Senza alcun monopolio

«Non è il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. (...) È illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente».
papa Francesco, Lettera al card. Ouellet, 19 marzo 2016

No al clericalismo che ci affligge

«Il clericalismo... non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come “mandatario” limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi  e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati. (...) Abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”,  e abbiamo dimenticato, trascurandolo,  il credente che molte volte  brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi».
papa Francesco, Lettera al card. Ouellet, 19 marzo 2016

Una prospettiva diversa

«È al Santo Popolo fedele di Dio che come pastori siamo continuamente invitati a guardare, proteggere, accompagnare, sostenere e servire.  Un padre non concepisce se stesso senza i suoi figli. Può essere un ottimo lavoratore, professionista, marito, amico, ma ciò che lo fa padre ha un volto: sono i suoi figli. Lo stesso succede a noi, siamo pastori. Un pastore non si concepisce senza un gregge, che è chiamato a servire. Il pastore è pastore di un popolo, e il popolo lo si serve dal di dentro. Molte volte si va avanti aprendo la strada, altre si torna sui propri passi perché nessuno rimanga  indietro, e non poche volte si sta nel mezzo per sentire bene il palpitare della gente.
Guardare al Santo Popolo fedele di Dio e sentirci parte integrale dello stesso ci posiziona nella vita, e pertanto nei temi che trattiamo, in maniera diversa. Questo ci aiuta a non cadere in riflessioni che possono, di per sé, esser molto buone, ma che finiscono con l’omologare la vita della nostra gente o con il teorizzare a tal punto che la speculazione finisce coll’uccidere l’azione».
papa Francesco, Lettera al card. Ouellet, 19 marzo 2016

"I pastori devono rispettare il santo Popolo di Dio"

«Il Santo Popolo fedele di Dio è unto con la grazia dello Spirito Santo, e perciò, al momento di riflettere, pensare, valutare, discernere, dobbiamo essere molto attenti a questa unzione. (...) Papa Paolo VI usa un’espressione che ritengo fondamentale, la fede del nostro popolo, i suoi orientamenti, ricerche, desideri, aneliti, quando si riescono ad ascoltare e a orientare, finiscono col manifestarci una genuina presenza dello Spirito. Confidiamo nel nostro Popolo, nella sua memoria e nel suo “olfatto”, confidiamo che lo Spirito Santo agisce in e con esso, e che questo Spirito non è solo “proprietà” della gerarchia ecclesiale. (...) Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia. (...) È illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente».
papa Francesco, Lettera al card. Ouellet, 19.03.2016

La qualità delle relazioni

«Il vescovo è chiamato a suscitare e rafforzare la spiritualità di comunione con ogni mezzo nella sua Chiesa e nel suo presbiterio. (...) [La "Pastores gregis" (Esortazione post sinodale di Giovanni Paolo II, 2003) indica] la necessità di una "speciale qualità delle relazioni tra il Vescovo e i suoi presbiteri. Il Vescovo cercherà sempre di agire con i suoi sacerdoti come padre e fratello che li ama, li ascolta, li accoglie, li corregge, li conforta, ne ricerca la collaborazione e, per quanto possibile, si adopera per il loro benessere umano, spirituale, ministeriale, economico" (PGr 47)».
Giovanni Frausini, Il presbiterio. Non è bene che il vescovo sia solo, 209-210

Liberazioni

L'uomo che perde i pezzi...



