L'atteggiamento esteriore rivela il mondo interiore

Dal trattato su “I doveri” di sant'Ambrogio, vescovo

La modestia dev'essere conservata anche nel portamento, nel gesto, nell'incedere: nell'atteggiamento dei corpo appare la virtù dell'animo. Da questo l'uomo che sta nascosto dentro di noi viene giudicato o troppo leggero, spavaldo, torbido o, al contrario, serio, costante, limpido e maturo. Si può dire perciò che il nostro atteggiamento sia la voce dell'anima. Voi ricordate, o figli, che un amico, pur apparentemente raccomandabile per lo zelo nei suoi doveri, non fu accolto da me nel clero soltanto perché il suo portamento era assai sconveniente; anche un altro, che avevo trovato nel clero, fu invitato da me a non precedermi mai, perché il suo incedere insolente colpiva i miei occhi come una staffilata. E glielo dissi quando, dopo il nostro screzio, venne restituito al suo ufficio. Ebbi da eccepire soltanto questo; ma il mio giudizio non mi ingannò: entrambi, infatti, abbandonarono la Chiesa. Risultò così che il loro la mala fede era tale quale il loro atteggiamento lasciava trasparire. L'uno rinnegò la fede al tempo della persecuzione ariana; l'altro per avidità di denaro, volendo evitare il giudizio ecclesiastico, nego d'essere del clero. Nel loro portamento appariva chiara l'immagine della leggerezza, un atteggiamento da buffoni sempre di corsa.

Vi sono anche coloro che, camminando lentamente, imitano l'andatura degli istrioni e quasi le portantine delle processioni e l'incedere oscillante delle statue, sicché, dovunque muovano i passi, sembrano osservare determinati ritmi. Non giudico decoroso camminare frettolosamente, a meno che non lo richieda qualche pericolo o una legittima necessità. Infatti per lo più coloro che vanno in fretta stravolgono la faccia ansimanti. Se manca loro un giusto motivo per affrettarsi, cadono in un difetto giustamente riprovato. Non intendo parlare di quelli che camminano frettolosi per un valido motivo, ma di quelli per i quali la fretta, che non conosce sosta, diventa una seconda natura. Non approvo nei primi l'incedere come statue di numi, nei secondi il precipitarsi come saette. Merita approvazione anche un incedere che riveli serietà e autorevolezza e sia indizio d'un animo sereno, purché non vi siano ricercatezza e affettazione, ma il movimento risulti naturale e spontaneo: l'artificio non piace mai. Il movimento sia regolato dalla natura; se in essa v'è qualche difetto, un impegno attento lo corregga, in modo però che sia escluso l'artificio e non manchi la correzione.

(I, 71-76: SAEMO 13,69-71)

Fede "all'italiana"

Fedele a Dio mai al Fascio

di Piero Ignazi

Francesco Ruffini, senatore del Regno e ministro della Pubblica istruzione fu uno dei maggiori studiosi di Diritto ecclesiastico (...) fu uno dei tredici professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo. (...) Ruffini commenta la faticosa tenuta delle libertà e della laicità dello Stato, insidiate dai fanatismi delle nuove ideologie e del vecchio clericalismo. L'incalzare del fascismo è visto sotto la lente particolare, e illuminante, dell'attacco alla libertà religiosa e allo Stato laico. Le leggi liberticide sulla stampa del 1924 introducono infatti il reato di vilipendio alla sola religione cattolica, erigendola esplicitamente a «religione di Stato». In un articolo, il 17 luglio 1924, Ruffini individua nel discorso pronunciato pochi mesi prima da Giovanni Gentile, le premesse dell'attacco; scriveva Gentile che «Uno Stato che non si interessa alla religione non è Stato; non è lo Stato che vuole essere lo Stato italiano

Manca la "differenza" cristiana

Cinque idee sul caso Viganò

di Roberto Beretta

I quotidiani di questi giorni sono (giustamente) pieni della vicenda di monsignor Carlo Maria Viganò, l'uomo di Curia rimosso dopo aver risanato in soli due anni i conti della Città del Vaticano. Non sto nemmeno a riepilogare la storia, complessa e controversa, rimandando alla buona volontà dei lettori, e nemmeno voglio toccarne la sostanza. Mi limito ad appuntare alcune considerazioni che mi sembra possano essere indipendenti dagli opposti «schieramenti».

Primo. Della vicenda non avremmo mai saputo niente senza i mass media «laici». Checché si possa dire di «complotti» e «strumentalizzazioni» esterne, infatti, non esiste nella Chiesa un sistema di informazione che abbia funzione di «contropotere» - che poi vuol dire anche controllo del potere. E questo è un tema su cui i giornalisti cattolici, che in questi giorni di san Francesco di Sales sono andati in giro a spiegare ai colleghi «laici» come si fa in modo libero e morale il nostro mestiere, sarebbe bene che riflettessero.

Secondo. Nel governo temporale della Chiesa manca anche uno strumento efficace di equilibrio e di controllo reciproco dei poteri. Torto o ragione che avesse, nei modi e nella sostanza, monsignor Viganò ha dovuto indirizzare le sue proteste al cardinale Bertone: cioè alla stessa autorità alla quale secondo lui - sempre a torto o a ragione - facevano riferimento le persone che stavano boicottandolo in vari modi. Ciò rende estremamente difficile reagire in modo trasparente a gruppi di potere (anche moralmente equivoci: ho già parlato in passato delle varie lobby romane) che si siano eventualmente insediati in una struttura di Curia. Non c'è un «garante», non esiste processo d'appello; in ultima analisi non si può far altro che «fidarsi» di chi governa, della sua volontà e possibilità di reagire. Oppure ricorrere al numero tre del mio elenco, qui sotto.

Terzo. Il tritacarne dei pettegolezzi personali viene usato senza alcun riguardo né carità. Articoli anonimi sui giornali servono per mettere in cattiva luce gli avversari e screditarli, si tirano in ballo senza pietà anche le questioni familiari. Altro che «ama il prossimo tuo»... L'immagine è quella di una lotta senza quartiere, ma non un duello onesto e leale, combattuto armi in pugno e tuttavia col coraggio di mostrare la faccia; il contrario! E nella gente resta l'immagine (di questo non può essere data la colpa ai giornalisti) di ambienti ecclesiastici dove covano invidie, sotterfugi, colpi bassi, ipocrisie.

Quarto. La difesa della Chiesa è inadeguata e basata sempre sugli stessi vecchi principi gesuitici del «troncare e sopire, sopire e troncare»: deprechiamo che siano stati resi pubblici documenti riservati, sono i mass media laici che cercano lo scandalo, il Papa ha tutto sotto controllo, le persone coinvolte godono della sua massima fiducia (infatti il monsignore che protestava ha ricevuto un incarico prestigioso), insomma non è successo niente e - se anche fosse successo - ora è tutto a posto. Questa volta si annuncia in più una minaccia di querela, che sarebbe un fatto davvero nuovo per il Vaticano (ma stiamo tranquilli: non la faranno, altrimenti in tribunale dovrebbe andare anche monsignor Viganò a dare la sua versione dei fatti). La sostanza viene affrontata solo per aspetti marginali, e così si finisce per alimentare il sospetto che ci sia davvero qualcosa da nascondere.

Quinto, e ultimo. Dal punto di vista ecclesiale, la vicenda è doppiamente perdente. Non mostra infatti la «differenza» cristiana né nel suo svolgimento vaticano (il che potrebbe anche capitare, talvolta, trattandosi di strutture umane), né nella reazione che ha poi suscitato nel resto della Chiesa; e questo si capisce meno, perché duemila anni di storia dovrebbero pur averci insegnato qualcosa nella gestione dei nostri «scandali»... Invece finora in questa storia non abbiamo saputo mostrare una cifra davvero evangelica, ovvero qualcosa che ci distingua dal modo di comportarsi del «mondo»; siamo come tutti gli altri, anzi talvolta - per esempio nell'applicazione della trasparenza e della gestione del potere - siamo persino più indietro di molti organismi «laici».

Contrazione e contrizione

Il tempo della politica senza gossip

di Aldo Grasso

Chi ha più visto le Olgettine? Si pratica ancora il «bunga bunga»? Dov'è finito il corpo delle donne? Sembra un'epoca remota quella in cui, ogni giorno, si discuteva della profana Triade «sesso-danaro-potere», il terribile virus che aveva inquinato le massime istituzioni della vita pubblica. Ogni giorno, tra compiacenza voyeuristica e sdegno moralistico, si raccontava delle imprese del Capo, del lettone di Putin, del favoloso harem di Sputtanopoli. Per ogni atto politico bisognava «cherchez la femme». Poi basta: solo morigeratezza e continenza. Dal colore al bianco e nero, da Forza Gnocca al Corpo docente, dal cabaret al convento. In un attimo siamo passati dai cicalecci sulle ministre sexy, sulle hot line scrupolosamente intercettate, sulle battute da caserma sul lato B della Merkel all'analisi dello spread, alle incertezze della crescita, ai bollettini delle agenzie di rating. «La torsione etica e politica delle ultime settimane - ha scritto Aldo Nove - farebbe pensare a una bonifica ormonale di salubre disintossicazione dopo un'overdose nazionale». Con i soldi pareva possibile comprare tutto, regalare farfalline d'oro alle accompagnatrici, concedersi notti esotiche e anche erotiche, ma ora i soldi mancano e i sogni di potenza svaniscono. Il mestiere di retroscenista è stato deprivato della sua sostanza gossipara: non c'è più nulla da scoprire, in senso figurato e in senso reale e Vallettopoli finirà per essere rubricata come la versione senza freni inibitori di Tangentopoli: alla mazzetta è succeduta la mezzana, al lotto il letto. Insomma, la rinascita impone rigore, sobrietà e un infuso quaresimale. Ed Eros e Priapo che fine hanno fatto? Con tutto il tempo libero a disposizione hanno disarmato i remi? Hanno chiuso i conti con la suburra? Difficile crederlo, solo che le relazioni pericolose, le foto compromettenti, le notti brave non interessano più, rientrano nella sfera del privato. Un velo di ipocrisia si stende ora sulle alcove. Lele Mora è in prigione, Fitch ci declassa, la redenzione del Paese è anche un atto di contrizione.

Implausibili

Il ritorno del paganesimo. Una sfida per i credenti

di don Giacomo Canobbio

Negli ultimi anni il cristianesimo sembra perdere influenza sul costume, benché da molte parti si dichiari la fine della secolarizzazione, o almeno la inadeguatezza di tale categoria per descrivere la situazione religiosa dei Paesi occidentali: ci si troverebbe piuttosto di fronte un deplacement della ricerca religiosa e a una riscoperta del sacro. Le analisi sociologiche non riescono tuttavia a precisare cosa si intenda con «ritorno del sacro» e con «ricerca religiosa». Un fenomeno appare però meritevole di attenzione: la proposta di tornare al paganesimo. Il termine, va ricordato, rimanda alla lettura che da parte ebraica prima e soprattutto cristiana poi si dava delle altre religioni. Per quanto attiene al cristianesimo, è noto che all'inizio si diffuse prevalentemente nelle città, sicché gli abitanti dei villaggi (pagi) restavano nella religione «idolatrica», quella che era stata oggetto delle invettive dei profeti di Israele e del giudizio critico dei primi autori cristiani. Il paganesimo era dunque la religione delle campagne. La recente proposta di tornare al paganesimo assume due forme principali: una dotta, l'altra popolare. Per quanto attiene alla prima si riscontrano due varianti: 1) ripresa della funzione terapeutica della filosofia, il cui compito dovrebbe essere quello di educare ad accettare il limite, mettendo in conto che gli umani non possono mirare a mete troppo alte, trascendenti. Appare sullo sfondo il richiamo all'epicureismo nel suo intento terapeutico di destituire di valore il desiderio (...). 2) abbandono del monoteismo, che sarebbe fonte di violenza, per ridare spazio alla molteplicità degli dèi. Questa seconda variante collega politeismo e democrazia: solo il politeismo sarebbe il vero custode della libertà (Jan Assman) e permetterebbe di riconoscere le molteplici storie connesse con la molteplicità degli dèi (Odo Marquard). Per quanto attiene alla seconda, quella «popolare», la si trova in una concezione e in una pratica utilitaristica della religione. Va riconosciuto che sia nell'ebraismo sia nel cristianesimo (come in tutte le altre religioni) la dimensione utilitaristica delle pratiche religiose non è mai venuta meno. Solo che oggi pare riproporsi con particolare vigore: si sceglie la religione dalla quale si pensa di ricavare maggior vantaggio; si può giungere perfino a crearsi una propria religione. Emblematico al riguardo quanto viene descritto dal sociologo tedesco Ulrich Beck nel volume Il Dio personale (Laterza, Roma 2008: il titolo in italiano potrebbe trarre in inganno; in tedesco suona Der eigene Gott, cioè "il proprio Dio"): ciascuno si sceglie/crea la propria divinità a secondo dei bisogni. Collegando tra loro le due forme di ritorno al paganesimo si potrebbe notare che rispondono a una duplice esigenza, che diventa critica di una religione praticata/percepita: 1) un bisogno di salvezza intesa come terapia; 2) il bisogno di avere la divinità vicina. Si evidenzia nelle due esigenze una critica nei confronti di una religione troppo dottrinale, preoccupata delle verità anziché della vita delle persone, e nei confronti di un Dio troppo grande, quindi distante. C'è però da domandarsi se la proposta di tornare al paganesimo riesca effettivamente a rispondere alle attese. Gli dèi a misura umana sono in grado di garantire quanto da essi ci si aspetta? Forse varrebbe la pena ricordare che la filosofia antica si era proposta come via di salvezza alternativa alle religioni mitologiche. Inoltre, una terapia che pretende di acquietare il desiderio sarà efficace? E soprattutto mantiene l'originalità degli umani la cui caratteristica è appunto la protensione verso il trascendimento? Al di là di questi interrogativi, le religioni, quella cristiana in primo luogo, sono provocate a verificare se nella loro forma storica attuale riescano a mostrarsi plausibili.

in “Corriere della Sera” del 29 gennaio 2012

Viviamo nell'Amore, tutta la vita, fino alla Fine

Davanti a Chi ti ama da Dio

di Gilberto Borghi

Stavamo ragionando insieme sulla concezione dell'aldilà cristiano, e in particolare sul giudizio finale
. "Ragazzi, fondamentalmente nel cristianesimo il giudizio finale è un atto di Dio con cui viene rivelata finalmente la Verità della nostra vita, chi davvero è stato il nostro Signore, e sulla base di questo Egli produce le conseguenze eterne, positive o negative su di noi". E Giovanni:" Vabbé prof. una specie di tribunale assoluto". "Più o meno" dico io. E a questo punto Laura ci stupisce con la sua uscita: " Beh, prof, però detto così sembra davvero brutto. Io ne ho un idea che mi piace di più. Una volta il mio parroco mi ha detto che, in fondo, il giudizio finale è un incontro d'amore. E questo è molto più bello che pensare di essere portati nel suo tribunale, andiamo!". E prosegue. "Allora mi sono fatta un film. Io penso che è come se per tutta la vita io e Dio stiamo insieme". "In che senso?", le faccio io. "Morosi, prof, fidanzati". "Ma dai, ma sei fuori a dire una roba del genere, vuoi fare la suora?" Sarcastico come spesso, Tomas non perde occasione per lasciare il segno. Mi volto di scatto e lo fulmino a parole: "Tomas, non ti permetto di prendere in giro una tua compagna. Se non sei d'accordo con lei, dopo potrai dire la tua, ma rispetta la sua idea, altrimenti poi nessuno rispetterà le tue!" Si "riaccuccia" nel banco. E Laura riprende senza nemmeno sentirsi sfiorata.

"Si, prof. una storia con Dio che dura tutta la vita, dove Lui è sempre lì, non molla mai, non tradisce mai, non ti perde mai dai suoi occhi e dalle sue braccia e ti ama davvero da Dio (Risata generale, inevitabile!) E io invece che non sono mai convinta del tutto, che a volte lo sento a volte no, che a tratti penso che non c'è e cerco altri, che poi ritorno da Lui, che mi arrabbio con Lui, che lo ringrazio, che lo insulto, che lo adoro. E quando finalmente sarò davanti a Lui è come se Lui mi domandasse dolcemente: allora Laura, che facciamo di questa storia?, buttiamo via tutto?, roviniamo tutto?, o accetti per sempre questo amore immenso che sento per te?".

Laura ha dei grandi occhi castani che sorridono con quella armonia che oggi è difficile trovare dentro una ragazza di 18 anni. Semplice, non bigotta e nemmeno troppo praticante. Non le piace stare al centro dell'attenzione. Ma quando all'improvviso s'è accorta che la classe era lì tutta a sentirla in silenzio è diventata bordeaux. E si è rifugiata tra le braccia di Michi, storica e fedele compagna di banco. Tomas ha alzato la mano. "Ok dì la tua - gli ho detto". "Prof. stavolta sono serio. A me è successo realmente con la mia morosa, quello che Laura ha immaginato con Dio, e ho capito proprio lì che io l'amavo davvero e le ho detto di sì". "Oh oh, grandi rivelazioni, Tomas", ha detto Enrica, tra il sorpreso e l'ironico. "Ogni tanto si può - ha proseguito Tomas -. Ma prof io davvero non credo che si possa innamorarsi di Dio come dice Laura. Però tra l'idea del tribunale e quella di Laura preferisco mille volte quella di Laura". E una buona mezza classe si è associata.

