«Provo sfiducia nei confronti di un immaginario un po’ troppo caloroso, romantico, “zuccherato”. Natale non è una bella storia, un bel sogno. A Natale, vedo venirmi incontro un neonato che, già, è mio maestro. Un bambino che sta per darmi da mangiare come si dà da mangiare a un neonato. Un bambino che sta per insegnarmi verità elementari. Sta per insegnarmi che da un lato ci sono strategie, calcoli, forza, potenza, gelosia, denaro. E che, all’opposto, ci sono attenzione all’altro, dimenticanza di sé, apertura, bontà, dono. A Natale giunge un bambino che ci renderà la vita impossibile, ma senza quest'impossibile, non c’è assolutamente niente».
Christian Bobin

Angelo Branduardi ha pubblicato un nuovo album intitolato Il cammino dell’anima, ispirato al pensiero e ai testi della mistica Hildegard von Bingen.
L’articolo, innanzi tutto ricorda la peculiarità della ricerca che accompagna tutto il percorso artistico di Branduardi e la sua partico­lare sensibilità nei confronti della Sacra Scrittura. A questa attenzione si possono ricondurre la sua partecipazione al film State buoni se potete, (1983), sulla vita di san Filippo Neri; e l’intima e appassionata riflessione musicale basata sulle cronache di san Fran­cesco d’Assisi, contenuta nell’album L’infinitamente piccolo (2000).
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/il-cammino-dellanima-di-angelo-branduardi/

«Quando vuole demolire un atteggiamento religioso formalistico, i cui tratti caratteristici sono la rigidezza e la superficialità e la cui preoccupazione esclusiva e ossessiva è data dalla legalità, il Cristo non esita ad adottare l'ironia più graffiante, il sarcasmo più tagliente, addirittura un linguaggio realista».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 249



Mi domando sempre come mai "noi" non riusciamo a creare linguaggi così efficaci per comunicare...

«Le storie le capisci dai finali.
E alla fine arrivarono i Magi: uomini di cultura, sapienti. Teologi e studiosi.
Si mossero all’apparire della stella. Il segno. Tutti aspettavano il Re dei Giudei e loro intuiscono che il tempo è arrivato.
I pastori hanno bisogno di essere svegliati dagli angeli. Loro no. Hanno dalla loro anni di ricerche a scrutare, a studiare e interpretare i fenomeni e quando colgono qualcosa di diverso si mettono in viaggio. Escono.
All’appuntamento con la Storia non vogliono mancare.
Vanno ovviamente alla reggia, il posto scontato dove trovare un re, e chiedono lumi ad Erode: "Dov'è il re dei Giudei? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo".
Erode, il re, non capisce ma intuisce di avere un problema e prova a renderli complici. La stella li porta a una stalla. Nulla di regale.
I testi sacri dicono solo che portarono a conclusione la loro missione e ‘Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese’.
Mettono in salvo il bambino disobbedendo all’ordine del re. Fanno questo di rivoluzionario: disobbediscono al re e si affidano a un sogno. Il senso del loro partire è tutto in quel disobbedire al potere.
Per questo un Natale, magari proprio questo Natale, dovremmo provare a partire da loro. Per imparare a scrutare e scansare i segni del potere e a seguire il potere dei sogni.
È questione di audacia. Per alcuni anche di fede. Che ha come simboli una mangiatoia e una croce.
Segni di sogni spiazzanti.
Questi i nostri Auguri».
La Meridiana, 25.12.2019

Quando il saggio (papa Francesco) indica la luna (ed è più che chiaro ciò che lui indica!),
lo stolto (o l'incapace o il connivente?) si ferma a disquisire sul dito.
don Chisciotte Mc, 191223

«Il Cardinale Martini, nell’ultima intervista a pochi giorni della sua morte, disse parole che devono farci interrogare: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. [...] Solo l’amore vince la stanchezza»[20].
Il Natale è la festa dell’amore di Dio per noi. L’amore divino che ispira, dirige e corregge il cambiamento e sconfigge la paura umana di lasciare il “sicuro” per rilanciarci nel “mistero”».
papa Francesco, auguri alla curia romana, 21.12.2019

Se non sbaglio, nessun arcivescovo di Milano ha mai citato espressamente queste parole di padre Martini.

