Drogati di crudeltà


Il ginecologo che salva le dannate del Congo 
di Pietro Del Re 
È giorno di visite e davanti allo studio del dottor Denis Mukwege, un gigante di quasi sessant’anni con lo sguardo affilato e la voce rassicurante, c’è già una folla di dannate che aspetta. Alcune di loro sono state appena ricucite. Altre, sbarcate la notte scorsa da villaggi lontani, hanno ancora la gonna insanguinata. «È vero, le violenze sessuali sono leggermente in calo, ma si fanno sempre più feroci: da qualche mese, gli stupratori s’accaniscono anche sui bebè», spiega questo ginecologo congolese che, per aver fondato nel cuore dell’Africa equatoriale l’ospedale Panzi, è stato appena insignito del Premio Sakharov, sorta di Nobel per la pace del Parlamento europeo, vinto lo scorso anno dalla giovane pachistana Malala Yousafzai. Al Panzi, dal 1998 a oggi sono stati rammendati i corpi mutilati di oltre 40mila donne, vittime di una guerra dimenticata che da due decenni insanguina il Congo orientale. «I colpevoli degli abusi sui più piccoli sono per lo più ex bambini-soldato, a loro volta traumatizzati in tenera età e cresciuti nella prevaricazione e la brutalità, da sempre drogati di crudeltà», dice “l’uomo che ripara le donne” o il “dio delle mamme”, come qui tutti chiamano il dottor Mukwege, eroe di un mondo che non verrebbe voglia di raccontare.
Per raggiungere il suo ospedale devi arrampicarti su una collina di baracche e fango che sovrasta Bukavu, popoloso capoluogo del Kivu bagnato dalle acque grigiastre dell’omologo lago. L’infinito conflitto che funesta questi altipiani dura dal 1994, dai tempi del genocidio nel vicinissimo Ruanda, e per via dei numerosi Paesi che negli anni vi hanno partecipato è stato definito la Prima guerra mondiale d’Africa: lo stupro ne è subito diventata l’orrenda caratteristica. «La violenza sessuale lascia le persone in vita, ma distrugge le famiglie e interi villaggi per le generazioni a venire», spiega il medico congolese, che continua a chiedersi se dietro i protagonisti di queste sevizie, siano essi soldataglie allo sbando, orde di ribelli o eserciti regolari, non vi sia qualcuno, una nazione o una mente luciferina che a freddo ordisca tanto male.
Dice ancora il dottor Mukwege: «Ogni violenza sessuale è di per sé atroce, ma troppo spesso qui ci sono casi davvero spaventosi. Penso agli stupri multipli, perpetrati anche da 10 soldati su una sola poveretta, e che proseguono con l’introduzione di oggetti, colla, sabbia o chiodi nella sua vagina. Di solito, l’ultimo stupratore infila la canna del fucile e spara un colpo. Oppure usa un coltello per lacerarla ». Oltre che a cucire e riparare donne, il ginecologo ha pazientemente raccolto le loro atroci testimonianze, diventando nel mondo la voce di queste martiri con le organizzazioni umanitarie e con i leader del pianeta che gli è capitato di incontrare. Un giorno, però, ha dovuto smettere di annotare i racconti delle sue pazienti: «Ero troppo turbato da ciò che mi dicevano e il mio lavoro rischiava di risentirne. Non riuscivo più a concentrarmi». Nella camerata post-operatoria contiamo una sessantina di letti occupati da donne di tutte le età. Ci sono bambine, ma anche donne anziane, perché 

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Non dividiamo il Vangelo

Spiritualità pericolosa
di mons. Oscar Romero,
vescovo di El Salvador, assassinato nel 1980
 
«Bisogna promuovere tutto l'uomo. Cristo si preoccupa di salvare il corpo e l'anima.
C'è una spiritualità pericolosa nel nostro tempo che dice alla Chiesa: "Tu devi predicare solo un mondo spirituale, devi parlare solo di Dio, del regno dei cieli e non ti devi preoccupare della terra".
Così stiamo dividendo il Vangelo: Cristo è venuto a salvare gli uomini facendo attenzione anche ai loro corpi.
Perciò non ci può essere una dicotomia fra i diritti di Dio e i diritti dell'uomo. Quando parliamo dei diritti dell'uomo, stiamo pensando all'uomo immagine di Dio, stiamo difendendo Dio.
E poi bisogna preoccuparsi della promozione dì tutti gli uomini. Ricordiamoci che Naaman veniva da un paese straniero, dalla Siria. La Chiesa sa che questo non è sovversione, ma promozione».
 

