Ci provo

Purtroppo (o per fortuna) ho un animo dialettico e spigoloso.
Resto convinto che se un edificio ha delle fondamenta vacillanti, non risolve il problema abbellire le finestre con dei graziosi gerani.
Resto convinto che  se un ragazzo non sa i fondamentali del basket, ai fini della squadra è inutile che faccia delle portentose schiacciate a canestro.
Resto convinto che se alle elementari non si sono capite e studiate le tabelline, si troverà molta difficoltà a finire con frutto le ore di matematica del liceo.
In questo senso, i teologi medievali parlavano di una pars destruens  che deve precedere la pars costruens.
Ma mi sono accorto che se si fanno notare queste ovvietà, i gerani, il cestista e il liceale se la prendono e va a finire che chiudono la testa e il cuore e puntano i piedi... e a quel punto si ottiene l'effetto contrario ad un auspicato rinnovamento.
Cercherò di limitare/modificare la mia prospettiva e il mio stile: porterò in primo piano la bellezza e la saldezza di una casa ben fondata, di un partita giocata bene e di una buona equazione...
lasciando a ciascuno di cogliere ciò che può modificare, a volte riprendendo la propria realtà (il vivere, il conoscere, l'amare, il credere...) dalla base, dalle fondamenta, dall'inizio.
Ma so che non sempre riuscirò in questo proposito...
D'altra parte, già al profeta Geremia fu annunciato che era stato chiamato «per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (1,10). Quattro verbi contro due.
don Chisciotte Mc

Non ci serve del fumo

NON CI SERVE DEL FUMO
Quando capitano difficoltà o incomprensioni, oppure quando si trovano ostacoli apparentemente insormontabili,
c'è sempre qualche "devoto" che avvolge il tutto nelle spire fumose di espressioni tipo:
«Bisogna accettare le prove che il Signore manda...», «Abbi pazienza, che poi ti abitui...», «Adesso non puoi capire tutto...» (magari citando qualche frase biblica, estrapolata dal suo contesto).
Vorrei ricordare che se una cosa è fatta male non è fatta come l'avrebbe fatta il Dio Creatore; se una scelta è insipiente, non è fatta secondo lo Spirito della Sapienza; se una situazione schiaccia l’esistenza, non è voluta dal Signore della Vita.
Se gettiamo questo fumo negli occhi dei fedeli, non sfuggiamo alla famosa critica: «La religione è l’oppio dei popoli», cioè addomesticamento delle emozioni, offuscamento della ragione delle cose, sostanza alienante rispetto alle brutture del mondo.
Che lo Spirito del Dio di Gesù Cristo soffi forte! Spazzerà via queste nuvole, darà luce alle nostre menti e ossigeno ai nostri polmoni.
don Chisciotte Mc
 

Una battaglia perduta in partenza?

Laici e cattolici al tempo della Chiesa a due velocità 
di Franco Cardini 
Sono in molti a chiedersi che cosa stia accadendo sotto il cielo di Santa Romana Chiesa: una Chiesa «a due velocità»? Che cosa significa che da una parte il Papa ci stupisca con la sua iperattività promettendo un diaconato femminile, redarguendo preti e vescovi per la loro mondanità e gli agi che alcuni di loro si permettono, visitando solo capitali extraeuropee, mentre dall’altra (...) Il paradossale contrasto tra la straordinaria presenza mediatica e carismatica di un Papa che aspira a una profonda riforma spirituale e anche strutturale della Chiesa da una parte e la realtà invece di una comunità dei fedeli profondamente indebolita e impoverita. Una comunità che non si sente più in grado di sostenere il ruolo di coprotagonista della storia. (...) Bene, quel potere oggi è infinitamente indebolito. La società dei consumi e dei profitti, il “mondo dell’Avere” (anziché dell’Essere) come lo definiva Eric Fromm, ha avuto la meglio nella civiltà occidentale: che è - non dimentichiamolo - quella alla quale appartengono tutti i ceti dirigenti e prominenti del mondo, anche nei Paesi non “occidentali”. Oggi la massima parte degli stessi cattolici è costituita da “cattolici sociologici”, cioè da gente che magari - e sempre meno spesso - è anche battezzata o magari si sposa in Chiesa, ma nella quale la vita religiosa non ha più alcun peso pratico. (...) Lo aveva già detto con chiarezza mezzo secolo fa Giovanni XXIII: non siamo più padroni della società, bisogna accettare di divenirne minoranza qualificata che ne sia coscienza, sale della terra… (...) [Il papa] vuole soltanto avvertire che la vera battaglia si svolge altrove (...). Il nucleo della questione di 

