Chi conosce le traiettorie delle mongolfiere?!

Le traiettorie delle mongolfiere
di Gianmaria Testa
Lasciano tracce impercettibili
le traiettorie delle mongolfiere 
e l'uomo che sorveglia il cielo 
non scioglie la matassa del volo 
e non distingue più l'inizio 
di quando sono partite,
sopra gli ormeggi e la zavorra sono partite
tolti gli ormeggi e la zavorra
sono partite.
A guardarle sono quasi immobili,
lune piene contro il cielo chiaro,
e l'uomo che le sorveglia
adesso non é più sicuro
se veramente sono mai partite
oppure sono sempre state lì senza legami,
colorate e immobili così.
Anche noi, anche noi
con gli occhi controvento al cielo
abbiamo cercato e perso
le tracce del loro volo
dentro le nuvole del pomeriggio
nei pomeriggi delle città
ma chissà dove é incominciato tutto, chissà.
Anche noi, anche noi
con le mani puntate al cielo
abbiamo inseguito e perso
le tracce del loro volo;
anche noi, anche noi
nelle nuvole del pomeriggio
nei pomeriggi delle città
ma chissà dove é incominciato tutto, chissà.

Per quando dovrai partire

Un aeroplano a vela
di Gianmaria Testa
Un transatlantico di carta ti regalerò 
quando dovrai partire 
e un capitano con le mani lo navigherà 
da questo a un altro mare.
Un transatlantico di carta ti regalerò 
e un aeroplano a vela 
ed un pilota con gli occhiali lo piloterà 
da questo a un altro cielo.
E un canarino canterino addomesticherò 
per le giornate scure, 
di quando il mare e il cielo dicono di no 
e non si può viaggiare.
Una bandiera senza segni ti regalerò 
quando dovrai partire 
e il vento forte di levante la sventolerà 
che si potrà vedere.
Una bandiera senza segni ti regalerò 
e una clessidra d'oro,
quando la sabbia del deserto la trascorrerà 
ti potrai riposare.
E un canarino canterino addomesticherò 
per le giornate scure,
di quando il vento e il tempo dicono di no 
e non si può tornare.

"In hoc signo"

«Ora è simbolo sacro, all’inizio era un patibolo, il palo di una condanna a morte. Fosse morto più tardi di pena capitale, la cristianità avrebbe avuto sugli altari una forca, una ghigliottina. Così va immaginata la croce ai suoi tempi. Così è grandiosa la forza visionaria che la rovesciò in hoc signo.