Per il nuovo giorno


Al cominciar del giorno, Dio, ti chiamo.
Aiutami a pregare e a raccogliere i miei pensieri su di te;
da solo non sono capace.
C'è buio in me, in Te invece c'è luce;
sono solo, ma tu non m'abbandoni;
non ho coraggio, ma Tu mi sei d'aiuto;
sono inquieto, ma in Te c'è la pace;
c'è amarezza in me, in Te pazienza;
non capisco le tue vie, ma tu sai qual è la mia strada.
Padre del cielo,
siano lode e grazie a Te
per la quiete della notte;
siano lode e grazie a Te
per il nuovo giorno.
Signore,
qualunque cosa rechi questo giorno,
il tuo nome sia lodato! Amen.
 
Dietrich Bonhoeffer
 

Creatività e servizio.



Aspettare all’aeroporto può essere veramente noioso ma non in questo aeroporto. Maan Hamdeh, un artista libanese che ha deciso di suonare e far divertire i passeggeri in attesa di imbarcarsi in un aeroporto di Praga con il piano disponibile sul posto. Si mette a suonare e quello che inizia con “Per Elisa” di Beethoven diventa un’impresa eccezionale. Da qui il nome del video di YouTube “Per Elisa con dei gusti diversi”. La telecamera filma le reazioni degli spettatori che realizzano che Hamdeh suona in un modo fuori del comune. Infine l’interpretazione si conclude con un’esecuzione dal tema del film “Titanic”.

Grazie!

 

Lavoro è preghiera


«Che cosa cercava l’artigiano, che cosa l’ingegnere quando lavorava e sudava per dare alla sua opera una data forma e una data funzionalità?
Cercava non la materia che aveva tra le mani, ma la sua idea da esprimere in quella materia.
Cercava la perfezione.
E cos’è la perfezione se non un attributo di Dio, che là, nell’oggetto, venuto a colloquio con l’uomo del lavoro perfetto, rifletteva un suo raggio?
Sì, un raggio della perfezione divina.
Sapeva l’artigiano che, mentre lavorava, pregava?».
card. Montini, Ai dirigenti e ai lavoratori della Fiera di Milano, 15 aprile 1956
 

