Il vero pastore sa congedarsi bene dalla sua Chiesa, perché sa di non essere il centro della storia, ma un uomo libero, che ha servito senza compromessi e senza appropriarsi del gregge: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta, martedì 30 maggio.
Un pastore deve essere pronto a congedarsi bene, non a metà
Al centro dell’omelia è la prima Lettura tratta dagli atti degli Apostoli, che si può intitolare - sottolinea Francesco - “Il congedo di un vescovo”. Paolo si congeda dalla Chiesa di Efeso, che lui aveva fondato. “Adesso deve andarsene”:
“Tutti i pastori dobbiamo congedarci. Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me. E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà. Il pastore che non impara a congedarsi è perché ha qualche legame non buono col gregge, un legame che non è purificato per la Croce di Gesù”.
Pastori senza compromessi
Paolo, dunque, chiama tutti i presbiteri di Efeso e in una sorta di “consiglio presbiteriale” si congeda. Il Papa sottolinea “tre atteggiamenti” dell’apostolo. Innanzitutto afferma di non essersi mai tirato indietro: “Non è un atto di vanità”, “perché lui dice che è il


Freddo. Senza amore 
di Nunzio Galantino 
«Senza amore la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta delle persone», ha scritto papa Francesco. Ma la verità che può diventare fredda, non è solo quella puramente concettuale. Il freddo può investire, e talvolta in maniera più deleteria, la verità della vita. Può investire e riguardare le relazioni. Può anche caratterizzare il modo di spendere i propri giorni e le proprie energie. Sicché, il freddo dal quale è necessario ripararsi non è tanto o solo quello fisico dell’ambiente e delle realtà che l’abitano. Dal freddo registrato dalla colonna di mercurio ci si può difendere, almeno da parte di chi ne ha i mezzi. Diverso e meno facile da affrontare è il freddo che spinge sulla pericolosa china dell’indifferenza, figlia dell’individualismo. Diverso e meno facile da affrontare è il freddo del quale Alda Merini scriveva «Vorrei parlarti del freddo del cuore, del mio cuore di radice ferita»; come diverso e meno facile da affrontare è il freddo della ragione che finisce per negare la possibilità della fede, della gioia e quella di donare e di donarsi. «È nel momento più freddo dell’anno che il pino e il cipresso, ultimi a perdere le foglie, rivelano la loro tenacia», scriveva Confucio, invitando a prendere atto che il freddo – non certo quello metereologico – non può spogliarci di ciò che rende bella, per quanto faticosa, la nostra vita. Dal latino frigidus, è fisicamente freddo ciò che è «privo di calore». Però i tanti modi di dire di cui è ricco il nostro vocabolario permette di cogliere la ricchezza che la parola “freddo” ha in senso figurato. 
Freddo infatti è chi non sente passione, chi si relaziona in maniera rigida e distaccata; freddo è chi si rifiuta di incontrare l’altro per verificare possibili vie d’intesa. Vi sono modi sbagliati per superare il freddo di relazioni congelate da interessi più o meno legittimi. Uno è sempre in agguato, ed è quello che rischia continuamente di trasformare in “calda” la pur deprecabile “Guerra fredda” attraverso bagliori che non riscaldano ma seminano morte, rendendo freddi i corpi e invivibili gli spazi fatti per vivere. Contrario del freddo è il caldo, fatto di relazioni nelle quali non vengono annullate le differenze e nelle quali è possibile coltivare responsabilità vissute con grande passione. Non importa se «uno può avere un focolare ardente nell’anima e tuttavia nessuno viene mai a sedervisi accanto. I passanti vedono solo un filo di fumo che si alza dal camino e continuano per la loro strada» (V. van Gogh). Può capitare anche questo!
in “Il Sole 24 Ore” del 14 maggio 2017 


«Riconosco la vita in ciò che mi interrompe, mi stronca, mi ferisce, mi contraddice.
È la vita che parla quando le si è proibito di parlare, sconvolgendo previsioni e pensieri, liberandoci dall’uggiosa assuefazione che abbiamo a noi stessi».
Christian Bobin