Dieci minuti dopo, in bici, tra le macchine e il gelo, il mio demone ha già preso il sopravvento. E alla fine ne ho raccolto tre domande.

È davvero distante dal nocciolo delle nostra fede l'idea di Laura? Forse perché finisce per depotenziare l'idea che sia Dio a decidere e rimanda la palla all'uomo? Ma Dio ha già deciso: Lui vorrebbe salvare tutti. Su questo la Bibbia (Gv. 3, 17-18) e il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 679) sono già espliciti di loro. Oltre però a contenere anche un linguaggio e delle immagini che davvero ci riconducono al clima di un tribunale. (Ad es. Eb. 6,4-6 e CCC n. 1039).

Nell'idea di Laura la vita presente non è dove guadagniamo punti (meriti) o debiti (peccati) che poi si misureranno al giudizio finale. È invece il tempo del fidanzamento, appunto, ove l'uomo, limitato, prova a trovare il modo di "lasciarsi trasformare" da questo Dio di amore assoluto. E dove quindi, anche quando diciamo di no ad un amore terreno, sbagliando, possiamo da questo imparare a non dire di no all'amore di Dio. E allora non è che dovremmo rimettere mano al concetto teologico di "merito"? Che non va tolto, ma va riletto in una logica di amore.

Come mai, disponendo nella Bibbia di più chiavi per leggere il giudizio finale, si è privilegiata quella legata al clima del tribunale? Che rimanda alla legge, e solo eccezionalmente alla grazia, mentre per noi è il contrario. È un retaggio vetero testamentario? O una subdola forma di protestantesimo, mascherato nel suo contrario? O semplicemente una forma storica e per questo assolutamente rivedibile?

Ha fatto di persona, ha pagato di persona

«Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, come trattano gli ebrei qui dentro, saresti pentito solo di non averne salvati di più».

Odoardo Focherini, conversazione con il cognato Bruno Marchesi nel carcere di S. Giovanni in Monte a Bologna

Odoardo Focherini (Carpi, 6 giugno 1907

Dis-umanità

Spogliati della propria umanità

di Zygmunt Bauman

Introduzione al libro «Lettera ai figli» di Anna Hyndráková, deportata da ragazzina ad Auschwitz

Ognuna delle sei milioni di vittime del più grande genocidio dell'umanità aveva una storia da raccontare. Una storia raccapricciante, orripilante: una storia di umana disumanità verso esseri umani. Pochi, tra coloro che attraversarono quell'inferno, ebbero la possibilità di mettere per iscritto la loro storia, pochi seppero trovare parole adatte per descrivere orrori che il linguaggio umano non era pronto a rappresentare. Ancor meno numerosi furono coloro che riuscirono a consegnare le loro storie scritte a chi più che mai aveva e ha bisogno di ascoltarle: le generazioni post-Olocausto, ossia quelle generazioni che si trovarono gravate dall'onere di apprendere e trasmettere a loro volta ai propri figli la lezione di ciò che può fare la disumanità degli esseri umani quando è libera e senza controllo, oppure, ma è ancor peggio, quando è posta al servizio delle più vili, abiette e malvagie intenzioni. Tra coloro che riuscirono in questa impresa, e che contribuirono a far sì che i loro figli potessero sostenere quell'onere, vi fu anche Anna Hyndráková-Kovanicová. Pienamente consapevole dell'importanza di quel che faceva, cercando di conservare ricordi che altrimenti sarebbero stati destinati a seguirla nella tomba, ella diede alla sua storia la forma di una Lettera ai figli... . La sua testimonianza è di inestimabile valore, per lo meno (o forse a maggior ragione) nella misura in cui chi è nato nel mondo post-Olocausto ha non poche difficoltà a immaginarsi il mondo che ella descrive e che testimonia. L'inizio dell'orrore coincide sempre con un venir meno dell'umanità: un vuoto che si va ingrandendo e che si condensa sempre di più, sino a divenire palpabile come una nebbia che ammanta chi, con marchio infamante, si ritrova escluso dal consorzio umano, anticamera della distruzione. «Molte persone smisero di conoscerci: quelle più oneste guardavano dall'altra parte facendo finta di non vederci, soltanto pochissime persone avevano il coraggio di rischiare e ci salutavano per strada, anche solo con un cenno del capo». Questo muro apparentemente invisibile, ma quanto mai reale, di separazione spirituale si dimostrò avere effetti non meno devastanti rispetto ai muri di mattoni, cemento e filo spinato, sfacciatamente imponenti, duri e impenetrabili: «Quanto più a lungo uno restava lì», in quel luogo abbandonato dall'umanità, «tanto meno assomigliava a un essere umano». Janina Bauman (moglie del sociologo, scrittrice polacca, morta a Leeds nel 2010, ndr), un'altra donna sopravvissuta agli orrori del l'Olocausto, notò nelle sue memorie che il compito più difficile per lei e per chi le stava intorno era «restare umani in condizioni disumane». Anna Hyndráková-Kovanicová spiega perché: i prigionieri di un mondo inumano si trovano costretti a guardarsi l'un l'altro con diffidenza angosciosa, le vessazioni e le umiliazioni cui sono sottoposti li spogliano, strato per strato, dell'armatura morale che protegge la loro umanità. «Se avessero conservato un po' di umanità, forse non sarebbero sopravvissute a lungo in quelle condizioni». Occorre leggere e rileggere queste testimonianze, e non bisogna chiedersi per chi suoni quella particolare campana. Essa suona per noi, che a nostra volta ci troviamo in un mondo non meno disumano. Noi, che abbiamo il compito di togliere la disumanità dal mondo, per la nostra salvezza, nostra e dei nostri figli dei figli dei nostri figli.

in “Il Sole 24 Ore” del 22 gennaio 2012

Apriamo gli occhi!

L'Europa non volle vedere il treno per i Lager

di Elena Loewenthal

Auschwitz è il buco nero della nostra storia: una voragine cieca e incolore dopo la quale nulla è più come prima. Ma non è uniforme, l'oscurità di questo non luogo che sta dentro il nostro mondo, abita la nostra civiltà anche se preferiremmo tutti sbarazzarcene, fare come se non fosse mai successo. Il male non è mai uguale a se stesso, ha fantasia. Sorprende prima ancora di spezzare: sfida l'umanità a inventare. Auschwitz non è il male assoluto perché, e forse purtroppo, il male assoluto non esiste - c'è sempre qualcosa che è peggio, più crudele, più basso. E il buio di quel luogo, di quel tempo, di quell'orrore, conosce un'infinità di sfumature: come se il nero non fosse assenza di luce e colore, ma una gamma inesauribile di oscurità. Perché Auschwitz è stato il campo di sterminio, è stato le camere a gas, sono stati i forni crematori e l'umanità sfigurata nelle baracche e nelle adunate del mattino. I cumuli di capelli e di denti e di scarpe. Ma è stato anche altro. Non si può dare un voto al dolore e dire: questo è il più terribile, questo è peggio. Ma accostare, sì. Provare a immaginare. Immedesimarsi, malgrado una distanza abissale. Sapere che quell'inferno aveva molte facce, non una soltanto. Auschwitz, dunque, è stato non solo laggiù, nella campagna polacca sulla quale la cenere dei forni ha continuato a depositarsi per molto tempo dopo, ancora. E' stato anche nei luoghi di raccolta, meta dei rastrellamenti. Nei vagoni merci che attraversavano l'Europa in lungo e in largo, si fermavano nelle stazioni. Volendo, fra le fessure del legno, attraverso gli spioncini, si sarebbero visti occhi, scampoli di facce. Volendo, si sarebbero potuti ascoltare i lamenti, le voci. E invece, l'Europa si è fatta attraversare da questi treni come una pista di ghiaccio dove i pattini passano e lasciano una minuscola riga, che subito sparisce. Sono tanti, i luoghi di mezzo della Shoah: là dove lo sterminio era presagio e certezza al tempo stesso. Là dove Auschwitz era ancora soltanto un'ombra, eppure pesante e feroce. Anticamere dell'inferno, ma anche inferni essi stessi. Ne Il vagone (...) Arnaud Rykner prova a fare il viaggio: accompagna l'ultimo treno di deportati in direzione Dachau, giorni e giorni di un tragitto che durerebbe molto meno, prolungato per seminare morte e sofferenza sui binari. La sua è un'operazione letteraria ardua, ai limiti dell'impossibile. Difficile dire se ci sia riuscito o meno. Come si fa a immaginare - e raccontare - quello che si è provato lì dentro? Rykner riesce soprattutto a dar conto dell'assurdo isolamento di quei convogli: se Auschwitz è un altro mondo, quei treni erano ancora in questo. Questo mondo li ha vergognosamente fatti passare, li ha digeriti nello stomaco della propria storia. Prima dei vagoni merci, ci sono stati i rastrellamenti. Abbiate Pietà di mio Figlio (...) riporta le lettere di alcuni fra gli ebrei rinchiusi al Vel d'Hiv a Parigi. Fra il 16 e il 17 luglio del 1942, 3031 uomini, 5802 donne e 4051 bambini (sì, bambini) vengono rastrellati e rinchiusi qui dal governo di Vichy, in attesa di essere deportati. Queste diciotto lettere sono piene di paura e raccomandazioni, di testamenti e quotidianità. E' un libro terribile perché toglie il velo a una pagina francese rimasta piuttosto taciuta. «Miei cari Roland, Annie e Paule. Sono le 4 del mattino. Sono venuti a prenderci. Vi dico addio, mi pento di tutto il male che potrei avervi fatto e delle preoccupazioni che vi ho procurato. Sappiate che vi ho amato sopra ogni cosa, anche se non ho potuto dimostrarlo». Ancora una volta, al Vel d'Hiver la civile Europa mostra di cosa è stata capace: e mica solo i nazisti occupanti. No, non solo loro. Ma prima di Auschwitz, prima dei treni della morte, prima dei rastrellamenti nelle metropoli d'Europa, c'è stata l'emarginazione. Due erano gli obiettivi: «tenere pulita» la società evitando il contatto con la stirpe «infetta». Ma soprattutto rintracciare gli ebrei più facilmente, uno ad uno. L'emarginazione è stata davvero l'anticamera dello sterminio. Anche se a volte, da quei luoghi recintati in cui gli ebrei furono rinchiusi, l'orrore sembrava lontano. Come allo Joods Lyceum di Amsterdam, dove Theo Coster è tornato qualche anno fa con un documentario e ora con un libro, I nostri giorni con Anna. Il racconto dei compagni di classe (...). Una specie di gita scolastica con il cuore e la memoria, insieme ad Anne Frank e ai compagni che non ci sono più. E' un libro quasi sereno, questo, ad ogni riga animato da un'assenza: quella di lei, in cui tutti i sopravvissuti si rispecchiano. Ma proprio questa apparente serenità, questi ricordi di scuola così simili a tanti altri eppure così immensamente distanti da una rievocazione «normale», fanno presto schiantare il lettore contro la realtà della storia, il silenzio di chi non c'è più.

in “La Stampa” del 21 gennaio 2012

Il vescovo, un uomo vero

Vengono prima i poveri, carcerati, malati, stranieri

di mons. Franco Giulio Brambilla

Vado a salutare il cardinale Martini. Tra pochi giorni farò l'ingresso come nuovo vescovo della diocesi di Novara. È stato il vescovo della mia maturità di prete. Parliamo lungamente con lo sguardo sul momento presente della Chiesa e del mondo. La sua voce impercettibile interviene pochissimo con parole acuminate e incoraggianti. A un certo punto mi chiede: «Che programma hai per Novara?». Fa portare dal segretario un libretto, fresco di stampa: Il vescovo. Mi dice: «L'ho voluto scrivere di mia mano con fatica. Uscirà a giorni». A casa lo leggo tutto d'un fiato. È un piccolo libro pensato nella scia della grande tradizione del «Liber pastoralis», da Gregorio Magno a Carlo Borromeo. Non frequenta le grandi vette della teologia. Vi rimanda consapevolmente. Doveva essere

Povero... chi si lascia guidare dalla burattinaia

Maria De Filippi, burattinaia dei poveri cristi

Il sistema unico per le tre trasmissioni della conduttrice

di Aldo Grasso

E' difficile dire qualcosa di nuovo su un programma che è in onda dal lontano 1996, che ha cambiato pelle e formato diverse volte. «Uomini e donne» si basa su un repertorio di rituali che resistono al trascorrere degli anni: un fitto codice di cinesica e prossemica, comprensivo di baci, saluti, strette di mano («Maria posso salutarti?»), le «esterne» (curioso come un tecnicismo della produzione televisiva abbia potuto trasformarsi in un termine del lessico amoroso), i pareri urlati degli opinionisti, i dibattiti in studio («sei vera, sei finta, sei qui solo per le telecamere»). Per la cronaca, nell'edizione di quest'anno ai tronisti giovani e plastici si associa anche il «trono over», dedicato alla ricerca dell'amore tra i senior. L'atmosfera è più raccolta, l'attenzione a scavare nei sentimenti e nelle psicologie. L'effetto irrimediabilmente più triste. La cosa più interessante della trasmissione resta il ruolo della sua conduttrice, Maria De Filippi, un caso unico nella televisione italiana. Basta la sua presenza a dar vita a una sorta di «sistema De Filippi»: il trash popolare di «Uomini e donne», l'accademia di «Amici», i drammi di «C'è posta per te», ora anche il carnevale di «Italia's Got Talent». Il fatto curioso è che c'è una De Filippi diversa per ognuna di queste occorrenze. In tutte però emerge la sua natura di «burattinaio dei poveri cristi». In «Uomini e donne» la sua conduzione è quasi «in levare»: interviene raramente per abbozzare un modello di educazione sentimentale, mette zizzania quando deve, riconcilia quando è necessario. Indirizza con cinismo i pensieri confusi dei tronisti e le avances dei corteggiatori. Il suo modello narrativo è molto diverso dai risultati concreti della sua tv, come se cercasse di ordinare il disordine, accoppiare i single, riappacificare i litiganti, dare espressione compiuta al magma di sentimenti che si agitano nella mente di chi non li sa esprimere.

Foto che fanno riflettere

Per ognuno di questi volti, segnati dalle rughe e dal freddo, dal sole e dal pianto, c'è una storia che racconta di scelte difficili, di povertà, di emarginazione. Volti che escono dall'ombra e sfidano lo sguardo di chi, spesso, preferisce non vederli. Con un progetto solidale iniziato nel 2008, che ha coinvolto l'associazione per i senzatetto inglese Shelter, il fotografo Lee Jeffries è entrato a contatto con alcuni homeless che vivono nelle strade e nei centri di accoglienza europei e ha scattato loro una serie di toccanti ritratti in bianco e nero.

