Mendicanza - La verità è che siamo tutti mendicanti 
di Nunzio Galantino 
Dal verbo latino mendicare (elemosinare, supplicare), la parola mendicanza indica sia la condizione di bisogno materiale sia, sempre di più, la condizione dell’uomo che, consapevole di non poter bastare a se stesso, chiede aiuto. La mano tesa del mendicante è metafora dell’atteggiamento interiore di domanda, di ricerca e di curiosità dell’uomo che vive la condizione della mendicanza. 
La stessa condizione che, penso, Gesù invitasse a coltivare quando diceva: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9). Chiedere, cercare, bussare, sono le tre azioni della mendicanza, approdo dell’uomo che - consapevole che non si può sfuggire al proprio limite e alle varie forme di mancanza - passa dal grido stizzito a una infaticabile disponibilità al confronto e all’incontro, che sazino il suo bisogno. 
La mendicanza è una condizione vera, reale e dura da sentirsi addosso. Eppure essa corrisponde esattamente a ciò che siamo, specie nel nostro mondo occidentale: mendicanti. Ma non di ciò che ci serve per sopravvivere, ma di ciò che ci può far vivere. L’aver concesso troppo spazio a desideri inessenziali ed effimeri ha fatto perdere il contatto con ciò che serve davvero: la gioia di vivere e di stabilire relazioni, la bellezza di essere parte dell’esistenza e, per chi crede, la fiducia di essere figli di un Dio che ci vuole liberi e liberati. Questo è ciò di cui

Processo. Camminare in avanti per cambiare 
di Nunzio Galantino 
Processo deriva dal latino processus, participio del verbo procedere, che letteralmente vuol dire «camminare in avanti» o «derivare». Vicina al greco proodos, la parola processo col tempo ha assunto sempre di più il significato di modo di agire progressivo di un singolo o di una organizzazione che, in ambiti diversi e attraverso la propria cura, genera valore o raggiunge uno scopo. (...) Oltre a caratterizzarsi per il suo intrinseco dinamismo, qualsiasi processo richiede un preciso modo di intendere la realtà e di sentirsi in essa collocati. Si dà processo infatti solo per realtà o idee aperte al progresso e al cambiamento, con il coinvolgimento di persone disponibili a lasciarsi interrogare dagli eventi. Ma questo è possibile solo quando, a far “camminare in avanti” un progetto o un’idea, vi sono persone dotate di umiltà e di senso del proprio limite. Gli arroganti e i cinici non amano i processi che portano al progresso autentico. (...) Il processo autentico richiede invece partecipazione convinta, senza la pretesa che i frutti maturino come conseguenza immediata della propria partecipazione e del proprio impegno. Anzi, quanto più grande è l’idea o più impegnativo è il progetto nel quale ci si sente coinvolti, tanto più il distacco dall'esito di essi deve essere evidente. (...)
in “Il sole 24 Ore” del 5 maggio 2019

Sciatteria. L’arte di fare (e dire) le cose male 
di Nunzio Galantino 
Nel linguaggio comune, la parola sciatteria è poco frequente. È tanto presente invece nella prassi. (...) La sciatteria è la pratica o l’insieme dei gesti che rendono o fanno apparire inadatta una persona, un vestito, un linguaggio o un comportamento in genere. In questo caso, si ritiene sciatto tutto ciò che è trasandato, trascurato, negligente, insignificante, mediocre, squallido. 
La sciatteria, anche quella del linguaggio, scambiata spesso ed erroneamente per semplicità, può rispecchiare un vuoto o un malessere interiore. Ne era convinto G. Orwell quando affermava: «Poiché i nostri pensieri sono fatui, la lingua diventa sgradevole e sciatta, ma la trascuratezza della lingua favorisce a sua volta la tendenza ad avere fatui pensieri». Con più chiarezza, e sempre a proposito di linguaggio, Nanni Moretti afferma che «Chi parla male, pensa male e vive male!». 
Aggiungo che il parlare volgare, il liquidare l’interlocutore con un fare irridente, al limite del cinismo, è una forma grave di sciatteria; scorciatoia troppo facile, cui ricorre chi è a corto di argomentazioni forti e sostenibili. 
Sciatteria è non fare bene le cose, metterci negligenza, pigrizia e indifferenza, trascurare i dettagli, tanto... «fa lo stesso», oppure perché... «la sostanza è un’altra!». Niente fa mai lo stesso e la forma riveste, manifesta e comunica la sostanza di quello che siamo e di quello che ci portiamo dentro. 
Spesso sono proprio i dettagli a segnare la differenza. Questo è vero nelle relazioni e per la bellezza; ma è vero anche per l’eleganza, la gentilezza, la bontà e la stessa intelligenza. Vivere in maniera sciatta è come scrivere senza un ordine, disseminando parole a caso. Senza spazi e senza punteggiatura. 
Il contrario della sciatteria, tentazione senza tempo, non può essere l’inutile, arido e superficiale formalismo. Questo infatti è un modo diffuso per coprire agli occhi degli altri il vuoto interiore e la scarsa cura per tutto ciò che davvero conta. Ma, proprio perché all’esterno mostriamo ciò che siamo dentro, non si può ignorare che vi è anche una sciatteria che raggiunge livelli patologici e porta a costruire intorno a sé muri difficili da penetrare e da interpretare. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 19 maggio 2019