«Il polpaccio, nella mia vita non è determinante, ne posso benissimo fare a meno. 
Quando mi è caduto, non me ne sono neanche accorto.
Ahi ahi ahi ahi
Perdo i pezzi, ma non è per colpa mia;
se una cosa non la usi, non funziona; 
ma che vuoto se un ginocchio ti va via,
che tristezza se un'ascella ti abbandona.
Che rimpianto per quel femore stupendo.
Ero lì che lo cercavo mogio mogio,
poi dal treno ho perso un braccio,
salutando; mi dispiace che ci avevo l'orologio.
Che distratto, perdo sempre tutto.
Passeggiavo senza stinchi col mio amore,
ho intravisto nei suoi occhi un po' d'angoscia;
io l'amavo tanto e ci ho lasciato il cuore,
ci ho lasciato - già che c'ero - anche una coscia.
A una festa con gli amici ho perso un dito:
ve l'ho detto di non stringermi la mano.
Son rimasto un po' confuso e amareggiato 
quando ho visto

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Nostalgia

«Mio Dio, perché hai inventato la morte, perché hai lasciato succedere una cosa simile, è così dolce la vita sulla terra. Bisognerà che il tuo paradiso sia splendido, perché la mancanza di questa vita terrestre non si faccia sentire, bisognerà che tu abbia del genio per darmi una gioia così pura come quella dell’aria fresca d’un mattino di aprile, sì, bisognerà che tu abbia molto talento, e quindi molto amore, perché nel tuo paradiso non affiori nessuna nostalgia di questa vita ferita, meschina, muta».
Christian Bobin, Autoritratto al radiatore

Se accetto il silenzio

Silenzio. Il presupposto del dialogo 
di Nunzio Galantino 
Silenzio. Nella definizione di silenzio che ne dà l'Enciclopedia Treccani, si legge: «Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o che caratterizza una determinata situazione». (...) Il silenzio non corrisponde soltanto all'assenza d iriproduzione di suoni o alla sua degenerazione in rumore. Il corpo come principale protagonista del suono e antagonista del silenzio, perché il nostro sforzo di annullare il suono non può essere mai appagato fino a quando c'è un cuore che pulsa e un naso che respira. (...) Il silenzio invece è anche parte integrante ed è grembo per ogni autentica relazione Io-Tu. Il dialogo che matura in un contesto di silenzio implica che io prenda su di me la risposta dell'altro con responsabilità. Prendere su di sé la responsabilità di un incontro significa innanzitutto tener testa all'ora che ci viene incontro, a ciò o a colui per mezzo del quale la parola ci viene rivolta, accorgersi dell'avvenimento che sta per accadere e capire che quella parola è rivolta proprio a me. Il silenzio accolto e vissuto trasforma il «rispondere a...» in un «rispondere di...». Silenzio e assunzione di responsabilità sono le condizioni basilari nel dialogo, per cui il silenzio autentico non è un defilarsi nell'abitudine o nel disimpegno. Il silenzio, in una relazione dialogica, è una realtà che, col suo esserci o non esserci, spinge ad agire o non agire.
Se accetto il silenzio, l'altro non smette di esistere. Il silenzio autentico mi prepara ad accettare il suo punto di vista, ma anche la sua persona, e mi spinge a collaborare alla sua realizzazione. Ponendomi in dialogo con la persona che entra in relazione con me io la accetto, «la combatto come partner, la confermo come creatura e come creazione, confermo anche ciò che mi si oppone come ciò che mi sta di fronte» (Martin Buber).
in “Il Sole 24 Ore” del 20 marzo 2016

Vincitori e vinti


Niccolò Fabi - Ha perso la città

Hanno vinto le corsie preferenziali.
Hanno vinto le metropolitane
Hanno vinto le rotonde e i ponti a quadrifoglio
alle uscite autostradali.
 
Hanno vinto i parcheggi in doppia fila,
quelli multi-piano vicino agli aeroporti,
le tangenziali alle 8 di mattina e i centri commerciali
nel fine settimana.
 
