposte riguardo allo specifico cristiano: l'atteggiamento del servizio sull'esempio di Gesù, un servizio che accomuna tutti, preti e laici, in quanto tutti "sacerdoti, re e profeti".




Gesù ha manifestato la diversità inoppugnabile che deve manifestarsi tra i poteri del mondo civile e quelli del mondo ecclesiale: "Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuol diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mt 20,25-28). E Giovanni, che scrive il suo Vangelo dopo le prime esperienze della comunità cristiana e vede forse la tendenza dei capi a emergere, con tutti i rischi evidenti anche nelle comunità ebraiche originarie, riassumerà l'ultima cena in una frase ("avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" Gv 13,1), per dilungarsi invece a descrivere un gesto di Gesù, il cui significato viene espresso dall'introduzione solenne "Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita ...". Poi spiega: "Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono, Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare in piedi gli uni gli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io a voi" (Gv 13,12-15). Giovanni dice così che l'Eucaristia ha il suo pieno valore se è compiuta nello spirito del servizio, che è quello che ha animato Gesù in tutta la sua vita. E se l'Eucaristia va fatta per rendere presente Gesù Cristo, ("fate questo in memoria di me"- Lc 22,19), Cristo va reso presente anche nella realtà del servizio ("perché anche voi facciate come io ho fatto a voi" - Gv 13,15). Le parole di Gesù sono talmente perentorie che evidentemente non possono limitarsi ad un atteggiamento di servizio tra i successori degli Apostoli (ma anche fra essi!), ma devono estendersi all'atteggiamento generale fra i membri della Chiesa e dei membri della Chiesa verso tutta l'umanità. Mi riferisco al rapporto fra la gerarchia e l'insieme dei fedeli all'interno del popolo di Dio rapporto non a caso denominato "servizio", cioè in latino "ministero" (...). Le grandi funzioni della gerarchia - ministero e magistero - vanno commisurate alla finalità cui devono contribuire. E così il magistero è tanto più adeguato non quanto più si esprime in modo profondo e raffinato, bensì quanto più riesce a rendere i fedeli convinti e coerenti. Così come il sacerdozio ministeriale non è efficace in rapporto alla sontuosità o alla ricchezza cultuale dei suoi riti, bensì nella misura in cui alimenta la sacerdotalità dei fedeli, cioè la loro vita di grazia; così come il ministero, ossia il servizio della comunione, non è tanto più efficace quanto più consolida i fedeli costruendo mura per la difesa dai nemici (l'antico inno al papa cantava: "Al tuo cenno, alla tua voce, un esercito all'altar!"), ma quanto più fa sperimentare, per la grazia dello Spirito, la "convivialità delle differenze" (per usare un'espressione di mons. Bello), per poter poi essere profeti e operatori di pace, appunto di "convivialità delle differenze" nel mondo. E poiché è tutta la Chiesa chiamata a essere "lievito" del regno di Dio, lo è ogni cristiano, servendosi appunto delle grazie della sua unione con Cristo. Credo che questa "rivoluzione copernicana", di una visuale che parte dal "popolo di Dio" come "corpo di Cristo" e di una gerarchia che è al servizio dei fedeli, tardi a realizzarsi, anche perché era più semplice per noi clero immedesimarci con la Chiesa, di cui siamo a servizio a tempo pieno e con una preparazione specifica, predicando ai fedeli il dovere dell'obbedienza e magari ricordando che eventuali limiti umani dei ministri non ostacolano la realtà del dono di grazia. (...) E' un grande compito che forse noi clero stentiamo a riconoscere ai fedeli, abituati come siamo a considerare che noi siamo la Chiesa e che i fedeli ne sono i beneficiari, ma che anche i fedeli - come singoli e come gruppi o movimenti - devono sentire come proprio, ovviamente sotto la guida di chi ne ha le responsabilità gerarchiche, ricordando che se la gerarchia ha il carisma dell'"ultima parola", questo può esercitarsi veramente solo dopo che si sono state "altre parole": perché l'"ultima" non sarebbe più tale se risultasse l'"unica".

Latente

Attenti alle parole c'è un linguaggio che è sfuggito di mano”

intervista a Federico Faloppa, a cura di Michele Brambilla

Un pazzo, o il prodotto di un brutto clima? È la domanda che ci si fa sempre in questi casi. La giriamo al professor Federico Faloppa, cuneese, docente di linguistica italiana all'Università di Reading in Inghilterra e autore per Laterza di un libro intitolato «Razzisti a parole (per tacer dei fatti)».

Professore, episodi come quello di Firenze sono la conseguenza di una mentalità diffusa?

«In Italia non c'è una guerra contro gli stranieri. Però è anche vero che quando succedono fatti come quello di ieri tendiamo subito a minimizzare, a dire che è stato uno squilibrato... Certo che è un pazzo; ma un pazzo che ha cercato vittime precise: dei senegalesi, degli immigrati. Un pazzo che si è mosso in un clima diffuso. Gli episodi di violenza e di discriminazione sono frequentissimi».

Chi è responsabile di questo clima?

«Un po' tutti. C'è un razzismo istituzionale: abbiamo approvato una legge che considerava l'essere clandestini un'aggravante di reato; e qualche anno fa Cota ne ha proposta un'altra per introdurre classi separate nelle scuole. Poi c'è un razzismo nel linguaggio dei politici e dei media, e pure in quello della gente comune: battute tipo “gli immigrati portano malattie” o “ci tolgono il lavoro” le sentiamo ovunque».

Lei nel libro denuncia il linguaggio pesante della Lega.

«Un senatore si è rammaricato perché in provincia di Treviso non è ancora in azione un forno crematorio, e a Milano Salvini ha proposto i bus per gli immigrati. Parole che producono brutti effetti. Ma anche slogan che sembrano più innocenti, come quel “prima i Veneti” della campagna elettorale di Zaia, nascono dall'idea di una supremazia etnica».

Solo la Lega diffonde razzismo?

«La Lega è quella più esplicita e più pesante. Ma ad agitare lo spettro di una Milano-Zingaropoli è stato tutto il centrodestra. E guardi che anche la sinistra ha le sue responsabilità».

Perché la sinistra?

«Perché ha inseguito la destra sul tema di una sicurezza concepita solo come ordine pubblico. Cofferati a Bologna su che cosa ha puntato? Sul togliere gli immigrati dalle strade. E a Firenze, dove ieri c'è stata la strage, qualche anno fa è stato un assessore di sinistra a dichiarare guerra ai lavavetri. E si ricorda Veltroni l'anno scorso? Ha proposto la cittadinanza a punti per gli stranieri».

Lei dice che spesso siamo razzisti senza rendercene conto.

«Sì, abbiamo adottato un linguaggio il cui significato ci è ormai sfuggito. Termini come vu' cumprà si leggono anche sui giornali di sinistra. Ci faccia caso: chiamiamo “clandestini” anche quelli che affogano al largo della Libia, e quindi clandestini non lo possono essere tecnicamente. Come se “clandestino” fosse un tipo umano e non uno stato temporaneo». Posso fare un altro esempio che non fa onore a voi giornalisti?».

Ci mancherebbe.

«Ieri le agenzie hanno battuto il nome dell'assassino di Firenze. Non quelli delle vittime. Come se non fossero persone. Chiamati “senegalesi” e basta. Sarà pure inconsapevole, ma è razzismo anche questo».

in “La Stampa” del 14 dicembre 2011

Silenzio e energia

Perché nella quiete possiamo imparare il valore delle parole

di Enzo Bianchi

Ai nostri giorni siamo invasi dalle parole, dal rumore, dalle chiacchiere, al punto che l'inquinamento sonoro può ormai essere annoverato tra i problemi ecologici. Nella società cacofonica in cui viviamo, inoltre, la parola è diventata quasi uno strumento obbligato per l'affermazione e la celebrazione di se stessi. Si comprende dunque perché molti avvertano il bisogno del silenzio, vorrebbero cioè imparare a tacere per riscoprire la bellezza del silenzio e, insieme, la bellezza di forme di comunicazione non verbali. Tacere equivale a digiunare verbalmente e il silenzio è paragonabile al digiuno fisico, entrambi salutari quando lo esigono il corpo e la psiche. Il silenzio non consiste semplicemente nell'assenza di rumore e di parola, ma è una realtà plurale. C'è un silenzio necessario in certi luoghi, e come tale imposto, c'è un silenzio inscritto con segni all'interno della scrittura stessa, c'è silenzio tra le note musicali... Accanto a questi silenzi funzionali, ve ne sono altri negativi o addirittura mortiferi: silenzi che "pesano", che rendono inquieti e spaventano, silenzi opprimenti, abissi di silenzio! Di più, esistono silenzi complici e pieni di viltà, silenzi che dovrebbero essere spezzati dalla forza di un profeta, silenzi di ostilità che paralizzano la comunicazione, silenzi amari di solitudine sofferta... Vi sono però anche silenzi positivi, irrinunciabili. In primo luogo il silenzio rispettoso della parola dell'altro, ma anche il silenzio scelto nella consapevolezza che "c'è un tempo per tacere e un tempo per parlare". Un silenzio particolare è quello dell'amicizia e dell'amore, un silenzio di presenza e di pienezza, in cui il semplice stare insieme è fonte di gioia. Vi è infine il silenzio interiore, nel cuore di ciascuno di noi, per accogliere la presenza degli altri e dell'Altro, Dio. Ma perché fare silenzio, perché imparare il silenzio in modo progressivo e ragionevole? Innanzitutto nel silenzio possono emergere energie che si traducono in un'attività intellettuale più feconda: nel silenzio diventiamo più ricettivi, sappiamo meglio ascoltare, vedere, odorare, toccare, anche gustare. Lunghe ore di silenzio ci rendono diversi, ci aiutano a guardare dentro di noi, a dimorare con noi stessi e, soprattutto, ad ascoltare ciò che ci abita in profondità. E così impariamo poco a poco quali sono le ragioni per cui parliamo. Scopriamo cioè che le nostre parole sono sovente strumento di conquista e di seduzione, mezzi per permettere al nostro "io" di acquistare potere, successo, dominio sugli altri: parole aggressive e interessate, piegate a scopi inconfessati e inconfessabili, strumenti di manipolazione... Insomma, grazie al silenzio impariamo a parlare. Attraverso la pratica consapevole del silenzio possiamo vigilare affinché le nostre parole siano sempre fonte di dialogo e di conoscenza, di consolazione e di pace.