Lo strumento di morte dei Romani per esporre e umiliare il condannato, da arnese infame si è trasformato in piedistallo di gloria, riprodotto su bandiere e tombe. La croce si è piantata sul paesaggio. Su ogni cocuzzolo di montagna ce n’è una, messa a segnalibro tra la terra e il cielo, dove finisce la salita e deve cominciare la discesa. Di solito è spoglia, senza crocefisso e non la capisco, la vedo da lontano come un vaso senza fiore.
È il corpo del condannato a far fiorire il legno del patibolo, è il suo sangue di papavero a scacciare l’inverno. Il corpo crocefisso redime il legno e il nome della scotennata altura del Golgota.
Una croce senza corpo è una ics, un segno di pareggio da schedina. Pareggio è che nessuno vince dove una vita è persa.
Di che legno era? Il condannato, da falegname, lo riconosceva. Dal peso e dal diametro ne calcolava l’età. Forse erano coetanei, il legno e lui. Era stato tagliato nei rari boschi di Israele, trascinato a valle e destinato al peggiore degli usi. Quel legno, pure lui, era sprecato in terra. Quando glielo caricarono sulle spalle larghe, gettò resina e linfa, tornò di nuovo albero. Sapeva risanare ogni ferita e piaga, ma nessuna sua. Da falegname ne riconobbe la specie dall’odore, dal tatto, non poteva vederlo.
Pensò a Nòah, Noè, il primo mastro d’ascia della storia sacra. Quanto ci aveva messo a fabbricare lo scafo del barcone grande quanto uno stadio? Quanta foresta aveva tagliato, stagionato, quanto tempo? Forse trent’anni, poco più, quanto quelli che lui aveva in quel momento. Nessuno prima di Nòah, Noè, era stato così visionario da piantare un cantiere navale in mezzo ai boschi. Il condannato pensò che pure la sua vita era stata febbrile di mosse future, incomprensibili ai contemporanei.
I pensieri della salita regolati sul fiato riportavano alla sua sorte apparecchiata, ai suoi trenta e pochi anni non ne avrebbe aggiunto nessun altro. Dalla sommità della salita per lui smetteva il tempo calcolato a gocce, cominciava l’eternità che è a misura di oceano.
Nòah, Noè, vuol dire riposo: ne aveva bisogno. La pasqua in Gerusalemme era stata gonfia di gridi a gola tesa, la folla era arrivata a un passo dall’insurrezione contro l’occupazione militare dei Romani. Era arrivata a un passo e si era fermata. Glielo aveva lasciato a lui, da compiere. Ma il suo passo non era frontale, di assalto. Era di lato, mossa del cavallo. Non con le armi in pugno ma con il disarmo interiore dell’odio e dell’ostilità voleva pareggiare la partita. Non con le armi dentro Gerusalemme, ma con la sua notizia a scardinare Roma. Se vide lontano, sorrise alla vista, dal Pincio e dal Gianicolo, della città stracarica di croci parafulmini su campanili e chiese. Dal Golgota poté vedere il ritardo dell’avvenire da lui annunciato, una prolunga in cui le sue parole sarebbero state innumerevoli volte fraintese. La croce gli servì da sgabello salito per traguardare il tempo.
Conficcato al suo legno confermò l’impressione di quando l’aveva avuto sulle spalle: era gòfer, quello di Nòah, Noè, albero non identificato dai biblisti. Era il legno che aveva tenuto nel grembo la folla di coppie messe in salvo e all’asciutto dal diluvio. Ora teneva lui, le braccia aperte. In terra la croce disegnava la sagoma della ics, lettera latina sconosciuta all’alfabeto ebraico. Morì con il pensiero di pareggiare i torti e i conti. Dovrebb’essere così per ogni morte.
Sopra le alture salite da alpinista, scorgo negli ultimi metri dal basso la forma della croce piantata senza il condannato e la scambio per la firma di un analfabeta in fondo alla pagina vuota dell’aria».
Erri De Luca
(Pubblicato sul sito web della Fondazione Erri De Luca in data 5 novembre 2014)
 

Da aggettivo a sostantivo: un cambio sostanziale!

Nelle scorse settimane, un bambino ha usato l’aggettivo “petaloso” in un tema in cui doveva descrivere un fiore. Tentando poi di spiegare a parole cosa intendeva con questo aggettivo, ha detto che il fiore è pieno di petali e quindi gli veniva di chiamarlo “petaloso”.
Secondo me non suona molto bene… forse perché mi sembra la crasi di due parole non simpatiche (chi le scopre?!).
Ma al di là dei gusti del mio orecchio: se un fiore è petaloso, anche il petalo lo è?! Si può dire che un petalo è petaloso? Sarebbe come dire che un gioco è giocoso, un rumore è rumoroso, uno scontro è scontroso, un odio è odioso,un amore è amoroso…
Non staremmo dicendo delle cose sbagliate, ma forse scimmiotteremmo la realtà… Il petalo è petalo e qualcosa che gli assomiglia è petaloso; il gioco è gioco e qualcosa che gli assomiglia è giocoso; un rumore è rumore e qualcosa che gli assomiglia è rumoroso; uno scontro è scontro e qualcosa che gli assomiglia è scontroso; l’odio è odio e qualcosa che gli assomiglia è odioso; l’amore è amore e qualcosa che gli assomiglia è amoroso.
Cambiando i termini: si può dire che Dio è misericordioso? O è meglio dire che Dio è misericordia?! Dio è misericordia (questa è la sua identità) e ciò che gli assomiglia è misericordioso.
Per sapere cosa sia misericordia non devo sfogliare il dizionario e poi vedere se quella definizione si adatta al nostro Dio. Per sapere cosa sia misericordia guardo il Dio di Gesù Cristo e osservo chi Lui sia.
Questa è la nostra identità: siamo fatti di misericordia, come Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Questo è anche il criterio in base al quale vivere: “misericordiosi come è Dio Padre”.
Ci sono dei momenti in cui vorrei essere “petaloso”: delicato, colorato, profumato, come i petali di un fiore. Ma io non sarò mai petalo.
Sono ancora di più i momenti in cui vorrei essere misericordioso: determinato a fare solo il bene; ad offrire tutta la vita per chi mi sta attorno, senza porre ostacoli o condizioni; a tenere le mani e le braccia aperte; ad andare fino alla fine, senza voltarmi indietro… come è stato e come ha fatto Gesù coi suoi amici.
Grazie a Dio, posso essere misericordia, perché sono fatto ad immagine di Gesù.
Auguriamoci di essere Pasqua, non solo “pasquosi”!
don Chisciotte Mc
(apparso su "Il GiovanGottardo" della Pasqua 2016)