La vita umana nella sua totalità


Cuore. Il luogo della lotta invisibile 
di Enzo Bianchi
Il cuore è un organo che sta al centro del nostro corpo e che nella sua dinamica biologica pulsa per inviare il sangue fino alla periferia del nostro essere. Il cuore, che segna la nostra vita ma anche la nostra morte, non è solo un organo fisiologico del nostro corpo, ma è per noi anche un simbolo sempre eloquente, perché con questa parola ci riferiamo a una realtà molto più ampia di un muscolo decisivo per la nostra vita. Sì, il cuore è da noi sentito come l’organo centrale della vita interiore, come la fonte delle espressioni multiformi della vita spirituale, e per questo è situato, per così dire, nell’'io profondo'. Mi si permetta anche una osservazione che può stupire: il cuore è l’unico organo del corpo che non è invaso dalla proliferazione di un cancro. Non è già questo un mistero o, se si vuole, un enigma? 
Cercando di conoscere che cosa è il cuore nella Bibbia, nella tradizione della sapienza di Israele e poi negli scritti del Nuovo Testamento, ci si rende conto che il termine 'cuore' ha risonanze che non sono identiche a quelle del nostro linguaggio odierno. Quando nel nostro contesto socio-culturale si parla di cuore, si allude innanzitutto alla vita affettiva, alle emozioni, ai sentimenti che hanno nel cuore la loro sede: «Il nostro cuore ama o odia, il nostro cuore è tenero o è chiuso, il nostro cuore accoglie o respinge», siamo soliti dire.
Nel linguaggio biblico, invece, il cuore ha un significato molto più esteso perché designa tutta la persona nell’unità della sua coscienza, della sua intelligenza, della sua libertà; il cuore è la sede e il principio della vita psichica profonda, indica l’interiorità dell’uomo, la sua intimità ma anche la sua capacità di pensiero; il cuore è la sede della memoria, è il centro delle operazioni, delle scelte e dei progetti dell’uomo. In una parola, il cuore è l’organo che meglio rappresenta la vita umana nella sua totalità. Il cuore è il 'sito' spirituale della presenza di Dio (e per questo è detto tópos toû theoû nella tradizione bizantina, domus interior in quella latina), è il luogo dove Dio parla, educa, giudica, si fa presente e abita in colui che, appunto, gli 'apre il cuore': espressione, quest’ultima, significativa per dire come e dove accogliamo la presenza del Signore, come ci disponiamo alla comunicazione e all’amore. 
Antoine de Saint-Exupéry ha scritto: «Non si vede bene che col cuore». La Bibbia presenta questa stessa verità applicandola piuttosto agli orecchi, o meglio agli 'orecchi del cuore': tutto l’operare, il sentire, il pensare dell’uomo nasce dal cuore, quindi è il cuore che deve essere innanzitutto raggiunto dalla Parola di Dio e mettersi al suo ascolto.
È dunque evidente per quale motivo il fulcro della preghiera di Israele, il comandamento dei comandamenti, sia: Shema’ Jisra’el, «Ascolta, Israele!» (Dt 6,4), che ha assunto un rilievo teologico incomparabile, essendo divenuto la confessione di fede quotidiana del credente ebreo. Ascoltare è l’operazione primaria dell’uomo davanti a Dio, tanto che si può affermare che se dalla parte di Dio «in principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio» (Gv 1,1), per l’uomo «in principio è l’ascolto». Paolo potrà dire in questo senso che «la fede nasce dall’ascolto» (fides ex auditu: Rm 10,17), ma - lo ripeto - da un ascolto che ha la sua pienezza solo nel cuore. Non si dà un ascolto solo negli orecchi propriamente detti, perché questo equivarrebbe semplicemente a udire un suono, a udire delle parole; si dà vero ascolto quando le parole di Dio scendono nel profondo del cuore e qui sono accolte, meditate, ricordate, pensate, collegate tra loro, interpretate e custodite con perseveranza, in modo che, grazie al loro dinamismo ispirante, diventino azione. 
Senza questa qualità di vita interiore l’ascolto è vano, illusorio; anzi, è mortifero, perché quando non c’è vero ascolto allora si apre la strada alla terribile esperienza che i profeti definivano sklerokardía (Ger 4,4 LXX; cf. Ez 3,7 LXX; Sal 94 [95],8 LXX), durezza di cuore. Si faccia attenzione: ascoltare, o meglio udire la Parola di Dio con gli orecchi e non ascoltarla in verità con il cuore, o addirittura contraddirla, non è un’operazione che lascia le cose come prima di questo evento. Questo causa sclerocardìa perché la Parola di Dio è sempre efficace e nessuno, una volta raggiunto da essa, conserva la propria situazione di partenza. Come scrive l’autore della 