Anche oggi

La clausura vista dai genitori. E se fosse vostra figlia?

di Elvira Serra

«Mamma, papà, devo dirvi una cosa». Mariangela Pozzi stava lavando i piatti, era gennaio di quattro anni fa. «Ho deciso di entrare in convento». Paola aveva 22 anni, faceva l'Accademia di Belle arti a Como, aveva dato tutti gli esami. «Siamo ammutoliti. Le abbiamo chiesto se ci aveva pensato bene. Abbiamo posto solo una condizione: che discutesse la tesi». Così è stato. Adesso la figlia è diventata suor Paola, vive nel Monastero domenicano di Pratovecchio, in clausura, e tra due anni potrà pronunciare la professione definitiva. Nell'epoca del laicismo assoluto, dominato dal fare e dell'avere, crea sconcerto una vocazione religiosa in famiglia. Mariangela prova a spiegare il suo smarrimento: «Paola è sempre stata vivacissima, spensierata, le piaceva viaggiare. Non è che la vedessi sposata. Ma la vedevo “libera”. Il punto è che l'amore umano si capisce, quello spirituale no. Quando però ha fatto la sua professione temporanea aveva un sorriso così bello, luminoso, che se fingeva di essere contenta, fingeva proprio bene». A spiazzare i genitori, oggi, è l'età in cui si manifesta il desiderio di prendere i voti. «Siamo diciannove “sorelle”, dai 26 ai 98 anni: due hanno 31 anni, una 37, una 39, una 41 e poi si sale. L'ultima a entrare era avvocato e il fratello, anche lui legale, alla prima telefonata le ha raccomandato di non firmare nulla!», scherza suor Giovanna, la «maestra» del monastero di Pratovecchio, cioè responsabile delle giovani in formazione. Lei entrò a 25 anni, da segretaria d'azienda. «Molti vedono la clausura come chiusura, mentre per noi è un mezzo, non il fine. Un padre e una madre stanno male perché per loro carriera e ambizioni sono messe in un pacco e buttate via. Magari era pronto l'abito nuziale. Ogni incomprensione poi però si ricompone». Così è successo a Diego Nava, 72 anni di Reggio Calabria, che quando la primogenita esordì «papà ti devo dire una cosa», le disse che lo considerava un «tradimento» verso di lui. «Bravissima a scuola, maturità classica, laurea in Scienze biologiche e specializzazione in Patologia clinica con il massimo dei voti: insomma, per me fu uno choc». Superato. Non sempre va così bene. Ricorda Mariateresa Zattoni, consulente familiare e docente all'Istituto Giovanni Paolo II: «Un padre per cinque anni non volle rivolgere la parola alla figlia. Era un piccolo industriale e quell'unica femmina, con la sua laurea in Economia, era perfetta per diventare amministratrice dell'azienda di famiglia. Si sono ritrovati quando lui si è ammalato di cancro e lei per tre mesi, gli ultimi, lo ha assistito in ospedale ogni notte. Le disse infine: “Non ti conoscevo così”». Curiosamente, i più cattolici sono quelli che vivono con maggiore disorientamento la scelta del figlio. «È un paradosso. Una madre catechista incoraggiò il figlio ad andare prima dallo psicologo, altri si sono informati sui rapporti con le ragazze, come fosse quello il problema. Insomma, ho visto totale impreparazione dove era meno prevedibile», spiega don Mario Aversano, rettore del seminario propedeutico diocesano di Torino. «In alcuni casi l'opposizione dei genitori assume un peso talmente forte da far procrastinare la decisione o addirittura annullarla». Don Carmine Ladogana per undici anni ha guidato il seminario diocesano di Cerignola-Ascoli Satriano. Una vocazione adulta, la sua. «Lavoravo in Regione Puglia. Mio padre disse che me ne sarei potuto pentire. La preoccupazione sua, e di tanti genitori qui al Sud, è il celibato. Temono la solitudine. Ho sentito le stesse persone che consideravano in astratto una benedizione avere un figlio sacerdote poi disperarsi: “Proprio a me il Padreterno doveva togliermelo!”». «I miei sono stati perplessi, ma gli riconosco di non aver provato a farmi cambiare idea. E sì che non ho lasciato molto tempo per abituarsi. A luglio 2005 mi sono laureato in Scienze della comunicazione, e già collaboravo con una radio privata; a settembre ho detto che sarei entrato in seminario; a ottobre ero lì», sintetizza don Daniele Antonello, 31 anni, viceparroco a Manzano (Udine). Nel 2009 in Italia sono stati ordinati 405 nuovi sacerdoti, sette in più rispetto al 2008. Don Massimo Camisasca, da 27 anni rettore al San Carlo di Roma, ha avuto circa 200 studenti, la metà è diventata sacerdote. «Sono generazioni molto diverse, è come se fossero passati 200 anni. La prima reazione in casa è lo sconcerto, ed è naturale, ci sono tante aspettative su un figlio, magari unico, lo hanno visto laurearsi, portare a casa la fidanzata. Non sono assenti i ricatti affettivi, soprattutto da parte delle madri. Ma infine quando vedono il figlio contento e realizzato si placa tutto». (...)

Ri-conoscere il passato, per vivere il presente

Giacomo: il bambino che sognava la tuta blu

L'attore tra i ricordi del lavoro in fabbrica e i timori per gli eccessi di finanza e consumi

di Giaco
mino Poretti, del trio "Aldo, Giovanni e Giacomo"



Sono nato nello stesso paese, Villa Cortese, dove è nato un certo Franco Tosi. Lui è venuto al mondo nel 1850, io un secolo dopo. Lui ha fondato un'azienda pionieristica che negli Anni 70 impiegava 6000 lavoratori. Mio nonno, mio papà, il fratello di mio papà ed io, abbiamo tanto desiderato di essere assunti alla Franco Tosi negli stabilimenti di Legnano, a 15 minuti di bicicletta dal nostro cortile. Perché se venivi assunto alla Tosi la tua vita prendeva la strada della sicurezza: 13 mensilità assicurate, due tute blu all'anno e la colonia marina sull'Adriatico per i figli. A Legnano c'è stato un periodo che il Curato fungeva da ufficio di collocamento, e se proprio non gli eri antipatico, al Curato, un posto alla Tosi saltava fuori. Benché mio padre cantasse nel coro della parrocchia, lo zio pure e il nonno non avesse mai mancato una messa domenicale delle 11, nessuno della mia famiglia è mai stato assunto alla Franco Tosi.



Niente di personale, pura casualità; mio nonno ha poi fatto lo stradino, teneva pulite le strade e le aiuole del paese, mio papà e mio zio sono stati assunti in un'altra fabbrica che faceva macchine da cucire per l'industria: la Rimoldi, poi Rockwell, 1100 dipendenti a 18 minuti di bicicletta, 13 mensilità, due tute blu all'anno e colonia marina in Liguria e in Valle Imagna. Ho odiato entrambi i posti, le colonie intendo, in particolare quella di Pietra Ligure. Ma se non era per gente come i Tosi e i Rimoldi, milioni di bambini in quegli anni non avrebbero mai visto il mare. C'è stato un periodo che Legnano era solo un'enorme estensione di fabbriche. Tu nascevi e quando ti battezzavano il prete era in grado di indicarti il tuo destino: Cotonificio Cantoni, officine Pensotti, De Angeli Frua. Il prete mi guardò, poi guardò mia madre e disse: Suo figlio ha la faccia da terziario, mi piace poco...



La prima volta che ho conosciuto la fabbrica è stato intorno ai quattro anni. Mamma e papà erano operai. La mamma lavorava alla Giulini & Ratti, tra i telai: gliene avevano affidati 25, tra il primo e il venticinquesimo c'erano 60 metri di distanza e per poterli governare le avevano dato una bicicletta. La mamma mi diceva che la cosa brutta della tessitura non era la fatica, ma il rumore assordante. La mamma dopo quasi 30 anni di rumore non ci sentiva tanto bene, è andata da diversi dottori e adesso ogni due mesi riceve 280 euro, si chiama pensione parziale di invalidità. Il papà invece faceva l'operaio metalmeccanico. Era un fresatore e per otto ore al giorno dava forma ad un pezzetto di ferro, lo ha fatto per 35 anni, sempre la stessa forma. Lui diceva che in quella fabbrica si stava bene, non c'era rumore ma in compenso in mensa si mangiava male.



Quando mamma e papà dovevano fare il turno dalle 6 fino alle 14, allora ci svegliavano a me e a mia sorella, ci vestivano, e poi mia sorella veniva sistemata nel seggiolino ancorato al manubrio della bicicletta della mamma, io invece mi sedevo su quello sistemato sopra la ruota posteriore: abbracciavo i fianchi della mamma e appoggiavo la guancia sulla sua schiena e così riuscivo a dormire ancora un pochino mentre la mamma pedalava fino alla casa di una delle nonne e lì stavamo fino a che non veniva a prenderci il papà a fine turno.



Quando io e mia sorella eravamo piccoli non c'erano le tate e le badanti, quindi i bambini quando i genitori andavano in fabbrica stavano con i nonni. Per cinque giorni della settimana io chiedevo sempre alla mamma perché ci si svegliava così presto, lei diceva «perché dobbiamo andare in fabbrica», «anch'io mamma ci devo andare?», «no, tu non andrai mai in fabbrica, tu devi andare in banca!», «adesso mamma ci devo andare in banca? Ma io ho sonno», «non adesso, andrai in banca quando sarai cresciuto!». Mi sono sempre chiesto se non sono cresciuto per paura di finire in banca, o perché mi svegliavo troppo presto al mattino.



La seconda volta che ho conosciuto la fabbrica avevo finito da poco terza media e sono andato a lavorare in un capannone dove facevano delle pesantissime cancellate in ferro. I miei genitori per un mese non mi hanno rivolto parola: il preside aveva detto che ero un allievo dotato e che sarei stato un bravo avvocato. Io semplicemente mi vergognavo: nessuno nella mia famiglia era andato oltre la quinta elementare, qualcuno ci era arrivato con fatica, qualcun altro si era fermato in terza, ed io che dovevo fare? Istituto per geometri o ragionieri? Siii, imploravano gli occhi della mamma, neanche per sogno dissi io, fabbrica e al massimo scuole serali! C'è stato un periodo in cui indossare quella tuta blu sporca di olio e di grasso, tornarsene a casa alla sera esausto e cercare di lavarsi le mani che non venivano mai pulite per davvero, avere quelle mani ancora sporche di nero anche il sabato e la domenica, era un segno di orgoglio, un orgoglio che nasceva dalla povertà e che chiedeva dignità e risarcimento. Quell'orgoglio di indossare la tuta blu chiedeva alla vita di essere risarciti per averci fatti partire un quarto d'ora dopo il via. Dopo due settimane che lavoravo in quella fabbrichetta (tre padroni e quattro operai di cui due apprendisti), mi ero già pentito: non si poteva parlare, se smettevo di battere il martello sulla lamiera il principale mi chiedeva se ero stato colto da una paralisi, io in silenzio lo mandavo a quel paese e mi dicevo che prima o poi sarei andato a lavorare in una fabbrica seria.



A volte la vita in fabbrica era dura, tornavo a casa alla sera e mi dicevo che dovevo inventarmi qualche cosa per rendermi autonomo, avere un'idea. Una volta ho pensato di fare il calzolaio: avrei risuolato le scarpe al vicino, in cambio della riparazione del carburatore del motorino, visto che lui faceva il meccanico. Poi sarei andato a scambiare una cotoletta dal macellaio in cambio della sostituzione dei tacchi delle scarpe della moglie. Ma poi iniziavano i problemi: se mi viene voglia di mangiare un gelato al pistacchio e il gelataio non ha scarpe da risuolare? Quanti tacchi devo cambiare per avere in cambio un televisore Lcd da 42 pollici? Per almeno due-tre anni ho aspettato che arrivasse una lettera dalla Tosi, ma niente, anzi cominciavano a non assumere più nessuno e a proporre i prepensionamenti, non solo alla Tosi ma in tutte le fabbriche del Legnanese.



E in quel momento è come se fosse iniziata una nuova fase in cui il lavoro manuale dava fastidio, era meglio farlo fare all'estero, in quei Paesi dove costava tutto meno, noi eravamo stanchi di fare i soliti lavori e finalmente, liberandoci della fatica della fabbrica, avremmo vissuto di alto valore aggiunto nei servizi, avremmo tutti fatto dei lavori fighissimi: dall'account, al chief manager, all'executive assistant to president, fino all'executive assistant to drink to president, passando dal make up artist to wife of president, al vice boy lift to president, all'assistant buyer e tra un happy hour, un lunch, un brunch e un punch qualcuno sarebbe diventato un Supreme Superior Super President.



Non ci sono più le fabbriche di una volta, così come non ci sono più i comandanti di navi di una volta; una volta c'erano le fabbriche che facevano gli oggetti, ora ci sono quelle che fanno la finanza; una volta prendevi una nave per andare in America, adesso prenoti una nave lunga 200 metri e ti portano a vedere la luna sugli scogli.



Una volta la classe operaia pensava al suo orgoglio e a come riscattarsi e gli imprenditori con i loro capitali e la loro creatività avevano come compito quello di dare ad ogni famiglia il frigorifero, la tivù, la lavatrice e il benessere. Ora che l'operaio ha gli stessi iPhone del suo datore di lavoro, come la mettiamo? Adesso abbiamo l'ossessione del Pil, dei consumi che non possono diminuire altrimenti il Paese va a rotoli. Nel 2002 siamo andati a N.Y. per girare un film e sui taxi a Manhattan Bloomberg aveva fatto affiggere una targhetta che diceva: spendete i vostri soldi, il Paese è in recessione. Mio padre avrebbe detto: risparmia i tuoi soldi, domani potresti averne bisogno. Chi ha ragione, il sindaco di N.Y. o mio padre?



Mi spiego: per liberismo, secondo me che non ho fatto studi in economia e potrei sbagliarmi, è da intendersi quella visione del mondo per cui il Mercato deve essere libero di agire, non deve avere eccessivi vincoli, anzi nessun vincolo. La Libertà d'impresa deve essere appunto libera di creare. Anche se, per caso, le venisse voglia di elargire dei mutui a centinaia di migliaia di persone, che hanno scarsissime probabilità di rimborsare il debito, anzi nessuna possibilità di rimborsare il debito, in molti casi uguale al 102% del valore della loro casa.



Sì, perché le banche del Liberismo sono generose e, oltre alla casa, sanno che avrai bisogno delle tende a pacchetto e del parquet in rovere naturale e loro, le banche generose, ti finanziano anche quello perché ti vogliono felice nella casa che hai appena comperato. Se alle banche viene voglia di dare una bella casa a tutti gli americani, anzi ad alcuni una bellissima casa con piscina e alla maggior parte una casa con l'ipoteca, ecco, le banche devono poterlo fare. Se poi a quelle banche venisse voglia di girare ad altre banche quei mutui sotto forma di obbligazioni e di venderle ai clienti garantendo che sono investimenti redditizi e sicuri, se questo è il desiderio delle banche devono poterlo fare. Perché al Liberismo sta a cuore, come dice la parola stessa, la Libertà.



Se poi, per ragioni oscure, ai guru di Wall Street, i proprietari delle case nel Missouri o del Tennessee, i famosi intestatari dei mutui al 102%, scoprono non solo di non possedere denaro sufficiente per pagare la tinteggiatura, ma nemmeno la metà del necessario per coprire la prima rata di interessi, alcuni proprietari di mutui, anzi tutti i proprietari di mutui, vanno in banca e dicono di non poter pagare, che succede? Don't worry, be happy: l'impiegato di banca ritira il mutuo e consegna all'insolvente un kit di sopravvivenza composto da tenda ad igloo color verde speranza e un sandwich vegetariano, perché le banche si preoccupano della salute dei propri clienti. Poi l'impiegato, dopo essersi licenziato da solo, telefona al Direttore, ma trovando la segreteria telefonica lascia questo messaggio: «Ve lo avevo detto che questi mutui erano una pirlata...».



Ora che un sacco di persone vivono in tende color verde speranza, che molti impiegati di banca si sono licenziati e che molti Direttori, anzi quasi nessuno, ha perso il posto, possiamo tirare la morale: il Mercato deve essere libero, anche di sbagliare. E quand'anche sbagliasse e molte banche in giro per il mondo (sì, perché i mutui del Tennessee e del Kansas sono finiti in tutto il pianeta) fallissero in ragione della libertà e della creatività d'impresa, le banche fallite dovrebbero avere la Libertà di chiedere allo Stato di rifinanziare il disastro. E lo Stato non può rifiutarsi perché la prerogativa dello Stato non è la Libertà ma il servizio e il soccorso dei cittadini, anzi di alcuni cittadini.



L'unione commercianti di Milano ha fatto proprio uno degli ultimi studi sulla psicologia del compratore: i negozi dovranno avere sempre la porta aperta, anche in inverno, altrimenti la porta chiusa verrebbe vissuta come un ostacolo al desiderio dell'acquisto. Di questo passo l'Associazione dentisti farà promulgare una legge che consentirà al dentista di poter passare una volta ogni sei mesi a casa per casa per effettuare la pulizia dentale; e al tappezziere di rinnovarti la carta da parati di sua iniziativa una volta all'anno perché se dipendesse dal proprietario di casa il Paese piomberebbe in recessione.



Mi vengono in mente le parole di Robert Kennedy, non proprio un nemico del mercato, nel famoso discorso sul Pil, 1968: «Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». Finisco con l'ultima banalità: che nostalgia la Franco Tosi che costruiva le case, le scuole e gli asili per le famiglie degli operai. Certo non tutta, ma quella classe imprenditoriale sentiva dentro sensibilità particolari, la finalità della sua avventura imprenditoriale non si esauriva nel profitto personale ma si estendeva sino ad assumersi responsabilità sociali.



Dal monologo dell'attore al convegno della Fondazione Italcementi Carlo Pesenti (21 gennaio 2012)

Prendere gli imprevisti con spirito e creatività

Siamo a Presov, Slovacchia. Nell'atmosfera austera e suggestiva di una sinagoga il violinista Lukas Kmit sta tenendo un concerto quando all'improvviso irrompe in sala l'inconfondibile suoneria di un celllulare. L'artista si stizzisce, ma subito reagisce rispondendo a tono.