Io ho bisogno di misericordia

Colui che ha vissuto con misericordia e per misericordia è stato deriso, schiacciato, sconfitto.
E così hanno trionfato la furbizia, la violenza, il potere.
E dopo la morte di Gesù il mondo ha proseguito a girare a suo modo, tant'è che noi pensiamo di non avere davvero bisogno della misericordia. 
 
Dio nostro Padre, attraverso la sensibilità di papa Francesco, ci ha fatto un dono grande: ricordarci che Lui è Misericordia e che noi suoi figli siamo beneficiari di questa misericordia... ma con dolore constato che a noi non interessa.
Ma se penso che i miei fratelli e le mie sorelle di fede non vogliano la misericordia, sono di certo io ad avere bisogno della misericordia di Dio e della vostra.
 
Io ho bisogno di misericordia e ne abbiamo bisogno tutti.
Allora, come fa il Salmo 136 che fa seguire ad ogni evento l'espressione "Eterna è la sua misericordia", così io e ognuno di coloro che ascoltano può ripetere - dopo ognuna delle frasi seguenti - "Io ho bisogno di misericordia".
 
Quando alla confessione dico non ho da dire nessun peccato speciale.
Quando alla confessione dico che "non ho peccati".
Quando mentre vedo il telegiornale esclamo: "Bisognerebbe ammazzarli tutti!".
Quando mi convinco che "è solo una mancanza di pazienza".
Quando avanzo la proposta: "Se non voglio la fattura mi fa lo sconto?!".
Quando un po' arrabbiato mi scappa dalle labbra: "Sì,  però,  questo papa... alla fine rompe! È  sempre dalla parte dei migranti e dei barboni". E poi aggiungo: "A furia di aprire ai divorziati, agli omosessuali, ai protestanti... dove andrà a finire la santa Chiesa cattolica?!".
Quando ignorando le dimensioni dei fenomeni sentenzio: "Stiamo per essere invasi", dimenticando che siamo stati noi a invadere i loro territori e farne delle nostre colonie.
Quando mi crogiolo in questa considerazione: "Ho fatto tutto quello che potevo e anche di più. .. adesso si arrangino".
Quando mi rifiuto di 

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La imprescindibile forma collegiale della leadership cristiana

