Esporsi per quello che siamo

«La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi,
di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere,
dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l'umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l'anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c'è verità,
lì c'è dolcezza,
lì c'è sensibilità,
lì c'è ancora amore».
Alda Merini

Credere è un gesto semplice

«Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l'essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l'asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita.
Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e per questo è accompagnato dalla povertà e dalla gioia. Non è facile spiegare razionalmente come le tre cose stiano insieme. Ma cerchiamo di provarci.
Il mistero del Natale è certamente un mistero di povertà e di impoverimento: Cristo, da ricco che era, si fece povero per noi, per farsi simile a noi, per amore nostro e soprattutto per amore dei più poveri. Tutto qui è povero, semplice e umile, e per questo non è difficile da comprendere per chi non ha l'occhio della fede: la fede del bambino, a cui appartiene il Regno dei cieli. Come ha detto Gesù: “Se il tuo occhio è semplice anche il tuo corpo è tutto nella luce” (Mt 6,22). La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio.
La fede nasce dall'amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio. Il frutto di tutto ciò si ha nella parola dell'evangelista Giovanni nella sua prima lettera, quando descrive quella che è stata l'esperienza di Maria e di Giuseppe nel presepio: “Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della vita, perché la vita si è fatta visibile”. E tutto questo è avvenuto perché la nostra gioia sia perfetta. Tutto è dunque per la nostra gioia, per una gioia piena (cfr 1Gv 1,1-3).
Questa gioia non era solo dei contemporanei di Gesù, ma è anche nostra: anche oggi questo Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nell'eucaristia, in particolare nell'eucaristia di Natale, e ci riempie di gioia.
Povertà, semplicità, gioia
: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come potremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra? Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l'ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone. Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede.
Ed è così che nasce lo spirito di povertà: nel fidarsi in tutto di Dio. In Lui noi possiamo godere di una gioia piena, perché abbiamo toccato il Verbo della vita che risana da ogni malattia, povertà, ingiustizia, morte. Se tutto è in qualche modo così semplice, deve poter essere semplice anche il crederci. Sentiamo spesso dire oggi che credere è difficile in un mondo così, che la fede rischia di naufragare nel mare dell'indifferenza e del relativismo odierno o di essere emarginata dai grandi discorsi scientifici sull'uomo e sul cosmo. Non si può negare che può essere oggi più laborioso mostrare con argomenti razionali la possibilità di credere, in un mondo così.
Ma dobbiamo ricordare la parola di San Paolo: per credere bastano il cuore e la bocca. Quando il cuore, mosso dal tocco dello Spirito datoci in abbondanza (cfr Rm 5,5; Gv 3,34), crede che Dio ha risuscitato dai morti Gesù e la bocca lo proclama, siamo salvi (cfr Rm 10,8-12). Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci confondono, tutto ciò che è stato sovrimposto attraverso il pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la filosofia, sono riflessioni buone, ma non ci devono far dimenticare che credere è in fondo un gesto semplice, un gesto del cuore che si butta e una parola che proclama: Gesù è risorto, Gesù è Signore! È un atto talmente semplice che non distingue fra dotti e ignoranti, tra persone che hanno compiuto un cammino di purificazione o che devono ancora compierlo. Il Signore è di tutti, è ricco di amore verso tutti coloro che lo invocano.
Giustamente noi cerchiamo di approfondire il mistero della fede, cerchiamo di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo vie talora tortuose. Ma la fede, ripeto, è semplice, è un atto di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Essa illumina tutte le cose e permette d’affrontare la complessità della vita senza troppe preoccupazioni o paure. Per credere non si richiede molto. Ci vuole il dono dello Spirito Santo che egli non fa mancare ai nostri cuori e da parte nostra occorre fare attenzione a pochi segni ben collocati. Guardiamo a ciò che successe accanto al sepolcro vuoto di Gesù: Maria Maddalena diceva con affanno e pianto: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l'hanno posto”. Pietro entra nel sepolcro, vede le bende e il sudario piegato in un luogo a parte e ancora non capisce. Capisce però l'altro discepolo, più intuitivo e semplice, quello che Gesù amava. Egli “vide e credette”, riferisce il Vangelo, perché i piccoli segni presenti nel sepolcro fecero nascere in lui la certezza che il Signore era risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di teologia, non ha scritto migliaia di pagine sull'evento. Ha visto piccoli segni, piccoli come quelli del presepio, ma è stato sufficiente perché il suo cuore era già preparato a comprendere il mistero dell'amore infinito di Dio. Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va anche bene. Ma può bastare poco per credere se il cuore è disponibile e se si da ascolto allo Spirito che infonde fiducia e gioia nel credere, senso di soddisfazione e di pienezza. Se siamo così semplici e disponibili alla grazia, entriamo nel numero di coloro cui è donato di proclamare quelle verità essenziali che illuminano l'esistenza e ci permettono di toccare con mano il mistero manifestato dal Verbo fatto carne. Sperimentiamo come la gioia perfetta è possibile in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori di ogni giorno».