Convertire la nostra preghiera
di Patrick Royannais
«Il vangelo dice il contrario: è in nome di Dio che bisogna pensare che Dio non risponde alla preghiera. (...) Che cosa intendiamo per risposta di Dio, che cosa ci aspettiamo come risposta di Dio? Noi interpelliamo Dio? Non è forse lui colui che per primo ci ha amati (1Gv 4,19)? Dio può essere colui che risponde, se è lui che è la sorgente? Nella domanda stessa, la nostra preghiera è risposta. Siamo noi che rispondiamo al suo amore. La preghiera non è tanto dialogo con Dio quanto risposta a Dio. Le nostre richieste sono un luogo per scoprire che gli rispondiamo.
Siamo lontani dall'atteggiamento pagano che cerca di ottenere da un dio onnipotente e che teme benefici o protezioni concessi più o meno arbitrariamente. Il vangelo è conversione, ci "mette sottosopra", capovolge la nostra concezione della preghiera. Siamo invitati a convertire in senso evangelico la nostra pratica e la nostra concezione della preghiera. (...)
Se l'eucaristia è il modello della preghiera, dovremmo notare che, come azione di grazie, è risposta a Dio a cui diciamo grazie. (...)
La preghiera, del resto, non è la nostra preghiera. È quella di Cristo. È lui l'orante, l'unico orante. Noi ci rivolgiamo al Padre tramite Cristo nello Spirito. È Gesù la strada. (...)
Siamo in una società e in una Chiesa dove l'inflazione del soggettivismo fa di ciascuno una fonte autonoma di pensiero, volontà e azione. Ma pregare, essere cristiani - sempre al plurale - è essere membri del corpo di Cristo. La preghiera ci fa entrare in una comunione, è comunione con l'insieme dell'umanità, corpo di Cristo. (...)
Siamo invitati a esporci a Dio, come ci si espone al sole. Lasciati guardare da Cristo, dice ancora un canto. Rimani alla sua presenza. (...)».
in "baptises.fr" del 18 ottobre 2019 (traduzione: www.finesettimana.org)

«La convivenza civile è figlia del credere gli uni negli altri. Non si tratta di credere che l’umanità sia naturalmente buona o che un nuovo assetto politico e sociale metta fine alla malvagità, bensì di credere nelle possibilità di umanizzarsi sempre di più, di contrastare l’ingiustizia e la violenza, di trovare vie di pace e di libertà che non escludano nessuno ma, anzi, tengano particolarmente conto dei deboli, dei meno muniti e difesi, sempre presenti nella società.
Nessuna concorrenza tra la fede dei credenti cristiani nel loro Dio e la fede nell’uomo, anche perché quest’ultima è sempre volontà di fraternità universale e principio di speranza, come affermava Ernst Bloch. In verità, secondo il messaggio cristiano, solo su una trasparente fede nell’uomo si può innestare la fede in Dio, perché, se non c’è la fede negli uomini e nelle donne che si vedono, non si può avere fede in un Dio che non si vede.
Questa fede-fiducia negli umani è generata dal guardare il volto dell’altro, dall’ascoltare l’altro, dalla mano tesa che attende di essere stretta; non sta nell’ordine delle idee, ma proviene dal vissuto, dall’esperienza. Il primo compito di chi in-segna è dunque quello di trasmettere fiducia, di fare fiducia, mostrando in prima persona di essere affidabile».
Enzo Bianchi, 2.12.2019
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2019/12/enzo-bianchi-lo-stretto-legame-tra-fede.html?fbclid=IwAR1nZVk_lzjSxvlMUOqDwDOs0yeRxnhmal0ikmiq8VIFTjSRaGclMfJBYD8