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Alziamo la guardia


 
L'altra resistenza contro la piovra 
di don Luigi Ciotti 
Il legame fra lotta alla mafia e impegno per la giustizia sociale è più che mai evidente. Oggi le mafie sono imprese del crimine comodamente insediate in un sistema politico-economico che ha prodotto disuguaglianza, povertà e guerre a livello globale, un sistema di cui le organizzazioni criminali riproducono i ' valori ' (soldi, proprietà, potere) e di cui condividono, estremizzandole, le dinamiche di sfruttamento e di rapina. E a chi ancora nega o minimizza la diffusione delle mafie al Nord (fenomeno che risale addirittura agli anni Sessanta) andrebbe ricordata non solo la nota osservazione di Sciascia sullo «spostamento della linea della palma», ma le parole di don Luigi Sturzo, riprese anche in queste pagine, quando nel lontano 1900 disse: «La mafia ha i piedi in Sicilia, ma la testa forse a Roma» e poi, con impressionante profezia, che «diventerà più crudele e disumana; dalla Sicilia risalirà l’intera Penisola per portarsi anche al di là delle Alpi». Ogni discorso sulle mafie che si concentra sull’aspetto criminale senza cogliere il nesso fra mafie e deficit di lavoro, di cultura, di diritti, rischia così di essere non solo monco ma fuorviante, incapace di fare luce sulla natura profonda del fenomeno mafioso e sulle necessarie misure per estirparlo. (...) Papa Francesco si è pronunciato sulle mafie e sulla corruzione con la schiettezza e la profondità con cui affronta i grandi problemi del nostro tempo. Personalmente gli sono molto grato per come ha accolto, lo scorso marzo a Roma, centinaia di famigliari delle vittime che legano il loro impegno a Libera. Mai la Chiesa, che pure nel recente passato, con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, aveva parlato con chiarezza, aveva espresso un’attenzione tanto diretta e toccante. Il Papa ha ascoltato, ha meditato, ha pregato. E solo dopo ha parlato. Prima ai famigliari, con dolcezza, e poi ai mafiosi, a cui ha chiesto «in ginocchio» di convertirsi. Per poi ricordare, nel giugno scorso a Cassano allo Jonio dove era stato ucciso pochi mesi prima Lazzaro Longobardi, un prete amato per il suo impegno per i poveri - che la mafia è «adorazione del male» e chi ne percorre la strada è scomunicato, fuori dalla comunione con Dio.
Da sacerdote mi auguro che il suo esempio sgombri finalmente il campo dalle prudenze, silenzi e ambiguità che in passato hanno caratterizzato l’atteggiamento di una parte di Chiesa nei riguardi delle mafie. E fra gli esempi di coraggio e di coerenza evangelica si possono ricordare i don Puglisi e i don Diana, ma anche i preti uccisi all’inizio del ’900 per il loro impegno sociale in terre di mafia - don Giorgio Gennaro, don Costantino Stella, don Stefano Caronia. 
Fa impressione leggere che nel lontano 1877 in La Sicilia cattolica - organo ufficiale della Curia vescovile di Palermo - si denunciava la collusione fra la «buona società» e il crimine organizzato: «Che vale essere avvocato, sindaco, proprietario e perfino deputato se delle loro proprietà e titoli se ne servono a proteggere il malandrinaggio? (...) Per giungere ad alcunché di positivo bisogna non transigere con la mafia!». E ancora: «I criminali tutti avevano le loro protezioni, le loro spiccate influenze, i loro inviolabili amici. E, questi, dei banditi si avvalevano, e molto: a comporre pacificamente questioni insorte, ad ottenere ciò che nelle vie legali non avrebbero potuto e perfino per essere eletti deputati».
in “Avvenire” del 4 novembre 2014
 