«E' richiesta la continuità tra il governare al modo del servo che si china e il gesto liturgico dello “spezzare il pane”. Usando il linguaggio della analogia, possiamo affermare senza tema di smentita che rispetto alle societates di ogni tempo, la leadership cristiana avrà sempre i tratti della maior dissimilitudo, in cui risplende la novità del “prendersi cura” del gregge al modo di Gesù. Tra i tratti caratteristici, osserviamo che Lui, “il signore e il maestro” (cfr Gv 13,14), il Figlio unigenito del Padre che conosce la vita in Dio, opera sempre in compagnia dei suoi ed esaltando la loro cooperazione: Lui, il pastore, dimostra la sua cura per le pecore dando la vita e lasciando altri a pascere il suo gregge; Lui, il “pane di vita”, dopo aver compiuto la moltiplicazione delle pagnotte e dei pesciolini li affida alle mani dei discepoli per sfamare la folla; Lui, il Verbo, si lascia dire dalle lingue incerte dei suoi messaggeri mandati «a due a due»; Lui, rivolge a un “voi” plurale i comandi della sua permanenza tra i suoi («Amate» e «Fate questo»); Lui, il Risorto, affida la notizia più sconvolgente della storia a un gruppo di donne; Lui, il Vincitore della morte, incontra i suoi tenuti insieme dalla paura nel cenacolo; Lui, il Vivente, manda il Paraclito sui dubitanti riuniti a porte chiuse.
La dissimilitudo della leadership cristiana sta certamente in uno stile di vita che prenda forma da quello cristico, ma va precisato che esso ha nella azione “al plurale” una sua nota caratteristica, che profuma di Trinità. Non si può annunciare «il regno di Dio è qui» e «il Signore è risorto» se non vivendo e annunciando in modo plurale: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
Lo sa bene la primitiva comunità cristiana, quando a più riprese si riconosce nella sua insuperabile struttura carismatica: «Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità (Ef 4,11-13.16).
E’ l’ammissione semplice e per nulla drammatica che per vivere e tramandare la vita nuova nello Spirito ed edificare così il corpo di Cristo, portandolo alla sua pienezza, “non bastano” gli apostoli, che pure hanno lo specifico compito di annunciare la memoria Jesu.
La scelta qualificante del Verbo è di incarnarsi nelle dinamiche relazionali delle creature umane: in una famiglia umana, in un villaggio, in una terra, in un gruppo composito come i Dodici, in una chiesa apostolica ricca di carismi, nell’attestazione quadriforme dei vangeli, nelle differenze legate alle latitudini del globo e ai mutevoli periodi storici.
Prima ancora di ogni determinazione giuridica, di ogni cammino morale e di ogni intuizione spirituale, il tratto originalissimo che contraddistingue la leadership cristiana è la forma comunionale: «Per servire adeguatamente il corpo ecclesiale che è  comunione per grazia e che deve lasciarsi edificare in questa sua identità, occorrono delle realtà ecclesiali che vivano di tale comunione e agiscano con uno stile comunionale. Poiché la ministerialità ordinata mette al centro della sua attenzione il corpo ecclesiale, non può non assumerne la natura comunionale come forma del suo servizio. Lungi dall'essere un "isolamento" o una funzione di leadership "solitaria", la destinazione di "alcuni" a servizio di "tutti" si realizza in un "gruppo": all'interno della compagine ecclesiale che è la totalità, "alcuni" sono costituiti in un servizio e lo svolgono in quanto "insieme". Fin dalla costituzione dei Dodici (cfr Mc 3,14), troviamo la consapevolezza che per servire adeguatamente la comunione tra i discepoli di Cristo, è necessaria una realtà che abbia struttura intrinsecamente collegiale, ispirata e omogenea a quella comunione che è chiamata a custodire».
Marco Paleari, Presbiteri nel popolo di Dio, A servizio della comunione, 82-83

Una parola di perdono anche per chi vorrebbe tirare le pietre

Gesù e la Legge di misericordia
«Tra i tanti episodi evangelici che possono illustrare l’agire misericordioso di Gesù, ci piace riferirci all’intrigante racconto di Gv 8,1-11, in cui si narra di una donna adultera trascinata dagli scribi davanti a Gesù. L’episodio corre però il rischio di essere frainteso da una lettura moralistica, che scivola nella facile ironia verso gli accusatori della donna. Certamente viene smascherata la loro ipocrisia, ma non è qui il caso di pensare che Gesù, per confonderli, abbia scritto per terra le loro colpe, come vorrebbe una diffusa esegesi di questo suo enigmatico gesto. In realtà le interpretazioni, che salvano la peccatrice e condannano i suoi accusatori, banalizzano la risposta di Gesù, riducendola ad una sorta di contro-livore, ad una sua reazione simmetrica al loro astio, camuffato di zelo per la Legge. Del resto, che il loro livore non abbia per oggetto la colpa della donna, ma miri a colpire Gesù e a metterlo in contraddizione con se stesso, lo esplicita il medesimo evangelo, affermando che essi volevano metterlo alla prova.
Al contrario, Gesù ha una parola di perdono anche per loro. Questa però richiede che essi riconoscano il loro bisogno di perdono, il loro debito impagabile. 
Seguendo la proposta di un esegeta italiano, L. Manicardi, l’atto di scrivere di Gesù non è un prendere tempo o, peggio ancora, un denunciare le loro colpe, quanto un atto di rivelazione. Egli, con il gesto – ripetuto due volte - di chinarsi a terra a scrivere con il suo dito e poi rialzarsi, rimanda queste persone, istruite nella conoscenza delle Scritture, ai celebri passi esodici della duplice scrittura divina della Legge, portata al popolo da Mosè. In quell’occasione Israele era chiamato a riconoscere il proprio peccato e insieme a confessare la misericordia del Signore, come la verità più profonda del Nome rivelato. Con questo gesto e con la sua parola sovrana, Gesù fa il dono di rimandarli all’appello della loro coscienza e notifica loro come la misericordia di Dio sia sempre disponibile