«Bisogna trovare, in mezzo ai piccoli pensieri che ci danno fastidio, la strada dei grandi pensieri che ci danno forza».
Dietrich Bonhoeffer

«Come in una letale reazione chimica, quattro parole innocue possono mutarsi in una parolaccia: "Abbiamo sempre fatto così". Il seguito è sottinteso: dunque non c'è alcun motivo per cambiare né abbiamo alcuna intenzione di farlo. La frase viene annodata come un cappio al collo di chi ha osato proporre un cambiamento: nell'azienda, nel partito e nel sindacato, nell'associazione, nel gruppo di amici, in parrocchia, nella Chiesa. Al lavoro o nel tempo libero. Accade, per fortuna, che a qualcuno venga un'idea nuova che a lui pare brillante, perché potrebbe risolvere un problema ritenuto irrisolvibile, o migliorare la produzione e la vita in comune, facendo guadagnare tempo, risparmiare fatica e perfino dare gioia. Idee simile sgorgano di continuo, è sicuro. Ma poche riescono a sopravvivere perché strangolate in culla: "Abbiamo sempre fatto così". Discorso chiuso. Per Grace Murray Hopper, matematica americana celeberrima in patria e tra gli informatici, è addirittura "la parola più pericolosa in assoluto". (...)
La maggioranza della gente è conservatrice. Una volta costruito il proprio bozzolo, il posto di lavoro, il ruolo, la mansione, la direzione di qualcosa, investono ogni energia per conservarla così com'è, e ogni novità è una minaccia. Se sono un gruppo, smettono addirittura di pensare per evitare che sorga un'idea nuova: tante teste, nessun cervello. Oppure sono attanagliati dal terrore della privazione: chi introduce la novità vuole il mio posto? La novità causerà un cambio nell'organizzazione a mio danno? Altra reazione frequente: sì, bello, ma tanto non funziona.
Nei casi estremi, in certi ambienti la creatività è avversata come sinonimo di anarchia, disordine, baratro. L'inventiva è bizzarria e disorientamento. Nulla deve cambiare mai. Non capiscono, costoro, che ogni struttura composta da individui che si danno un obiettivo – azienda, famiglia, impresa, associazione sportiva o di volontariato, parrocchia... – si regge sull'equilibrio della bicicletta. Se la bicicletta sta ferma, cade (...)».
di Umberto Folena, "Avvenire" 1.12.2019

L'equivalente greco del latino mitis (dolce, tenero, maturo) - riferito a un frutto, ma detto anche di una persona - èpràos, riferito a un cavallo domato, mansueto. Lo si dice però anche di un uomo. (...) La parola greca non descrive tanto la gentilezza o la mansuetudine esteriore, quanto la pacificazione interiore; non il modo di comportarsi di una persona, ma il suo atteggiamento interiore. (...) La persona mite è una lottatrice. Non si arrende di fronte alle ingiustizie e alla prevaricazione perché i miti non sono i rassegnati, i rinunciatari o i remissivi. Piuttosto che un rifugio consolatorio, la mitezza è una qualità umana attiva, che domanda il mettersi in gioco come persone e non come personaggi. Non avendo rinunziato alla ragione, la persona mite la fa valere con fermezza e audacia, senza ricorrere alle armi della tracotanza dei gesti e della prepotenza delle parole.
Si impara la mitezza e si cresce in essa misurandosi con perseveranza con quanto la vita pone sulla propria strada. Questo esercizio fa della mitezza il frutto maturo di ascesi e di conquista. Espressione di una grande libertà interiore, che permette di accostarsi alla realtà e agli altri senza pregiudizi. (...)
«L'uomo mite - diceva Martini - è colui che, malgrado l'ardore dei suoi sentimenti rimane duttile e sciolto, non possessivo, interiormente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà».
Nunzio Galantino, in "Il Sole 24 Ore " del 8 dicembre 2019