Condividere il destino di persecuzione del proprio popolo


Venticinque anni fa la strage dei gesuiti 
di Lucia Capuzzi 
«C’era sangue ovunque. Monsignor Rivera y Damas, arcivescovo di San Salvador, pronunciò un’orazione funebre. Poi si voltò verso di me, che ero al suo fianco, e mi disse: “Sono stati gli stessi assassini di monsignor Romero”». Oggi sono trascorsi esattamente 25 anni da quella mattina del 16 novembre 1989, quando un giovane gesuita fece irruzione in casa dell’arcivescovo per annunciare il massacro dei sei confratelli che dirigevano l’Università Centroamericana José Simeón Cañas (Uca). 
In quel momento, monsignor Rivera y Damas faceva colazione con il suo ausiliare, Gregorio Rosa Chávez. È quest’ultimo a raccontare ad Avvenire, non senza commozione, la corsa frenetica verso il prestigioso ateneo. «Arrivati nel giardino, vedemmo i corpi sparsi, per terra»: Ignacio Ellacuría, rettore, teologo e filosofo, Ignacio Martín Baró, vicerettore e psicologo, Segundo Montes, sociologo, Amando López, Juan Ramón Moreno, Joaquín López y López, tutti e tre teologi. Tranne padre López y López, gli altri erano spagnoli di nascita e salvadoregni d’elezione. «Conoscevo padre Ellacuría da quando avevo 15 anni: era stato mio docente di scienze sociali al seminario. Fu il primo da cui udii pronunciare la parola “ecologia”. Quando, nel 1977 rientrai in Salvador dopo gli studi a Lovanio, ci ritrovammo: entrambi collaboravamo con l’allora nuovo arcivescovo, Óscar Arnulfo Romero – racconta Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador –. Padre Ellacuría mi ha trasmesso l’interesse per la realtà in cui viviamo, la cui comprensione è un dovere evangelico per diventare lievito e luce della storia. Da ognuno dei “sei della Uca” ho imparato qualcosa: dal padre Moreno, la profondità nella direzione spirituale, dal padre López y López l’amore per l’educazione popolare, dagli altri il rigore intellettuale e la passione per la ricerca autentica ». Insieme ai loro cadaveri, quella mattina, per una crudele coincidenza, c’erano anche quelli della cuoca, Julia Elba Ramos, e la figlia 16enne Celina. Poche ore prima, le due avevano bussato alla porta dell’Università per sfuggire agli squadroni della morte che, in quell’epoca di guerra civile, straziavano San Salvador. Non potevano immaginare che le avrebbero inseguite fin dentro la “casa” dei gesuiti.
Non era la prima volta che la macchina repressiva salvadoregna violava platealmente chiese e conventi. Che i pastori venivano trucidati insieme alle loro greggi. D’altra parte, sarebbe stato «molto triste se i sacerdoti non avessero condiviso il destino di persecuzione del proprio popolo», diceva monsignor Romero. Quest’ultimo è stato l’esempio più emblematico di Chiesa incarnata nel martirio del Salvador: un proiettile gli straziò il cuore mentre celebrava la Messa nella cappella dell’Hospitalito, il 24 marzo 1980. La strage della Uca fece ripiombare il Paese nel medesimo incubo. Lacerante, per quanto annunciato. I nomi di padre Ellacuría e gli altri religiosi, proprio come in precedenza quello di monsignor Romero, erano scritti in cima alle liste di morte che i “falchi” del regime consegnavano agli scagnozzi. Ai loro occhi, gesuiti e arcivescovo condividevano la “stessa colpa”: la passione, squisitamente evangelica, per i «crocifissi della storia», secondo l’espressione di padre Ellacuría. Da qui, la loro opzione per i poveri, intesa non come scelta di classe, ma come fedeltà a Cristo e alla sua Buona Notizia. A questo hanno dedicato la vita. E per questo l’hanno consapevolmente offerta. Perciò – come disse l’arcivescovo Rivera y Damas –, i responsabili erano gli stessi, anche se materialmente avevano colpito mani diverse. Alla Uca, per ammissione dell’allora presidente Cristiani, aveva agito il battaglione Atlacatl dell’esercito. Nove militari furono processati, condannati e subito rilasciati con vari escamotage. I mandanti, identificati dopo la firma degli accordi di pace da una commissione Onu, non sono mai stati perseguiti. 
in “Avvenire” del 16 novembre 2014
 

"Regolati" dal popolo di Dio


«La gente vede chiaro, ha un acuto senso di fede
e dunque detesta, respinge le defigurazioni del ministero
incoraggiandoci e accompagnandoci nella fatica.
Che la gente sia con noi è un grande dono del ministero. […]
La gente ci è strumento di misura, ci è di regola,
non evidentemente nelle esigenze superficiali, epidermiche, ma nel fondo».
 
Carlo Maria Martini, «Che resti tra le mani una piccola lampada. Meditazione dell’Arcivescovo», 108.
 