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L'amore che resiste

Manuale del perdono. Recalcati: così l'amore sopravvive al tradimento 
di Concita De Gregorio 
Si chiede, Massimo Recalcati, se la forza dell’amore possa vincere lo spirito dei giorni. Si chiede se sia ancora possibile, come in qualche raro caso superstite è possibile, ritrovare dentro di sé la forza e il tempo che servono a sconfiggere l’imperativo dell’epoca: l’iperedonismo del discorso capitalista, lo chiama. Avere, avere, avere. Possedere. Tenere in mano ciò che procura piacere al massimo grado quel giorno, qualcosa di nuovo ogni giorno. Accaparrarsi il piacere e identificarsi in quello, godere della titolarità costosa ed effimera di un nuovo modello di auto, l’ultimo uscito, dello smartphone più moderno, del televisore al plasma a più alta definizione. Dell’amore nuovo, dell’uomo o della donna che riaccendono il desiderio adesso. Effimero, il piacere dell’ultimo modello, perché ciò che è nuovo oggi sarà vecchio domani, forse già stasera. E però sostituire, rottamare, decidere in fretta e decidere possibilmente da soli: queste sono le parole guida del tempo, nella vita privata come in quella pubblica, a casa e in politica. Fare presto, fare a meno dell’eccesso di dialogo che potrebbe appesantire e frenare, fare senza il dubbio che rallenta e l’ascolto che distrae. Stare bene. Essere liberi di scegliere e farlo. Muoversi, cambiare, correre. Flessibilità, cinismo, opportunismo, infine e sempre: decidere il meglio per sé, prenderlo. È questo che ci rende felici? Davvero lo fa?
«Non è più come prima», s’intitola il libro, ed è un «elogio del perdono nella vita amorosa». Giacché di questo si parla: di amore. Tutto il resto ne discende. In particolare va in cerca, Recalcati, di quella particolare modalità di amore che è «l’amore che resiste, che insiste». L’amore capace di durare nel tempo e di non cedere alla lusinga della 

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Misericordia scandalizzante

Delitto e castigo: la tentazione di noi credenti 
di Enzo Bianchi 
Dobbiamo confessarlo: ciò che di Gesù ancora oggi scandalizza non sono le sue parole di giudizio, le sue parole severe, a volte dure; non scandalizza neppure il suo operare, perché si riconosce il suo “fare il bene” (cfr. Mc 7,37; At 10,38). No, ciò che scandalizza è la misericordia, interpretata da Gesù in un modo che è all’opposto di quello pensato dagli uomini religiosi, da noi! A volte sembra che la misericordia sia invocata da Dio, sia augurata e facile da mettersi in atto, e invece — dobbiamo riconoscerlo umilmente — in tutta la storia della chiesa la misericordia ha scandalizzato, e per questo è stata poco esercitata. Quasi sempre è apparso più attestato il ministero di condanna piuttosto che quello della misericordia e della riconciliazione. Basterebbe leggere la storia con attenzione, soprattutto quella dei concili, per vedere con quale sicurezza lungo i secoli si è usata la parabola della zizzania (cfr. Mt 13,24-30), pervertendola. In essa Gesù chiede di non sradicare la zizzania, anche se minaccia il buon grano, e di attendere la mietitura e il giudizio alla fine dei tempi. E invece nella chiesa si è indicato il nemico, il diverso come zizzania, autorizzando il suo sradicamento, fino alla sua condanna al rogo. O si guardi alle nostre storie personali: quanto ci è difficile perdonare, fare concretamente misericordia, lasciarci commuovere da chi è nel bisogno, fino a fare per lui il bene, omettendo di compiere ciò che avevamo pensato contro di lui...
Di più, se è vero che la parola misericordia sembra indicare nella nostra società un sentimento che manca di vigore e di verità — per questo si arriva a dire: «La misericordia, troppo facile!» —, quando poi essa è praticata in modo autentico, in realtà turba, desta obiezioni. Questo perché la misericordia è temibile più della giustizia: «È un ripudio del male in nome della condivisione di un amore». Il messaggio della misericordia scandalizza, non è capito da quanti si sentono giusti, in pace con Dio (e per i quali Gesù non è venuto: cfr. Mc 2,17), mentre invece è compreso e atteso da chi si sente nel peccato, bisognoso del perdono di Dio. I credenti “religiosi” di ieri e di oggi hanno 

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La violenza della misericordia