"Dio non è misericordioso ma anche giusto, come spesso viene detto, finendo di separare ciò che Dio ha unito in se stesso dall'eternità.
Secondo la testimonianza di Gesù il Figlio, Dio è pienamente giusto proprio poiché è incondizionatamente misericordioso.
Dal punto di vista umano, la giustizia è dare a ciascuno ciò che gli spetta per diritto. Analogicamente, dal punto di vista di Dio, la giustizia è dare ad ognuno ciò che gli spetta per grazia: ossia un amore senza condizioni e senza esclusioni, che lo fa essere e lo lascia essere degno di approvazione, di cura, di perdono, di vita buona.
Su questo punto, Martin Lutero aveva ragione da vendere: la giustizia di Dio non ci condanna, bensì ci giustifica, in quanto ci abilita a realizzare il giusto senso dell'affidamento e della dedizione.
Perciò non dobbiamo averne paura, ma riconoscenza, rispondendo liberamente all'Amore con l'amore".
Duilio Albarello, 190515


"Nella confusione trova la semplicità, nella discordia trova l’armonia, nel mezzo della difficoltà giace l’opportunità".
Albert Einstein

"Lo sconforto non tiene mai conto del firmamento".
Alda Merini

"Caro papa Francesco,
in realtà, sei colpevole!
Sei colpevole di essere un uomo e non essere un angelo!
Sei colpevole perché hai l'umiltà di accettare che hai torto e chiedi perdono. Chiedi perdono per te e per noi. E questo per molti è inaccettabile.
Sei colpevole perché 
Sei colpevole perché volevano che fossi un giudice e un canonista e sei un esempio e un testimone di misericordia.
Sei colpevole perché hai abbandonato la tradizione di vivere nei palazzi per scegliere di vivere come le persone.
Colpevole perché hai lasciato la sontuosità di San Pietro e scelto la povertà delle prigioni, degli orfanotrofi, dei manicomi e delle case di recupero.

Sei colpevole!
Hai smesso di baciare i piedi "profumati" delle eminenze e baci i piedi "sporchi" di detenuti, donne, pazienti, altre confessioni religiose, "diversi"!
Sei condannato perché hai aperto le porte ai "risposati" e perché di fronte a temi dolorosi e in sospeso rispondi semplicemente: "Chi sono io per giudicare?".
Sei condannato perché assumi la tua fragilità, chiedendo a noi di pregare per te, quando molti ti chiedono di essere dogmatico, intollerante e rubricista.

Papa Francesco è colpevole di tanti e tanti cosiddetti "infedeli", "scomunicati" e "impuri" che

"Padre dell’umanità, Signore della storia, guarda questo continente europeo al quale tu hai inviato tanti filosofi, legislatori e saggi, precursori della fede nel tuo Figlio morto e risorto.
Guarda questi popoli evangelizzati da Pietro e Paolo, dai profeti, dai monaci, dai santi; guarda queste regioni bagnate dal sangue dei martiri e toccate dalla voce dei Riformatori.
Guarda i popoli uniti da tanti legami ma anche divisi, nel tempo, dall’odio e dalla guerra.
Donaci di lavorare per una Europa dello Spirito fondata non soltanto sugli accordi economici, ma anche sui valori umani ed eterni.
Un'Europa capace di riconciliazioni etniche ed ecumeniche, pronta ad accogliere lo straniero, rispettosa di ogni dignità.
Donaci di assumere con fiducia il nostro dovere di suscitare e promuovere un’ intesa tra i popoli che assicuri, per tutti i continenti, la giustizia e il pane, la libertà e la pace".
Carlo Maria Martini, Ritorno a Gerusalemme, 186

...  cioé di tutti, per tutti, a favore di tutti.