V come Vitale, "V" come Vangelo

“Potete onestamente dire che avete una maniera di vita? Non solo, ma che cosa voi chiamate autenticamente vostro? La casa in cui vivete? Il cibo di cui v'ingozzate? Le vesti che portate? Voi non avete costruito quella casa, non coltivato il cibo, non fatto le vesti. Avete fatto il danaro

I "piccoli" del Vangelo

Sì, anche nella Chiesa c'è chi lavora contro il vangelo

di Enzo Bianchi

Sono questi i giorni della memoria della nascita e dell'infanzia di Gesù, e i vangeli che ci vogliono narrare la venuta nel mondo del Figlio di Dio, di colui che solo Dio ci poteva dare, di Gesù, Parola del Padre diventata carne (cf. Gv 1,14) per azione dello Spirito di Dio, sono però costretti a testimoniare che questa venuta, questo mirabile dono si è compiuto nel silenzio, nella discrezione, ed è stato percepito solo da alcuni, da pochi credenti. Erano moltissimi quelli che si dicevano credenti e si annoveravano nel numero del popolo di Dio, erano molti quelli che frequentavano il tempio, le sinagoghe e parlavano del Dio uno e vivente, e tuttavia solo pochissimi uomini e donne, anonimi per i più, hanno saputo aspettare veramente il Messia, hanno saputo riconoscerlo e accoglierlo tra di loro come un dono di Dio. Se non avessero accolto e guardato con speranza a questo bambino, a Gesù, non avremmo mai saputo della loro esistenza né avremmo conosciuto i loro nomi: Zaccaria, un sacerdote, ed Elisabetta sua sposa; Giuseppe, un artigiano, e Maria sua sposa; Simeone, un vecchio sacerdote; Anna, una vecchia e povera vedova; alcuni pastori di Betlemme. D'altronde, già i profeti avevano capito e saputo leggere la realtà e la verità della comunità del Signore. All'interno del popolo di Israele, il popolo empirico che è umanamente leggibile come popolo dei credenti, il Signore in verità sente come suoi testimoni solo un “resto”, una “porzione” quasi nascosta che non si impone, non ha forza, non conosce cosa significa vincere, non si conta

Mi addolora

Castellammare di Stabia, i portatori ribelli portano il santo a omaggiare il boss

di Antonio Salvati

Gli è bastato alzare un dito per bloccare la processione proprio sotto casa sua. Pochi istanti, il tempo di lanciare un bacio a San Catello, patrono di Castellammare di Stabia. Con la stessa mano, poi, ha ordinato al corteo di muoversi ringraziando con un cenno chi gli aveva tributato quell'omaggio. Eccolo lì, malfermo ma in piedi sul balcone. Renato Raffone, 78 anni, consuocero del defunto padrino Michele D'Alessandro, guarda quel fiume di persone proseguire e nota, con la coda dell'occhio, il sindaco della città, l'ex pm dell'Antimafia Luigi Bobbio, sfilarsi la fascia tricolore, ammainare il gonfalone e abbandonare la processione. Esattamente come un anno fa.

La tradizione vuole, spiegano i portatori del patrono, che la statua di San Catello, all'uscita dello stabilimento della Fincantieri, sosti per alcuni minuti davanti alla cappella di Santa Fara, nel quartiere antico dell'Acqua della Madonna. Ma quella cappella si trova proprio sotto il balcone di Raffone e la stessa chiesetta è luogo di culto di cui si cura personalmente la famiglia del boss. «La cosa era preordinata - ha detto il sindaco - la città e la Chiesa non possono continuare a restare ostaggi di questa cultura che prevede la sottomissione ad un boss. E per questo chiedo una verifica sui portatori che si sono di fatto “impossessati” della statua anche violando le disposizioni del vescovo». Eppure un tentativo per evitare tutto questo era stato fatto. Bobbio aveva chiesto alle forze dell'ordine e alla Curia la convocazione di una riunione «allo scopo di concordare ogni idonea iniziativa volta a disciplinare lo svolgimento della processione». Inoltre era stato chiesto un elenco completo dei portatori della statua e dei componenti dell'eventuale comitato organizzatore della processione, proprio per «effettuare le necessarie verifiche». Richieste che avevano provocato la piccata replica della Curia che aveva accusato il sindaco di soffiare sul fuoco di una «polemica infondata» pur dicendosi disponibili «a collaborare con tutte le istituzioni presenti sul territorio, per cercare il vero bene della città».

Sarà, ma la sosta del santo sotto casa del boss c'è stata. L'arcivescovo, monsignor Felice Cece, non si è accorto di quanto stava accadendo visto che era in testa al corteo. «Nessuna intenzione di mancare di rispetto al santo o al vescovo, che stimo profondamente

Ragioni spirituali pro-Twitter

25 Reasons Why Twitter Is Spiritual

by Frederic A. Brussat

Twitter, the free platform designed for 140 character posts, is the latest thing in social networking. It's being promoted as a way of keeping in touch with friends, promoting your services, marketing your products, and enlarging your profile

Appelli dello Spirito

Liberare la parola

di Jean Rigal

Il problema emerge da ogni lato. Attraversa tutte le istituzioni: professionali, politiche, sociali, religiose. Nel contesto attuale, che si vuole democratico, il dibattito fa parte della vita quotidiana. I media lo ricordano a modo loro. Non ci si meraviglierà pertanto che dei cristiani

Galleggiare

Mi hanno molto deluso queste parole: è un modo di "galleggiare" sulla realtà, e fanno sorgere il sospetto che lo si faccia per interesse. Questo non rende ragione precisamente di quell'accoglienza del "reale" e di quel "compimento dell'umano" che fanno parte dell'ispirazione originaria.

don Chisciotte




Intervista a Julián Carrón

a cura di Aldo Cazzullo

Don Julián Carrón, 62 anni a febbraio, è il successore di don Giussani. (...) E da sette anni è il capo di Comunione e Liberazione. (...)

Come fu il suo primo incontro con Giussani?

«Fu casuale, a Madrid. Sulle prime, non ne capii tutta la novità. Solo nel tempo ho percepito la differenza che Giussani portava: non nella preghiera, nella liturgia, nella riflessione esegetica, ma nella consapevolezza vissuta che il cristianesimo è un avvenimento che esalta e compie l'umano; era ciò che diventava esperienza nel rapporto coi giovani, resi capaci di stare nel reale. Accadde lo stesso a me: conoscendo don Giussani, vidi che la mia umanità veniva ascoltata e sfidata continuamente. E che la fede può incidere sulla vita. Per questo gli dicevo: "Non finirò mai di ringraziarti, perché mi hai consentito di fare un cammino umano"».

Qual è oggi la sua eredità?

«La compagnia di don Giussani è ancora nella nostra testa, negli occhi, in ogni fibra del nostro essere. Il suo insegnamento è un tesoro ancora da scoprire. Non ho altra esperienza per rispondere alle sfide della contemporaneità che quella lasciataci da lui. Cl cerca di ridestare le persone alla loro umanità, di svegliare i giovani dal "torpore", come lo definì Pietro Citati. Siamo una realtà educativa, con tantissimi ragazzi che, affascinati dall'incontro cristiano, hanno scelto di rischiare, di andare all'estero, di sparigliare le carte per trovare la propria strada».

Cl è spesso accusata di contaminarsi troppo con il mondo, di dedicarsi molto

Perfetta soddisfazione del desiderio, il massimo godimento

Mi sazierò quando apparirà la tua gloria

Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino

Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel «Credo» si chiude con le parole: «vita eterna. Amen». La prima cosa che si compie nella vita eterna è l'unione dell'uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio ed il fine di tutte le nostre fatiche: «lo sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà molto grande» (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta: «Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode» (Is 51,3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell'uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all'infinito. Per questo le brame dell'uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te». I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all'apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21); e Agostino aggiunge: «Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà la tua gloria»; ed anche: «Egli sazia di beni il tuo desiderio». Tutto quello che può procurare felicità, là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché si tratta del bene supremo, cioè di Dio: «Dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11). La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l'altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.


(Conf. sul Credo; Opuscula theologica 2; Torino 1954, pp. 216-217)

Appartenenza

L'etica delle tasse

di Enzo Bianchi

Sono duemila anni che le parole dell'apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Roma risuonano con forza per tutti i discepoli di Gesù Cristo: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto». Parole che, accostate a quelle che gli evangelisti mettono in bocca a Gesù stesso - «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» - dovrebbero orientare il comportamento dei cristiani verso le autorità civili, in particolare per quanto riguarda il contributo economico da versare per la gestione della cosa pubblica e per i beni comuni che lo Stato garantisce, non affidabili alla sfera privata dell'economia per il semplice fatto che i «profitti» che se ne traggono sono forzatamente dilazionati nel tempo. (...) Credo che possa essere prezioso, non solo per i cristiani, arricchire l'attuale riflessione sulle tasse, con questo concetto anche neotestamentario di «rendere» il dovuto a chi gli spetta, con questo invito al discernimento degli ambiti, al rispetto delle prerogative e dei limiti di ogni «signoria», sia essa politica o religiosa. Tale discernimento infatti mi pare strettamente legato alla consapevolezza o meno della propria appartenenza a una «comunità», del sapersi membra di un determinato corpo, ecclesiale o sociale. (...) Il problema oggi come allora è proprio qui, nella mancanza di coscienza collettiva: non si può chiedere un gesto di condivisione a chi non sa più di essere parte di un organismo vivente, come non si può chiedere alle braccia o alle gambe di faticare per un corpo che esse considerano estraneo. (...) Si è infatti disposti a pagare di tasca propria solo per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra: dalle storiche società di mutuo soccorso, all'autotassazione spontanea in vista di un progetto condiviso, alle collette di solidarietà tra colleghi, alla decurtazione del salario conseguente allo sciopero, sempre siamo capaci di uscire dal nostro interesse particolare quando lo riconosciamo presente in un interesse più ampio, capace di includere non solo il nostro presente ma anche una comunità più ampia e il futuro, che speriamo migliore per noi e per le generazioni che verranno. Questo smarrimento del senso di appartenenza - il Comune non è più «comune» a nessuno, lo Stato non siamo noi, l'Europa è un mostro estraneo, l'umanità è un'entità vaga cui non appartengo - porta a una regressione verso la tribù, il clan, il legame di sangue (non a caso ancora oggi unico criterio per la cittadinanza in Italia), dove l'essere insieme è conseguenza di un dato biologico o di un condizionamento sociale e non di una libera scelta di persone libere che condividono fatiche e speranze, ideali e difficoltà, cultura e visioni del mondo, senso della giustizia e dell'equità, panorami e patrimoni artistici. È una tentazione presente anche tra i cristiani: ritenere che il corpo ecclesiale sia formato solo da chi ha gusti spirituali e orientamenti teologici simili ai nostri, non ci contraddice mai né ci disturba con i suoi bisogni; perdere la memoria di quanti hanno versato non solo qualche moneta nella cassa comune ma il loro stesso sangue per la vita degli altri; escludere dal nostro orizzonte nuovi compagni di cammino per non dover spartire con loro i nostri beni; sfruttare le risorse di tutti per il profitto di pochi; negare il futuro alle nuove generazioni per soddisfare ogni nostro capriccio... sono mali che attraversano le nostre comunità, civili e religiose. Le tasse sono un antidoto a questa deriva, sono la possibilità che mi è offerta di donare puntualmente ed equamente qualcosa della mia ricchezza perché possa crescere il bene comune, attraverso servizi, infrastrutture, strumenti educativi, opportunità sanitarie, condivisione allargata ad altri Paesi e popoli. (...)


in “La Stampa” del 15 gennaio 2012

Non pochi sapevano

Prosegue l'indagine per capire meglio le ragioni del naufragio della Costa Concordia. Ma paiono documentate le responsabilità del comandante. La compagnia dell'armatore si dissocia dai comportamenti del comandante.

Ancora una volta, però, dobbiamo ricordare quante persone sapevano ciò che - pur illegale e pericoloso - era diventato "normale": lo sapevano il sindaco, i sottufficiali, il personale, gli abitanti dell'isola, forse anche il parroco, i carabinieri, qualche motovedetta della guardia costiera (una nave così non passa inosservata!)...

Non ci saranno forse responsabilità penali dirette, ma non può mancare la valutazione morale di tante "connivenze", più o meno gravi, più o meno nascoste, più o meno consapevoli.

Concludo riportando alcune frasi dell'articolo di oggi di Gramellini su "La Stampa"
:

Mi auguro che non tutto quello che si dice di Schettino sia vero: anche i capri espiatori hanno diritto a uno sconto. Ma se fosse vero solo la metà, saremmo comunque in presenza di un tipo italiano che non possiamo far finta di non conoscere. Più pieno che sicuro di sé. Senza consapevolezza dei doveri connessi al proprio ruolo. Uno che compie delle sciocchezze per il puro gusto della bravata e poi cerca di nasconderle ripetendo come un mantra «tutto bene, nessun problema» persino quando la nave sta affondando, tranne essere magari il primo a scappare, lasciando a mollo coloro che si erano fidati di lui. Mi guardo attorno, e un po' anche allo specchio, e ogni tanto lo vedo. Parafrasando Giorgio Gaber, non mi preoccupa lo Schettino in sé, mi preoccupa lo Schettino in me.

don Chisciotte



Storico... mitico!

A lezione di storia

di Maria Teresa Pontara Pederiva

"Senza comunione facciamo solo guerre di religione". Il tono non è quello dei proclami, forse anche un accenno di tristezza, eppure la convinzione è grande. Sono oltre due ore e mezza che ascolto - e doveva essere una "breve intervista"... - ma lo considero davvero un dono di Natale aver potuto approfondire per il settimanale diocesano l'indizione del Concilio, esattamente 50 anni fa, da uno dei testimoni trentini dell'evento. Mons. Iginio Rogger ha compiuto 92 anni l'estate scorsa ed è il maggiore studioso della nostra terra, uno cui non bastano le dita di una mano per contare le lauree honoris causa collezionate a Trento, in Italia e all'estero, soprattutto nel mondo tedesco. Laurea in filosofia e poi storia della Chiesa alla Gregoriana, docente dal '50 e uno dei primi in Italia ad insegnare anche liturgia ("non il rubricismo dell'epoca") fin dal '55. Fondatore dell'Istituto di Scienze Religiose e di quello Storico italo-germanico, è anche il massimo studioso vivente del Concilio di Trento (ha lavorato fianco a fianco con Hubert Jedin), uno che è in grado di spiegarti cosa ha detto veramente - diatriba dopo diatriba - il Tridentino e cosa è accaduto dopo, in suo nome, per gli scopi più disparati. (...) Non c'è da stupirsi se nel '64, una volta insediata la Commissione che doveva portare ad attuazione la riforma liturgica sotto la guida del card. Lercaro di Bologna, uno dei suoi membri più autorevoli, il direttore dell'Istituto liturgico di Treviri, mons. Wagner, abbia voluto al suo fianco proprio lui, nonostante la sua ritrosia a scendere di nuovo in quel di Roma (...).

Della prima Costituzione, la Sacrosantum Concilium, sulla liturgia, cita passi a memoria (...). Spazia con disinvoltura su tutte, andando poi a controllare il numero esatto (e non ne ha sbagliato uno!) in un volume che fa impallidire il mio tascabile, edizione '67, usato come testo di religione fin dal ginnasio con il nostro don Giampaolo, fresco di studi di pedagogia e catechetica all'università salesiana.

Nessuna meraviglia, ripete da allora mons. Rogger, se sulla liturgia si sono scatenate diatribe e opposizioni: nella Sacrosanctum Concilium c'è già la teologia della Chiesa che sarà poi approfondita dalla Lumen Gentium: non si può celebrare se non sappiamo chi è il soggetto che celebra e le sue caratteristiche e i Padri conciliari lo sapevano bene. E può dimostrarti come sia proprio l'ecclesiologia il tassello che mancava dall'epoca del Tridentino, e spiegarti i motivi per cui nessuno ci aveva più messo mano. Manca, a suo dire, l'umiltà di andare a leggere, di chiedere spiegazioni, di studiare, ma soprattutto è mancato in questi anni il senso della storia. "Non siamo nel contesto del Vaticano I, con le vicende legate a Porta Pia, ma qualcuno è rimasto ancora là".

Sulla liturgia lo ascolteresti per ore: era nella commissione che ha tradotto il breviario, poi in quella sui canti, si è battuto per la reintroduzione della preghiera dei fedeli che si era perduta in secoli di clericalizzazione estrema e di uso esclusivo del latino mentre ormai la gente non lo parlava più ...

Ma è l'idea di Chiesa il suo punto di forza: "non siamo ancora riusciti a capire che anni e anni di potere temporale ci hanno allontanato dal Vangelo e l'hanno fatta diventare un'istituzione che serviva per altri scopi, pensiamo solo a quanto avvenuto in America latina all'epoca della conquista spagnola". E il Concilio, nonostante la Guerra fredda e l'allora recente costruzione del Muro di Berlino, aveva saputo ridefinire veramente l'essenza della Chiesa basandosi sulla Scrittura, sui primi secoli e su quanto scritto dai Padri, eliminando con pazienza tante incrostazioni contingenti che si erano sovrapposte. Non è un'invenzione del Vaticano II l'aver parlato di "popolo di Dio", basta leggere san Cipriano e gli altri ..., ma l'avevamo "dimenticato".

E invece la Chiesa è comunione, collegialità attorno al successore di Pietro che "non può certo governare oggi come la regina Elisabetta, non II, ma I!. Ma vallo a dire a Pio IX!". E siamo in una diocesi dove il vescovo ha avuto il titolo di principe fino a neanche un secolo fa ...

"Di quante cose dobbiamo ancora domandare perdono ... di quante infedeltà a Cristo negli anni!".

In particolare per tutte le commistioni con il potere che si sono intrecciate e di cui non siamo in grado di liberarci, perché il potere è diabolico nel senso letterale del termine, e crea divisioni che si infiltrano ancora oggi quando ci ostiniamo a "leggere" la Chiesa con le categorie della politica dell'ultimo secolo, bianco/nero, destra/sinistra ... il diavolo è ben più antico di noi e pure la Chiesa, la cui memoria va oltre la storia dell'altroieri.

Ricorda sorridendo come l'anno prossimo saranno 1700 anni dall'Editto di Costantino e il 450° anniversario dalla chiusura del Concilio di Trento. Qualcuno si è fermato là o, peggio, si illude di poter tornare indietro, ma il treno della storia va avanti e Dio chiede al popolo di ogni tempo di vivere lì dove si trova. Perché "dove due o tre sono riuniti ...", là è la Chiesa, dove Cristo è presente e ci parla, oggi come ieri. Non assolutizziamo la nostra esperienza, nel tempo e nello spazio: la Chiesa nel resto del mondo o in un'altra diocesi non è meno Chiesa di noi, ma è diverso il contesto. E ogni scelta va letta e compresa con i loro occhi. Chi siamo noi per giudicare? Non costruiamo altri muri, gettiamo ponti, lavoriamo insieme. (...)

