Cultura della legalità

già postato nell'aprile 2011



Praticare, non predicare, educazione e legalità

di don Luigi Ciotti

Il giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990 mentre si recava in tribunale, aveva scritto su un quaderno queste parole: «Alla fine non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili». Sono parole stupende per profondità e provocazione. Parole che aiutano a sottolineare due aspetti fondamentali della responsabilità educativa: la verità e la coerenza. Se vogliamo davvero crescere e aiutare a crescere attraverso il rapporto educativo, non ci è consentito bluffare. Non solo non è permessa la presunzione, il sentirsi superiori agli altri, l'obbligarli a camminare al nostro passo, ma una volta che si entra in relazione bisogna essere veri, leali, sinceri. Né sono ammessi impegni a metà: le parole devono saldarsi ai fatti, le intenzioni non possono restare sulla carta. Educazione e legalità sono due modi di pronunciare la parola «noi». Nell'educazione il «noi» ha il volto della reciprocità: io e te siamo diversi, ma è proprio sul terreno di questa comune diversità che possiamo incontrarci, riconoscerci, amarci. Nella legalità il «noi» ha invece il volto della legge, un volto forse arcigno ma necessario. Un volto che non ci è chiesto infatti di amare ma di rispettare. Una società ha bisogno di leggi perché il volto della legge simboleggia quello degli «altri», delle persone che non conosciamo direttamente ma che vivono insieme a noi e come noi hanno il diritto di essere riconosciute nella loro unicità e dignità. Mi capita di dialogare ogni giorno con molti giovani

Maria parte verso la cugina Elisabetta

Maria, donna del primo passo

Quando, al primo capitolo del suo Vangelo, Luca dice che, partito l'angelo da Nazaret, «Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città di Giuda», nel testo originale, dopo la parola Maria, c'è un participio: anastàsa. Letteralmente significa: "alzàtasi". (...) Ma, a ben guardare, la parola anastàsa ha la stessa radice del sostantivo anàstasis, il classico vocabolo che indica l'avvenimento centrale della nostra fede e, cioè, la risurrezione del Signore. Sicché potrebbe essere tradotta tranquillamente con "risorta". E allora, tenuto conto che Luca rilegge l'infanzia di Gesù alla luce degli avvenimenti pasquali, è proprio fuori posto sospettare che la parola anastàsa sia qualcosa di più di uno stereotipo inespressivo? È rischioso pensare che voglia alludere, invece, a Maria come simbolo della Chiesa "risorta" che, in tutta fretta, si muove a portare lieti annunzi al mondo? È un po' troppo affermare che sotto quella parola si condensi il compito missionario della Chiesa la quale, dopo la risurrezione del Signore, ha il compito di portare nel grembo Gesù Cristo per offrirlo agli altri, come appunto fece Maria con Elisabetta? (...)

Sta a sottolineare per lo meno una cosa: la risolutezza di Maria. È lei che decide di muoversi per prima: non viene sollecitata da nessuno. È lei che s'inventa questo viaggio: non riceve suggerimenti dall' esterno. È lei che si risolve a fare il primo passo: non attende che siano gli altri a prendere l'iniziativa. Dall'accenno discretissimo dell'angelo ha avuto la percezione che la sua parente doveva trovarsi in serie difficoltà. Perciò, senza frapporre indugi e senza stare a chiedersi se toccava a lei o meno dare inizio alla partita, ha fatto bagagli, e via! Su per i monti di Giudea. «In fretta», per giunta, come traduce qualcuno, «con preoccupazione». Ci sono tutti gli elementi per leggere, attraverso questi rapidi spiragli verbali, lo stile intraprendente di Maria. Senza invadenze. Stile confermato, del resto, alle nozze di Cana, quando, dopo aver intuito il disagio degli sposi, senza esserne da loro pregata, giocò la prima mossa e diede scacco matto al Re. Aveva proprio ragione Dante Alighieri nell'affermare che la benignità della Vergine non soccorre soltanto colui che a lei si rivolge, ma «molte fìate liberamente al domandar precorre».


mons. Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni, 31-32

Cadreghino

Diversamente giovani

di Massimo Gramellini

Prematuramente estromesso dal risiko del potere all'alba dei 76 anni, il banchiere Cesare Geronzi marchia i suoi successori col nomignolo irridente di «gioventù anziana». In effetti molti eterni delfini sembrano condividere il destino di Carlo d'Inghilterra, invecchiato in sala d'attesa, o quello di certi «enfant prodige» che col tempo smarriscono il «prodige» e si tengono solo l'«enfant». Se però oggi persino un sessantenne può sembrare un giovanotto arrembante è perché i «diversamente giovani» non mollano la presa. A cominciare dalla politica, dove il bastone del comando è in mano a Berlusconi e Bossi, 75 e 70 anni, e appena un sindaco su sedici ne ha meno di 35. Un'età in cui all'estero diventano già leader, rottamando dei quaranta-cinquantenni che si riciclano in altri mestieri senza farla troppo lunga.

Il problema è che in Italia il narcisismo sta diventando una malattia senile. Altrove il capo di un partito (banca, ospedale, università) si congeda dal palcoscenico e scivola con tutti gli onori dietro le quinte o nella buca del suggeritore. Qui invece rimane aggrappato al proscenio con le unghie e coi denti, se è il caso anche con la dentiera. Gli incarichi consultivi, prerogativa sacrosanta dei vecchi saggi, lo deprimono. Lui vuole esserci, apparire, contare. E così innesca l'effetto-tappo: poiché si rifiuta di scendere dall'autobus, chi gli sta dietro non riesce ad avanzare e quelli ancora più dietro neppure a salire. Deve aver confuso il prolungamento della vita con quello della poltrona. Forse perché per lui solo la poltrona è vita.

già postato nell'aprile 2011

Il mangiare, insieme e con Dio

Com'è sacro sedersi a tavola

«Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Prendete questo è il mio corpo". Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti"» (Marco, 14, 22-24). Al termine del funerale i familiari del defunto ritornano nella loro casa dove le famiglie di parenti e amici provvedono a portare cibi e bevande in modo che possano rifocillarsi dopo le lunghe ore che hanno seguito l'evento luttuoso. Negli anni successivi all'Unità d'Italia, un pizzaiolo napoletano, Raffaele Esposito, e sua moglie, prepararono la famosa pizza con pomodoro e mozzarella in onore della regina Margherita, moglie di Umberto I re d'Italia. Sono alcuni tra i tanti esempi possibili di diverso livello e portata che mostrano quanto la dimensione del cibo abbia avuto una serie di intersecazioni con il piano del sacro ponendosi come aspetto fondante della nostra civiltà, del nostro orizzonte simbolico, nella nostra storia. Nelle parole di Cristo sangue e memoria sono strettamente connessi; la ripetizione del suo sacrificio, il mangiare e il bere le specie divine devono essere fatti in memoria di Cristo. Viene così completato quel processo di esaltazione della memoria fondante già saldamente avviato dall'Antico Testamento. Nei paesi meridionali, l'usanza rituale del banchetto funebre (ricunsulu o consuolu) è particolarmente diffusa (...) La comunità dei sopravvissuti può ricostituirsi, proprio attraverso l'azione del mangiare assieme, come "comunità del noi", contrastando così il pericolo della disgregazione costituito dalla morte del familiare. (...) Innumerevoli altri esempi potrebbero essere qui addotti data la costante presenza del cibo negli eventi rituali che cadenzano l'orizzonte festivo e quello quotidiano delle nostre comunità. Tutta la vita rituale è infatti scandita da momenti in cui il cibo mostra la sua ineludibile centralità. Basta assistere alle numerosissime feste popolari durante le quali vengono offerti alimenti ai santi o alla divinità, vengono consumate in loro onore determinate pietanze, si realizzano momenti di intensa solidarietà sociale, si dispiega un piano di comunicazione metastorica con l'aldilà. (...) In poche parole, attraverso il rapporto fra cibo e sacro è possibile approfondire quel confronto tra culture sempre più necessario data la progressiva multietnicizzazione della nostra società. Ciò che mi preme qui rilevare è che il cibo è essenziale alla nostra sopravvivenza, sia in senso realistico, pragmaticamente realistico (se non ci alimentiamo, moriamo, come capitò all'asino del monsignore proprio quando, ricorda la barzelletta, questi aveva abituato la sua cavalcatura a digiunare), sia in senso simbolico, di un diverso livello di realismo, essendo i simboli necessari per l'ancoraggio dell'uomo nella sua esistenza, nella sua società. Cibo e sacro non va visto soltanto come endiadi, ma come affermazione, sostituendo alla "e" della congiunzione la "è" del verbo. Cibo è sacro perché il cibo si dispiega nella cultura come essenziale forma della sacralità e il sacro è cibo nel senso che si materializza attraverso gli alimenti, si invera in essi. Attraverso il cibo gli uomini realizzano così il loro bisogno fondamentale di senso, di porsi come esseri precari e, contemporaneamente ma non contraddittoriamente, come tendenzialmente eterni, superando così la datità e la finitudine nelle quali si sentono delimitati, ma che tendono, sempre e comunque, a trascendere.


Luigi Lombardi Satriani

C'è bisogno di redenzione

Un altro bimbo muore dimenticato in auto

di Elena Lowenthal

Quando si hanno dei figli, può capitare di tutto. Di amarli e patirli, di condividere e sentirsi distanti. Perdonare e incattivirsi. Ma dimenticarli, quello proprio non si può: quando si è genitori, l'oblio non è ammesso. I figli ti riempiono la vita con una prepotenza che non ha pari. Eppure, è capitato, e due volte nel giro di pochi giorni. Lo scenario è una tragica copia conforme. Due bambini piccoli, ancora dentro quell'età in cui comunicare è una conquista giorno per giorno. Due automobili e una stessa calura, dentro l'abitacolo. Due padri innocenti, eppure colpevoli. Di averli dimenticati lì, complice quel silenzio che quando si hanno figli piccoli è una rara benedizione e che invece è costato a loro due la morte. Perché sarebbe bastato un verso, un inizio di capriccio, uno starnuto o un colpo di tosse, per salvarli. Per far sì che questi due padri, innocenti eppure colpevoli, si ricordassero di loro, allacciati sul seggiolino, lì dietro, disgraziatamente fuori portata dello specchietto retrovisore. Complice di queste due tragedie così terribilmente simili fra loro, in questo precoce principio d'estate, anche lo stress. La fatica di tirare avanti e mantenere una famiglia e non aver più tempo di pensare, ragionare. E così, dimenticare anche una cosa tanto ovvia e banale come quella di avere un bambino in macchina, seduto alle tue spalle. La mamma della piccola Elena ha prontamente scagionato il marito, anzi ha fatto di più: in morte della figlia l'ha elogiato. Quella di Jacopo appare incredula, le mani quasi rivolte al cielo e una smorfia di dolore, mentre qualcuno tiene in braccio suo figlio morto, dentro un lenzuolo bianco. I due padri sono assenti, e chissà che cos'hanno disegnato in volto, in questi momenti. Una colpa che grida se stessa anche se tutto il mondo proclamasse la loro innocenza, anzi di più, la loro infinita bontà di padri modello. (...) Perché dev'essere terribile, dimenticarsi un figlio e ritrovarlo morto. Anche se tua moglie spiega davanti alla telecamera che sei il migliore dei mariti. Anche se non ce ne puoi proprio fare nulla, anche se non è colpa tua e amavi quel bambino più di ogni altra cosa al mondo. Perché dimenticare un figlio non si può. Come si fa? È persino più inammissibile di ucciderlo. Un figlio ce l'hai davanti agli occhi e dentro la testa sin da quando ti viene al mondo ­ e anche prima. Sta lì, occupa tutto lo spazio che hai ­ dentro e fuori. Come fai a dimenticarlo? A ignorare la sua esistenza, anche solo per un pugno di ore ­ ma sufficienti per farlo morire? Non hanno colpa, questi due padri. Però si sono scordati dei bambini in macchina e li hanno lasciati lì. Chissà come guarderanno, d'ora in poi, quel sedile dietro dell'automobile, vuoto per sempre.

La Domenica, Pasqua di ogni settimana

già postato nell'aprile 2011



Il senso della Pasqua per chi non crede

Mentre il Natale suscita istintivamente l'immagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata a rappresentazioni più complesse. È la vicenda di una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, di un'esistenza ridonata a chi l'aveva perduta. Perciò, se il Natale suscita un po' in tutte le latitudini (anche presso i non cristiani e i non credenti) un'atmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile. Ma tutta la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno dell'oscuro e del difficile. Penso soprattutto, in questo momento, ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile, senectus ipsa morbus, «la vecchiaia è per sua natura una malattia». Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne, nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e della fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo. Per questo vorrei che la Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello «star bene» come principio assoluto. Vorrei che il saluto e il grido che i nostri fratelli dell'Oriente si scambiano in questi giorni, «Cristo è risorto, Cristo è veramente risorto», percorresse le corsie degli ospedali, entrasse nelle camere dei malati, nelle celle delle prigioni; vorrei che suscitasse un sorriso di speranza anche in coloro che si trovano nelle sale di attesa per le complicate analisi richieste dalla medicina di oggi, dove spesso si incontrano volti tesi, persone che cercano di nascondere il nervosismo che le agita.

La domanda che mi faccio è: che cosa dice oggi a me, anziano, un po' debilitato nelle forze, ormai in lista di chiamata per un passaggio inevitabile, la Pasqua? E che cosa potrebbe dire anche a chi non condivide la mia fede e la mia speranza? Anzitutto la Pasqua mi dice che «le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Queste sofferenze sono in primo luogo quelle del Cristo nella sua Passione, per le quali sarebbe difficile trovare una causa o una ragione se non si guardasse oltre il muro della morte. Ma ci sono anche tutte le sofferenze personali o collettive che gravano sull'umanità, causate o dalla cecità della natura o dalla cattiveria o negligenza degli uomini. Bisogna ripetersi con audacia, vincendo la resistenza interiore, che non c'è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia. In occasione della Pasqua vorrei poter dire a me stesso con fede le parole di Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: «Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne». Tutto questo richiede una grande tensione di speranza. Perché, come dice ancora san Paolo, «nella speranza noi siamo salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza» (Rom 8,24). Sperare così può essere difficile, ma non vedo altra via di uscita dai mali di questo mondo, a meno che non si voglia nascondere il volto nella sabbia e non voler vedere o pensare nulla.

Più difficile è però per me esprimere che cosa può dire la Pasqua a chi non partecipa della mia fede ed è curvo sotto i pesi della vita. In questo mi vengono in aiuto persone che ho incontrato e in cui ho sentito come una scaturigine misteriosa, che le aiuta a guardare in faccia la sofferenza e la morte anche senza potersi dare ragione di ciò che seguirà. Vedo così che c'è dentro tutti noi qualcosa di quello che san Paolo chiama «speranza contro ogni speranza» (Lettera ai Romani, 4,18), cioè una volontà e un coraggio di andare avanti malgrado tutto, anche se non si è capito il senso di quanto è avvenuto. È così che molti uomini hanno dato prova di una capacità di ripresa che ha del miracoloso. Si pensi a tutto quanto è stato fatto con indomita energia dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004 o dopo l'inondazione di New Orleans provocata dall'uragano Katrina nell'agosto successivo. Si pensi alle energie di ricostruzione che sorgono come dal nulla dopo la tempesta delle guerre. Si pensi alle parole che la ventottenne Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione». Per queste cose non ci si può affidare alla scienza, se non per chiederle qualche strumento tecnico: al massimo essa permette un debole prolungamento dei nostri giorni. L'interrogativo è invece sul senso di quanto sta avvenendo e più ancora sull'amore che è dato di cogliere anche in simili frangenti. C'è qualcuno che mi ama talmente da farmi sentire pieno di vita persino nella debolezza, che mi dice «io sono la vita, la vita per sempre».

O almeno c'è qualcuno al quale posso dedicare i miei giorni, anche quando mi sembra che tutto sia perduto. È così che la risurrezione entra nell'esperienza quotidiana di tutti i sofferenti, in particolare dei malati e degli anziani, dando loro la possibilità di produrre ancora frutti abbondanti a dispetto delle forze che vengono meno e della debolezza che li assale. La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte ed è così che tutti ci auguriamo di coglierla.

Non si scarica su altri

Telefono Azzurro: sanzioni forti per chi non si cura dei bambini

"Abbandoni frequenti, trascuratezza pesante: togliere la patria potestà"

«Non ci sono giustificazioni per la violenza sui bambini, e non si può scaricare sui minori, sui neonati, il proprio stress. In Italia sono frequenti i casi di abbandono dei bimbi, spesso lasciati soli in auto davanti al supermarket o sotto l'ufficio; per questi casi di abbandono, tanto più se con conseguenze fatali, servono sanzioni forti, come togliere la potestà genitoriale». A dirlo è il presidente di Telefono Azzurro, nonchè ordinario di neuropsichiatria infantile all'Università di Modena-Reggio Emilia, Ernesto Caffo dopo l'ennesima tragedia, che è costata la vita al piccolo Jacopo, abbandonato in auto a Jacopo a Passignano sul Trasimeno. «La trascuratezza di molti adulti - continua Caffo - è pesante: i bambini vengono lasciati anche a casa da soli, spesso con i fuochi accesi in cucina, o con la finestra dei balconi non bloccata. E la cronaca frequentemente registra morti di bambini tra le mura domestiche. Talvolta la vita degli adulti è piena di cose da fare. Quando l'adulto è autocentrato dimentica le cose meno importanti, e per alcuni adulti i bambini non sono così importanti. È questo un segnale di allarme che va colto». Esistono quindi dei problemi patologici che la società non riesce a cogliere e ad affrontare ma che spesso vengono ignorati anche all'interno della coppia di genitori. Segnali che vengono trascurati pericolosamente. «Spetta al consorte cogliere segnali di allarme, spetta a tutti noi aiutare i bambini trascurati» ha aggiunto Caffo. A «dare segnali di trascuratezza rispetto ai figli sono talvolta persone insospettabili - sottolinea inoltre il presidente di Telefono Azzurro - non emarginati. Per il caso di Teramo alcuni colleghi hanno sottolineato il meccanismo della rimozione. Io non sono d'accordo con questo buonismo: questi genitori di bimbi trovati morti in auto vanno sanzionati. Va sospesa la potestà, e poi valutare se possono o non essere capi famiglia. Dobbiamo sì aiutarli, ma deve esser chiaro che non è possibile abbandonare un bambino. E tutti noi dobbiamo attivarci per aiutare bambini trascurati, perchè per alcuni genitori non è facile rivestire questo ruolo. Talvolta il padre - continua Caffo - porta il bebè all'asilo o dai nonni come un oggetto, lo mette dietro sul sedile, e non ne ha cura. A volte si ha persino più cura per il proprio animale da compagnia, o per un oggetto. In generale poi, i genitori fanno i taxisti dei loro piccoli tra un impegno e l'altro, e il trasporto del bebè diventa una routine, e da qui la trascuratezza genitoriale». «Non è naturale essere genitori, richiede pazienza e impegno» conclude il neuropsichiatra, nel sottolineare che «se una persona è stressata, si ferma, e non scarica sui figli con violenze dirette o indirette che rimangono ingiustificabili».

Passaggi

già postato nell'aprile 2011



Il mondo alla ricerca della Pasqua perduta

di Filippo Di Giacomo

Lo sappiamo tutti: Pasqua, Pessah in ebraico, significa passaggio. Agli ebrei ricorda il passaggio dalla schiavitù dell'Egitto alla liberazione della terra promessa, dall'indeterminatezza culturale e sociale alla determinatezza storica e religiosa. Per i cristiani è il passaggio di Gesù dalla morte nel sepolcro alla vita nuova della resurrezione. Per chi crede, la Pasqua è la «festa della libertà», la possibilità per ogni essere umano di sorpassare la struttura egoistica del peccato per entrare nella libertà della grazia, dell'amore di Dio e del prossimo. Ma il termine “pasqua” rimanda anche al Seder Pessah, l'antica liturgia ebraica di immolare a Dio l'agnello per questa circostanza. Perciò Paolo chiama Cristo “nostra pasqua”, cioè colui che si è immolato per noi. Di conseguenza, al centro della fede cristiana, in qualunque epoca essa sia professata, deve esserci questa ineludibile certezza: Cristo, con la sua passione, con la sua morte e con la sua resurrezione ha conferito alla storia umana un passaggio così decisivo da segnarla per sempre. L'Iraq del post Saddam, l'Afganistan «pacificato», l'Autonomia palestinese «neutralizzata», la Costa d'Avorio «democratizzata», il Rwanda dimenticato, mezza Unione Europea flagellata da una crisi finanziaria indefinita, il Giappone alle prese con l'incubo nucleare, la sponda Sud del Mediterraneo che si strugge perché alla nobile cultura araba venga restituita la sua anima più autentica

Che dramma...

