Tenerezza. Una passione tranquilla 
di Nunzio Galantino 
«Con tutto l’oro del mondo non si può comprare il battito del cuore, né un lampo di tenerezza» (A. de Lamartine). Dal latino Tèn-uem (da cui anche “tenue”), la tenerezza indica la proprietà di qualcosa che si lascia stendere, che non pone resistenza alla pressione e, in genere, al taglio. 
Insomma, “tenue” è ciò che è “malleabile”, come qualcosa che si adagi morbidamente e, a sua volta, ammorbidisca. Se sostituiamo il “qualcosa” con “qualcuno”, allora la tenerezza esprime il senso di partecipazione affettuosa, dolce e profonda, che si prova nei riguardi di altra persona o di una situazione per amore, affetto, com-passione. La tenerezza e la misericordia in ebraico vengono rese con lo stesso termine rachamim, ad intendere un sentimento prettamente materno, carico di sensibilità verso gli altri, soprattutto se “scartati”. In maniera riduttivistica, si è portati a pensare che la tenerezza sia solo delle donne e solo diretta ai più deboli. Papa Francesco, al contrario, ci ricorda che la tenerezza, proprio perché di tutti, è combattiva, è la virtù dei forti, dei... duri. «La tenerezza è passione tranquilla» (J. Joubert), non è solo un sentimento. 
Proprio perché induriti dalle esperienze della vita e dalle difficoltà del vivere il quotidiano, gli uomini e le donne del


Un pallone
di Gianfranco Ravasi
Una giornalista chiese alla teologa Dorothee Sölle: «Come spiegherebbe la felicità a un bambino?». «Non glielo spiegherei, gli darei un pallone per giocare».
Nata a Colonia nel 1929 in una famiglia alto-borghese protestante, Dorothee Sölle si dedicò ben presto agli studi umanistici che la condussero alla teologia della quale divenne docente universitaria sia a Magonza sia a New York. La sua fu una concezione di forte impronta sociale: Cristo vero uomo ci rende presente e operante in noi il Dio trascendente e assente. In ultima analisi anche la festa di Pentecoste è legata allo Spirito di Dio visto come respiro di vita, di libertà e di fede che attraversa l’anima della persona umana. In questa luce riusciamo a comprendere la battuta che abbiamo citato: è nell’atto gratuito, incarnato nel gioco, che scopriamo la pienezza della vita, è nell’amore autentico – che è donazione libera e totale – che gustiamo la felicità pura. Riducendo il gioco ad affare sportivo con un giro vorticoso di interessi e l’amore a una mera esperienza di godimento sessuale, abbiamo perso il sapore della libertà e della gioia genuina. Non sappiamo più giocare in senso genuino ed è per questo che non conosciamo più la vera festa e la felicità intatta.
in “Il Sole 24 Ore” del 4 giugno 2017


«Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. E’ la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. "I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora". Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione».


«Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. [...] Per fare molto, bisogna amare molto».
don Primo Mazzolari


Come disse il Beato Paolo VI: «Don Primo Mazzolari camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. E’ il destino dei profeti».
Saluto a pellegrini di Bozzolo e Cicognara, 1 maggio 1970


Papa Francesco a Bozzolo e Barbiana - 20 giugno 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto “scomoda”, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, essi danno vita ad un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti. Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia”; e San Giovanni XXIII lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella Bassa padana». Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. Come disse il Beato Paolo VI: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. E’ il destino dei profeti» (Saluto a pellegrini di Bozzolo e Cicognara, 1 maggio 1970).
La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.
Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi, soprattutto con i miei fratelli sacerdoti, l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.
Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con sé stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso.
Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. [...] Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla


Segno. Testimonianza positiva 
di Nunzio Galantino 
«Non limitarti a segnare il tempo; usa il tempo per lasciare il tuo segno» (Harvey B. Mackay). Dal greco semeion, «segno» è tutto ciò che rimanda ad altro. È il primo e necessario strumento usato sempre e quotidianamente da ciascuno di noi per comunicare. Esso è accompagnato sempre da una ricchezza che va donata, colta e accolta. La parola (insieme di segni alfabetici) diviene “segno” quando – piuttosto che mera emissione di suoni - viene pronunziata con verità e accolta con disponibilità; la musica (insieme armonioso di segni musicali, le note) è “segno” quando – ascoltata - evoca e produce emozioni e atmosfere; il calcolo (insieme di segni numerici e algebrici, i numeri) è “segno” quando, attraverso i numeri, rivela e rimanda a realtà che spingono alla decisione e all’impegno. “Segno” è anche un evento, un gesto o uno sguardo, come “segno di intesa”. “Segno” è una testimonianza silenziosa che spesso, come ricorda Mackay, è molto più efficace delle parole. 
Consapevole che le parole sono “segni” - spesso insufficienti, talvolta ambigui, sicuramente imperfetti - nell’esperienza religiosa si


"Anima mia canta e cammina, 
anche tu,
o fedele di chissà quale fede oppure tu uomo di nessuna fede, 
camminiamo insieme
e l'arida valle si metterà a fiorire. 
Qualcuno, 
colui che tutti cerchiamo,
ci camminerà accanto".
David Maria Turoldo