Infinita dignità da riconoscersi a tutti

Con gli immigrati una famiglia comune

di mons. Bruno Forte

Gli immigrati, come vederli?(...) «Nel mistero del Verbo incarnato - si legge nel numero 22 della Costituzione Gaudium et Spes su "La Chiesa nel mondo contemporaneo"

Per cominciare la settimana

Prontuario per il brindisi di Capodanno

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,

cucina, albergo, radio, fonderia,

in mare, su un aereo, in autostrada,

a chi scavalca questa notte senza un saluto,

bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,

a chi fa una promessa, a chi l'ha mantenuta,

a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,

a chi non è invitato in nessun posto,

allo straniero che impara l'italiano,

a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,

a chi si è alzato per cedere il posto,

a chi non si può alzare, a chi arrossisce,

a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,

a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,

a chi ha perduto tutto e ricomincia,

all'astemio che fa uno sforzo di condivisione,

a chi è nessuno per la persona amata,

a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,

a chi scorda l'offesa, a chi sorride in fotografia,

a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,

a chi restituisce da quello che ha avuto,

a chi non capisce le barzellette,

all'ultimo insulto che sia l'ultimo,

ai pareggi, alle ics della schedina,

a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,

a chi vuol farlo e poi non ce la fa,

infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera

e tra questi non ha trovato il suo.

Erri De Luca, L'ospite incallito, 13-14

Parole serie

L'educazione sentimentale (che pochi ricevono) e l'insicurezza in amore

di Antonella Baccaro

Quanti di noi hanno ricevuto un'educazione sentimentale? Quanti di voi hanno parlato ai figli di quello che ci si deve aspettare (e non aspettare!) dall'amore? (...) Si direbbe pochi. Eppure si tratta di una cosa seria, più importante che trasmettere la buona abitudine di lavarsi i denti dopo i pasti (...). È una mia impressione o siamo passati dal modello anni 50, formalistico, «sono tuo padre/tua madre e non parlo di sentimenti», allo schema anni 70, liberal-sessuale, «fai quello che vuoi ma stacci attento/a»?. Oggi parliamo di voi genitori per chiedervi: l'educazione da voi impartita o non impartita, quanto ha condizionato i vostri figli? Quanto di voi c'è in quelle persone di cui oggi a volte spiate con preoccupazione lo stato? Molti dei single che scrivono alla rubrica sembrano essere arrivati all'età adulta essendo stati buttati nella mischia relazionale senza alcuna preparazione. Risultato: incapacità di riconoscere e gestire i sentimenti, quando non addirittura paura; frequente confusione tra dolore e amore; diffusa convinzione che stare soli ma stimarsi è peggio che stare in coppia e farsi maltrattare. C'è un «deficit di accudimento» direbbe la psicologa di «Habemus papam». O forse solo un deficit di attenzione. Per tanto tempo amare è stata considerata una questione secondaria rispetto a quella di procurarsi da vivere. Il lusso di concedersi dei sentimenti e di basare su di essi le relazioni è un'invenzione relativamente moderna. Tuttavia è come se questo nuovo lessico non fosse ancora sviluppato, così nelle famiglie non si va oltre il consiglio pratico. Si dirà che non c'è niente da insegnare, che si fa da soli. Giusto, per imparare a andare in bicicletta non c'è niente di meglio che schiantarsi. Però poi magari non ci si vorrà montare più, e allora qualcuno dovrà spiegare prima o poi le conseguenze dell'amore. Non sono una psicologa, per cui lascio la parola a Paolo Crepet che sul tema ha scritto un libro: «L'educazione sentimentale non passa attraverso l'interrogatorio, non è l'inquisizione spagnola, ma è uno scambio di esperienze. Un buon genitore sa che la vita affettiva è un lungo percorso più facile se si hanno informazioni, e aspetta l'occasione per dire quello che ha provato a suo tempo e che pensa possa essere d'aiuto al figlio, senza giudicare ciò che fa e ciò che sceglie senza neppure mettersi sullo stesso piano». Insomma se vostro figlio cade dalla bicicletta, ditegli che è successo anche a voi e che non c'è da aver paura. E se pedalando si accorge che resta fermo, suggeritegli che forse ha scambiato la cyclette per una bici. Ma parlategli: la verità, vi prego, sull'amore.

Incontri reali

L'evangelizzazione dal buco della serratura

di Francesca Lozito

(...) Annovero la prima iscrizione [a Facebook] nell'ormai lontano 2008. Un rapporto di odio e amore. Di amore partecipato, condiviso e coinvolto: ho deciso di non risparmiarmi, perché penso che quando in un mezzo del genere decidi di esserci, ci devi essere e basta; non devi solo guardare. Ma anche di odio nel momento in cui ti rendi conto che c'è qualcuno che spesso lo confonde con la vita reale. In queste settimane stanno esplondendo altri tipi di social network. Primo fra tutti Twitter. Meno invasivo e più pervasivo di Facebook, c'è chi arriva a teorizzarne addirittura delle ragioni spirituali. (...) È poi di grande aiuto in questo ambito una riflessione come quella di padre Spadaro, intelligente, che ci allarga il respiro rispetto a come si muove lo scenario globale. Ma mi chiedo: quanti nella Chiesa stanno facendo lo stesso? Soprattutto con Facebook? Qualche giorno fa questo post sul blog del collega Carello ha suscitato reazioni sconcertate. Eppure io mi trovo abbastanza d'accordo. Facebook, è vero, è diventato il regno del cicaleccio. «Lo uso solo per gli avvisi per gli incontri degli adolescenti - mi ha confessato qualche giorno fa un sacerdote di pastorale giovanile -. Per quanto mi riguarda non va usato se non per questo e francamente noi sacerdoti dobbiamo stare molto attenti per come ci esponiamo. Perché, attenzione, potrebbe rischiare di diventare un mondo parallelo». E buonanotte all'incontro, quello vero, con le persone reali. (...) Non c'è forse da parte di qualcuno - sacerdoti e religiose, laici, mettiamoci dentro tutti - il rischio di confondere il virtuale con il reale? Che nascite, morti e scelte forti spesso le apprendiamo prima sul Faccialibro e poi dalla viva voce delle persone? Che si affacciano, rischiosi, tentativi di evangelizzazione dal buco della serratura. Scruto un profilo, conosco una storia. Gli offro il mio aiuto, sono convinto di poterlo salvare. Non è solo questione di nativi digitali. Ma se quella storia raccontata nel profilo non è proprio vera? Se è forzata? Attenzione, qui rischiano di entrare nel gioco delle solitudini bilaterali. Che non ci permettiamo di giudicare, ma che sono evidenti rispetto all'occhio che cade, mentre si naviga. E fanno pensare. In questi casi, che si fa? L'umanità di Gesù, di quel Gesù di cui abbiamo celebrato la nascita in questi giorni, è qualcosa di ben diverso dalla virtualità. E noi a quell'umanità dobbiamo guardare. Noi siamo quell'umanità.  Anche adesso che siamo diventati 2.0. Sono convinta che se avesse avuto a disposizione il suo profilo Facebook Gesù lo avrebbe usato, sì, per lanciare il "messaggio". Ma avrebbe concesso non più di dodici amicizie. Perché il resto delle
persone lo avrebbe incontrato di persona.

Come si intende la celebrazione

Dove sta Dio nella Messa?

di Christian Albini

(...) È la questione della posizione dell'altare e della conseguente celebrazione verso il popolo o spalle al popolo. (...) La posizione degli altari è cambiata da alcuni decenni e vale la pena di richiamare alcuni passaggi e motivazioni, oggi forse dimenticati.

1. Si sente dire che l'orientamento dell'altare è stato ignorato dal Concilio Vaticano II, ma è inesatto. La costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium menziona la forma e l'edificazione degli altari all'art. 128 del cap. VII - relativo alla revisione della disciplina del complesso dei luoghi sacri - che corrisponde quasi integralmente alla redazione originale predisposta dalla Commissione preparatoria del Concilio, approvata il 17 giugno 1962. A questo articolo era allegata una declaratio illustrativa delle modalità di revisione, in cui era compresa la disposizione per la celebrazione versus populum. Il 31 ottobre 1963 venne poi presentata all'aula conciliare la dichiarazione sul cap. VII della costituzione che conteneva alle pp. 20-21 la suddetta declaratio e che prevedeva esplicitamente, tra le indicazioni attuative, il distacco dell'altare maggiore dalla parete per la celebrazione versus populum. L'assemblea dei padri conciliari su 1941 votanti si espresse: placet 1838, non placet 9, iuxta modum 94 (questi ultimi tutti sull'art. 130, nessuno sull'art. 128). La revisione degli altari, quindi, corrisponde a una posizione condivisa dai padri. Al Concilio, infatti, ogni mattina si celebrava la Messa rivolti verso l'aula conciliare; la prima normativa sul riorientamento degli altari è del 1964 (Istruzione «Inter oecumenici» per la retta applicazione della costituzione liturgica), a Concilio ancora in corso, e Paolo VI celebrò così il 7 marzo 1965.

2. Il dibattito è stato rilanciato dal testo Introduzione allo spirito della liturgia. Il libro è firmato da Joseph Ratzinger, in quanto pubblicato nel 2000, cioè ben prima dell'elezione pontificia. Non si tratta, pertanto, di un atto magisteriale, ma di un'espressione della ricerca personale di un eminente teologo che partecipa a un dibattito con altri. Si possono, allora, citare utilmente testi differenti che presentano ipotesi e dati ulteriori: p.es. Spazio liturgico e orientamento, Qiqajon (Atti del IV convegno liturgico internazionale di Bose, organizzato in collaborazione con la CEI); Rinaldo Falsini, Celebrare e vivere il mistero eucaristico, EDB; Jean-Noël Bezançon, La messa per tutti. La Chiesa vive l'eucaristia, Qiqajon.

3. Infatti, la tesi dell'allora card. Ratzinger, secondo cui sacerdoti e fedeli hanno sempre pregato verso Oriente, in quanto simbolo del Cristo che viene, non tiene conto di elementi storici e teologici segnalati da diversi liturgisti. Il riferimento biblico principale è il Benedictus, che in Lc 1,78 si riferisce alla venuta di Gesù come a un sole (anatolê = un astro che sorge), ma - è specificato - sorge dall'alto (ex ypsous) e non da est. L'orientamento a est è un simbolismo anteriore al cristianesimo che risale ai culti solari. Non è esclusivamente cristiano e non era neppure una caratteristica universale della liturgia cristiana, come testimonia la disposizione architettonica di chiese di varie epoche, a cominciare dalla basilica di San Pietro che faceva guardare assemblea e celebrante verso ovest! Inoltre, ci sono molteplici attestazioni antiche della celebrazione di fronte al popolo in Africa, nel cristianesimo ortodosso e a Roma. Solo all'epoca dei papi di Avignone fu introdotta nella liturgia papale la celebrazione rivolti a oriente. Dal punto di vista teologico, la posizione del celebrante di fronte alla comunità è segno di Cristo che nell'ultima cena innalza il pane e il vino per poi consegnarli a coloro che sono radunati attorno a lui. L'altare è la mensa del Pane, in cui il Signore si rende sacramentalmente presente e attorno al quale sono disposti il celebrante e l'assemblea. A questo riguardo, la disposizione circolare o semicircolare di molte chiese recenti è la più significativa. Ciò corrisponde agli elementi presenti fin dai primordi nel canone romano, in cui i fedeli erano attorno all'altare e alla fine dell'orazione sulle offerte, nel rispondere al Sursum corda ("In alto i nostri cuori"), si rivolgevano al Signore alzando al cielo le mani e gli occhi. Verso l'alto, come in Lc 1,78, non verso est. Questo dialogo è identico in tutte le famiglie liturgiche, dove è presente da sempre. Quindi, la simbologia dell'Oriente non è assoluta e vincolante e la celebrazione verso il popolo non richiede giustificazioni, dato che corrisponde a una tradizione fondata e all'intenzione del Concilio di favorire la partecipazione di tutti i fedeli alla liturgia (Sacrosanctum concilium, 48) in cui il sacramento celebrato è al centro. Dio, infatti, nella Messa non sta in una direzione geografica, ma nella Parola e nell'Eucaristia.

Grazie per queste semplici precisazioni!

Libertà di parola obbligo di firma

Nei commenti a blog e forum di Internet è giusto usare il proprio nome

di  Beppe Severgnini

(...) La questione è quella dell'anonimato. È stato detto e scritto, anche da parte di persone informate e perbene, che rappresenta la libertà. Non sono sicuro di questa equivalenza, in una società aperta. Temo possa diventare, invece, un invito all'irresponsabilità e una copertura per l'ignavia; a lungo andare, la ricetta per l'irrilevanza. Non sapere chi dice una cosa rende questa cosa meno interessante: non viviamo dentro un romanzo di Sciascia. Da sempre pretendo che le lettere a Italians vengano firmate: nome, cognome, email. Io ci metto la faccia, ho spiegato. Quindi, se non vi spiace, fatelo pure voi. (...) Firmandosi Lettore 98765, Scarpette Rosse o VendicatoreBrianzolo - nomi di fantasia, non voglio gratificare gli esibizionisti - molti hanno preso a tempestare il blog di ripetuti, petulanti, lunghissimi, anonimi commenti. Dal 1° gennaio non è più possibile: pretendiamo nome e cognome, e abbiamo introdotto un numero massimo di caratteri (500, viva la sintesi!). Suggerisco alle colleghe della 27esima ora di fare lo stesso: la loro iniziativa è troppo bella e seria per diventare una palestra per i litigiosi, una passerella per i vanitosi e uno strumento per gli astiosi. I lettori seri - la grandissima maggioranza - ci chiedono di fornire spazi di commento e discussione; non di aprire gorillai ingovernabili. Libertà è partecipazione, diceva il signor G. Non facoltà di insulto e logorrea, nascosti dietro un numero o uno pseudonimo. Tra i compiti di un grande giornale, sono convinto, c'è anche quello di chiedere una piccola prova di educazione civica. E adesso, avanti: ditemi pure che sbaglio. Ma ditelo mettendoci nome e cognome. Il mio è scritto qui sopra.

Rabbia inutile e mal posta

Cosa si nasconde dietro i commentatori arrabbiati?

di Daniela Monti

(...) Chiunque scrive per un blog ha ben chiaro: 1) che la libertà d'espressione è una di quelle cose per le quali vale la pena alzarsi la mattina, anche nei giorni di pioggia, e 2) ne è tanto convinto da mettersi in gioco per primo, sottoponendosi al giudizio altrui. Ciascun post (...) è un invito diretto a chi legge: hai avuto la mia stessa esperienza? Cosa possiamo fare per cambiare le cose? Ci sono altri punti di vista da cui esaminare la questione? Dimmi cosa ne pensi e vediamo di tirarci fuori qualcosa di buono, tutti insieme. Certi post hanno grande successo, altri meno. Fa parte del gioco. Quello che però non capisco è la furia di certi commenti che, saltata a pie' pari la questione sul tavolo, si riducono a puri e semplici insulti verso chi scrive. Siete arrabbiati per il tempo perduto leggendo? Alcuni commentano: ma perché dobbiamo sorbirci certe idiozie? Nessuno vi obbliga, è la risposta: basta un clic e in un secondo siete già proiettati altrove. E allora qual è il vero problema? Slate si è costruito la sua teoria: il commentatore rabbioso, quello che è scosso da brividi di piacere nel dar voce al proprio risentimento, è una nuova categoria con cui bisogna imparare a fare i conti. E si spinge oltre, ipotizzando che la sezione commenti dei giornali online svolga una funzione sociale: lì le persone possono sfogare il loro lato peggiore per poi tornare a comportarsi in modo civile nella vita reale (perché l'assunto di partenza è che siano persone normali, magari di quelle che suonano il clacson ai semafori se l'automobilista davanti non parte all'istante, ma che non si azzarderebbero mai ad insultare i professori dei propri figli o il collega di lavoro). Il periodo di difficoltà che stiamo attraversando ha accresciuto a dismisura il risentimento: verso i politici (non ho mai sentito tanti improperi per strada al solo passaggio di un'auto blu) e verso chi è detentore di una qualsiasi forma di privilegio, vero o molto spesso presunto (e i giornalisti fanno parte di questa ampia categoria). Tutto ciò va messo nel conto. Però deve esserci anche dell'altro. Qualunque ulteriore indizio o informazione possa aiutarci a comprendere questa specie misteriosa e affascinante di commentatore arrabbiato

Preferenze

Un 2012 da “Gaudium et spes”

di Vittorio Cristelli

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Con questa dichiarazione di principio ha inizio la Costituzione “Gaudium et spes” del Concilio Vaticano II su “La Chiesa e il mondo contemporaneo”. Un'affermazione impegnativa e discriminante che vedrei opportunamente scritta a caratteri cubitali sul frontone del nuovo anno 2012. Perché è l'anno delle attese e delle svolte, delle possibili uscite dalla crisi ma può essere anche l'anno del tracollo, del fallimento, non solo dell'Italia ma anche dell'Europa e quindi dell'entrata nel buio di un tunnel dal quale non si sa come uscire. E la Chiesa non può stare a guardare come le stelle di Cronin, asettica e ascetica, cioè con il distacco di uno spiritualismo disincarnato, ma deve immergersi, “sporcarsi” nella condivisione della melma perché diversamente non è più discepola di Cristo. Non può sedersi a parte per ricamare riti, ma i suoi stessi riti devono impastarsi con le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi. Per una ragione semplicissima che “via quotidiana della Chiesa è l'uomo”, come diceva Papa Wojtyla. Questa è la sua strada che rappresenta anche una scelta tra le tante strade che oggi vengono indicate per uscire dalla crisi. Si dà anzi il caso che questa crisi sia nata proprio perché sono state percorse altre strade e in modo particolare quella della finanza e del denaro ignorando completamente l'uomo, le persone, anche quelle coinvolte nella finanza come sono i risparmiatori. C'è un particolare nell'incipit della “Gaudium et spes” che chiede una motivazione. Si dice che i discepoli di Cristo devono condividere le emozioni di tutti gli uomini d'oggi ma “soprattutto quelle dei poveri e di quelli che soffrono”. Da questo particolare è nata la “scelta preferenziale dei poveri”. Ma perché questa preferenza? Per pauperismo ideologico? Notate bene: questa preferenza si registra anche nella storia della salvezza. Dice l'enciclica “Redemptoris Missio” che “il Regno di Dio è destinato a tutti gli uomini” e soggiunge: “Per sottolineare quest'aspetto Gesù si è avvicinato soprattutto a quelli che erano ai margini della società, dando ad essi la preferenza quando annunciava la Buona Novella”. Io in questa preferenza vedo un test di verifica se la scelta è veramente per l'uomo. Il povero infatti non è preferibile perché può dare dei vantaggi e dei riscontri economici; spesso non è preferibile perché è bello e nemmeno perché è buono. L'unica cosa che ha è quella di essere uomo, uno stame d'uomo. Un argomento che discrimina le scelte anche particolarmente in periodo di crisi. Sembrerebbe ovvio ma non lo è affatto. (...)

in “vita trentina” del 8 gennaio 2012

Okkio!