Che stress se finisce la tua fiction preferita: la sindrome dell'ultima puntata

Uno studio misura quanto i personaggi delle serie televisive tv entrano nella vita emotiva di molte persone

Ad alcune persone il Grande Fratello, ER, Doctor House, CSI, ecc, ecc, fanno sempre lo stesso effetto: le portano a sviluppare quella che gli esperti chiamano “relazione parasociale” che fa diventare i personaggi della serie televisiva parte della loro vita emotiva. Talvolta la relazione diventa così forte che, nei giorni che separano l'ultimo episodio  di una serie dal primo della serie successiva, queste persone sono preda di un distress che in uno studio appena pubblicato su Mass Communication and Society la psicologa Emily Moyer-Guse dell'Ohio University ha definito la sindrome dell'ultima puntata. Non è un disturbo di grande intensità: in una scala da 1 a 10, può arrivare a 2,5, ma analizzando le reazioni di 403 soggetti fra 18 e 33 anni la ricercatrice ha individuato una serie di insospettabili reazioni. (...) Sono risultati colpiti dalla sindrome quelli che seguivano i serial per rilassarsi o chi trovava divertenti le avventure dei personaggi oppure cercava di sfuggire allo stress della propria quotidianità. Quelli che invece li guardavano per puro divertimento ne erano immuni, mentre i più colpiti sono risultati quelli che usavano la TV come compagnia.  Nonostante le donne abbiano riferito un più forte attaccamento all'uso della televisione, fra maschi e femmine non è stata rilevata una diversa intensità di distress da ultima puntata. Entrambi per sopperire alla mancanza di nuove puntate durante lo sciopero guardavano soprattutto vecchi film, altri si rivolgevano a internet, solo il 15% faceva più sport e il 18% passava più tempo con amici e parenti. Quello che non sappiamo è se la certezza dell'aspettativa di una puntata possa o meno mitigare la sindrome. (...)


Cesare Peccarisi

Situazione volutamente dimenticata

Eritrea Paese prigione

Nel mirino anche la Chiesa

Giorni di festa per l'Eritrea, che celebra in diverse capitali occidentali il ventennale dell'indipendenza dall'Etiopia (24 maggio 1991). Festa che stride con il dolore dei giovani rifugiati eritrei, generazione fuggita con un esodo cominciato nel 2001 per non sottostare alla coscrizione illimitata e alla dittatura del regime guidato da Isaias Afewerki. (...) Dicono che dopo le tragedie del mare

Bene comune

già postato il 7 aprile 2011



I vescovi francesi pubblicano un “Indignatevi!” cristiano


di Amanda Breuer

Pubblicato il 10 marzo 2011, Grandir dans la crise (Crescere nella crisi) è un manifesto contro il nostro modo di consumare che, secondo la Conferenza episcopale [francese] ci illude sul vero bene comune, un manifesto contro la deregulation del mercato del lavoro che impedirebbe all'uomo di realizzarsi e contro l'indifferenza generalizzata che indebolirebbe la solidarietà e il senso di responsabilità verso i propri simili. Ma questo libretto non si limita a constatare e a denunciare, fa anche proposte. La prima misura avanzata: un rafforzamento della corresponsabilità in particolare tra le imprese, i politici, i media e la società civile, ma anche la creazione di un organismo sovranazionale sussidiario che sia a servizio dell'interesse generale. L'autore del rapporto, l'arcivescovo di Rouen Mons. Jean-Charles Descubes, spiega: “Gli organismi internazionali del dopoguerra hanno bisogno di una “trascendenza” per permettere un certo distacco. Un'organizzazione politica gestita unicamente da politici può avere derive in senso totalitario. Allo stesso modo, un'organizzazione economica, quando è regolamentata solo dagli ambienti economici, può diventare pericolosa”. Sul piano economico, il libro è a favore di una regolamentazione etica delle imprese e del mercato. I vescovi auspicano che i codici di comportamento corretto diventino obbligatori per non penalizzare le società che li applicano. Moralizzare le imprese consisterebbe nello spingerle a realizzare una giustizia sociale al loro interno, a contribuire allo sviluppo socio-economico locale, ad attuare delle politiche di gestione dei danni diretti e collaterali causati all'ambiente naturale e umano, a lottare contro i conflitti di interesse e la corruzione, a rifiutare di essere complici di violazioni dei diritti umani nella loro sfera d'influenza... Ma i vescovi vorrebbero andare anche oltre per il settore bancario e quello finanziario: obbligarli al credito responsabile, a dare alle esigenze di controllo un peso proporzionale ai rischi corsi dalla collettività, ad assicurare la trasparenza dei guadagni verso il fisco e a ridurre il ricorso all'evasione fiscale: sono alcune delle esigenze espresse. Anche se Grandir dans la crise critica gli eccessi dell'alta finanza, non la tratta da capro espiatorio: “La finanza è essenziale per l'economia. Vogliamo solo mettere l'uomo tra l'una e l'altra”, riassume l'arcivescovo di Rouen. Politicamente, un organismo sovranazionale, secondo i vescovi, dovrebbe essere in grado di impedire a certi paesi di privilegiare i loro specifici interessi rispetto a quelli di tutta l'umanità. Ma diffidano anche, e a giusto titolo, del populismo ancora molto vivo in Europa: “Non basta condannare le ideologie che speculano sulle paure suscitate dalla globalizzazione, sull'aumento delle differenze culturali o religiose sia all'interno del nostro paese, che in molti altri paesi europei”. Queste paure sono alimentate, a loro avviso, dalla disattenzione per le esigenze fondamentali proprie dell'ordine politico democratico, da un'ingiustizia sociale flagrante, dalla mancanza di equità nella ridistribuzione delle ricchezze, dall'evasione fiscale o da certe forme di discriminazione... Di fronte a queste derive, la Conferenza se la prende anche con i media. Deplora una corsa all'indice di ascolto e alla redditività, a scapito della formazione di una coscienza civica e dell'apertura a tutti della parola. Di fronte al “trionfo del tempo reale” e del politicamente corretto, i vescovi auspicano che ci sia nei media un ritorno alla riflessione. Approvano tuttavia lo sviluppo della blogosfera, portatrice “di un pluralismo di opinioni e adatta ad uno scambio bilaterale”. Infine, la partecipazione dei cittadini (attraverso le associazioni, le ONG o l'assunzione di responsabilità politiche) sarebbe, a loro avviso, la pietra angolare di un migliore “vivere insieme”. Ricordano la necessità di compiere i propri doveri di cittadini in particolare quello di votare poiché “se il cittadino non è vigilante, il potere sarà confiscato da interessi privati”, ma anche di pagare le imposte “che permettono allo Stato e alle collettività locali di essere al servizio del bene di tutti”. Infine l'opera difende un umanesimo cristiano tollerante di fronte alla crescita degli estremismi politici. La Conferenza episcopale francese firma un “Indignatevi!” cristiano.

in “www.lemondedesreligions.fr” del 16 marzo 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Struggente storia d'amore

La ragazza e l'eremita

di A. Branduardi / P. Pallottino

La ragazza è molto bella e cammina ad occhi bassi, l'eremita canta il Gloria per le pietre e per i sassi. La ragazza ha un coltello e di lacrime lo bagna, L'eremita parla ai lupi chiusi dentro alla montagna. La ragazza hai piedi nudi e l'ortica li ha tagliati, l'eremita sul rosario conta i giorni ritrovati. La ragazza è sulla riva e si pettina i capelli, l'eremita beve l'acqua dei dolore nei ruscelli. La ragazza si addormenta per sognare il primo amore, l'antico amore, l'eremita prende un sasso e si balle forte il cuore, rintocca il cuore ma il cielo resta muto. La ragazza è tutta bianca sotto il cielo che s'abbruna, l'eremita sul suo corpo coglie il fiore della luna. La ragazza grida un nome e si sveglia all'improvviso, lo guarda in viso; L'eremita non risponde lentamente china ll capo, nasconde il viso e il cielo si fa scuro. la ragazza apreil coltello e lo affonda dentro ll petto l'eremita coglie spighe e le scioglie sul suo letto. La ragazza vola in cielo sulla nuvola più chiara, l'eremita accende un fuoco e la fiamma la rischiara. Ma la pioggia spegne il fuoco nella notte fredda e nera, l'eremita sotto il cielo grida forte una preghiera.

Il coraggio della marginalità

già postato nell'aprile 2011



Lettera aperta a Enzo Bianchi

di padre Alberto Bruno Simoni op

Caro Enzo, le parole che ti rivolgo nascono da un senso di sorpresa che ho provato nel leggere due tuoi articoli “minori” ma per me rivelativi di una situazione, sulla quale mi permetto qualche osservazione di carattere generale. Mi riferisco a quanto dici su Jesus di aprile (Una Chiesa affaticata, “afflicta”) e su “La Stampa” del 16 aprile 2011 (Oggi alla Chiesa manca il respiro). E' la situazione che da qualche tempo va sotto il nome di “disagio” e che tu stigmatizzi in questo modo: “Non si può certo negare: molte componenti della chiesa appaiono e si dicono stanche, comunque prive di attesa”, mentre fai riferimento, citando, a “un diffuso senso di frustrazione all'interno stesso della chiesa”. Certamente nulla di nuovo, ma la sorpresa derivava dal fatto che abitualmente nei tuoi interventi di approfondimento sei esplicativo e risolutivo, nel senso che i discorsi hanno una loro positiva risoluzione innovativa; mentre questa volta prendi in considerazione non solo la “concezione ideale” della chiesa, ma la sua “espressione reale, nella sua esistenza terrestre” (Ecclesiam suam, n.43). (...) Come si legge in Lc 7,32 a proposito di “bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!»”. Sembra che si siano creati questi due mondi e se per molti anni erano quelli del flauto o dell'apparato a lamentarsi di quanti non ballavano (ripensiamo al dissenso, alla contestazione

Novità rivoluzionaria

Rivoluzione cristiana

di don Primo Mazzolari

Non vogliamo una rivoluzione che invidi, ma una rivoluzione che ami: non vogliamo portar via a nessuno il suo piccolo star bene, vogliamo solo impedirgli che il suo piccolo star bene determini lo star male di molti. Vogliamo una rivoluzione che sia la manifestazione liberatrice ed educatrice della nostra pietà e della nostra carità. Il suo punto di partenza non può essere quindi che interiore. Mi dichiaro contro di me: se no, il mio pormi contro gli altri, che fanno l'ingiustizia, avrebbe un significato farisaico e non cambierebbe nulla. Non mi nascondo: mi metto in prima fila, al muro, se occorre: altrimenti sarei un rivoluzionario di mestiere. Una rivoluzione che non mirasse alla piena libertà dell'uomo e alla sua divina dignità sarebbe insopportabile [

Chiarimento

già postato nell'aprile 2011



Negoziabili e non negoziabili

di Gilberto Borghi

Un certo uso di questa espressione finisce per fare di questi valori una bandiera da esibire per definire sé stessi, più che una vita spirituale da coltivare

Questa volta sono serio. Non mi è mai piaciuta come espressione. Ma da quasi cinque anni sembra monopolizzare i ragionamenti sui cattolici in politica. "Valori non negoziabili" è una frase che contiene in sé il senso della difesa e della sensazione di essere assediati su ciò che di più prezioso abbiamo. E per questo non mi rappresenta come cattolico. Per la prima volta l'ha utilizzata Benedetto XVI nel 2006 parlando ai parlamentari del PPE in udienza. In quella occasione era suo intento mostrare come l'Europa non potesse fare a meno di riconoscere "l'esistenza certa di una natura umana stabile e permanente, fonte di diritti comuni a tutti gli individui, compresi coloro stessi che li negano". Quindi in origine nasce come confine che definisce quale sia il comportamento cattolico in politica di fronte ad altri parlamentari che provengono da culture antropologiche diverse. Ora, al di la del fatto che questo tentativo di porre un argine sul concetto di natura sia sensato ed efficace, mi pare evidente che questa espressione abbia subito un utilizzo improprio in Italia, negli ultimi tre anni, fino a farla diventare la definizione di chi è cattolico "tout court". (...) Bene, e come si fa a definire un non cattolico in Italia? Berlusconi che vara una legge contro la fecondazione assistita, e vuole risolvere il problema degli immigrati rimandandoli a casa loro è cattolico? Bossi è cattolico visto che viene additato da mons. Fisichella come perfettamente in linea con la Chiesa sui valori non negoziabili, ma dichiara apertamente che Bagnasco non capisce nulla quando dice che il federalismo deve essere solidale? Vendola che si dichiara a favore delle coppie di fatto e cita mons. Tonino Bello sul senso del suo essere cattolico? E gli esempi si potrebbero davvero sprecare. Per dire chi non è cattolico, devo sapere prima dire chi lo è. Perciò è un circolo vizioso. E allora è evidente che questo confine "non negoziabile" serve prima di tutto a definire chi è un cattolico oggi nella società italiana. E questo sa davvero di difficoltà a definire una propria identità. E ci si rifugia dietro a questa espressione, "valori non negoziabili", per riuscire almeno in parte a tacitare il senso di sgomento nel non sapere più chi siamo. E in questo modo ha libero spazio una interpretazione di questa espressione che finisce per fare di questi valori una bandiera da difendere ed esibire per definire sé stessi, più che una vita spirituale da coltivare da cui lasciarsi trasformare. E ovviamente chi non ha il medesimo impegno concreto e le stesse modalità operative finisce per essere immaginato come non cattolico. Benedetto XVI aveva espressamente rifiutato questa interpretazione fin dal 2006: "Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità". E dopo di lui anche il card. Bagnasco e perfino mons. Crepaldi concordano su questo. Il principio ispiratore che definisce quali siano sono questi valori non negoziabili è il rispetto della dignità della persona umana, considerata a 360 gradi dal concepimento alla morte, in ogni situazione e condizione. E la scommessa davvero fondamentale è la capacità dei cattolici di perseguire questa unitarietà dei valori, che discendono dal rispetto della dignità della persona. Ogni riduzione è un tradimento di Cristo. Perciò davvero è assurdo contrapporre la vita alla solidarietà sociale, la natura umana alla libertà individuale. Questa sì che è la faccia più deleteria del postmoderno. (...)

Vampiri interessati

Se inquino (purtroppo) il nostro sito (e l'intero universo) con le parole che trovate qui sotto, è solo per ricordare a quale livello di violenza e di menzogna possano giungere coloro che si auto-dichiarano "difensori" dei valori cristiani. In realtà si sa che difendono interessi ben diversi. Per il proprio tornaconto e per la propria soddisfazione... Chissà come si sta bene a soddisfare il proprio bisogno di sangue (altrui)... Vampiri.

don Chisciotte





"Tagliarsi i cosiddetti" Ecco come il Senatùr torna alla Lega di lotta...

di Alessandro Sallusti

(...) Sorprende come una parte della curia milanese e del mondo cattolico meneghino si stia dando da fare per aiutare Pisapia. Matrimoni gay, droga libera, ateismo formale e sostanziale (cose previste nel programma della sinistra) sono così attraenti per il cardinale Tettamanzi? Evidentemente sì, perché non soltanto il principe della Chiesa ambrosiana non ha dato indicazioni chiare al suo gregge, ma le sue mezze frasi e la sua no­ta ambiguità sono certamente un aiuto ai mangiapreti alla Pisapia. Non contento di aver quasi distrutto la diocesi, oggi Tettamanzi e compagni cercano di distruggere anche la città, tanto lui, il cardinale, tra pochi mesi andrà (finalmente) in pensione e i cocci saranno tutti nostri.

Su questo tema, per esempio, mi aspetterei una parola chiara del cardinale laico della città, il governatore Formigoni, che invece ieri l'altro ha dichiarato che in fondo lui lavorerebbe bene anche con Pisapia. In che senso, governatore? Sugli affari dell'Expo o sulle nuove politiche a sostegno della famiglia tradizionale? Sui consigli di amministrazione delle società pubbliche o su norme a sostegno della sussidiarietà? Io penso che a questo punto i cattolici milanesi abbiano diritto di sentire dai loro punti di riferimento, laici e religiosi, parole chiare e definitive su come orientarsi in questo casino. O ancora una volta, come già è successo su presepi, crocifissi,radici cristiane dell'Europa, i cattolici per sentirsi difesi e rappresentati devono aggrapparsi al Bossi e al suo Dio Po?

Clericalismo

I rischi del clericalismo

Essere contrari al clericalismo non è la stessa cosa che dichiararsi anticlericali. Il termine anticlericale indica una forte resistenza all'influenza sociale e politica della Chiesa cattolica. Clericalismo, invece, è piuttosto un'enfasi eccessiva riguardo al ruolo del clero nelle questioni interne alla Chiesa. Questo implica una sorta di elitarismo clericale, una superiorità riconosciuta del ministero ordinato rispetto ai laici. Ora l'anticlericalismo, come concetto nella politica europea, è stato superato da tempo, in qualche misura può considerarsi datato. Ma il clericalismo è ancora molto in voga (...) In questo contesto è diventato quasi d'obbligo per la gerarchia schierarsi contro il clericalismo. Ora al clericalismo era stato inferto un duro colpo dall'enfasi con cui il Concilio aveva parlato di sacerdozio comune dei fedeli come conseguenza del comune sacramento del battesimo. Ma è del tutto evidente oggi una reazione clericale tra quanti stanno percorrendo il cammino di formazione al sacerdozio o tra quelli di recente ordinazione. Sia per l'abito che per l'atteggiamento, alcuni di costoro sembrano desiderare ardentemente

Anniversario dell'indipendenza dell'Eritrea (1991)

già postato nell'aprile 2011


Senza patria né diritti

Eritrei: ecco l'andata e il ritorno dall'inferno

Erano 250 eritrei colpevoli di inseguire un sogno di libertà. Fuggivano da un regime oppressivo, volevano raggiungere Israele. Invece sono stati rapiti per mesi nel Sinai da una rete criminale composta da clan di beduini Rashaida. Circa 85 di loro fuggivano dalla Libia, "chiusa" ai migranti dopo il trattato di amicizia con l'Italia, gli altri provenivano dal Sudan. La loro odissea è iniziata il 23 novembre, per la maggior parte è terminata tra Natale e febbraio con il pagamento del riscatto variabile dagli 8 ai 10mila dollari. Abbiamo seguito la loro tragedia

Salvezza della carne, con la carne, nella carne, per la carne

Dal Trattato «Contro le eresie»

di sant'Ireneo, vescovo

(Lib. 5, 2, 2-3; SC 153, 30-38)

Se la carne non viene salvata, allora né il Signore ci ha redenti col suo sangue, né il calice dell'Eucaristia è la comunione del suo sangue, né il pane che spezziamo è la comunione del suo corpo. Il sangue infatti non viene se non dalle viene e dalla carne e da tutta la sostanza dell'uomo nella quale veramente si è incarnato il Verbo di Dio. Ci ha redenti con il suo sangue, come dice anche il suo Apostolo: in lui abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati per mezzo del suo sangue (cfr. Ef 1, 7).

Noi siamo sue membra, ma siamo nutriti dalle cose create, che egli stesso mette a nostra disposizione, facendo sorgere il suo sole e cadere la pioggia come vuole. Questo calice, che viene dalla creazione, egli ha dichiarato che è il suo sangue, con cui alimenta il nostro sangue. Così pure questo pane, che viene dalla creazione, egli ha assicurato che è il suo corpo con cui nutre i nostri corpi.

Il vino mescolato nel calice e il pane confezionato ricevono la parola di Dio e diventano Eucaristia, cioè corpo e sangue di Cristo. Da essi è alimentata e prende consistenza la sostanza della nostra carne. E allora come possono alcuni affermare che la carne non è capace di ricevere il dono di Dio, cioè la vita eterna, quando viene nutrita dal sangue e dal corpo di Cristo, al quale appartiene come parte delle sue membra? Lo dice l'Apostolo nella lettera agli Efesini: Siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa (cfr. Ef 5, 30), e queste cose non le dice di un uomo spirituale e invisibile - uno spirito infatti non ha né ossa né carne (cfr. Lc 24, 39) - ma di un uomo vero, che consta di carne, nervi e ossa, e che viene alimentato dal calice che è il sangue di Cristo e sostenuto dal pane, che è il corpo di Cristo.

Il tralcio della vite, piantato in terra, porta frutto a suo tempo, e il grano di frumento caduto nella terra, e in esso dissolto, risorge moltiplicato per virtù dello Spirito di Dio, che abbraccia ogni cosa. Tutto questo poi dalla sapienza è messo a disposizione dell'uomo, e, ricevendo la parola di Dio, diventa Eucaristia, cioè corpo e sangue di Cristo. Così anche i nostri corpi, nutriti dall'Eucaristia, deposti nella terra e andati in dissoluzione, risorgeranno a suo tempo, perché il Verbo dona loro la risurrezione, a gloria di Dio Padre. Egli ci circonda di immortalità questo corpo mortale, e largisce gratuitamente l'incorruzione alla carne corruttibile. In questa maniera la forza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza degli uomini.