in “la Repubblica” del 10 dicembre 2011

Ministeri laicali

«Esercitano un vero ministero liturgico» (SC 29)

«vero ministerio liturgico funguntur»


di E. Roberto Tura

Si tratta non del prete, ma di “ministranti, lettori, commentatori e cantori” esplicitamente menzionati nel primo documento del Vaticano II. Una riscoperta ministerialità diffusa a rete si rifà alla Chiesa patristica. Nei primi secoli cristiani il ministero del lettore era prezioso a fronte dell'analfabetismo diffuso, come il catechista nelle scuole catecumenali del terzo secolo o i diaconi e le diaconesse nella carità giù giù fino ai fossores che preparavano le sepolture. L'epoca carolingia, innamorata dell'Antico Testamento sul finire del primo millennio, provocò una concentrazione gerarchica e liturgica, riservando il “ministero” a vescovi e preti dotati di potere sacro. Il Vaticano II sparge una serie di semi che avviano ad allargare di nuovo la nozione di ministero e a situarlo in maniera diversa nella comunità. Il Concilio riporta l'accento sul popolo di Dio (c. 2° della LG), indica il valore della chiesa locale (LG 23), invita alla diaconia cristiana verso l'umanità (spec. GS, ma già LG 1 e 8), riscopre la guida dello Spirito Santo in un cammino vario e molteplice convergente nella carità (LG 4, 7, 12-13, 15, 32, 39, 48). L'esistenza cristiana va ricompresa sul binario del servizio e ogni chiesa concreta deve (dovrebbe) fisionomizzare i suoi ministeri come autentico servizio alla vita teologale e missionaria di quella comunità in cui il ministro è inserito, riconoscendo anche ai laici il “sensus fidei” e la “gratia verbi”, il “fiuto” della fede e la grazia della parola (LG 35), oltre alla base sacramentale del battesimo-cresima e matrimonio. Ma il sentiero riscoperto dal Vaticano II, almeno ufficialmente, si è perso nel bosco della secolarizzazione di questi decenni, con la crisi paurosa delle vocazioni alla vita religiosa e il conseguente imbuto nel riservare solo a preti e vescovi (forse un tantino anche ai diaconi permanenti) termini come vocazione e ministero. A chi scrive queste righe sembra che una montagna di futuro crolli addosso a vescovi e preti, se quel sentiero non viene riscoperto.

www.vivailconcilio.it

Voglia (e bisogno) di riposo

«Abbiamo bisogno di 'staccare' per ricordarci dove vogliamo andare»

intervista a Véronique Margron, religiosa domenicana, docente di teologia morale

a cura di Martine de Sauto

Che senso dare al riposo nell'Antico Testamento?

Il riposo appare fin dalla Genesi. Dio crea con la sua parola, che ha una potenza spettacolare. Ma il massimo della potenza di Dio, è di ritirarsi, il settimo giorno. Ora, sta all'uomo governare. Avrebbe potuto fare un gigantesco fuoco d'artificio! E invece no. Si ritira (Gen 2, 1-3). La sua potenza si esprime nella dolcezza. In seguito, nel Decalogo, il comandamento del riposo ha due aspetti. Uno politico: tutti devono riposare, poiché ognuno è responsabile dell'altro e solidale con l'altro (Es 20, 8-11, Dt 5, 12-15). Il secondo ha una dimensione teologica di confessione di fede: ho la responsabilità di ricordarmi, con questo giorno di pausa, da chi mi viene la mia libertà. Dio si è ritirato, ma il suo riposo non è un abbandono.

Quale spazio si dà al riposo nei Vangeli?

Ogni volta che Gesù se ne va in disparte, la cosa non funziona, viene sempre raggiunto. E non sappiamo neppure se si è riposato. Sappiamo che con la preghiera si mette “sulla giusta lunghezza d'onda” con se stesso e con il Padre. La sua vita non è una vita di tutto riposo eppure, quando si rivolge agli afflitti, promette loro: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi darò riposo...” (Mt 11, 28-30). È un versetto magnifico, che deve essere inteso anche come un obbligo per la Chiesa di essere un luogo di riposo per coloro che faticano nell'esistenza. In un altro episodio, Gesù dorme sulla barca mentre si alza la burrasca (Mc 4, 35-41). Per Pietro, è una prova di fiducia. Anche noi possiamo credere che Dio dorma di fronte ai disastri del mondo e dei nostri disastri personali. Ma no, Gesù non dorme, si alza e impone al mare di calmarsi. Abbiamo il diritto di trovare l'attesa troppo lunga, ma dobbiamo essere quel tipo di persone a cui l'uomo impaurito dalle tempeste possa affidarsi, senza timore. Quelle persone che implorano Dio davanti alle tempeste del mondo.

Perché spesso siamo incapaci di gustare il riposo a cui aspiriamo?

È difficile tacere, smettere di occuparsi di mille e una cosa. La nostra inclinazione naturale è di comportarci come esseri di esteriorità, sempre nella potenza relativa di ciò che abbiamo acquisito diventando adulti. Non è così ovvio “staccare”, eppure siamo anche esseri di interiorità. Se non “stacchiamo”, rischiamo di perdere la testa, di perdere il senso della vita, di non essere più attenti a quelle piccole cose che rendono belli i giorni ma che sono fugaci: un sorriso, un paesaggio, un gesto, una parola al momento giusto... Abbiamo bisogno di “staccare” per ricordarci, come Israele, dove vogliamo andare. Purtroppo, in certi ambienti, fin da bambini, ogni momento libero viene riempito. Oggi è un inganno voler rendere utile questo spazio inutile eppure strutturante dell'esistenza. Grazie al riposo, a questo tempo lasciato per ritrovarsi, forse troveremo il tono giusto per parlare a un parente, a un bambino, a un amico, o la felicità di un libro che ristora. Il riposo è anche poter “deporre le armi”, disfarci un momento di tutti i nostri ruoli necessari alla vita sociale, senza timore dell'altro.

Il riposo è necessario per mettersi in ascolto di Dio?

Sarebbe grave se si potesse ritrovare Dio solo nel silenzio esteriore, perché allora la conversazione con Dio sarebbe appannaggio di pochi. È possibile fare un po' di silenzio dentro di sé, proseguire questa conversazione intima con Dio in mezzo ad altre conversazioni ed azioni di tutti i giorni. Ma questo ascolto ne chiama un altro: trovare il tempo di leggere la Parola di Dio, aprire le Scritture, se possibile con altri. Per lasciarsi afferrare, e per amarsi in modo migliore, perché il nostro Dio ama ciascuno così com'è.

in “La Croix” dell'11 dicembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Istanza di rinnovamento

Che ogni mattina il mondo diventi nuovo per noi

di Bernard Ginisty

Il Natale, che festeggeremo tra pochi giorni, evoca la fragilità di una nascita per una giovane coppia in viaggio per un censimento amministrativo. Precarietà di una nascita in un riparo di fortuna perché le locande accolgono solo coloro che hanno i mezzi finanziari. Per i cristiani, questo umile evento, celebrato il giorno del solstizio in cui, dopo le notti d'inverno sempre più lunghe, la luce comincia a prevalere sulle tenebre, significa il ricominciamento del mondo. Lontano dalla fanfare trionfali, dai grandi successi economici e militari, questa vulnerabilità appare più forte di qualsiasi altra cosa. Ogni anno, la liturgia cristiana ci invita a rivivere l'attesa di una nascita in questo periodo che si chiama Avvento. Non si tratta semplicemente della commemorazione di un lontano evento o della rappresentazione più o meno drammatizzata di una storia di cui si conosce a priori lo sviluppo. I testi più antichi della liturgia cristiana affermano che non si tratta solo di un fatto storico passato, ma di un evento attuale che ci riguarda. È oggi, per ogni essere umano, che ha luogo l'esperienza della nascita, della passione, della morte, della resurrezione. In un bellissimo testo raccolto da Martin Buber, il Baal-Shem-Tov, fondatore del movimento mistico ebraico nell'Europa dell'est nel XVIII secolo chiamato kassidismo, scrive così: «Se non crediamo che Dio rinnova ogni giorno l'opera della creazione, allora l'azione di pregare diventa vecchia e meccanica e noiosa per noi. Come è detto nel Libro dei Salmi: “Non gettarmi via nel tempo della vecchiaia, cioè: fa' che il mio mondo non diventi vecchio per me”. E nel libro delle Lamentazioni leggiamo: “Sono rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà, cioè: che il mondo diventi nuovo per noi, ecco la tua grande fedeltà”» (Martin Buber: Vivre en bonne entente avec Dieu selon le Baal-Shem-Tov. Éditions du Rocher, 1990, p. 45. Il testo completo dei due versetti delle Lamentazioni citato nel testo è il seguente: “Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; sono rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà!” - Lamentazioni 3,22-23). Ben lungi dal perdersi nella reiterazione o nella ripetizione meccanica, il senso della preghiera liturgica è quello di renderci attenti alla nascita quotidiana dell'evento. Come dice stupendamente il Baal-Shem: “Che il mio mondo non diventi vecchio per me, che ogni mattina il mondo diventi nuovo per noi”. E aggiungeva: “Che l'uomo si alzi dal sonno nell'ardore perché è stato santificato ed è diventato un altro, ed è adesso degno di generare, diventato conforme alla qualità di Dio quando generava il mondo” (Id. p. 27). In un mondo invecchiato nelle sue contrazioni identitarie e monetarie, la festa di Natale ricorda il destino dell'uomo creato “ad immagine di Dio”, cioè con il potere di generare nascite e rinascite.

in “www.garriguesetsentiers.org” del 10 dicembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Un'offesa all'attuale situazione socio-economica

Otto domande, un minuto di tempo, un milione di euro in contanti. Arriva in Italia, dopo aver appassionato milioni di spettatori nel mondo, “The Money Drop”, un format originale Endemol in onda su Canale 5 . “Dopo tanti anni finalmente ho ritrovato un game che mi ha dato le stesse emozioni che avevo provato la prima volta che vidi Chi vuol essere Milionario?”, dice Gerry Scotti, che sarà alla guida del nuovo gioco. Con montepremi in contanti: in tempi di crisi, i telespettatori vedono spuntare davanti ai loro occhi un milione di euro in “carne e ossa”, bigliettoni in contanti (portati in studio fra eccezionali misure di sicurezza) che toccherà ai giocatori difendere

Realtà virtuale?