Carlo Maria Martini - Pietro Messa, L'infinito in una culla, 2009

Non dimentichiamo l'accoglienza

Sarà firmata il 21-22 novembre, a Vienna, una dichiarazione redatta dai leader delle principali religioni sull'accoglienza dei migranti, in particolare di coloro che fuggono da guerre e carestie.

Accogliere lo straniero, nel nome dell'unico Dio
di alcuni leader delle principali religioni

Un valore centrale della mia fede è accogliere lo straniero, il rifugiato, lo sfollato, l’altro.
Io tratterò loro come vorrei essere trattato io stesso. E inviterò gli altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, a fare lo stesso.
Insieme con le autorità religiose, con le organizzazioni confessionali e le comunità di coscienza del mondo affermo: Io accoglierò lo straniero.
La mia fede insegna che la compassione, la misericordia, l’amore e l’ospitalità sono per tutti: chi è nato nel mio Paese e lo straniero, il membro della mia comunità e chi è appena arrivato.
Ricorderò ai membri della mia comunità che tutti siamo considerati «stranieri» da qualche parte, che dobbiamo trattare lo straniero nella nostra comunità come vorremmo essere trattati noi stessi, e che dobbiamo sfidare l’intolleranza.
Ricorderò alle altre persone nella mia comunità che nessuno lascia la propria casa senza una ragione: alcuni fuggono da persecuzione, violenza o sfruttamento; altri a causa di disastri naturali; e altri spinti dal desiderio di cercare una vita migliore per la propria famiglia.
Riconosco che tutte le persone hanno diritto alla dignità e al rispetto in quanto esseri umani. Tutti, nel mio Paese, compresi gli stranieri, sono soggetti alle sue leggi, e nessuno deve essere fatto oggetto di ostilità o discriminazione.
Riconosco che accogliere lo straniero a volte richiede coraggio, ma le gioie e le speranze nel farlo superano di gran lunga i rischi e le sfide.
Sosterrò coloro che con coraggio praticano nella propria quotidianità l’accoglienza verso lo straniero.
Offrirò ospitalità allo straniero, poiché ciò porta benedizione sulla comunità, sulla famiglia, sullo straniero e su me stesso.
Rispetterò e onorerò il fatto che lo straniero possa essere di una fede diversa o avere convinzioni diverse della mia o da quelle di altri membri della mia comunità. Rispetterò il diritto dello straniero di praticare la sua fede con libertà.
Cercherò di creare spazi in cui egli possa esercitare liberamente il proprio culto.
Parlerò della mia fede senza disprezzare né mettere in ridicolo la fede di altri.
Costruirò ponti tra me e lo straniero. Attraverso il mio esempio incoraggerò gli altri a fare altrettanto. Mi sforzerò non solo di accogliere lo straniero, ma anche di ascoltarlo in profondità e di promuovere la comprensione e l’accoglienza nella mia comunità.
Prenderò apertamente posizione per promuovere la giustizia verso lo straniero, così come faccio per gli altri membri della mia comunità.
Quando vedrò ostilità verso lo straniero nella mia comunità, che sia a parole o con i fatti, non la ignorerò, ma mi impegnerò per stabilire un dialogo e facilitare la pace.
Non resterò in silenzio quando vedrò altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, parlare male degli stranieri, giudicandoli senza conoscerli, o quando vedrò che questi sono esclusi, maltrattati o oppressi.
Incoraggerò la mia comunità di fede a collaborare con altre comunità di fede e organizzazioni religiose a trovare modi migliori per assistere lo straniero. Io accoglierò lo straniero.