In un modo o nell'altro, il confronto con gli altri esiste

La «depressione» da Facebook che colpisce gli adolescenti

Secondo una ricerca americana, i ragazzi soffrono il confronto sul popolare social network

«Tu, quanti "amici" hai?»: la domanda ormai è di uso corrente nell'era di Facebook. Specie tra compagni di scuola, adolescenti che, del popolare social, network sono i più accaniti fruitori. Ma il gioco può diventare pericoloso, e la realtà virtuale che si sovrappone a quella reale, può scatenare sinistri meccanismi depressivi tra i più giovani. Lo rivela uno studio statunitense condotto dalla prestigiosa American Academy of Pediatrics. I ragazzi con difficoltà comportamentali e un basso livello di autostima, quelli che tendono a isolarsi insomma, rischiano di accentuare ancor più tali debolezze nel mondo del social network: vedere il più bello della classe con molti più amici dei tuoi o che «posta» sempre commenti positivi sarebbe molto più «pericoloso» dello star seduti da soli in un bar affollato o altre situazioni simili. Perché non ci sarebbe modo di osservare le espressioni facciali o il linguaggio del corpo, all'interno di quel contesto. Senza considerare il fatto che, essendo aperte ai commenti di chiunque, il bullismo, oltre che tra i banchi, si può riversare anche sulle pagine di Facebook (...) «Questo è un caso estremo - commenta lo psichiatra Claudio Mencacci - ma è vero che queste dinamiche possono scatenare nei ragazzi più vulnerabili, comportamenti autolesivi. Facebook è una realtà-vetrina dove uno immette soltanto elementi di positività. E sicuramente il confronto induce l'adolescente ad assolutizzare tutto e quindi a cadere in depressione, perchè non ha ancora gli strumenti per discernere il vero dall'illusorio». Per Mencacci quindi, il network più che social, a volte può essere «anti-social, perchè una realtà mondata dalla negatività del vivere, non è una realtà corretta». I genitori che notano nei propri figli un principio di depressione «devono stare con loro - conclude Mencacci - anche nei frangenti in cui si immergono nelle comunità del web. E insegnare ai ragazzi che la vita non é solo lo scintillio di una pagina di Facebook»

Matteo Cruccu

Medioevo nel 2011

già postato l'11 aprile 2011



Calabria, processione vietata ai clan. "I carabinieri porteranno le statue".


di Giuseppe Baldessarro

«Se i clan non la piantano quest'anno ci mando i carabinieri a portare le statue dell'Affruntata». Il prefetto di Vibo Valentia Luisa Latella non gliela darà vinta, è una donna determinata. La processione di Sant'Onofrio non è più «cosa loro», come in passato. Ed «è inutile che la ‘ndrangheta continui a minacciare» i ragazzi del paese che si offrono come portatori il giorno di Pasqua. Lo scorso anno, per mettere le mani sulla celebrazione dei riti pasquali, i mafiosi di questo piccolo paese calabrese avevano sparato contro la porta di casa del priore. Così la festa fu rinviata di una settimana. Quest'anno le autorità si erano preparate per tempo, e quindici giorni fa hanno tenuto una riunione in prefettura a cui hanno partecipato sia i vertici delle forze dell'ordine che quelli della diocesi. Si era deciso che le statue della Madonna Addolorata, di San Giovanni e del Cristo Risorto, le avrebbero portate i giovani perbene della comunità, quelli che con le ‘ndrine non hanno niente da spartire. Il vescovo di Nicotera-Militello-Tropea Luigi Renzo, in vista della Pasqua aveva invitato i sacerdoti a «essere più coraggiosi e uniti». Aggiungendo: «Voglio proporre un suggerimento pratico di rottura». Ossia «affidare ai giovani che frequentano la parrocchia l'opportunità di portare loro le statue e di renderli protagonisti anche nell'organizzazione». L'appello era stato accolto dalla "Sant'Onofrio" e dalla "Azzurra", le due squadre di calcio amatoriale del posto, che dopo aver parlato col parroco si erano offerte di mandarci i loro ragazzi a fare l'Affruntata. La cosa però non è piaciuta ai clan. E la notte tra venerdì e sabato hanno fatto arrivare il loro "parere" contrario. Francesco Petrolo, presidente di uno dei due team, è stato minacciato di morte telefonicamente. All'allenatore Luigi Naccari, hanno tagliato le gomme della macchina. Messaggio rispedito al mittente dalla Latella: «La prefettura e le forze dell'ordine daranno il loro pieno sostegno ai giovani che hanno dato la disponibilità a portare le statue. Qualora ci dovesse essere bisogno, però, faremo portare le statue ai carabinieri ed ai vigili del fuoco». È un braccio di ferro che dura da più di un anno quello tra la ‘ndrangheta e lo Stato. Da quando la Chiesa e le istituzioni hanno deciso di cacciare i boss dalla manifestazioni religiose. Fino al 2009 il ruolo di portatori era sempre stato dei picciotti dei clan. Erano loro a piazzarsi sotto le statue la domenica di Pasqua. Per la tradizionale Affruntata gli uomini vicini ai Bonavota si vestivano a festa e si presentavano in chiesa per la processione. Per i novizi delle cosche era una sorta di debutto in società. Un appuntamento importante per la comunità cattolica del paese, ma anche un'investitura di boss e killer. I capi portavano la Madonna, i giovani gregari il San Giovanni che le correva incontro a darle la notizia della Resurrezione, inchinandosi tre volte ai suoi piedi. Boss e picciotti appunto, davanti all'intera comunità, per sottolineare chi comandava. Era così a Sant'Onofrio, dove sacro e profano spesso sono un'unica cosa. Era così fino al 2010 quando le regole sono cambiate. Il vescovo Renzo, decise all'epoca di far girare per le parrocchie della provincia un regolamento interno per le «buone pratiche» nelle manifestazioni pubbliche. E tra le «raccomandazioni», proprio quella di tenere lontane dalle processioni le «persone discusse». Un'indicazione seguita già allora dal parroco don Franco Fragalà e dal priore della confraternita che si occupava del sorteggio dei nomi dei portatori, Michele Virdò. L'elenco dei portatori nel 2010 non piacque ai mafiosi, che sparano due colpi di pistola sul cancello di casa di Virdò. Così la manifestazione si rinviò alla domenica successiva. Quel giorno Sant'Onofrio fu blindata dalle forze dell'ordine, e tutto si svolse regolarmente. Quest'anno si ricomincia.

in “la Repubblica” dell'11 aprile 2011

L'unica "potenza" che sia evangelica

già postato il 17 aprile 2001



Il profeta Zaccaria, parlando per il suo tempo e per le attese dei suoi giorni, già aveva intuito quale sarebbe stato lo stile e il modo di presentarsi del Messia di Dio. Non con i cavalli da guerra, non con la forza delle armi, ma con la mansuetudine dell'asino, la bestia da soma dei giorni di pace, e con il dominio invincibile della giustizia: “Egli è giusto e vittorioso, umile

Dio, non gli idoli

Ripudiare la guerra. Davvero

di mons. Luigi Bettazzi

«L'Italia ripudia la guerra», dice la nostra Costituzione del 1948 all'articolo 11. Ma non la ripudiano gli italiani, per lo meno quelli che contano sul piano economico e politico. E per questo si continuano a costruire armi, anche dispendiose (come i cacciabombardieri da 16 miliardi di euro), che fanno lavorare e guadagnare molte imprese, e così si va a bombardare in Libia (come già in Iraq ed in Afghanistan), perché ci si copre con l'ombrello dell'Onu o della Nato. Non è che il ripudio della guerra della Costituzione corrispondesse al disinteresse per la pace. Anzi ripudiare la guerra era un'espressione di amore alla pace, se è vero quanto scriveva nel 1963 papa Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, che è follia (alienum a ratione...fuori dalla ragione) pensare che la guerra possa portare alla giustizia e alla pace. E ne dà, papa Giovanni, anche la ragione: da una parte i terribili mezzi di distruzione di cui si arricchiscono costantemente gli arsenali, dall'altra l'accresciuta possibilità di dialogo e di verifiche sotto la tutela di organismi internazionali. È proprio questa mancanza di ricerca di dialogo che porta i problemi a situazioni così gravi da rendere pressoché indispensabile l'intervento militare. Ed è quello che sta accadendo con la Libia, con la quale si sono intrattenuti rapporti più che amichevoli con un'iniziale dimostrazione di disinteresse se non di favore (per non «disturbarlo», si disse), cercando poi di non lasciarsi scavalcare dagli europei più decisi, fino ad andare anche noi a bombardare, con l'avallo del presidente della Repubblica. Non solo però ce n'eravamo lavate le mani prima, ma abbiamo continuato a lavarcele anche dopo, senza mai tentare un serio intervento diplomatico e senza darci veramente da fare perché l'Onu o l'Europa se ne facessero promotori. Anche con Hitler si fece così: lo si lasciò fare (vedi Monaco 1938), trovandosi poi nella necessità di fare una guerra per garantire la pace. Si farà così anche con la Siria, per cui si spendono molte parole ma senza seri interventi diplomatici, per giungere poi a dimostrare necessario l'intervento militare? Non sarà esplicita, ma si ha l'impressione di un'implicita convinzione che tanto poi andremo a bombardare, così useremo le nostre armi raffinate (se no, cosa ci stanno a fare?) e poi ne faremo altre ancora più raffinate. E alla fine per lo meno ci guadagneremo. Quello che manca

Speranze di democrazia

già postato nell'aprile 2011



Rivolte arabe speranze cristiane


di Franco Garelli

Come si muovono e si comportano le minoranze cristiane nelle rivolte in atto in Nord Africa e nel Medio Oriente? Hanno un ruolo attivo o vivono in stand by, in attesa di soluzioni più favorevoli alla loro presenza? Molte fonti concordano nell'indicare che il fattore religione non ha avuto un peso particolare nelle rivoluzioni che stanno cambiando la sponda Sud del Mediterraneo, innescate assai più da tensioni e squilibri avvertiti trasversalmente da molti gruppi sociali che da questioni ideologiche o da conflitti identitari. Nelle proteste e nelle mobilitazioni di piazza (soprattutto nella situazione egiziana e in quella tunisina) la parola e l'iniziativa sono state prese da una classe di giovani distante dall'intreccio tra religione e politica, che più non sopportava l'insensatezza di regimi politici che impedivano loro un minimo di futuro e di emancipazione. Dunque, rivolte giovani, mobilitazione generazionale, ma anche rivoluzione laica e non religiosa, in quanto le bandiere islamiche erano perlopiù assenti, mentre sventolavano quelle nazionali. Il collante della mobilitazione è stato ed è il nazionalismo, l'affermazione di un sentimento e di un'identità che superano le differenze sociali, confessionali e geografiche. Certamente non sono mancati gruppi islamici che hanno cercato di cavalcare la protesta, ma

Sullo stesso tema del post delle 6.12

La biografia di Mamma Rosa

di Roberto Beretta

Che cosa spinge le iper-cattoliche Edizioni Segno di Udine ­a pubblicare «in edizione limitata e numerata» la vita della mamma del nostro capo di governo?

Ci mancava anche padre Pio! E invece c'è: Rosa Bossi Berlusconi avrebbe infatti ricevuto a suo tempo dal santo frate delle stigmate una profezia «su suo figlio, futuro premier, secondo cui non gli sarebbe accaduto mai nulla di grave fino a quando si sarebbe continuato a comportare correttamente»... Volendo fare una facile battuta (...), si potrebbe dunque concludere che siamo di fronte a un grave dilemma: o il bunga bunga non è poi moralmente così «scorretto», oppure padre Pio per una volta ha sbagliato previsioni... Ma non vogliamo fermarci a questo livello, nel segnalare quanto invece ci appare assai più significativo (e grave) nella notizia che stiamo per dare: cioè che è proprio una casa editrice cattolica - anzi iper-cattolica e tradizionalista, le Edizioni Segno di Udine ­- a pubblicare «in edizione limitata e numerata» la biografia de «La piccola grande Rosa», mamma recentemente defunta del nostro capo di governo. «L'editore Piero Mantero -­ annuncia con giustificata enfasi la scheda di lancio del volume - è convinto che da questa pubblicazione molti potranno trarne vantaggio e iniziare a valutare il premier e la famiglia Berlusconi attraverso gli insegnamenti della mamma Rosa» (in effetti, a tutt'oggi milioni di italiani lo giudicano ­- positivamente o negativamente che sia - sulla base di ben altro). Non solo: «Dal libro emerge il ritratto e il carattere di tutta la famiglia Berlusconi, forgiato dai grandi valori di questa fantastica madre che ha saputo trasmettere ai suoi cari con abnegazione e forza d'animo». Nemmeno «l'uomo della Provvidenza», per non parlare di De Gasperi, aveva ottenuto tanto: la glorificazione (lui ancora vivo) della mamma. (...) Che fare? Correre in libreria ad assicurarsi il prezioso volumetto per la meditazione quotidiana oppure strapparsi i capelli per un'iniziativa che rilancia un cesaropapismo di cui la Chiesa italiana non sentiva affatto l'urgenza? Decida il lettore. Da parte mia, credo che in questa semplice notizia si nascondano numerosi spunti di riflessione, e non voglio nemmeno enumerarli per non sciupare il piacere ai lettori. Una sola nota: quando ci si compiace tanto delle nostre «radici cattoliche», dovremmo anche chiederci come mai ne nascono simili fiori.

Vandalo sotto gli occhi degli "adulti"

L'immagine scattata durante il derby Bari-Lecce ritrae un bambino sugli spalti, in solitaria, mentre lancia un pezzo di stadio (un seggiolino) verso il campo. Con gli adulti che lo guardano e nessuno che lo ferma.

di Maurizio Crosetti

Grazie per gli auguri!

già postato nell'aprile 2011



"Vi auguro un Egitto":

lettera aperta alle persone coscienziose in Occidente.


di Omar Barghouti

Vi auguro lo slancio per resistere; per lottare per la giustizia sociale ed economica; per conquistare la vostra vera libertà e uguali diritti.

Vi auguro la volontà e la capacità di evadere dalle vostre mura di prigione ben nascoste. Vedete, nella nostra parte del mondo, mura di prigione e spesse porte inviolabili sono anche troppo evidenti, ovvie, insopportabili, soffocanti; ecco perché restiamo indocili, ribelli, irati, e sempre attivi nel preparare il nostro giorno di libertà, di luce, quando metteremo insieme una massa critica di potere popolare sufficiente ad attraversare tutte le linee rosse categoriche. Allora potremo sbriciolare le vecchie, brutte, fredde, pesanti catene arrugginite che ci hanno imprigionato mente e corpo per tutta la nostra vita come il lezzo incontenibile di un cadavere putrescente nella nostra claustrofobica cella carceraria. Le vostre celle sono invece del tutto diverse. I muri sono ben nascosti per non provocarvi la volontà di resistere. E non hanno porte: potete aggirarvi “liberamente” intorno, senza mai riconoscere la prigione più vasta nella quale siete pur sempre confinati.

Vi auguro un Egitto, di modo che possiate decolonizzare la vostra mente, perché solo allora riuscirete a visualizzare la vera libertà, la vera giustizia, la vera uguaglianza, e la vera dignità.

Vi auguro un Egitto, per poter stracciare il foglio con la domanda a scelta multipla “che cosa vuoi?”, giacché tutte le risposte che vi sono date sono sbagliate in pieno. La vostra unica scelta sembra fra un male e un male minore.

Vi auguro un Egitto, perché possiate gridare come i tunisini, gli egiziani, i libici, i bahrainiti, gli yemeniti, e certamente i palestinesi, “No! Non vogliamo scegliere la risposta meno sbagliata. Vogliamo una scelta del tutto altra, che non è nel vostro dannato elenco”. Data la scelta fra schiavitù e morte, noi univocamente optiamo per la libertà e una vita dignitosa - niente schiavitù e niente morte.

Vi auguro un Egitto, perché sappiate ricostruire collettivamente, democraticamente, e responsabilmente le vostre società; ristabilire regole che servano alla gente, non al capitale selvaggio e al suo braccio bancario; porre fine al razzismo e a ogni sorta di discriminazione; guardare più avanti e vivere in armonia con l'ambiente; eliminare guerre e crimini di guerra, anziché posti di lavoro, sussidi e servizi pubblici; investire nell'istruzione e nella sanità, non in combustibili fossili e ricerca sugli armamenti; rovesciare la tirannia repressiva delle multinazionali; e sparire dall'Afghanistan, dall'Iraq, e da tutti gli altri luoghi dove sotto la cappa della “esportazione della democrazia” le vostre ipocrite crociate hanno diffuso disintegrazione sociale e culturale, povertà estrema e disperazione senza fondo.

Vi auguro un Egitto, di modo che possiate adempiere agli obblighi legali e morali dei vostri paesi per aiutare a ricostruire le economie e le società violentate, de-sviluppate delle vostre ex- o attuali

Nei nostri tempi di guerra, la commovente storia di un reduce

Davide Van De Sfroos

"Il reduce"

Album: "Yanez" (2001)



Spécia un attim a cascià via'l suu

e a lassamm de par mi cun l'umbriia

in soel müür la tua cruus par che dunda

quand che pizzi 'l camén

La pultrona cugnuss el me pees

ma a sfundàla l'è questa memoria

che l'è scià cul so fiaa de zampogna

per mea famm durmi

e se vardi sto guantu de pell

cun suta un pügn faa de legn

se dumandi se la man che ho perdüü

l'è dree amò a sparà

O forsi l'è sta'l to regaal

strepamm via quela man sciagürada

che pregava per mea fass cupà

e sparava sparava sparava

a oltra geent che sparava

e sparava sparava sparava

a oltra geent che pregava



Eri mai cupaa gnaa un fasàn

e ho trataa sempru been anca i furmiigh

serum in tanti cargà in soe quel trenu

cume foej destacàa

e imparaum la geografia

nel cüntà ogni siit che brüsava

E la scendra de tüta l'Europa

ghe l'ho ancamò in buca

Per el viaggio de nozz cun la mort

hemm cataa foe Nikolajewka

e brindavum cul giazz e cul foec

e'l müson ne la palta

E la spusa vestida de negru

quanta geent l'ha purta in soel so altaar

e intaant che ghe davi la man

la girava la facia luntan

verso quei che basava

e però la lassava'l so anell

a sto omm che turnava

La tua cruus la g'ha sempar tri cioo

e la mia uviameent voen in menu

ma son qui con la stessa preghiera

come ogni sera

te la scrivo col sangue non speso

e una penna nera.