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Schiavi dei giorni nostri

«Tutti vorremmo seppellire il termine “schiavo” nel lontano Ottocento. Ma non possiamo. A ricordarcelo ci ha pensato qualche giorno fa il “Global Slavery Index 2016”, che ha snocciolato dati e racconti su 167 Paesi, in 53 lingue, con 42 mila interviste. Insomma, una ricerca imponente che è arrivata a una conclusione: nel mondo si contano qualcosa come 45,8 milioni di schiavi moderni, con un aumento del 28% rispetto alle ultime stime del 2014. (...) In generale, le violazioni dei diritti più comuni riguardano il lavoro minorile e i matrimoni forzati di bambini. A questo proposito, l’Unicef prevede che la metà delle spose bambine nel mondo saranno africane entro il 2050 e già oggi Madagascar, Malawi, Zambia, Guinea, Sierra Leone ed Eritrea sono tra i primi venti Paesi quanto a bimbi che si sposano. Lo sfruttamento dei ragazzini è tra i punti di maggiore preoccupazione, tanto che l’Africa subsahariana registra la più alta percentuale al mondo di traffico di bambini. In Togo...» (continua qui la lettura: http://www.nigrizia.it/notizia/schiavi-del-terzo-millennio )

Riconoscere la dignità


«Quando neghi la verità ad una persona,
le neghi il diritto alla sua dignità».
Dalla mini-serie televisiva "22.11.63"

 

Non esistono "condizioni proibitive"

“Tu sarai le mie braccia e io i tuoi occhi”. È questo il titolo del documentario che racconta l’incredibile storia di Jia Wenqi, cresciuto senza le braccia e Jia Haixia, nato cieco da un occhio che in età adulta a causa di un incidente sul lavoro divenne completamente cieco. Dalla tragedia e dalla disperazione iniziale, come illuminati da una luce che probabilmente solo Haixia poteva vedere, nasce una storia unica e una scelta che cambierà letteralmente la vita dei due amici, ora più che mai “fratelli”. Decidono di dedicare la loro vita ad un solo obiettivo: piantare alberi per migliorare l’ambiente in cui vivono, distrutto da un’economia industriale senza freni.
“Ci siamo chiesti ‘Cosa faremo? Non possiamo semplicemente starcene qui seduti, inutili per la società’. Non avevamo molte opzioni, ma essere vivi significa avere uno scopo. Perciò ci siamo detti ‘Piantiamo degli alberi!’”. Parte così l’avventura, raccontata in un corto girato da Matt Ma, produttore artistico per GoPro, che dopo aver contatto i due amici nel villaggio di Yeli, poco fuori Pechino, ha passato tre giorni con loro girando immagini uniche con le piccole telecamere e raccontando la loro storia da insoliti punti di vista.
“Anche se siamo fisicamente limitati, il nostro spirito è illimitato”, raccontano nel film . “Allora lasciamo che le generazioni dopo di noi, e tutti gli altri, vedano cosa hanno realizzato due individui disabili. Anche dopo che ce ne saremo andati, vedranno che un uomo cieco e uno senza braccia hanno lasciato loro un’intera foresta”.
Dai fallimenti iniziali – più di 800 alberi muoiono poco dopo -, i due amici hanno imparato nuove tecniche, nuovi metodi per migliorare la lavorazione della terra, arrivando così a piantumare ben 10 mila alberi. Ora gli alberi stan crescendo, richiamando gli uccelli e gli altri animali: la natura torna a far sentire la propria voce.
Una storia che parla di forza, di volontà, di empatia, di solidarietà. A tratti commovente. Una storia che non lascia spazio alla tristezza, ma infonde fiducia e speranza.
http://www.lifegate.it/persone/news/cina-amici-disabili-piantano-alberi

Cose che non capisco

«Ci sono cose che non capisco
e a cui nessuno dà la minima importanza.
E quando faccio una domanda,
mi rispondono con frasi di circostanza, tipo:
"Tu ti fai troppi problemi, Michele",
"Tu ti fai troppi problemi, Michele",
"Tu ti fai troppi problemi, Michele",
"Ti fai troppi problemi, non te ne fare più"».
tratto da Caparezza, Cose che non capisco, 2011
 