in “Popoli” n. 11 del novembre 2013

Per approfondire
La chiamata ad «accogliere lo straniero », attraverso la protezione e l’ospitalità, e a onorare lo straniero e le altre persone di altra fede con rispetto e uguaglianza, è profondamente radicata in tutte le principali religioni.
Negli Upanishad (testi canonici dell’induismo), il mantra atithi devo bhava («l’ospite è come Dio») esprime l’importanza fondamentale dell’ospitalità nella cultura hindu.
Nel Dharma, o legge hindu, sono centrali i valori di karuna (compassione), ahimsa (non violenza verso tutti) e seva (volontà di servire lo straniero e l’ospite sconosciuto). Offrire cibo e ospitalità allo straniero bisognoso era un dovere tradizionale di un padrone di casa e lo è ancora per molti. In modo più ampio, il concetto di Dharma comprende il compito di fare il proprio dovere, che include un obbligo verso la comunità il quale deve essere realizzato rispettando valori come la non violenza e il servizio disinteressato per il bene comune.
Nel buddhismo il Tripitaka sottolinea l’importanza di coltivare quattro stati della mente: metta (affettuosa amabilità), muditha (gioia empatica), upekkha (equanimità) e karuna (compassione). Ci sono molte tradizioni diverse nel buddhismo, ma il concetto di karuna è un precetto fondamentale in tutte. Comprende le qualità di tolleranza, non discriminazione, inclusione ed empatia per le sofferenze altrui, che riflette il ruolo centrale che la compassione ha in altre religioni.
Nella Torah ci sono trentasei riferimenti all’onorare lo «straniero». Il libro del Levitico contiene una delle affermazioni più importanti della fede ebraica: «Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Lev 19,34). E ancora, la Torah comanda «non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Es 23,9).
Nel Vangelo di Matteo udiamo la chiamata: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). E nella Lettera agli Ebrei leggiamo: «Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,1-2).
Quando il profeta Maometto fuggì dalla persecuzione alla Mecca cercò rifugio a Medina, dove fu accolto con ospitalità. La jijrah (migrazione) del Profeta simboleggia il movimento da terre di oppressione, e il trattamento ospitale incarna il modello islamico di protezione dei rifugiati. Il Corano sollecita la protezione del richiedente asilo, o al-mustamin, che sia musulmano o meno, la cui sicurezza è irrevocabilmente garantita sotto l’istituzione dell’aman (il fornire sicurezza e protezione). Come indica la sura Al anfál, «quelli che hanno dato loro asilo e soccorso, loro sono i veri credenti: avranno il perdono e generosa ricompensa» (8:74). Nel mondo ci sono decine di milioni di rifugiati e sfollati interni. La nostra fede ci chiede di ricordare che siamo tutti migranti su questa terra, che viaggiano insieme nella speranza.

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201311/131119leaderreligoni.pdf

Finalmente!

Avvento ambrosiano


«Festeggiare l'Avvento significa saper aspettare;
aspettare è un arte
che il nostro tempo impaziente ha dimenticato.
Dobbiamo attendere
le cose più grandi, profonde e tenere del mondo,
e questo non si può fare nel tumulto,
ma secondo le leggi divine
del germogliare, crescere e divenire».
Dietrich Bonhoeffer

Appuntamento

Inizio del Corso sulla teologia del matrimonio


«L'amore non si può contemplare solo nelle idee, nelle astrattezze, ma necessariamente interpella, coinvolge e trasfigura il mondo materiale, corporeo.
Il sacramento del matrimonio è per eccellenza un amore della trasfigurazione dei corpi. Allora, se questo amore non coinvolge lo spazio in cui questa famiglia vive, esprime già una specie di debolezza, di parzialità.
Ma curare la materia e lo spazio secondo l'amore richiede ascesi, purificazione, creatività e fatica.
Come la passione e la possessione sono facilmente un fraintendimento dell'amore, allo stesso modo la materia dello spazio in cui si vive rimane spesso senz'anima, vuota, senza niente da raccontare, semplicemente espressione di un istante, di un fraintendimento.
Tante persone che mi visitano mi parlano spesso delle loro case. Alcuni hanno anche case molto ricche, addirittura di lusso... E io mi sento triste a dover far loro aprire gli occhi sul fatto che quella materia è muta e grida solo la passione, ma non ha nessun racconto da fare, non ha quel senso caldo e luminoso che queste stesse persone di per sé cercano e vogliono, ma non riescono a vivere. Infatti, non si tratta di ricchezza, si tratta di fatica.
L'amore è una fatica, ma dolce, inebriante, tanto inebriante che può venire la tentazione di pensare che non sia lavoro e fatica».
Marko Ivan Rupnik, L'arte della vita. Il quotidiano nella bellezza, 128

Attivarsi!

«Vorrei in proposito ricordare una battuta del vescovo di Treviri, che impressionò molto me e i sacerdoti che con me si erano recati qualche anno fa in pellegrinaggio alla città natale di s. Ambrogio.
Parlando della sua diocesi, il vescovo ci indicò un gran numero di parrocchie ormai prive di sacerdote residente e aggiunse: «Sono le parrocchie migliori».
Al nostro moto di sorpresa, egli rispose che allorché i fedeli di una parrocchia accettano il fatto di non poter più avere il sacerdote residente, si attivano e mettono in moto una serie di iniziative capaci di ravvivare il tessuto pastorale della parrocchia stessa. E nella diocesi di Treviri è avvenuto proprio così».
Carlo Maria Martini, Le unità pastorali. Omelia della Messa Crismale 1994