Hanno vinto le corporazioni infiltrate nei consigli comunali,
i loschi affari dei palazzinari,
gli alveari umani e le case popolari,
i bed & breakfast affittati agli studenti americani.
Hanno vinto i superattici a 3.000 euro al mese,
le puttane lungo i viali sulle 

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Facce immusonite

L’acredine che ci toglie il sorriso 
di Claudio Magris 
Messa pasquale ad Aurisina, in sloveno Nabrežina, piccolo vivace borgo sul Carso in provincia di Trieste. Il parroco, nella sua omelia, parla di resurrezione, quella di Gesù e quella interiore offerta ad ognuno, la rinascita spirituale che dovrebbe rinnovare la persona e darle gioia, come prescrive Gesù: «La vostra gioia sia piena». Ma se mi guardo intorno, se guardo voi — continua il parroco, sporgendosi un po’ dal pulpito — non vedo facce da resurrezione, ma piuttosto da calvario, tristanzuole e ingrugnite.
Il parroco ha ragione di pigliarsela con la musoneria delle nostre facce, più frustrate e diffidenti che aperte e gioiose. Egli sa bene che ci sono tante ragioni, personali e collettive, che gettano un’ombra su un viso e lo segnano di cicatrici spirituali — dolori, angosce, malattie, solitudini, difficoltà d’ogni genere. Non è certo con le sofferenze della sua gente che se la prende il parroco, perché sa che la fede è chiamata a lenire e a combattere le ferite del corpo e del cuore e forse talora nasce da quelle ferite. Ma quell’opaca acidità delle nostre facce non è solo espressione di dolore o di disagio.
È l’acre risentimento di chi si rode per ciò che non ha anziché allietarsi di ciò che ha; di chi non si sente adeguatamente considerato; del vice direttore non ancora promosso a direttore e più aspramente insoddisfatto, nonostante il suo più cospicuo stipendio, dell’impiegato a lui sottoposto; dello scrittore incattivito perché ha ricevuto un premio ma non un altro più importante; del partner che si sente incompreso e non si chiede, come non se lo chiede quasi nessuno di noi, se non è lui o lei a non comprendere l’altro. Il risentimento, hanno detto grandi filosofi, è talora una chiave della storia, individuale e generale.
Quel parroco sta inconsapevolmente e non a torto rivalutando la fisiognomica, spesso giustamente vituperata per certe sue implicazioni razziste. C’è una bocca acida — da mal de panza, si dice a Trieste — che non è sempre sofferta esperienza del dolore, bensì orgogliosa riluttanza a sentirsi compresi e appagati, a differenza di quel personaggio ricordato da Isaac Bashevis Singer nelle sue memorie d’infanzia, un povero diavolo sul cui volto «c’era sempre un’espressione di appagamento». Massimo il Confessore, teologo e martire cristiano del settimo secolo, diceva che la cupezza e la tristezza celano talvolta consapevole o inconsapevole rancore. Le grandi fedi religiose conoscono bene l’abisso del dolore, il sudore di sangue della disperazione, ma non si crogiolano in essi, bensì amano l’allegrezza: la serenità buddhista, la letizia francescana, il Veggente di Lublino, un santo ebraico-orientale, che amava un peccatore impenitente perché questi, nonostante ogni caduta, aveva conservata intatta la gioia.
La Messa è finita, andate in pace. Solo quando sei capace di ridere, diceva una scritta che avevo letto più di trent’anni fa sulla porta del duomo di Linz, hai veramente perdonato.
in “Corriere della Sera” del 14 aprile 2016

Sarebbe già una grande cosa!



"Accontentiamoci di far riflettere,
non tentiamo di convincere".