Attesa

 

Intelligenza che ama

«La misura della intelligenza
è data dalla capacità di cambiare
quando è necessario».
Albert Einstein

Inconscio

Vita tesa


«Voi siete chiamati a non avere una tranquillità sociale, una sicurezza economica, un nome onorato, un popolo fedele,
ma ad essere missionari,
cioè a soffrire l’ansia del bene altrui, a sentire salire nell’anima il desiderio di soccorrere, di essere utili, di consacrare la vita al servizio del prossimo,
di darsi perché tutti possano avere ciò che noi possediamo: la fede, la speranza, la carità. […]
Il senso della salvezza degli altri: ecco ciò che deve muovere la vocazione oggi! […]
La Chiesa deve essere sempre viva e sempre giovane anche nelle sue manifestazioni, anche nella sua capacità di rivolgersi agli altri, anche nella sua vitalità moderna.
Deve osare! Nella vita cristiana spesso si insinua insensibilmente il terribile principio del minimo sforzo.
Si pretende di raggiungere il risultato rischiando poco, e soprattutto spendendo poco di sé.
E questo si chiama falsamente esperienza, quando addirittura non  è detto tradizione […]
Ricordatevi bene: un sacerdozio calmo non è un sacerdozio vero;
un apostolato tranquillo non è un apostolato moderno;
una forma di vita ecclesiale comoda non interpreta né il Vangelo né i bisogni dei tempi!
Siete dei candidati ad una vita affannata, ad una vita tesa, ad una vita sacrificata».
card. Montini, Ai seminaristi, 14 novembre 1957
 

Misericordia E' verità


Misericordia e verità 
di Marco Ronconi 
 
(...) Nessun cattolico, infatti, può dissentire dal fatto che la misericordia non è tale senza verità, come Benedetto XVI ha magistralmente spiegato in un'intera enciclica. Il problema è cosa si intende per verità. Se è Cristo, «via, verità e vita» (Gv 14,6), o la verità verso cui lo Spirito indirizza (Gv 16,13), il ragionamento segue una certa direzione. Se intendiamo invece ancorare la realizzazione della misericordia a delle verità, le conseguenze saranno altre.
Nel primo caso, la misericordia è la riattualizzazione di un evento, la salvezza operata da Dio, la cui partecipazione è offerta universalmente, gravosa e liberante come può essere ogni amore preso sul serio: qualcosa che va oltre e converte continuamente le strutture stesse che gli sono necessarie per realizzarsi. Nel secondo caso, invece, si rischia di subordinare (o ridurre) la misericordia alla conseguenza di un ragionamento, di una deduzione, di un'evidenza. Se la verità è Cristo, è chiaro che non si dà misericordia senza il Suo Spirito. Ma se invece esistono delle verità, che per giunta coincidono con delle norme la cui infrazione rende impossibile la misericordia, è come se anticipassimo il giudizio definitivo di Dio già su questa terra. Mai, nel Vangelo, Cristo ha offerto misericordia subordinandola a un atto riparatorio: non perdona Zaccheo perché questi ha restituito il maltolto (cfr. Lc 19); non guarisce il servo del centurione a seguito del voto del romano di abbandonare il paganesimo (cfr. Mt 8); e se è vero che all'adultera che salva dalla lapidazione dice: «Va' e non peccare più» (cfr. Gv 8,11), è altrettanto vero che non ci è detto se ella non ha effettivamente più peccato e se, nel caso, abbia ottenuto un nuovo perdono. E se non ci è detto, probabilmente, non deve essere così importante. Per contro, Cristo mostra ripetutamente un duro atteggiamento proprio con coloro che, di fronte a un gesto di salvezza, gli obiettano la non conformità a delle verità strutturate in regole e leggi. Per i ciechi guariti, per gli indemoniati liberati, per gli affamati sfamati, la verità è che Gesù è il Figlio di Dio, il Salvatore, il Messia. Per i farisei e peri dottori della legge, quello che succedeva non poteva venire da Dio perché contraddiceva ciò che essi pensavano fosse la verità. L'antidoto al fariseismo è la povertà. 
La seconda obiezione viene di conseguenza: come si resta legati alla verità che è Cristo? La grande tradizione della Chiesa ha sempre insegnato che ovunque è possibile farsi sorprendere da Dio (qualcuno lo ha incontrato persino agli inferi, dicono fosse un sabato), quindi sarà possibile anche nella fedeltà alle leggi. Con certezza, tuttavia, lo possiamo incontrare nel povero (cfr. Mt 25) e nell'Eucaristia. (...) «L'Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (Evangelii gaudium 47). 
«Agnello di Dio che togli i peccati del mondo»: ci sarà un motivo se lo ripetiamo tre volte, o no?
in “Jesus” del novembre 2014
 

Rischio?