Il paese resta senza “don”? Più responsabilità ai laici 
di Riccardo Maccioni 
(...) Il vescovo decise di trasferire don Angelo Ricci da San Martino a Sant’Anselmo. E che altro poteva fare dopo la morte di don Alfio, visto che di preti non ce n’erano?. I numeri oltretutto parlavano chiaro: la nuova parrocchia contava 3.900 anime, contro le 450, tra cui molti anziani, della comunità dov’era stato oltre vent’anni. Inizia in questo modo, dalla notizia di un distacco doloroso e digerito a fatica "Le campane di San Martino: il racconto" (Edizioni Itaca, 88 pagine, euro 10) con cui Maurizio Fileni, parroco a sua volta, descrive il calo delle vocazioni osservato con gli occhi di chi si vede, suo malgrado, “portar via” il prete. (...) Con don Angelo che se ne va, cambia tutto e per tutti, compresi Arnaldo de la Peperina, Spajiccia, Gni-Gno e Ni’ de Falaschi, che pure in chiesa non andavano mai. No, non può essere che la domenica non suonino più le campane, che la Messa delle 11.30 ci sia, se va bene, una volta al mese. Che fare, per vincere una sofferenza che «si tagliava a fette»? La soluzione più logica è lo sdoppiamento, o dimezzamento che dir si voglia, dei sacerdoti disponibili. Come il frate che, poveretto, è sempre di corsa e con la gente del posto si prende poco. O don Leo (che in realtà si chiamava Leonardo) il generosissimo parroco di Poggio San Paolo che ha da curare ben tre comunità e fa quel che può. Si tratta di cambiare rotta, di trovare un’alternativa alle lamentele, di adottare una nuova strategia. Rimedio che, come spesso succede, arriverà da solo. Capita infatti che, dopo qualche bonario bisticcio, le donne del paese decidano di recitare insieme il Rosario, che per quello «non c’è bisogno del prete». E di farlo in chiesa: i giorni feriali alle 16.30, la domenica alle 11.30 lo stesso orario di quando la Messa c’era tutte le domeniche. Ma si sa l’appetito vien mangiando, o meglio, un cuore aperto è più disponibile alla fantasia dello Spirito. Così poco per volta, alla recita del rosario viene fatto seguire, su consiglio di don Leo, la lettura di «un pezzettino di Parola di Dio», preso dai foglietti della Messa. Di lì a poco, una nuova svolta, grazie a Irene e Angelo, marito e moglie, 43 anni lei 47 lui, coppia senza figli dalla solida formazione religiosa, compreso qualche studio in teologia. In punta di piedi, mossi da sincero affetto e ammirazione per quella parrocchia che alle tempeste risponde rimboccandosi le mani e pregando, i due sposi diventano parte importante e per così dire “guida” di una comunità pronta a un ulteriore cambiamento. Una novità che non anticipiamo perché tutta da leggere... Nel segno comunque di un laicato maturo e rispettoso dei ruoli e delle gerarchie, che vuole bene alla Chiese e desidera farla crescere. Una “ricetta” che sembra aver recepito bene la lezione del Concilio là dove dice: «I laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore. Sia perciò loro aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze e le necessità dei tempi, anch’essi attivamente partecipino all’opera salvifica della Chiesa (Lumen gentium, 33).
in “Avvenire” del 17 dicembre 2017