Georges Braque

Cercano lo spazio che le completerà

«Ho allevato gazzelle a Juby. Laggiù, tutti abbiamo allevato gazzelle. Le rinchiudemmo, in una capanna recintata da un graticolato, all’aperto, perché le gazzelle hanno bisogno della libera circolazione dei venti, e non vi è nulla di più sensibile di loro. Tuttavia, catturate giovani, esse rimangono in vita e brucano dalla vostra mano. Si lasciano accarezzare e tuffano il loro muso umido nel palmo della vostra mano. E si crede di averle addomesticate [...]. Ma viene il giorno in cui le ritrovate mentre premono con le loro piccole corna contro lo steccato, nella direzione del deserto. Sono calamitate. Non sanno che vi sfuggono. Bevono il latte che portate loro. Si lasciano ancora accarezzare, spingono ancora più affettuosamente di prima il loro muso nel vostro palmo… Ma, appena le lasciate, vi accorgete che, dopo una sgroppata apparentemente felice, ritornano contro il graticolato. E se non intervenite, rimangono là, non cercano neppure di lottare contro l’ostacolo, ma si limitano a premervi contro, la nuca abbassata, con le loro piccole corna, finché muoiono. [...] Quel che cercano, lo sapete, è lo spazio che le completerà. Esse vogliono diventare gazzelle e danzare la loro danza. A centotrenta chilometri all’ora vogliono conoscere la fuga rettilinea, interrotta da piccoli balzi, come se qua e là scaturissero dalla sabbia delle fiamme. [...] Le guardate e pensate: “eccole prese dalla nostalgia”. La nostalgia è il desiderio di chissà che cosa… L’oggetto del desiderio esiste, ma non ci sono affatto parole per esprimerlo».
Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini (1939)

Settore mai in crisi

Spese militari aumentano, l’Italia al 12esimo posto
di Emanuela Citterio
Nel mondo le spese militari ammontano a 1676 miliardi di dollari, il 2.3% del Prodotto interno lordo di tutto il mondo, e sono in aumento. Lo rivela il Report del Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI).
 
Nel 2015, le spese militari sono aumentate del 1% a livello mondiale in termini reali, il primo aumento dal 2011. In Europa il dato più significativo è l’inversione di tendenza rispetto al calo della spesa militare registrato negli ultimi sei anni. L’Italia è al dodicesimo posto fra i quindici Paesi che spendono di più in acquisto di armamenti (23,8 miliardi nel 2015).
 
La spesa dell’Europa occidentale è scesa del 1,3%, ma questo è stato il più basso tasso annuale dall’inizio del recente calo della spesa, che ha avuto inizio nel 2009. Il Regno Unito, Francia e Germania hanno tutti piani annunciati per modesti incrementi di spesa negli anni a venire.
 
Solo in Europa centrale la spesa è cresciuta del 13%. Ci sono stati particolarmente forti aumenti nei paesi confinanti con la Russia e l’Ucraina – cioè Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia – che sono quelli più preoccupati per le intenzioni della Russia dopo la crisi in Ucraina.
 
«Le spese militari nel 2015 presentano tendenze contrastanti – ha detto Sam Perlo-Freeman, coordinatore del rapporto del SIPRI -. Le tendenze di spesa riflettono l’escalation dei conflitti e la tensione in molte parti del mondo e riflettono i rapporti tra la crisi del prezzo del petrolio e le spese militari: questa situazione economica e politica instabile crea un quadro incerto per gli anni a venire».
 
Gli Stati Uniti, nonostante un taglio del 2,4% nel 2015, si confermano in testa alla classifica con 

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Felice conferma

Don Fumagalli: Amoris laetitia, un testo con “l’odore delle pecore”
Una lettura dell’esortazione sulla famiglia proposta dal teologo
 
La gioia del vangelo ha indotto papa Francesco a promuovere una «nuova “uscita” missionaria della Chiesa»(1) e a incamminarla sulla strada della famiglia, già indicata da Giovanni Paolo II come «la prima e la più importante» strada sulla quale la Chiesa è chiamata ad accompagnare il cammino quotidiano degli uomini(2). 
 
A conclusione del processo sinodale scandito dalle due tappe del Sinodo dei Vescovi, l’Assemblea straordinaria dell’ottobre 2014 e l’Assemblea ordinaria del 2015, papa Francesco ha riproposto, instancabile, il suo appello a proseguire il cammino comune: «Per la Chiesa concludere il Sinodo significa tornare a “camminare insieme” realmente per portare in ogni parte del mondo, in ogni Diocesi, in ogni comunità e in ogni situazione la luce del Vangelo, l’abbraccio della Chiesa e il sostegno della misericordia di Dio!»(3). 
 