Pare che entrambi questi sedicenni abbiano faticato a capire la differenza tra realtà e invenzione, tra battuta e omicidio.



Sull'educare

Caro D'Avenia, ma l'altro dov'è?

di Emanuela Sabatini

Dialogo tra insegnanti sull'educare: «Credo che la gioia di vivere dipenda non solo dal riconoscimento di sé, ma dall'imparare ad accogliere il mondo e tutti i suoi sguardi»



Caro Alessandro D'Avenia,

sono anche io docente e insegno filosofia nei licei. In questi anni ho maturato la convinzione che la facilità non paga. Come non paga una certa educazione cattolica, che ha abdicato al pensiero critico, forse troppo rischioso: meglio il sogno, la speranza in cui giovani persi e senza valori possono ritrovarsi. A un'immagine dei giovani se ne sostituisce così un'altra, si contrappongono le due immagini e si perdono di vista proprio i nostri ragazzi, che non sono né l'una né l'altra cosa. Quale sogno può esserci, infatti, senza la fatica di un pensiero che si sa sempre in divenire? L'esercizio del pensiero è una decostruzione, mai priva di senso o fuori contesto, al contrario è un esercizio che genera una sovrabbondanza di senso. Quando tu parli di strada io penso piuttosto a un cammino difficile, capace di interrompersi, infedele al sé e alle sue attese e, solo così, anche aperto a chi meno ti aspetti di incontrare. La fedeltà al sé deve passare attraverso l'infedeltà per incontrare l'altro.



Tutto questo mi è tornato in mente, quando ho letto il tuo articolo di qualche giorno fa pubblicato sulla Stampa, Capirsi con il cuore. In questo articolo dici alcune cose importanti che sono parte integrante della nostra formazione culturale, occidentale e cristiana, richiamando implicitamente due grandi temi, quello del riconoscimento e quello del racconto. Affronti poi con delicatezza il rapporto tra insegnante e allievo e genitore e figlio. Alcune cose che scrivi sono, fortunatamente, scontate per la maggior parte dei docenti che conosco. Che i voti non sono giudizi alla persona i miei studenti lo sanno a memoria, i loro genitori un po' meno. I ragazzi sanno poi che cercare di andare d'accordo con i genitori non fa parte del loro DNA, ed è giusto così, non vogliono solo essere ascoltati, ma mettersi in questione. Aprire un dialogo con i ragazzi senza volere un accordo, ma rispettandoli e avendone il rispetto, è certamente difficile. Ecco perché a scuola servono soprattutto i grandi classici. Alcuni docenti abdicano. La difficoltà di far amare le cose difficili li scoraggia. In una prestigiosa scuola cattolica mi sono sentita dire una volta: vola basso, non fare cose troppo difficili. Il giorno in cui cederò a questa tentazione smetterò di insegnare.



La narrazione è uno dei pilastri del pensiero contemporaneo, non si tratta di dire che non abbiamo bisogno di racconto, sarebbe una sciocchezza, ma di dire che la pretesa di trovare nel racconto la coerenza e l'identità nostra e altrui è fuorviante. Se il racconto non si fa interrompere, se non inciampa, allora non c'è posto per l'altro da me, che poi non è solo esterno a me, ma è l'intruso che mi impedisce di dire chi sono. Io sono sempre anche l'altro, come la psicoanalisi da Freud a Lacan ci ha insegnato.



Se poi è un altro a raccontare la nostra storia, un padre, un maestro, una comunità, allora si può morire di racconto. Penso che i nostri ragazzi corrono più questo secondo rischio che il primo. Noi vogliamo essere amati e vogliamo anche amare per lasciare che la nostra storia sia interrotta e si intrecci a quella degli altri. Il desiderio di riconoscimento è il desiderio più profondo dell'essere umano, ma chi o che cosa voglio che sia riconosciuto? Forse il mio orientamento sessuale, forse il mio essere libero rispetto agli schemi della narrazione. Siamo proprio sicuri che la scoperta del mio posto nel mondo sia la risposta a questa immensa questione? Ma come può un giovane sapere qual è il proprio posto nel mondo? Come può giocare d'anticipo nella grande avventura della vita? 



Credo che la gioia di vivere dipende dal saper accogliere il mondo e tutti i suoi sguardi, come un grande scintillante mosaico che non conosco. Senza rigettarne la contraddizione che è lo stesso della vita. Per sapere qual è il nostro posto tu hai una ricetta antica: conosci te stesso. Ma l'ironia socratica mette in scacco la conoscenza. L'identità non è un sasso lanciato su una strada asfaltata. Non è neppure un fossile. Non c'è prima l'identità e poi l'atto di conoscerla. L'identità si scopre alla fine e mai del tutto, è incompiuta come la vita e nasce ogni volta all'incrocio con l'altro. Quando questo accade l'altro mi disturba, non mi rassicura, non mi assomiglia, mette in questione la pretesa di coerenza del mio racconto. Tu citi un'autrice che amo molto, Hannah Arendt, la sua bellissima definizione di essere umano come essere capace di inizio e di futuro, è vero, ma non dimentichiamo che Arendt non parla di compimento. Essere aperti sempre a un nuovo inizio vuol dire l'impossibilità di dire chi si è; Arendt ha orrore di questa fissazione del chi: nessun racconto, nessuna azione può dirci chi siamo. Una immagine molto bella a cui tu fai spesso riferimento è Ulisse. Ma quando insegno penso piuttosto ad Abramo che non sa dove va, davanti a lui solo il deserto.



Insegnare a un giovane a pensarsi come a una tela, senza fili fuori posto, significa privarlo delle più vive risorse che egli ha per tessere la sua vita, significa dirgli che è tutto già fissato prima e che lui deve solo sapere e scoprire che cosa il destino o la provvidenza hanno già deciso per lui. Cattiva teleologia che sotto l'apparente desiderio di liberare l'uomo gli preclude ogni incontro vero con l'altro, diverso, straniero, incomprensibile. Forse, invece, il filo della tela trova gioia di vivere nel tirarsi fuori dalla trama e nel dare vita a un altro disegno, nel disfare e rifare la tela. Forse quel piccolo filo sfuggito al destino è tutto quello che abbiamo. E quando si intreccia con altri fili siamo felici anche senza un disegno che ci viene imposto dall'alto. Siamo felici del disegnarsi e non del disegno. Sembra quasi che tu dica: chi io sono è qualcosa che dobbiamo scoprire, ma c'è già ed è la nostra corazza, la spada che ci difende dal mondo liquido, dalla paura di un continuo cambiare, senza direzione e senza senso. E veramente questo il rischio che corriamo? Il non senso? Porre questa opposizione non ci lascia via di scampo.



Il professore che si muove con il gesto sicuro e mistico di un direttore d'orchestra, che sa la partitura e per questo può dire ai suoi ragazzi di avere pazienza, di custodire le domande, un giorno troveranno le risposte, ci rispecchia veramente come insegnanti? In realtà, la risposta realizzata quei ragazzi la vedono già, è davanti a loro in quel gesto fascinoso con la bacchetta in mano. La loro strada è così indicata. Guardano al gesto e non alla loro fame. Al sogno di una partitura ben scritta e non al cuore, come invece tu li inviti a fare. Forse, invece, il professore deve fare un passo indietro. La fame dei ragazzi non è fame di destino, lo avverto nei loro occhi inquieti. Non vogliono difendersi dalla vita, costruirsi una armatura identitaria forte che consenta loro di far fronte ai fallimenti. Credo sia fame di vita la loro. Dici molto bene: il professore impara a non essere il centro del mondo. Deve diventare invisibile. Lasciare il posto alle sole domande senza indicare le risposte. La tentazione di quel gesto di aiuto di cui tu parli così bene è sempre viva e un bravo insegnante sa la passione e l'amore che quel gesto racchiude. Eppure rimane una tentazione alla quale occorre anche sapersi sottrarre. Perché si finisce, senza volerlo, per dare delle risposte.



Invitare i ragazzi ad essere pienamente ciò a cui si è chiamati non basta. Si risponde a un chi, a qualcuno che mi domanda e per farlo mi disarma. Non posso fare spazio all'altro armato di spada. Sia pure quella dell'identità. Fare il professore, fare il genitore è difficile, non si è mai perfetti e guai a volerlo essere, si cresce insieme agli allievi e ai colleghi, si sbaglia tanto. Loro, i ragazzi, devono saperlo che noi non siamo direttori d'orchestra, ma musicisti, possiamo solo insegnare loro il rigore di un metodo e trasmettere una passione, niente di più e anche, niente di meno.