Quei teenagers tutti «nudi» su Facebook

Postano foto e si confidano con «amici» sconosciuti

Per i nativi digitali la privacy proprio non esiste


di Cristina Lacava

Confesso che ho ceduto. Poco più di un anno fa mia figlia, quasi dodicenne, mi aveva chiesto di aprire un account su Facebook. Da brava mamma tigre, glielo avevo negato. Arrivata a 13 anni, soglia ufficiale per essere ammessi tra i 18 milioni di fan italiani di Mark Zuckerberg, la ragazzina ha ripetuto la richiesta: era ormai rimasta l'unica, in tutta la classe, senza “amici” virtuali. Che fare? Perfetta mamma agnello, ho mollato. Ho posto però una condizione: nessuna foto personale. Perché il punto è questo: su Facebook non c'è privacy. Ti fai una canna durante un'occupazione a scuola? Peccato: un'azienda avrebbe voluto assumerti, poi il cacciatore di teste ha trovato la foto - messa da un tuo ex fidanzato - e ha scelto un altro. Tu eri convinta di averla cancellata ma era stata copiata, e messa in circolo. E che dire di quel coetaneo che continuava a scrivere: sono in partenza per Berlino, domani vado a Londra, poi resto in Grecia? I topi d'appartamento hanno gradito. Come far capire ai nostri figli che con i social network la finestra sul mondo è sempre aperta? E come difendersi dalle intrusioni? «È fondamentale il settaggio iniziale del proprio profilo» spiega Giuseppe Riva, docente di Psicologia della comunicazione all'università Cattolica di Milano. «In teoria, possono accedervi solo i miei “amici” di Facebook. Ma se io non lo esplicito, la pagina resta aperta a tutti. Il problema si pone soprattutto con le foto mie che mettono gli altri: gli “amici” possono taggare, cioè etichettare, le immagini dove compaio e farle così arrivare nella mia bacheca. Ad esempio, le foto di me ubriaco a una festa. Può diventare in futuro una forma di ricatto. A meno che, ripeto, io non abbia negato l'autorizzazione». Da un anno, Facebook ha una politica più rigida. Ci si può cancellare e si può chiedere aiuto allo staff di controllo se si ricevono immagini offensive. Ma quanti lo fanno, tra quelli cresciuti a pane e Grande fratello? Perché il problema è all'origine, pochi ci pensano due volte prima di apparire. Secondo l'indagine europea Social networking, age in privacy, in Italia oltre la metà dei ragazzi tra i 9 e i 16 anni ha un profilo su Facebook: tra questi, più di un quarto l'ha settato come pubblico. Ne parlo con un gruppo di diciottenni: vi rendete conto che regalate informazioni private a una piazza virtualmente infinita? «L'obiettivo è mostrarsi, non nascondersi» rispondono. (...) I miei diciottenni di riferimento però non sono sprovveduti: sanno che, se esagerano, arrivano le bacchettate: «Sono stato ammonito dallo staff perché stavo aggiungendo alla mia lista troppi amici. Sembrava strano» racconta Luca. «Io perché continuavo a inviare video blasfemi a un mio compagno cattolico» ridacchia Giovanni. «Se ricevi una foto di nudo, vai su “segnala questa foto” e lo staff la cancella» spiega Antonio. La conclusione è abbastanza rassicurante: un controllo c'è. Tutto bene, dunque? Non tanto. Il mondo dei tredicenni è più fragile di quello dei fratelli maggiori: «Uno studio di Alberto Castelvecchi e Monica Fabris spiega che gli under 18 sono felici di barattare la privacy con l'apparire» continua Riva. «Gli adolescenti sono sensibili al confronto con gli altri, sia nella realtà, sia in rete. Per loro conta accumulare contatti: facile trovare ragazzini con 1500 “amici” e a quel punto il flusso delle informazioni non è più gestibile». Per Paolo Ferri, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media all'università di Milano Bicocca, «i tredicenni sono completamente inconsapevoli di essere in vetrina. Tempo fa mi ha chiesto l'amicizia il figlio di un amico: per un po' mi sono arrivate foto di lui alle feste, sbronzo. Gli ho detto: prima o poi lo dico a tuo padre. Non ci aveva pensato». Per i ragazzini - e i genitori - servirebbe un corso, “un patentino”, suggerisce Riva, prima di permettere l'accesso ai social network. Ferri mette dei paletti: «purché l'informazione non sia terroristica come quella della Polizia postale. Penso agli inutili allarmi sulla pedofilia online: per un maniaco è più facile incontrare un bambino di persona. Il pericolo piuttosto è la perdita di proprietà intellettuale: pochi sanno che quello che metti su Facebook appartiene a Zuckerberg per 70 anni. Fai un video con la tua band di tredicenni e diventi famoso? Non ti appartiene più». Per Alessandro D'Avenia, docente, scrittore (Bianca come il latte, rossa come il sangue, Mondadori) e blogger, il web è una sfida: «Agli adulti spetta il compito di spiegare un punto nevralgico della cultura di oggi: appaio dunque sono. È davvero così? Siamo solo quello che mettiamo in rete? O c'è invece un centro di gravità, come cantava Franco Battiato, da cui si guarda il mondo, che non faremmo mai vedere agli altri? Dobbiamo aiutare i ragazzini a proteggere l'intimità». Infine una tirata d'orecchi: «Andrei a vedere i profili di molti genitori che si lamentano dei figli. Se ne scoprono delle belle». Altro che privacy.

Teologia che si pone domande radicali

La sfida del Concilio per la teologia di oggi

di don Massimo Nardello, docente di teologia sistematica

Con il Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha intrapreso un coraggioso e originale percorso di «aggiornamento» orientato all'approfondimento della propria fede e alla ricerca di un modo migliore di comunicarla. Ovviamente un'operazione di questa portata non poteva che creare profondi conflitti nel tessuto ecclesiale; lo dimostrano i momenti di forte tensione che si sono determinati nella stagione postconciliare. La Chiesa che esce dal Concilio è più frammentata, ma è in realtà più forte di prima perché purificata dalla riappropriazione della propria tradizione di fede, e quindi più capace di vivere il proprio ruolo di testimonianza davanti al mondo. Forse per questa ragione, durante il Concilio la teologia è stata fiorente. In quegli anni Dio ha donato alla sua Chiesa delle menti illuminate che hanno saputo nutrire della loro riflessione il dibattito conciliare. D'altra parte, è anche vero che solo una Chiesa in atteggiamento di riforma come quella conciliare poteva far maturare e poi recepire delle prospettive teologiche di frontiera come quelle messe in campo dai teologi che hanno operato in quegli anni. Già da alcuni decenni si deve rilevare un panorama ecclesiale un po' diverso. È finita da tempo la grande spinta rinnovatrice iniziata dal Concilio, per la quale alcuni vescovi hanno paragonato le loro diocesi ad una casa sempre in costruzione, ad un cantiere di vita e di lavoro. Da un po' di tempo la Chiesa sembra volersi presentare al mondo piuttosto come un «edificio finito», che non conosce più i disagi e le incertezze dell'attività edilizia in corso e che è finalmente in grado di ospitare come luogo tranquillo e sicuro tutti coloro che in essa vogliono entrare. In questo modo, però, sente meno la necessità di porsi domande radicali su come riformarsi per vivere meglio la propria fedeltà al Vangelo: un'istituzione che sente il bisogno di riflettere molto sulla propria identità dà meno sicurezze - almeno all'apparenza - di quella che si propone come già perfettamente sicura di sé. In una Chiesa di questo genere la teologia fa fatica a decollare, almeno quel tipo di teologia che si è sviluppato durante il Concilio. Oggi c'è indubbiamente una larga domanda di formazione, ma normalmente è espressiva di una richiesta di spiritualità e di formazione catechistica, e non tanto del desiderio di porre domande significative alla propria fede. La facilità con cui vengono frequentati i corsi teologici di base si accompagna infatti alla fatica di motivare le persone ad addentrarsi nelle problematiche specificamente teologiche, non di rado sentite come irrilevanti sia per la vita spirituale che per l'attività pastorale. Spesso si chiede alla teologia di limitarsi a svolgere un compito apologetico sul fronte extra-ecclesiale, per contrastare le prospettive culturali contrarie al cattolicesimo, e ad offrire una formazione di base sul fronte interno. La prima finalità la obbliga a non presentarsi nel dialogo con il mondo laico troppo frammentata in un dibattito interno; la seconda a offrire idee chiare e semplici comprensibili a tutti, pena l'essere qualificata come attività sostanzialmente inutile. Poiché la prima funzione è assolta solitamente dalle figure di teologi di maggior spicco, all'attività teologica delle Chiese locali resta sostanzialmente il secondo compito. Si comprende bene, allora, la fatica che fanno queste ultime a dedicare risorse significative alla teologia specialistica. Lasciarsi ammaestrare del Concilio significa recuperare, a fianco della preoccupazione per la presenza della Chiesa nella società, il tema del suo rinnovamento. In questo contesto la teologia potrebbe avere qualcosa di più da dire rispetto alla sua funzione apologetica e a quella catechistica. Nonostante la fatica del pensare, caratteristica della cultura post-moderna, essa potrebbe ancora stimolare i credenti, prima ancora che i lontani, a non cessare di confrontarsi seriamente con le fonti della loro fede e a mettersi così in ascolto dello Spirito per cogliere le nuove vie nelle quali egli intende guidare la sua Chiesa.

Massimo Nardello: https://sites.google.com/site/nardelloweb/

Preghiera antica

Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa

Il Verbo di Dio che abita i cieli altissimi è fonte di sapienza

Gesù Cristo, Figlio diletto di Dio, ci ha chiamati dalle tenebre alla luce, dall'ignoranza alla conoscenza del suo nome glorioso; perché possiamo operare nel suo nome, che è all'origine di ogni cosa creata.

Per mezzo suo il creatore di tutte le cose conservi intatto il numero dei suoi eletti, che si trovano ovunque per il mondo. Ascolti la preghiera e la supplica che ora noi di cuore gli innalziamo:

Tu hai aperto gli occhi del nostro cuore perché conoscessimo te solo. Altissimo, che abiti nei cieli altissimi, Santo tra i santi. Tu abbatti l'arroganza dei presuntuosi, disperdi i disegni dei popoli, esalti gli umili e abbatti i superbi, doni la ricchezza e la povertà, uccidi e fai vivere, benefattore unico degli spiriti e Dio di ogni carne (cfr Is 57, 15; 13, 1; Sal 32, 10, ecc.).

Tu scruti gli abissi, conosci le azioni degli uomini, aiuti quanti sono in pericolo, sei la salvezza di chi è senza speranza, il creatore e il vigile pastore di ogni spirito. Tu dai incremento alle nazioni della terra e tra tutte scegli coloro che ti amano per mezzo del tuo Figlio diletto Gesù Cristo, per opera del quale ci hai istruiti, santificati, onorati.

Ti preghiamo, o Signore, sii nostro aiuto e sostegno. Libera quelli tra noi che si trovano nella tribolazione, abbi pietà degli umili, rialza i caduti, vieni incontro ai bisognosi, guarisci i malati, riconduci i traviati al tuo popolo. Sazia chi ha fame, libera i nostri prigionieri, solleva i deboli, da' coraggio a quelli che sono abbattuti.

Tutti i popoli conoscano che tu sei il Dio unico, che Gesù Cristo è tuo Figlio, e noi «tuo popolo e gregge del tuo pascolo» (Sal 78, 13).

Tu con la tua azione ci hai manifestato il perenne ordinamento del mondo. Tu, o Signore, hai creato la terra e resti fedele per tutte le generazioni. Sei giusto nei giudizi, ammirabile nella fortezza, incomparabile nello splendore, sapiente nella creazione e provvido nella sua conservazione, buono in tutto ciò che vediamo e fedele verso coloro che confidano in te, o Dio benigno e misericordioso. Perdona a noi iniquità e ingiustizie, mancanze e negligenze.

Non tener conto di ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve, ma purificaci nella purezza della tua verità e guida i nostri passi, perché camminiamo nella pietà, nella giustizia e nella semplicità del cuore, e facciamo ciò che è buono e accetto davanti a te e a quelli che ci guidano.

O Signore e Dio nostro, fa' brillare il tuo volto su di noi perché possiamo godere dei tuoi beni nella pace, siamo protetti dalla tua mano potente, liberati da ogni peccato con la forza del tuo braccio eccelso, e salvati da coloro che ci odiano ingiustamente.

Dona la concordia e la pace a noi e a tutti gli abitanti della terra, come le hai date ai nostri padri, quando ti invocavano piamente nella fede e nella verità. Tu solo, o Signore, puoi concederci questi benefici e doni più grandi ancora.

Noi ti lodiamo e ti benediciamo per Gesù Cristo, sommo sacerdote e avvocato delle nostre anime. Per mezzo di lui salgano a te l'onore e la gloria ora, per tutte le generazioni e nei secoli dei secoli. Amen
.

(Capp. 59, 2 - 60, 4; 61, 3; Funk 1, 135-141)


Condivisione

Secondo il World Giving Index siamo un Paese poco generoso

(...) Secondo il World Giving Index 2011, il nostro Paese si piazza infatti al 104esimo posto tra le nazioni più “generose” del mondo. Tre i criteri utilizzati dalla Charity Aid Foundation per stilare la graduatoria: ammontare delle donazioni in denaro, tempo dedicato al volontariato e attività di aiuto agli stranieri. Complessivamente, nel mondo si è contratto il primo parametro - complice la crisi -, mentre sono aumentati leggermente gli altri due. Per lo meno nell'”emisfero occidentale” (Stati Uniti esclusi). La regione che ha invece ha visto un aumento più deciso delle donazioni pecuniarie è stata l'Asia. Insomma, dove l'economia gira c'è più denaro a disposizione ma meno tempo da investire (...). L'Italia, purtroppo, è in buona compagnia rispetto alle altre nazioni considerate ricche: «Nei primi venti posti della classifica dei più generosi sono presenti solo cinque dei venti Stati che secondo la Banca mondiale hanno il Pil più “pesante”. E tra i venti più solidali figurano Paesi insospettabili come lo Sri Lanka (ottavo), il Laos (decimo), il Marocco (12esimo), la Nigeria (13esima), la Liberia e il Turkmenistan (14esimi a pari merito)». Ma nessuno di questi ha perso in un solo anno 75 posizioni. Già, perché il nostro Paese nel 2010 si era fermato alla posizione numero 29. In Europa solo altri due Stati hanno ottenuto un risultato peggiore: Portogallo e Grecia. Un dato che non ci fa restare a bocca aperta, purtroppo. E stranamente, in controtendenza rispetto a quanto ci si potrebbe attendere, siamo messi meglio a donazioni in denaro (il 33 per cento degli italiani ha dichiarato di averne fatta almeno una nel 2010) che a ore di volontariato lavorate (solo il 14 per cento). Va detto che i dati del 2009 (finiti nell'Index 2010) furono probabilmente sovrastimati (e il rapporto lo sottolinea) per la concomitanza dell'indagine con il terremoto in Abruzzo. Ma se due anni fa abbiamo dimostrato di essere capaci di fare sacrifici per aiutare una comunità in difficoltà (il 62 per cento degli italiani fece almeno una donazione in denaro), questo non può far passare in secondo piano il pessimo risultato di quest'anno. Anzi, sarebbe stato bello che lo spirito di solidarietà avesse lasciato una scia positiva nel 2010.