Cristianesimo di convinzione

già postato a fine aprile 2011



Il ritorno dei battesimi di adulti


di Henrik Lindell

La Chiesa cattolica francese è in crisi, la cosa è risaputa. Lo testimonia in maniera eclatante la diminuzione del numero di ordinazioni, di battesimi di bambini e di cresime, in particolare in questi ultimi dieci anni. In questo contesto di crollo, c'è però una cifra che tranquillamente aumenta: quella dei battesimi di adulti. Secondo uno studio pubblicato l'11 aprile dalla Conferenza episcopale e dal Servizio nazionale della Catechesi e del Catecumenato, la Chiesa cattolica riceverà 2952 adulti per il battesimo nel corso delle feste pasquali di quest'anno. Una cifra che può essere paragonata con i 2335 battesimi di adulti del 2002. Inoltre, il numero di coloro che “ricominciano” aumenta anch'esso: 1700 nel 2008 e 2000 nel 2010. Queste cifre sembrano marginali rispetto al numero dei battesimi di bambini che è passato da 380000 dieci anni fa a circa 300000 quest'anno. O quello dei giovani cresimati (inferiori ai 18 anni), il cui numero

Poich

(...) Non si impara tutto da soli, naturalmente. Bisogna passare attraverso qualcuno per raggiungere la parte più segreta di sé. Attraverso un amore, una parola o un viso. O attraverso un piccolo cavallo chiaro. Quando la lezione è terminata, il pomeriggio è appena cominciato. Altre lezioni iniziano, meno felici. I compiti per casa ancora da fare. E l'obbligo sfinente di sedersi davanti al pianoforte nero, come ogni giorno.Lascia il cavallo bianco con rimpianto. È l'eterna domanda di ogni volta, l'oscuro enigma: perché non restare qui. Visto che qui sono felice. Poiché accanto al cavallo bianco sono più vicina a me stessa. Perché allora andare avanti, continuare, perché dunque tutte quelle ore che mi allontanano da me stessa come da tutto.(...) (continua - fai il download tra i nostri Testi)



 Christian Bobin, Mille candele danzanti, 41-45

Buone notizie

Tutto esaurito: la rivincita della spiritualità

di Cristina Taglietti

Lasciata fuori (o quasi) l'editoria religiosa dai libri che hanno fatto l'Italia, i temi della spiritualità si prendono la rivincita nelle sale del Lingotto [Salone del libro di Torino] (...). Non è un caso che Erri De Luca (...) abbia riempito la Sala Oval ed Enzo Bianchi, nella serata, abbia trattenuto nella Sala Rossa molti lettori (...) Hanno convogliato quello che Ernesto Ferrero definisce un bisogno «di fare qualcosa per la collettività e che forse sopperisce a una drammatica assenza di riferimenti nella società». Il volto religioso del Salone è affidato a non credenti come Erri De Luca, che afferma di escludere la divinità dalla sua vita, ma non da quella degli altri; agli uomini di Chiesa più progressisti, quelli che parlano, come Enzo Bianchi, anche agli increduli; ai preti di battaglia impegnati nel sociale, come don Virginio Colmegna e don Giacomo Panizza (...) che hanno affrontato i temi caldi dell'immigrazione e dell'accoglienza. Di Chiesa e religione si parla abbondantemente in questo Salone e spesso in chiave critica, soprattutto verso le gerarchie. (...) Ieri è stato il giorno delle Sacre Scritture. E non è un caso che Erri De Luca, da anni impegnato, ricorda Ferrero, «in un corpo a corpo con parole antiche» per le sue traduzioni della Bibbia, e il priore della comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, abbiano entrambi analizzato la stessa pagina del Vangelo di Giovanni, quella dell'adultera condannata alla lapidazione che Gesù salva con le parole «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». De Luca, che ha appena pubblicato E disse (Feltrinelli), risale al cuore nel monoteismo, raccontando la storia di Mosé che «va a prendersi» sul Monte Sinai «la notizia della divinità», e la recapita a un popolo che accetta di prendere su di sé quel carico, ma parla anche delle Sante dello scandalo (Giuntina), cinque donne tra cui Maria, una «genealogia che passa attraverso Davide e arriva fino al Messia, figure che hanno avuto un ruolo decisivo nel rapporto con la divinità, mortificato, nel corso, dei secoli, da traduzioni che hanno attribuito alle Scritture una condanna del corpo femminile». Delle donne nella Bibbia parla anche Bianchi (...). Un incontro che insiste sulla necessita di «riseminare il Vangelo, liofilizzato nei valori cristiani», dice Ugo Sartorio, direttore del «Messaggero di Sant'Antonio». «Vangelo - ricorda il priore di Bose - significa buona notizia. Non tutta la Bibbia è Vangelo. Ho l'impressione che noi oggi non sentiamo il Vangelo come una buona notizia perché le stesse Chiese l'hanno imbalsamato, ne hanno fatto un breviario di etica, un deposito di dogmi. Il Vangelo dovrebbe rallegrare, spingere verso la felicità, è una buona notizia, che non si può dare in modo rabbioso, arrogante, nemico. Il fatto è che noi cristiani non sappiamo più dare una buona notizia».

in “Corriere della Sera” del 14 maggio 2011

La "pseudo-cultura" del "petteguless"

già postato il 27 aprile 2011



Il pettegolezzo in prima pagina


by Zeronegativo

Il termine è ormai entrato nell'uso comune, e molti dizionari di italiano ne riportano il lemma. È uno dei tanti anglismi introiettati dalla nostra lingua, di quelli che chiunque sa usare con disinvoltura, compreso chi non conosce l'inglese. La parola in questione è “gossip”, ossia pettegolezzo. Così il Sabatini Coletti: «Chiacchiera inopportuna e indiscreta, tesa a mettere in cattiva luce qualcuno, a commentarne maliziosamente la condotta». Pare innocua, a leggerla così. E invece è un'arma devastante, se a entrare a conoscenza della diceria sono milioni di persone. Dall'altra parte della barricata c'è un'altra parola, “informazione”. I due termini non dovrebbero mai entrare in relazione, è ovvio: l'informazione è tale in quanto suffragata da fatti, anzi dovrebbero essere proprio questi ultimi a generarla. Eppure, a sfogliare i giornali diffusi nel nostro Paese si fa presto a rimanere disorientati. Basta aprire un quotidiano qualsiasi. Le notizie sono sparite, a favore di articoli in cui si parla d'altro, per pagine e pagine. Storie e storielle, indiscrezioni, dichiarazioni (subito smentite) compongono le prime pagine delle testate, la politica degli annunci ha prodotto l'informazione degli annunci. I fatti in sé spariscono: la notizia è «Tizio ha dichiarato che

Il nostro Dio ama farsi capire

Pierino e il latino

di Maria Elisabetta Gandolfi

Se il latino oggi è da re-imparare perché si fanno meno studi classici, perché dobbiamo ricorrere a un uso quasi misterico della lingua per dare lustro alle nostre liturgie?

Nella pubblicistica pedagogica più diffusa (ma rimango a disposizione degli aventi diritto che ne rivendicassero la paternità a cui non sono stata in grado di risalire) è facile ritrovare il detto che più o meno suona così: per insegnare il latino a Pierino occorre sapere il latino e conoscere anche Pierino. È la prima cosa che mi è venuta in mente quando venerdì ho letto l'istruzione della Pontificia commissione Ecclesia Dei che parla dell'applicazione del motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum che, in breve, concede la possibilità di celebrare liturgie con il rito preconciliare e, quindi, in latino. La notizia della pubblicazione del documento, che ai profani può nel migliore dei casi apparire una questione di lana caprina, è passata sui giornali per il suo lato più notiziabile e cioè che i sacerdoti dovranno studiare di più il latino in seminario per poter "pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato" (n. 20) - nel caso dovessero far ricorso a quel rito e non a quello approvato da Paolo VI dopo il Vaticano II, che ormai si usa per lo più nelle lingue cosiddette vernacolari. Ma sapere o meno il latino non è un aspetto secondario. Non voglio entrare nel merito del documento, che è meritevole di numerosi approfondimenti. M'incuriosisce capire un fatto: se il latino è da re-imparare perché si fanno meno studi classici, perché ormai, pur rimanendo lingua ufficiale della Chiesa, è sempre meno parlato e usato - come attesta anche il recente volume di Massimo Arcangeli, L'italiano nella Chiesa tra passato e presente (Allemandi 2011) -, perché intestardirsi nel volerlo usare nella liturgia? Mettiamo per un momento tra parentesi le celebrazioni pontificie, dove il latino non solo costituisce una lingua della tradizione, ed è utile, oltre la Babele linguistica, a dare uniformità ai vari contesti dove il Papa si trova a celebrare. Parlo di quelle "normali", diocesane, parrocchiali, dove spesso - badate bene - nelle solennità fa capolino la lingua di Cicerone: può essere l'annuncio della Pasqua nella veglia del sabato; può essere il Padre nostro o l'intero Credo; le litanie dei santi... Mi domando - è proprio il caso di dirlo - cui bono? Per il bene di chi? Magari i solerti cultori dell'antico provvedono anche a una - bontà loro - traduzione col testo a fronte: ma è come un film in lingua originale con i sottotitoli... Che cosa dice al fedele praticante che non fa il filologo di mestiere una salmodia in latino con l'occhio che continuamente salta al testo italiano per vedere a che punto siamo? E che cosa dice al fedele saltuario che capita a Messa magari solo la notte di Pasqua o Natale? Lo so, qualcuno mi dirà che alcuni si riavvicinano alla liturgia in latino - vecchia o nuova in molti casi non importa - proprio perché amano la lingua del tempo antico quasi che essa da sola fosse in grado di trasmettere meglio il senso del sacro perché detto e pronunciato in una lingua ai più sconosciuta. Ma è questo il senso del sacro che viviamo e che vogliamo trasmettere? Un sacro lontano e distante dalla vita quotidiana che usa una lingua che viene detta volgare nella sua accezione dispregiativa. Perché dobbiamo ricorrere a un uso quasi misterico della lingua per dare lustro alle nostre liturgie? O forse le liturgie che celebriamo sono talora povere tanto quanto la nostra povertà di spirito? A voler dare a Pierino ripetizioni di latino a ogni costo, secondo me, alla lunga e a buon diritto potrebbe chiederci: "Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?".

Copiare senza cuore... e senza intelligenza

già postato il 12 aprile 2011

 Il fervorino sui 50 anni della parrocchia

di Roberto Beretta

Beh, succede ogni mezzo secolo e stavolta è toccata a me. Sì, la mia piccola parrocchia tra poco festeggia i 50 anni di fondazione e io - in qualità di «giornalista» della situazione - sono stato cooptato per compilare il consueto libretto storico-commemorativo. Dunque ho chiesto ai vari preti passati di qui come parroci e quant'altro una paginetta di memorie e/o riflessioni: come si fa di solito, niente di più. Ebbene, l'altro giorno mi arriva un articoletto di quelli sollecitati. Lo leggo: strano, mi sembra di aver già visto da qualche parte queste parole, quest'esempio... Apro il file di un altro ex parroco: le stesse frasi! Copiato di sana pianta! Ma chi ha preso dall'altro? E come ha fatto? Internet fornisce la risposta in un battibaleno: in realtà hanno copiato entrambi da un loro confratello di Cagliari, il quale ha messo in rete alcune riflessioni sul cinquantesimo della sua parrocchia... I due malcapitati, l'uno all'insaputa dell'altro, hanno girovagato un po' per Google e sono incappati in quel fervorino che suonava loro tanto bene: copia-e-incolla, qualche altra frase di circostanza, e anche il fastidioso compito è finito. Peccato però che - come dice il proverbio - il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, nemmeno quelli per i sacerdoti... E tanto meno nell'epoca del Web, quando è così facile risalire alle fonti. Ora l'episodio (autentico) è piccino, diciamo pure meschino e squallido; perché dunque lo racconto qui? Per le riflessioni che ha suscitato in me e nei comparrocchiani cui l'ho raccontato. Anzitutto la tristezza: ammettiamo pure che un parroco non debba per forza essere un oratore o un letterato, e che la richiesta di scrivere due righe costituisca per lui un fastidio tra i molti; ma se dopo anni trascorsi in una comunità non trova nemmeno le parole per riempire con sincerità mezza paginetta, permettete che qualche domanda sulla qualità della sua presenza passata me la ponga? Nessuno dei laici cui ho chiesto il medesimo contributo scritto ha osato compiere alcun «copia-e-incolla», anzi - ne sono certo - non ci ha nemmeno lontanamente pensato. Un'altra riflessione riguarda la mancanza di rispetto dimostrata dai due pastori verso chi avrebbe letto i loro interventi. Cosa c'è di più intimo e personale che narrare la propria esperienza a quelli stessi con i quali la si è vissuta? Che si venga scoperti oppure no ha poca importanza: è comunque un «tradimento» spacciare per vero ciò che non lo è, alle persone che si è spergiurato di amare. Certo, sono moltissimi gli innamorati che si rivolgono alla fidanzata usando i versi dei grandi poeti; però di solito non fingono di averli scritti da sé... O, qualora lo facciano, prima o poi si beccano un sonoro schiaffone. Io poi, da addetto ai lavori della comunicazione, sento come un'offesa particolare la «marachella» dei due sacerdoti. Per me la parola è sacra, comporta una fatica quotidiana, è bagnata di sudore e talvolta di sangue; praticarla con una leggerezza del genere è una colpa da pessimo mestierante, tanto più quando coloro che l'hanno commessa siano essi pure dei «professionisti della parola» (anzi, addirittura della Parola...). Se dunque hanno avuto una disinvoltura del genere nel mentire «nel poco», cosa combineranno mai «nel molto» delle prediche dal pulpito? Forse, quando ci si lamenta che certe omelie non colpiscano al cuore, bisognerebbe chiedersi quanto sono sincere.


Anch'io oggi farò "altro", purtroppo

Oggi, mentre lavavo la macchina, in Congo 5 donne sono state violentate

di Michele Farina

Perché oggi sono andato a far lavare la macchina anziché partire per il Congo? Perché non ho chiesto al mio capo di mandarmi nel Nord Kivu? Evidentemente questi numeri non mi fanno abbastanza impressione: 400mila donne violentate in un anno, una media di 48 all'ora, quasi una al minuto. (...)  Accade ogni giorno, ogni minuto nella remotissima Repubblica Democratica del Congo (Rdc), nella parte orientale del Paese da anni teatro di una guerra irregolare affollata di eserciti e milizie più o meno legate a Paesi vicini (Ruanda), conflitti etnici (non solo hutu e tutsi) e battaglie per il controllo delle risorse naturali. Questo paradiso sta tra il Nord Kivu e il Sud Kivu, regione dei Grandi Laghi.

L'Onu è presente con una forza di peacekeeping (Monuc) che chiaramente non basta (quando non è coinvolta in qualche scandalo). L'ultimo studio dell'American Journal of Public Health diffuso ieri alza di molto le stime delle Nazioni Unite che parlavano di 16 mila casi di violenza sessuale all'anno. Perché tanta differenza? Mentre l'Onu si basava sui rapporti della polizia, l'aggiornamento si fonda sui dati delle strutture sanitarie (dove ci sono). Nell'Est Congo una donna può dover camminare cento chilometri prima di trovare un centro di assistenza. E malgrado la frequenza degli abusi, lo stigma nei confronti di chi ne è stato oggetto è ancora fortissimo: se al mercato del matrimonio una donna vale una dote di 22 capre, una ragazza stuprata ne vale 2. Violenza, vergogna, isolamento sociale. E internazionale (oltre che mio personale). Quattrocentomila donne violentate dai 15 ai 49 anni, anche se non c'è limite di età. L'Economist ha raccontato che l'Harvard Humanitarian Initiative ha preso in esame un gruppo di vittime all'ospedale Panzi di Bukavu. Età? Dai 3 agli 80 anni. Single, sposate, vedove, di tutte le etnie. Violentate a casa o nella foresta, davanti ai mariti, il 60% sottoposte a violenza collettiva. Casi di figli costretti ad abusare delle madri sotto la minaccia delle armi. Da sempre la violenza contro le donne si accompagna alle guerre degli uomini. Dal Sacco di Roma raccontato da Sant'Agostino ai crimini dei soldati giapponesi a Nankino fino alla Bosnia, dove i serbi avevano organizzato “rape camps” per mettere incinta le donne musulmane. Una forma di pulizia etnica attraverso le nascite. Oggi il Congo ha il posto di capitale mondiale degli abusi sessuali. Anche il linguaggio degli operatori umanitari non ha eguali (come ci ricorda Nicholas Kristof del New York Times): si dice “re-rape” perché succede spesso di essere violentate più volte. Si parla di “auto-cannibalismo” perché le bande armate mutilano le vittime costringendole a cibarsi della loro stessa carne. L'ultimo censimento dà un'immagine ancora più spaventosa di una tragedia che essendo cronica viene spesso data per scontata e quindi dimenticata. Nell'Est Congo sono morte negli ultimi anni 6 milioni di persone. Nel Sud Kivu le donne sono il 55% della popolazione perché gli uomini sono stati ammazzati. Così è in Congo, Stato fallito dove negli ultimi due anni si sono celebrati solo 45 processi (36 condanne) per violenza sessuale. Trentasei condanne su 400mila casi all'anno. Ci vogliono numeri iperbolici per fare notizia, e forse nemmeno quelli. Ci vogliono paragoni con la nostra realtà: quattrocentomila sono gli abitanti dell'intera provincia di Pisa, o dell'isola di Malta. Eppure io oggi sono andato a lavare la macchina anziché chiedere di andare in Congo a raccogliere testimonianze su questo orrore. Un orrore inascoltato eppure già sentito. “Dov'è la notizia? E' il Congo

Entrambi

A don Aniello che se n'è andato

di Fabio Colagrande

I sacerdoti che affrontano a testa alta la malavita sono eroi. Ma anche quelli che provano ad animare queste dormienti comunità parrocchiali metropolitane lo sono altrettanto

Conosco don Aniello Manganiello da qualche anno. Me ne parlò un giorno una collega che l'aveva conosciuto in occasione della visita pastorale di Benedetto XVI a Napoli, nell'ottobre 2007. Mi colpì, come accade a tutti, quel nome allitterante impossibile da dimenticare. Ma subito, la prima volta che lo intervistai per la Radio Vaticana, scoprii un sacerdote intelligente dal parlare semplice, schietto, diretto. Dal 1994 al 2010 don Aniello è stato parroco di Santa Maria della Provvidenza nel rione Don Guanella a Scampia, la periferia Nord di Napoli. Prete scomodo, più volte minacciato dai boss, era per noi un testimone unico di una situazione sociale estrema e allo stesso tempo del servizio pastorale coraggioso e testardo, che lui, come altri preti nel Sud Italia, svolgono in una zona dove non ci sono infiltrazioni mafiose, ma la mafia regna incontrastata. Tra l'altro, in questo caso, amministrando un traffico di droga tra i più redditizi della penisola. Un altro prete di Napoli mi disse un giorno: "Voi da Roma ci chiedete se qui c'è la camorra. Ma noi non la vediamo. Perché qui tutto è camorra. Ci siamo dentro, ed è difficile vedere una cosa quando ci stai dentro". Mi è sempre sembrata un'ottima definizione della realtà che affrontano molti sacerdoti in Calabria, Campania, Sicilia, come in altre regioni. Non preti-anti mafia, ma pastori che non cedono ai compromessi per annunciare il Vangelo e predicare la giustizia e la legalità. Oggi però don Aniello a Napoli non ci sta più. Dopo 16 anni è stato rispedito dai suoi superiori a Roma, nel quartiere Trionfale, da dove era partito. La scelta, un po' come avvenne anni fa per lo spostamento da Locri a Campobasso del vescovo Giancarlo Bregantini, è sembrata a molti un contro senso. Don Aniello, infatti, con audacia e incoscienza, ha sottratto molti giovani della periferia napoletana a una carriera a dir poco disonesta. Nel luglio scorso la gente della sua parrocchia è scesa perciò in piazza a protestare e il suo spostamento è sembrato ad alcuni un favore delle gerarchie ecclesiastiche alla mafia. Lo scrive lo stesso Manganiello nel libro "Gesù è più forte della camorra. I mie 16 anni a Scampia fra lotta e misericordia" appena pubblicato da Mondadori.

In questi casi è giusto sottolineare che i preti sono chiamati all'obbedienza, che nessuno è insostituibile, il protagonismo non è mai un buon modo di servire e che, dopo tutto, le vie del Signore sono infinite. Certo, profonde perplessità su certe scelte della Chiesa restano. Ma al di là di questi legittimi dubbi, colpisce negativamente un'intervista rilasciata dallo stesso don Aniello al settimanale Sette del Corriere della Sera, in occasione della pubblicazione del libro, scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Manzi. In quelle righe l'ex-parroco di Scampia rivela che lui a Roma, una volta tornato, non ci è voluto restare. Si è preso un anno sabbatico ed è tornato nel suo paese natale a Faibano, provincia di Napoli, in attesa di essere assegnato di nuovo a un "progetto fortemente sbilanciato nel sociale". "Cosa ci faccio io in un quartiere di ben pensanti borghesi?" dice don Aniello in quell'articolo. Ora, visto che quel quartiere è quello dove vivo io, qui a Roma, vorrei dirgli che ci sono rimasto malissimo. Oddio, so bene di essere un benpensante, ma speravo davvero che con il suo arrivo nascessero nella mia parrocchia nuove attività pastorali, coraggiose e coinvolgenti. Sarà pure una zona "fredda, residenziale e imborghesita", come dice lui, ma ci sono immigrati, ci sono giovani, famiglie in difficoltà economica. Da un prete creativo come lui mi aspettavo perciò un nuovo slancio, e invece don Aniello se ne è andato. Certo, i sacerdoti che affrontano a testa alta la malavita sono veri eroi, ma anche i preti che cercano di animare queste vecchie e dormienti, indifferenti, comunità parrocchiali metropolitane, forse davvero piene di benpensanti e ipocriti, lo sono altrettanto. (...)

Il Pastore buono e bello


Il "Pastore bello" e la Chiesa dell'amore

Essere testimoni della Bellezza che salva nasce dal farne continua e sempre nuova esperienza: ce lo fa capire lo stesso Gesù quando, nel vangelo di Giovanni, si presenta come il "Pastore bello" (così è nell'originale greco, anche se la traduzione normalmente preferita è quella di "buon Pastore"): "Io sono il pastore bello. Il bel pastore offre la vita per le pecore... Io sono il bel pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore" (Gv 10,11. 14s).

La bellezza del Pastore sta nell'amore con cui consegna se stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l'esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all'amore così ricevuto con l'amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.