Domande "da bambino"

Cara Madunina ecco le mie domande

di Giacomino Poretti (del trio "Aldo, Giovanni e Giacomo")

In questi giorni ho deciso che approfitterò di un'occasione davvero speciale: per la prima volta verrà esposto il busto ligneo originario da cui è stata forgiata la statua dorata della Madunina, quella che sta sopra la guglia più alta del Duomo. Tutti i milanesi potranno finalmente vedere da vicino la loro protettrice. Io la guarderò negli occhi e se troverò il coraggio ho intenzione di rivolgerle una domanda che mi è rimasta in fondo al cuore da almeno mezzo secolo.

Sì perché, per i bambini che vivono e crescono in un ambiente cristiano, i problemi teologici iniziano molto presto e per essere più precisi cominciano dalla storia di una famiglia di statuine. La prima volta che ho sentito parlare della Madonnina è stato nella costruzione del primo presepe della mia vita: avrò avuto 4 anni, mamma e papà toglievano dalla carta di giornale le statuine con cui erano state avvolte l'anno prima: i primi a comparire erano i pastori, poi le donne con la brocca in testa, il cammelliere dormiente, che mio papà sistemava sempre sotto una palma, poi le pecorelle, quelle che brucavano e quelle che guardavano in cielo. Poi quando erano rimasti cinque pacchettini mamma mi diceva: «Guarda adesso chi arriva...». Io mi allungavo sulle punte dei piedi e con delicatezza la mamma svolgeva i pezzi più importanti del presepe: il bue, l'asinello, che mi faceva molto ridere, poi arrivava San Giuseppe con la barba e la sua faccia triste. Io chiedevo chi fosse, e la mamma, omettendo imbarazzanti spiegazioni, rispondeva: «Il papà di Gesù Bambino».

Poi mi mostrava la statuina della Madonna e mi diceva: «E lei chi è?», io indovinavo subito: «La sua mamma!». La mia mamma invece avrebbe voluto aggiungere qualcos'altro, poi si guardava negli occhi con il babbo e decideva che non era ancora il caso di avventurarsi nella storia dell'Immacolata concezione, l'avrebbe fatto fra 2 o 3 presepi ancora. Nell'ultimo pacchetto di carta c'era la mangiatoia con Gesù Bambino che aveva indosso solo un panno che gli lasciava le braccia e le gambe nude; io avrei voluto sistemarlo subito nella mangiatoia, ma la mamma e papà tentavano di spiegarmi che sarebbe nato dopo venti giorni, a Natale. Io replicavo regolarmente che, se era già lì, non aveva bisogno di nascere. Alla fine si arrivava a un compromesso: la statuina di Gesù Bambino sarebbe rimasta al caldo nel cassetto delle calze fino al giorno di Natale. Siccome quello che c'era da dire in quel momento era delicato e importante, prendeva la parola il papà: «Gesù Bambino è il figlio di Dio...».

Io, però, non ero in vena di polemiche e di dispute, e così nei giorni successivi appena potevo prendevo la statuina del bambinello e la sistemavo tra la Madonnina e San Giuseppe perché pensavo che i bambini soffrono se stanno lontani dai loro genitori. Mi ricordo che la Madonnina era per davvero una delle statuine più belle del presepe con il suo abito azzurro e il velo bianco sulla testa, le mani giunte e il viso buonissimo che guardava adorante nella direzione del suo bimbo. Per tutto l'anno dei compagni continuavano a chiedermi perché papà mi avesse detto che Gesù è figlio di Dio, quando invece la suora all'asilo ci aveva raccontato che appena nato, Gesù, dovette scappare in Egitto con la sua mamma, la Madonnina, e il suo papà, San Giuseppe per l'appunto! Passarono 2 anni e durante la costruzione del presepe della prima elementare, la mia mamma aggiunse un particolare, disse che la Madonnina era stata visitata qualche tempo prima da un Angelo, Gabriele, il quale chiese a Maria se se la sentiva di essere la madre del figlio di Dio; lei dopo un attimo di preoccupazione disse: «Sia fatta la volontà sua». La storia del presepe si infittiva di mistero.

Ho passato i primi tre anni delle elementari a domandarmi perché nessuno andasse da San Giuseppe a rincuorarlo, che aveva sempre la faccia triste nonostante fosse appena diventato papà. E poi questo bimbo, di chi era figlio per davvero? E ancora, ammesso che Gesù, per un mistero che speravo di sciogliere prima della quinta elementare, fosse davvero il figlio di Dio, perché era stata scelta proprio la Madonnina per fargli da mamma: una giovinetta anonima e poverissima? Perché non una regina? Perché non una signora importante con un castello?

Ma perché Dio che aveva creato ogni cosa  il cielo e la terra, il gelato al pistacchio, la pasta al pesto e le galassie, e che quindi non era mica messo male, dico perché, un Signore così importante, Dio, che mi faceva un po' paura e tanta soggezione, e che soprattutto

Paradiso in terra

Bisogno di un'utopia

di Vittorio Cristelli

Utopia etimologicamente significa “non luogo”, luogo che non esiste o non esiste ancora e proiettato nel futuro come ideale. La parola è stata inventata da Tommaso Moro, il santo cattolico vissuto a Londra dal 1477 al 1535. Laico e sposato, con quattro figli, visse alla corte del re Enrico VIII come consigliere molto critico anche nei confronti del sovrano. Fu estimatore e amico di Erasmo da Rotterdam, che aveva incontrato ad Oxford nel 1499. “Utopia” è il suo scritto più noto, un dialogo in latino sulle questioni politico-sociali che si svolge su un'isola immaginaria dove si instaura una società ispirata ai dettami della ragione naturale. L'isola è diretta amministrativamente e politicamente da magistrati chiamati padri. In senato si svolgono dibattiti su tutte le questioni. In particolari contingenze però non si esita a ricorrere alla consultazione di tutta la popolazione. Sull'isola si diffonde ad un certo punto anche il cristianesimo con i suoi valori e il suo ideale di Regno di Dio. Molti si convertono, rispettando però sempre la libertà degli altri. E' interessante pure rilevare che quando Tommaso Moro a corte si ritrova davanti una politica senza scrupoli, si pone lui stesso la domanda se non fosse meglio ritirarsi. Vi risponde però che è meglio rimanere, adattandosi alle circostanze, e rettificando quanto è possibile, senza compromettere il tutto con una rigida intransigenza. Non è questa forse la politica della mediazione? Che oggi ci sia l'esigenza di voltare pagina è sotto gli occhi e nella sensazione di tutti. La crisi (...) Il tutto denota l'esigenza di un nuovo tipo di società. Al riguardo si è parlato pure di rivoluzione antropologica, con il passaggio dall'“io bellico” all'“io relazionale”, e cioè da un individualismo di contrapposizione e di negazione dell'altro ad un personalismo in cui l'individuo si dona all'altro uomo. E questo perché diversamente finiamo nella distruzione e nell'autodistruzione. (...) Mutuando il linguaggio di Tommaso Moro, che cos'è questo se non bisogno di un'utopia? Un'obiezione indispettita però sorge immediatamente dal nostro mondo abituato al pragmatismo: a che cosa serve l'utopia? Quella di Tommaso Moro era un'isola immaginaria frutto di fantasia, quelle proposte oggi possono apparire pie illusioni, costruzioni sognanti, buone solo a consolare nell'amara rassegnazione. L'obiezione è stata posta un giorno effettivamente da un ascoltatore ad un teologo della liberazione: “A che cosa serve l'utopia?”. Il teologo rispose che apparentemente sì, l'utopia è inutile, e argomentò: “Se io faccio cinque passi, l'utopia si allontana di cinque passi. Se ne faccio dieci, si allontana di dieci, e così via”. Al che l'obiettore gli gridò: “Vede dunque che non serve a nulla!”. E il teologo per tutta risposta: “No, perché serve a far camminare”. Noi cristiani dovremmo saperlo a memoria, se è vero che la nostra utopia è il Regno di Dio già su questa terra. Solo che dovremmo deciderci a camminare per realizzarla.

in “vita trentina” del 11 dicembre 2011

Babbo Natale diverso

Babbo Natale è in recessione: dirlo o no ai nostri figli?

di Paola Di Caro

Non è un Natale come tutti gli altri. Lo sa bene chi ha perso il lavoro, chi rischia di non averlo più, chi lo cerca e non lo trova. Quello che non è chiaro è se lo sa anche Babbo Natale. E se devono saperlo i bambini, che lo aspettano carico di doni, come era prima, come dovrebbe essere sempre. Insomma, la domanda è semplice: è giusto lasciare che i nostri figli

Purtroppo la liturgia terreno di scontro

La singolar tenzone sulla liturgia

di Giorgio Bernardelli

Nei commenti dei lettori che trovo su questo come su altri blog cattolici leggo sempre con una certa dose di perplessità le singolar tenzoni intorno al Concilio. Match dialettici che - stringi stringi - finiscono sempre a colpi di «schitarrate», con il contorno di un livore decisamente sopra le righe. Oserei dire che in alcuni ambienti cattolici oggi la liturgia sta diventando un terreno di scontro caldo almeno quanto la politica. Ora: che la liturgia sia il cuore della vita cristiana lo diciamo tutti. Ma mi chiedo se non sarebbe ora di cominciare anche a domandarsi che cosa questa frase significhi davvero. Perché ho come l'impressione che qualcuno - quando la pronuncia - più che a un organo che fa arrivare il sangue e la vita a tutte le altre membra, pensi a qualche gingillo d'oro incastonato nel petto di un improbabile totem.