Coreografie delle Sacre Scritture 
di Gianfranco Ravasi 
«Il mondo è una festa di nozze. Danzi la tua piccola danza e poi te ne torni a casa». L’intera esistenza terrena è vista come una danza da (...) Isaac Bashevis Singer, Nobel 1978 della letteratura. (...) Ora, la danza in tutte le culture e religioni è un simbolo che unisce «istinto e arte, preghiera e seduzione, gioco e pensiero, relazione e introspezione, comunicazione e meditazione. Danzare è estasi, rapimento, bellezza». Questa definizione di un atto, che fa abbracciare culto e cultura in un mirabile arabesco di passi, è posta in apertura a un delizioso e geniale libretto di Chiara Bertoglio ("Il Signore della danza. Passi tra culto e cultura") (...) Già nel libro biblico dei Proverbi la Sapienza divina è personificata nell’atto creativo come un ’amôn, forse una “fanciulla” o un “artista”, che sta danzando e divertendosi nell’“atelier” del mondo che sta sbocciando dalle sue mani. Ecco, infatti, la sua confessione innica: «Io ero come una fanciulla, ero la sua delizia ogni giorno, danzavo davanti a Lui in ogni istante, danzavo sul globo terrestre, la mia felicità era tra i figli dell’uomo» (8,30-31). Suggestivo questo “io” divino oggettivato all’esterno nella Sapienza creatrice che esprime tutta la bellezza, l’armonia e l’originalità del creato nei passi della sua danza cosmica. (...) Nelle Scritture Sacre inseguendo tutti i passi dei vari personaggi che si muovono nell'atto del ballo, a partire, ad esempio, dal re Davide che non teme l'ironia di sua moglie Mikal danzando freneticamente davanti all'arca del Signore nella processione inaugurale del suo regno nella nuova capitale Gerusalemme (2 Samuele 6,5-22). La liturgia biblica, infatti, comprende questo stesso atto con tutta la sua emozione e bellezza: «Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare... Lodate il Signore con danze», canta il Salmista, aggiungendo l’accompagnamento strumentale dell’orchestra del tempio (il Salmo 118,27 e il 150). Nella Bibbia si registra anche l’irrompere della coreografia eccitata davanti all’idolo del vitello d’oro (Esodo 32) o di quella isterica dei sacerdoti di Baal (1 Re 18). (...) Evocando i «grembi danzanti» di Elisabetta, incinta del Battista, e di Maria, madre di Gesù, secondo il Vangelo di Luca. Così come mette in scena quel Battista la cui tragica fine è segnata proprio dalla «danza macabra» della figlia di Erodiade e quel Gesù che si fermerà incuriosito ad ascoltare le recriminazioni di alcuni ragazzi che in piazza protestano perché i loro compagni non accettano di essere coinvolti in un giuoco: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato» (Matteo 11,17). (...) La danza quando è nobile, è un linguaggio non solo umano ma anche celeste, è atto storico e rito escatologico (...). Già agli inizi del IV secolo uno scrittore cristiano, Metodio di Olimpo, non esitava a mettere in bocca a una vergine santa queste parole: «Io danzo guidata da Cristo, danzo in cielo attorno a Colui il cui regno non ha inizio né fine». Dopo tutto, l’ascensione del Risorto al cielo può essere veramente concepita come un “salto in alto” verso l’infinito e l’eterno, come cantava un altro autore del IV secolo, Sinesio di Cirene: «Tu dispiegasti le ali, balzasti sulla volta azzurra del cielo per arrestarti fra le pure sfere intellettuali... mentre l’Etere, saggio padre dell’Armonia sorrideva e sulla sua lira a sette corde intonava la musica per un canto epinicio». (...) Aggiungiamo il ballo della Sulammita, la donna protagonista del biblico Cantico dei cantici (...): ascoltiamo il canto intonato da un doppio coro che interpella così la donna abbandonata all’ebbrezza della rotazione danzante: «Voltati, voltati, Sulammita, voltati, voltati, vogliamo ammirarti! Che cosa volete ammirare nella Sulammita durante la danza dei due campi (mahanajim)?» (7,1). A questo punto il compagno inizia uno stupendo ritratto della sua amata partendo proprio dal frenetico muoversi dei piedi e dei fianchi: «Come sono incantevoli i tuoi piedi nei sandali, o figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, capolavoro di mani d’artista!» (7,2). 
in “Il Sole 24 Ore” del 12 maggio 2019 