«In un suo studio divenuto ormai classico Henri de Lubac ci ricorda che «nel pensiero di tutta l’antichità cristiana Eucaristia e Chiesa sono legate», in quanto «l’Eucaristia è riferita alla Chiesa come la causa all’effetto, come il mezzo al fine e come il segno alla realtà» (de Lubac, Corpus mysticum, 23; trad. ital. 33). Infatti Eucaristia e Chiesa sono i due corpi di Cristo, che perdurano nel tempo della pentecoste. Di essi, l’uno (l’Eucaristia) viene designato abitualmente nel I millennio come "corpus mysticum" o "corpus per mysterium", nel senso di «corpo secondo il modo di essere del sacramento», in contrapposizione al corpo storico nato da Maria Vergine. L’altro (la Chiesa) è designato, sempre nel I millennio, come "corpus Christi".
Si sa che per un complesso di vicende storico-dogmatiche, che hanno travagliato la fine del I millennio e l’inizio del II, tutta l’attenzione dei teologi occidentali fu polarizzata sulla preoccupazione di affermare l’identità tra il corpo sacramentale e il corpo storico. Ciò portò rapidamente all’abbandono dell’espressione "corpus mysticum" nei confronti del sacramento, percepita come troppo labile e poco realistica. La conseguenza fu che l’impiego delle due espressioni tradizionali conobbe un’inversione curiosa, poiché "corpus Christi" venne riferito all’Eucaristia – in parallelo con "corpus Domini, corpus reale, verum corpus" –, mentre "corpus mysticum" passò a designare la Chiesa».
C. Giraudo, “In unum corpus”. Trattato mistagogico sull’Eucaristia, 326


«La santità non è affatto ciò che immaginiamo. Oggi ho incontrato una schiera di primule che chiacchieravano all'aria aperta e facevano delle loro chiacchiere una preghiera che saliva dritta al cielo ....
Considero un miracolo vedere cose poverissime. Non mi stanco di questi miracoli, e sono davvero incapace di spiegare perché a volte non c'è nulla e altre volte c'è tutto. Il paradiso sarebbe vivere un'intera giornata come una sola di queste primule».
Christian Bobin


Respiro. Esistere per un soffio 
di Nunzio Galantino 
Molto ricco ed articolato è il significato che accompagna questa parola. Lo confermano i termini Pneuma, psuché e ruah, ai quali, pur con sfumature diverse e non del tutto esaustive, ricorrono sia la tradizione greca sia quella ebraica. In greco, Pneuma è il respiro dal quale ha origine la vita, il principio originario; mentre per indicare l’anima, il soffio vitale si utilizza il termine psuché. 
Contrariamente a quanto si possa pensare, la psuché aveva però connotazioni fisiche in quanto prerogativa dell’uomo vivo. In ebraico, la parola ‘ruah' traduce il termine soffio. Senza eccessive semplificazioni, si può dire che per pronunciare la parola ‘ruah' occorre «tirare fuori il respiro», quasi a indicare che dal respiro viene la parola. E dal respiro viene la vita. Nella Sacra Scrittura, «Dio … soffiò nelle sue narici e l'uomo divenne un essere vivente (nephesh)» (Gn 2,7); Gesù «Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo» (Gv. 20, 22) Lo Spirito che dà qualità e valore alla vita dell’uomo. 
Ci accorgiamo del respiro quando ci manca, come avviene a fronte di una esperienza molto forte; si rimane «con il fiato sospeso». Quando facciamo fatica a respirare ci sembra di morire perché «Finché respiro, spero» (M.T. Cicerone). 
Alcune ricerche arrivano a mettere in relazione la qualità della relazione d’amore fra due persone con la


«Un giorno sono entrato in un luogo dove ogni parola di uno veniva colta senza fallo dall'altro. Lo stesso accadeva per ciascun silenzio. Non era la fusione che conoscevano gli amanti all'inizio del loro amore e che è uno stato irreale e distruttore. Nell'ampiezza di questo legame, c'era qualcosa di musicale e in esso noi eravamo simultaneamente insieme e separati, come le due ali diafane di una libellula. Avendo conosciuto questa pienezza, so che l'amore non ha nulla a che vedere con il sentimentalismo che striscia nelle canzoni e non sta nemmeno dalla parte della sessualità che il mondo trasforma nella sua merce primaria - quella che permette di vendere tutte le altre. L'amore è il miracolo di essere un giorno intesi sin nei nostri silenzi e di intendere in cambio con la stessa delicatezza: la vita allo stato puro, fine come l'aria che sostiene le ali delle libellule e che si rallegra della loro danza».
Christian Bobin, Resuscitare 


«Perché la gente fa tanto caso ai miracoli ?
Per quanto mi riguarda io non conosco altro che miracoli,
sia che passeggi per le vie di Manhattan,
o levi il mio sguardo sopra i tetti, verso il cielo,
o sguazzi coi piedi nudi lungo la spiaggia, proprio sul filo dell’acqua,
o mi fermi sotto gli alberi, nei boschi,
o parli, di giorno, con chi amo,
o dorma, di notte, accanto a chi amo,
o sieda a pranzare a un tavolo insieme ad altri,
o getti uno sguardo agli estranei che viaggiano in tram di fronte a me,
o spii le api che nei pomeriggi d’estate si affaccendano intorno all’alveare,
o gli animali al pascolo nei campi,
o gli uccelli, o gli straordinari insetti dell’aria,
la meraviglia del tramonto, le stelle che brillano placide e luminose,
o la delicata sottile curva della luna nuova in aprile;
queste cose, e le altre, una e tutte, sono miracoli per me,
a tutto si riferiscono anche se ognuna è distinta dalle altre,
e al suo posto.
E’ un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.
Il mare è per me un miracolo senza fine,
i pesci che nuotano – gli scogli – il moto delle onde – le navi che portano gli uomini,
quali i miracoli più strani di questi?».
Walt Whitman, 1856


 

E tu, surfinia, che ci fai lì dentro?!