«Il #censis non mi ha telefonato ma volevo dire che io sono tra quegl'italiani che al "potere" vogliono l'uomo debole. #sondaggi #debolezza #uomoforte #potere #fecitpotentiam #sapevatelo»
don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa, 7.12.2019


«Abbiamo costruito un cristianesimo nel quale non è più Gesù a dirci come è la religione, ma è la religione che ci dice come è Gesù. E allora, è successo che la religione di tutta la vita è il filtro, la griglia ermeneutica che ci dà l’interpretazione di Gesù e che ci spiega come dobbiamo intendere Gesù. Il risultato è che la religione ha deformato Gesù e lo ha deformato fino al punto da renderci incapaci di capire Gesù, la sua persona, la sua vita e il suo messaggio».
Josè Maria Castillo, L’umanizzazione di Dio

«Ci sono stelle la cui luce arriva a noi dopo migliaia di anni. Qualcosa di simile capita per la parola di Gesù. Certe verità sprigionano all'improvviso la loro luce, e noi ce ne sentiamo invasi soltanto a contatto con un determinato evento storico. Si direbbe che il tempo strappa al Vangelo la sua luce.
Chi vive staccato dal proprio tempo, chi ne ignora, per un male inteso spiritualismo, le ansie, le angosce, i problemi, le caratteristiche, le esigenze, gli avvenimenti, rischia di mettersi fuori del Vangelo, di non comprenderlo in tutta la sua estensione e in tutta la sua ricchezza. (...)
Esiste una meravigliosa reciprocità. Il Vangelo è in grado di illuminare i problemi di ogni tempo. Ma possiamo anche dire che i problemi di una determinata epoca storica illuminano il Vangelo, lo chiariscono, lo approfondiscono in tutti gli aspetti, lo sollecitano a produrre sempre nuova luce.
Chi si taglia fuori dalla vita, si taglia fuori dalla comprensione del Vangelo. Staccandolo dalla vita. Non c'è peggior tradimento della verità: confinarla in un mondo astratto, staccandola dalla vita. Come se su certe verità incollassimo un'etichetta: «Impossibile». Cose bellissime, poesia insuperabile, ma la vita pratica sarebbe un'altra cosa.
Molto meglio combattere apertamente una verità, piuttosto che relegarla nel limbo delle cose senza rapporto con la vita».
Alessandro Pronzato, "Vangeli scomodi", 247


«Il pittore Arcabas, nell’olio su tela “L’annonce fait a Marie”, se ne era accorto: traduce infatti in pittura quei tratti che in una relazione tra due persone dicono la presenza di un affetto. Nell’opera, l’angelo sembra essere arrivato di corsa in casa di Maria dopo un lungo viaggio, sfiancato: la mano sinistra è floscia e con la destra si tiene il collo, come quando un uomo ha il fiatone per aver fatto una sfacchinata, o è in apprensione perché in attesa di un responso. Affaticato o preoccupato che sia, non si regge in piedi e un ginocchio cede; forse sta pensando: “Finalmente t’ho trovata!”, e dalla sua bocca il pittore fa uscire un sospiro; oppure sta vivendo un tormento: “Dirà di sì? Dirà di no?”, e dalla bocca esce timore. (...) L’angelo non ha occhi se non per lei, per dire che tutto lo sguardo di Dio è per Maria: il suo desiderio vuole raggiungere proprio quella ragazza ritratta seduta, ma senza la sedia. Maria rimane “sospesa per aria” davanti alla voce, al viso, al corpo e al fiato dell’angelo: come ogni ragazza giovane, anche lei “vola” perché si sente desiderata. (...) Maria nello spazio della sua libertà si fida dell’annuncio dell’angelo e diventa Madre di Gesù ma anche di ogni credente, chiamato come lei a giocarsi la vita nella relazione con suo Figlio. Stando al dipinto, il cui pavimento a rombi ricorda una scacchiera, la prima mossa è stata fatta; tocca a ciascuno proseguire nella partita».
  di Paolo Tassinari, su FB 191207 