Promesse

Altrove

"Ciascuno senta come proprio il percorso intrapreso e vi si immetta con fiduciosa convinzione"

La fatica e la gioia per decidere insieme 
di Enzo Bianchi 
«Le tribolazioni che le chiese ortodosse hanno affrontato in queste ultime settimane e affrontano in questi giorni ricordano a tutti, cristiani di ogni confessione, credenti e non credenti, la fatica della sinodalità, del prendere insieme decisioni che riguardano tutti. Sì, c’è una "fatica della carità", come la definisce san Paolo, una fatica dell’operare il bene nella società, una fatica del giungere concordi a una visione della realtà e a opzioni da assumere che abbiano di mira non gli interessi personali o di una parte ma quelli della collettività, dell’insieme dei credenti o dei cittadini.
La sinodalità così tenacemente propugnata e ricercata anche da papa Francesco non la si ottiene a basso prezzo: richiede pazienza, ascolto dell’altro, disponibilità a compiere con lui due miglia quando ci obbliga a farne uno, e a non fare riserve di noi stessi, capacità di ritmare il proprio passo su quello del più lento, duttilità nel rinunciare agli aspetti non essenziali dei nostri convincimenti, ma anche risolutezza nel tener fede agli impegni presi, rispetto delle decisioni assunte con il concorso di tutti, sollecitudine e santa impazienza in nome di chi dovesse patire lentezze o ignavia, responsabilità verso quanti ci hanno fatto fiducia.
(...) Se, secondo un adagio medievale cattolico mutuato dal codice giustinianeo, "ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti", l’intervento dirimente di un’autorità superiore può a volte sbloccare situazioni di impasse, imprimere benefiche accelerazioni, ma non è sufficiente a far sì che ciascuno senta come proprio il percorso intrapreso e vi si immetta con fiduciosa convinzione. Del resto la storia della chiesa è ricca di esempi di tentate riforme istituzionali arenatesi per mancanza di condivisione da parte di quanti le avrebbero dovute attuare ai diversi livelli e per carenza di uomini all’altezza del compito (...)».
in “La Stampa” del 19 giugno 2016

Fiducia spirituale

«Colui che vorrà diventar grande tra di voi, sia il vostro servo» (Mc 10,43). Gesù ha collegato ogni autorità nella comunità al servizio fraterno. C'è vera autorità spirituale solo dove si adempie al servizio, dell'ascolto, dell'aiuto, del sostegno e dell'annuncio. Il culto della persona, che abbia per oggetto le grandi qualità personali, le capacità fuori del comune, l'energia o le doti di qualcuno, anche se di tipo spirituale, è sempre un culto profano e non trova spazio nella comunità cristiana, anzi l'avvelena. Oggi si sente spesso esprimere il desiderio di «figure vescovili», di «uomini con carisma sacerdotale», di «personalità autorevoli»: molto spesso questo desiderio deriva da un bisogno patologico di ammirare degli uomini, di riferirsi stabilmente ad un'autorità umana visibile, perché sembra troppo modesta l'autentica autorità del servizio. Niente si oppone a tale desiderio più nettamente di quanto non faccia il Nuovo Testamento stesso nel modo in cui delinea la funzione dei vescovo (1 Tm 3,1 ss.).
Qui non è dato trovare alcuna traccia di doti umane affascinanti, di brillanti qualità di una personalità spiritualmente notevole. Il vescovo è un semplice uomo, integro e fedele nel credere e nel vivere, che presta correttamente il proprio servizio alla comunità. La sua autorità è data dall'esecuzione del servizio. La persona in se stessa non ha niente di notevole. Viceversa, se si cerca l'autorità in motivi inautentici, si finisce sempre per istituire nella chiesa qualche rapporto immediato, qualche legame umano. Un'autorità autentica sa quanto sia dannoso ogni specie di rapporto immediato proprio in questioni di autorità, e sa che il suo unico fondamento è il servizio. Un'autorità autentica sa di essere legata in modo strettissimo alla parola di Gesù: «Uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8). La comunità non ha bisogno di personalità brillanti ma di fedeli servitori di Gesù e dei fratelli. Non le mancano elementi del primo tipo, ma del secondo. La chiesa darà fiducia solo al semplice servitore della parola di Gesù, perché sa di non esser guidata in questo caso dalla saggezza e dalla presunzione degli uomini, ma dalla parola del buon pastore. II problema della fiducia spirituale, così strettamente connesso a quello dell'autorità, è deciso dal criterio della fedeltà nel servire Gesù Cristo, non in base alla disponibilità di doni straordinari. Si può riconoscere autorità nella cura pastorale solo al servitore di Gesù Cristo, che non cerca autorità per sé, ma che si inchina all'autorità della Parola, come un fratello tra i fratelli.
Dietrich Bonhoeffer, La vita comune