Il luogo in cui questo incontro di amore bello e vivificante con il Pastore è possibile, è la Chiesa: è in essa che il bel Pastore parla al cuore di ciascuna delle sue pecore e rende presente nei sacramenti il dono della sua vita per noi; è in essa che i discepoli possono attingere dalla Parola, dagli eventi sacramentali e dalla carità vissuta nella comunità la gioia di sapersi amati da Dio, custoditi con Cristo nel cuore del Padre.

La Chiesa è in tal senso la Chiesa dell'Amore, la comunità della Bellezza che salva: farne parte con adesione piena del cuore che crede e che ama è esperienza di gioia e di bellezza, quale nulla e nessuno al mondo può dare allo stesso modo. Essere chiamati a servire questa Chiesa con la totalità della propria esistenza, nel sacerdozio e nella vita consacrata, è un dono bello e prezioso, che fa esclamare: "Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità" (Salmo 16,6).

La conferma di questo ci viene dalla vita dei Santi: essi non solo hanno creduto nel "bel Pastore" e lo hanno amato, ma soprattutto si sono lasciati amare e plasmare da lui. La sua carità è diventata la loro; la sua bellezza si è effusa nei loro cuori e si è irradiata dai loro gesti.

Quando la Chiesa dell'amore attua in pieno la sua identità di comunità raccolta dal "bel Pastore" nella carità divina, si offre come "icona" vivente della Trinità e annuncia al mondo la bellezza che salva. E' questa la Chiesa che ci ha generato alla fede e continuamente ha reso bello il nostro cuore con la luce della Parola, il perdono di Dio e la forza del pane di vita. E' questa la Chiesa che vorremmo essere, aprendoci allo splendore che irradia dall'alto affinché esso - dimorando nelle nostre comunità - attiri il "pellegrinaggio dei popoli" secondo la stupenda visione che i Profeti hanno della salvezza finale: "Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri" (Is 2,1-3; cf. Mi 4,1-3; Zc 8,20s.;14,16; Is 56,6-8;60,11-14).

Attraverso il popolo del "bel Pastore" la luce della salvezza potrà raggiungere tanti attirandoli a Lui e la Sua bellezza salverà il mondo.


Carlo Maria Martini, Quale bellezza salverà il mondo, 36-38

Siamo anche questo

Cosche dell'altro mondo

di Massimo Gramellini

Da giorni sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero. Che non è vero che domenica scorsa, a Torre Annunziata, la processione del santo patrono si sia fermata davanti alla casa di un noto camorrista della zona per rendergli pubblico omaggio. Che non è vero che l'arcivescovo di Castellammare, monsignor Felice Cece, abbia minimizzato la sottomissione della sua comunità al signorotto feudale, affermando che la sosta non intendeva omaggiare il camorrista, oh no, ma la chiesa di Santa Fara. Che non è vero che l'arcivescovo abbia continuato ad arrampicarsi sui muri, nonostante il sindaco Luigi Bobbio gli avesse prontamente replicato che la chiesa di Santa Fara si trova dieci metri prima della casa del camorrista e che rimane chiusa quasi tutto l'anno. Ma soprattutto sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero, non può essere vero, che la conferenza dei vescovi italiani (Cei) - dotata di riflessi felini quando tratta di intervenire su coppie di fatto, fine vita o fecondazione artificiale, all'alba del quinto giorno dagli incredibili avvenimenti di Castellammare non abbia ancora sentito il bisogno di far sentire pubblicamente la sua voce. Anche solo per ricordare che Gesù non è morto in croce per andare a inginocchiarsi duemila anni dopo davanti alla porta di un camorrista.

Per favore, qualcuno mi dica che tutto questo non è vero. Che siamo in un Paese evoluto abitato da cittadini e da arcivescovi evoluti. Vero?

Linguaggi che parlino... oggi!

«Mira il tuo popolo..»

di Roberto Beretta

In questi giorni di maggio mi sono ritrovato anch'io a cantare il classico inno. E a chiedermi all'improvviso che cosa mai stessi dicendo.

«Mira il tuo popolo, o bella Signora...». In questi giorni di maggio mi sono ritrovato anch'io, al termine delle «funzioni» (si chiamano ancora così? Spero vivamente di no) mariane, a cantare il classico inno. E a chiedermi all'improvviso che cosa mai stessi dicendo. Perché, ragazzi, anche lasciando perdere il lessico desueto, il canto alla Vergine tuttora più noto d'Italia è di una povertà teologica sconcertante. Anzi, c'è forse da ringraziare il cielo che ormai certi vocaboli non li capisce più nessuno («Mira» per «guarda», «festevole» per «gioioso, contento», e così via), in modo tale che il minor numero possibile di pii fedeli si renda conto del nulla che sta cantando a squarciagola. Se analizziamo quei versi, infatti, non ci troviamo nient'altro che la rappresentazione della contentezza del popolo devoto («che pien di giubilo») e la sua generica invocazione a Maria («O santa Vergine, prega per me»). E per fortuna la memoria dei frequentatori dei rosari di maggio, in genere, non va oltre la prima strofa, perché altrimenti ci sarebbe da rizzare i capelli tra il «pietosissimo tuo dolce cuor» e «al porto guidami per tua mercé», fino all'ultima richiesta: «Nel più terribile, estremo agone/ fammi tu vincere il rio dragone/ propizio rendimi il sommo re». Non che si voglia screditare qui il canto sacro del passato (ci sarebbe da proporre un test, ad esempio, per scoprire quanti ancora capiscono il pur eseguitissimo «Signore di spighe indori/ i nostri terreni ubertosi...») per esaltare le composizioni contemporanee; anche queste ultime, infatti, lasciano molto, ma molto a desiderare. E non soltanto musicalmente parlando. Un solo esempio, pescato sempre dal repertorio mariano e tra i più correnti nella liturgia italiana: «Giovane donna». Qui lo stile ellittico ha il pregio di lasciare spazio alla fantasia dei fedeli; ma la parentela con il sacro è quanto mai lontana: a chi allude, per dire, la frase «un desiderio/ d'amore e pura libertà»? Potrebbe essere buona anche in un fotoromanzo, così come la seguente «luce e silenzio/ annuncio di novità»... Scrivo queste righe contro me stesso, perché canto sempre volentieri sia l'un brano che l'altro (più il secondo del primo, a dire il vero), in quanto vi sono emozionalmente affezionato; e chissà quanti altri come me. Però non posso nascondermi che il loro contenuto, anche musicale, è prossimo allo zero. E allora mi chiedo: qual è la cultura mariana che la Chiesa italiana promuove nel concreto, da un secolo a questa parte («Mira il tuo popolo» è del 1905), nei fedeli? Se i motivetti che rimangono nella testa alla gente sono quelli, cosa si può pretendere che pensino della Madonna e del suo ruolo? Di più: come si può pretendere che crescano in una devozione più matura e «pensata» alla Vergine? Faranno come me: dicono il rosario, recitano le litanie e poi cantano, il tutto senza mai pensarci. Già; sarà per questo che, in Italia, la devozione mariana è ancora tanto diffusa?

Sulle stesse orme

postato il 24 aprile 2011

 Ucciso perché amava l'umanità

di Vittorio Cristelli

La notizia dell'uccisione per strangolamento del giovane trentaseienne italiano Vittorio Arrigoni a Gaza ha impressionato, ma ha fatto anche discutere. Volontario, solidale con i palestinesi, è stato messo a morte dai palestinesi salafiti, un gruppo religioso estremista avversario politico di Hamas. Perché era rimasto lì, nonostante l'invito di diplomazie, ma anche di amici, ad abbandonare quel posto pericoloso? Qualcuno ha commentato: "Se l'è comprata", sottinteso: la morte. Altri, come Giuliano Ferrara su "Radio Londra", pur manifestando esplicitamente pietà, l'hanno giudicato un folle utopista. Gli amici l'hanno definito un duro, un testardo, ma con un cuore grande. Era lì nella tormentata Gaza per stare vicino ai bambini, alle donne e ai contadini che rischiano ogni giorno, ma non hanno vie di uscita e di scampo. Ed era lì anche per comunicare al mondo "on-line" sul suo blog quello che stava succedendo. A me, abituato ormai a miscelare le notizie di cronaca con le riflessioni suggerite dal tempo liturgico, è venuto di comparare Vittorio Arrigoni a Gesù Cristo in questo tempo di passione. Vittorio è andato ed è rimasto a Gaza resistendo agli inviti di starne lontano. Ma anche Gesù è andato a Gerusalemme, resistendo ai ripetuti inviti dei suoi discepoli a starne lontano. Vittorio è stato ucciso dalla combine tra potere politico e religioso. Ma anche Gesù è stato crocifisso dal potere politico su pressione insistita del potere religioso. Vittorio è stato giudicato un folle. Ma anche Gesù è stato trattato da folle da Erode che l'ha rivestito del manto tipico dei pazzi. Vittorio è stato definito utopista, uno che crede nella possibilità della convivenza pacifica tra Israele e i Palestinesi. Ma anche Gesù ha predicato l'utopia della pace e dell'amore tra gli uomini. Un duro, un testardo, ma dal cuore grande, Vittorio Arrigoni. Ma anche Gesù fu un duro con i Farisei, con un cuore grande se dal legno della croce pregò il Padre di perdonare i suoi crocifissori, "perché non sanno quello che fanno". Ma duro Gesù anche con i suoi. Non ha dato forse del "Satana" a Pietro che lo voleva fermare sulla via di Gerusalemme? Una strada, quella percorsa da Gesù e, fatte le debite proporzioni, da Vittorio Arrigoni, che non adotta la diplomazia, la prudenza, e men che meno indulge al compromesso con il potere. Per questo appare folle e si espone all'irrisione dell'utopia, che in termini biblici si chiama profezia. Io non so se il volontario pacifista lombardo era un credente in Cristo né voglio aggregarlo alla Chiesa, certo però è che la sua era quantomeno una "profezia straniera", che i cristiani sono chiamati ad ascoltare. Ed ha fatto la fine dei profeti. Paolo VI, nell'intento di disegnare una Chiesa autentica e fedele discepola di Gesù Cristo, diceva che alle note che le attribuisce il Credo, e cioè "una, santa, cattolica e apostolica", bisogna aggiungerne un'altra: "perseguitata'. Certo che in questo modo non avrà l'incenso degli atei devoti, che la vogliono religione civile, funzionale al potere. C'è un ultimo aspetto che merita attenzione. Vittorio Arrigoni ha scritto un libro intitolato "Restare umani". E questa era anche la sua firma sul blog con il quale informava e dialogava con gli amici. Ebbene, l'umanità è pure lo scopo della Chiesa. Papa Wojtyla, che il prossimo primo maggio sarà proclamato beato, ha inventato questo motto: "Via quotidiana della Chiesa è l'uomo". Anche a rischio di essere perseguitata per questo suo impegno.



in “vita trentina” del 24 aprile 2011

Quando fu ucciso Vittorio Arrigoni



postato il 15 aprile 2011

Allora come oggi mi domandavo perché non lo abbiamo definito "eroe nazionale" o "martire della pace"... come qualcuno ha fatto in altri casi di morti.


don Chisciotte

(...) Anche a noi di Pax Christi mancherà la tua “bocca-scucita” che irrompeva in sala, al telefono, quando, durante qualche incontro qui in Italia, nelle città e nelle parrocchie dove si ha ancora il coraggio di raccontare l'occupazione della Palestina e l'inferno di Gaza, denunciavi e ripetevi: “Restiamo umani!” Tu quell'inferno lo raccontavi con la tua vita. 24 ore su 24. Perché eri lì. E vedevi, sentivi, vivevi con loro. Vedevi crimini che a noi nessuno raccontava. E restavi con loro. Abbracciamo Maria Elena, la tua famiglia e vorremmo sussurrare loro che la tua è stata una vita piena perché donata ai fratelli e che tutto l'amore che hai saputo testimoniare rimarrà saldo e forte come la voglia di vivere dei bambini di Gaza. Ci inchiniamo a te, Vittorio. Ora sappiamo che i martiri sono purtroppo e semplicemente quelli che non smettono di amare mai, costi quel che costi.


don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia

Alla vigilia delle elezioni amministrative

Un decalogo per la politica milanese

In vista delle elezioni del Sindaco e del Consiglio Comunale di Milano, e in tempi tanto travagliati e difficili, i rappresentanti di alcuni Enti ed Associazioni espressioni del mondo cattolico ritengono opportuno manifestare ai candidati principi e priorità considerati necessari per l'impegno politico. Questi principi e priorità attengono sia il piano dell'etica personale, sia il piano delle scelte strategiche e costituiscono requisiti per il perseguimento del bene comune, la costruzione di un sistema di governance locale realmente partecipata, il recupero della vocazione di crocevia, innovazione e internazionalità del capoluogo lombardo. L'Expo è un esempio di banco di prova per una Milano che vuol essere forza propulsiva per il Paese. Si tratta di un'opportunità che non va sprecata, in quanto comporta la realizzazione di opere destinate ad essere un investimento sul futuro, un patrimonio di tutti, un'occasione di crescita culturale e sociale per la cittadinanza intera. Nella ricerca di un modo nuovo di pensare la città, la cultura della convivenza, la lettura dei segni dei tempi, la politica come servizio e con l'intenzione di suscitare risposte, tali principi e priorità sono sintetizzati nel seguente decalogo.

L'impegno politico personale sia ispirato a principi etici quali:

1) Serietà, competenza e trasparenza dell'operato;

2) Coerenza tra vita pubblica e vita privata;

3) Legalità formale e sostanziale, lotta alle inefficienze dell'amministrazione pubblica e ai vuoti politici, che creano le condizioni per la corruzione e per le infiltrazioni della criminalità organizzata.

L'impegno politico istituzionale sia orientato a:

4) Ascoltare e rappresentare i bisogni dei cittadini e delle organizzazioni sociali, produttive, culturali, in particolare dei ceti popolari e delle famiglie, oggi più esposti agli effetti della crisi, valorizzando i luoghi e le forme in cui la comunità civile già si esprime in modo ricco e plurale; rendere la città più a misura delle persone nell'accesso alla casa, nei trasporti, nei servizi sociali; promuovere e difendere il lavoro, la sua qualità e dignità, luogo di realizzazione personale e di costruzione dei legami sociali;

5) Ripensare il ruolo del Consiglio comunale, dandogli il giusto rilievo di rappresentanza della città e assicurando la costante presenza di Sindaco e assessori ai lavori in aula;

6) Potenziare funzioni e visibilità dei Consigli di zona, in nome di un reale decentramento;

7) Realizzare un confronto serio con le opposizioni, cercando anche, per quanto possibile, soluzioni condivise.

L'orizzonte entro cui iscrivere l'impegno personale e istituzionale preveda strategicamente di:

8) Riscoprire l'antica vocazione ambrosiana dell'accoglienza, dell'attenzione agli ultimi, della solidarietà, raccordandola con la costruzione di un nuovo welfare;

9) Rilanciare la dimensione europea e internazionale della città;

10) Adottare un'ottica metropolitana come prospettiva dell'ideazione e dell'azione politica/amministrativa.

Milano, 28 marzo 2011


I firmatari:

Gianni Bottalico presidente Acli Milano, Monza e Brianza;

Luciano Caimi, presidente Città dell'uomo;

Alfredo Canavero, presidente Fondazione Giuseppe Lazzati;

Giorgio Del Zanna, presidente Comunità di Sant'Egidio di Milano;

Marco Garzonio, presidente Ambrosianeum Fondazione Culturale;

Valentina Soncini, presidente Azione Cattolica Ambrosiana;

Alessandra Tarabochia, presidente CIF (Centro Italiano Femminile) Lombardia.

Ironia fa rima con poesia

Benigni: con Dante ritorno a Dio

«Mia mamma era analfabeta, ma come la "Madonna del cardellino" di Raffaello aveva sempre in mano il Vangelo, si metteva accanto a una cosa calda e apriva questo libro senza saper leggere. E io le dicevo: "Ma mamma, non sai leggere

Hanno tradito Giuda

postato l'8 aprile 2011

(...) Poco m'importa quale trattamento riservino le penne illustri a Giuda. Ho sempre la possibilità, al colmo del disgusto, di chiudere i libri dove gli si rovesciano addosso le requisitorie più spietate, e aprire il Vangelo. Qui Gesù, nel momento stesso in cui Giuda consuma il tradimento attraverso uno dei segni più sacri dell'amore, il bacio, tira fuori dal vocabolario del proprio cuore un unico nome: «Amico!». Ciò mi basta. Gli epiteti obbrobriosi che gli hanno affibiato i grandi letterati, non m'interessano più. Per chi sa leggere il Vangelo, c'è una sola definizione accettabile di Giuda: l'amico del Cristo. No. Non mi scandalizzo che Gesù abbia chiamato il traditore con l'epiteto di «Amico». È una cosa anzi, che mi pervade di gioia. Perché quel nome spetta anche a me di diritto. Anch'io, infatti, ho imparato a tradire. Anch'io ho tradito mille volte. Ognuno degli Apostoli, per un momento, ha avuto coscienza che poteva essere lui il traditore...(...) Gli Apostoli, nonostante il cibo soprannaturale che era stato «fabbricato» proprio in quel momento da Gesù, sono rimasti tranquillamente al proprio posto. Non si sono spinti a rincorrere Giuda. Eppure, probabilmente, il Cristo aspettava qualcosa del genere da loro. Sperava che il proprio Corpo sarebbe servito a compiere quel gesto pazzo. Invece ha dovuto assistere, deluso, a un secondo tradimento. Il tradimento degli amici verso il traditore... (continua - fai il download tra i nostri Testi)


Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 381-388

Opere belle, opere degne dell'uomo

postato il 21 aprile 2011

(...) Il gesto della donna che versa il profumo sui piedi di Gesù (cfr Mt 26,6-13) è quello che, in altre parole evangeliche, appare, per esempio, come il vino alle nozze di Cana. E' il superfluo necessario, è quel «di più» che potrebbe non esserci e che però indica l'umanità che si dona con autenticità di amore, di affezione, di affettuosità, di simpatia, di disponibilità, di spreco, al limite, ma perché la persona vale più di tutto, ha un valore inestimabile! É quindi il segno del valore della persona e del primato dell'incontro personale. Di fatto Gesù, volendo definire l'azione della donna, che è criticata dai discepoli, la chiama «opera bella». Il testo italiano fa leggere: «un'azione buona». Il testo greco dice: «opera bella», degna dell'uomo, in cui l'uomo si esprime al meglio. Abbiamo sentito ripetere, nell'Evangelo dei giorni feriali di queste settimane di Quaresima: «Vedano gli uomini le vostre opere belle e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 16). Noi forse pensiamo alle «buone azioni», ma è lo stesso Gesù che più avanti raccomanda: «Guardatevi dal fare le vostre opere buone davanti agli uomini» (Mt 6, 1). Ed esemplifica ciò che non deve essere fatto per farsi vedere: la preghiera, il digiuno, l'elemosina. Le opere belle non sono quindi le opere esteriori - come appunto preghiera, digiuno, elemosina - bensì quelle descritte nello stesso capitolo 5: le beatitudini. “Opera bella” è l'essere poveri, lo scegliere di non servire al denaro, l'essere di cuore semplice (i puri di cuore), l'essere operatori di pace. Il gesto di questa donna appartiene dunque non tanto alle opere efficaci bensì alle opere belle che qualificano la persona, così come le beatitudini sono atteggiamenti vissuti dalla persona. (...) E' bella perché è inaspettata, anzitutto. (...) Un'opera inaspettata quindi, e originale, creativa. (...) È anche un gesto gratuito e totale, esaustivo. (...) Infine, quest'opera è bella perché è profetica. (continua - fai il download dell'intera meditazione: la trovi tra i nostri Testi)


Carlo Maria Martini, La spiritualità del laico, 20.03.1987

Qualche spunto per un accompagnamento del malato

Così la medicina sta diventando «2.0»

Come l'evoluzione di internet cambia la vita di chi ha un problema di salute

(...) «Vogliamo parlare delle nostre difficoltà e angosce quotidiane. La blogterapia è una grande risorsa per patologie come la nostra». Blogterapia, anche il web può aiutare i pazienti (...). Ma perché le persone parlano online dei loro mali? «Il sentirsi protagonisti aiuta a uscire meglio dalla malattia - commenta Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze all'Ospedale Fatebenefratelli di Milano. - Quest'ultima costringe all'impotenza e alla solitudine, mentre il rapporto con gli altri, attraverso i social network, può aiutare a ricreare la stima di sé». (...) Blog, forum e social network (come Facebook, Twitter o YouTube), tutti strumenti del «web 2.0», stanno rivoluzionando la vita dei pazienti, il lavoro dei medici, l'attività di ricerca scientifica, il rapporto medico-paziente, l'informazione in sanità. Tutto è cominciato nel 2006 negli Stati Uniti e, da noi, più o meno l'anno scorso, con il passaggio dal web tradizionale (il «web 1.0») al web 2.0. Se il web 1.0 era qualcosa di statico e il flusso dell'informazione era unidirezionale, con il web 2.0 le cose cambiano: l'utente viene messo al centro dei servizi e può interagire con altri. «I blog sono stati i primi a partire - spiega Eugenio Santoro responsabile del Laboratorio di Informatica Medica all' Istituto Mario Negri di Milano. - Sono spesso gestiti da pazienti e consentono, sostanzialmente, uno scambio di storie e di esperienze. Offrono un supporto che i medici difficilmente garantiscono dopo le dimissioni dall'ospedale». Uno degli svantaggi del blog è che gli spunti di discussione nascono da chi lo gestisce. I social network (reti sociali), sono più democratici: chiunque può lanciare uno spunto che diventa argomento di discussione della "community". «Quando si parla di social network - continua Santoro (...) si pensa subito a quelli generalisti tipo Facebook, ma i social network in ambito medico non sono questi; sono realizzati su piattaforme più controllate (per esempio Ning) e mettono a disposizione strumenti capaci di facilitare l'interazione di varie persone con uno stesso problema». Persone che, in genere, sono affette da qualche malattia, spesso cronica, come il diabete, come l'asma (...).