«Che cos'è la purezza di cuore? È un cuore misericordioso per ogni creatura. [...] E che cos'è un cuore misericordioso? È l'incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste. Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi [del cristiano] versano lacrime, per la violenza della misericordia che stringe il suo cuore a motivo della grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E per questo egli offre preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di ragione, e per i nemici della verità e per coloro che la avversano, perché siano custoditi e rinsaldati; e perfino per i rettili, a motivo della sua grande misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio».
Isacco il Siro, Trattato ascetico 81

 

Scuotersi dalla paura


«Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: "Voi stessi date loro da mangiare" (Mc 6,37)».
papa Francesco, Evangelii gaudium, 49

Una predicazione allettante

Donne che predicano 
di Catherine Aubin 
Ai tempi di Gesù, tra i poveri nessuno è più povero di una vedova, donna senza uomo, dunque senza diritti né protezione. Il mondo e la società in cui Gesù vive e si muove sono fondamentalmente strutturati su un modello patriarcale; le donne sono socialmente invisibili, di quell’invisibilità tipica di una condizione giuridica di minorità, anzi di esclusione. L’originalità del comportamento di Cristo deve essere inserita in questa verità storica. Di fatto Gesù vede, guarda, osserva e coniuga la sua vita con quella delle donne che lo seguono, lo amano e l’accompagnano fino alla morte. Mentre lo sguardo di Simone il Fariseo (cfr Luca 7,36) - come scrive Maria dell’Orto - vede e giudica, scruta e condanna escludendo, quello di Cristo risolleva, identifica e riconosce. Così facendo, invita tutti, donne e uomini, al discernimento, a porsi domande e alla comunione. In questa ottica, una panoramica sulla storia del cristianesimo porta a considerare quelle figure femminili, profetiche e carismatiche, che, con la loro personale autorità, in secoli agitati, hanno contribuito a evangelizzare un mondo ancora pagano e/o una Chiesa ostile e divisa: le sante Genoveffa, Clotilde, Giovanna d’Arco, Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena... Completamente estranea e perfettamente inserita, la domenicana Madeleine Fredell ci introduce nel cuore della predicazione cristiana, che è l’amore nella sua forma concreta: la relazione, l’inclusione di tutti e il servizio della parola. In effetti la predicazione non è anzitutto questione di parole o di termini, e neppure questione di regolamenti o di leggi, ma ha come fondamento il libero incontro dell’amore che ama e che viene ricevuto. È dunque in primo luogo questione di gioia e di bisogno di comunicare, che - come un fiume che non può impedirsi di scorrere - diviene per i predicatori, uomini e donne, una necessità vitale di testimoniare, insegnare, annunciare e servire. Le donne predicano già, guidando ritiri e dando conferenze in luoghi in cui gli uomini lo fanno da tempo. Poniamoci sinceramente una domanda: allora perché non possono predicare davanti a tutti durante una celebrazione? Enzo Bianchi lo ricorda: non esiste una proibizione evangelica per le donne ad assumere questo ruolo e non è dunque impossibile affidarlo loro. Tutti coloro e tutte coloro che hanno avuto questo incontro a cuore aperto con Gesù non possono impedirsi di andare a dirlo, di annunciarlo, di proclamarlo, perché è lui, Cristo, che fa di tutti gli uomini e di tutte le donne incontrati lungo il suo cammino testimoni, messaggeri e apostoli. Si tratta dunque di vivere la Chiesa come una comunità ricca e aperta, interessata all’ascolto della differenza, e di immaginarla ancora più viva e allettante
in “L'Osservatore Romano – Donne Chiesa Mondo” n° 44 del marzo 2016 

Scioglietelo e lasciatelo andare!

«C'è fannullone e fannullone. C'è chi è fannullone per pigrizia o per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli.
Poi c'è l'altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell'impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d'istinto: "Eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d'essere! So che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C'è qualcosa in me, che è dunque?". Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale.
Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c'è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c'è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: "Gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata", e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore. "Ecco un fannullone" dice un altro uccello che passa di là, "quello è come uno che vive di rendita". Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Eccessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. "Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!".
Quel tipo di fannullone è come quell'uccello fannullone. E gli uomini si trovano spesso nell'impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile... Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede "Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l'eternità?".
Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita».
Vincent Van Gogh, Lettere a Theo

Ne vale la pena!

«Il rischio, per definizione, è la possibilità che un'azione ti procuri una perdita
e ha sempre a che fare con le nostre aspettative.
Più sono alte, più rischiamo. Sempre.
Altrimenti non ne vale la pena».
Sara Rattaro, Niente è come te

Scelgo!