Genuini

«" Come bambini" non è sinonimo di infantilismo. Non autorizza le puerilità.
(...) Cristiani che non sanno reggersi in piedi senza le dande di un'esasperata direzione spirituale.
Che si appellano all'autorità come a una protezione.
Che considerano l'ubbidienza come una dimissione dalle proprie responsabilità.
Che si sentono dispensati dalle scelte decisive e - più importante ancora - dalle conseguenze di quelle scelte.
Cristiani manierati, goffi, continuamente esitanti, piagnucolosi.
L'infantilismo è un ridicolo surrogato dello spirito d'infanzia. E, come accade sempre, il surrogato rappresenta l'avversario più temibile per il prodotto genuino».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 69

Obbedienza fa rima con coscienza

Dire sì (e no) ma con coscienza 
di Nunzio Galantino 
(...) L’obbedienza è strettamente collegata a un ascolto fedele (ob-audire); è la risposta libera di qualcuno che ascolta e riconosce la grandezza di chi (o di ciò = la coscienza) gli sta davanti; è assenso libero nei confronti di ciò che abbiamo compreso essere la cosa giusta. Quindi, obbedienza non è cieca sottomissione alla legge imposta; bensì, come sottolineava il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, è adesione libera «per intima convinzione, in piena consapevolezza e con animo lieto» (in Fedeltà al mondo, Queriniana, 2004). L’obbedienza comincia dall’ascolto della propria coscienza, a cui segue l’agire convinto e coerente, nella libertà.
Non può obbedire chi è privo di una coscienza libera, consapevole e formata. In nome della libertà di coscienza si può giungere a disobbedire alle leggi scritte dagli uomini. (...) L’obbedienza smette di essere una virtù – come ebbe a scrivere don Lorenzo Milani - e può farsi obiezione di coscienza. Riferendosi all’art. 11 e 52 della Costituzione, il priore di Barbiana oppose la sua obiezione di coscienza verso tutto ciò che aveva a che fare (compreso il servizio dei cappellani militari) con la guerra e spiegò che l’unica difesa legittima della Patria non è fatta con le armi, bensì con l’educare l’esercito agli alti valori che lo stesso concetto di Patria contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. A tutto ciò che richiama il cinismo, la violenza e lo spargimento di sangue invece, non si deve obbedire. Si deve obiettare. Nell’obbedienza a una legge non può mai venir meno il rispetto della persona, della sua dignità, del bene comune, del mondo nel quale abitiamo. Si ha l’impressione, al contrario, che l’unica obbedienza, peraltro cieca, praticata oggi, sia l’obbedienza alle leggi del mercato, del consumismo; alle leggi del potere e del successo; alla legge dell’apparire più che dell’essere; alla legge dell’individualismo. Un’obbedienza cieca che nega la libertà della coscienza, infligge sofferenza e provoca infelicità, perché «l’obbedienza senza libertà è schiavitù, la libertà senza obbedienza è arbitrio» (Bonhoeffer, cit., p. 97).
in “Il Sole 24 Ore” del 12 giugno 2016

"Non gli manca il coraggio o la forza"


Francesco Guccini, Cristoforo Colombo (2004)

«E' gia stanco di vagabondare sotto un cielo sfibrato 
per quel regno affacciato sul mare che dai Mori è insidiato 
e di terra ne ha avuta abbastanza, non di vele e di prua, 
perché ha trovato una strada di stelle nel cielo dell'anima sua. 
Se lo sente, non può più fallire, scoprirà un nuovo mondo; 
quell'attesa lo lascia impaurito di toccare già il fondo. 
Non gli manca il coraggio o la forza per vivere quella follia 
e anche senza equipaggio, anche fosse un miraggio ormai salperà via. 
 
E la Spagna di spada e di croce riconquista Granata, 
con chitarre gitane e flamenco fa suonare ogni strada; 
Isabella è la grande regina del Guadalquivir 
ma come lui è una donna convinta che il mondo non pùo finir lì. 
Ha la mente già tesa all'impresa sull'oceano profondo, 
caravelle e una ciurma ha concesso, per quel viaggio tremendo, 
per cercare di un mondo lontano ed incerto che non sa se ci sia 
ma è già l'alba e sul molo l'abbraccia una raffica di nostalgia. 
E naviga, naviga via 
verso un mondo impensabile ancora da ogni teoria 
e naviga, naviga via, 
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.
 