Teologia for dummies/2
Il riferimento alla vicenda di Gesù permette di rileggere radicalmente tutte le caratteristiche assegnate alla realtà divina da parte dell’immaginazione religiosa, in particolare l’onniscienza, l’onnipotenza e l’onnipresenza. 
Dunque, alla luce della testimonianza di Gesù, si può affermare che Dio è onnisciente non perché possiede un sapere neutrale a proposito della totalità, ma in quanto «sa tutto» ciò che l’amore esige affinché si compia la promessa di bene per l’uomo ed il suo mondo. 
Nello stesso tempo, Dio è onnipotente non perché dispone ogni cosa e il suo opposto in maniera arbitraria, ma in quanto «può tutto» ciò che l’amore richiede, al di là di ogni apparente smentita della sua promessa.
Dio è onnipresente non perché riempie fino alla saturazione ogni spazio della realtà creata impedendone l’autonomia, bensì perché è capace di una prossimità benefica, che supera qualunque lontananza e qualunque condizionamento. 
Giovanni, nella sua prima lettera, riassumerà tutto questo in tre parole folgoranti: «Dio è amore».
Duilio Albarello, 190506

La prima Passiflora del giardino

[Strofa]
Il tg parla solo di immigrati
Però in tv dove sono sti immigrati?
Dicon che qui se sei nero vivi gratis
Mi chiedono se è vero
Rispondo: "sì, magari" (magari)
Sta gente è convinta io venga giù dalle capanne
Che venda le canne
Rubo il lavoro a sti rapper perché loro lo fanno male
Salvini c'hai rotto le palle
Sono un fratello d’Italia
Attraverso il mare, cappello di paglia
Ho preso una laurea
Mentre guardi Temptation Island
I am ready to
Mettere il reddito in banca
Il mio non quello di cittadinanza (fanculo)
Con otto sacchi a Milano tu manco ci paghi una stanza

[Ritornello]
Sta gente si beve tutte le cazzate che vede alla tele
Ti prego togliete il wi-fi a sti vecchi in rete
L'ha letto su Lercio
E tua nonna ci crede

«Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro Ma c’è chi vorrebbe una Chiesa circondata da muri» 
intervista a Jean Vanier, a cura di Daniele Zappalà (ottobre 2018) (...)
Per lei la felicità è associata al cristianesimo? 
Sì e no. L’idea di amare è cristiana, sì. Ma per certi aspetti, si può ritrovare quest’idea anche altrove. 
Nel buddismo o in certi passaggi del Corano, ad esempio. Avevamo qui uno psichiatra che non esercitava più in ospedale perché amava giocare a pallavolo con i suoi pazienti. Per questo, certi suoi colleghi lo disprezzavano. È stato il nostro psichiatra per 31 anni. Era felice di vivere in una comunità in cui ognuno era rispettato, al di là del proprio handicap. Possiamo davvero dire di non aver mai visto un uomo tanto umano. Aveva un tale desiderio di ascolto che riusciva sempre a spingere tutti a parlare. Era felicissimo di vivere in una comunità cattolica, ma diceva di desiderare la fede e di non averla. Personalmente, lo trovavo più cristiano di tanti cristiani. Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro. Era quello che lui viveva. Ci sono cristiani che vorrebbero una Chiesa più chiusa, circondata di muri, ma il cristianesimo non è questo. Non è la paura dell’altro. È invece ciò che papa Francesco ci mostra, rivelandoci Gesù. Gesù e il cristianesimo sono l’apertura all'altro, verso ogni essere umano. S’impara così la saggezza che c’è in ogni essere umano. In Italia, mi piace oggi osservare l’esempio della Chiesa che è aperta verso chi migra, molto più dello Stato. 
La Chiesa sta imparando a coltivare più che in passato la cultura dell’incontro? 
Sì e no. Seguo con fervore il Papa. Lo ascolto, lo guardo. Il Papa mi ricorda Gesù, va incontro alle persone. Ma percepisco un doppio movimento. C’è pure una Chiesa che vuole ancora mantenere i propri muri, proprio mentre il Papa incontra tutti. Gesù promise ai poveri il Regno di Dio. Lo fece in mezzo a tante forze opposte (...). Ancor più che Giovanni Battista, Gesù disturbava molti nel Tempio. 
Certe comunità cristiane hanno conosciuto di recente delle derive anche gravi. Cosa dovrebbe essere una comunità? 
Non un luogo sicuro, ma una missione nella quale le persone si amano fra loro. In questo modo, una comunità è un luogo di liberazione. Quando si vive assieme, sorgono problemi, ma si può riconoscere che gli altri, nella comunità, hanno la stessa missione. Si impara quanto sia importante aver bisogno gli uni degli altri. La comunità è una scuola per imparare ad accettare l’altro e non per coltivare una visione personale. (...)».
in “Avvenire” dell'8 maggio 2019 