«Stamattina, davanti al vetro di sinistra, un ragno appeso a un filo invisibile faceva ginnastica. Guardando quel corpicino scuro salire e scendere nell'aria nitida, ho pensato che avevamo ricevuto entrambi il dono dell'esistenza. Ero di pessimo umore, mi ero svegliato male. Il ragno, invece, danzava. Della vita, che ci era stata donata nello stesso modo, in quel momento esso faceva un uso migliore del mio. Questo appunto è un po' lungo, lo riassumo: stamattina ho preso lezioni di danza da un ragno e questo pomeriggio sto molto meglio».
Christian Bobin, Autoritratto al radiatore


Un futuro arcivescovo per Parigi 
la Conférence Catholique des Baptisé-e-s Francophones
Tra breve, il cardinale André Vingt-Trois, raggiunto il limite di età, presenterà le sue dimissioni al papa. In questi tempi di fratture e ripiegamenti all'interno della Chiesa in Francia e nella società, la nomina del suo successore avrà un grande impatto. 
Secondo il canone 212, §2, “i fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri”. Così il gruppo di Parigi della Conférence des baptisés – CCBF – ha preso l'iniziativa di esprimere le proprie attese riguardo al futuro arcivescovo di Parigi.

Lettera indirizzata a Mons. Luigi Ventura, presso la Nunziatura di Parigi (10 avenue du Président Wilson, 75116 Paris) 
Monsignore, Caro Padre, 
presto la nostra grande diocesi di Parigi accoglierà un nuovo arcivescovo. 
Papa Francesco ha invitato ad attuare le intuizioni ecclesiologiche del Vaticano II introducendo una reale partecipazione di tutti i battezzati, in conformità all'articolo 212 del diritto canonico. A questo titolo ci sentiamo chiamati ad esprimere le nostre attese, ispirate dalla nostra preoccupazione per la Chiesa a Parigi. 

Per Parigi, un arcivescovo attento alle persone, sensibile a tutte le necessità 
Ad immagine di papa Francesco, che ha saputo aprire il cuore dei cristiani e anche di altri, speriamo di accogliere un pastore che vive del Vangelo e che lo sa far condividere con il suo linguaggio e con i suoi gesti, per una Chiesa che segua l'insegnamento di Cristo, un vescovo che ama il mondo, che vive con il mondo. Un vescovo che testimonia semplicità e umiltà: “Chi sono io per giudicare?”.

Verso una Chiesa sinodale, una Chiesa del dialogo, una Chiesa di comunione 
La nostra sorgente, è innanzitutto l'Evangelo: “Siate uno”, poi i messaggi che papa Francesco ha rivolto ai vescovi: “Che questa realtà di un “solo corpo” che voi formate vi orienti nel vostro lavoro quotidiano... Come essere costruttore di comunione e di


"Non mettetemi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa accorgersi più di un tramonto.
Chiudo gli occhi, mi scosto di un passo.
Sono altro. Sono altrove".
Alda Merini


Lasciare ai laici la guida delle parrocchie. La proposta shock del card. Marx
Adista Notizie n° 19 del 20/05/2017
Un gruppo di laici alla guida di una parrocchia: è questa la sostanza di un progetto pilota che l’arcivescovo di Monaco di Baviera, card. Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca nonché uno dei più stretti collaboratori di papa Francesco, ha deciso di avviare nella sua diocesi per ovviare alla sempre più grave carenza di sacerdoti in Germania. A darne notizia in Italia è il mensile dei paolini Jesus, nel numero di maggio. Alla fine dello scorso marzo, Marx, in un incontro con i giornalisti, ha presentato il progetto, discusso con il consiglio diocesano, nato dalla convinzione che l’accorpamento di parrocchie in comunità pastorali di dimensioni sempre maggiori non possa costituire una risposta accettabile e soddisfacente al problema. Nell’arcidiocesi di Monaco vi sono attualmente 342 sacerdoti diocesani attivi, 162 religiosi e altri 63 provenienti da altre diocesi; sui 1.200 posti disponibili nell’ambito pastorale, è occupato il 90%, per la metà da sacerdoti; se nel 2014 i candidati al sacerdozio in tutta la Germania erano 75, l’anno successivo erano scesi a 58. L’anno passato nell’arcidiocesi di monaco ve ne è stato solo uno.
La situazione è insomma


«Anche gli alberi a primavera scrivono poesie. E noi pensiamo siano "solo" dei fiori».
Donato Di Poce
(fiori "zanganas" dalla mia terrazza)