E' da un mese che naviga a vuoto quell'Atlantico amaro, 
ma continua a puntare l'ignoto con lo sguardo corsaro; 
sarà forse un'assurda battaglia ma ignorare non puoi 
che l'Assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi. 
Quante volte ha sfidato il destino aggrappato ad un legno,
senza patria bestemmi in latino, prendi il bere d'impegno, 
per fortuna che il vino non manca e trasforma la vigliaccheria 
di una ciurma ribelle e già stanca, in un'isola di compagnia. 
 
E naviga, naviga via, 
sulla prua che s'impenna violenta lasciando una scia, 
naviga, naviga via 
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.
 
Non si era sentito mai solo come in quel momento 

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Dis-accoglienza

Incontro sul tema dell'accoglienza dei migranti. Persone motivate. Relatore chiaro, pacato, concreto.
Ma al momento di condividere domande e proposte per favorire l'avvio di un progetto di accoglienza,
tra le altre, scattano anche delle osservazioni disparate circa le ragioni socio-politiche-culturali del fenomeno migratorio.
Mi colpisce la rabbia repressa che scappa fuori dalla grata dei loro denti;
mi interroga l'incapacità di queste persone di cogliere il clima complessivo della serata (sereno);
mi inquieta che pensino di accogliere i migranti e non accolgono le quaranta persone che stanno attorno a loro e non sono lì per ascoltare le loro esternazioni (e magari ne conoscono già il contenuto);
mi rattrista toccare con mano quanto siano pesanti e condizionanti gli sfrisi psicologici che ciascuno si porta dentro e dietro.
E io non sono molto diverso, anche se non lo vorrei.
don Chisciotte Mc

Donazione degli organi

L'agenzia giapponese Dentsu ha pensato ad un modo dolcissimo per sensibilizzare sulla donazione degli organi: dare una nuova vita a dei peluche rotti, grazie a parti recuperate da altri peluche.
Qui il video: https://www.youtube.com/watch?v=twRsHV0UByA
La campagna è estremamente utile, poichè ogni anno in Giappone solo circa 300 persone su 14.000 riescono ad ottenere un trapianto, a causa di leggi molto rigorose e di ostacoli culturali .
https://www.facebook.com/105699262879463/photos/pcb.990520001064047/990517361064311/?type=3&theater

Bellezza saggia

«L'evoluzione è un aprirsi».
don Chisciotte Mc

(N.B.: questi sono alcuni dei fiori che ci sono sul mio davanzale, fotografati in progressione).

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 8

8. «Tu es sacerdos in aeternum» - Con buona pace di coloro che cantano queste parole alle ordinazioni presbiterali (o agli anniversari), il "sacerdos" di cui si parla in questo canto non è il prete, bensì Gesù, come scritto nella lettera agli Ebrei (7,17). Il quale - val la pena ridirlo - non era un sacerdote israelitico (non era della tribù di Levi) e non officiava nel Tempio di Gerusalemme. Tutti i battezzati partecipano del suo sacerdozio (cioè offrono la propria vita a Dio Padre) e quindi ciascuno dei battezzati è "sacerdos in aeternum", "a sua immagine". Alcuni vengono ordinati ministri in quanto servi di questo sacerdozio comune... e non il contrario: laici (e laiche) a servire preti, parroci e vescovi. Non dimentichiamo, poi, che Gesù è e resta vivo e operante nella Chiesa e nel mondo, grazie al suo Santo Spirito. E' Lui l'unico Pastore, e tutti gli altri "pastori" sono "sacramenti" della sua cura per il suo popolo. In quanto "sacramenti", sono attuazione e manifestazione della Realtà, cioé di Cristo, nel suo amore pasquale che offre la vita per le pecore (cfr Gv 10). Alcuni ministri ordinati non ce la fanno ad essere sempre e ovunque ottime attuazioni-manifestazioni dell'amore di Cristo Servo che «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita»  (Mc 10,45); meno male che il Pastore Bello e Buono resta Gesù, l'unico per sempre.
don Chisciotte Mc