E' bella/o colei-colui che dà la vita per...
E' buona/o colei-colui che dà la vita per...
E' bello-buono (al femminile e al maschile) il genitore, l'allevatore, l'insegnante, l'operaio, l'educatore, lo sportellista, il bigliettaio, il carabiniere, la suora, il prete, l'allenatore, il meccanico, il contadino, il politico, il medico, il nonno... che dà la vita per...
don Chisciotte Mc 191207

«Il nostro vivere - in ogni giorno e non solo in avvento - deve rendersi attento nell'ascolto, protendendosi nell'attesa di Dio in ogni suo quotidiano svelamento. Ed è un modo di atteggiarsi e di essere che va al di là della preghiera e della sacra liturgia.
È un mettersi in ascolto delle cose più umili e degli eventi in apparenza più insignificanti che invece - tutti - significano la venuta di Dio, nei nostri giorni. Se non coltiviamo questo perenne ascolto è illusorio pretendere che esso si accenda all'improvviso allo scattar del calendario, sia pure liturgico. Occorre invece alimentare un modo di essere costante che, in avvento, si esalta e, dall'ascolto degli avventi di ogni giorno passa all'ascolto dell'avvento assoluto (e pur storico) della nascita terrena del Dio del cielo.
Il Natale, secolarizzato in un'umana celebrazione della natività, non è l'immagine, pur tenera, del bambino Gesù, nella sua culla di paglia, tra gli animali leggendari, Maria adorante e un Giuseppe invecchiato, per tranquillizzare i fedeli. E tanto meno è il folclore delle nostre luminarie, la coda che abbiamo aggiunto alla stella (il Vangelo non parla di cometa) e i presepi di cartapesta, coi fondali di carta e i paesaggi animati da presenze improbabili, con una collezione di arti e di mestieri esercitati stranamente nella notte. Anche i presepi che si allestiscono nelle nostre parrocchie sono spesso rappresentazioni pittoresche che ben poco hanno di storico e di sacro, per non dir poi di teologico».
Adriana Zarri

«Avvento: tempo di attesa in cui si sottolinea, si concentra e si rende specifico di una fase liturgica ciò che è un dato generico e diffuso dell'essere cristiani.
Che cos'è infatti l'atteggiamento del credente - per tutto il tempo dell'anno e della vita - se non l'attesa dell'incontro con Dio? Un'attesa che è stretta parente dell'ascolto e che ci rende attenti e disponibili al disvelarsi dell'eterno nel tempo.
Questo disvelarsi ha il punto culminante nell'Incarnazione in cui Dio - l'Assoluto - sceglie di farsi relativo, accettando la nostra contingenza. È il Verbo eterno che scende nella storia e nella geografia, nasce in un secolo preciso, in una determinata zona del globo; e la sua universalità passa attraverso questa parzialità. È quanto celebriamo nel Natale che commemora ciò che avvenne in un anno della storia, in una regione della terra. Ma è ciò che avviene, in un diverso modo, in ogni regione e in ogni giorno. E l'avvento è stagione perenne».
di Adriana Zarri