Popolo di Dio attivo


«Sembra che prevalga, almeno psicologicamente, la mentalità che il prete deve fare tutto quello che può,
lasciando agli altri solo quello che egli proprio non può fare;
al contrario, il popolo di Dio dovrebbe essere attivo per tutto quello che può,
lasciando ai ministri ordinati solo quello che a loro spetta in modo esclusivo».
mons. Luigi Bettazzi, Non spegnere lo Spirito, 51

Lacerati

«L'escatologia restituirà certamente l'unità; intanto noi viviamo ancora lacerati
e spesso paghiamo cara questa lacerazione anche nella nostra pastorale, nel rapporto con le persone.
Non sappiamo mai bene se è il momento della misericordia o il momento della giustizia più rigida, dell'esigenza legale;
se è il momento di dire: ti comprendo, pazienza, o il momento di dire: questo non va.
È solo la grazia dello Spirito Santo che volta per volta ci aiuta a vivere con pace questi dilemmi».
Carlo Maria Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor, 33

Lode

Per i fidanzati: "giusti" uno per l'altra

«Maria mi abbraccia, la sua testa si appoggia sopra la mia gola, parliamo soffiando le parole, lei dice: "Tu cresci ogni giorno e io mi agguanto a te per crescere anch'io così in fretta. Ancora ieri questo muscolo sul tuo petto non c'era, ancora ieri non eri così giusto per me".
Non so dire di ieri, già oggi è passato e piallato coi trucioli biondi del larice e la forma della pialla nella mano, il rumore a soffio del taglio che spella il millimetro del legno. E solo in fondo al giorno la mano ritrova il suo posto intorno al bumeràn e sulla spalla di Maria.
Ieri è il pezzo di bobina già scritto e arrotolato. Maria, chiedo, è questo qui l'ammore che sta nelle canzoni? "No, dice, quello è ammore di malinconia, uno strofinaccio di lacrime e sospiri, uh quant'è scocciante. L'ammore nostro è un'alleanza, una forza di combattimento".
Le nostre chiacchiere strette scappano nel vento che ce le scippa dalle bocche».
Erri De Luca, Montedidio, 92

Messaggi


«La vita è come un'eco:
se non ti piace quello che ti rimanda,
devi cambiare il messaggio che invii».

James Joyce

Non c'è peggior sordo...

«E' ciò che pensiamo di sapere già
che ci impedisce di imparare ancora».

Claude Bernard

Schizofrenia

Ci sono momenti
in cui vorrei non aver mai imparato
a leggere e a scrivere.
Altri in cui sono felice e grato
di aver imparato.
don Chisciotte

 

Varie opzioni

Indipendenza

Guardarsi

«Battetevi sempre per le cose in cui credete.
Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie.
Una sola potete vincerne:
quella che s'ingaggia ogni mattina,
quando ci si fa la barba, davanti allo specchio.
Se vi ci potete guardare senza arrossire, contentatevi».
Indro Montanelli

Trascinare?

<p><span style="font-size: small;"><img width="300" height="240" style="margin-right:5px" src="images/DNN/13_11/Up_trascinare_casa.jpg" /><br />
«Vi sono momenti in cui ci si trova nella necessità di scegliere<br />
fra il vivere la propria vita piena, intera, completa,<br />
o trascinare una falsa, vergognosa, degradante esistenza<br />
quale il mondo, nella sua grande ipocrisia, gli domanda».<br />
</span><span style="color: rgb(0, 0, 255);"><span style="font-size: small;">Oscar Wilde</span></span></p>

Progressione


«Confidate soprattutto nel lavoro lento di Dio.
Siamo per natura impazienti di concludere
ogni cosa senza ritardi.
Vorremmo saltare le fasi intermedie.
Siamo impazienti di metterci in cammino
verso qualcosa di ignoto, qualcosa di nuovo.
Eppure è la legge di ogni progresso
che esso si compia passando attraverso
alcune fasi d’instabilità –
e che possa volerci molto tempo.

E così credo sia anche per voi.
Le vostre idee maturano gradualmente –
Lasciatele crescere,
lasciate che si formino, senza fretta eccessiva.
Non cercate di forzarle,
come se pensaste di poter essere oggi
ciò che il tempo
(vale a dire, grazia e circostanze
che agiscono sulla vostra buona volontà)
farà di voi domani.

Solo Dio potrebbe dire che cosa diverrà
questo nuovo spirito
che si sta gradualmente formando in voi.
Date a Nostro Signore il beneficio di credere
che sia la sua mano a guidarvi,
e accettate l’ansia di sentirvi
sospesi ed incompleti».

padre Theilard de Chardin

Non attendere


«Aspettare è ancora una occupazione.
E' non aspettare niente che è terribile».

Cesare Pavese

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