 

Atteggiamento fondamentale



«Non dimenticheremo che
l’atteggiamento fondamentale dei cattolici che vogliono convertire il mondo
è quello di amarlo.
Questo è il genio dell’apostolato: saper amare».
card. Montini, Al II Convegno internazionale dei laici, 9 ottobre 1957
 

Le domande restano grandi



«Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte».
Wislawa Szymborska

Volere volare

 

Osiamo!


«Un prete, don Mario Rigoldi, sta con i zingari, con quelli dello spettacolo viaggiante. Noi stavamo a compassionarlo e dicevamo: “Ma come fa lei?”. Risponde: “Basta avvicinarsi, basta simpatizzare, basta lasciar dire, e così via”. […]
Io non avevo mai avvicinato i tabaccai (chi sapeva che si poteva?). Sono venuti a dirmi: “Perché non viene una volta anche da noi? Noi siamo proprio lontani, figli cui nessuno pensa”.
Sentendo che li avevo ricevuti, vennero poco tempo dopo altri a domandarmi: “Voi per i ribaltatori non fate niente? Noi siamo un centinaio di ribaltatori”.
Allora ho capito quanto sia importante essere attenti anche ai gruppi più piccoli e lontani.
Osiamo! Siamo più bravi di quello che non crediamo!
Abbiamo la verità con noi! Abbiamo la Grazia.
Non ci importa niente anche di fare cattive figure e, nel caso, pigliare quattro legnate, perché siamo candidati anche a queste cose.
Osiamo!
Credo che tante nostre sconfitte, tante nostre cattive situazione si debbano a quello che il Papa chiama la stanchezza dei buoni, la loro debolezza, la loro timidezza davanti al campo che ci è aperto davanti.
Teniamo a mente che per imparare a nuotare non c’è altro mezzo che buttarsi in acqua.
Se vogliamo imparare ad essere apostoli, cominciamo ad esserlo.
Dio ci sorreggerà e ci insegnerà come si deve fare».
card. Montini, 26 settembre 1958
 

Superare gli schemi

33. L'Eucaristia è incompatibile con le divisioni nella Chiesa! Incombe dunque, sulla comunità cristiana il rischio che l'Eucaristia, non assecondata nel dinamismo di carità che da essa promana, non riesca a superare gli egoismi e le incomprensioni che emergono continuamente nella vita comunitaria. A sua volta, questa nostra debolezza e meschinità, non raggiunta e purificata dall'Eucaristia, ci rende ancor più impreparati e ottusi dinanzi al mistero eucaristico. Penso alle tensioni che affliggono la vita della comunità e ci inquietano più frequentemente.
34. Per esempio, c'è la tensione tra fissità e mobilità. C'è una fissità che privilegia le tradizioni e le istituzioni, ma senza cogliere il loro orientamento interiore verso il mistero di Gesù e verso il bene delle persone; e c'è al contrario una mobilità inquieta, scontenta, dissacratrice, che non sopporta il tempo necessario per capire il valore delle cose e dei gesti tradizionali.
35. Un'altra tensione riguarda gli schemi autoritari e gli schemi democratici. La funzione dell'autorità e l'esigenza di partecipazione nella Chiesa non vengono colte nella loro originale fondazione cristiana, ma sono semplicemente ricalcate su modelli sociologici, generando l'opposizione tra l'autoritarismo di stampo totalitario e l'applicazione acritica della moderna istanza partecipativa alla comunità cristiana.
Carlo Maria Martini, Attirerò tutti a me. Lettera Pastorale 1982-83

Buon inizio


Ispira le nostre azioni, o Dio nostro Padre,
e accompagnale con il tuo Santo Spirito,
perché ogni nostra attività abbia in te il suo inizio e in te il suo compimento.
Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.
Amen.
 
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