Adriana Bazzi

Insopportabili

Mi domando se questi sono esseri umani.

Mi rattrista vedere questo paradigma del maschio.

Mi indigna tanta violenza legalizzata.

E nessuno sa prendere le distanze.


don Chisciotte

Riflessione

Sabina Rossa, il perdono come «gesto di civiltà»

di Tobia Zevi

Una lezione straordinaria, quella impartita da Sabina Rossa, deputata Pd e figlia di Guido, sindacalista ammazzato dalle BR: quando il magistrato di Sorveglianza, giorni fa, ha concesso la libertà condizionale a Vincenzo Gagliardo, tra gli assassini di suo padre, la parlamentare ha commentato semplicemente: «Un gesto di civiltà. Nel nostro paese nessuna pena può essere a vita e io stessa mi sono spesa per il rispetto di questo principio di democrazia». Rossa si è impegnata attivamente perché al terrorista fossero attribuiti i benefici di legge già destinati a tanti ex-brigatisti. Un atteggiamento degno della più grande ammirazione: capita quasi sempre che le vittime, comprensibilmente, provino sentimenti di odio verso chi ha causato la morte della persona cara. (...) Ebbene, qui accade l'opposto: la vittima non si indigna per la scarcerazione dell'omicida di suo padre, non vuole «buttare la chiave», bensì se ne compiace in nome di un principio di civiltà, di democrazia, consapevole che qualunque detenzione non potrà ridarle indietro suo padre (come usa dire con un'espressione poco felice). A questo punto, però, occorre ragionare un attimo da un altro punto di osservazione. Gagliardo, contrariamente alla maggioranza dei suoi ex-compagni, si è sempre rifiutato di pubblicizzare la sua domanda di perdono alle vittime (indirette): non è giusto chiedere perdono, ha spiegato, per ottenere benefici personali; non è corretto strumentalizzare, si potrebbe chiosare, un atto tanto nobile nella duplice veste di chi lo chiede e di chi, eventualmente, lo concede. Mi pare una concezione inappuntabile. Rivolgersi alle proprie vittime, riaprendo ferite passate, allo scopo dichiarato di uscire di galera non è del tutto limpido. Forse si tratta di una questione terminologica. Nel libro «Il girasole» Simon Wiesenthal, il «cacciatore» di nazisti, raccontava di essere stato avvicinato, ebreo prigioniero, da un tedesco morente che implorò il suo perdono per l'omicidio di decine di ebrei. Il giovane Wiesenthal rifiutò, ma si interrogò tutta la vita sulla propria scelta, coinvolgendo nella riflessione decine di pensatori di tutte le estrazioni culturali e religiose. Nella maggioranza delle opinioni, spesso molto distanti, emerge un consenso verso la decisione del giovane ebreo, poiché solo chi ha subito direttamente il torto è titolato a concedere il perdono. Nessun altro, anche se membro dello stesso popolo. Il perdono attiene alla dimensione privata e non a quella pubblica, di cui fa parte il diritto. E questo ci conduce all'ultima questione. La vicenda di Gagliardo mostra alcune evidenti contraddizioni nell'esercizio della giustizia. Innanzitutto l'ex-brigatista punta il dito contro la palese burocratizzazione della domanda di perdono. (...) Per questo la pubblica opinione è alla ricerca di nuovi (o vecchi) ancoraggi ideali a cui appigliarsi. Ecco che la certezza del diritto, la pena che rieduca, il giusto processo non appaiono più sufficienti. Ci vuole un'altra dimensione, quella

Dis-emozioni tecnologiche

Staccate computer e cellulari, é l'ora della dieta tecnologica

Troppi stimoli «multimediali» farebbero male al cervello

Bisognerebbe rispondere all'email, ma poi c'è il twitter da aggiornare, lo status su facebook da modificare, la chiamata sul cellulare da evitare, il messaggio da inoltrare, il link da vedere... La tecnologia aiuterà pure, ma essere sottoposti a continui stimoli può far davvero male al nostro cervello. È l'ora della «dieta tecnologica». Come a suo tempo si è rinunciato a zuccheri e grassi, così bisognerebbe fare con telefonini e social network. Lo dice a gran voce una ricerca della prestigiosa università americana di Stanford: il continuo «switchare», per usare un (brutto) neologismo in tema, da un medium all'altro, procurerebbe dei danni alla memoria, sia sul breve termine che sul lungo. Perchè gli «obesi multimediali» non sarebbero più in grado di applicare filtri tra un compito e l'altro, distratti da una continua e irrilevante mole di informazioni. Proprio uno studio della Stanford, dimostrava proprio che gli ipertecnologici erano meno capaci di altri meno «drogati» nel cimentarsi in operazioni «multitasking». «Quello che preoccupa - commenta lo psichiatra Claudio Mencacci - è la mancanza di contenuto emotivo nell'apprendimento di questo flusso infinito di informazioni. Noi ci ricordiamo di qualcosa che abbiamo appreso perchè qualcuno, in carne ed ossa, ce l'ha comunicato o insegnato: il paradosso di questo ipertecnologismo è il bombardamento continuo di stimoli che alla fine son però "freddi" e vuoti. Non rievocheremo fra dieci anni il contenuto di una conversazione al cellulare o di una e-mail». Quindi prosegue Mencacci: «Come cinquant'anni fa il grasso non rappresentava un problema, perchè significava il riscatto dalla povertà, così bisogna pensarla in prospettiva per questo "overload" tecnologico. Oggi ci può sembrare innovativo, domani potrebbe risultare dannoso. L'equilibrio, come sempre, è fondamentale». Come a dire: valeva per il burro, vale per facebook.

Matteo Cruccu

Per eccesso!

Viva il relativismo (quello buono)

di Roberto Beretta

Quando le grandi idee del Papa si trasformano in slogan può capitare anche che gli zelanti epigoni pontifici bandiscano la «crociata delle certezze».

Ma c'è un relativismo «buono»? Altroché se esiste... Lo sancisce addirittura il primo dei comandamenti: «Non avrai altro Dio fuori di me». Solo uno è Dio; tutto il resto ­- appunto - è «relativo». Ci tengo a sottolinearlo perché troppe volte in sistemi «assolutisti» - come sono in genere le religioni (non certo esclusa quella cattolica) -, bisogna guardarsi sommamente dal pericolo di «sacralizzare» ciò che sacro non è ­- ciò che appunto è «relativo»; e si tratta della maggior parte del mondo e della vita. Così, anche se la lotta al «relativismo» è indubbiamente uno dei più noti cavalli di battaglia di Benedetto XVI, occorre evitare di attribuirgli quel significato dogmatico e omnicomprensivo che oggi in troppi gli annettono. Il «relativismo» cui allude il Papa, e che resta da contrastare, è infatti la negazione che possa esistere una verità teologica assoluta e ­- di conseguenza ­- che la ragione «naturale» possa raggiungere una verità sull'uomo. «Il relativismo contemporaneo - ha spiegato una volta Benedetto XVI - arriva ad affermare che l'essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico». Così «viene a mancare la luce della verità, anzi si considera pericoloso parlare di verità, instillando il dubbio sui valori di base dell'esistenza personale e comunitaria». Dal che si passa al piano etico: il relativismo «non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie... Senza la luce della verità prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune». Ecco che cos'è il «relativismo» di Ratzinger! Invece, come accade sempre allorché le idee (anche buone) si trasformano in slogan perdendo per ciò stesso ogni sfumatura, gli zelanti epigoni pontifici hanno bandito una sorta di «crociata delle certezze» in cui qualunque elemento proveniente dall'apparato ecclesiastico - e preferibilmente quelli più «tradizionali» - diventa una «verità definitiva», un «assoluto», appunto un «valore irrinunciabile». Ma il vitello d'oro è sempre in agguato; e direi che oggi parla volentieri in latino. Infatti la Chiesa (e per riflesso il suo clero) si appropriano spesso di attributi che spettano solo a Dio: l'immutabilità, l'onniveggenza, l'impossibilità di sbagliare, la capacità di astrarre dalle contingenze della storia e delle passioni, e così via. Ma, se è vera l'affermazione di don Lorenzo Milani per cui «si può essere eretici per eccesso tanto quanto per difetto», io vorrei allora invocare la Santa Inquisizione - per scherzo, eh! ­- non solo sui malvagi progressisti, o sui soliti catto-comunisti; ma anche sui tradizionalisti per i quali «il Concilio di Trento e poi più»; sui buoni borghesi che «i riti di una volta, quelli sì che davano il senso del sacro!»; sui gattopardi secondo cui il Vaticano II è soltanto un cambiamento perché nulla cambi davvero; su quanti si arroccano nelle forme di una presunta «purezza cattolica» quasi fosse un castello intangibile; su coloro che vestono la talare come una corazza e invocano la preminenza del celibato sugli altri stati; sui vescovi che considerano verità di fede le proprie interviste e sui laici che li rincorrono di continuo per cercarvi sicurezze... Anche costoro sono «eretici», anzi peggio: «idolatri», perché assumono ad assoluto ciò che non lo è affatto. Viva dunque il relativismo; ovviamente quello buono.

Anche questo sono le mamme!

Caparezza

Mammamiamammà

Album: Tutto ciò che c'è (2000)

Profumi, sigari che fumi, lumi e paralumi, costosi costumi e viaggi ad Ostuni, tieni più ai nani da giardino che al tuo piccino, segui la regola della pettegola nel salottino, manca che ti fai uno spino e abbiam finito, sputtani tuo marito, dici che é impedito perché da quando c'ha la fede al dito non t'ha regalato moto ma foto, fiori di loto, parla e lo interrompi come un coito. Sbraito pensando ai gioielli, agli sprechi, 'ste mamme attaccate agli anelli più di Yuri Chechi, vanno dal parrucchiere e non fanno l'amore per non rovinare i capelli e i papà si fanno le pippe sulle chiappe dei calendari Pirelli. Ribelli mamme con le zanne come Mammuth, raffinate da bere birra nel flute, fluttuano, ruttano, ballano, fanno le sexy messaline, il lusso é l'unico mangime per queste galline. Mamma dalla moda mamma senza pietà. Attaccata a ogni cazzata che ti da la vita. Con il pisello che da virilità, ma preferivo la mamma all'antica o mammamammamia mammamiamammà. Mamme moderne, single eterne, ricche di petto, scarse di cervelletto, non lavorano a ferri, ci si metton sotto, sottometto manager con corpicini Schwarzenegger, streghe 'mbriaghe, alito tipico strong lager, un breaker lo pulisce meglio il pavimento, persino io si mi cimento quando scopo sto più attento, sognano amori alla via col vento, felici e contenti con certi Clark Gable perdenti che passano alimenti. Anche gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano a vista, di fisso dall'estetista questa mamma del cosmo, con passioni lesbo, elogia la follia più di Erasmo da Rotterdam, vuole un palace tipo Buckingham, mastica chewing gum, figli come Ricky Cunningum e invece caga rospi tipo Ranatan dal deretan e ballerebbe il Can Can pure con il premaman. Mamma dalla moda mamma senza pietà. Attaccata a ogni cazzata che ti da la vita. Con il pisello che da virilità, ma preferivo la mamma all'antica o mammamammamia mammamiamammà. Son tutte belle le mamme del mondo, hai ragione, ma fanno figli solo se il seme strappa il goldone, funziona che quando il bimbo ha fame e geme, imbocca la tetta col latte al silicone e buona colazione. Mamma preziosa più di una gemma della Golf che chiama la colf pure per spostare un bicchiere, vuole miliardi di mariti ammucchiati da guinness dei primati, presi e lasciati in una botta, tipo patata quando scotta. L'aria butta male quando la mamma appare sfinita, ha preso Liz come modello di vita e non c'é riuscita, si é tatuata dappertutto, sembra un galeotto, al posto della bocca c'ha un canotto ed il suo motto é me ne fotto della famiglia, sono moderna, come hobby colleziono campioni di sperma, ferma nelle mie opinioni con scassacoglioni come prole, di mamma ce n'é una sola ma quante mamme restano sole, eh? Mamma dalla moda mamma senza pietà. Attaccata a ogni cazzata che ti da la vita. Con il pisello che da virilità, ma preferivo la mamma all'antica o mammamammamia mammamiamammà.

Habemus papam: recensione 2

postato il 19 aprile 2011

«Non si può fare che scompaio?»

di Fabio Colagrande

Più che discettare sulla Chiesa o sulla fede «Habemus Papam» descrive lo stato d'animo (attualissimo e trasversale) del sentirsi inadeguati di fronte alla realtà

Non bisognerebbe mai fidarsi di un artista obbligato a spiegare la sua opera ai giornalisti. Nanni Moretti ha presentato il suo ultimo lavoro Habemus Papam, uscito nelle sale italiane alla vigilia dell'84mo compleanno di Benedetto XVI, come una commedia. Ma quando, in apertura del film, pochi istanti prima di affacciarsi al balcone della loggia centrale della Basilica Vaticana, Michel Piccoli, nei panni del papa appena eletto, prorompe in un urlo di angoscia e fugge via, si capisce subito che ci sarà poco da ridere. Quell'urlo penetra fino in fondo nell'anima e risveglia paure oscure e ancestrali. Ci si ricorda allora che l'autore e regista di Ecce bombo non è capace solo di sapide ironie, ma sa indagare come pochi la sofferenza, come ne La stanza del figlio.

Appaiono subito spaventati i cardinali di Moretti riuniti in Conclave. Non aspirano al Soglio di Pietro, ma ciascuno si rivolge umile e un po' codardo al Signore, ripetendo sotto voce il mantra: "Non io! Non io!". E quando uno di loro, contro le previsioni, come accaduto nella realtà, diventa il prescelto, la loro gioia sembra la soddisfazione per uno scampato pericolo. Da qui in poi sullo schermo, nel tempo metaforico e claustrofobico di un conclave infinito, si dipana il dramma esistenziale di un papa, o meglio di un uomo, che non sa affrontare la realtà. "Non ce la faccio, aiutatemi". Il bravissimo Piccoli ripete con disarmante ed efficace semplicità queste parole, dandogli un significato universale. Sullo sfondo di questo dramma esistenziale, Moretti costruisce con garbo una cornice leggera, ma drammaturgicamente coerente, in cui lui stesso, nei panni di un egocentrico, autoironico, psicanalista, organizza tornei di pallavolo per i porporati nei cortili dei Sacri Palazzi. Ma si capisce che il cuore del film è altrove, in quel papa spaventato che vaga per Roma in abiti civili. Un'originale, vivida metafora dell'uomo di oggi, confuso, inadeguato ad affrontare la realtà, che vorrebbe 'scomparire' di fronte a un mondo che lo sfida all'impegno, al rinnovamento. Il papa di Moretti lo sa: "Ci sono tante cose da cambiare!". Ma non può essere lui la guida di cui pure c'è bisogno. Qui dunque non si parla della Chiesa, ma dell'uomo del duemila. E questo pontefice un po' Pinocchio, che fugge le responsabilità per rifugiarsi nelle malinconie del Gabbiano di Cechov, è una figura poetica indimenticabile. Forse si sentirebbe più autentico nei panni di un attore. Forse, come Amleto, trova nel teatro l'unico mezzo per mostrare la finzione della realtà. Ma comunque commuove, mentre sussurra vergognoso al portavoce vaticano il suo desiderio inconfessabile, che prima o poi è stato il nostro, 'Non si può fare che io scompaio?'.

Sembra dunque che a Moretti non interessi discettare sulla fede dei cardinali o del papa, ma descrivere  uno stato d'animo che sente vivo e attuale. Ma da regista laico, non vuole affatto 'scherzare' con la Chiesa. Racconta i fatti vaticani con eleganza, rispetto, qualche trattenuta ironia, quasi affettuosa. Anzi, più ci mostra l'angoscia e la confusione di un pontefice appena eletto, più sottolinea, indirettamente, la grande responsabilità che la Chiesa ha oggi sulle spalle. E il suo papa cinematografico, così incapace, fa risaltare per contrasto la fede e la forza del Papa della nostra storia. È stato lo stesso Benedetto XVI a confidarci che quando fu eletto, sei anni fa, sentì quasi una 'ghigliottina' calargli sulle spalle. Eppure, affidandosi a Dio, riuscì ad accogliere l'enorme responsabilità, di succedere a Giovanni Paolo II nella guida della Chiesa cattolica. E Habemus Papam fa riflettere, credenti e non, sulla forza che dona quella capacità di abbandonarsi con fiducia nelle braccia di Dio. Viene da pensare allora che solo un regista non-credente, ma distaccato, incapace sia di lusingare quanto di attaccare la Chiesa, potesse ritrarre il Vaticano, in modo così umano. Forse solo uno sguardo che costeggia il limite dell'irriverenza, senza mai varcarlo, poteva restituirci un papa immaginario non retorico, così autentico e nobile nella sua fragilità da suscitare partecipazione. Un pensiero fastidioso che riapre le riflessioni, mai sopite nella Chiesa, sulle difficoltà espressive dell'arte cattolica post-conciliare. Appunto, fastidioso. Ricacciamolo via e godiamoci il film.


Consegne d'amore

Dal forte il dolce

di Erri De Luca

Il cielo ha in serbo per lui (Sansone) più dure prove.

S'innamora di Dalila, una donna della valle di Sorek.

I soliti nemici si accordano con lei per farsi rivelare il segreto della sua invincibilità. Sansone, diversamente da Achille, aveva il punto debole in un posto più a portata di mano.

Dalila fa l'ingenua e gli chiede il segreto della sua forza. Sansone fa il furbo e le risponde: "Se mi legheranno con sette nervi freschi che non si asciugarono diventerò fiacco e sarò come un uomo solo". Ella stessa provvede a legarlo, poi gli dice: "I Filistei ti sono addosso, Sansone". L'eroe si risveglia e disfa i legami: "come è spezzato un filo di stoppa quando sente il fuoco".

Di fronte al palese agguato non smette di amare la donna. Ci sono uomini per i quali l'amore è una delle forme della resa, cui si consegnano pezzo su pezzo, vestibolo in cui si spogliano di tutte le resistenze.

Altre due volte ancora Dalila ritenterà l'identica trappola, mettendo in pratica le false istruzioni che ha creduto di carpirgli. Alla terza volta perfino protesta: "Come puoi dire ‘ti ho amato' se il tuo cuore non è con me: questa è la terza volta che mi inganni e non mi racconti in cosa sta la tua grande forza".

Non lei tre volte lo tradisce ma lui tre volte la inganna? Ha smesso di difendersi, Sansone, è entrato nell'ultima stanza dell'amore e si consegnerà come un pescespada alla fiocina. Lui che ha fatto strage di uomini, mai la colpirà né avrà una parola di rimprovero o di accusa verso colei che nasconde nell'alcova i suoi nemici mortali. Così sia l'amore, neghi l'esperienza, sia cieco come la prima volta, vergine nella sua fede. Al più ingiusto amante non rivolga censura. Se nella tragedia è possibile conservare uno stile, Sansone ne ha mostrato esempio.

Sia lode agli amori ricambiati, ma non sembri assurdo il gesto dell'amante che affida la sua vita nelle mani di chi lo tradirà, perché non c'è altro mezzo, non si paga con altra merce che non sia la vita l'amore che si ha in corpo.

Il sentimento cieco di Sansone l'accecherà: gli caveranno gli occhi i Filistei appena lo avranno tra le mani. Si è consegnato deliberatamente al suo destino, si è costituito al più vicino posto di tradimento.