«"I preti sanno morire". Da giorni mi martella in testa il titolo dell’ultimo libro di don Mazzolari, scritto per onorare la memoria dei preti morti durante la Seconda guerra mondiale. Sanno morire anche oggi i preti nei Paesi in guerra e in quelli dove la pace è fragile. Sanno morire dentro, per i motivi più diversi, i preti sparsi per il mondo. Una morte mai disgiunta dal mistero immenso della resurrezione. Strana figura quella del prete, rinunciate a volerlo comprendere del tutto. (...) Mai contento, mai soddisfatto, mai sereno; sempre contento, sempre soddisfatto, sempre sereno. Sempre a portata di mano eppure inafferrabile. (...)
"Quel giorno", a piazzale Loreto non mi troverai; a tirare sassi alla donna adultera non ci sarò, e neppure a insultare in massa l’uomo colpevole solo della sua pelle diversa. Il grido della folla: 'Crocifiggilo!', mi fa paura, chiunque sia il condannato e quale che sia la ragione accampata. Il giorno in cui il reo riceverà la giusta pena, mentre gli altri brindano, volentieri resterò accanto alla sua vecchia mamma in lacrime. (...)
La Chiesa deve avere il coraggio di essere pazza. Pazza di amore, ostinata, testarda, povera, buona, disposta a imboccare sempre la strada più scomoda. A difendere sempre le cause dei perdenti. Sempre dalla parte degli ultimi. Nessuno ha chiesto a nessuno di diventare prete. Chi accetta di rispondere alla chiamata, però, deve essere disposto a salire sulla croce e diventare mistero a se stesso».
don Maurizio Patriciello, Avvenire 191120
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/noi-sempre-con-il-fardello-e-dalla-parte-dei-perdenti?fbclid=IwAR2g11bs_QLDchQNyDt3agus-aLezXjTw_WyfUB33yX3mvNTYj-mqoKAyuc

Non capisco perché delle persone sagge, disponibili, da sempre impegnate per il bene della propria comunità cristiana e magari anche con incarichi riconosciuti... debbano subìre l'imprevedibilità, la ignoranza, la arroganza dei ministri ordinati (vescovi, preti, diaconi).
Beh, una ragione ci sarebbe: perché esiste ciò che va contro il Bene... e anche i ministri ordinati non fanno sempre bene e spesso non svolgono la loro funzione.
don Chisciotte Mc 191202

«Come teologi provenienti da vari contesti e latitudini, voi siete mediatori tra la fede e le culture, e prendete parte in questo modo alla missione essenziale della Chiesa: l’evangelizzazione. Avete, nei confronti del Vangelo, una missione generatrice: siete chiamati a far venire alla luce il Vangelo. Infatti vi ponete in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese nelle diverse culture per portare alla luce aspetti sempre nuovi dell’inesauribile mistero di Cristo, in cui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3).  E poi aiutate i primi passi del Vangelo: ne preparate le vie, traducendo la fede per l’uomo d’oggi, in modo che ciascuno possa sentirla più vicina e sentirsi abbracciato dalla Chiesa, preso per mano lì dove si trova, e accompagnato a gustare la dolcezza del kerigma e la sua intramontabile novità. A questo è chiamata la teologia: non è disquisizione cattedratica sulla vita, ma incarnazione della fede nella vita. (...)
solo una teologia bella, che abbia il respiro del Vangelo e non si accontenti di essere soltanto funzionale, attira. E per fare una buona teologia non bisogna mai dimenticare due dimensioni per essa costitutive. La prima è la vita spirituale: solo nella preghiera umile e costante, nell’apertura allo Spirito si può intendere e tradurre il Verbo e fare la volontà del Padre. La teologia nasce e cresce in ginocchio! La seconda dimensione è la vita ecclesiale: sentire nella Chiesa e con la Chiesa, secondo la formula di sant’Alberto Magno: «In dulcedine societatis, quaerere veritatem» (nella dolcezza della fraternità, cercare la verità). Non si fa teologia da individui, ma nella comunità, al servizio di tutti, per diffondere il gusto buono del Vangelo ai fratelli e alle sorelle del proprio tempo, sempre con dolcezza e rispetto.
E vorrei ribadire alla fine una cosa che vi ho detto: il teologo deve andare avanti, deve studiare su ciò che va oltre; deve anche affrontare le cose che non sono chiare e rischiare nella discussione. Questo però fra i teologi. Ma al popolo di Dio bisogna dare il “pasto” solido della fede, non alimentare il popolo di Dio con questioni disputate. La dimensione di relativismo, diciamo così, che sempre ci sarà nella discussione, rimanga tra i teologi - è la vostra vocazione -, ma mai portare questo al popolo, perché allora il popolo perde l’orientamento e perde la fede. Al popolo, sempre il pasto solido che alimenta la fede».
papa Francesco alla Commissione Teologica Internazionale, 29.11.2019