Chiudiamo con un inciso che sposta leggermente il tiro. Chissà se questa classifica tiene conto delle preferenze degli italiani nella donazione del 5 per mille. In quel caso probabilmente spiccheremmo per la nostra generosità, visto il grande successo riscosso dalla norma. (...)

I più vicini

Il rinnovamento della Chiesa deve venire dal suo interno,

dice l'arcivescovo Martin nell'omelia di Natale


di Michael O'Regan

“Il rinnovamento della Chiesa cattolica deve avvenire dal di dentro”. "La conversione non comporta una fuga dalla realtà del mondo, della società, della cultura e della secolarizzazione, si tratta piuttosto di comprenderle in una luce diversa", ha detto il card. Diarmuir Martin, arcivescovo di Dublino. "Gesù è la luce che ci illumina, ma è anche la luce che ci permette di discernere la realtà della nostra vita in modo diverso'. Nell'omelia della Notte di Natale nella cattedrale di Dublino, Martin ha detto come san Giovanni aveva osservato che Gesù era fra i suoi, eppure è stato respinto proprio da quelli che gli erano più vicini. "Quando riflettiamo sulla situazione della Chiesa e sulle difficoltà che gli uomini e le donne del nostro tempo incontrano nella trasmissione della fede, è molto più facile puntare il dito e addossare la colpa alla società o alla cultura o alla secolarizzazione, e perfino all'ostilità contro la fede, la religione e contro la Chiesa'', ha aggiunto. "Dobbiamo però ricordare che il primo rifiuto che Gesù ha incontrato è stato il rifiuto da parte di quanti gli erano più vicini”. Martin ha detto che la benevolenza di Dio non è apparsa nei palazzi, o in alberghi di lusso,e neppure nell'ostello di un semplice villaggio, ma in quello che rappresentava, agli occhi dei potenti, uno spazio del tutto insignificante. Nel mondo di oggi, e pure in Irlanda, ci sono molti che cercano di vedere in che misura Dio faccia ancora parte della loro vita. "Cercano di capire e, forse, di ravvivare la fede che hanno ereditato. Un patrimonio che, tuttavia, per molti ha perso molto della sua semplicità e freschezza originarie". Martin ha affermato che il punto di partenza per la loro ricerca di una fede adulta è stato troppo spesso ancora una volta l'idea di un Dio astratto quello che proviene dalle ideologie o dalle formule teologiche della loro giovinezza. "Oggi, dobbiamo tutti quanti riorientare lo sguardo e la nostra visione nei confronti di Dio e cercarlo nella persona di Gesù, un cambiamento radicale in cui spesso la mentalità corrente e tanti modelli di pensiero o ideologie che oggi vanno per la maggiore non sono titolari a porlo all'ordine del giorno”. "Se il nostro Dio è concepito in termini di potere o di prodigi o di grandi discorsi, noi ci siamo costruiti un'idea di Dio a nostro uso e consumo e sul quale proiettiamo le nostre ansie e paure", ha detto. (...)


in “The Irish Times” del 27 dicembre 2011 (traduzione di Maria Teresa Pontara Pederiva)

Crisi culturale

"Li trattiamo come i figli che non abbiamo"

di Roselina Salemi

Danilo Mainardi, etologo e divulgatore, sugli animali ha scritto di tutto. Saggi, ma anche gialli come «Un innocente vampiro». Il suo ultimo libro, «Il cane secondo me», (Cairo Publishing) spiega il grande cambiamento dei rapporti uomo-cane.

Professore, che cosa è successo?

«I cani sono diventati più umani. C'è stato un processo di antropomorfizzazione e i nostri migliori amici hanno cambiato mestiere. Prima avevano un lavoro, da guardia, da caccia, da pastore. Adesso sono tutti da compagnia. Alcuni ci sono abituati (i volpini, i barboncini), altri no. Il border collie, più adatto alle colline della Scozia che a una città, si sente a disagio. Anche il bovaro bernese non è la scelta migliore: soffre il caldo. Ma qui entra in gioco la moda. C'è stato il tempo dei dalmata, lo ricordate?».

Però l'atteggiamento generale è cambiato. Prima c'era quasi dappertutto la scritta «Io non posso entrare».

«E' una bella cosa. Non ci sono seri motivi per cui un cane non debba entrare in una libreria o in un negozio di abbigliamento».

Oggi abbiamo anche cani viziati.

«Li trattiamo come i bambini che non abbiamo, o come quei figli unici un po' capricciosi».

Ci sono cani terribili, come i bambini terribili?

«E' lo stesso. Ci sono cani maleducati e ragazzini che rompono tutto. Un cane deve essere seguito e, se non deve fare qualcosa, basta dirglielo. E' intelligente. Adesso c'è una nuova corrente di pensiero, l'educazione gentile: si basa più sui premi che sulle punizioni e mi trova abbastanza d'accordo».

In tv ne passano tantissimi.

«L'ho notato e lo capisco. Ispirano subito simpatia e affetto. Sono allegri. Arrivi con un cucciolo e fa tenerezza. Ma devono restare cani. Non si regalano, si scelgono. Non sono giocattoli. E non si agghindano come bambole».

C'è un'industria di moda ormai.

«Mi sembra sbagliato. I cani sono addomesticati da 15 mila anni e non hanno mai avuto bisogno di cappotti. Non parliamo poi della colonia. Il profumo li disorienta: l'odore per loro è fondamentale. Mentre camminano, stretti nel cappottino, sotto sotto ti maledicono».

Pur di salvare se stessi...

All'armi siam sofisti

di Massimo Gramellini

La linea l'hanno data Fabrizio Cicchitto e Massimo Boldi, uno dei quali è un comico, anche se non ricordo più chi. Stanare i nullatenenti con Porsche al seguito è un comportamento da Stato di polizia. Come no? Negli Stati Uniti li mettono in galera, ma evidentemente laggiù c'è una dittatura. Non solo: secondo Boldi (o Cicchitto?) si tratterebbe di un colossale abbaglio, perché gli evasori di Cortina sono poveracci che affittano il lusso a rate. Che storia commovente. Ci chiederanno una colletta per pagare il leasing della fuoriserie?

Ormai questa tecnica di difesa dell'indifendibile ha raggiunto vette da far impallidire i sofisti dell'antica Grecia. Se uno viene intercettato mentre truffa, loro non si indignano per la truffa, ma per l'intercettazione. Se ti lamenti di chi ha svaligiato una banca, ti rispondono: parli proprio tu che ai tempi dell'asilo rubasti lo zucchero filato? Se la Finanza bussa a Cortina, si scandalizzano perché non è andata a Capri: forse perché a Capodanno non c'era lo stesso numero di turisti, essendosi dimenticati di sparare la neve artificiale sui faraglioni? Se si cercano i soldi disonesti dove ne girano di più, si strilla contro la caccia al ricco. E se Monti cerca di stanare gli evasori, lo si accusa di non averne titolo, dato che a Capodanno ha mangiato il cotechino a Palazzo Chigi. Assistiamo al delirio scomposto di gente che ha perso il contatto con i propri elettori e lettori. (...)

Confermo che non mi convincevano quelli del post precedente!

Il mondo gira intorno ai cani

Dalla tv ai libri, è ormai una mania di massa. E per i padroni diventano presenze quasi umane

di Roselina Salemi

Dove vai sei il cane non ce l'hai? Sono arrivati zampettando leggeri con i musetti affettuosi, gli occhioni, le code allegre, e hanno bucato lo schermo, i nuovi protagonisti a quattro zampe, dopo il mitico commissario Rex, sono come i concorrenti dei reality. Non devono scovare assassini, né recitare. Devono soltanto essere simpatici. (...) Insomma, siamo a una svolta. Tra gli umani ci si capisce sempre meno, con i cani è meglio. Al alcuni, poi, tutto è permesso: mangiare a tavola, dormire nel letto con i padroni, avere diete speciali e un guardaroba essenziale: maglioncino, impermeabile, cappotto. (...) L'argomento interessa: tra saggi, romanzi e manuali, negli ultimi tre mesi sono usciti 87 libri, per tutti gusti e per tutte le razze. (...) Dice Angelo Vaira, studioso di scienze cognitive animali, che tra noi e il cane c'è «un conto corrente emozionale: più versiamo sul cinto, più possiamo fare prelievi». Con questa crisi e l'unico conto che ci può dare soddisfazioni.

Questi "tipi" non mi convincono

Ci vuole la tonaca per fare ascolti in tv

Trionfano Suor Angela Rai e Padre Gabriel

Bernabei: “Rassicurano”. Valsecchi: “Piace il mistero”

di Simonetta Robiony

Italia misteriosa. Saranno preti, suore, frati, teologi a salvare la fiction italiana dal calo degli ascolti? Vedendo i risultati pare di sì. (...) E l'Italia che va a messa sempre meno, ascolta distrattamente i dettami della chiesa, sorride con Don Matteo e suor Angela o trattiene il respiro con Padre Gabriel. Si cerca con loro una via di salvezza davanti alla caduta dei valori tradizionali? O ci intriga buttare un occhio sui misteri che a dispetto di Piero Angela e del suo scientismo ancora ci turbano? Certo i due religiosi di questo momento tv si somigliano poco. C'è, però, un elemento in comune: entrambi i sono immersi nella realtà e spesso i casi di puntata sono tratti da fatti di cronaca modificati. Pietro Valsecchi, gran capo di Taodue, produttore delle migliori fiction su mafia, Ris, distretti di polizia della nostra tv, da uomo con i piedi per terra parla, per il suo Il tredicesimo apostolo, di bisogno di novità da parte del pubblico. «Abbiamo fatto il più bel regalo di Natale a Canale 5 dimostrando che la fiction non è morta né è ammalata: basta innovare e il pubblico si trova. Io rischio. M'è andata bene. Ma c'è attenzione, studio, scrittura, regia e buoni attori. Senza la qualità non c'è successo». Quindi se il protagonista non fosse stato un sacerdote sarebbe andata ugualmente bene? «Non dico questo. Il conflitto fede-ragione affascina. E per renderlo serve mettere insieme una persona di fede e un'altra di ragione. Meglio se un uomo e una donna che si piacciono, pensando a Uccelli di rovo e meglio ancora se come in Voyager si alimenta il mistero. Ma la cosa più importante è innovare senza scimmiottare gli americani». Conta che l'Italia sia un paese cattolico? «Un po' sì. Del resto tutti noi non ascoltiamo l'oroscopo, magari senza crederci? Se si vuole fare ascolto si deve fare una fiction profondamente italiana e di buona qualità. Soprattutto non ripetitiva. La gente ha pochi soldi adesso ma pretende dalla fiction quello che chiede a un film: vuol starsene a casa senza spendere i 7 euro del biglietto ma vuole il meglio». Sarà. Ma proprio la ripetitività è la forza del vecchio Don Matteo e del nuovo Che Dio ci aiuti, la sua copia al femminile. Piccoli o grandi reati risolti con intuito, generosità e tanta fede. Luca Bernabei, che con la sorella Matilde è a capo della Lux, la più cattolica delle case di produzione, sostiene che piace la figura positiva. «La gente vuol essere rassicurata: piacciono suore e preti perchè portano una divisa così come piacciono i carabinieri e i poliziotti. E piace che i non giudichino mai con durezza chi ha sbagliato, ma indichino la via della salvezza». Qual è la ricetta del successo? «La serietà con cui lavoriamo. Ottimi collaboratori. Scrittura e riscrittura del copione, attori capaci come Terence Hill e Elena Sofia Ricci. Oggi il pubblico è diventato spietato, decreta la morte di una fiction col pollice verso fin dalla prima occhiata. In vent'anni è come se gli italiani avessero preso un master in fiction: sono bravissimi. E noi stiamo attentissimi. Suor Angela, per dire, è ispirata a una giovane donna che conosciamo: bella, ricca, fidanzato innamorato e casa ai Parioli, ha lasciato tutto e s'è fatta suora per regalare a chi la incontra la sua serenità». Il successo in tv dei personaggi che vestono abiti religiosi ha la stessa origine del successo che hanno le fiction sui papi o sui santi? Matilde Bernabei dice di no. «Quelle sono storie eccezionali, questi sono uomini e donne che si possono incontrare ogni giorno. In comune c'è il bisogno di spiritualità che c'è anche nella fiction di Valsecchi. E' un desiderio che sta nel nostro profondo, ma se lo sappiamo esprimere con onestà, perfino in tv finisce con il catturare l'attenzione».

Auguri

Gli auguri di Geremia

di Gilberto Borghi

Tra gli auguri di Capodanno ho ricevuto con piacere una mail da un amico. Mi racconta della sua gioia di essere prete e di confermare giorno dopo giorno la sua scelta. Di questi tempi fa piacere al cuore sapere che qualcuno ha scelto la Verità e con fedeltà ci prova a viverla quotidianamente. E tra gli auguri che formula alla Chiesa per il 2012, spiccano alcune considerazioni sulle condizioni in cui essa oggi vive. Dal suo punto di vista, la stagione che stiamo attraversando è davvero difficile. Dai casi di cronaca in cui uomini di Chiesa mostrano una testimonianza "davvero incredibile", nel senso etimologico del termine, alle difficoltà che la comunità ecclesiale trova nell'essere "sale della terra e luce del mondo". Dall'immagine sempre più "sporcata" che la Chiesa si ritrova addosso per una campagna di disinformazione evidente, agli attacchi ai cristiani, ancora purtroppo di terribile attualità. Ma poi si concentra su ciò che dentro la Chiesa fatica ad essere vivo e  vitale, e qui davvero l'elenco della sua mail si fa lungo. Ma mi colpisce soprattutto l'elenco delle cose che, secondo lui, sanno e ancora tanto, di Vangelo. Ed è questo che mi piace riportare: giovani che, stanchi di un mondo fatto solo di immagine, ritrovano la voglia di tornare a cercare l'anima, la loro, e quella di una Chiesa che li accolga nella loro ricerca. Coppie che fanno della forza del sacramento celebrato davanti a Dio, la base per ricucire fatiche e tradimenti, e trovano un modo sincero, anche con fatica e dolore, per ritrovarsi ancora a dirsi di sì. Uomini che dopo anni di droga, attraverso comunità terapeutiche accettano il loro Aids, come un modo per amare misteriosamente, in Cristo, persone che non conosceranno mai. Intere comunità che si accollano fatiche economiche diffuse, e inconfessabili fino a qualche anno fa, di famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Madri single che spinte dalla fede semplice e potente dei loro figli, riaprono un cassetto dello spirito, di cui avevano dimenticato la chiave. E allora davvero sento che la nostra fede non è morta, che l'amore che Dio ci ha regalato continua a produrre frutti, magari nascosti o poco percepibili, ma estremamente quotidiani e concreti. Che la speranza che portiamo dentro ha ancora molto da dire a questo tempo e a questo mondo. Così, dopo aver ringraziato di cuore il mio amico prete, mi fermo a riflettere sugli auguri che io farei alla Chiesa, quindi a tutti noi, per il 2012. Vorrei che in questo "spaesamento collettivo" ci fermassimo un istante e ci chiedessimo: "Ma qual è la cosa più importante di tutte per Gesù? Quella su cui concentrarsi e a cui dedicare le nostre energie? A partire dalla quale si può ancora trovare un filo per capire e dare senso a quello stiamo vivendo? Mi è passato sotto mano in questi giorni, per questioni di lavoro, il libro di Geremia. "Poiché dice il Signore: Ecco questa volta caccerò lontano gli abitanti del paese, li ridurrò alle strette, perché mi ritrovino (10,18)". Ecco la cosa più importante per me sta in questo verbo: ritrovarlo. E sempre Geremia suggerisce due concreti auguri per ritrovarlo:

1. Il primo è quello di essere essenziali. Tra chi si gloria di una Chiesa sicura e ben distinta dagli altri e chi si lamenta di una Chiesa poco aperta e generosa, "essere ridotti alle strette" ci obbliga a rimettere in fila il valore delle cose, e a ridirci cosa vale di più, come Chiesa. "Chi si vuol gloriare si glori di questo: di avere senno e di conoscere me, perché io sono il Signore che agisce con misericordia, con diritto e con giustizia" (9,23). E allora vale di più avere una Chiesa socialmente forte, che "pesa" culturalmente, anche a costo di accettare compromessi col Vangelo, o quella invisibile e quotidiana di chi ama come Gesù e contagia senza volerlo altre persone? Vale di più aver speso due ore ad ascoltare qualcuno che ci chiede attenzione o l'incontro solito di formazione in cui ci ridiciamo per l'ennesima volta le stesse cose? Vale di più che la liturgia sia celebrata in una certa lingua o in un'altra, o la nostra partecipazione sincera dove siamo disposti a lasciarci un po' cambiare da quel che si celebra?