Qualunque cosa può dirsi di quest'uomo tranne che sia un ingenuo. "Però non sia fatta la mia, ma la tua volontà": salgono alla mente le parole riportate da Luca l'ultima sera sul monte degli Olivi. C'è un momento in cui un uomo si sente chiamato in maniera ineluttabile e può rispondere solo così. Come Cristo al bacio di Giuda, Sansone si affida all'abbraccio di Dalila. Le effusioni si prestano a doppiezze, ogni amato lo sa.

Forse gli tornano alla memoria sull'orlo del sonno le parole di quell'indovinello: dal forte è uscito un dolce. Consegna la sua vita nelle mani di un'altra volontà, dalla quale si è sentito governare sempre. Non accoglieva parole dal cielo che scendevano in lui, ma un artiglio calava a scatenargli i nervi. Che se lo prenda intero, faccia di lui quel che crede, estragga dal suo forte il dolce estremo di una morte utile al cielo.

Alla quarta volta Sansone le dice la verità: "Rasoio non salì sul mio capo perché consacrato da Dio io sono dal ventre di mia madre". Dalila sa che ha finalmente avuto il segreto, perché per la prima volta Sansone ha nominato Dio. Nel sonno gli fa radere il capo e chiama i Filistei. A lei il ricco guadagno a loro il gigante inerme. Lo accecano, lo aggiogano alla ruota della macina come un animale. Esultano del nemico vinto. Il resto è celebre. Organizzano una festa in un grande edificio: l'attrazione principale è data dal nemico cieco e incatenato. Tremila persone accorrono allo spettacolo. Ma intanto i capelli sono ricresciuti e Sansone invoca Dio, che gli renda per l'ultima volta la forza. Gliene fornisce senza risparmio, è vissuto per questo il gigante: scuote i pilastri centrali dell'edificio, facendolo crollare. "Muoia la mia vita con i Filistei" è quanto esclama, secondo la lettera del testo, trascinando con sé nella morte più lutti di quanti ne abbia procurati in vita.

Il piano di liberazione di Israele raggiunge un punto di massimo effetto. Quel che l'angelo aveva annunciato alla madre di Sansone, insieme alla notizia della gravidanza, si compie sotto la forma di catastrofe miracolosa.

Il Cristo in agonia, piantato in terra e conficcato al legno, grida: "Perché mi hai abbandonato?", Sansone tra i pilastri centrali del palazzo grida: "Signore Dio, ricordati di me e dammi forza ancora questa volta". Il Dio del crocefisso ha mille anni in più del Dio che il cieco tra i pilastri invoca. Non sembra che dal loro patibolo gridino allo stesso cielo.

Si stenta a riconoscere in questi eventi la mano della provvidenza, che ha altrimenti mosso i propri eletti. Non per le devastazioni necessariamente connesse a tempi calamitosi, ma perché la voce del cielo non accompagna mai Sansone ed egli è protagonista involontario, meccanico, di quanto accade. Dopo l'annuncio dato ai genitori, mai saprà cosa Dio vuole da lui e solo quella potenza innaturale del suo corpo può dargli muta spiegazione. La sua vita è pretesto ai fati, come è frequente nella mitologia greca. Si è lontani dai valorosi e consapevoli condottieri di Israele. Non c'è qui Davide che si offre volontario contro Golia, che governa il braccio, la frombola e la mira: Sansone qui è solo il sasso dal tragitto infallibile che percorre lo spazio tra il mulinello del lancio e il suo bersaglio.

Il libro dei Giudici evoca divinità d'altre sponde. All'inizio delle fatiche di Sansone si legge che Dio cercava occasione di litigio con i Filistei. È faccenda che appare più adatta ai numi impegnati a Troia nelle epiche zuffe fuori porta.

Il corpo di Sansone richiama quello di altri celebri energumeni, l'enigma che egli propone durante il suo esordio in società ricorda altri indovinelli. Nello stesso libro un capo di Israele, Iefte, per vincere i nemici fa voto di immolare la prima creatura che gli venga incontro dopo una battaglia. Sarà la sua unica figlia ad apparirgli davanti. Torna alla mente l'analogo sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone, nel porto di Aulide dove la flotta greca era trattenuta da venti contrari. La vittima viene salvata all'ultimo istante dalla provvidenziale sostituzione di una cerva da parte della dea Artemide. Nessuno scampo invece riporta la Scrittura per l'infelice figlia di Iefte. Nessuno aveva chiesto al padre quel voto, nessuno viene a scioglierlo dall'obbligo.

Soffia un vento greco sulle dure imprese di sangue che Israele sostiene in quei primi secoli di insediamento nella terra promessa. Perfino a Dio può capitare, per distrazione o per calcolo, di assomigliare a quel vecchio attaccabrighe di Zeus.

Erri De Luca, Una nuvola come tappeto, 85-89

Habemus Papam: recensione 1

Postato il 21 aprile 2011


I cardinali riuniti in Conclave nella Cappella Sistina procedono all'elezione del nuovo Papa. Smentendo tutti i pronostici viene nominato il cardinale Melville il quale accetta con titubanza l'elezione ma, al momento di presentarsi alla folla dal balcone centrale della basilica di San Pietro, si ritrae. Lo sgomento assale i cristiani in attesa ma, ancor più, i cardinali che debbono cercare di porre rimedio a questo evento mai verificatosi sotto questa forma. Si decide, pur con tutte le perplessità imposte dalla dottrina, di far accedere ai palazzi apostolici lo psicoanalista più bravo per tentare di far emergere le cause che hanno spinto l'alto prelato al diniego e favorirne un ripensamento. Lo psicoanalista fa però un riferimento alla moglie come la terapeuta più brava (dopo di lui). Il portavoce della Santa Sede decide allora di far uscire il Papa dalle Mura vaticane per avere anche un altro intervento che risolva la questione. Che invece si complica perché il Papa, approfittando di un momento di distrazione, scompare per le vie di Roma.

Con Habemus Papam siamo di fronte al film più maturo di un regista che ha saputo conservare intatti il proprio segno inconfondibile e le tematiche che gli stanno da sempre a cuore integrandoli con grande intelligenza e sensibilità a uno sguardo che si allarga a una dimensione che afferma di non condividere ma che qui osserva con la giusta dose di ironia che si fonde con un profondo rispetto.

Non è necessario fare riferimento a La messa è finita per leggere questo film. Erano altri tempi ed altro cinema. Anche per Nanni. Che qui torna con forza sul tema della profonda solitudine dell'essere umano ma sa che non la si può ipostatizzare assolutizzandola. C'è una bellissima scena (che potremmo definire ‘morettiana doc') in cui, mentre sta facendo giocare i cardinali a pallavolo, l'analista afferma che la tremenda verità che Darwin ci ha lasciato è che nulla ha un senso. Proprio in quel momento lui, terapeuta privo dell'augusto paziente, sta cercando di darne uno a quegli uomini che non vengono descritti né alla Dan Brown né ridicolizzati. Si sorride e si ride certo anche delle loro debolezze ma sono e restano delle persone. Il Papa poi (interpretato da un sempre più grande Michel Piccoli) non è un uomo che dubita della propria fede come sarebbe stato facile pensare. Non è Pietro che, invitato da Cristo a camminare sull'acqua per raggiungerlo, affonda perché di fatto non crede al potere del suo Signore. Questo Papa, dallo sguardo intenso e dal sorriso luminoso, non è un pavido ma un umile. Conosce i propri limiti e anche le proprie passioni. Come quella del teatro che ha covato da sempre (qui il rimando, cambiato di segno, a Wojtyla sembra trasparente). È da questa consapevolezza che, progressivamente, gli deriva una grande forza. La forza di chi sa dire di no a Dio non per paura ma perché è convinto di non poterlo servire, attraverso l'umanità, come sarebbe necessario leggendo i segni dei tempi. Il Papa di Moretti si interroga e ci interroga, laici e credenti. Ogni volta che un film ci pone dei quesiti di fondo ci aiuta di fatto a sentirci meno soli e a liberarci, almeno un po', dal più volte citato "deficit di accudimento".


di Giancarlo Zappoli

http://www.mymovies.it/film/2011/habemuspapam/

 

Posizione ardua

«Nel Vangelo rispetto e silenzio prendono il posto della vendetta»

di Armando Torno

Per la morte di un uomo un cristiano non si rallegra. Questa dichiarazione della Santa Sede, dopo le manifestazioni di giubilo per l'uccisione di Osama Bin Laden, invita ad attenersi a ferme coordinate morali. Esse ammettono eccezioni? Valgono anche per Hitler, Stalin o per il cambogiano Pol Pot, responsabile della tortura e del massacro di circa due milioni (compresi bambini, donne e anziani) di suoi connazionali tra il 1975 il ' 79? La risposta non è semplice. Se dopo la Shoah e la caccia ai gerarchi nazisti - valga per tutti il caso di Adolf Eichmann - bene e male sono stati ripensati, l'antica Grecia continua a ripetere i versi dell'aristocratico Teognide (VI-V secolo a. C.), caro a Nietzsche: si stringe il cuore a «chi subisce un grave danno» , ma «se può vendicarsi, si dilata». L'invito del poeta è: colpire il nemico, senza tentennamenti. Del resto, Aristotele nell'Etica nicomachea attribuisce ai pitagorici la concezione della giustizia come contrappasso. La vindicatio era una virtù. Dopo la strage della notte di San Bartolomeo, nell'agosto del 1572, l'Oxford Dictionary of Popes riferisce che Gregorio XIII, al quale siamo debitori della riforma del calendario, fece celebrare liturgie di ringraziamento per l'avvenuto massacro. Bisognerà attendere Giovanni Paolo II nel 1997 per un atteggiamento diverso: «Dei cristiani hanno compiuto atti che il Vangelo condanna». E il gesuita Juan de Mariana nel De rege et regis institutione (1599) sosteneva la liceità di uccidere un sovrano ogni qual volta, abusando del potere, danneggiasse patria, leggi o religione. La Rivoluzione francese, che ghigliottinò re e regina, fu talmente grata al religioso da trasformare in simbolo della repubblica la Marianna, ovvero femminilizzò il suo nome. Non sono che esempi. Ma oggi le prospettive sono mutate. Tornando all'intervento del Vaticano, ne abbiamo parlato con il filosofo Emanuele Severino. Ci ha confidato: «È comprensibile che gli americani e soprattutto i newyorkesi festeggino la morte di Osama Bin Laden. Ma è anche vero che questo comportamento è un retaggio dell'uomo primitivo. Al centro della festa arcaica, infatti, c'è il sacrificio, l'uccisione della vittima sacrificale ed espiatoria, che a volte è un essere umano, ritenuto colpevole, responsabile dei mali del gruppo sociale. In questo senso sono d'accordo con la dichiarazione della Chiesa che "di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai"». (...) Altre considerazioni ce le offre Giovanni Reale, storico del pensiero e filosofo: «Da un punto di vista puramente umano, e quindi riduttivo, tenendo presente la reazione emotiva e psicologica, si capisce la festa dopo la notizia, perché essa si collega al delitto terribile di migliaia di persone causato da Osama Bin Laden e anche alla "sconfitta"degli Usa dopo l'attacco dell' 11 settembre. Ma cristianamente la posizione della Santa Sede ci ricorda che di fronte alla morte è necessario il rispetto e il silenzio, indipendentemente da chi è scomparso. Cristo ha perdonato coloro che in quel momento lo crocifiggevano e lo insultavano». Reale aggiunge: «In tal caso occorre comprendere anche la complessità dell'animo umano di fronte a una scelta di questo genere e ricordo che un uomo, soltanto dopo una riflessione, può raggiungere la meta della posizione evangelica, che è la più ardua. Anzi, è una conquista; ed è tanto bella quanto difficile». È altresì vero che il nostro tempo ha registrato il naufragio di tante certezze riguardanti la morte e la vita. Se i loro confini sono stati modificati da scienza e tecnica, la filosofia ha avuto modo di ripensare ancora di più le eterne questioni. Ha scritto Paul Ricoeur in un saggio de L'angoisse du temps présent: «Con l'orrore del silenzio degli assenti che non rispondono più, la morte dell'altro penetra in me come una lesione del nostro essere comune. La morte mi "tocca"». Per questo, e per altri motivi, siamo chiamati a un silenzio di rispetto quando un uomo diventa «altro per gli altri».


in “Corriere della Sera” del 3 maggio 2011

Per riflettere

Basta un giorno offline: è sindrome da vuoto digitale

Il test su mille universitari di tutto il mondo lasciati per 24 ore senza cellulari, web e tv. Molti dei partecipanti hanno definito crudele lo studio dell'ateneo del Maryland: "Il silenzio mi stava uccidendo". La coordinatrice: le relazioni sociali dei giovani viaggiano attraverso le tecnologie. Senza connessione si sentono persi

di Elena Dusi

"Il senso del nulla mi ha invaso il cuore. Una leggera tensione mi avvolge. Sento di aver perso qualcosa di importante". Parole affidate a un taccuino di carta: il ventenne che le ha scritte è infatti rimasto senza cellulare, Internet, musica, televisione. Con il vecchio telefono fisso e l'ancor più vetusto libro non più in grado di riempire le ore di un giovane assuefatto agli stimoli digitali. Molti degli universitari che hanno partecipato all'esperimento dell'università del Maryland lo hanno definito "crudele". Ventiquattr'ore senza alcuna connessione hanno ispirato ai mille giovani di dieci paesi in cinque continenti sentimenti ovunque simili: "Ero ansioso, irritabile, mi sentivo insicuro", "Avevo un tale bisogno di collegarmi, riuscivo a controllarmi a fatica", "Mi sentivo solo", "Il silenzio mi stava uccidendo", hanno scritto alcuni dei partecipanti al test nel diario che i ricercatori avevano chiesto di tenere aggiornato durante le 24 ore. E ancora: "Avevo l'impressione che mi fosse stato amputato un braccio", "Stavo seduto sul letto, non avevo nulla da fare", fino ad arrivare a: "Sentivo continuamente il bip del messenger nelle mie orecchie, era un'ossessione".

Il risultato dell'esperimento americano "The world unplugged" è chiaro come il sole: senza una connessione non sappiamo più vivere, esattamente come Charlie Brown senza la sua coperta. L'anno scorso lo stesso test, condotto su un numero ridotto di studenti, aveva dato lo stesso esito. "Le relazioni sociali dei giovani oggi viaggiano attraverso la tecnologia. Questi ragazzi sono cresciuti con una connessione sempre disponibile" dice senza ombra di stupore Susan Moeller, coordinatrice della ricerca e direttrice dell'International Center for Media all'università del Maryland. Il 100% dei ragazzi coinvolti nell'esperimento, d'altra parte, ha un telefonino, l'85 un computer proprio e la maggioranza (59%) ha mosso i primi passi su Internet prima dei dieci anni (il 18% addirittura prima dei cinque anni). Arrivati all'università, questi ragazzi cresciuti con l'interruttore su "on" passano fra le 3 e le 4 ore al giorno in rete nel 42% dei casi e fra le 5 e le 6 ore al giorno nel 25% dei casi con un'unica, incontrastata attività preferita: la socializzazione. Il tempo trascorso ogni giorno in collegamento con un social network è infatti di due ore in media. Fra i dieci paesi testati, gli Stati Uniti sono risultati il paese col più forte stato di assuefazione alla tecnologia, ma i dati sono sorprendentemente omogenei fra i cinque continenti. Al 23% dei ragazzi americani che si definiscono "dipendenti" da computer, tv e telefonini, fanno riscontro i 20% del Messico, i 19% del Libano, i 14% dell'Uganda e all'ultimo posto i 12% dell'Argentina. Lasciati soli con un libro in mano, un telefono fisso o la possibilità di incontrare gli amici di persona, alcuni giovani (in media uno su cinque) sono riusciti ad apprezzare la giornata anche se priva di corrente elettrica. Il record dei soddisfatti si trova in Uganda (36%) seguita dalla Slovacchia (27%). "Alla fine - scrive uno dei pochi ragazzi che hanno apprezzato il test - ho provato un senso di liberazione e di pace". Incapaci invece di concentrarsi su una pagina di carta Argentina e Hong Kong, dove solo il 16% dei giovani ha definito con parole positive la giornata con la spina staccata. Oltre a richiedere un grande sforzo di volontà, passare un'intera giornata senza apparecchi accesi è anche difficile dal punto di vista pratico. Molti dei ragazzi che hanno partecipato allo studio hanno ammesso nel loro diario di essersi trovati davanti a schermi e altoparlanti senza poter fare nulla per evitarli, o di essere stati costretti a usare la mail per ragioni di lavoro. "Sono sceso nella metro - scrive un ragazzo - e quando ho alzato gli occhi tutto quel che ero riuscito a evitare fino ad allora mi ha investito: uno schermo al plasma con il telegiornale. Ho cercato di allontanarmi, ma non posso negare di aver ascoltato le notizie". La maggior parte dell'informazione sull'attualità, ha osservato anche lo studio, arriva ai giovani universitari tramite i siti di posta elettronica o i social network. Tra i quali Facebook la fa sicuramente da padrone. "Le mie dita si muovono da sole, digito "Facebook" quasi senza accorgermene" confessa un ragazzo. "Durante queste 24 ore ho sognato che stavo chattando su Facebook" ha scritto nel suo diario un'altra cavia rimasta senza l'ossigeno dei social network. In alcuni casi le giovani cavie sono state le prime a stupirsi della loro reazione. "È stata una sgradevole sorpresa. Mi sono accorto dello stato di costante distrazione in cui mi trovo" ha scritto un giovane. "Mi sentivo solo e depresso e mi sono messo a fissare il muro" ha commentato un altro. "Dal mio punto di vista, è l'unica cosa che si possa fare oggi senza tv, pc o cellulare".

Incapaci

In classe con Bin Laden

di Gilberto Borghi

I miei ragazzi non vanno per il sottile quando il cattivo viene beccato. Ma ciò che mi colpisce è l'impossibilità di accettare che qualcuno abbia una reazione diversa, che esista un confine tra vendetta e giustizia

Dopo dodici giorni di sosta per le vacanze di Pasqua-primo maggio, sono rientrato alla prima ora in una quinta. Quasi sulla porta mi si fa incontro Gianluca, 180 cm di muscoli e grasso e la testa rasata e mi dice: "prof, hanno ucciso Bin Laden! Evviva!!". Lì per lì ci sono rimasto un po' e ho pensato ad una bufala degli studenti. "Sì, e io sono stato al matrimonio di William e Kate, invitato speciale". "Davvero prof. - salta su Caterina - Obama ha dato la notizia in tv, l'hanno fatto fuori stanotte, era ora, il maledetto!". "Béh a dir la verità - interviene Fabiano - non mi sembra che ci sia mai da festeggiare quando qualcuno viene ucciso volontariamente, può essere stato il più grande assassino della terra, ma è pur sempre un omicidio". "Ma sei fuorii?- ribatte Caterina - Bin Laden se lo meritava, Ma ti rendi conto di quello che dici?!". "Dico che magari adesso saremo un po' più tranquilli, ma la sua morte è pur sempre un omicidio, e non credo davvero si debba festeggiare per un omicidio". La cosa mi ha sorpreso soprattutto perché Fabiano non ha mai dato segni di essere un pacifista radicale o tantomeno un moralista ad oltranza. Ma la sua uscita dell'altra mattina mi ha fatto venire in mente che due anni fa mi aveva stupito per un'altra sua presa di posizione a favore dell'eutanasia volontaria, ma nel contempo radicalmente contro a quello eteronoma, motivata a suo dire dal fatto che nessuno ha diritto di prendere nessuna decisione sulla vita o la morte di altri, chiunque sia.

"Quindi vuoi dire che sei addolorato - dico a Fabiano - perché l'hanno ucciso, ma ti rendi conto che questo può portare un po' di tranquillità in più al mondo". "Sì, ma credo che un vantaggio per qualcuno non possa mai giustificare la morte di una persona". "Ma prof? lo sente? - Enrica, appena svegliata dal torpore mattutino - Ma come si fa a discutere seriamente con uno così? Non ha mica il senso del valore delle cose...". "Ma secondo voi quindi una persona è sacrificabile per il bene di altre?" E mentre sto finendo la frase si apre la porta ed entra Mariastella, come al solito in ritardo. "Oh, lo sai? - le urla Gianluca dal fondo della classe - hanno ucciso Bin Laden!". "E vaiiiii!!!" urla Mariastella quasi facendo cadere gli unici due libri che ha portato.