« (...) Il vittimismo è l’effetto di una manovra particolare: si tratta di supporsi come innocente rivendicando il diritto pubblico o privato al risarcimento. (...) Rarissimo trovare qualcuno in grado di riconoscere pienamente le proprie responsabilità senza fare la vittima di congiure, accordi segreti, complotti, malvagità o dell’ambizione sfrenata e immorale dei suoi avversari o colleghi. (...) Mai riconoscere una propria colpa, una qualche forma di responsabilità, mai ammettere un proprio errore, una propria mancanza, un proprio disfunzionamento. È sempre l’Altro che non comprende, che non è adeguato al suo compito, che è corrotto, che si è macchiato impunemente di responsabilità irrecusabili. (...) L’esperienza dell’analisi recide la spinta alla lamentazione alla sua radice mostrando che il soggetto non può delegare a nessun altro la responsabilità della propria vita, che la sua condizione è quella — come la nostra, come quella di tutti — , di essere, come scriveva Sartre, “ soli e senza scuse”».
qui trovi l'intero articolo
Massimo Recalcati, in "La Repubblica" del 7.05.2017


C’è del sacro nella cicoria 
di Maurizio Maggiani 
Un giovane uomo, faccia normanna, capello biondo federiciano, sguardo alto appena un po’ lavorato della dolente coscienza ereditata dalla messapica gens che tutto resta anche quando tutto trascorre, da quello che ne so io deve avere almeno due lauree, una brancata di master, tre lingue sulla punta della lingua, vasta conoscenza personale dell’Europa; è quest’uomo che ha organizzato ilo mio viaggio pasquale nelle Puglie, mi ha segnato le strade, mi ha messo a posto la bici, si è sfacchinato i bagagli, trovato da mangiare e da dormire, indicato da vedere e da sentire, è quest’uomo che nel darmi l’addio mi ha regalato una cassetta di cicorie. Cicorie salentine. A casa le ho lessate, le ho saltate, le ho mangiate con il pane che ho trovato in un forno aperto nella notte in un posto messapico che non saprei, ci ho bevuto del Salice che ho comprato sfuso in un bar lì vicino e mi son portato via dentro la borraccia della bici; ho fatto tutto questo sapendo bene che era come aver celebrato. C’è del sacro nella cicoria, c’è stato del sacro nell’avermela offerta, c’è nella sua stessa natura di erba da sempre domestica e sempre selvatica. Pianta della fecondità della miseria, ha nutrito talmente tanti popoli che non si sa nemmeno più cosa voglia dire quel suo nome cicoria, pianta dei latifondi in abbandono e degli orti cassintegrati, così amara che non può fare che bene, così profumata che non può che essere un veleno. Laggiù la mangiano con le fave, il legume che è solo un passo più in su del dannato lupino, io senza nient’altro in più del gesto di chi me l’ha offerta.
in “Il Sole 24 Ore” del 23 aprile 2017


Caso. Come gestire l’imponderabile 
di Nunzio Galantino 
È fin troppo nota l’affermazione di A. Einstein: «Quando Dio vuole restare anonimo si serve del 
caso». Dal latino casus (caduta) e cadère (cadere), il termine italiano “caso” ricalca, come quello latino, la parola greca ptôsis che, oltre a riferirsi al “caso” grammaticale, dice anche riferimento a qualcosa che accade in maniera imprevista. Da qui la convinzione diffusa che chiama “caso” tutto ciò che è imprevedibile e non asseconda alcuna legge. (...)
Sul piano più strettamente esistenziale capita spesso di invocare il caso come alibi deresponsabilizzante. Tale viene ritenuto un evento esterno che può rimettere in piedi un’ esistenza compromessa o far ritrovare una strada da percorrere in piena consapevolezza. Si fa invece sempre più strada la convinzione del tasso di responsabilità personale che va riconosciuto in tanti eventi considerati “un caso”. «Il caso? – affermava T. Terzani - Difficile dire che non esiste, ma in qualche modo mi andavo convincendo che gran parte di quel che sembra succedere appunto “per caso”, siamo noi che lo facciamo accadere; siamo noi che, una volta cambiati gli occhiali con cui guardiamo il mondo, vediamo ciò che prima ci sfuggiva e per questo credevamo non esistesse. Il caso, insomma, siamo noi». Dovremmo spendere più tempo per meditare sulle nostre azioni quotidiane, sulle nostre reazioni periodiche, sugli apparenti misteri che ci circondano. Potremmo scoprire che invece di affidare al caso il bene che desideriamo per noi e per gli altri, vale la pena mettere buone premesse e accompagnare responsabilmente i nostri progetti e quelli degli altri. 
Piuttosto che attribuire al caso le colpe dei nostri fallimenti, insuccessi e frustrazioni, potremmo “dare una mano al caso” per trasformare il nostro caos in progetto di vita; dando retta a M. McLaughlin: «Per la più felice delle vite, pianifica rigorosamente i tuoi giorni e lascia le tue sere aperte al caso».
in “Il Sole 24 Ore” del 26 marzo 2017