Personalmente credo di avere avuto una fortuna particolare: ho incontrato parecchie persone che mi hanno fatto capire quanto sia bello celebrare il mistero sia attingendo al patrimonio ricchissimo della tradizione liturgica, sia accettando la sfida di far incontrare il rito immutabile dello spezzare del Pane con qualche elemento che dialoghi con i linguaggi dell'uomo del nostro tempo. Diciamo che mi sento a casa sia col gregoriano che tra le schitarrate, quando mi ritrovo in una comunità che comunque vive con cura la sua liturgia. Per questo trovo particolarmente stupida la contrapposizione manichea tra il vecchio e il nuovo. Come se davvero la tradizione fosse quell'età dell'oro in cui tutti vivevano in pienezza la liturgia (non c'erano mica solo i monasteri...). Come se davvero la musica liturgica degli ultimi cinquant'anni fosse solo banalità (mi domando se chi lo dice abbia mai letto sul serio il testo del Symbolum di Sequeri, tanto per citare uno dei canti che ricorrono più spesso in una normale parrocchia italiana). E come se davvero qualche gruppo di fedeli che in una diocesi celebra con il rito di Pio V fosse un pericolo per l'unità della Chiesa.

Una cosa in particolare, da giornalista, mi dà fastidio: gli articoli sull'ultimo abuso liturgico scoperto nella tal chiesa, denunciato al grido di "o tempora o mores". Beh, io ogni tanto mi chiedo dove vada a Messa questa gente, perché la normalità delle parrocchie che frequento (e non sono poi così poche) è decisamente un'altra rispetto a quanto questi articoli raccontano. Con tanti limiti, certo, riti, parole e gesti che si potrebbero vivere meglio; ma la sciatteria che stando a quanto si legge in giro sembrerebbe così diffusa, io proprio non la vedo. Tra l'altro: il fatto che esistano abusi liturgici è davvero questa gran notizia? Intanto sfatiamo il mito che siano nati con il post Concilio: perché si citano sempre le Messe beat e mai l'uso di entrare a «prendere Messa» solo dopo l'offertorio? Quello non era un abuso (anche lì col parroco consenziente)? Basterebbe poi leggere san Paolo per rendersi conto che l'abuso nella liturgia è una tentazione presente da sempre nella Chiesa: persino quando riunirsi per lo spezzare del Pane era ancora memoria recente del gesto compiuto dal Maestro, c'era chi si ubriacava. Figuriamoci dopo...

Ma il punto è che la caccia all'abuso oggi serve principalmente a demonizzare l'altro. A far passare l'idea che «solo come celebriamo noi si vive il mistero». E proprio questo è ciò che non riesco a capire: in qualsiasi contesto saper parlare più di una lingua è considerato un valore; perché mai non dovrebbe valere anche per la liturgia?

Io un sospetto ce l'ho e torno al Concilio da cui sono partito. Delle quattro grandi costituzioni io ne sento citare sempre e solo tre: una volta si parlava sempre della Gaudium et Spes, quella sulla Chiesa e il mondo contemporaneo. Poi c'è stata la stagione della Dei Verbum, con la riscoperta della Parola di Dio nella vita della Chiesa. Adesso va molto la Sacrosanctum Concilium, il testo appunto sulla liturgia. Ma la Lumen Gentium, la costituzione dogmatica in cui il Concilio spiega che cos'è la Chiesa, qualcuno la rileggerà prima o poi? Sì, perché non è possibile parlare di liturgia senza partire dalla definizione di chi siamo. A meno che non si voglia fare solo dell'estetica da bar (come quella di chi va in giro a recensire le Messe come se fossero i ristoranti della Guida Michelin...). A celebrare è la Chiesa, cioè «un sacramento, che è segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, 1). Anche nel rito non c'è solo l'unione con Dio e non c'è solo l'unità di tutto il genere umano: ci possono essere solo entrambe le dimensioni insieme; altrimenti si tratta o di un rito magico o di un'allegra brigata che si ritrova per un motvio qualsiasi. Se le cose stanno così è davvero così folle - allora - pensare che non esista un registro solo per tenere insieme questi due elementi? E che forse, anche nella liturgia, ciascuno di noi prima di criticare dovrebbe pensare se non ci sia qualcosa che ha da imparare dalla Messa dell'altro?

Fissare lo sguardo in Gesù

Dal trattato «Salita al monte Carmelo» (Lib. 2, cap. 22)

di san Giovanni della Croce

Il motivo principale per cui, nell'antica Legge, era lecito interrogare Dio ed era giusto che i sacerdoti e i profeti desiderassero visioni e rivelazioni divine, è che la fede non era ancora fondata e la legge evangelica non ancora stabilita. Era quindi necessario che si interrogasse Dio e che Dio rispondesse con parole o con visioni e rivelazioni, con figure e simboli o con altri mezzi d'espressione. Egli infatti rispondeva, parlava o rivelava misteri della nostra fede, o verità che ad essa si riferivano o ad essa conducevano.

Ma ora che la fede è basata in Cristo e la legge evangelica è stabilita in quest'era di grazia, non è più necessario consultare Dio, né che egli parli o risponda come allora. Infatti donandoci il Figlio suo, ch'è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta e non ha più nulla da rivelare.

Questo è il senso genuino del testo in cui san Paolo vuole indurre gli Ebrei a lasciare gli antichi modi di trattare con Dio secondo la legge mosaica, e a fissare lo sguardo solamente in Cristo: «Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1). Con queste parole l'Apostolo vuol far capire che Dio è diventato in un certo senso muto, non avendo più nulla da dire, perché quello che un giorno diceva parzialmente per mezzo dei profeti, l'ha detto ora pienamente dandoci tutto nel Figlio suo.

Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità. Dio infatti potrebbe rispondergli: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5). Se ti ho già detto tutto nella mia Parola ch'è il mio Figlio e non ho altro da rivelare, come posso risponderti o rivelarti qualche altra cosa? Fissa lo sguardo in lui solo e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri: in lui ti ho detto e rivelato tutto. Dal giorno in cui sul Tabor sono disceso con il mio Spirito su di lui e ho proclamato: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5), ho posto fine ai miei antichi modi di insegnare e rispondere e ho affidato tutto a lui. Ascoltatelo, perché ormai non ho più argomenti di fede da rivelare, né verità da manifestare. Se prima ho parlato, era unicamente per promettere il Cristo e se gli uomini mi hanno interrogato, era solo nella ricerca e nell'attesa di lui, nel quale avrebbero trovato ogni bene, come ora attesta tutto l'insegnamento degli evangelisti e degli apostoli.

Ave Maria della quotidianità

Piovono preci

di Costanza Miriano

«VV MR, PN D GRZ, L SGNR CN T». Come tutti ben sanno si tratta dell'Ave Maria mormorata tra i denti senza alterare la mimica facciale quando ci si mette la matita (per labbra, ma anche quella per occhi: bisogna stare immobili, soprattutto se lo specchietto è piccolo e fuori mano, come quello retrovisore): è la giaculatoria dell'automobilista femmina in ritardo al lavoro. Poi c'è l'«AveMaria» prego se ha solo il pane passi pure «piena di grazia» eh va be' ma tutti no che mi suona la campanella del secondo figlio «il Signore è con te» pago col bancomat grazie: modello mamma in fila alla cassa. C'è anche la versione «Tu sei benedetta fra le donne» ma guarda che cafone «e benedetto è il frutto» guardi che ho la precedenza; c'è la versione «Padre nostro che sei nei cieli» se non rifai la divisione ti butto il nuovo numero di Wolverine, e poi c'è anche la più gettonata, la «Ave Maria» ronff «piena di grazia» fiu, quella che si conclude con un'estasi mistica (mio marito continua a sostenere che dormo).

Tutte queste versioni in realtà sono in attesa di approvazione ecclesiastica, ma io le pratico quotidianamente, sperando di non incorrere in una scomunica.

(...) Non vale, per dire, vedere un film coi figli mormorando il rosario, perché i bambini hanno bisogno, e diritto, di vederci tutti per loro, con la testa, il sorriso, il cuore ben presente e saldo accanto a loro: niente di peggio che una suora mancata, per mamma. I momenti vuoti, da riempire, si trovano quindi davvero a fatica (ci sarebbe la notte, ma lì subentra quasi subito l'estasi mistica), e allora la preghiera deve piano piano trasformarsi. Se è importantissimo anche per noi laici mantenere dei momenti privilegiati, momenti in cui si fa solo quello, per il resto della giornata piano piano  dobbiamo imparare a intrecciarla al respiro, alle azioni, alle parole. E ci vuole un bel po' di impegno perché io per esempio di Dio mi dimentico in cinque sei centesimi di secondo, mi basta un niente, tipo scolaro che segue la mosca, e addio (...). L'obiettivo sarebbe imparare dal pellegrino russo, che prega respirando (...). Non voglio adesso entrare nelle vie che ognuno di noi cerca e trova per stare alla presenza dell'unico che ci ama incondizionatamente (è per questo che vale la pena sforzarsi, perché a quella presenza c'è gioia piena). (...)

Poltrone

Su quella poltrona

di Massimo Gramellini

Contrariamente alle previsioni più cupe, «Porta a porta» non è riuscita a trasformare Monti in un guitto e neanche in un plastico. È stato Monti a trasformare Vespa in colui che era prima delle infatuazioni barbariche: un giornalista democristiano. Davanti all'esordiente seduto sulla poltrona dei famosi, l'intervistatore non era in piedi né in ginocchio, ma mollemente arcuato come ai tempi di Andreotti e Forlani. Solo che stavolta davanti a lui non c'era un democristiano italiano, ma uno tedesco. Quindi cattivissimo e capace di punte di autentica crudeltà. Appena Vespa lo ha ringraziato per aver scelto la sua trasmissione, ha risposto: «Io non sono qui per far piacere a lei». E quando il frequentatore di caste romane ha alluso a se stesso con l'espressione «noi uomini della strada» (l'unica battuta della serata) e chiesto delucidazioni sulle aliquote più alte, Monti lo ha subito restituito alla sua condizione di privilegiato: «Vedo che lei è abituato a ragionare di queste cifre».