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 7

7. «Ha rinunciato a tutto» - Non vorrei offendere la sensibilità di qualcuno, ma ammetto che mi scappa un quarto di sorrisetto quando sento questa espressione. Non voglio cadere nella demagogia di chi attacca la gerarchia denunciandone ricchezze, potere, infedeltà in campo sessuale (su questi temi - ma senza demagogia - sarei anche nella dolce e ferma compagnia di un tal Jorge Maria Bergoglio), però sento doveroso lo sforzo di dare un contenuto al termine "tutto". Un vescovo o un prete cattolici oggi in occidente hanno "tutto" (e più di) quel che serve per vivere: casa, stipendio, auto, tecnologia... e una buona dose di autonomia nella gestione di sé. So bene anch'io che esistono ministri ordinati che - con speciale esemplarità - non si risparmiano nulla e offrono beni, energie, tempo... tutta la vita! Li ringraziamo! Mi si dirà: "Ma rinunciano anche alla moglie!". Vero. Però mi si consentano alcune considerazioni: 1. poiché la Chiesa latina sceglie i suoi candidati al presbiterato e all'episcopato solo tra coloro che hanno la vocazione al celibato, trattandosi proprio di "vocazione" (e non di "castrazione"), essi seguono ciò che è nella loro profonda identità, nel dialogo con la Grazia di Dio che li ha creati e chiamati; non si tratterebbe quindi di una "rinuncia" imposta (anche se resta una scelta talvolta difficile e pesante). 2. I presbiteri e gli episcopi rinunciano a tutte le donne del mondo, i fedeli sposati rinunciano a tutte le donne del mondo tranne una. 3. In un'epoca di "singletudine", non sfugge il rischio di non dare valore al vincolo affettivo (questo sì sarebbe una "rinuncia" alla propria autonomia) e di considerare l'essere "senza la moglie" quasi un benefit! 4. Se oggi la grande nemica della vita è la solitudine, le relazioni instaurate dal ministro ordinato sono davvero l'opposto di una rinuncia, bensì sono un grande "guadagno". I cosiddetti "consigli evangelici" (povertà, castità, obbedienza) sono caratteristici della vita di tutti i cristiani; e per tutti valgono le parole di Gesù: «chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25).
don Chisciotte Mc

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 6

6. «E' simpatico e attira gli adolescenti» - «Fa quadrare i bilanci» - Qui sentiamo risuonare la dolce voce delle sirene del successo pastorale e della efficienza amministrativa. Il prete come l'"animatore" del villaggio turistico all inclusive (dalla "pizza+birra" per gli ado alla tombolata per i vecchietti, dallo spettacolino delle medie alla gita al parco acquatico, passando magari per la testimonianza con l'ospite che parla bene o la serata commovente per una situazione di bisogno), sempre al centro, con in mano il microfono o la tastiera. Può così corrispondere alle esigenze che vanno da quelle dei ragazzini che lo cercano sui social a quelle della curia che vuole i conti e i registri in ordine. Seguendo, invece, la più profonda teologia del sacramento dell'ordine, sul ministro ordinato è invocato lo Spirito Santo affinché sappia sostenere, indirizzare, edificare la comunione ecclesiale, valorizzando ed esaltando i carismi di cui la Chiesa è piena. Allora sì che "anima", cioé dà tutte le sue energie e tira fuori le energie di ciascuno, presiedendo nell'amore e con amore, mentre coloro che il Signore avrà dotato dei doni specifici necessari staranno con gli ado (in oratorio, per strada, sul muretto) e terranno in ordine i conti. E i "bilanci" (della vita fraterna) quadreranno!
don Chisciotte Mc

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 5

5. «Bravo ragazzo» - Di solito appare negli articoletti dei fascicoli speciali che le parrocchie stampano in occasione delle ordinazioni... e di solito la firma è della catechista che ha seguito il futuro prete mentre si preparava alla prima Comunione oppure della suora che l'aveva all'asilo. Nella pagina a fianco si può trovare l'espressione della sua maestra delle elementari: «Era bravo a scuola, diligente nei compiti... e molto obbediente».  E non manca la vocina della sciura Maria: «L'è anca un bel fioeu!». E' forte la tentazione di anticipare alla culla quei tratti di "purezza-bellezza-santità-competenza" (!) che si presume di trovare nel prete, magari identificando fin dalla più tenera età i tratti (e i "privilegi") della scelta divina. Non è indispensabile essere stato "un bravo ragazzo" per ricevere l'ordinazione e neppure si  possono vantare dei "meriti" che darebbero accesso al premio finale (l'ordinazione). E' pur vero che non vale nemmeno fare appello al contenuto opposto, che risponde però alla stessa logica: «Da ragazzo ero un poco di buono, ne facevo di tutti i colori, ecc. ecc.... ma adesso ho cambiato vita». Vale per i ministri ordinati la "legge fondamentale" di tutti i cristiani: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (cfr Gv 15,12). Né un pigro accomodamento su un "meno di questo", né... un presunto o presuntuoso "più di questo".
don Chisciotte Mc