Anche la zona della logica...

"L’ovvio era così sovraffollato
che ho preferito traslocare nell’assurdo...".
Gianni Monduzzi

Schemi scombussolati

Pensare fuori dagli schemi 
di Mario Grech, vescovo di Gozo (Malta) 
Sono pochi quelli che pensano, o coloro che si sentono abbastanza liberi per pensare col proprio cervello. Ahimè, quando si rinuncia alla possibilità di elaborare il proprio pensiero, si rinuncia alla libertà stessa. Attualmente ci troviamo nell’epoca del cosiddetto pensiero unico o pensiero dominante. Pertanto, oggigiorno i nostri pensieri, le idee e le scelte si sono impoveriti perché si corre il rischio di parlare e agire senza riflettere. Perciò abbiamo bisogno del coraggio, di osare e pensare “fuori dagli schemi”, ossia di avere la capacità di uscire dai luoghi comuni. Tutto questo discorso vale anche all’interno della Chiesa, quando dobbiamo fare le nostre scelte pastorali.
Quando medito sul dialogo intercorso tra Gesù e Pilato, e in particolare quando Gesù dice che il suo regno non è di questo mondo, mi viene da pensare che Gesù stava provocando Pilato per uscire dagli schemi nel suo modo di porsi come uomo di governo e di non scimmiottare altri “re”. Gesù stava indicando a Pilato un modo diverso per costruire la società. Quando Gesù afferma che il suo regno non è di qua, intende anche dire che Egli ha una visione diversa, dei criteri e degli atteggiamenti diversi dai nostri per organizzare il regno. Certamente l’atteggiamento di Gesù in quel momento del suo processo ha disarmato Pilato! Dinanzi agli insulti, e all’ingiustizia, Gesù sceglie di rimanere sereno, mansueto e pacifico, non controbatte ma perdona e ama.
Immagino che quest’atteggiamento non violento scombussoli tutti gli schemi, e non solo quelli di Pilato, ma anche i nostri, abituati come siamo a seguire il principio “occhio per occhio, dente per dente”! Questo è il nuovo atteggiamento che Gesù ci propone per rispondere a qualsiasi sorta di violenza: fisica, psicologica, economica, politica, razziale e religiosa. Il regno di Gesù si distingue dagli altri regni terreni nei criteri per accogliere i suoi “cittadini”. Mentre la nostra società preferisce i cittadini “perfetti” e “forti”, Gesù spalanca la porta per tutti, ma predilige quelli che sono imperfetti, vulnerabili e poveri. Anche se non lo diciamo espressamente, rimaniamo tuttora una società elitaria e c’è chi vuole alzare i muri che separano una classe dall’altra. La comunità cristiana non è immune da questo peccato. Rimaniamo scandalizzati quando la Chiesa ci chiama ad aiutare coloro che sono meno perfetti per accompagnarli e integrarli nella comunità. Ci sono tra di noi quelli che pensano ancora alla comunità ecclesiale come a una comunità dei perfetti e non come a un “ospedale da campo”; per costoro non c’è spazio per i peccatori, particolarmente per il peccatore che si trova in un processo di conversione. Di fronte a un tale ragionamento, sento Gesù che ci dice: “La mia Chiesa non è di questo mondo... la mia Chiesa è diversa da quella di questo mondo”. Se la giustizia è il perno sul quale appoggia il regno di Pilato, per Gesù il cardine del regno deve essere la misericordia. Fermo restando che la giustizia è un metro necessario per la società, tuttavia l’esperienza ci mostra che la giustizia da sola non riesce a portare l’ordine e la pace
La giustizia di cui parla Cristo ha un altro nome: si chiama misericordia. (...) Alcuni, quando si riferiscono alla giustizia di Dio, ritengono che Dio pensi come noi esseri umani e che la Sua giustizia sia uguale alla nostra. Quando ragioniamo così, “giudichiamo” Dio perché vogliamo che Egli “pensi” come noi e “punisca” il peccatore. Anche qui dobbiamo pensare fuori dagli schemi! Quando fissiamo il nostro sguardo sul Crocifisso, ci accorgiamo che Gesù appeso sulla Croce, mosso dalla misericordia, ha fatto giustizia donando la sua vita per tutti gli uomini e redimerci. Dunque, per Dio la giustizia ha un altro nome: misericordia. Ogni volta che nel Padre Nostro preghiamo che venga in mezzo a noi il Regno di Dio, noi preghiamo affinché la nostra società diventi più umana. (...) 
in “missioneoggi.saverianibrescia.it” del gennaio 2016 