Onore alla perfidia di Monti, ma anche ai riflessi di Vespa: mentre i comici sono rimasti fermi a Berlusconi, lui è già tornato a Tribuna Politica. Simbolo di un Paese immobile che quando decide di cambiare va indietro.





solennità di sant'Ambrogio

dal Vangelo secondo Giovanni (10, 11-16)

Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario

Cicatrici interiori

La guerra in uno sguardo

di Matteo Marini

Soldati, veterani, uomini, ragazzi. Avvolti in una coperta pesante come l'eredità che si caricano sulle spalle, di una guerra che per loro non è mai terminata: non importa che sia stato il fronte europeo del secondo conflitto mondiale, le foreste del Vietnam o il deserto iracheno. In 'Many wars' lo sguardo della fotografa statunitense Suzanne Opton indugia sulle figure fragili degli ex combattenti, ricoverati alla clinica medica per veterani nel Vermont, affetti da disturbi da stress post-traumatico. Le cicatrici che la guerra ha lasciato su di loro sono evidenti nei loro sguardi. Anche nella postura ostinatamente fiera delle spalle e del busto, oppure accartocciati su loro stessi. Come pupazzi rimasti schiaccati, ora rotti e logori. Le serie di immagini 'Many Wars' e 'Soldier' sono raccolte in un volume edito da Decode a ottobre 2011. In 'Soldier' Opton coglie la fragilità dell'uomo e del soldato, attraverso i ritratti di giovani militari tornati dal fronte iracheno e afghano. Anche loro ripresi in una posa peculiare: la testa reclinata, appoggiata come su un letto e lo sguardo perso nel vuoto.

Urge discernimento

 


Il grano e il loglio di don Verzé

di Roberto Beretta

«Dio lo vuole!»: quante storture, quante violenze e soprusi sono stati compiuti sotto questo slogan! E non mi riferisco tanto alle Crociate, il cui spirito andrebbe per lo meno contestualizzato in un periodo storico ben diverso dal nostro, e nemmeno soltanto a casi più recenti come il «Gott mit uns» inciso sui cinturoni dei militari di Hitler o come le presunte finalità «religiose» dei terroristi islamici che si sono scagliati contro le Torri gemelle; penso a qualcosa di assai più piccolo, però molto più vicino a noi.



Sì, la convinzione di essere «in missione per conto di Dio» può generare frutti di estrema santità ma anche disastri inenarrabili, secondo la sempiterna legge cattolica dell' «et et», «sia... sia...», che col suo filo sottilissimo separa nell'agire umano il bene dal male. Credere di compiere la volontà divina (di un «dio» qualsiasi...) può infatti condurre ad atti di eroismo ed abnegazione incredibili, come pure ad aberrazioni sconvolgenti, addirittura peggiori di quelle che si potrebbero commettere per pura malvagità o interesse materiale. E forse una conferma si ritrova nell'affermazione che spesso compare nelle agiografie, quando il protagonista confessa che - se non fosse diventato santo - avrebbe potuto divenire facilmente un malfattore. Il confine tra generosità ed autoesaltazione resta, a nostro perenne monito, assai labile.



Quanti esempi in materia abbiamo sott'occhio! Prendiamo il caso ultimo di don Verzé, il sacerdote ultranovantenne «deus ex machina» del San Raffaele di Milano. Nella sua autodifesa - la lettera in cui, non a caso secondo il nostro discorso, si paragona a Cristo in croce - dice parecchie cose riscontrabili: il grande bene che l'istituzione da lui fondata ha fatto a innumerevoli persone (io stesso ricordo ancora che 30 anni fa portavo proprio al San Raffaele la mia mamma malata di tumore, per le cobaltoterapie che all'epoca erano troppo poco diffuse altrove, e ne ho conservato un'ottima impressione di ordine ed efficienza), lo stimolo di sviluppo immesso nel mondo della sanità pubblica, la creazione di poli di ricerca e di cura cui indubbiamente tantissimi debbono il lavoro, la salute, addirittura la vita. Sono certo che tutto ciò peserà pareccho sulla bilancia dell'Unico che poi deve dare il giudizio che conta.



E tuttavia di questi tempi leggo sui giornali di altri fatti sconcertanti per un sacerdote che si proclama «alter Christus» non solo sull'altare: il lusso perseguito, i metodi spregiudicati fino alla corruzione, la contiguità complice col potere politico, persino la delega a nuocere alle persone che si frapponevano (del tutto legittimamente) ai suoi progetti! Tutto falso? Vorrei sperarlo, tuttavia i documenti pubblicati sembrano parecchio circostanziati e comunque lascio volentieri alla giustizia umana di pronunciarsi in modo definitivo sulla realtà di tali accuse; però non posso fare a meno di registrare con estremo sconcerto e pena una sequela di fatti che molti osservatori hanno definito senza mezzi termini «mafiosi».



Torno a bomba: com'è possibile che tanto indubitabile bene si mescoli a così schifoso male? Di più: che da metodi del genere siano nate tante possibilità di grazia - umana e divina - per moltissimi? E andrei ancora oltre: un'opera che, almeno in parte, sembra essere fondata o cresciuta grazie a strumenti immorali, può davvero dare frutti buoni ed accettabili oppure i suoi esiti sono comunque da considerarsi così bacati da dover tagliare del tutto la pianta o augurarsi che non fosse mai nata? Sono domande che non si limitano al San Raffaele ma che - per citare solo alcuni casi che mi vengono in mente - si potrebbero applicare pure ad altri «scandali» cattolici di estrema attualità e vicinanza, come per esempio i Legionari di Cristo (integerrima e fiorente congregazione ultra-ortodossa, il cui fondatore teneva comportamenti ben più che indegni e immorali) oppure la commistione tra affari, politica e religione che sta venendo a galla in più circostanze tra non pochi ciellini.



Di fronte a episodi del genere, bisogna ammettere che è forte la tentazione di cedere allo scetticismo distruttivo: se la religione può «giustificare» queste brutture, meglio non averne alcuna. Ma sarebbe l'errore speculare di quanti pensano che considerarsi «in missione per conto di Dio» possa poi coprire ogni tipo di comportamento: un fine altamente teologico che giustifica i mezzi. Va piuttosto esercitato un paziente discernimento che - da una parte - possa purificare radicalmente il marcio (nessuna connivenza complice, nessuna copertura interessata, massima applicazione della giustizia anche civile) e - dall'altra - permetta di conservare il buono cresciuto insieme al loglio. Si tratta, come si capirà, di usare con estrema precisione il bisturi; e non è mai facile.



Ciò che in ogni caso rimane (spesso senza cura) dopo scandali del genere, sono le ferite nell'animo della gente - e dunque nel corpo della Chiesa. Avremo mai la consapevolezza che di Onnipotente ce n'è uno solo, e che tutti gli altri - tutti, anche quelli che hanno più potere nelle varie gerarchie cattoliche - sono soggetti alla medesima legge? Il «Dio lo vuole» ha già fatto troppi danni.


 

«Ratio signi»

«Ratio signi»

Traggo questa espressione dal mondo della teologia della liturgia: «ratio signi» significa «ragione del segno» e «in ratione signi» significa «in ragione del segno».

Mi è tornata alla mente ieri sera dopo la conferenza stampa del presidente del consiglio dei ministri.

La manovra è pesante; nessuno si sente felice se bisogna stringere la cinghia; certe scelte sono migliorabili... ma la «ratio signi» è eloquente: lo stile complessivo dell'evento (l'apparato mediatico, lo sfondo, il tono, i modi); le lacrime di un ministro; la rinuncia allo stipendio del preseidente del consiglio e del ministro dell'economia e delle finanze...

La «ragione del segno» - se non ha proprio tutte le ragioni - ne ha comunque un bel po'.

don Chisciotte

Pro e contro

Più feroci (e più curiosi) - Le umiliazioni e le vendette in Rete - È l'epoca dei cattivissimi

di Maria Laura Rodotà

Il Web ci umilia. Il Web ci rende feroci. In compenso, il Web ci rende curiosi e ci fa navigare tra chi non la pensa come noi. A leggere analisi e ricerche rese note negli ultimi giorni, il bilancio sembra in pareggio. (...) Social networks uguale rischio umiliazione, state attenti. Il New York Times e Slate invece raccontano della ricerca che sta ribaltando i già radicati luoghi comuni dell'informazione online: non è (non sarebbe) vero che Internet polarizza e radicalizza le opinioni politiche, perché gli utenti tendono ad autoghettizzarsi nei siti con cui sono d'accordo. Anzi: chi si informa online è molto meno «ideologicamente segregato» di chi guarda la tv e legge solo giornali di carta. Perché tutto è a portata di clic, oramai. Notizie, opinioni e possibilità di sfogare rabbie varie in tempo reale. Chiunque sia su Facebook sa quanto sia facile usare il social network quando si è infuriati. È facile, fa danni immediati. Crea quella che il WSJ ha appena battezzato, «culture of humiliation», cultura dell'umiliazione. (...) In America, il mobbing via Facebook ha già provocato dei suicidi di adolescenti. C'è chi obietta che ci sono sempre stati, tra ragazzi marginalizzati e presi in giro. E chi sostiene che ora il rischio è maggiore. Grazie all'anonimato possibile sul Web (ci si può dare un'identità fittizia su Fb, farsi degli amici, e distruggere qualcuno a furia di post e foto). «Non bisogna più guardare l'altro negli occhi per insultarlo», ha detto al WSJ Parry Aftab, avvocato esperto in cyber-sicurezza. «Siamo tutti coraggiosi, alla tastiera. Ed è più facile attraversare il confine tra umorismo e crudeltà». Più facile anche causa bombardamento dei reality. A furia di vedere gente che si rende ridicola e si fa umiliare per aumentare l'audience, molti pensano sia normale. Così, tra coraggio dell'anonimato e ferocia insegnata dalla tv, i bersagli si moltiplicano: immigrati, omosessuali, rom, Down, e altro. Spesso, per fortuna, da noi, nonostante le preoccupazioni per la cultura dell'odio, l'ironia prevale (...). E, tra chi usa il Web per leggere le notizie (non solo da noi), prevale la curiosità che fa andare sui siti di chi non la pensa come te. L'hanno scoperto, dopo molte rilevazioni statistiche, due studiosi della University of Chicago, Matthew Gentzkow e Jesse Shapiro. Smentendo il loro ex collega (ora collaboratore di Obama) Cass Sunstein, che aveva cupamente previsto un Daily Me, fatto di notizie preselezionate, che avrebbe isolato gli utenti. Invece, pare, no. (...)