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 4

4. «Portatore di grazia» - Abbreviazione di un'altra espressione che andrebbe per lo meno spiegata: «dispensatore dei divini misteri». Il termine "mistero" dovrebbe indicare la grande azione di salvezza di Dio che si distende lungo tutta la storia (e solo in riferimento a questa, "misteri" sarebbero gli eventi della storia salvifica di Gesù, memoria della quale sono anche i sacramenti). Una visione riduttiva si è invece arrischiata verso una sorta di "esclusività" della effusione della "grazia di Dio" (ancora imprecisata) nella messa, laddove il Vaticano II parla invece di liturgia come "fonte e culmine". Una più profonda considerazione dell'azione dello Spirito Santo (Lui è la Grazia!), la rinnovata teologia della creazione, una lucida teologia liturgica... permettono di riconoscere l'iniziativa di Dio Trinità in una molteplicità infinita di eventi, che precedono, avvolgono, accompagnano, superano ogni respiro dell'universo, della chiesa, del singolo. Ad essere rigorosi, quindi, non c'è da "portare" nulla in nessun posto, perché già tutto è in Dio e l'azione positiva del suo Spirito raggiunge ogni uomo, a maggior ragione coloro che formano la Chiesa, Corpo di Cristo. Soffre di eccessiva cosificazione della "grazia" considerare le azioni rituali presiedute dai ministri ordinati come "produttrici di grazia" in un luogo-tempo in cui Essa non ci sarebbe.
don Chisciotte Mc

Condivisione

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 3

3. «Consacrato sacerdote» - Pericoloso accostamento di un participio passato ambiguo con un sostantivo impreciso. "Consacrare" significa "rendere sacro", "riservare per un compito o un utilizzo sacro". Tanti studi hanno svelato la pericolosità di una considerazione sacrale della figura del ministro ordinato e di una riduzione del suo compito alla sola funzione cultuale (consacrazione delle ostie durante la messa). Tutta la realtà (esclusi il male e il peccato) viene da Dio e quindi - rigorosamente parlando - non avrebbe bisogno di ulteriori "consacrazioni"; a maggior ragione la creatura umana; con un titolo specifico, il battezzato entra consapevolmente nella vita di Dio al modo di membro del corpo di Cristo che è la Chiesa. Al limite, possiamo intendere la parola "consacrazione" come invocazione dello Spirito Santo in vista di un servizio ecclesiale... ma allora non saremmo lontani dalla teologia del sacramento.
E' poi ormai assodato dal Concilio Vaticano II che tutti i fedeli sono sacerdoti ("Per Cristo, con Cristo e in Cristo" offrono a Dio Padre la loro vita, il loro "corpo come sacrificio vivente", quotidiano) e che l'uso di tale terminologia per i soli vescovi e presbiteri suscita fraintendimenti, quasi che siano gli unici autorizzati ad elevare a Dio preghiere "efficaci ed ascoltate". O - peggio ancora - siano gli unici a celebrare l'eucarestia. In realtà, tutto il popolo di Dio (con tutte le sue funzioni, carismi e ministeri) celebra, mentre vescovi e presbiteri svolgono il servizio specifico della presidenza di tali riti.
don Chisciotte Mc