"Ehi ragazzi, un po' di calma! Non siamo alla stadio... c'è modo e modo di discutere e così non lo accetto! Prima vi mangiate quasi vivo un vostro compagno solo perché ha il coraggio di avere una reazione diversa dalla vostra e la dice pubblicamente. Poi esultate per una notizia come se davvero fosse finita un guerra, magari fosse così! Purtroppo credo che questa cosa nell'immediato porterà ancora più rischi e paura di ritorsioni, perciò sicuramente meno sicurezza. E in secondo luogo credo che Fabiano abbia diritto di esprimere quello che sente senza essere né deriso né offeso. Ma la domanda è: c'era un modo diverso di catturalo senza farlo fuori?". "No, prof, la domanda non è questa. Non ci sono domande. Lui è un assassino e doveva essere fatto fuori. Se lo è meritato, e alla grande anche! Ma cosa crede che se l'avessero preso poi l'avrebbero giustiziato davvero? E comunque chi fa robe come lui non si merita più di vivere!". La sentenza sputata con ferocia e livore esce dalla bocca di Camilla, che a guardarla sembra Maria Goretti. Ma in verità ha una rabbia dentro che si avverte anche solo a passarle accanto.

"Quindi, mi sembra di capire che per voi la parola perdono ha un limite ben preciso e in questo caso non se ne parla nemmeno..". "Ma quale perdono prof? Lei avrebbe perdonato Hitler se fosse stato in campo di concentramento?" ribatte Caterina. "C'è chi lo ha fatto - le dico - e c'è chi ha accettato di lasciarci la sua vita al posto di altri, o per salvare altri. Non lo so se lo avrei fatto, mi ci sarei dovuto trovare. Ma sento che chi lo ha fatto ha una marcia in più, come uomo, di chi invece non riesce ad attraversare il suo dolore e la sua rabbia e perdonare anche una morte violenta e assurda".

Non è la prima volta che sento e vedo reazioni così dure e nette. I miei ragazzi non vanno molto per il sottile quando il cattivo viene beccato e alla fine muore, come nella migliore filmografia. Ma quello che mi ha colpito questa volta è l'accanimento vendicativo che sta dietro alla gioia con cui festeggiano questa notizia. E l'impossibilità di accettare che qualcuno come loro, invece, abbia una reazione diversa, e riveli così anche un'altra possibile lettura del dato, mostrando che esiste un confine tra vendetta e giustizia.

E mi viene da pensare che le reazioni dei miei ragazzi non siano molto diverse da quelle di tante di persone in occidente che hanno accolto la notizia festeggiando per le strade. Ma a casa mia il confine tra la giustizia e la vendetta è lo stesso che passa tra una reazione di sola "pancia" e una reazione "umana" in cui la persona pensa, sente e vuole con tutto sé stesso. Forse non è un caso che la giustizia oggi sia così presa di mira, richiede infatti equilibrio e armonia interna, che in questa società è merce rara.

25 aprile - Festa della Liberazione

postato il 25 aprile 2011


Un antidoto alla indifferenza

di Claudio Magris

Non è stato solo il Terzo Reich a proclamarsi e a credersi destinato a durare mille anni, anche se è durato solo dodici, meno del mio scaldabagno. Ogni potere, soprattutto ma non solo quello totalitario, ogni civiltà, ogni sistema di valori e di costumi si vogliono e si ritengono definitivi; siamo inclini a scambiare il presente, l'assetto delle cose che ci circondano, per l'eterno, qualcosa che non può cambiare. In questo senso, siamo quasi tutti ciechi conservatori, incapaci di credere che il nostro mondo

Con la Risurrezione tutto cambia!

Mercedes Sosa, Todo cambia

(Julio Numhauser)

Album: Será posible el sur (1984)



“Cambia lo superficial

cambia también lo profundo

cambia el modo de pensar

cambia todo en este mundo



Cambia el clima con los años

cambia el pastor su rebaño

y así como todo cambia

que yo cambie no es extraño



Cambia el mas fino brillante

de mano en mano su brillo

cambia el nido el pajarillo

cambia el sentir un amante



Cambia el rumbo el caminante

aunque esto le cause daño

y así como todo cambia

que yo cambie no extraño



Cambia todo cambia

Cambia todo cambia

Cambia todo cambia

Cambia todo cambia



Cambia el sol en su carrera

cuando la noche subsiste

cambia la planta y se viste

de verde en la primavera



Cambia el pelaje la fiera

Cambia el cabello el anciano

y así como todo cambia

que yo cambie no es extraño



Pero no cambia mi amor

por mas lejos que me encuentre

ni el recuerdo ni el dolor

de mi pueblo y de mi gente



Lo que cambió ayer

tendrá que cambiar mañana

así como cambio yo

en esta tierra lejana



Cambia todo cambia

Cambia todo cambia

Cambia todo cambia

Cambia todo cambia”.



Traduzione.



“Cambia ciò che è superficiale

e anche ciò che è profondo

cambia il modo di pensare

cambia tutto in questo mondo.



Cambia il clima con gli anni

cambia il pastore il suo pascolo

e così come tutto cambia

che io cambi non è strano.



Cambia il più prezioso brillante

di mano in mano il suo splendore,

cambia nido l'uccellino

cambia il sentimento degli amanti.



Cambia direzione il viandante

sebbene questo lo danneggi

e così come tutto cambia

che io cambi non è strano.



Cambia, tutto cambia

cambia, tutto cambia

cambia, tutto cambia

cambia, tutto cambia.



Cambia il sole nella sua corsa

quando la notte persiste,

cambia la pianta e si veste

di verde in primavera.



Cambia il manto della fiera

cambiano i capelli dell'anziano

e così come tutto cambia

che io cambi non è strano.



Ma non cambia il mio amore

per quanto lontano mi trovi,

né il ricordo né il dolore

della mia terra e della mia gente.



E ciò che è cambiato ieri

di nuovo cambierà domani

così come cambio io

in questa terra lontana.



Cambia, tutto cambia

Onesto e sereneo riconoscimento delle colpe

Da Giordano Bruno alla Shoah quei «mea culpa» a sorpresa

di Luigi Accattoli

Papa audace in tante direzioni - dalla lotta al comunismo alla predicazione del Vangelo «fino ai confini della terra» - in nessuna Wojtyla fu sorprendente quanto nel «mea culpa» che culminò nella «Giornata del perdono» del 12 marzo 2000. Nei confronti di quell'eredità Benedetto XVI si pone come prudente continuatore: in due occasioni ha fatto sua la richiesta di perdono per la Shoah formulata dal predecessore e in un'altra ha formulato un proprio «mea culpa» per il peccato della pedofilia del clero. «Confessione delle colpe e richiesta di perdono» era intitolata la speciale liturgia che si celebrò in San Pietro la prima domenica di Quaresima dell'anno 2000. Sette rappresentanti della Curia romana leggevano altrettanti «invitatori», ai quali rispondeva il Papa con sette «orazioni», riguardanti i «peccati in generale», le «colpe nel servizio della verità», i «peccati» che hanno diviso la Chiesa, le «colpe nei confronti di Israele», le «colpe commesse con comportamenti contro l'amore, la pace, i diritti dei popoli, il rispetto delle culture e delle religioni», i «peccati che hanno ferito la dignità della donna e l'unità del genere umano», i «peccati nel campo dei diritti fondamentali della persona». Ecco la seconda confessione di peccato, riguardante «le colpe nel servizio della verità», che fu letta dal cardinale Ratzinger: «Preghiamo perché ciascuno di noi, riconoscendo che anche uomini di Chiesa, in nome della fede e della morale, hanno talora fatto ricorso a metodi non evangelici nel pur doveroso impegno di difesa della verità, sappia imitare il Signore Gesù, mite e umile di cuore». Così suonò la quarta delle sette «confessioni», riguardante la persecuzione degli ebrei: «Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo nome fosse portato alle genti; noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli e, chiedendo perdono a Dio, vogliamo impegnarci in un'autentica fraternità con il popolo dell'alleanza». A conclusione di quella liturgia penitenziale, Giovanni Paolo pronunciò cinque «mai più» che suonano come una delle utopie evangeliche più forti che siano state affermate nella nostra epoca disincantata: «Mai più contraddizioni alla carità nel servizio della verità, mai più gesti contro la comunione della Chiesa, mai più offese verso qualsiasi popolo, mai più ricorsi alla violenza, mai più discriminazioni, esclusioni, oppressioni, disprezzo dei poveri e degli ultimi». Dal riesame del caso Galileo (impostato nel novembre del 1969) all'ultimo pronunciamento autocritico, riguardante i tribunali dell'Inquisizione (arrivato il 15 giugno 2004, con la lettera di accompagnamento della pubblicazione degli atti del simposio storico sull'Inquisizione dell'ottobre del 1998) sono oltre un centinaio le circostanze in cui Giovanni Paolo ha riconosciuto «errori» e «colpe» del passato e del presente, o ha invitato i cattolici ad applicarsi a questo «esame». Ai temi già detti vanno aggiunti - tra i principali - la tratta dei neri, il maltrattamento degli indios, la strage degli Ugonotti, il saccheggio di Costantinopoli da parte dei «crociati» nel 1204, il rogo di Giordano Bruno nell'anno 1600. Più volte Benedetto in questi sei anni si è richiamato all'atto penitenziale del predecessore e in due occasioni (il 12 febbraio del 2009 e il 17 gennaio 2010, durante la visita alla sinagoga di Roma) ha fatto sua e ripetuto alla lettera la richiesta di perdono riguardante gli ebrei. L'11 giugno 2010 abbiamo invece avuto una richiesta di perdono formulata in proprio dal Papa teologo e proposta a nome della Chiesa per una colpa dei suoi «figli»: lo ha fatto per un «peccato» di oggi - gli abusi sessuali del clero - e non della storia, come invece tante volte aveva fatto Papa Wojtyla ma come lui ha accompagnato il «mea culpa» con l'impegno a fare in modo che quel misfatto non si verifichi «mai più» . Appare dunque chiaro come in questa pedagogia della penitenza e della purificazione Papa Ratzinger segua le orme del predecessore e nello stesso tempo se ne distingua.


in “Corriere della Sera” del 1 maggio 2011

ex Pole Position

Ieri pomeriggio avrei voluto scrivere un post dichiarando il mio desiderio di anticipare il primo "bamba" (cioé stupido, imbecille, pazzoide) che avesse pensato di interpretare la morte di Bin Laden come primo miracolo del neo-beato.

Le difficili vicende accorse al mio sito hanno rallentato questa incredibile opportunità di confermare che sono un veggente: poco fa è giunta notizia di qualcuno che mi ha rubato il primo posto (o almeno uno dei primi)!


don Chisciotte



Bin Laden e Giovanni Paolo II


di Stefano Femminis

«Siccome si sa che nel terzo millennio tutto è interconnesso, ci sarà pure un collegamento tra la beatificazione di papa Wojtyla e l'uccisione di Bin Laden, due eventi epocali avvenuti nello stesso giorno»: così deve avere pensato tra sé e sé l'onorevole Micaela Biancofiore prima di rilasciare alla stampa la dichiarazione secondo cui l'uccisione del terrorista più ricercato del pianeta può essere letta come «un nuovo enorme miracolo regalato da Giovanni Paolo II al mondo». Complimenti onorevole, è un po' come accusare il neobeato di essere il mandante di un omicidio (complice di lusso la Trinità, esecutori materiali i marines). Affermazioni farneticanti di chi non perde occasione per conquistarsi un briciolo di visibilità? Può essere. Ma può essere anche che questa sia una lettura riduttiva e benevola. Anzitutto verso noi stessi.

Perché le parole dell'incauta parlamentare in fondo nascondono - sotto una coltre di opportunismo e superficialità - un'idea di Dio e della religione tutta basata sulle categorie della (onni)potenza, della vendetta, di un «interventismo» divino che bypassa la libertà dell'uomo. Un'idea che si annida in ognuno di noi più o meno dai tempi del paradiso terrestre, in modo ben più insidioso e diffuso di quanto forse siamo disposti ad ammettere. E che riemerge a ogni piega della storia: basti pensare all'apocalittica lotta tra Bene e Male spesso evocata da George W. Bush o, per cambiare genere, allo tsunami giapponese interpretato come castigo divino dal vicepresidente del Cnr.

Così, forse perché sospetta che ci sia un po' del Biancofiore-pensiero sparso in giro per il mondo, il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, pochissime ore dopo la notizia dell'uccisione di Bin Laden ha detto parole che trovo bellissime nella loro essenzialità: «Di fronte alla morte di un uomo un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini, e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione per una crescita ulteriore dell'odio, ma della pace».

Quale migliore omaggio, questo sì, a Giovanni Paolo II, messaggero di pace e riconciliazione, annunciatore della buona notizia di un Dio che è, anzitutto, «divina misericordia»? Sì, perché, come ha scritto il biblista gesuita Silvano Fausti, «Dio non è l'onnipotente padrone di tutto, e per di più, anche legislatore, giudice e boia che uccide tutti! Questo dio è ciò che il serpente ha suggerito a Eva e Adamo: è satana, modello dei "signori della morte". L'unico potere di Dio è dare la vita, non toglierla. Per questo la giustizia di Dio non è come la nostra: se sua legge è l'amore e suo giudizio il perdono, sua giustizia sarà morire in croce per chi lo crocifigge!».

Non basta e non lo vogliamo

Ma fare festa è sbagliato

di Enzo Bianchi

«Giustizia è fatta!» ha proclamato il Presidente degli Stati Uniti nell'annunciare al suo Paese e al mondo che Osama bin Laden è stato ucciso. Confesso che i sentimenti che mi abitano come cristiano e come cittadino di un Paese che non contempla nel proprio ordinamento la pena di morte sono contrastanti. Da un lato c'è la soddisfazione legata alla uscita di scena di una persona che, per sua stessa ammissione, ha seminato morte e odio, ha avvelenato la comprensione della religione, usandola come droga per esaltare la violenza, ha inquinato mortalmente la convivenza civile e i rapporti sociali, a livello locale e planetario. D'altro canto il Vangelo, ma anche la mia coscienza umana, non mi autorizzano a rallegrarmi per la morte di un essere umano, fosse anche il più malvagio sulla terra, fosse anche il nemico mortale che ha attentato alla vita delle persone più care. Non si tratta di evocare l'esortazione cristiana al perdono - argomento su cui a lungo si è riflettuto dopo l'epifania del male assoluto nei campi di sterminio nazisti - ma di riconoscere con gravità e amarezza che la morte di una persona non è mai motivo di gioia: forse di sollievo, perché ormai quel malvagio non potrà più nuocere, anche se il seme dell'odio gettato non smette per questo di crescere; forse è fonte di appagamento di quel desiderio di vendetta che abbiamo vergogna di confessare e che ci affrettiamo a nobilitare con il termine di giustizia; forse è occasione di rinnovato rimpianto per le vittime della violenza omicida e per non aver saputo fermare prima quello strumento di morte. Ma gioia no, quella non l'ho sentita nascere in me nell'apprendere la notizia dell'uccisione di Bin Laden e non vorrei vederla sul volto di un altro uomo, un uomo come me, un uomo come lo era Bin Laden. Come cristiano penso a Bin Laden ora in giudizio davanti a Dio: quel Dio il cui nome ha bestemmiato per seminare morte e predicare la guerra, quel Dio creatore degli uomini e protettore della vita cui ha dato un volto perverso e mortifero. E mi è anche difficile fare mie le parole del presidente Obama: «Giustizia è fatta!». E non perché ritenga che l'unica giustizia sia quella divina, che il giudizio autentico sia solo quello che ci attende tutti al cospetto di Dio. Ma perché rimango convinto che ogni essere umano è e resta più grande delle sue colpe, anche quando queste sono spropositate. D'altronde anche la rivelazione biblica e cristiana afferma riguardo all'immagine di Dio impressa in ogni essere umano: l'omicida può smarrire la somiglianza con Dio, ma non può perdere quell'immagine che Dio stesso ha voluto consegnare a ogni creatura umana, Caino compreso. Ma anche della giustizia umana ho un concetto che non mi consente di vederla realizzata nell'uccisione mirata di un pluri-assassino: la cattura, il giusto processo, la messa in condizione di non nuocere di un criminale non richiedono necessariamente la sua soppressione fisica e non traggono da questa maggiore autorevolezza o efficacia. Sopprimere l'ingiusto non è ancora fare giustizia: perché giustizia, anche umana, sia fatta, a ciascuno di noi resta un compito che nessuna arma né squadra speciale può svolgere per conto nostro. Resta la vicinanza e la solidarietà con i parenti delle vittime della sua barbarie umana, resta il contrastare nel quotidiano le energie di morte che l'assassino ha scatenato, resta la ricostruzione di un tessuto umano e sociale vivibile, resta il rifiuto di rispondere al male con il male, resta la costruzione della pace con gli strumenti della pace, resta di proseguire tenacemente nell'operare ciò che è giusto. Davvero non basta che un malvagio sia annientato perché giustizia sia fatta.

dal Papa lavoratore

postato il primo maggio 2011

Giovanni Paolo II, enciclica Laborem Exercens, 14 settembre 1981

Dall'Introduzione

L'uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall'uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l'uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell'universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l'uomo è perciò sin dall'inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l'uomo ne è capace e solo l'uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell'uomo e dell'umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.

Dal n. 6

Il primo fondamento del valore del lavoro è l'uomo stesso,il suo soggetto. A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l'uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l'uomo», e non l'uomo «per il lavoro». Con questa conclusione si arriva giustamente a riconoscere la preminenza del significato soggettivo del lavoro su quello oggettivo. Dato questo modo di intendere, e supponendo che vari lavori compiuti dagli uomini possano avere un maggiore o minore valore oggettivo, cerchiamo tuttavia di porre in evidenza che ognuno di essi si misura soprattutto con il metro della dignità del soggetto stesso del lavoro, cioè della persona, dell'uomo che lo compie. A sua volta: indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo - alle volte molto impegnativo - del suo operare, questo scopo non possiede un significato definitivo per se stesso. Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall'uomo - fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante - rimane sempre l'uomo stesso.


Difficile gioia

postato oggi alle 8:48


Giovanni Paolo II è stato sempre contrario alla guerra.

Ieri è stato esaltato, mentre erano in corso una e mille guerre.

Tra canti di gioia, si potevano udire le bombe che fischiavano.

E stamane tanti gioiscono di una e mille morti, esibite senza rispetto, come trofei.

Incoerenze.


don Chisciotte

Giovanni Paolo II, dal Discorso al corpo diplomatico del 13 gennaio 2003

No alla guerra! La guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell´umanità. Il diritto internazionale, il dialogo leale, la solidarietà fra Stati, l´esercizio nobile della diplomazia, sono mezzi degni dell´uomo e delle Nazioni per risolvere i loro contenziosi. Dico questo pensando a coloro che ripongono ancora la loro fiducia nell´arma nucleare e ai troppi conflitti che tengono ancora in ostaggio nostri fratelli in umanità. A Natale, Betlemme ci ha richiamato la crisi non risolta del Medio Oriente dove due popoli, quello israeliano e quello palestinese, sono chiamati a vivere fianco a fianco, ugualmente liberi e sovrani, rispettosi l´uno dell´altro. Senza dover ripetere ciò che dicevo l´anno scorso in questa stessa circostanza, mi accontenterò oggi di aggiungere, davanti al costante aggravarsi della crisi mediorientale, che la sua soluzione non potrà mai essere imposta ricorrendo al terrorismo o ai conflitti armati, ritenendo addirittura che vittorie militari possano essere la soluzione. E che dire delle minacce di una guerra che potrebbe abbattersi sulle popolazioni dell´Iraq, terra dei profeti, popolazioni già estenuate da più di dodici anni di embargo? Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da utilizzare per regolare i contenziosi fra le nazioni. Come ricordano la Carta dell´Organizzazione delle Nazioni Unite e il Diritto internazionale, non si può far ricorso alla guerra, anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni, nè vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le popolazioni civili durante e dopo le operazioni militari.

Chiarificazione

post di oggi, ore 12:50

«Di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini e spera e si impegna perchè ogni evento non sia occasione di una crescita ulteriore dell'odio, ma della pace». Lo ha dichiarato padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana. «Osama Bin Laden, come tutti sappiamo, ha avuto la gravissima responsabilità di diffondere divisione e odio fra i popoli, causando la morte di innumerevoli persone, e di strumentalizzare le religioni a questo fine», ha premesso padre Lombardi.


(Fonte: Ansa, 2 maggio 2011, ore 12:40)

Ucciso Bin Laden

post di questa mattina, ore 7:04


L'eterno riposo dona a lui, o Signore.

E splenda a lui la luce perpetua.

Riposi in pace. Amen.


don Chisciotte

 

Avvertenza

A causa di un disguido nel backup del sito, invece di ripristinare la versione del 1 maggio, è stata ripristinata quella del 1 aprile 2011. Sono quindi andati perduti tutti i post degli ultimi trenta giorni. Ci scusiamo con i naviganti. Cercheremo di riproporre alcuni dei materiali del mese di aprile (quaresima) nei prossimi giorni.


don Chisciotte

Made by Crosstec