Una provocazione, poco esegetica ma interessante

La parabola non funziona più!

di Jacques Noyer

In tutte le chiese del mondo, poco tempo fa, abbiamo riletto la parabola evangelica che chiamiamola “parabola dei talenti”. È una delle parabole più conosciute. Far fruttare i nostri talenti, cioè le ricchezze che sono tra le nostre mani, appare come un dovere morale per tutti. Però non possiamo rileggere questa storia senza un profondo disagio. Un uomo parte in viaggio e affida la sua ricchezza ai suoi servi: cinque talenti ad uno, due all'altro ed uno all'ultimo. Quando torna, si complimenta con coloro che hanno raddoppiato il loro capitale e respinge colui che, preso da paura, si è limitato a conservare intatto il talento ricevuto. Il capitalismo classico ha potuto, in questo esempio, trovare la sua giustificazione. L' “arricchitevi!” di Guizot sembra evangelico. La disparità delle ricchezze sembra normale. Il fatto che il denaro produca denaro, un'evidenza. Il ruolo della banca, una banalità. La rivalità e il ciascuno per sé, una regola. E che il più povero sia sempre il vinto, una conclusione accettata. La bolla finanziaria non poteva chiedere di più. Altre parabole hanno raccontato delle storie ignobili. Ad esempio, quella dell'amministratore che imbroglia nei conti per farsi degli amici. Si può immaginare lo scandalo degli uditori che obbliga Gesù a precisare: e il padrone lodò l'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16, 8). È possibile che gli uditori abbiano ricevuto allo stesso modo la parabola dei talenti: in quel popolo di poveri, gli usurai non erano affatto stimati. La cupidigia dei pubblicani e dei sacerdoti era disprezzata. Unità monetarie importanti come i talenti non appartenevano al loro mondo in cui un denaro si guadagnava con una giornata di lavoro. Quella storia era, ai loro occhi, scandalosa, degna di colui che annunciava che le prostitute e i pubblicani sarebbero entrati per primi nel Regno. Oggi invece ci vediamo un modo normale e quindi morale di fare. Se appare legittima, questa storia non è più una parabola. Non suscita più quell'indignazione che dovrebbe interrogare il profeta. Non si prova nemmeno il bisogno di trovarle un senso nascosto. Noi dovremmo mettere per i beni del Regno altrettanta energia quanto i figli delle tenebre mettono per guadagnare denaro. Noi chiediamo come grazia la pace, la gioia, la giustizia, il perdono e la vita: ognuno al nostro posto possiamo esserne gli artigiani. Per questo, bisogna osare di rischiare la propria vita nelle lotte degli uomini. In verità, oggi, la parabola dovrebbe essere raccontata diversamente: Tu mi avevi dato cinque talenti, io li ho messi nella banca Lehman Brothers e mi sono rimasti solo gli occhi per piangere! Tu mi avevi dato due talenti... ma io avevo già talmente tanti debiti che non ho più niente da renderti! Tu mi avevi dato un talento... ma la vita è dura e i miei vicini non avevano più di che vivere, abbiamo condiviso! E il re direbbe loro: entrate nella gioia del vostro padrone, servi con le mani vuote. Questi tempi di crisi, sono i tempi della solidarietà! Ma sarebbe un'altra parabola.


in “www.temoignagechretien.fr” del 27 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Promozione a uomo

Mazzolari e il rinnovamento di «questa politica da pattumiera»

di don Virginio Colmegna

(...) Don Mazzolari ci richiama oggi a riscoprire che quella domanda etica, di senso, spesso ispirata e alimentata dal Vangelo, deve diventare energia politica, deve diventare protagonista del cambiamento. In questi anni l'impegno sociale è stato spesso confinato in quello che si è chiamato «prepolitico», correndo il rischio di una certa autoreferenzialità, un'apologetica della testimonianza, finendo per abbandonare la politica a se stessa, anzi, prendendone garbatamente le distanze. Qui sta la provocazione degli scritti di Mazzolari: lasciare la zona detta del «prepolitico» e farsi nuova cultura politica, partecipata, rilanciando la connessione virtuosa tra etica e impegno politico, riscoprendo una soggettività che ha il coraggio del servizio disinteressato, del bene comune come responsabilità. Coloro che si impegnano in politica non devono diventare improvvisamente estranei al mondo che li ha motivati, assorbendo così una grande solitudine, preoccupati che la politica porti con sé il pluralismo delle scelte, una cultura del limite, una ricerca non del bene ideale, ma del bene possibile. Va interrotta questa chiusura nel «prepolitico», e bisogna cogliere l'urgenza che questi mondi vitali entrino a pieno titolo a farsi promotori di una politica diversa. Abbiamo bisogno di ritornare alla politica, di far ripartire da quei «luoghi caldi di senso» le ragioni dell'impegno, di ritrovare la passione del perché impegnarsi, di entrare in un discernimento dove il disinteresse e la sobrietà si fanno non comportamenti privati senza incidenza pubblica, ma motivazioni cogenti che orientano scelte politiche. Non possiamo assistere a questa degenerazione. I giovani chiedono di voltare pagina. Don Mazzolari, che ha vissuto il dramma di due guerre mondiali e il periodo della Resistenza, ci lascia questa straordinaria attualità di uno spazio pubblico non di anonimi, ma di persone che vivono la fecondità del legame tra etica e politica. E allora il cosiddetto «prepolitico» di don Mazzolari si fa politico. L'utopia non è una stanza dei ricordi, è un modo possibile di stare nella storia per orientarla a un futuro migliore. Una grande sfida educativa e formativa. La politica ci richiama all'arte di educare, ci fa fare i conti con la realtà e con le debolezze di agenzie che proclamano valori ma non si interrogano sul perché non riescono a suscitare consenso adeguato. Riprendiamo quel linguaggio non solo esortativo, ma di promozione sociale che don Mazzolari ha indicato. Mi sovviene, ad esempio, quanto scrive in una lettera (1° dicembre 1946): «Ma quale partito oggi in Italia ha il coraggio di predicare che bisogna pagare le tasse? Chi è disposto a dare l'esempio di onestà tributaria?». E nel 1950: «Questa è politica da pattumiera». Ancora, il 27 settembre 1946: «Prima di essere ammessi a un partito ci vorrebbe la promozione a uomo». Potremmo continuare in questo esercizio di attualità, ma forse conviene rileggere tutti gli scritti con quell'urgenza che anch'io sento, quella di capire in che modo riportare nella politica questo linguaggio non come esercizio retorico, ma come nuova necessità nell'agire politico. «Voltare pagina» significa anche questo.


in “Avvenire” del 16 novembre 2011

Digitalizzazione

Sesso compulsivo: se 9 milioni di americani sono sesso-dipendenti

di Alessandra Farkas

La nuova sindrome americana ha il suo show (Bad sex, trasmesso da Logo Tv), un film, (Shame, in arrivo sugli schermi il prossimo 2 dicembre), un bestseller (Out of the Shadows: Understanding Sexual Addiction) testimonial famosi come Michael Douglas, Tiger Woods e Charlie Sheen e, da oggi, anche una diagnosi ufficiale: “sex addiction epidemic”, epidemia di dipendenza da sesso. “Un'intera cultura e un'intera nazione s'interrogano sui motivi di questo boom”, scrive Newsweek in un articolo di copertina dedicato alla nuova schiavitù che, a dar retta ai dati forniti dalla Society for the Advancement of Sexual Health, affligge oltre nove milioni di persone, quasi il 5% della popolazione Usa. “Fino a qualche tempo fa il sesso-dipendente era un uomo sui 40-50 anni”, spiega Tami VerHelst, vicepresidente dell'International Institute for Trauma and Addiction Professionals, “mentre ora sono aumentati vertiginosamente anche i casi tra donne, adolescenti e anziani”. Un inarrestabile contagio che Newsweek attribuisce in parte alla rivoluzione digitale che avrebbe “risvegliato il metabolismo carnale” di una nazione un tempo sessuofoba. “Mentre in passato i frequentatori di cinema e librerie porno erano costretti a sfidare l'imbarazzo pubblico”, teorizza il settimanale Usa, “il web ha reso la pornografia accessibile, gratuita e anonima”. Negli Usa quaranta milioni di persone il giorno accedono a siti hard. Tra questi c'è Valerie, l'ex sex addict sulla copertina di Newsweek che racconta di aver “perso due mariti e il lavoro”, ritrovandosi “senza tetto e costretta a sopravvivere con i buoni pasto dello Stato” a causa della sua malattia. “Avevo toccato il fondo, ero totalmente fuori controllo”, spiega la 30enne (...) Dalle interviste della rivista diretta da Tina Brown emerge il ritratto di un'America che nell'era di internet è sempre più emotivamente frigida e socialmente isolata. Ad accrescere il paradosso di un paese dove l'ossessione erotica è proporzionale alla digitalizzazione dei rapporti, spopolano app per Smartphone (...) che usa la tecnologia GPS per facilitare incontri gay “senza il minimo impegno” in ben 192 paesi. Per curare un disturbo comportamentale che gli addetti ai lavori paragonano all'alcol e alla droga oggi l'America impiega oltre 1500 “terapisti del sesso”, contro meno di cento di un decennio orsono. L'ostacolo maggiore che incontrano? “La reticenza delle donne a cercare aiuto”, replica Anna Valenti-Anderson, sex therapist di Phoenix, in Arizona. “La risposta della società nei confronti di una donna sesso-dipendente è additarla come ‘pessima madre'. Se è un uomo ad avere questo tipo di problema allora è solo malato e ha bisogno di cure”.