«Soprattutto nei casi-limite»


«Dobbiamo essere certi che [la] implorazione è resistenza attiva e vera al male e che dispiace profondamente al nemico di Dio. (...) Invece, è proprio questo il momento di vincere il male: credere, cioè, al valore di una implorazione che non ha un'efficacia immediata connessa col suo esercizio. La nostra preghiera di implorazione, soprattutto nei casi-limite nei quali ci pare di non potere fare altro, è un vero modo di resistere al male. Non dobbiamo dunque avere paura della sterilità e abbandonare la preghiera, come spesso siamo tentati di fare, perché non ci riesce di scuotere immediatamente il male. È per questa nostra implorazione sofferta, che talora ci angoscia fino alle lacrime, che Dio ci darà modo di vedere come usare, anche in quei casi, la misericordia e l'amore e come aiutare veramente coloro che possiamo assistere con il dono di noi stessi».
Carlo Maria Martini, La scuola della Parola. Riflessioni sul salmo "Miserere", 101

«Lontani dall'essere lungimiranti e veri nella nostra misericordia»

«Intendo per casi conflittuali quelli in cui ci sembra che la misericordia esiga un certo comportamento mentre l'ordine e la giustizia ne esigono un altro. Sono certamente situazioni estremamente difficili e non sempre riusciamo a trovare la soluzione soddisfacente: sono situazioni che causano nella Chiesa, nella società, nelle famiglie delle grandi sofferenze. Cercando di vivere la misericordia si arriva addirittura a temere di fare torto o danno ad altri o al bene comune. Nasce allora un conflitto tra i valori, almeno apparente, che ci costringe, nella nostra povertà storica, a non saper scegliere oppure a scegliere qualcosa che risulta insoddisfacente, in un caso o nell'altro. Chiunque vive in mezzo a delle responsabilità si imbatte in molti di questi casi che fanno soffrire nella misura in cui ci accorgiamo di quanto siamo lontani dall'essere lungimiranti e veri nella nostra misericordia. Questa sofferenza dobbiamo offrirla a Dio perché è la sola cosa che possiamo fare. Ci sono poi dei casi in cui il compiere un atto di misericordia comporta un uscire da quel minimo di possesso di noi - che pure è necessario - per donarci... e allora non lo compiamo. Quante volte persone generose arrivano ad un limite e riconoscono di non poter andare oltre, di non potere fare di più! È il limite intrinseco alla nostra fragilità umana che addolora moltissimo. Andare oltre un certo limite equivarrebbe a spossessarsi di sé e si cadrebbe nell'opposto di quello che si vorrebbe fare. Questa misura di prudenza necessaria ci fa cogliere come sia difficile dare storicamente una testimonianza pienamente luminosa della misericordia. Non ci resta allora che soffrire e implorare, per noi e per gli altri».
Carlo Maria Martini, La scuola della Parola. Riflessioni sul salmo "Miserere", 100

Il "Misericordioso"

Misericordia: anche nel Corano passa dalla porta
intervista a Bartolomeo Pirone
Le porte, le opere, il perdono: non manca nulla, solo che non è del Giubileo della Misericordia che stiamo parlando, ma del Corano. L’appellativo di al-Rahman è il primo che la scrittura islamica riserva ad Allah, lo si ritrova puntuale nell’invocazione che accompagna ogni capitolo o sura, quell’"In nome di Dio misericordioso" che l’arabista Bartolomeo Pirone ha scelto come titolo del suo nuovo saggio.
Un'interessante presentazione della misericordia nel mondo musulmano, in cui appaiono anche le diversità dall'impianto proposto da papa Francesco.

Quando non vogliono saperla

«Quando non vogliamo sapere una cosa,
fingiamo di non saperla».
Luigi Pirandello, Bellavita

Indicare la strada e sostenere la speranza

«Il Vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (cfr At 4,32). Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade. Nella sua missione di favorire una comunione dinamica, aperta e missionaria, dovrà stimolare e ricercare la maturazione degli organismi di partecipazione proposti dal Codice di diritto canonico e di altre forme di dialogo pastorale, con il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti. Ma l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti».
papa Francesco, Evangelii gaudium, 31

 
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