A seguito del duplice Sinodo dei Vescovi, la Chiesa attendeva il passo autorevole del papa, affinché il cammino comune fosse confermato nella strada da percorrere. Il passo del papa non si è fatto attendere a lungo e può ora essere apprezzato nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, che fin dall’incipit evoca l’enciclica programmatica di papa Francesco, l’Evangelii Gaudium, e si presenta come la sua declinazione in chiave familiare.  
 
Amoris Laetitia è una felice conferma dell’innovativo Magistero pastorale di 

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Dio è Colui che fa

Gesù infinito brevissimo 
di Mauro Pesce
Dio è universale, è infinito. Così siamo abituati a pensare. (...) Radicalmente diversa è la percezione ebraica di Dio. L’ebraismo non ha inventato la filosofia, come i greci. Ha inventato la profezia. Per i profeti della Bibbia ebraica, Dio non viene concepito mediante concetti, né percepito mediante il senso della dipendenza o del bisogno di annegarsi nel Tutto. Viene visto nella sua azione. Dio è colui che fonda la tua libertà e ti dà un compito. Nel momento stesso in cui lo percepisce, il profeta conosce di essere da lui inviato a compiere il suo libero dovere etico. Tu non ti annulli in lui. Se hai una percezione di Dio, è perché Dio ti manda a fare qualche cosa.
Gesù è un ebreo e ragiona ebraicamente. Per lui, Dio è colui «che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45). Da questa percezione di Dio non deve scaturire solo un pensiero, ma un’azione che cambi la vita in modo radicale. Se Dio è colui che fa piovere sui buoni e sui cattivi, la conseguenza è subito di carattere etico: “amare i nemici” («amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste» Mt 5,44-45). Dall’azione universale di Dio deriva un’azione universale dell’uomo. L’infinità di Dio, secondo Gesù, va agita, non pensata. E ciò nella contraddizione e nel particolare. (...) Credere a Dio non è elaborare un concetto astratto. Dio è universale, ma per l’ebreo Gesù ciò non si traduce in un’universalità pensata. Dio è universale perché regnerà universalmente (un’universalità agita). Il singolo ebreo deve agire l’universalità di Dio che regna, non pensarla. E può realizzarla in pieno rimanendo all’interno della sua singolarità: cioè convertendosi. Sarà Dio a mettere in atto la propria universalità. (...) Ognuno è racchiuso nella propria particolarità. Per uscire da essa e adeguarsi all’universalità di Dio bisogna farla agire nell’individualità. Quando questo accade, nasce il conflitto con tutto ciò che racchiude il singolo entro i confini dei propri interessi. Non si può ubbidire a Dio, se si mantiene l’interesse per la propria famiglia. Gesù perciò esige il distacco dal nucleo domestico, la rinuncia al lavoro, la vendita di tutto quello che si possiede. Gesù colloca la bomba dell’universalità di Dio all’interno delle strutture fondamentali della società. Pensare l’infinità di Dio è per lui del tutto inutile. Essa è per Gesù l’azione di Dio che regna. (...)
in “Settimana-News” - www.settimananews.it” del 25 marzo 2016

Preferire la vita

Un video efficace! Quando si guida, preferire la vita (propria e altrui) rispetto all'uso dello smartphone.