Disgustosa mistificazione

La lettera ai pm che stanno indagando sul bilancio

Don Verzé: «Giudicatemi, mi assumo ogni responsabilità»

Il sacerdote manager: «Ora so cosa significa essere Cristo tempestato da insulti, sulla croce»

Don Luigi Verzè, il sacerdote che ha fondato il San Raffaele, si assume completamente la responsabilità morale e giuridica di quanto accaduto nell'ospedale. Lo scrive lui stesso in una lettera ai pm che stanno indagando sul bilancio del polo sanitario milanese e al cda della fondazione San Raffaele del Monte Tabor. Il sacerdote sostiene di non poter «più tacere con il rischio che il mio silenzio danneggi molti e in particolare l'Associazione dei Sigilli». «Mi offro al giudizio di tutti, dei signori Pubblici Ministeri, del cda, dell'opinione pubblica, e rivendico l'intera responsabilità morale e giuridica di quanto avvenuto per il San Raffaele», scrive il sacerdote-manager, e aggiunge: «ne rivendico peraltro anche la fondamentale importanza del suo esistere e del suo perpetuarsi nella panoramica della cultura e della sanità». Il sacerdote parla, dopo mesi, della situazione dell'ospedale: «Oggi il San Raffaele non è fallito. È stato messo sotto la protezione del Vaticano e della Giustizia», si legge nella lettera. «Del San Raffaele - aggiunge - sono stato e sono io l'ispiratore; tutto quanto è stato necessario per la realizzazione di quest'Opera nell'aspirazione alla ottimalità in ciascuno dei suoi versanti risale a me; nulla di quanto essenzialmente connesso alla funzionalità del San Raffaele mi è estraneo». Il sacerdote sostiene di non sapere «come Mario Cal (il suo braccio destro, morto suicida, ndr) abbia gestito nei particolari la sua funzione», ma al tempo stesso esclude «che abbia agito nel suo personale interesse». Don Verzè conclude auspicando di avere «anche la forza (fisica) di affrontare dinanzi a tutti questo passo, al quale non ho intenzione di sottrarmi» e di sapere «ora cosa significa essere Cristo tempestato da insulti, sulla croce. Fa parte del mio programma sacerdotale».

Bolliti?

L'omogeneizzato parrocchiale

di Roberto Beretta

Mi sembra di averlo ancora in bocca, quel sapore: un bollito artificiale che - unito al colore spento e stanco - dava alla mia sbobba da neonato un aspetto da catena di montaggio alimentare assolutamente repulsivo. Sì, sono anch'io figlio del boom demografico che ha sperimentato per primo gli omogeneizzati: il grande ritrovato in vasetto che, grazie alle sue caratteristiche di asetticità e completezza proteica, rassicurava molto le mamme, ma che purtroppo ha traumatizzato una generazione di bambini al momento della pappa. Per fortuna poi c'è stato presto lo svezzamento. Però confesso che l'immagine del contenitore scaldato a bagnomaria nel padellino mi torna ancora alla mente, quando sento parlare dei contenuti della catechesi in Italia; tutta: quella dei bambini e quella degli adulti.

I primi - diciamo la verità - vengono sfornati dal meccanismo dei sacramenti dell'iniziazione cristiana che non sanno proprio niente. (...) Sarò pessimista, ma questa mi pare la realtà; ed è uno dei motivi per cui sono fortemente favorevole a rinunciare all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole (Borghi, sei d'accordo?) per l'introduzione invece di una materia curricolare, cioè obbligatoria e con lo stesso valore delle altre, di «cultura religiosa» - ovviamente non solo cattolica.

Quanto alla catechesi degli adulti, mi viene tristemente da sorridere quando i buoni reverendi si lamentano perché «ai nostri cicli di conferenze non viene nessuno», se non pochi e tenaci pensionati. E' vero; ma vi siete mai chiesti che cosa (parlo ovviamente per generalizzazioni) proponete ai vostri adulti? E qui torna l'immagine dell'omogeneizzato: surrogati di esegesi imparaticcia, condensati di agiografia d'accatto, pappine tritate di apologetica popolare. Dove sta l'approccio critico (nel senso etimologico di «indagine, ricerca»), dov'è l'approfondimento storico? Nella maggior parte dei casi - ahimé - non esiste; e questo perché, a mio parere, nemmeno i preti sono preparati a tenere lezioni di questo genere.

Io sostengo, ad esempio, che un ciclo di lezioni sulle eresie dei primi secoli sarebbe una proposta entusiasmante e fortemente educativa per degli adulti minimamente interessati al fatto cristiano: vedere delle persone che si scannavano per un «filioque» dovrebbe per lo meno interpellarci, no? Oppure un'analisi della storia della messa, come è arrivata ad assumere le forme odierne: credo che si aprirebbe la mente di molti, anche rispetto alle fossilizzazioni cui oggi spesso si ricorre parlando di liturgia. O penso ancora a delle visite catecheticamente guidate all'interpretazione dei simboli in qualche antico monumento cristiano. E così via. Esistono infiniti argomenti di questo genere e - grazie a Dio - moltissimi non sono più nemmeno riservati agli specialisti, perché sono disponibili in libri e altri strumenti divulgativi alla portata di ogni parroco (o anche laico!) istruito.

Invece si preferisce continuare con la pappina: i comandamenti, le parabole, gli ultimi documenti pontifici... Almeno questi argomenti fossero trattati seriamente , ovvero «da adulti» raziocinanti e indagatori. E poi ci stupiamo che uomini e donne fra i 30 e i 60 anni non frequentino le nostre lezioni di catechesi «omogeneizzate»? Fanno bene: preservano la loro sanità mentale.

Deludente

In Italia grande enfasi sul discorso di Draghi al Parlamento europeo, là non c'è nessuno ad ascoltarlo.

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Repetita iuvant

La fede illuminata dal Concilio

di Christian Albini

Con il motu proprio Porta fidei, Benedetto XVI ha indetto l'anno della fede che avrà inizio l'11 ottobre 2012. Il riferimento al Concilio è centrale, con buona pace di coloro che vorrebbero archiviarlo e cancellarlo: «Ho ritenuto che far iniziare l'Anno della fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II possa essere un'occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo II, "non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa ... Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX (Novo millennio ineunte, 57): in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre". Io pure intendo ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a Successore di Pietro: "se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa" (22 dicembre 2005)».

Ribadire il valore dei testi conciliari significa non fare marcia indietro (né il papa avrebbe potuto farlo) su quegli aspetti che hanno portato a una più approfondita comprensione della fede cattolica, come la riforma liturgica, la Chiesa come popolo di Dio, la possibilità per tutti gli uomini (atei o diversamente credenti) di essere associati al ministero pasquale, l'apporto che viene alla Chiesa dall'evoluzione e dalla storia del genere umano, l'ecumenismo, il riconoscimento degli elementi di verità e santità nelle altre religioni... Ho citato apposta alcuni pronunciamenti conciliari che qualcuno ritiene, invece, contrari alla fede. Ma quale fede?

La Tradizione della Chiesa trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata dal Signore e dallo Spirito agli apostoli (Dei Verbum, 9), e il magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso. La Chiesa ascolta, custodisce ed espone la Parola la quale costituisce l'unico deposito della fede da cui attingere tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio (Dei Verbum, 10). Il dogma sta sotto la Parola di Dio. È vero nella misura in cui la esprime.

Ecco perché, secondo Dei Verbum 8, la tradizione di origine apostolica non è una realtà immobile e stagnante, ma progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: «cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Luca 2,19 e 51), sia con l'intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità».

Nell'intima costituzione della fede cristiana, e perciò della Chiesa, vi è un'esigenza continua di rinnovamento. È l'esigenza di ricercare una sempre maggiore fedeltà all'Evangelo e di chiarirne le forme storiche. Mi sembra si possa così esprimere il senso dell'appello di Benedetto XVI a un'«ermeneutica della riforma» nella recezione del Vaticano II. Per intendersi su tale affermazione bisogna uscire dall'uso strumentale, fatto da certi ambienti cattolici, della dicotomia discontinuità/riforma utilizzata dal papa. L'aver respinto un principio di discontinuità e di rottura è stato letto come un'apologia dell'immobilità e della fissità, negazione di qualsiasi novum. Letture del genere hanno dimenticato il termine usato dal papa: «riforma», la quale è continuità con le radici, con l'evento originario, non mancanza di qualsiasi novità.

In questo senso, il documento della Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana (2001), al n. 10 specifica che la tradizione «è indispensabile per rendere viva la Scrittura e attualizzarla» e che il Concilio ha respinto «l'idea di una tradizione completamente indipendente dalla Scrittura». Ancora più diretta è la Commissione Teologica Internazionale, nel documento L'interpretazione dei dogmi (1989) dove si legge che, nel processo storico della tradizione, «la Chiesa non aggiunge nulla di nuovo [non nova] al vangelo, ma annuncia la novità di Cristo in maniera ogni volta nuova [noviter]».

Ecco perché il papa parla di un processo di novità nella continuità, dove quest'ultima non può che essere adesione alla Parola, legame vitale con essa. Cos'altro è la Tradizione, se non riforma che trae linfa da questo legame? Il pontefice fa consistere la natura della vera riforma in un «insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi», dove identifica l'aspetto duraturo con i principi e il mutamento con le forme concrete della loro applicazione che dipendono dalle situazioni storiche. Quando si parla di principi immutabili, si apre il problema della loro individuazione, ma è certa la loro necessaria coerenza con la buona notizia della salvezza. Ed è qui che si gioca la partita della riforma della Chiesa: nell'abbandono di alcune forme storiche in favore di altre per raggiungere una più profonda fedeltà al Vangelo. Si tratta inoltre di comprendere meglio le verità di fede ed esprimerle in modo nuovo, secondo le esigenze del tempo.

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