Distanza. Quando c’è, deve essere «giusta» 
di Nunzio Galantino 
Derivante dal participio presente (distante) del verbo latino dis-tare (stare lontano), la parola distanza assume significati diversi a seconda dell’ambito in cui essa viene utilizzata. Oltre infatti ad essere intesa come quantità di spazio fisico che intercorre tra due o più luoghi, cose o persone, la parola distanza può indicare il distacco affettivo tra persone, il disinteresse rispetto a un evento o a un progetto o l’intervallo di tempo più o meno lungo tra due o più eventi. (...) L’equilibrata gestione della distanza è la grande e decisiva sfida nel rapporto con gli altri; è l’elemento che fa la differenza, soprattutto nella vita di relazione intima. In una relazione intensa la distanza non può scomparire; va mantenuta nella misura adatta a tenere vivo il desiderio dell’incontro, il persistere di una leale complicità e la necessità di disporre di spazi inviolabili, fisici ma soprattutto interiori. La sfida insomma consiste nel tenere insieme distanza e vicinanza (...) Lo scrittore tedesco F. G. Jünger, per il quale «le distanze sono qualcosa di vivente, e una loro infrazione incide profondamente nella vita. Le distanze ci fanno capire che non finiamo dove l'epidermide stabilisce i confini del corpo». Con un’avvertenza: la “giusta distanza” con gli amici, con la famiglia, con il proprio partner o con i colleghi non coincide mai col non farsi coinvolgere bensì col vivere relazioni rispettose, e perciò feconde. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 12 maggio 2019 

"La vita comune può diventare una vera scuola in cui si cresce nell'amore; è la rivelazione della diversità, anche di quella che ci da fastidio e ci fa male; è la rivelazione delle ferite e delle tenebre che ci sono dentro di noi, della trave che c'è nei nostri occhi, della nostra capacità di giudicare e di rifiutare gli altri, delle difficoltà che abbiamo ad ascoltarli e ad accettarli. Queste difficoltà possono condurre a tenersi alla larga dalla comunità, a prendere le distanze da quelli che danno fastidio, a chiudersi in se stessi rifiutando la comunicazione ad accusare e a condannare gli altri; ma possono anche condurre a lavorare su se stessi per combattere i propri egoismi e il proprio bisogno di essere al centro di tutto, per imparare a meglio accogliere, comprendere e servire gli altri. Così la vita in comune diventa una scuola di amore e una fonte di guarigione. L'unione di una vera comunità viene dall'interno, dalla vita comune e dalla fiducia reciproca; non è imposta dall'esterno, dalla paura. Deriva dal fatto che ciascuno è rispettato e trova il suo posto: non c'è più rivalità. Unita da una forza spirituale, questa comunità è un punto di riferimento ed è aperta agli altri; non è elitista o gelosa del proprio potere. Desidera semplicemente svolgere la propria missione insieme ad altre comunità, per essere un fattore di pace in un mondo diviso".
Jean Vanier, Ogni uomo è una storia sacra