Ogni tipo di potere... anche quello ecclesiastico



«Anche qui abbiamo dei personaggi che sono personaggi della risurrezione. Qui abbiamo gli uomini del potere e le guardie sorprese dall'evento che le ha sconvolte. Cosa suggeriscono questi personaggi? Mi pare che suggeriscano che il potere si fonda sulla paura: la paura di essere messo in discussione; la paura che quello che è stato propagato come versione ufficiale venga smentita. E dunque il potere induce alla menzogna e induce a dire le cose che sono state preparate per rassicurare che tutto va avanti come prima e che il potere dunque conserva il suo ruolo. Il potere impone la menzogna attraverso la corruzione: una buona somma di denaro basterà perché questi soldati, testimoni della risurrezione, diventino invece uomini che attestano quello che non hanno visto e che confermano la versione ufficiale. Il potere si inserisce della storia umana talvolta come un pericolo, come una minaccia, come una menzogna e così impedisce di conoscere la verità che salva. Ci vuole un grande coraggio, una grande onestà perché la verità non venga taciuta».
mons. Mario Delpini, commento al vangelo di Mt 28,8-15 (29 marzo 2016)
 
 

Un dolce significato

Perché il dolce di Pasqua ha la forma della colomba
La regina Teodolinda era bellissima; come solo una regina può esserlo. Il suo abito di lino era decorato da tante balze colorate, e le fibule d’oro splendente illuminavano la sua veste di riflessi luminosi. L’occasione era delle più importanti, e la regina dei Longobardi aveva fatto del suo meglio, per presentarsi agli ospiti in tutta la sua potenza.
E San Colombano non era da meno. La vesta bianca era semplice e logora, e il monaco irlandese non risplendeva certo dell’oro dei gioielli. Ma c’era qualcosa nel modo in cui avanzava, e in cui si guardava attorno entrando a corte, che conferiva a lui e al suo seguito una regalità che andava ben oltre alle ricchezze terrene. La corte di re Agilulfo trattenne il fiato, quando il leggendario Colombano varcò la soglia del palazzo; e la regina Teodolinda gli sorrise d’un sorriso cortese, alzandosi in piedi per salutarlo.
Aveva tanto desiderato, Teodolinda, di incontrare quel Santo monaco. Ne aveva sentito parlare in lungo e in largo: la fama della sua santità si stava spargendo per tutta Europa. E, non appena aveva saputo che Colombano era entrato nel suo regno, aveva fatto di tutto per poter godere dell’onore di averlo come ospite. Ora Colombano era lì, davanti ai suoi occhi, nella regia città di Pavia; e Teodolinda gli sorrise di timida gratitudine, dando ordine che ai suoi ospiti fosse servito il pranzo.
Colombano e i suoi monaci avevano viaggiato per tutta la mattina; adesso era tardi: era ora di pranzare. E Teodolinda, come chi sa di avere al suo tavolo un ospite importantissimo, aveva dato ordine che a quei monaci fosse servito un pranzo regale: intingoli profumati e carni arrostite facevano bella mostra di sé sulla tavola, e si mescolavano a paste ripiene e salsicce aromatizzate, accompagnate da vassoi interi di cacciagione fresca. Un normale cittadino dell’Italia longobarda, verosimilmente, non avrebbe mai visto così tanta carne in tutta la sua vita: alcuni dei monaci di Colombano, abituati alla povertà e al digiuno, sgranarono visibilmente gli occhi, alla vista di tutto quel ben di Dio. Colombano ringraziò i monarchi con un segno del capo, e poi si sedette ordinatamente a tavola.
Il banchetto ebbe inizio, e tutti gli invitati si gettarono voracemente sul loro pasto. Solo i monaci irlandesi se ne stavano perfettamente immobili, senza 

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Quando si fanno certe cose...

«Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l'azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde!». 
Alberto Moravia, Racconti romani

Convertire lo sguardo

«La bellezza è irradiazione, come una luce che non è ricevuta unicamente dall’esterno, ma che promana dal corpo stesso. Ciò che appare suggerisce un’altra dimensione, una profondità. (...) Lo sguardo che parte dal cuore e va verso la persona - è, per eccellenza, lo sguardo d’amore - sa cogliere la bellezza propria di ciascun corpo, di ciascun volto».
Xavier Lacroix, Il corpo e lo spirito, 16
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