2. Il secondo nasce proprio da lì, la disponibilità a lasciarci rinnovare. "Lo so, Signore, che l'uomo non è padrone della sua via, non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi" (10,23). Si può accettare di navigare a vista, lasciando cadere le strade che ormai non portano da nessuna parte. Oggi non è tempo di "conservare e mantenere". Oggi ci è chiesto il coraggio di lasciarci cambiare, di lasciarci portare dove lo spirito ci chiama. Come Geremia che si sente troppo giovane e non all'altezza della vocazione. E Dio gli dice: "Non temere, perché io sono con te per proteggerti" (1,8) E allora l'augurio è di avere più coraggio nell'affidarci alla forza dello spirito e meno alle sicurezze, di ogni tipo, che fino qui ci hanno tenuto in piedi come Chiesa. Più coraggio nel credere che il mondo non è scappato alle mani di Dio, per quanto possa sembrare strano. E che, se quello che capita a volte scandalizza la nostra fede, c'è un significato che Dio ci chiede di capire proprio in queste cose.

Anche

F35: e' un'altra la strada

di mons. Giovanni Giudici

Finalmente la notizia è arrivata nei titoli di giornale, nel panorama drammatico di questa crisi economica che esige sacrifici e tagli per il bene del Paese e per il futuro di tutti: anche le spese militari devono essere drasticamente tagliate. In particolare il dito è puntato sull'enorme costo dei 131 cacciabombardieri F35, aerei di attacco che costano quasi 150 milioni di euro ciascuno. Un investimento di oltre 15 miliardi. Pax Christi lo ricorda da anni (in collaborazione con la Rete Italiana per il Disarmo di cui fa parte) e il convegno appena celebrato a Brescia, in preparazione della Marcia per la pace della Chiesa italiana, ha sottolineato le devastati conseguenze sull'economia e sul futuro delle comunità, del produrre e commerciare macchine di morte di simili proporzioni. L'assordante silenzio che copriva questo progetto è stato rotto. Sempre più palese è l'assurdità di produrre armi investendo enormi capitali mentre il grido dei poveri - interi popoli - ci raggiunge sempre più disperato. “Cammineranno le genti, mentre la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli”. In questa festa dell'Epifania il profeta Isaia resta colpito da movimento di popoli in cerca della luce e della pace. Così anche la tradizionale Marcia della Pace realizzata a Brescia la notte di fine anno, ci ha messo in cammino con tutti i costruttori di pace. Ma su quale via scegliamo di camminare? Forse quella di Erode, fatta di violenza e sopruso? O piuttosto quella dei Magi e di chiunque, singoli e popoli, discerne le opere di pace per garantire il futuro di tutti. I Magi, ci racconta il Vangelo, “per un'altra strada fecero ritorno”. Anche per noi vale l'invito a intraprendere una strada diversa orientando ogni scelta alla via esigente e necessaria della pace. Per questo esigiamo un ripensamento di queste spese militari con un serio dibattito in Parlamento. I popoli che camminano nella tenebra di questa follia chiedono di cancellare questo progetto e ciò è ancora più necessario in un tempo di crisi che è già molto pesante soprattutto per le famiglie e per i più poveri e che non sembra invece toccare i grandi investimenti per le armi. Chi incontra Gesù a Betlemme non può più camminare sulle strade di Erode, il violento re della strage degli innocenti. Dai Magi impariamo a scegliere, anche a rischiare. Quando si incontra il Cristo nel volto di tanti fratelli e sorelle non si può familiarizzare con progetti di violenza. Neppure in chiave di pseudo-sicurezza internazionale. Per questo nostro mondo che “ha bisogno della pace come e più del pane” (Papa Benedetto XVI, 1 gennaio 2012), ci sono richieste le scelte più alte perché “Quando tanti popoli hanno fame, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo. Vogliano i responsabili ascoltarci prima che sia troppo tardi” (Paolo VI, 1967, Populorum Progressio n. 53).

in “www.paxchristi.it” del 5 gennaio 2012

Anniversario

Ieri è stato l'anniversario del primo post su questo sito: 5 gennaio 2008. Prima c'erano stati alcuni post "sporadici" su un blog, poi finalmente la pubblicazione quotidiana di uno-due pezzi, ininterrotta da quattro anni. Ringraziamo gli autori di questi contributi e coloro che ci leggono.

don Chisciotte

Partire coi Re Magi

Gente che mi piace.

Mi piace la gente che vibra, che non devi continuamente sollecitare e alla quale non c'è bisogno di dire cosa fare perché sa quello che bisogna fare e lo fa. Mi piace la gente che sa misurare le conseguenze delle proprie azioni, la gente che non lascia le soluzioni al caso. Mi piace la gente giusta e rigorosa, sia con gli altri che con se stessa, purché non perda di vista che siamo umani e che possiamo sbagliare. Mi piace la gente che pensa che il lavoro collettivo, fra amici, è più produttivo dei caotici sforzi individuali. Mi piace la gente che conosce l'importanza dell'allegria. Mi piace la gente sincera e franca, capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli. Mi piace la gente di buon senso, quella che non manda giù tutto, quella che non si vergogna di riconoscere che non sa qualcosa o si è sbagliata. Mi piace la gente che, nell'accettare i suoi errori, si sforza genuinamente di non ripeterli. Mi piace la gente capace di criticarmi costruttivamente e a viso aperto: questi li chiamo "i miei amici". Mi piace la gente fedele e caparbia, che non si scoraggia quando si tratta di perseguire traguardi e idee. Mi piace la gente che lavora per dei risultati.  Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa, giacché per il solo fatto di averla al mio fianco mi considero ben ricompensato.

Mario Benedetti (14.9.1920 - 17.5.2009) - scrittore, poeta e saggista uruguaiano

Arte e fede

Quei volti che dobbiamo vedere

di Alberto Melloni

Il secondo concilio di Nicea (787) ha parecchio a che fare con l'ostensione di Giotto a Mosca e di Rublëv a Firenze che inizia in questi giorni e che non a torto molti riconoscono come uno scambio senza precedenti. Il Niceno II, diranno i lettori? Cosa potrà mai aver da dire oggi Concilio del secolo VIII, che faceva orrore al machismo carolingio già per il fatto di essere stato presieduto da una donna, l'imperatrice d'Oriente Irene? In che cosa la nostra cultura ha debiti con la resistenza opposta dai vescovi alla sirena di una religiosità «pura» che per togliere le immagini fa appello alla «tradizione» con l'arroganza propria di tutti coloro che la usano per pettinare i propri gusti? Molto più di quanto si possa immaginare: e la stessa struttura che ospita le icone nel Battistero di Firenze

L'uomo nel benessere non capisce

Sacrifici, segnali d'amore

di Enzo Bianchi

Da anni, su queste colonne mi è parso doveroso e responsabile denunciare l'imbarbarimento e la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a grandi passi. Nel frattempo è sopraggiunta la «crisi» economica - prima sottovalutata, poi tenuta nascosta o negata, infine esplosa in tutta la sua pesantezza - che però si è scoperta essere anche crisi etica, culturale. Il salmo 49, con la sua sapienza accumulata nei secoli, sottolinea come «l'uomo nel benessere non capisce, è come un animale...». Solo ora ci stiamo incamminando verso la presa di coscienza che non è più possibile proseguire sulla strada percorsa nell'ultimo ventennio, che la mancanza di eguaglianza e di giustizia rende la nostra vita - che resta sempre «vita comune», non foss'altro perché vissuta su una stessa terra - più difficile, meno sicura, più conflittuale, più barbara. Ci stiamo rendendo conto che il vivere con il mito idolatrico del «tutto e subito», del «tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto» non ci garantisce un futuro buono, che il pensare solo all'oggi, solo a noi stessi come individui impoverisce la terra e fa aumentare il deserto, ci rende incapaci di lasciare alle nuove generazioni una «eredità» nel vero e nobile senso del termine. Tuttavia oggi ci sembra di poter dire con convinzione, anche se senza alzare la voce, che si intravedono segni di speranza. Una speranza sostenuta da nuovi governanti che danno segni di voler essere «politici» nel vero senso della parola: uomini e donne al servizio della polis, della società con lo stile di chi, consapevole della sua responsabilità, non ostenta, non vuole apparire e cerca di parlare con parresia, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene comune. È in questo contesto che, nella comunicazione viva e fatta con tutta la sua persona da parte del ministro del Lavoro, abbiamo colto la verità della parola «sacrificio»: una commozione che ben ne ha mostrato la fatica, il costo, la necessità e la verità. Da tempo, per lo meno nel mondo occidentale, «sacrificio» non ha più l'accezione legata alla sua etimologia di impronta religiosa: «sacrum facere», «rendere sacro» un oggetto o una realtà spostandola dalla dimensione profana a quella appartenente al divino attraverso un rito o un insieme di gesti che arrivavano fino all'offerta «sacrificale», appunto - di una vittima per ingraziarsi gli dèi o placarne l'ira. Il «capro espiatorio» così finemente analizzato anche nella sua dimensione fondativa di una cultura, ha lasciato il posto a «sacrifici» meno cruenti ma più quotidiani, legati comunque alla faticosa ricerca di una vita «migliore». Così la mia generazione, cresciuta in un'epoca ancora di cristianità, è stata educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici»: privarci di alcune cose, rinunciare ad altre, accontentarci di quello che c'era... Del resto, negli anni dell'immediato dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» per molti non era un'opzione, ma la condizione toccata loro in sorte. Ma quell'invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell'ora del boom economico. In questo senso la mia generazione ha una responsabilità nella mancata trasmissione alle generazioni successive del valore del sacrificio. E oggi, incapaci come siamo stati di comunicare la valenza umanizzante dello sforzo e della rinuncia, ci ritroviamo tutti in una cultura impossibilitata a intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, abbiamo assistito al rarefarsi di persone pronte a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l'affermazione di valori e principi degni dell'uomo o, ancor più semplicemente, per preparare un futuro migliore per i propri figli. Mancanza davvero grave, perché il sacrificio è una cosa seria: significa privarsi di un bene, astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande che, se è tale, riguarda tutti, concerne la communitas e non il mio interesse personale. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà: quanti uomini e donne nella storia hanno sacrificato tempo, risorse, affetti per la realizzazione di ideali e per sconfiggere l'ingiustizia a beneficio di tutti. Ma riscoprire il significato fecondo del sacrificio richiede un discernimento su azioni e comportamenti che da tempo abbiamo rinunciato a esercitare, assumendo senza alcuna criticità quello che il consumo, il mercato e la propaganda ci presentavano come stile di vita «normale». Così non sappiamo più distinguere tra necessario e superfluo, né riusciamo a mettere ordine nel nostro universo mentale e comportamentale tra bisogni, desideri, voglie, sogni e capricci. Si è come smarrita ogni scala di priorità: tutto pare sullo stesso piano, perché tutto attiene in positivo o in negativo al suo impatto sulle nostre sensazioni immediate. Noi abbiamo smarrito il senso della communitas tra contemporanei come di quella che ci lega con responsabilità alle generazioni future: vogliamo leggere, definire, vivere e consumare il nostro orizzonte limitandolo a un «io» narcisistico e prepotente o a un «noi» ristretto e fissato dal nostro vantaggio e non dalla realtà della polis. Credo che questo smarrimento culturale ed etico abbia profondamente a che fare con l'affievolirsi del «senso» attribuibile ai «sacrifici»: se non ci sono principi condivisi, se non c'è un fine superiore alla momentanea soddisfazione personale, se non si percepisce alcun legame tra generazioni né responsabilità verso il futuro della collettività, sarà ben difficile rinunciare spontaneamente a qualcosa o aderire con convinzione a una rinuncia imposta dalle circostanze avverse. Se manca un orizzonte condiviso, se ogni atteggiamento è eticamente indifferente, se pretendiamo come diritto tutto ciò che è tecnicamente o economicamente possibile, allora ci troveremo impotenti di fronte a ogni avversità, le subiremo come catastrofi ineluttabili e cercheremo di sottrarci ad esse senza gli altri o addirittura contro di loro. Il sacrificio amputato della solidarietà, la rinuncia svuotata della speranza, il prezzo da pagare dissociato dal valore del bene da acquisire diventano insopportabili: nella communitas, infatti, il sacrificio è il debito che io liberamente assumo verso l'altro, altrimenti la communitas stessa cessa di esistere. Solo un ideale altro e alto, la speranza di contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, la preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, la solidarietà con chi, vicino o lontano da noi, non può accedere a beni essenziali che noi non ci rendiamo nemmeno più conto di possedere può spingerci non solo ad accettare i sacrifici ma ad affrontarli con consapevolezza e convinzione: quanti tra coloro che ci hanno preceduto avrebbero affrontato le difficoltà della vita se non avessero sperato di offrirci una condizione migliore? Perché il risultato del sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l'affermare con la propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l'uomo non è nemico dell'uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo. Davvero il sacrificio è iscritto nell'amore, perché nelle storie d'amore sempre accade che per il bene dell'altro io devo rinunciare a qualcosa che è solo a mio vantaggio, secondo il mio desiderio o capriccio. Allora, anche se il nostro faticoso lavorare il campo della vita non dovesse essere coronato dai frutti, ci resterà almeno la soddisfazione di aver dissodato il terreno perché altri, cui siamo legati dalla comune umanità, potranno trovarvi nutrimento e gioia.

in “La Stampa” dell'11 dicembre 2011

Attenti al linguaggio!

Parlare in “cattolichese”

di Philippe Clanché et Sophie Lebrun

«Internet è un luogo in cui si può offrire una “testimonianza” convincente e credibile?» si chiedeva il direttore della sala stampa della Santa Sede, Federico Lombardi, il 5 giugno. In occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, la Chiesa e tutti i media cattolici hanno ampiamente invitato a far conoscere la fede cristiana. Ma in che modo? Talvolta i cattolici non si rendono conto che un certo linguaggio “ecclesiale” non dice nulla ad una persona lontana dalla Chiesa. Ecco un dizionarietto che spiega alcune parole e formulazioni oscure.



Credere in Verità.

A volte, davanti ad un cattolico lanciato in una spiegazione della sua fede, si è fortemente tentati di ribattere al suo “In definitiva, credo in Verità...” con un molto appropriato: “Io preferisco credere in menzogna”. Tra i cattolici, il termine Verità è spesso riproposto, a volte con la v minuscola, a volte con la V maiuscola, in tutte le salse: “Parlo in Verità”, “Agisco in Verità”... Certo, il termine è evangelico: “In verità, in verità vi dico...” (Giovanni 10,1) o anche “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14,6). In buona teologia, non si tratta affatto di opporre verità e menzogna. Ciò non toglie che il termine appaia a molti come presuntuoso.



Lasciarsi scuotere.

Spesso, una testimonianza commovente, un incontro profondo o un messaggio emozionante “scuotono” il cattolico. Non immaginatelo pencolante a destra o a sinistra sul punto di cadere a terra. Sono i fondamenti della sua fede o le sue posizioni teologiche che sono state scosse. Per scuotere un cristiano, non ci vuole una spallata, quello che vi serve è una parola tagliente o un pensiero acuto.



Fare chiesa.

Mettete via pala e mattoni, non si tratta di riprendere la fiaccola dei costruttori di cattedrali. Questa espressione chiama la comunità dei fedeli a riunirsi, a vivere un momento forte e insiste sulla comunione degli uni con gli altri, malgrado le differenze di ciascuno. La parola chiesa deve quindi essere letta nel senso di comunità (ecclesia). C'è chi si spinge fino a pretendere di “fare comunità” o “fare diocesi”. In linguaggio normale, si direbbe “far parte della Chiesa” o meglio “contribuire al cammino positivo della Chiesa”.



Essere in cammino.

Quando un amico vi chiama per dirvi che è già per strada, vuol dire che sta arrivando. Da voi. Anche un cattolico in cammino sta per arrivare. Da Gesù. Significa che sta convertendosi, o che sta vivendo un momento di grande riflessione. E siccome un buon cattolico non è mai arrivato al termine

Il testo è di anni fa, la speranza ancora attuale

L'alba di un'epoca

di fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 1 gennaio

C'è nell'aria qualcosa di nuovo. Un soffio dello Spirito anima l'universo intero. Un mondo vecchio muore e un altro nasce. Siamo all'alba di un'epoca marcata da un gran desiderio d'amore e di pace tra i popoli e tra gli uomini. La verità e la carità sono in marcia di nuovo per incontrarsi. Un senso ecumenico scioglie i nodi più complicati; e un desiderio di conoscerci e di capirci supera di gran lunga la tentazione di rimanere chiusi nella vecchia cittadella della nostra presunta verità. L'uomo, forse, per la prima volta esce in campo senza difese e con la speranza di incontri fecondi. L'amicizia sta diventando la normale via dei rapporti umani e le guerre di religione sono confinate nella storia del passato. Voi dite che non si può fare a meno delle armi e io vi dico a nome di Gesù che non è vero, che si può fare senza e ottenere risultati maggiori. Ed è per questo che ci può aiutare la testimonianza di quei due profeti della timidezza: Gandhi e King. Essi hanno creduto alla beatitudine della mitezza. Ma quanto è difficile credere nella mitezza! In nessun caso come questo aveva ragione Gesù nel dire: «Oh, se aveste fede come un granello di senape, potreste dire a questa montagna: spostati» (Mt 17, 20). Non è molto un granello di senape di fede, ma noi non ce l'abbiamo. In altre parole non crediamo a Gesù. La sua parola ci urta, ci scandalizza, per lo meno ci stupisce.

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