L’ombelico del mondo
di Massimo Gramellini, 8 maggio 2019
In principio Dio creò Dmitry Khlebushkin. Domenica scorsa, quest’uomo vaccinato contro l’altruismo si trovava sull’aereo russo in fiamme. I passeggeri delle ultime file spingevano nel tentativo di avvicinarsi agli scivoli, ma lui ostruiva il passaggio per recuperare lo zaino dall’apposita cappelliera. Chissà di quali segreti era depositario, quello zaino. Talmente importanti da giustificare la messa a repentaglio di svariate vite, compresa la sua.
Appena sceso a terra con tutto comodo (e con lo zaino), mentre sulla pista sfrecciavano le ambulanze, davanti ai microfoni della televisione il pensiero di Dmitry Khlebushkin è andato alla tragedia che più di ogni altra gli gravava sul cuore: il mancato rimborso del biglietto. Nessun dolore per l’umana sofferenza altrui era in grado di scalfire la sua tempra d’acciaio. Nessuna curiosità circa la sorte dei compagni di sventura e nessun sospetto di averne intralciato il salvataggio riuscivano a sfiorare la sua granitica convinzione di essere stato turlupinato dalla biglietteria dell’Aeroflot. Dmitry Khlebushkin è il pianeta intorno al quale girano il sole e le altre stelle, il commensale che considera capotavola il posto dove siede lui, l’uomo che per fare un selfie non ha bisogno di puntarsi il telefono addosso perché fotografa solo gli specchi. Non me la sento di biasimarlo oltre misura: in quegli specchi, come tutti, ogni tanto ci finisco anch’io.
https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_maggio_08/ombelico-mondo-a4251400-70f3-11e9-90e5-1aa1d5fb0bf8.shtml?fbclid=IwAR10aJTWqRMlMgwPcjlBZCuZLxNUbf-Q6INoPd-WoT8i0bwJvBNKovEDurw


"C'è in ognuno di noi una parte che è già luminosa, convertita. E poi c'è quella parte che è ancora tenebra. Una comunità non è fatta solo di convertiti. E' fatta di tutti quegli elementi che in noi hanno bisogno di essere trasformati, purificati, potati. E' fatta anche di non convertiti.
Nelle comunità cristiane Dio sembra compiacersi di chiamare insieme delle persone umanamente molto diverse. Non erano forse profondamente diversi tra loro i discepoli di Gesù? Non avrebbero mai camminato insieme se il Maestro non li avesse chiamati!
Non bisogna cercare la comunità ideale. Si tratta di amare quelli che Dio ci ha messo accanto oggi. Avremmo voluto forse delle persone diverse, più allegre o magari più intelligenti. Ma sono loro che Dio ci ha dato, che ha scelto per noi. E' con loro che dobbiamo creare l'unità e vivere l'alleanza".
Jean Vanier

«Ahmad, 10 anni, alla domanda "perché esistiamo?" risponde con un ragionamento in due mosse: 1) altrimenti nessuno avrebbe potuto conoscere l'universo; 2) sarebbe stato uno spreco di bellezza senza nessuno a guardare.
Volevo fuggire dalla classe per nascondere la meraviglia e la commozione quando ho ascoltato queste parole uscire dalla sua bocca.
Quelli come Ahmad sono dinamite pura! Ed è per quelli come lui che non dispero».
Mario Domina, 8 maggio 2019


"La comunità è il luogo del perdono.
Nonostante tutta la fiducia che possiamo avere gli uni negli altri, ci sono sempre parole che feriscono, atteggiamenti in cui ci si mette davanti agli altri, situazioni in cui le suscettibilità si urtano.
E' per questo che vivere insieme implica una certa croce, uno sforzo costante e un'accettazione che è un mutuo perdono d'ogni giorno.
San Paolo dice: "Voi dunque, eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenera compassione, di benevolenza, di umiltà, di dolcezza, di pazienza; sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri, se uno ha contro l'altro qualche motivo di lamentela; il Signore vi ha perdonato, fate lo stesso a vostra volta. E sopra ogni cosa sia la carità, che è il vincolo della perfezione. Con questo, la pace di Cristo regni nei vostri cuori: è questa la chiamata che vi ha riuniti in un medesimo corpo. Infine, vivete in azioni di grazie!".
Jean Vanier, La comunità luogo del perdono, luogo della gioia


"Quando stai bene, ascolti la musica.
Quando sei malato, nemmeno le note ti toccano".
don Chisciotte Mc, 28 marzo 2019