Il "Pastore bello" e la Chiesa dell’amore

     Essere testimoni della Bellezza che salva nasce dal farne continua e sempre nuova esperienza: ce lo fa capire lo stesso Gesù quando, nel vangelo di Giovanni, si presenta come il "Pastore bello" (così è nell’originale greco, anche se la traduzione normalmente preferita è quella di "buon Pastore"): "Io sono il pastore bello. Il bel pastore offre la vita per le pecore... Io sono il bel pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore" (Gv 10,11. 14s).

     La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna se stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.

     Il luogo in cui questo incontro di amore bello e vivificante con il Pastore è possibile, è la Chiesa: è in essa che il bel Pastore parla al cuore di ciascuna delle sue pecore e rende


«Che cosa vuol dire 'addomesticare'?" 
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire 'creare dei legami'". 
"Creare dei legami?" 
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro' per te unica al mondo"».
Il piccolo principe


«Serve il potere solo quando si vuole fare qualcosa di dannoso; altrimenti l'amore è sufficiente per fare tutto il resto».
Charlie Chaplin


«La Terra è piena di paradiso,
E ogni comune roveto arde con Dio,
Ma solo colui che vede si toglie le scarpe;
il resto si siede intorno e strappa le more».
Elizabeth Barrett Browning

Dio ci invita a conversare con lui
di Marco Ronconi
Qual è il motivo per cui Dio si è rivelato in Gesù Cristo? Se la domanda sembra banale, non lo è la risposta di Dei Verbum: «Con la rivelazione, Dio invisibile, nel suo immenso amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé». La traduzione letterale del testo latino è ancora più stupefacente: Dio si rivela per «conversare». L’obiezione sorge spontanea: tutto questo bailamme, del tipo una creazione e una redenzione, un esodo, re e deportazioni, profeti e templi, fino a un innocente che muore in croce che è il Figlio di Dio, e tutto questo per cosa? Per «conversare»? Non è sorprendente? Avesse detto «insegnare» o «ordinare» l’avrei capito di più.
Sono infatti anch’io tra quelli che

"Mettere la verità
prima della persona
è l’essenza della bestemmia".
È morta a soli 34 anni nel 1943, ma Simone Weil, straordinaria scrittrice ebrea, ha lasciato un’eredità testuale e umana che ancor oggi interpella il lettore. Affascinata dal cristianesimo, nellesue pagine ha spesso offerto intuizioni teologiche e filosofiche folgoranti. È il caso di questa frase, simile a un aforisma, che rivela soprattutto ai nostri giorni un’indiscutibile attualità. Il fondamentalismo, infatti, sacrifica a una verità dogmatica, spesso deformata e degenerata, la vita di tante persone, ponendole sull'altare di un idolo mostruoso.È così che scatta «l’essenza della bestemmia» che è negare il vero Dio la cui immagine suprema è proprio nella creatura umana. In questa linea si sono mosse tutte le ideologie quando sono diventate potere e dominio: pensiamo all’infamia nazista e comunista del secolo scorso, oppure alla costante regola della “ragion di stato” che non ha mai esitato a schiacciare milioni di persone striando di sangue le vie della storia. 
Scriveva ancora Simone Weil: «Ciò che fa capire se uno è passato attraverso il fuoco divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma è il suo modo di parlare dell’uomo e della terra».
Gianfranco Ravasi, in “Il Sole 24 Ore” del 30 aprile 2017


Ovunque tu sia,
ovunque tu, immeritatamente,
mi guardi,
ovunque tu stabilisca
io abbia una casa,
fosse pure una prigione grigia,
io so che da qualsiasi pietra
tu puoi far scaturire un fiore
nel perimetro della mia mente.
Alda Merini