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 2

2. «Ha la vocazione». Tradizionalissima espressione, che conferma una visione "al singolare" (e un po' "material-possessiva"): l'evento ha riguardato il soggetto e forse si è pure concluso in un lasso di tempo limitato - se non addirittura in un "lampo-visione" abbagliante ("Ha avuto la vocazione") - durante il quale il soggetto ha ricevuto l'informativa riguardante la direzione da dare alla sua vita. Anche in questo caso ci fa bene l'osservazione della vocazione coniugale ("Ma esiste anche questa vocazione?!"): per quanto uno/a pensi di essersi innamorato/a di un'altra persona, fintanto che l'altro/a non cor-risponde (risponde "con" e col "cor"), non si creerà una reale storia di coppia. E perché prosegua (sia davvero una "storia" e non un "colpo di fulmine") ha bisogno di tempo e di innumerevoli conferme. Affinché la vocazione ministeriale sia una chiamata, deve conservare una struttura dialogica. Con una avvertenza: il dialogo amoroso di cui si tratta non si svolge primariamente tra il singolo e una "voce" di Dio ascoltata interiormente, bensì tra colui che umilmente dichiara di aver intuito una chiamata e coloro che una Chiesa incarica per il servizio di valorizzazione-discernimento di tale intuizione. Grande responsabilità quest'ultima, da viversi come obbedienza allo Spirito Santo e certamente non in modo solitario-imperativo, bensì in forma collegiale che rispetti l'ecclesialità.
don Chisciotte Mc

C'è speranza per la Chiesa e per il mondo!

Mantova ha un nuovo vescovo: è il bresciano don Marco Busca, 51 anni, docente dell’istituto teologico "Paolo VI" in città e presbitero collaboratore nella parrocchia di Caionvico.
Il primo messaggio alla diocesi del suo successore: “Cari cristiani della Chiesa di Sant’Anselmo di Lucca e amici di Mantova, sono don Marco, il nuovo vescovo”. 

Il linguaggio attorno alla figura del prete - 1

Sabato prossimo, 11 giugno 2016, saranno ordinati presbiteri alcuni uomini della diocesi di Milano. Per avvicinarci a questo appuntamento ecclesiale, proponiamo di verificare alcune espressioni che vengono comunemente usate in queste occasioni.
 
1. «Farsi prete». Oltre al fatto che suona malissimo, non è proprio corretta, sotto nessun punto di vista!
Dal punto di vista teologico, nessuno "si auto-dà" un sacramento (nemmeno gli sposi, checché ne dica l'abbreviazione: "si sposa". Semmai "io sposo te", "tu sposi me", "io sono sposato/a da te", "tu sei sposato/a da me"... e comunque alla fine Colui che unisce è lo Spirito Santo!).
Dal punto di vista pedagogico-spirituale: in fondo passa l'idea che il principale soggetto sia il singolo ("decide di farsi prete") e che l'esito sia più statico ("si è fatto prete") che dinamico (perché, per chi, chi, verso dove).
don Chisciotte Mc

Ogni giorno la tragedia quotidiana... che paga e passa!

Un orrore al giorno leva il rimorso di torno 
di Antonio Scurati 
Nella primavera del 2007 è accaduto che molti cittadini degli Stati Uniti d’America, comodamente seduti ai tavolini di Starbucks, abbiano sorseggiato il loro finto espresso macchiato-caldo mentre leggevano di corpi dilaniati su cui volano sciami di mosche «talmente eccitate e intossicate che vanno a morire gettandosi nelle pozze di sangue». Il libro più venduto negli Stati Uniti nella primavera del 2007 fu, infatti, Memorie di un bambino soldato, di Ishmael Beah, in cui l’autore rievocava la sua adolescenza di guerriero e assassino, arruolato a forza dai ribelli durante la guerra civile del 1993 in Sierra Leone. Beah aveva tredici anni quando, nel silenzio della comunità internazionale e dei mass media, i ribelli s’impadronirono della zona diamantifera e v’instaurarono un regno del terrore, amputando gambe, braccia, orecchie e naso a più di trentamila persone. Quattordici anni dopo, le sue memorie appaiono in Usa con un’impressionante prima tiratura e scalano immediatamente le classifiche di vendita. Perfino la catena Starbucks, uno dei simboli internazionali dell’iperconsumismo gaudente - pur vendendo caffè, non libri - ne prenota 100.000 copie. Come si spiega un paradosso del genere? Con un risveglio della coscienza di un popolo fino ad allora indifferente alle tragedie africane e poi, tutto a un tratto, attento e partecipe?
Salman Rushdie ha una sua spiegazione per lo straordinario successo che, sempre più spesso, ottengono negli Stati Uniti e nel resto del mondo occidentale i libri che raccontano le sofferenze di popolazioni coinvolte in guerre o in tragedie umanitarie lontane e dimenticate: gli occidentali sopperirebbero al loro bisogno di sapere, disatteso da giornali e tv, ricorrendo alla letteratura. Auguriamoci che Rushdie abbia ragione, ma qualcosa non torna nella sua spiegazione.
È risaputo, oramai, che i criteri di notiziabilità - quel complesso di 

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