Ramadan Kariim, ovvero “Ramadan generoso”. Con questa espressione i credenti musulmani si scambiano vicendevolmente gli auguri auspicando che ciascun credente riceva, per l’astinenza praticata, i benefici spirituali promessi a chi adempie ai precetti con retta intenzione.
Ramadan Kariim è uno dei vari auguri e riti che gli adepti musulmani condividono nel Ramadan, il mese sacro dell’Islam che commemora la discesa della Rivelazione coranica al Profeta Maometto tramite l’arcangelo Gabriele. Durante il Ramadan, i musulmani si astengono dai vizi e dai rapporti sessuali dall’alba a tramonto per 30 giorni consecutivi.
Con Maha Yakoub, la professoressa di arabo di Yalla Italia, andiamo alla scoperta di altri riti e di come si augura buon Ramadan in arabo ad un conoscente musulmano.
http://www.vita.it/it/article/2012/07/19/maha-spiega-i-modi-di-dire-del-ramadan/120521/

Teologia for dummies/1
Spesso la realtà di Dio non corrisponde al modo con cui viene rappresentata, dai religiosi così come dagli atei.
Eppure, anche nella cultura secolare, proprio nel riferimento a Dio - accolto, negato o rifiutato - l’essere umano decide il senso del suo vivere e del suo morire.
Per questo la conversione più determinante non è quella «morale» - come si è soliti ritenere erroneamente - bensì è quella «teologale».
Dimmi come immagini Dio e ti dirò chi sei.
Duilio Albarello, 1 maggio 2019

All'udienza dello scorso primo maggio, il papa "ha più volte fatto presente l’incongruenza di una traduzione del Padre Nostro che sottintenda che sia Dio a tentare gli uomini e, su suo impulso, la Conferenza episcopale italiana ha stabilito una nuova versione.
Giunto alla penultima invocazione del Padre Nostro, «Non abbandonarci alla tentazione» o «non lasciare che cadiamo in tentazione», nel quadro di un ciclo di catechesi dedicato alla preghiera insegnata da Gesù, il Papa ha sottolineato, oggi, che «come è noto, l’espressione originale greca contenuta nei Vangeli è difficile da rendere in maniera esatta, e tutte le traduzioni moderne sono un po’ zoppicanti. Su un elemento però possiamo convergere in maniera unanime: comunque si comprenda il testo, dobbiamo escludere che sia Dio il protagonista delle tentazioni che incombono sul cammino dell’uomo. Come se Dio stesse in agguato per tendere insidie e tranelli ai suoi figli». 
«Un’interpretazione di questo genere - ha evidenziato Francesco - contrasta anzitutto con il testo stesso, ed è lontana dall’immagine di Dio che Gesù ci ha rivelato». 
https://www.lastampa.it/2019/05/01/vaticaninsider/dio-non-induce-in-tentazione-il-padre-non-tende-tranelli-ai-figli-GJlQcAfSQ3w0MREtaw6MkM/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook


"Questo è ciò di cui andiamo cercando le tracce, viandanti e mendicanti a mano aperta, in cerca di una scintilla di senso e di uno squarcio di luce. Quella che ti accompagna senza accecarti; che ti permette di non perderti senza dispensarti dal cercare e, dopo aver trovato, ti spinge a cercare ancora. (...)
obbliga a restare aderenti alla vita, a non chiudersi nei “recinti sacri”, ad abbandonare le false sicurezze, le inutili luci artificiali, e mettersi e restare in cammino".
Nunzio Galantino, 21.04.2019


"Che rumore fa un muro di gomma quando si rompe?!"
Radio Popolare, 9 aprile 2019

"Il lavoro non è solo fonte di reddito, ma è anzitutto luogo che, al pari della preghiera, contribuisce alla santificazione della persona. Gesù con forza insegna la coerenza tra parola e vita. Nel vivere bene il proprio lavoro si testimonia la fede anche senza pronunciare nessuna parola. Sono i gesti a narrare l’interiorità. La gentilezza al posto dell’arroganza; la capacità di ascoltare al posto della presunzione di chi pensa di sapere tutto; l’autorevolezza al posto dell’imporsi col principio d’autorità; il fare bene la mansione affidata al posto della furbizia di chi cerca sempre di fare il minimo sindacale: sono questi solo piccoli esempi di uno stile evangelico con cui svolgere il lavoro".
https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/preghiera-e-lavoro-un-binomio-possibile-267768.html?fbclid=IwAR3yMRCs_p-xu3HEe_gqX1SJB3BMCZfWN2t7YnSEY_MgnoWBLI8-yW3naUc